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agosto 2, 2017

MASADA n° 1869 2-8-2017 PSICOANALISI. JUNG 1. LEZIONE 2

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MASADA n° 1869 2-8-2017 PSICOANALISI. JUNG 1. LEZIONE 2 – Replay

(Questa lezione fa parte di un corso sulla psicoanalisi junghiana tenuto dalla prof. Viviana Vivarelli)

IL PROBLEMA DI ESSERE DONNA

Nell’ottobre del ‘96 si tenne a Bologna un convegno internazionale di psicoanalisi, che coinvolse un migliaio di persone con due novità: l’apertura al convegno anche a chi non era analista e il forte numero di analiste junghiane.
Il titolo era: “Sintomi: corpo e femminilità, dall’isteria alla bulimia”.
C’erano persone famose: Lella Ravasi Bellocchio , Silvia Vegetti Finzi , Juliet Mitchell … Il convegno puntava sulla sofferenza femminile, il disagio psichico che si inscrive nel corpo, e ricordava quanto la psicoanalisi ha fatto per rafforzare l’identità della donna, soprattutto di quella esclusa, che non trova riconoscimento, non ha voce e può parlare solo con la malattia.
Qui parliamo di donna, ma il discorso degli esclusi si allarga a molte categorie: vecchi, bambini, malati, poveri, diversi sessuali, migranti…
La psicoanalisi cura i sintomi fisici e i disturbi del comportamento a causa psichica, ma apre nuove vie di liberazione non solo terapeutiche ma sociali, vere vie evolutive. E’ la creazione straordinaria del 1900 che ha contribuito, più di ogni altro sapere medico, alla formazione di un io consapevole e liberato, offrendo alla psiche oscurata una grande via di ‘liberazione’, una via buona per tutti, ma soprattutto per la donna, perché la donna è in gran parte la grande prigioniera del mondo, anche del mondo occidentale, il soggetto storico che meno si riconosce nell’immagine che la società le impone.
Per questo tante studiose occidentali della liberazione femminile partono dalla psicoanalisi per una ricerca di identità, lavorano sul disagio psichico e guardano ad esso da un punto di vista non solo terapeutico ma anche sociale, costituendo un discorso politico.

La donna è un ‘diverso’ sessuale e sociale, che si inserisce nel problema dei diversi. Ciò che troveremo sulla psiche individuale varrà anche per il corpo collettivo, con categorie simili, che partono dal non riconoscimento e dalla emarginazione per una maggiore armonia personale e integrazione sociale.
La psicoanalisi è stata una grande invenzione che ha trasformato la cultura occidentale. E’ una via di guarigione che tende a reintegrare una identità perduta, ma è anche una via sociale, perché, se cambiamo l’immagine dell’io, cambiano anche le relazioni tra gli esseri umani e dunque la società.
Il titolo di questo libro è “Lo specchio più chiaro” perché aumentare la consapevolezza significa autoliberarsi e insieme partecipare ad un movimento di liberazione collettivo, aprendo la comunità a una visione più armonica e meno separativa e conflittuale.
La psiche, come lo Stato, è un sistema d’ordine, dunque un sistema di potere.
C’è una distribuzione di diritti e doveri, spesso ineguale e distorta, in cui ci sono valori e disvalori, risorse e mancanze, poteri e debolezze. Non sempre la distribuzione è giusta e c’è equilibrio e collaborazione.
Un cattivo Stato come una cattiva psiche può emarginare qualche energia, può non dare pari considerazione e dignità a tutte le parti e creare esclusioni e abusi. La natura ci mostra che le differenze esistono e producono effetti. Se un sistema funziona bene, le differenze si integrano, non sono opposte ma complementari e contribuiscono ad aumentare il patrimonio totale.

Mentre Freud esamina la psiche sessualizzandola e guardandola dal solo lato maschile, per Jung, la psiche di ognuno ha valenze tanto femminili che maschili, così come una Nazione ha cittadini donne e uomini. Già questa affermazione pone la lotta tra generi in una prospettiva totalmente diversa, per cui femminile e maschile sono spostati all’interno della stessa psiche ed esaminati nel loro positivo o negativo. Le differenze, da sessuali, diventano qualitative per uno scopo che dovrebbe essere la complementarietà energetica.
Ma in genere questa integrazione non avviene e nasce la sofferenza, si determina uno stato di ingiustizia psichica che crea problemi psichici quanto sociali.
Una psiche sana come una società sana si dovrebbe muovere per l’integrazione di tutte le sue parti. Una comunità dovrebbe aiutare l’integrazione tra diversi, in base alla considerazione che il diverso non è una anomalia ma una qualità dell’essere. In particolare l’uomo è una modalità della natura come la donna, due parti create per completarsi.
La psiche è la prima comunità in cui mettere ordine. Ognuno di noi, ogni famiglia, ogni aggregato è cellula dell’organismo sociale. Jung dice che per fare una buona società si deve partire dalla singola persona.
Quando uno Stato è retto da un cattivo potere, non ha interesse ad armonizzare i diversi, anzi, per aumentare la forza dominante, aggrava le discriminazioni e i conflitti, accentua le divisioni, trascina il tutto nella barbarie. Sta a noi scegliere un mondo di pace o di armonia o uno stato di guerra permanente di tutti contro tutti.
Ovunque ci siano diversità non integrate, parti del sistema emarginate o energie rimosse, c’è un centro dominante che valorizza solo una parte, escludendo le altre, attraverso le immagini, le leggi, il costume.
Cambiare una immagine culturale o sottrarre noi stessi all’imperio delle immagini che ci vengono imposte dalla propaganda o dalla pubblicità, è una rivoluzione.
Purtroppo, anche in Europa il lavoro di integrazione sociale è rimasto grezzo. In particolare la parità uomo-donna. Ricordiamo che in Occidente il divieto legale della discriminazione tra lavoro femminile e maschile è del 1967 e non è ancora del tutto applicato, tant’è che la donna, in tutti i paesi europei e massimamente in Italia, è esclusa dalla carriera alta (il famoso tetto di vetro) ed è pagata il 20% meno dell’uomo.
Una parte fondamentale dell’essere umano è dato dalla sua immagine. Questa è in parte prodotta dall’Io, in parte dalla società e dai media.
Freud non prendeva nemmeno in considerazione l’immagine della donna. Jung la rivaluta.

Oggi, in Italia, l’immagine della donna è adulterata da una politica fatta di mercato e di interessi incivili, che hanno mercificato tutto l’esistente, riducendo l’essere umano ad oggetto, ma principalmente riducendo la donna a merce sessuale o strumento di servizio. Possiamo affermare che oggi, in Italia, l’immagine della donna è stata devastata oltre misura.
L’immagine è molto importante. E chi non ha una buona immagine di sé è destinato a soffrire e ad esprimere la sua sofferenza con la malattia.
La figura della donna come viene imposta dai media italiani è di degradato oggetto sessuale, succube del piacere maschile e dipendente dalle sue scelte.
In pochi anni si sono distrutte tutte quelle conquiste di civiltà per cui la donna aveva lottato per secoli e si sono arrecati danni devastanti all’immaginario femminile e maschile e al conseguente rapporto tra sessi.
E non possiamo consolarci dicendo che in altre culture le sorti femminili sono andate anche peggio.
Dobbiamo dire che le patologie psichiche non sono uguali nella storia, ma prendono forme simboliche in relazione al messaggio che vogliono lanciare e quel messaggio non è solo individuale ma anche sociale e contro-culturale.
In Italia la donna è presentata dai media non come persona ma come oggetto di consumo, come fosse cibo, nessuna meraviglia se i disturbi più diffusi del mondo femminile sono bulimia e anoressia, comportamenti patologici in cui si consuma o si rigetta il cibo. Se la filosofia imperante è il consumismo, la protesta patologica sarà una malattia relativa al consumo, in particolare a quello del cibo, in quanto il cibo ha una forte valenza affettiva e simbolica, è fortemente connesso con la relazione, con l’esistere in relazione a qualcuno che ti riconosce (in genere la madre) e può esprimersi anche prima di qualunque apprendimento già nel neonato che rigurgita o respinge il latte materno.
Se l’immagine di sé è fondamentale, la psicoanalisi ha il compito di migliorare l’immagine che ognuno ha di sé.

Qui parleremo molto della donna, in quanto la società tratta la donna come un diverso non riconosciuto. E avremo una rivoluzione culturale ogni volta che cambieremo l’immagine collettiva di un diverso: la donna, il diverso sessuale, il bambino, l’ebreo, l’islamico, l’extracomunitario, il povero… Trattare in modo integrante un diverso è sempre una rivoluzione politica. Dunque fare psicoanalisi sarà anche un discorso sociale.
Noi parleremo della donna ma pensando a qualunque emancipazione umana.
Il valore della psicoanalisi non è solo terapeutico ma anche politico e, come vedremo, anche spirituale. Fu per questo desiderio di liberazione e integrazione che il cristianesimo attecchì soprattutto tra le donne, e fu per lo stesso motivo che la psicoanalisi di Freud incontrò un ampio interesse femminile, per quanto fosse uno schema maschilista. Ma ovunque nasce un discorso di liberazione, la donna è presente per una rivendicazione che nasce all’interno di lei che la fa attenta alle premesse innovative.

Per Jung, analisi non vuol dire abolire il sintomo ma rendere alla persona la sua interezza, aprirlo ad una conciliazione tra le sue valenze maschili e quelle femminili, come preludio di una conciliazione sociale. Se l’uomo fa questo, impara a percepire e gestire diversamente se stesso, modificando prima il contesto famigliare, poi quello sociale. Ecco che la psicoanalisi si fa, da via di terapia o conoscenza, via di libertà, mezzo di trasformazione e di evoluzione, personale e sociale. Questa ovviamente non sarà mai una esigenza del Potere, ma può essere una esigenza collettiva in cui si uniscono tre istanze: essere tutto ciò che si può essere, stare meglio con le persone con cui viviamo, partecipare meglio alla propria Nazione.
Mentre la psichiatria ufficiale si ancora alla difesa di un potere politico riconosciuto e di un sistema di ordine consolidato, la psicoanalisi può essere una delle tante vie per costruire un mondo nuovo.
La psicoanalisi junghiana è dunque molte cose: una terapia per la psiche sofferente, un modo per gestire meglio i conflitti interiori, un sistema di valori, una via di autorealizzazione e anche un processo iniziatico.
Questa disciplina comincia come discorso clinico ma arriva a essere un percorso spirituale.

La visione junghiana è una filosofia, una Welthaanschuung, tant’è che la troviamo nei testi di filosofia, per un mondo migliore, per il passaggio evolutivo dal vecchio quadro culturale stretto nelle opposizioni (maschio-femmina, malato-sano, corpo-mente, cittadino-non cittadino ecc.) a una nuova dimensione sociale più armonizzata e integrata.
Questo mutamento, secondo Jung, può cominciare dall’interno, dalla psiche di ognuno di noi, come centro di creazione del nuovo.
Parleremo del malato, della donna, del bambino… come soggetti da liberare, rivolgendoci però ad ogni diverso, che ha corpo ma non ha voce.
Il discorso della psicoanalisi verte sul non riconosciuto e perciò emarginato.
In psicoanalisi esso entrerà nei nostri pensieri col nome di inconscio. Ma ci dovrà portare dall’inconscio psichico a quello politico.

Ci rivolgeremo alla donna dimenticata e a quelle parti di noi che non sono venute alla luce, poi al diverso fuori di noi, la parte che non riconosciamo e di cui dobbiamo avere consapevolezza.
Ognuno è un piccolo Stato dove ci sono parti emarginate, oscurate o represse…, spesso queste, non avendo voce, parlano col corpo, col sintomo e la sofferenza. E meno la mente parla, più parla il corpo.
Jung dice: “Se il singolo non è rinnovato nello spirito, nemmeno la società potrà rinnovarsi, perché essa è la somma dei singoli”.
La rivoluzione fondamentale non è più solo contro le vecchie categorie sociali e economiche del potere-sapere, che esercitano il controllo sulla produzione dei beni, il flusso dei capitali, la cultura e il consenso, occorre agire all’interno della rappresentazione che ognuno ha di sé, la propria immagine e il proprio compito, individuale e sociale, uscendo dalla gestione degli esseri umani come fossero merci per l’autodeterminazione della propria anima.

Alla base del potere c’è il consenso, ma alla base del consenso c’è il diritto dell’uomo a non essere plagiato e a scegliere come vuole essere.
Più l’uomo è oggettivato e privato della sua libertà e della sua anima, più è portato a dare consenso senza capire, contro il suo vero interesse. Perciò occorre ripristinare il dialogo interiore, il senso critico, la logica e la creatività, liberando l’uomo dalle dipendenze ed educando i suoi istinti primari (in particolare quello aggressivo) verso una nuova spiritualità.
Il compito dell’educazione è complesso. Famiglia e scuola sono insufficienti e deboli, o perpetuano vecchi schemi conservativi. E conosciamo le manipolazioni perverse dei media e la volontà malevola della politica.
Il futuro è invenzione del nuovo, un nuovo che può prendere vie informali, avvalendosi dell’immaginario, e sciogliendo vecchie catene culturali, vecchie dipendenze gerarchiche.

Libertà presuppone apertura ed espressione, ma in noi ci sono troppe induzioni subconscie e troppi contenuti inconsci che ci legano e impediscono al nostro specchio di diventare più chiaro.
La psicoanalisi ha il compito di illuminare parti di noi che sono oscure, farci evolvere da oggetto a persona, non vuole solo curare il dolore ma anche migliorare la nostra posizione del mondo.
Il primo messaggio è quello del corpo. Il convegno di Bologna si occupava del corpo femminile come luogo di una sofferenza pre-verbale, prima della parola.
Affinché vi sia una comunicazione occorre porre un io consapevole che si riconosce e sa relazionarsi, ma l’io sorge dove c’è un ‘noi’ che funziona.
Il bambino nasce quando un adulto lo riconosce e lo ama e amore vuol dire presenza ricettiva, ascolto interiore e attenzione calda dello sguardo.

L’isterica, la bulimica, l’anoressica si presentano come poli di una ‘comunicazione interrotta’ , un ‘non detto ’, un rapporto mancato, un messaggio di sofferenza che parte da un soggetto che non è in grado di comunicarsi verso un soggetto che non è in grado di comunicare, perché latitante, egocentrato, sordo o negatore del senso dell’altro. E può essere la madre, la famiglia, il medico, l’insegnante, in partner, il padrone, la cultura diffusa, lo Stato, i media…
Col sintomo corporeo l’oggetto negato comunica il suo disagio, non con le parole che non ci sono, perché può non esserci consapevolezza, ma attraverso la visibilità del corpo, la drammatizzazione, l’immagine, la rappresentazione, la postura, la forma, il gesto…
Poiché è il cibo che ci fa vivere, la patologia inerente al cibo diventa protesta sociale. Il messaggio si inscrive nella carne e va dal soggetto ‘che non è ancora’ verso il soggetto, che ‘non è stato’.
La tossicodipendenza non è molto diversa, perché anche qui abbiamo l’assunzione di un alimento come sostituto di un mondo, di un modo di essere.
Madri depresse o isteriche o proiettate verso ambizioni sociali… padri abulici, fuggitivi o violenti… famiglie sconnesse dove non c’è tenerezza e tutela… possono produrre figli deboli, smaniosi o inquieti che cercano fughe impossibili, come la trasgressione, la violenza, la droga, l’abbuffamento di cibo o il rifiuto ad ogni alimento. Il cibo, la droga, l’alcool.. possono diventare sostituti affettivi o identificativi, sostituti di senso e relazione.
Se la comunicazione richiede la presenza di due soggetti completi e vitali, si possono avere rapporti monchi, relazioni mancate tra assenze che denunciano il fallimento di un ‘noi’ di senso compiuto.
Ognuno esiste in quanto appartiene. Solo tardi e con difficoltà si può esistere solo in quanto si è.
L’anoressia, la bulimia, la tossicodipendenza possono essere i risultati di un ‘progetto di appartenenza’ fallito.
A chi appartengo io? In cosa mi riconosco? Chi sono? Per cosa vivo? Per chi vivo? Se il genitore è il mio primo specchio, ma in lui non mi posso guardare, cosa guarderò per esistere? Dove cercherò l’immagine da cui partire?

Vedremo dunque l’importanza dei genitori, in particolare della madre, la sua funzione, i suoi possibili errori.
In una società dominata dall’ego, il ‘noi’ è latitante. Per questo sono utili le terapie collettive, il lavoro di squadra, le comunità di recupero, i gruppi di volontariato, i lavoro sociali… funzionano perché sono un ‘noi’. Alimentano il bisogno di appartenenza.
Ognuno esiste in quanto appartiene, almeno da principio. L’uomo è un essere sociale; stimolare solo il suo egoismo senza nutrire la sua socialità porta a gravi perdite. Si comincia a esistere in quanto si appartiene a una madre, una famiglia, un gruppo di amici, una classe, una squadra sportiva, un oratorio, un gruppo musicale, si lavora insieme a persone a cui si vuole bene o di cui ci si occupa. Solo tardi, e non tutti, possiamo esistere in quanto si è per il mondo.

Il convegno di Bologna legava la patologia delle isteriche di fine ottocento alle moderne malattie alimentari: l’anoressia, la bulimia, la tossicodipendenza come risultato di un progetto di appartenenza fallito. Quell’altro da me che è importante affinché anche ‘io’ sia.
Freud parlava di isteria e pensava all’utero, come organi fisiologicamente deficitario. Oggi non si parla più di isteria, ma dopo un secolo il corpo della donna continua a essere spesso un corpo senz’anima, perché l’anima può esserci dove c’è un riconoscimento sociale.
Tutti gli esclusi sono soggetti senza parola, non riconosciuti dalla comunità, che hanno difficoltà ad esistere e possono far esplodere la loro sofferenza inficiando l’intero insieme .

Nei grandi manicomi del 1800 l’isterica era irrigidita nelle sue pose catalettiche e lo psichiatra non la guardava in modo diverso dal cadavere sul marmo dell’obitorio ed era sordo al suo messaggio umano. L’isteria era il male del secolo, e la malata era vista come lo scarto sociale, irriducibile alle categorie cliniche, l’altro da noi, nel suo dolore senza parola che veniva trattato come una colpa. L’isterica era considerata ‘cattiva’. Allo stesso modo noi cerchiamo di incolpare tutto ciò che rifiutiamo di comprendere.

Nelle civiltà antiche, anche in quelle primitive, il diverso era onorato, il folle era rispettato e anche l’epilettico era considerato sacro, come lo straniero. Ma oggi viviamo nella società della non accoglienza, deve questa si fa legge e instilla in ognuno la paura di essere ugualmente rigettato.
Oggi l’isteria è sparita perché ogni tempo ha le sue malattie. Ma il corpo della donna continua ad essere luogo di sofferenza e la sua anima non viene nemmeno riconosciuta. Ricordiamo che il cattolicesimo riconosce l’anima femminile solo nel 1300.
L’ambiente accademico, il servizio pubblico, la cultura ufficiale, la clinica, l’ospedale, la scuola, i media, il mercato, i luoghi della politica… continuano a negare l’anima della donna, e a considerarla un oggetto, un cadavere rivestito di proiezioni che non le appartengono, in un costante disconoscimento di valore che l’abbassa sempre più al ruolo di non persona.

Dopo un secolo di psicoanalisi, alla base della psichiatria troviamo ancora la medicina del corpo, si dimentica che la sofferenza della persona nasce dal contesto, dalla sua storia, dalle sue costrizioni, dal suo vissuto… e la donna come ogni altro escluso, ogni esistente senza potere, stenta a diventare soggetto attivo, portatore di rispetto e libertà.
La donna diventa paradigma del luogo del non-potere ed è in grado, più degli altri, di capire le esclusioni inique.
Per i medici essa è ancora un apparato organico, ghiandolare, funzionale. Per la tradizione ebraico-cristiana è un contenitore di figli, un oggetto di sfogo sessuale, uno strumento di funzione o servizio, mai una persona .
Dopo migliaia di anni di separazione, subalternità e misconoscimento, ancor oggi la donna è medicalizzata, repressa, amputata, castrata, incompresa, emarginata. La sua immagine sociale è sempre più una immagine fisica, che non si è ancora vestita ufficialmente di pensieri, parole, valori e sensi, non è una immagine d’anima.
Su questa presenza grossolana la medicalizzazione agisce di preferenza castrando in modo menomante ciò che è più tipicamente femminile (clitoride, ovaie, utero, seni…) e il medico è abilitato a farlo anche senza il suo consenso. Nel mondo islamico integralista va anche peggio e le castrazioni possono essere comandate da riti disumani.

Nella cultura cristiana, ebraica ed islamica (le religioni del Libro), la donna è espulsa anche dai luoghi religiosi del potere ed è frenata nella sua ascesa politica ed economica.
La nostra religione ripudia persino le sue antiche capacità di mediatrice del sacro e le vieta il sacerdozio, luogo privilegiato dello spirito.
Nel fondamentalismo islamico le donne sono ancor più oggetti d’uso. Nel mondo cristiano o ebraico restano figure subalterne. Ma, anche fuori dai parossismi fondamentalisti, notiamo che, ogni volta che c’è un estremismo religioso, politico o economico, di sinistra o destra, laico o integralista, la donna viene rimossa o adulterata con lo stesso accanimento maniacale.
In tempo di pace il rimosso sprofonda la donna nell’inconscio collettivo come oggetto da usare, dimenticare o possedere impropriamente attraverso la manipolazione della sua volontà. In tempo di guerra lo stupro riafferma il diritto di violare il suo corpo negato. Ma quotidianamente la molestia sessuale riafferma il tentativo di negazione e disvalore, che si pongono in ogni grado e classe come veri pregiudizi culturali.

Anche la psichiatria ha i suoi integralismi e spesso perpetua il vecchio potere patriarcale. Invece, la terapia non convenzionale può aiutare la donna a capire meglio se stessa e a liberarsi da un sistema che la schiaccia così da riemergere nella sua interezza, con l’orgoglio della propria identità.
Noi dipendiamo dai mezzi che usiamo; se useremo il potere, dipenderemo dal potere; se useremo lo spirito saremo dello spirito.
La psicoanalisi può essere un mezzo per svelare gli imbrogli e permettere una migliore realizzazione delle risorse, è una via etica e sociale di liberazione collettiva.
Jung è uno psichiatra, ma dobbiamo distinguere la psichiatria materialista, che riduce la vita a macchina, dalla psicologia spiritualista, che guarda l’uomo tutto intero. La psicoanalisi junghiana è spiritualista, e porta l’uomo non solo a liberarsi dal sintomo ma anche a riscattare l’anima.
La scienza materialista parla di ghiandola, ormone, secrezione, sinapsi, neurone…ma, se non avrà intuizione e amore, non capirà mai l’essere nella sua interezza, né gli insegnerà a stabilire relazioni vere con l’altro. Il discorso junghiano è invece un lavoro per la reintegrazione di un sé totale.

Ogni persona è una creatura a metà, una immagine mancante. Ognuno rimuove parti della propria energia, che restano fuori dallo sguardo. Cercare di far sparire il sintomo può avere l’effetto di spostarlo da un’altra parte, se il sintomo è l’espressione di un male vivere.
A volte l’uomo per stare meglio deve cercare risposte più ampie nella sua vita, allargare il quadro, introdurre nuovi compiti e fini.
Capire cosa si è e per cosa si vive è molto importante, ne dipende l’immagine che ho di me, la mia salute fisica e mentale, il mio benessere ma anche quello che potrò fare per gli altri. Nessuno è solo, ognuno è utile al mondo.
Il pensiero junghiano aiuta a trovare una definizione migliore di sé e a capire meglio la propria immagine, inserendola in un discorso sociale, in un quadro di valori universali.

Oggi viviamo un’enorme crisi di valori. Il neo-liberismo tenta di ridurre l’uomo ad oggetto, ne fa un produttore o un consumatore, attenta al suo valore intrinseco.
Non si può ridurre l’essere umano a semplice presenza materiale, a merce o a funzione del mercato, l’io è molto più ricco e complesso, è un’opera d’arte, con un valore integrale che va rispettato. Chi che non capisce questo, ha perso il valore della propria anima e non ha diritto di manipolare gli altri.
L’uomo è una complessità di emozioni, memorie, speranze, paure, possibilità, compiti, valori, ideali… ed è un progetto che egli stesso deve realizzare. La psicoanalisi è un aiuto per chi voglia decifrare le proprie dinamiche, è uno specchio per capirsi e capire meglio gli altri, ma non per dominarli o comprarli o venderli. Dalla nostra consapevolezza dipende la qualità della vita, nostra e del mondo, dipende l’evoluzione della specie.
Quando l’uomo avrà imparato a capire l’energia, prima in sé, poi fuori di sé, avremo un mondo migliore. Per questo il discorso oltrepassa il sintomo e la terapia si volge a una filosofia.
La malattia è un segnale, è la spia di un ambiente, di una civiltà. E’ lo scarto tra l’energia imprigionata e la vita che rifiuta di farsi imprigionare, l’indice che fa saltare i punti di riferimento e mostra la crisi del sistema. Capire vuol dire anche smascherare l’inganno in cui viviamo ed aprire gli occhi anche agli altri.

Dal punto di vista sociale, i parametri freudiani legati ad una famiglia chiusa e patriarcale sono limitati. Tutto viene ridotto a sesso, dunque a corpo, ogni relazione è ricondotta a quella primaria infantile coi genitori, con una psiche poco evoluta e narcisistica, tesa solo al proprio piacere. Freud parla di una famiglia astorica, claustrofobica, separata dal mondo, dove sono ambivalenze e conflitti, ma tutto è condotto al desiderio.
La felicità consiste nel realizzare il proprio piacere senza essere puniti. Credo che questo sia ancora poco. Non si può ridurre tutto a sesso e piacere. Con Freud lo spirito dell’uomo è negato, l’analisi diventa interminabile, alla fine il malato resta malato e con lui il sistema che lo porta.
Quando lo spirito non è riconosciuto, la vita soffoca, Jung dice: “Siamo infelici perché siamo poveri d’anima”.
Se riduciamo l’uomo alla materia, sarà il corpo a dover parlare e l’aumento delle malattie psicosomatiche lo prova. Dovremmo invece sollevare lo sguardo dalla base animale e guardare all’uomo intero, trarre energie di liberazione al di là del dolore.
L’anoressica è il simbolo che riflette le storture del mondo. La rifiutata si rifiuta, la vittima si uccide. Non ha un sé, ma il mondo l’attraversa.
Dandole un sé, ritroveremo una scheggia di universo da cui ricominciare a camminare verso la luce. L’analista è l’alleato, la lotta ha senso politico nella misura in cui egli ha consapevolezza dell’esito sociale della guarigione, curare la malata vuol dire curare il mondo, un compito etico.
La guarigione è un atto di contestazione del sistema, in cui la vittima è salvata. E chi salva se stesso può salvare l’altro.
Chi gestisce il potere non guarisce nessuno, rinforza catene e dipendenze.
Il potere finisce per essere la malattia del mondo.

Freud parte dalla sessualità maschile, vecchia categoria ottocentesca; del resto egli è incapace di comprendere l’universo femminile e lo confessa, mentre Jung afferma che ogni psiche contiene valenze femminili come maschili, e tutte patiscono eccessi o difetti.
Freud è chiuso in un mondo unilaterale e sessista, dove non c’è posto per la donna, che resta la grande sconosciuta. Per Jung la psiche è più complessa e profonda, oltrepassa la fisiologia delle passioni per tendere all’anima ed ha un afflato sociale. Freud è semplice ma chi si finge troppo semplice parla col diavolo, la realtà è complessa, semplificare vuol dire falsare. Il mondo diviso in gerarchie, maschi e femmine, e gestito per opposizioni, è un mondo barbaro, dove la gerarchia, spacciata per naturale, è un inganno del potere.
Gaber, con una bellissima definizione di libertà, ci dice che “libertà è partecipazione”. Se accettiamo la divisione gerarchica tra maschi e femmine ne accetteremo altre: potenti e senza potere, razza superiore e razze inferiori, capitalisti e proletari, popoli egemoni o emarginati, Occidente e Oriente…
Al potere tutte le divisioni fanno buon gioco, ma sappiamo che con la guerra di tutti contro tutti si va poco lontano e si distrugge il mondo. A livello mondiale le discriminazioni e le esclusioni non portano pace e benessere, la vita non ha bisogno di una guerra permanente ma di fattori complementari e armonici. Il pensiero integralista e discriminatorio è un pensiero che divide e porta alla barbarie. Ma il nuovo pensiero parla di dialogo e incontro, armonia e conoscenza, integrazione e collaborazione.

Jung dice che tutto si corrisponde. Ciò che l’uomo è in se stesso si riflette nel corpo sociale. Persone involute formano stati incivili, viceversa ogni buon lavoro che il singolo fa in sé migliora il mondo, la responsabilità è collettiva, in ogni cosa che facciamo c’è un risvolto sociale, ogni atto è sempre politico e si ripercuote sulla comunità.
Il corpo della donna anoressica, bulimica o depressa è dunque metafora di un bisogno sociale. Guarendo noi stessi possiamo guarire il mondo.
Dobbiamo divenire ‘soggetti’ e c’è sempre una speranza in questo; anche quando non siamo stati riconosciuti, possiamo sperare e rinascerci da noi. Come disse una mia allieva: “Possiamo essere le madri amorose di noi stessi”.
Dunque il compito è: far più chiaro lo specchio, integrare l’ombra, eliminare le distorsioni, tendere all’armonia.

C’è un rimosso psichico e un rimosso sociale, da cui possono nascere risorse indispensabili all’intero organismo, ma occorre che il soggetto ne sia consapevole, liberandosi dalle autoillusioni, dai pregiudizi e dalle categorie fallaci del potere. Nulla sarà domani come è oggi, nulla ha ragione di continuare a essere come è adesso. E’ una legge di vita. Il cambiamento è la natura dell’essere.
Noi possiamo migliorare il mondo come distruggerlo, non ci sono più deleghe superiori ma solo assunzione di compiti, e il fine di vivere meglio non è avere più felicità, ma più responsabilità.
La Costituzione americana dichiara che il fine dell’uomo è la felicità ma io credo invece che il compito dell’uomo sia proprio la responsabilità. Se cerchiamo solo di essere più felici, possiamo fare errori gravissimi arrecando sofferenze gravissime agli altri.

La psicoanalisi può essere una riflessione utile a una svolta dimensionale anche se i tempi sono lenti e si ha spesso l’impressione di tornare indietro.
Duemila anni fa Cristo portò un messaggio di pace, uguaglianza ed amore, e le donne, gli schiavi, i reietti accorsero in massa, intuendo una grande possibilità di riscatto. Oggi il bilancio è amaro. Dov’e’ quel riscatto? Dov’è la pace? Dov’è l’uguaglianza?
L’Antico Testamento parlava delle donne in modo negativo, le chiamava “femmine, meretrici, stolte e lunatiche.. creature del diavolo associate al male”. Una vecchia preghiera ebraica dice: “Benedetto sii tu, Dio nostro, per non avermi fatto né pagano, né ignorante, né donna…”.
Con Gesù comincia la riabilitazione etica, ma non quella ufficiale, quella politica. Con occhi attenti le donne guardano a nuove prospettive e a un mondo nuovo dove si diffondano i migliori valori femminili, quelli della cura e della tutela, il servizio, il volontariato, l’accoglienza, la solidarietà, la protezione della vita, la relazione armonica, la pace… valori che esistono anche negli uomini migliori, come in Gandhi, che fu chiamato la Grande Madre, o in papa Giovanni, che viene sognato come vecchia madre.

La malattia è una spia del male del nostro tempo, si esprime nel corpo in modi diversi, secondo la storia. L’intelligenza del corpo crea i messaggi per la situazione; il corpo si esprime con ciò che ha più probabilità di essere guardato, esprime un messaggio. L’Ottocento ebbe le isteriche, l’antica Grecia i deliri delle menadi, il 1500 le possessioni diaboliche, il 1600 le scene epilettiche nei cimiteri, il 1700 le epidemie delle donne che abbaiavano in chiesa.. la casistica dell’immaginario patologico è amplissima.
Oggi abbiamo un afflusso di intolleranze alimentari, problemi connessi col cibo, con la quantità o la qualità del cibo; siamo la civiltà del consumismo, mangiare, possedere, dunque la bocca simboleggia questa avidità, un modo per esistere, si è in quanto si consuma con la bocca: cibo, fumo, alcool, droga, mangiare poco, mangiare troppo, vomitare, rigettare, avere danno dagli alimenti…, siamo la civiltà del consumo, la civiltà della bocca.
Anche la politica cessa di essere mondo di valori per diventare suggestione operata con la bocca, il parlare ossessivo, ipnotico, è un altro modo per divorare l’anima, per possedere l’altro, manipolarlo, La bocca cessa di essere strumento comunicativo o espressivo e diventa voragine. Non ‘sono più, in quanto penso’, ‘esisto in quanto consumo’.
Un noto uomo politico, sbagliandosi, ha detto ‘consumatori’ al posto di elettori’, sintomatico! I media ci danno sempre più programmi sul cibo. Allora, se sono solo un animale che consuma, mi ammalerò secondo le forme del cibo. La malattia è una protesta, i modi cambiano nel tempo, ma è sempre dolore, disagio che non sa parlare e si esprime attraverso il corpo, disturbando il comportamento o le funzioni della vita.
A quel dolore, quando è possibile, la psicoanalisi dà una voce; se il dolore riesce a esprimersi, se si arriva alla causa primario del disagio, allora il sintomo si attenua.
Nella civiltà dove tutto è rumore e nessuno ascolta, l’analisi è il luogo dell’ascolto, la cura delle parole. Il corpo è il primo teatro in cui il disagio si manifesta, il malessere ha la sua ritualità e cerca forme di riconoscimento, secondo un codice. Si parte dal corpo per arrivare all’anima. L’analista guarda tutta la persona, aprendosi ai suoi racconti, entra in un discorso, dunque in una coscienza.

Alla fine dell’Ottocento, dunque, c’è il fenomeno eclatante delle isteriche, da ysteros = utero. I medici dicevano: “L’utero è un animaletto vagante che si sposta nel corpo della donna, un animale folle che va domato” e bollavano l’isteria come affezione d’utero. Per quanto il cadavere dell’isterica, sezionato sul tavolo dell’obitorio, non mostrasse nessuna lesione uterina, si continuava a ripetere, contro ogni evidenza, che l’isterica aveva un problema fisico oppure la si tacciava di essere ‘colpevole’, di ‘nascondere qualcosa’. Un film sulla prima guarigione del giovane Jung è intitolato “Cattiva”, perché le malate erano considerate “Cattive”.
Così le isteriche restavano le grandi sconosciute, che i medici definivano moleste, menzognere e ribelli, perché non entravano nelle loro teorie.
La scienza cade spesso in questo atto di presunzione, di insultare quello che non capisce, come se fosse la natura a doversi adattare alla teoria, non il contrario. La medicina capiva di non comprendere l’isterica ma incolpava lei dei suoi scacchi.
All’inizio del 1900 le isteriche, in Europa, erano un fenomeno di massa che colpiva soprattutto gli strati più miserabili della popolazione, le emarginate sociali. Nell’enorme manicomio di Parigi, le Salpetriere (la vecchia polveriera), 5000 povere infelici, violate ripetutamente dalla vita, esprimevano il loro tragico disagio col corpo irrigidito da spasmi. I medici erano sprezzanti, facevano compressioni ovariche e castrazioni.
Ancora in un film del 1908 si vede il prof. Camillo Negro che manipola il corpo nudo di una povera isterica, che ha il viso coperto da un cappuccio nero; le fa una compressione ovarica e l’azione sta fra lo stupro e la pornografia.

Alla Salpetriere il giovane Freud, studente fresco di borsa di studio, osserva la gestualità epilettica o catatonica delle isteriche, siamo alla fase preverbale della psichiatria, Freud non ha ancora inventato il lettino dove la ricca borghese parla e racconta i propri sogni o i propri traumi infantili; le isteriche sono poverette senza voce che esprimono la loro tragedia vivente con il corpo, perché tutto comincia dal corpo, il mondo inizia con la materia e il primo io è quello corporeo.

La società le ignora; i corpi delle donne, e soprattutto quelle poverissime, non esistono, non hanno dignità o riconoscimento, perché il discorso del potere si svolge altrove. Ma le isteriche escono dal buio con la spettacolarizzazione del loro corpo, le posture rigide e drammatiche, mistiche o deduttive. Se il sistema le nega, esse fanno del loro corpo un teatro dove il corpo è gesto.

Ancor oggi l’anoressia e la bulimia sono drammatizzazioni di un corpo che non c’è e che richiama su di sé l’attenzione del mondo, un corpo non considerato, che lancia il suo grido vuoto sfidando la morte. Attraverso questa ‘mostrazione’, lancia la sua identità negata, gridando: “Io non ci sono, guardatemi!”.
Le isteriche venivano ipnotizzate o immerse in bagni gelati, poi verranno drogate con oppiacei, stordite con chimiche che agiscono sul corpo, mentre la mente resta altrove, inascoltata.
L’io corporeo è il guscio dell’anima, ma esiste solo quando entra nello sguardo positivo, quando viene accettato: sei visto, dunque ci sei; è lo sguardo sull’anima che mette al mondo il corpo. La vita è relazione, ma, prima di ogni altra cosa, è visibilità e accoglienza. Io ti vedo, ti guardo, mi curo di te, ti amo e nel mio amore tu esisti. L’amore crea, mette al mondo. Ma l’amore nasce dagli occhi; il primo contatto col mondo è lo sguardo che ti riconosce, che ti accetta e ti crea. Noi nasciamo in quanto siamo sognati e desiderati, siamo ammirati, solo allora il corpo si fa base dell’io, centro di soggettività e portatore d’anima. Il bambino cresce e sviluppa nello sguardo amoroso della madre. Se quello manca, la mancanza lo dilanierà tutta la vita.
Il corpo non visto è senz’anima, è un guscio vuoto, privo di esistenza e incapace di relazione.

Isterica

Freud analizzerà pazienti nevrotiche. Jung si occuperà di un altro tipo di malati, nella sua clinica si occuperà soprattutto di schizofreniche.
La schizofrenica non ha anima e non ha corpo, è un non nata, un non voluta, un rimosso sociale, privo del proprio io. La schizofrenia è la psiche divisa, l’essere che non è integro e non si comunica, chiuso nel suo autismo , una interruzione gravissima della comunicazione, e, quando la comunicazione raramente riprende, è perché la malata riparte dalla scoperta del proprio corpo, perché, miracolosamente, è entrata nello sguardo dell’altro, sguardo generatore, materno, che la trasforma da ‘non nata’ in ‘neo-nata’.
L’altro la vede, dunque la mette al mondo.
La schizofrenia, come l’anoressia o la bulimia, si situano nella dialettica del riconoscimento, anche quando il rifiuto è in fase prenatale. Non è un disturbo d’organo, come pensava la vecchia scienza, ma il messaggio di una sostanza rimossa, che ‘rifiuta il rifiuto ’.
Il corpo non nasce col parto ma perché entra in una serie di relazioni che cominciano prima del parto e producono attenzione, amore, attesa di ciò che il nascituro è, specchio, abbraccio, accoglienza e dunque rendono possibile l’immagine accettata di se stessi. La malattia congenita, la deformazione irreversibile possono essere, con ipotesi estrema, la reazione che il non ancora nato oppone al rifiuto.
Non può riconoscersi facilmente ciò che non è stato riconosciuto; la malattia è lo specchio negato. L’identità nasce con la prima cellula nel desiderio di un uomo e di una donna di avere un figlio, nel loro progetto comune, nell’unione affettiva che li lega. La malata grida per vie diverse: “Io ci sono!”, anche sfiorando pericolosamente la morte, io affermo il mio diritto di essere, la bellezza trionfante del mio esistere, la mia unicità, la vita nel preciso modo in cui la rappresento”.
L’anoressia” dice Lella Ravasi Bellocchio “è una passione divorante che si autoconsuma, che brucia la vita; in cui la donna muore per non morire”.
L’isterica parla col corpo perché nessuno le dà altro linguaggio. L’anoressica gioca una sfida fatale con la morte. La bulimica oscilla tra il desiderio di vita e il rifiuto.

Il corpo si costruisce nel rapporto primario con la madre e col padre, soprattutto la madre. I genitori ti vogliono, ti amano, ti curano, ti riconoscono, sono le prime divinità della vita. Ma padre e madre possono riuscire nel loro compito solo quando, a loro volta, si riconoscono, si vogliono, si curano, si amano, apprezzano la reciproca identità, sono esseri equilibrati in evoluzione e in sintonia. Cosa rarissima! Il corpo non è una sostanza, è una immagine, come il riflesso in uno specchio. Inizialmente lo specchio è colui che ti pone al mondo o ti cura, poi sei tu stesso nella tua possibilità di porti al mondo, di aver cura di te, di creare la tua autonomia, di dare agli altri quello che non ha ricevuto tu stesso.
Il corpo, primo seme dell’anima, cresce e si rafforza con l’assunzione di ruolo, senso e fine, finché diventa la seconda matrice, la prima per nove mesi, la seconda per tutta la vita. Dopo la prima madre sta a noi avere altre madri o altri padri: la famiglia, gli amici, il gruppo, la scuola, la società, il mondo, gli ideali, i valori… Noi siamo la risultante di molti specchi, di molti sguardi che ci formano o ci deformano, sensi che devono incontrarsi per dire che cosa uno è, e chi è, verso cosa evolve. L’io corporeo è la base, la componente essenziale dell’io psichico, e si costruisce attraverso tutte le relazioni. Noi esistiamo attraverso i molti sguardi dell’altro, convergenti in una immagine bene-accettante. Ma l’immagine può essere scarsa o svalutante, disgregata o lontana.

Noi siamo la focalizzazione di molti raggi e uno di questi è formato dai media.
Oggi i media portano messaggi disarmonici ad adolescenti fragili e spostano sul corpo femminile un peso eccessivo e squilibrante, i cui effetti perversi sono imponderabili. I fragili corpi senz’anima si fanno crocevia di interessi economici, politici o sessuali di basso livello. I media danno cattive immagini guida.
Dove tu sei oggetto di mercato o servi a giochi che sono estranei alla dignità della tua anima o del tuo corpo, il risultato è il caos dell’immagine, la formazione di una identità insufficiente. Dietro questi condizionamenti si giocano poteri forti, mercati, politiche, governi… totalmente indifferenti alla pericolosità dei messaggi che mandano in modo martellante: compra, consuma, mostra, arricchisci, vendi, vendi tutto, anche te stesso…! Non è così l’uomo.
Mentre la società tribale creava ruoli e identità precisi, mirati all’economia del gruppo, lo spostamento dei valori sul ‘consumo’ e sul ‘mercato’ ha svalorizzato l’uomo e lo ha mercificato, gli ha tolto ogni funzione sociale, dissolvendo ogni legame interpersonale. E la famiglia stessa non è più centro di conoscenza, sicurezza e preparazione al futuro, spesso è disgregata, in fuga, stressata, assente, malata…
Bulimica e anoressica possono avere genitori non realizzati, sbilanciati, iperattivi, inerti o viceversa tesi ad ambizioni smisurate. Jung diceva che ogni volta che si presentava un malato bambino, bisognava curare la madre.

Ognuno di noi lavora per costruire una identità, l’io corporeo ne fa parte, ma è anche la mappa e il comunicatore delle mancanze del vissuto. Non assumere cibo o mangiarne troppo diventa un segnale che dice: non accolgo o accolgo male la qualità di relazione che ricevo. Non voglio mangiare questo cibo, oppure: mangerò fino a sfinirmi più cibo che posso nel tentativo di riempire una mancanza che sta altrove. Il cibo diventa simbolo, sostituto di felicità, ha il compito vano di saziare un’insoddisfazione che non è nel corpo. Il corpo è la rappresentazione visibile dell’anima. In fondo tutto si gioca sul discorso di ‘esserci o non esserci ’. Essere voluti, accettati, amati, ma anche emergere, essere gratificati e applauditi, corrispondere ai canoni del successo… l’apparire e l’essere si confondono. Ma l’apparire è una cosa molto diversa dall’essere.
La patologia emerge nel corpo, ma si origina nel vissuto e prima di tutto nel sociale e non solo il tessuto familiare, come voleva Freud, ma in ogni possibile sociale, dal sottogruppo allo Stato.
L’epidermide è la giunzione tra corpo e mente. Quando la consapevolezza entra in scacco, il sintomo si esprime a livello pelle: ulcerazioni, eritemi, cicatrici, cisti, orticarie, dermatiti, vitiligo, psoriasi, tumori… La pelle si fa spia di conflitti e sofferenze interne. Le emozioni sopite, gli affetti negati, i diritti sottratti si iscrivono nel corpo, nella pelle, nel sangue, ed ecco allora l’allergia, l’intolleranza, rifiuto simbolico, sotto forma di reazione al cibo, cibo del corpo – cibo dell’anima.

Le nuove patologie si iscrivono ai bordi tra nevrosi e psicosi, mentre una cultura pervasiva predica l’accaparramento, l’esibizione, l’apparenza, l’ambizione senza limite, la violazione della norma, la trasgressione… senza accrescere le risorse individuali, aumentando la violenza dell’uomo sull’uomo. In questo contesto il malato rivela incertezze fra lo psichico e il corporeo e accusa crisi di identità, si sente straniero in una vita senza pelle o si richiude in corazze corporee, modificando la geografia del corpo e con essa la memoria che vi è impressa, o rifiuta il proprio corpo e lo manipola, nella ricerca di un’altra identità.
I pensieri un tempo erano corpo e conservano ancora traccia della loro origine. Il corpo è ciò che c’è di più profondo nella mente. La mente si costruisce sulla esperienza fisica e va dall’io pelle all’io pensante. Ma certa psichiatra attuale sembra ignorarlo. Ridurre tutto al corpo espropria l’uomo di ciò che lo fa tipicamente umano: il pensiero, lo spirito.
Pensare vuol dire scegliere, contestare le strutture grottesche della politica del mondo e questo può essere scomodo o rischioso. Ogni volta che ci richiamiamo al pensiero rischiamo la rivoluzione. Chi è arrivato in alto non fa rivoluzione, non fa realmente riforme, preferisce mantenere la posizione acquisita, con la massima rendita e il minimo sforzo, e, quando parla di riforme, è solo per resuscitare il passato peggiore. Ogni potere stabilito è conservativo e retrogrado, perché il suo fine è mantenere la posizione conquistata e rinforzarla, escludendo che la volontà dell’uomo libero si inserisca nel cambiamento. Ogni sistema ha interessi economico-politici da salvaguardare.

Finché la scienza ridurrà tutto al corpo, questo sarà il suo limite; rifiutando il pensiero, si fa una scelta politica e, dove non si vuole guardare, nemmeno si troverà. E’ per questo che anche il duemila si è chiuso, malgrado le premesse, con le stesse categorie cieche del positivismo che dominavano il 1800. Il paziente continua a subire passivamente trattamenti farmacologici di cui non sa niente, è ancora considerato una macchina materiale, non ha nemmeno il diritto sulla propria morte. Finché la medicina non penserà che forse il paziente è qualcosa di più di un corpo non avremo liberazione.
La scienza positivista vede l’uomo come una macchina isolata e astratta, eppure la vita dice continuamente che ognuno di noi non solo evolve ma è il centro di un continuo intrecciarsi di relazioni. Non c’è l’uomo in astratto, isolato da un contesto, c’è la famiglia, la comunità, lo Stato, il mondo, onde di perturbazioni che si incrociano sull’io. Nessuno è un ente isolato, siamo dinamismi interconnessi.
Quando non tolleriamo più ciò che ci accade, quando siamo soverchiati, si presenta il ‘sintomo’, spia nel corpo che qualcosa non va nella psiche, perché i due piani sono interconnessi, dunque qualcosa non va nel mondo.

La donna parte svantaggiata e può rivelare la sua crisi anche in una ossessione di immagine: troppa attenzione all’abbigliamento, alla pelle, alla pettinatura, alle forme del corpo, al peso..; troppi specchietti per rassicurarsi e ritrovarsi: nella moda, nelle convenzioni, nell’apparire, mai meno delle altre, sempre troppo uguale alle altre… un conformismo che uccide. Le diete ossessive, le plastiche facciali, le infiltrazioni di silicone… spesso tradiscono una fragilità di identità, atteggiamenti omologati, l’essere dove tutti sono, l’essere come tutti sono.
Ugualmente gli uomini possono affollare i bar come le palestre, gli stadi come le buvette. Possono spendere fortune in medicine o prodotti per la bellezza o lo stordimento, il sesso o il piacere o per mantenere una giovinezza impossibile. Si è sempre fuori, mai dentro, sempre nello specchio esterno, mai nella riflessione interna, perché i media insistono sempre sull’immagine, mai sull’anima.
Chi è più fragile si lamenta di tutto, trova nemici immaginari, non ha una posizione definita in famiglia o nella società, soffre di contraddizioni, non ha un interesse concentrato, non trattiene affetti, mostra incertezze sul lavoro, evade la responsabilità verso sé o gli altri…

Con l’analisi la donna entra nel discorso, comincia a parlare; l’essere vista diventa l’essere ascoltata. Le isteriche della Salpetriere erano povere emarginate urbane: alcolizzate, prostitute, ladre… donne violate ripetutamente dalla vita, ma le pazienti di Freud, ai primo del Novecento, sono le ricche borghesi di Vienna, che possono permettersi gravose parcelle in ‘analisi interminabili’. Si dà parola alle donne ma solo a quelle ricche; le alto-borghesi sono un sesso a parte, mentre le escluse del proletariato continuano ad ammassarsi nei nosocomi fino ai giorni nostri, morendo nell’incuria. Ogni tanto qualcuno, abbandonata la castrazione delle ovaie, userà quella del cervello, l’elettroshock che brucia le sinapsi, riducendo le malate a vegetali, ammutolendo l’urlo perturbatore della loro sofferenza.

Con le borghesi di Freud nasce il dialogo, l’analisi, è la paziente stessa che guida il medico, e, Freud, ascoltandole, fissa le sue teorie. Freud non sa nulla, è uno psichiatra senza psichiatria, ma è ambizioso e intelligente, ascolta le pazienti e organizza la teoria sulle loro parole.

Oggi non ci sono più le isterie… abbiamo piuttosto le depressioni, male che sta tra il corpo e l’anima, che colpisce l’umore ma anche gli ormoni, e si sposta tra gli organi fino a lederne qualcuno. Anche il cancro può nascere dalla depressione. Le malattie psicosomatiche continuano ad essere misteriose, eppure sono un codice che può essere capito se il medico non ignora altri luoghi della persona: la memoria, l’intelletto, la creatività, il sentimento, lo spirito, la volontà… e soprattutto se impara a riconoscere i simboli.
L’essere maschile, almeno, ha goduto di una buona investitura corporea, la società gli ha dato una identità forte, non gli chiede un certo aspetto, non lo valuta per la bellezza o il peso, non lo costringe alla dipendenza; l’uomo può sempre essere il capo della casa, il padrone della donna o dei figli, secondo una immagine gratificante di sé. Alla donna invece la società dà immagini negative: la pornodiva, la velina, l’escort, l’oggetto sessuale, la madre massaia, la serva, la strega, la schiava…; sembra ovvio che la donna vera di queste immagini non riesca a accettarne nessuna perché sono immagini in subordine, strumentali e dequalificanti; la donna non si riconosce in questi specchi, lontani dalla sua identità intera, non è al suo posto, non trova il suo posto. Inoltre essa non cerca mai una immagine quanto un rapporto e spesso soffre proprio dei rapporti che ha.

Jung diceva: “Il 90% dei miei casi riguardano problemi coniugali”, oggi potremmo dire problemi della relazione o problemi sociali.
Nella relazione la donna esce sempre male, lui cerca il potere, lei il sentimento. L’amore può nascere solo tra due soggetti egualmente liberi e equilibrati, invece è spesso un tentativo di prevaricazione o di omologazione, una lotta mortale, sfiancante. L’amore può esistere come rapporto tra pari, tra due soggetti che sono in grado di gratificare ognuno se stesso, e di riconoscersi portatori di diritti e doveri, ognuno col suo spazio legittimo e la sua possibilità di espressione. L’amore dice: “Io voglio il tuo bene”; iI potere dice: “Tu sei la mia proprietà.” Non c’e’ storia.

Per Jung occorre che l’uomo riconosca la propria energia femminile e la donna la propria energia maschile, altrimenti non ne usciamo. Oggi vediamo anche uomini migliori, più dolci, che si prendono cura dei figli e donne più volitive ed energiche, che si assumono responsabilità anche pubbliche. Ma Jung è convinto che solo quando l’uomo avrà contattato la propria energia femminile, solo allora potrà comprendere il femminile fuori di sé. Lo stesso per la donna in relazione alla propria energia maschile. Finché le due energie staranno in un rapporto gerarchico o schizofrenico, non c’è relazione possibile. Dall’io può nascere il noi, dal noi il mondo. Un uomo a metà produce una donna a metà e un mondo a pezzi.

Noi non vogliamo il mondo così com’è e nemmeno vogliamo tornare indietro, vogliamo un mondo migliore. Occorrono modi nuovi di agire: pensare, conoscere, staccarsi dal conformismo, sfuggire le mode, criticare le tradizioni, riconoscere le reazioni coatte e i pregiudizi, contestare i media, allargare i propri spazi, non vivere solo per sé ma per gli altri… una rivoluzione.
Siamo un insieme connesso; se cambia uno, cambiano tutti; camminiamo intrecciati, vediamo che da quando il femminile ha cercato la propria immagine, l’uomo è andato in crisi, ma ognuno alla fine ripartirà da se stesso per un orizzonte nuovo. La vita è un atto di creazione e nessuno vuole più vivere in sudditanza o secondo vecchi modelli di dolore.
La psicoanalisi è stata spesso una storia al femminile, un luogo di emancipazione per la donna, una via per sfuggire i condizionamenti ma uomini e donne devono uscire dalle divisioni stereotipate per l’integrazione, la collaborazione e la complementarità.

Le malattie del consumo esprimono la ribellione contro una nuova divinità. Non è vero che siamo indifferenti alla religione, la nostra religione è il consumismo, siamo la civiltà del falso piacere, della felicità imposta, del mercato senza un’etica.
Anoressia e bulimia esprimono un opposto rituale di assunzione e rigetto del cibo, inghiotto e vomito, subisco o rifiuto. Mangio per non sentirmi una cosa. Rigetto perché mi sento una cosa.
Ciò che le malate rifiutano è un mondo senz’anima, dove tutto è oggetto.
Chatwin dice: “Gli oggetti riempiono l’uomo di timore. Più oggetti gli uomini possiedono, più hanno da temere. Gli oggetti hanno la specialità di impiantarsi nell’anima, per poi dire all’anima che cosa fare”.
Chi tratta oggetti diventa esso stesso un oggetto, cioè investe la sua energia nel solo livello materiale e ci resta agganciato. Di qui la ribellione strisciante delle intolleranze respiratorie e alimentari e il diffondersi di droga e alcool. L’aria o il cibo rappresentano l’informazione, l’identità, il piacere, l’affetto che ti nutre, di cui non puoi fare a meno.
L’oggetto è ‘la percezione ’ in un mondo anestetico, dove si cercano sensazioni forti perché si è perso il sentimento. Ma nel piano dove ti metti, là sarai. Il cibo o la droga è ciò che sei, ciò che ti forma, cibarsi implica scelta, è un’arte che si impara; il cibo è cultura, anche negativa quando è l’alimento ti cerca per divorarti o respingerti.
Ti impasti delle cose con cui ti mescoli e diventi come loro, cominciando dall’energia di tua madre. Se la senti cattiva rifiuterai il cibo, in un’eterna fame insoddisfatta, o il latte o un altro alimento che la rappresenta. Ma puoi anche morire di fame se hai ‘troppa madre ’ che ti schiaccia. Rifiutando il cibo rifiuti la relazione.

Sono passati più di cento anni dall’inizio della psicoanalisi, eppure ancora leggo su un giornale: “La paziente accusa forti dolori al torace ma non ha nulla al cuore; tuttavia i medici la curano per vent’anni con farmaci cardiaci, del tutto inutili perché il cuore è sano; alla fine i medici la lasciano andare con questa diagnosi paradossale: “La signora soffre di ‘morsa del diavolo“. Morsa del diavolo???!!!

L’isterica nelle sue pose convulse, l’anoressica col suo corpo emaciato, che tenta di tornare ad un luogo pre-vita, la depressa caduta nella non-vita, l’obesa che si nasconde in un corpo gonfiato… sono segni… ma il messaggio è sempre lo stesso: “NON CI SONO, FATEMI ESSERE !”
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Prima lezione

masadaweb.org/2009/10/06/masada-n%C2%B0-1003-6-10-2009-jung-1-psicoanalisi-lezione-1/

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[1] Analista junghiana. Leggete di lei lo splendido ‘La lunga attesa dell’angelo’, Raffaello Cortina editore, o, dello stesso editore, ‘Di madre in figlia, storia di una analisi ’.

[2] Analista freudiana, tiene un corso triennale su Freud all’Università di Pavia alla facoltà di Filosofia. Di lei citiamo: ‘Storia della psicoanalisi’, Arnoldo Mondadori Editore, e ‘Il bambino nella psicoanalisi’, Zanichelli Editore.

[3] Grande femminista americana degli anni ’70 del gruppo Women’s Liberation Workschop.

[4] L’anoressica è l’adolescente che rifiuta ossessivamente di nutrirsi; la bulimica invece ha un impulso ossessivo ad assumere cibo che poi rigetta con vomito forzato.

[5] Se il dio delle religioni, il Logos o Verbo, crea dalla materia l’uomo, insufflandogli l’anima che gli dà nome, essenza e valore, la donna malata manca del riconoscimento e del valore che costituisce la sua identità e la sua vita. Essa è materia non nominata, esprimerà dunque nella sola materia il suo disagio di incompiuta non accolta.

[6] La Chiesa riconosce alla donna un’anima solo dopo 1500 e anche allora solo parzialmente. Il riconoscimento della persona avviene solo attribuendole compiti e funzioni, cioè potere. Ove vi sia limite e preclusione in questo, il riconoscimento cade e c’è discriminazione di diritto. L’esclusione della donna segue quella della Grande Dea dal cielo cristiano. Dove la Dea non compare, anche la donna viene emarginata dal mondo che conta.

L’assunzione al cielo di un principio sacro femminile (Assunzione di Maria) avviene solo nel 1950; di contro, le antiche religioni matriarcali avevano sacralizzato l’energia femminile al pari di quella maschile. C’è una caduta rapida dalle ere delle antiche DEE MADRI al mondo moderno governato dal potere maschile anche nel sacro, una degradazione dello spirito lateralizzato, che manifesta la caduta di un valore primario nella psiche dell’uomo, che all’armonio ha sostituito la violenza. Ma, ogni volta che si nega l’autodeterminazione di un essere o di una cultura in nome di valori di parte, si fa decadere il proprio essere o la propria cultura, in nome di un falso principio di identità che si rafforza negando quella altrui.

[7] Aristotele diceva che la donna è un’incubatrice e che il bambino è solo figlio del padre.

[8] Vedi i Talebani afgani o gli integralisti algerini.

[9] Lo chiamò così Bleuler, collega di Jung, indicando la perdita di contatto con la realtà, quando l’energia psichica non riesce a collegarsi con l’esterno. Un’allieva di Freud, Melania Klein, fu tra i primi a studiare l’autismo infantile. Vedi il ‘Diario di Dibbs’ sulla ludoterapia (terapia del gioco) applicata a un bambino autistico in età prescolare. Il vissuto del soggetto si separa dalla realtà, l’io è ripiegato su se stesso, la realtà è inaccettabile e la vita mentale si isola nella propria autonomia. Secondo Freud la libido resterebbe bloccata sull’io anziché trasferirsi sull’ambiente.

[10] Per es. padre indefinito o troppo teso ad una sua realizzazione personale, madre frigida o vanitosa e narcisista, sorella troppo bella o brava… La figlia meno considerata può ricevere il messaggio che ognuno cerca di essere il massimo di ciò che è e ci riesce mentre lei non sa cosa può essere e dunque cerca di non esistere.
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ELENCO LEZIONI Di JUNG 1

Lezione 1: masadaweb.org/2009/10/06/masada-n%C2%B0-1003-6-10-2009-jung-1-psicoanalisi-lezione-1/

Lezione 2: masadaweb.org/2009/10/13/masada-n%C2%B0-1007-13-10-2009-jung-1-lezione-2/

Lezione 3-4: masadaweb.org/2009/10/27/masada-n%C2%B0-1020-27-10-2009-jung-1-psicoanalisi-lezione-3-4/

Lezione 5: masadaweb.org/2009/11/06/masada-n%C2%B0-1025-6-11-2009-jung-1-psicoanalisi-lezione-5-malattie-psicosomatiche/

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http://masadaweb.org

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