Nuovo Masada

febbraio 1, 2017

MASADA n° 1827 1-2-2017 I FALSARI

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MASADA n° 1827 1-2-2017 I FALSARI
Blog di Viviana Vivarelli

1700 miliardi di interessi in 20 anni – 500.000 imprese chiuse per la crisi – Renzi attacca i 5stelle – I media si accaniscono contro la Raggi. Chi ha più panzane ce le metta! I giornali falsari – Abuso di ufficio – Il processo di Renzi per danno erariale – Tutti gli abusi d’ufficio finora perdonati alla Casta – La pessima decisione della Consulta sull’Italicum – Vade retro, porcellinum – Conflitti di interesse: per il Pd non sono mai esistiti – La Consulta elimina il ballottaggio e introduce la lotteria!! – Premi alle schifezze – Il fallimento del Jobs Act – ‘Il tradimento’, di Rampini, e ‘La casta’, di Stella e Rizzo – Film: ‘L’ora legale’ – Recall = La revoca- Critica all’Obamacare- Le accuse di Rigopiano

Carlo Freccero: “Il populismo cresce a causa della cattiva distribuzione della ricchezza e contro il pensiero unico….Abbattere il PD è il problema principale per far rinascere la sinistra”.
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Alessandra Ghisleri, di Euromedia Research:La sinistra rischia di scomparire.”
In effetti ha fatto di tutto per suicidarsi.

Il pensiero ribelle deve costituire oggi il gesto primario contro l’uniformazione globale delle coscienze che si sta registrando nell’orizzonte del nuovo pensiero unico e del falso pluralismo della civiltà occidentale.”
Diego Fusaro
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In Grecia, in Italia e nell’Europa del Sud in genere siamo testimoni di una crisi senza precedenti, che è stata imposta attraverso una dura austerità che ha fatto esplodere a livelli storici la disoccupazione, ha dissolto lo stato sociale e annullato i diritti politici, economici, sociali e sindacali conquistati. Questa crisi distrugge ogni cosa che tocca: la società, l’economia, l’ambiente, gli uomini”.
Lo ha detto Tsipras, uno però che si è arreso a questo regime del terrore, a questa guerra contro i popoli e la democrazia sferrata con le armi della finanza e delle multinazionali, uno che si è dichiarato di sx ma che, come tutta la sx europea, negando la stessa volontà popolare, si è arreso. Renzi addirittura si è prostrato e il Pd, seguendo lo scellerato Napolitano, ha messo un intero partito sotto il tallone di un Padoan che in nome degli interessi superiori di una élite di magnati ha distrutto prima l’Argentina, poi la Grecia e ora sta distruggendo progressivamente l’Italia).

2017, anno orribile per il debito pubblico. In 20 anni abbiamo pagato interessi per 1.700 miliardi

Stando all’Ufficio parlamentare di bilancio, l’Italia è il Paese peggiore per debiti pubblici dell’intera Europa per il 3° anno consecutivo (Governo Renzi). Nel 2017 il Tesoro emetterà titoli di stato per 260 miliardi(dunque farà altri debiti),in più pagheremo interessi sul debito pubblico per ben 47 miliardi, record europeo.
Clemens Fuest, n°1 dell’istituto tedesco Ifo, dichiara “che la BCE chiuderà il programma di acquisti di bond nel marzo del 2017, se l’inflazione risulterà più forte delle attese”. E ci siamo già, visto che nell’intera Eurozona l’inflazione è balzata al record dal 2013 (perché si parla allora di deflazione?).
Per noi, nel 2017, sia il disavanzo in rapporto al Pil (2,3%) sia il debito in rapporto al Pil (132,6%) sono previsti superiori alla media. Nessuno degli altri 18 Paesi presenta rischi di grave non conformità al Patto di stabilità e crescita come noi.
Secondo Mef e Istat, in Italia in 20 anni la spesa per interessi sul debito pubblico ha superato i 1.700 miliardi, un livello mostruoso! Praticamente, un anno di Pil è stato sprecato per pagare gli interessi.
Negli ultimi 20 anni l’Italia è stata l’unico Paese tra i big dell’area euro ad avere sempre un saldo primario positivo (unica eccezione il 2009 sotto il crac finanziario globale e il crollo del Pil). Nemmeno la virtuosa Germania è riuscita a fare meglio di noi ma ovviamente interessi così alti si mangiano tutto l’avanzo primario. Malgrado ciò, nessun Governo ha fatto nulla per ridurre gli sprechi pubblici che sono addirittura aumentati (vd anche il super aereo di Renzi o gli sprechi nella Sanità o il 23 % in più di spese militari).Ora si regalano 20 miliardi a 4 banche sciagurate aumentando il debito pubblico, mentre non si trovano soldi per i terremotati. Da idioti!
E dobbiamo pure onorare una scellerata politica di austerità dell’eurozona che, come rifiuta di considerare il peso dell’Italia coi migranti, così rifiuta, con una disumanità mostruosa, di considerare i terremotati.

500 MILA IMPRESE CHIUSE PER CRISI ECONOMICA
I numeri sono da bollettino di guerra. Oltre mezzo milione sono le aziende che in questi anni hanno abbassato la saracinesca in Italia. Mentre il ministro dell’economia Padoan ci racconta che ci sono migliaia di nuove partite Iva, omettendo di dire che i giovani sono costretti ad attivarle perché nessuno li assume più ed in qualche modo devono “campare”, l’economia reale è in caduta libera.
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Luigi Di Maio
Mi dicono che l’ex Presidente del Consiglio oggi abbia attaccato di nuovo il M5S. Secondo lui siamo colpevoli di aver denunciato per anni i livelli di povertà in Italia e aver proposto anche la soluzione.
Premesso che non sentivamo proprio la sua mancanza, gli ricordo che durante il Governo Renzi la povertà è aumentata. La soluzione proposta dal M5S è il reddito di cittadinanza e costa meno che salvare la banca Monte dei Paschi di Siena. Se l’avesse approvata quando era al Governo, almeno una cosa costituzionale l’avrebbe fatta
.”

Dario Aurilio
Com’è stato possibile portare un Paese, dotato di infrastrutture, di Università, di unicità culinarie, di eccellenze nel design, di un immenso parco archeologico, di una costa incantata dal mare trasparente, ad uno stadio così prossimo al collasso sociale ed economico come quello attuale.
C’è, ci sono dei responsabili, chi pagherà per questo.
Non ditemi che c’è un’unica responsabile ed è Virginia Raggi !
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Ciro. Napoli
La falsità dei giornali insopportabile. Ma quand’è che li denunciate ?
La Stampa, prima pagina: “Raggi: mi imposero le nomine”. (FALSO)
Il Giornale, prima pagina: “Raggi terrorizzata dalle manette”. (FALSO. La custodia cautelare non è prevista per l’abuso e il falso).
Il Messaggero, prima pagina: “Raggi sotto assedio tratta con la Procura il patteggiamento”. (FALSO)
Il Corriere della Sera, prima pagina: “Raggi e la trattativa con i pm”. (FALSO)
Repubblica e Messaggero scrivono che dalla famosa chat emergono “altri due incontri” (oltre a quello già noto) fra Di Maio e Marra. FALSO.
Repubblica cita anonimi “deputati vicini a Fico e Lombardi” che “sibilano” :“La condanna è certa”. (FALSO)
Ansa: “La Raggi nella chat: ‘La Lombardi mi è antipatica e non la sopporto’ ”.(FALSO)
Tutte balle, tutte falsità in prima pagina. Non parliamo di quello che sono stati capaci di dire i lacchè televisivi . Il fatto è gravissimo, non sono solo bufale per i lettori boccaloni, c’è di più . Il messaggio è chiaro: “Andateci giù pesante perché noi dell’establishment vi copriremo, anzi stiamo già anticipando la porcata giudiziaria”. Siamo tornati ai tempi dell’innocente da ardere in piazza accusandola di essere una strega pur di mantenere il potere e sopprimere la volontà popolare. Siamo al medioevo più buio e oppressivo. Il dato davvero preoccupante sono gli italiani che ancora comprano questi giornali e guardano queste TV spazzatura, a cui si dovrebbe togliere il saluto da tempo.

Emanuele Esposito
La Repubblica: proprietario De Benedetti quello che si è fregato 600 milioni da MPS.
Il Messaggero: proprietario Caltagirone, il noto costruttore palazzinaro romano, quello che sperava di arricchirsi ancora di più con le Olimpiadi.
Il Giornale: proprietario Angelini, il re delle cliniche romane.
Il Corriere della Sera – fa parte del gruppo RCS la cui proprietà a nota a tutti (Berlusconi e C.)
La Stampa di Torino di notoria e limpida correttezza informativa tanto da essere soprannominata: ‘La Bugiarda’.
Tutti percepiscono finanziamenti pubblici e favori dal Governo.
Basta o dobbiamo aggiungere altro ?
Siamo alla calunnia più sporca.

ABUSO DI UFFICIO
L’abuso di ufficio è un reato difficilissimo da individuare per cui la pena non scatta mai.
In quanto alla Raggi può nominare chi le pare, visto che è il sindaco e ciò rientra nelle sue prerogative.
In genere l’abuso di ufficio scatta quando un pubblico ufficiale dà una nomina pubblica a un parente, un socio, un amante, un intimo amico, creando un danno ad altre persone.
La nomina di Renato Marra non nasce nemmeno dalla Raggi e il nominato non le è nemmeno parente o socio.
Perché allora non è stata punita la Guidi che aveva favorito il suo amante?
O la Boschi che ha fatto leggi a favore della banca del padre?
O Sala che ha fatto assessore al Bilancio direttamente il suo socio in affari?
O la Cancellieri, per le telefonate in cui perorava la scarcerazione della figlia di Ligresti, datore di lavoro di suo figlio?
O De Luca che tratta i fondi regionali al Comune di Salerno con l’assessore al Bilancio Roberto De Luca, suo figlio?
O Errani che dette un milione di fondi pubblici al fratello per una cantina sociale mai nata?
O Renzi che ha fatto leggi per favorire il padre o quando era sindaco ha avvantaggiato l’amico Marco Carrai, che, mentre gli metteva a disposizione un appartamento gratis in centro città, fu nominato capo di Firenze Parcheggi e Aeroporto?

L’ABUSO DI UFFICIO DI RENZI

Vorrei ricordare che Renzi, quando era Presidente della Provincia di Firenze, assunse 4 dipendenti di cui la Provincia non aveva bisogno che non erano nemmeno laureati come la legge chiedeva ma furono pagati lautamente come lo fossero. Le assunzioni erano chiaramente clientelari. Del resto tutte le nomine che Renzi ha fatto hanno beneficiato amici o amici degli amici. Nel 2011 la Corte dei Conti condannò Renzi in 1° grado per danno erariale di 6 milioni. Dopo la condanna, la Madia fece una legge ad personam che depenalizzò il reato e troncò il processo. I giudici non vollero riconoscere che l’annullamento del processo fosse dovuto a una legge ad personam (come faceva B) e dettero strane motivazioni. Dissero che “Renzi era assolto perché non in grado di percepire le illegittimità del proprio operato”, cioè aveva agito in buona fede “non essendo un addetto ai lavori”. Dunque Renzi, pur essendo laureato in legge, si era fidato di altri più esperti di lui. Vorrei ricordare un principio fondamentale del diritto che dice: “Ignorantia legis non excusat”, cioè se infrangi la legge, devi essere punito anche se non la conosci. E che, se dovesse passare questo principio del “Sono innocente perché non sono un addetto ai lavori e dunque non conosco la legge” dovesse passare, non ci sarebbero più reati in Italia. Provate voi a violare qualche legge e a dire poi che siete innocenti perché non la conoscevate.
Nel processo per danno erariale di Firenze, gli indagati furono 30, i condannati 21 ma Renzi non fu punito e contestò pesantemente la procura contabile dicendo che aveva fatto: «Una ricostruzione fantasiosa e originale». (!)
L’indagine nacque da una denuncia anonima sull’assunzione del caro amico Marco Carrai,“uomo-ombra” del renzismo, all’epoca ventinovenne, che fu sistemato nella segreteria del Presidente anche se senza laurea. I giudici dissero che la nomina di Carrai non era illegittima, ma intanto le indagini fecero emergere altri 4 contratti irregolari. Renzi se la cavò con una multa di 50.000 €, dando la colpa ai funzionari della Provincia dicendo: “Non si tratta di amici (falso) e parenti ed è difficile accettare l’idea che siano gli amministratori e non i funzionari i responsabili di eventuali errori tecnici”.
Poi, come si è visto, ha continuato sulla stessa linea col Cerchio magico, creando ministri non laureati e continuando a nominare amici, fregandosene del merito o delle competenze, fino al nuovo Ministro dell’Istruzione Valeria Fedeli che ha pure dichiarato il falso su una laurea inesistente. Del resto di Ministri senza laurea ne abbiamo avuti parecchi: Poletti, la Lorenzin, Orlando, la Fedeli, Rutelli, D’Alema, Matteoli, Veltroni, Bossi, Meloni, Livia Turco.. e non sono laureati Salvini, Di Maio, Gasparri, la Biancofiore, la Brambilla, Razzi..ma si vede che, mentre a un impiegato di quart’ordine si chiede una fedina pena pulita e magari una laurea, per i ministri si va a tarallucci e vino e chi è più prepotente ha sempre ragione.
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Harry Haller
Esemplare vicenda che dimostra ancora una volta che nel Bel Paese la Legge non è uguale per tutti: “L’Espresso”, per aver scritto che lo studio legale della moglie di Alfano, ha ricevuto incarichi milionari di consulenza dalla Consap, è stato condannato a risarcire la moglie del tale (il cui fratello, con laurea triennale in Economia ottenuta alla bella età di 34 anni, è stato assunto alle Poste con la bella retribuzione di 200.000 euro annui) per la cifra di 10.000 Euro; Tribunale sentenziante: quello di Palermo…..

Honhill
‘Ad Atene la crisi ha triplicato il numero dei senzatetto’. ‘A Palermo, cercasi 15 lustrascarpe a stipendio fisso: mandano il curriculum anche molti laureati’. Questa è l’Ue. Questo è un prodotto radical-chic. Questa è la porta dell’inferno che l’élite ha spalancato alla media borghesia. Salvo poi a chiamare populismo il fremito di ribellione che comincia a venire fuori dalle urne. Ma così, tanto per cercare di capire, se i Trump e le Le Pen sono il peggio che sale a galla a causa dello sgretolamento di questa catena governativa in cui finora da ‘Sx’ ha governato il mondo, come definire i dem che questo disastro hanno sostenuto?

VADE RETRO PORCELLINUM
Marco Travaglio

“Lo so, al solo sentir nominare la legge elettorale la prima reazione è lo sbadiglio e la seconda è il letargo. A furia di apparecchiare boiate e porcate a getto continuo, i partiti hanno ottenuto questo bel risultato: prenderci per sfinimento seminando rassegnazione e indifferenza sulla legge fondamentale per la democrazia, che dovrebbe consentirci di mandare in Parlamento chi vogliamo noi e non chi decidono lorsignori. Intendiamoci: nessun sistema elettorale garantisce agli elettori l’assoluto potere di scelta. Il proporzionale che regnò nella Prima Repubblica fino al 1994 consentiva ai capibastone di comprare e scambiare voti per far eleggere chi volevano loro. Il Mattarellum riproduceva quel sistema nel 25% della quota proporzionale, mentre nel 75% maggioritario con collegi uninominali consentiva ai capipartito di paracadutare chi volevano far eleggere nelle circoscrizioni “sicure”, giocando sulla prevedibilità del voto in molte zone d’Italia (quelle “rosse” nel Centro-Italia, quelle “forzaleghiste” al Nord e così via). Ma in molti collegi il voto era imprevedibile, e anche in quelli prevedibili non erano escluse le sorprese (a Torino, nella “rossa” Mirafiori, nel ’94 il forzista Meluzzi batté il pds Chiamparino).
– Da prevedibile, il risultato divenne matematicamente certo nel 2006 con il Porcellum, che consegnò a 4-5 leader il potere di vita o di morte sugli eletti grazie alle liste bloccate: l’elettore andava alle urne a barrare il simbolo del partito, ma i parlamentari erano già stati decisi prima, nelle segrete stanze, al momento di compilare le liste (chi era nei primi posti era eletto di sicuro, senza nemmeno disturbarsi a far campagna elettorale per raccogliere consensi; chi era in fondo, anche se popolarissimo, non aveva alcuna chance). Quella sconcezza durò fino al gennaio 2014, quando la Consulta svuotò il Porcellum, comprese le liste bloccate, e diede vita a colpi di bisturi al “Consultellum”: un proporzionale puro a preferenza unica, il sistema più rispettoso del diritto dei cittadini a scegliersi i propri rappresentanti (al netto dei voti comprati o scambiati, si capisce). Poi arrivò l’Italicum, che riconsegnava ai capipartito il potere di nominarsi i deputati più fedeli e di escludere quelli liberi (la legge valeva solo per la Camera, nella speranza che al referendum costituzionale gli elettori abolissero le elezioni del Senato). Il partito più votato al primo turno (se superava il 40%) o al secondo (se vinceva il ballottaggio), portava a casa 340 deputati su 630, di cui 100 erano capilista bloccati.
– Cioè non eletti con le preferenze, ma nominati dai leader piazzandoli al primo posto in ciascuno dei 100 collegi. Tutti gli altri partiti, dal secondo in giù, avrebbero portato a Montecitorio quasi solo capilista bloccati (260) e pochissimi eletti (una trentina). Totale dei nominati: circa 360 su 630 (il 60%). Più, ovviamente, tutti i Senatori, che la “riforma” Boschi faceva nominare ai Consigli regionali. Il 4 dicembre gli italiani han detto no ai Senatori nominati e sì al Senato elettivo (col Consultellum). E ora la Consulta ha bocciato l’Italicum per la Camera, ma non in tutte le parti platealmente illegittime in base alla sua sentenza sul Porcellum: via il ballottaggio tra liste senza soglia (unico al mondo), restano sia i capilista bloccati sia le pluricandidature (con un comico sorteggio per decidere in quale dei 10 collegi risulterà eletto il pluricandidato). Una doppia negazione del sacrosanto diritto degli elettori – sancito dalla stessa Consulta nel 2014 – di scegliersi i propri rappresentanti. 1) Ai capilista bloccati non si può dare la preferenza, dunque andranno a Montecitorio anche se nessun elettore li avrebbe mai votati. 2) Se io voto il partito X che si presenta col capolista bloccato Tizio, a sua volta piazzato in altri nove collegi, io so che Tizio approderà alla Camera in automatico, all’insaputa degli elettori; ma non so se il mio voto al partito X porterà alla sua elezione o se invece il sorteggio lo farà passare in uno degli altri collegi, propiziando nel mio l’elezione del candidato Caio con più preferenze.
– Il risultato, come abbiamo documentato ieri, è devastante: col Porcellinum della Consulta, i deputati nominati saranno ancor più di quelli dell’Italicum: il premio del 40% non scatterà mai, così si ridurranno i deputati del primo partito e aumenteranno quelli degli altri. In base ai sondaggi che li danno appaiati al 30%, M5S e Pd avranno circa 200 deputati ciascuno (100 capilista bloccati e 100 eletti con le preferenze) e gli altri si spartiranno i restanti 230 (quasi tutti capilista bloccati). Così i nominati, dai 360 dell’Italicum, saliranno alla cifra ancor più spaventosa di circa 450 (dal 60 al 75%). Ora, poche balle: tutti i leader che tuonavano giustamente contro i nominati dell’Italicum e della “riforma” Boschi – e cioè Grillo, Bersani, Salvini e Meloni – devono essere coerenti:[…] mentre chiedono legittimamente di votare al più presto, non possono sostenere che la legge uscita dalla Consulta va bene così solo perché tecnicamente consente il voto. Devono sfidare Renzi su una battaglia di civiltà e democrazia (fra l’altro popolarissima) che passa attraverso due ritocchi, approvabili in poche settimane, al Porcellinum: abolire i capilista bloccati (e dunque pure le multicandidature e la lotteria) ed estendere il sistema della Camera al Senato. Così ogni cittadino saprà che ne sarà del suo voto e ogni lista dovrà candidare i migliori, non i più servi.
Se Grillo, Bersani, Salvini e Meloni non lo faranno, sapremo che non solo Renzi e B., ma anche i loro oppositori preferiscono nominarsi anche il prossimo Parlamento invece di farlo eleggere da noi. E ci regoleremo di conseguenza.

CONFLITTI DI INTERESSI: PER IL RENZISMO NON SONO MAI ESISTITI
Gianni Barbacetto

Si scandalizzano soltanto per Roma. Sulla Boschi che legifera per salvare la banca del padre o Sala che nomina assessore il socio mai un’obiezione.
Il conflitto d’interessi? È stato il tormentone di vent’anni di vita politica italiana, in cui si è parlato molto degli incroci incestuosi tra incarichi pubblici e affari privati, contemplando una montagna su cui era seduto un imprenditore, padrone della tv in Italia, che si era fatto anche politico e capo del Governo. Molte parole e pochi fatti, tanto che stiamo ancora aspettando una legge che lo regoli davvero, il conflitto d’interessi. Ma ora un topolino sguscia via dal Campidoglio e annuncia che il problema è risolto, addirittura per via giudiziaria, senza neppur bisogno di interventi legislativi, grazie a un sapiente utilizzo di sponda del codice penale: alla sindaca di Roma, Virginia Raggi, sono stati contestati i reati di falso e abuso d’ufficio perché ha nominato Renato Marra capo del dipartimento turismo del Comune; “in concorso” con Raffaele Marra, fratello del primo, dunque in evidente conflitto d’interessi nel suggerire la nomina. Il conflitto d’interessi medesimo diventa dunque materia penale.
Ci permettiamo di ricordare allora altri casi in cui la carambola giudiziaria potrebbe essere ripetuta, per risolvere come d’incanto i conflitti che vedono aggrovigliati fratello e fratello, padre e figlio, figlia e padre, fidanzato e fidanzata, in un coacervo armonioso di affari, parentele e politica. Maria Elena Boschi entrava e usciva dal Consiglio dei ministri, quando si doveva prendere decisioni sulle banche, visto che aveva un padre, Pierluigi Boschi, vicePresidente di Banca Etruria e un fratello, Emanuele, dipendente dell’istituto. Più netto il comportamento di Vincenzo De Luca, governatore della Campania e per oltre vent’anni sindaco-sceriffo di Salerno: lui non si vergogna, rivendica. Non solo il voto di scambio e le fritture di pesce, ma anche le investiture dinastiche. Così il figlio Roberto, 32 anni, è stato chiamato dal sindaco di Salerno, fedelissimo di papà, a fare l’assessore con la più pesante delle deleghe, quella al bilancio. Stesso assessorato, a Milano, concesso dal sindaco Giuseppe Sala al suo socio in affari: Roberto Tasca è un professionista stimato con studio a Milano e cattedra a Bologna, ma è anche socio del sindaco in Kenergy, una società che produce energia elettrica e Sala aveva “dimenticato” di dichiarare ai cittadini nella sua autocertificazione giurata del febbraio 2015. Il sindaco di Milano ha anche un altro problema che proprio oggi sarà affrontato dal Tribunale civile di Milano: potrebbe decadere da sindaco perché ineleggibile. È quanto sostengono due esposti presentati da cittadini milanesi, i quali argomentano così: Sala è stato commissario di Governo per Expo e anzi lo è ancora, perché il Governo non ha mai formalizzato le sue dimissioni e perché lo stesso Sala ha firmato atti della società Expo in date successive alle dimissioni. L’articolo 60 del Tuel (il Testo unico enti locali) dice che non puoi fare il sindaco dove hai fatto il commissario di Governo, se non hai dato le dimissioni per tempo: è anche questa una forma di protezione dei cittadini da possibili conflitti d’interessi. Ma a decidere sarà il giudice. Non soci, ma parenti, per il ministro Angelino Alfano e l’ex ministra Federica Guidi. Angelino, com’è noto, ha un fratello che si chiama Alessandro. L’operazione “Labirinto” della Procura di Roma ha beccato il faccendiere Raffaele Pizza a tessere relazioni “ad altissimo livello”. Tra queste, l’assunzione in una società delle Poste del fratello di Angelino. Federica Guidi almeno si è dimessa da ministro (come fece anche Maurizio Lupi per via del Rolex regalato al figlio Luca): nessun rilievo penale, ma forte imbarazzo politico, per aver comunicato in anteprima al suo compagno Gianluca Gemelli – lo prova un’intercettazione – un emendamento alla legge di stabilità che favoriva suoi interessi imprenditoriali. “E anche Maria Elena è d’accordo”, diceva al telefono Federica, riferendosi a Boschi. Nessuna conseguenza penale neppure per Vasco Errani, uscito pulito dal processo per aver favorito, da Presidente della Regione Emilia Romagna, il fratello Giovanni su cui nel 2006 era piovuto un finanziamento regionale da 1 milione di euro concesso alla cooperativa Terremerse. Quanto all’ex Presidente del Consiglio Matteo Renzi, ha scambi sia con gli amici, sia con i parenti. A Marco Carrai quando è sindaco di Firenze dà cariche pubbliche e riceve in uso una casa sulle rive dell’Arno e generosi finanziamenti per le sue avventure politiche. Cariche in Provincia e in Comune anche per Andrea Bacci, costruttore, gentile ristrutturatore della villa toscana di Matteo, socio di suo padre Tiziano e negli ultimi giorni bersaglio di misteriose e inquietanti pistolettate.
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Piazzato anche il cugino di Letta. Lavora alla Camera dei Deputati come vicesegretario generale. Guadagna ogni anno 305.000 euro.

Le ultime parole famose. Renzi: “Italicum, da qui a 5 anni sarà copiato da mezza Europa!”
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LA CONSULTA RISCRIVE L’ITALICUM
Il ballottaggio non c’è più, la lotteria sì

Antonella Mascali

Se profundis per l’Italicum. La Corte elimina il secondo turno, ma promuove il premio di maggioranza per chi supera il 40%; sì alle pluri-candidature, però il collegio di elezione verrà estratto a sorte.
Resta, invece, il (gigantesco e antidemocratico) premio di maggioranza al primo turno per la lista che raggiunge il 40% dei voti (eventi mai accaduto in tutta la storia della Repubblica). Dunque, in poco meno di due mesi è tramontato il grande progetto di Renzi di dare amplissimi poteri di controllo al Governo. Il 4 dicembre è finita al macero la riforma costituzionale per volere degli elettori e, ieri, la Consulta ha svuotato la legge elettorale, approvata a colpi di fiducia nel 2015. La decisione lascia in uso una legge elettorale, perché, costituzionalmente, il Parlamento deve sempre poter essere sciolto e ai cittadini va garantito il diritto di votare. E i giudici lo specificano: “All’esito della sentenza, la legge elettorale è suscettibile di immediata applicazione”.
Già nel 2014 la Corte aveva bocciato un’altra legge elettorale applicata per tre tornate elettorali, il Porcellum, ma il Parlamento non ha tratto alcun insegnamento da quella sentenza che aveva dato indicazioni chiare, per esempio, sul dover rispettare il principio di rappresentanza, che non può essere (eccessivamente) sacrificato a favore di quello di governabilità. La Corte ha deciso per l’incostituzionalità del ballottaggio previsto senza soglia d’accesso e senza un minimo di voti da raggiungere al secondo turno per ottenere un premio di maggioranza addirittura di 340 seggi. Sarebbe potuto accadere, in sostanza, che una lista minoritaria avrebbe potuto fare l’asso pigliatutto e decidere il Governo del Paese. Sicuramente c’è invece bisogno di un approfondimento, che verrà dalle motivazioni, per capire il criterio della scelta dei giudici di accogliere, in versione minimalista, un altro punto sollevato dagli stessi tribunali: quello sulle pluricandidature (fino a 10 collegi) dei capilista bloccati che potevano scegliersi il collegio di elezione. Per la Corte sembra che sia sufficiente che dopo il voto la scelta non sia lasciata all’interessato, ma affidata a un sorteggio (previsto dal testo unico del 1957, ma praticamente mai applicato) per garantire il voto “libero e uguale”. Di certo, resta una larga fetta di nominati e la Corte, in teoria, avrebbe potuto eliminare i capilista bloccati. Ma è proprio sulla loro presenza (e sulle multicandidature) che c’è stata la discussione più animata tra i giudici, in queste settimane e nelle oltre 5 ore di “giro di tavolo”, la Camera di consiglio a porte chiuse. La mediazione è stata quella di impedire ai capilista bloccati di decidere i secondi eletti, vietando loro di scegliersi il collegio. L’Italicum svuotato sarà applicabile alla Camera mentre al Senato resta il Consultellum, cioè la legge nata dalle ceneri del Porcellum raso al suolo dalla Corte. Per Palazzo Madama nessun premio di maggioranza e soglie di sbarramento diverse. Quella prevista per la Camera, infatti, è su base nazionale: il 3%. Al Senato, invece, su base regionale, abbiamo tre soglie: il 20% per le coalizioni, l’8% per i partiti che corrono da soli e il 3% per i partiti all’interno di coalizioni .

Ma perché dopo che questa sentenza è stata attesa per mesi, ora dobbiamo aspettare un altro mese per conoscerne le motivazioni? Va bene che quelli della Consulta sono vecchi e i vecchi vanno piano. Ma non saranno anche rincoglioniti?

GLI ANTI PREMI DI PADELLARO

Nomination agli Oscar per il peggiore sistema elettorale dopo le decisioni della Corte costituzionale sull’Italicum.

-Premio ‘Faccia di bronzo’ a Lorenzo Guerini, vicesegretario del Pd che ha dichiarato soddisfatto: “La Consulta ha mantenuto l’impianto dell’Italicum”. Ma anche premio speciale ‘Sprezzo del ridicolo’ tenuto conto che la sentenza ha raso al suolo il ballottaggio con superpremio, cuore della legge voluta da Matteo Renzi, quella che “tutto il mondo ci avrebbe copiato” poiché la sera stessa del voto avremmo avuto il Governo e bla bla.
A questo punto attese dichiarazioni positive di Guerini sull’impianto di gioco del Palermo e del Pescara ultime in classifica e sull’impianto creditizio di Banca Etruria.

-Premio ‘No tu No’ al Movimento di Beppe Grillo che secondo i sondaggi con l’Italicum di renziana memoria avrebbe vinto tutti i ballottaggi, sia col Pd che con il cdx. Con il sistema appena riformato, invece, l’ipotesi di un avvento del M5S a Palazzo Chigi non sembra così imminente anche se il Fondatore e Garante, pur privato del ballottaggio sostiene di poter puntare al 40 % e al relativo premio di maggioranza. (Premio ‘Non è vero ma ci credo’).

-Premio ‘Suicidio assistito’. Al Presidente del Consiglio Paolo Gentiloni nel caso volesse agevolare il proclama: “Al voto subito” prontamente lanciato (vedi Premio ‘Qui lo dico e qui lo nego’) dal segretario Renzi e dai suoi accoliti. Infatti solo il Pd può staccare la spina al Governo fotocopia del Giglio Magico. Anche se:
1) Come è noto esistono tanti Pd e non è certissimo, per esempio, che i vari Bersani, Speranza e Cuperlo muoiano dalla voglia di favorire il reuccio di Rignano nella sua immediata riconquista dello scettro.
2) Neppure è assodato che il pur mite Gentiloni si faccia trattare come un precario qualsiasi accontentandosi di qualche voucher e di un calcio nel sedere (Premio ‘Quanto è buono lei’).

-Premio ‘Cubo di Rubik’ al Presidente Sergio Mattarella per avere escogitato la formula: si andrà al voto anticipato soltanto in presenza di sistemi elettorali armonici tra Camera e Senato. Un rompicapo pressoché irrisolvibile non essendoci mai stata nella storia Repubblicana alcuna armonia elettorale tra i due rami del Parlamento. Un forte stimolo ai partiti perché si diano da fare e la smettano di farsi dettare le leggi dai giudici? O un sadico espediente del perfido capo dello Stato per arrivare con il Governo Gentiloni alla fine della legislatura o giù di lì (Premio ‘Coniglio Mannaro’)?

-Premio ‘Qui lo dico e qui lo nego’ ai deputati e Senatori di tutti i gruppi che a parole si augurano elezioni ad aprile, ma che in cuor loro sperano di superare almeno la soglia di settembre 2017 quando scatteranno i vitalizi. A eccezione dei parlamentari forzisti e centristi che senza se e senza ma dichiarano: hic manebimus optime.

-Premio ‘A volte ritornano’ a Pier Ferdinando Casini, Angelino Alfano, Denis Verdini e a tutti i cespugli centristi che con il nuovo sistema proporzionale uscito dalla Consulta potranno recuperare l’antica funzione di aghi della bilancia aspirando così a far parte di qualche quadripartito o pentapartito (Premio ‘Un Sottosegretario ti allunga la vita’).

-Premio ‘Erdogan&Putin’ a tutti i leader dei partiti che continueranno a riempire il Parlamento di nominati a proprio piacimento sulla base di un semplice criterio: obbedienza pronta, cieca e assoluta.

IL FALLIMENTO DEL JOBS ACT

La Consulta non ha accettato il referendum sul Jobs act che resta una delle riforme peggiori di Renzi. Quella dove mostra il suo neoliberismo sfrenato e distruttivo. E’ il suo flop più costoso che è costato per il primo anno alle casse statali 6 miliardi per poco più di 100.000 posti di lavoro. 60.000 euro ogni posto di lavoro. Ma alcuni dicono di più.
Doveva aumentare l’occupazione, dando sgravi fiscali alle imprese. Finiti gli incentivi, sono crollate le assunzioni. Dunque è stato un fallimento, un atto inefficace e pure controproducente per la crescita dell’occupazione.
Ha introdotto contratti a tutele crescenti accompagnati da ingenti sgravi contributivi alle imprese per la ‘stabilizzazione’ dei contratti di lavoro. Nei fatti, ha reso le condizioni di lavoro ancora più precarie, sia per l’introduzione del contratto a tutele crescenti che non stabilizza il rapporto di lavoro ma rende solo più difficile e costoso il licenziamento al crescere di un’anzianità di servizio mai raggiunta, sia per l’abolizione dell’art. 18 dello Statuto dei Lavoratori. In più, contro gli obiettivi dichiarati, ha aumentato il divario tra lavoratori assunti con veri contratti a tempo indeterminato e lavoratori assunti con contratti a tutele crescenti cioè fasulli.
Le imprese hanno sfruttato l’occasione di avere meno tasse poi sono passate a contratti sempre più precari. Un vero spreco di risorse pubbliche. Finiti i vantaggi si è caduti in una situazione peggiore di prima. Il tasso di disoccupazione è tornato al 12%, 2 punti percentuali in più rispetto alla media europea, con tutto che si considera ‘occupato’ persino chi ha un solo vaucher la settimana; 30 euro al mese!! . Si sono ridotti gli inattivi, ma non è un buon segno. Non è vero che se c’è più forza-lavoro c’è più occupazione. La riduzione degli inattivi può non essere un segno di vitalità del mercato: in fasi recessive e di caduta della domanda di lavoro si riducono i salari reali, per cui la famiglia per andare avanti spinge al lavoro altri componenti. Dunque la riduzione degli inattivi dice l’impoverimento dei lavoratori occupati e l’erosione dei risparmi delle famiglie.
Siamo in una spirale perversa dove scende la domanda di beni come la domanda di lavoro e dunque scendono salari e consumi e peggiorano le condizioni di tutti meno pochissimi privilegiati. L’effetto peggiore è stata l’estensione smisurata dei vaucher, verosimilmente 134 milioni venduti nel 2016. Ma i dati totali sugli utilizzatori dei voucher continuano a restare inaccessibili perché 102 grosse imprese sopra i mille dipendenti che vi fanno ampio ricorso non presentano i dati. Abrogare i voucher e rimettere le tutele del lavoro assassinate da Renzi e dal Pd è una questione di democrazia e civiltà. Cacciare i responsabili del peggioramento del Paese un atto di salvaguardia necessario.
I buoni lavoro, già presenti nella Legge Biagi, dovevano pagare lavoretti occasionali, spesso relativi a lavoro nero, come lavori domestici saltuari, badanti ecc. Il lavoro con voucher non configura un contratto di lavoro, quindi non dà al lavoratore diritto a ferie, maternità…è una lesione del diritto del lavoro, è come sdoganare una piccola parte del lavoro nero, legittimandolo per legge.
Coi vaucher sono stati pagati 700 mila lavoratori a fronte di 25mila nel 2008, e l’aumento prosegue in modo smisurato, per un importo complessivo stimato intorno agli 800 milioni di euro.
Il Governo stesso ammette che occorre regolamentare meglio i vaucher per impedire gli abusi, ma continua anche a dire falsamente che sono utili per far emergere il lavoro nero. Questa scusa è falsa visto che il lavoro nero è aumentato (dati ISTAT) malgrado i vaucher, per cui l’argomento non sta proprio in piedi. I vaucher dicono che aumentano i lavoratori disposti a lavorare nelle condizioni peggiori, il che spinge i datori di lavoro a un gioco al ribasso, peggiorando le condizioni di lavoro di tutti. Insomma vaucher e Jobs Act sono una sciagura italiana.

Mentre Renzi ha sdoganato parte del lavoro nero legittimandolo con quella schifezza che sono i vaucher, che privano il lavoratore di ogni diritto spingendo il datore di lavoro al ribasso, e mentre Renzi sprecava miliardi di denaro pubblico in mancette elettorali che non miglioravano le condizioni del Paese, creando 100.000 posti di lavoro ‘fasulli’ che sono spariti non appena sono cessati gli sgravi fiscali, il M5S, nel suo piccolo di 127 parlamentari italiani più 17 parlamentari europei, ha creato 9.600 posti di lavoro ‘reali’, finanziando le piccole e medie imprese con la cessione di parte degli stipendi.
E mentre Renzi, Calenda e la banda del Pd firmavano TTIP, CETA e MES Cina, fregandosene se poi l’economia italiana sarebbe andata a rotoli schiacciata dalle grandi multinazionali straniere, solo il M5S si interessava alla sorte delle piccole e medie imprese che costituiscono il 99% dell’economia italiana e si interessava di precari, vaucherizzati e disoccupati.

ALDO ANTONELLI
Sto leggendo l’ultimo libro di Federico Rampini: IL TRADIMENTO e a pagina 132/133 leggo:
«Non possiamo demandare al funzionamento dei mercati la creazione di una società equa perché i mercati non hanno coscienza, non hanno morale, non sanno distinguere tra ciò che è giusto e ciò che non lo è. I mercati sono una struttura che disciplina le economie, non la società. Se li lasciamo agire come meccanismo operativo della società, tratteranno anche la vita umana come una merce».
(Sergio Marchionne il 27 agosto 2016 parlando all’Università Luiss di Roma)
Rampini commenta:
«Marchionne mostra scarsa cultura economica e giuridica quando dice che il mercato “disciplina l’economia”. Il mercato è una costruzione storica, complessa e sofisticata, una sedimentazione di istituzioni e di regole fatte dagli uomini. Chi stabilisce, per esempio, le regole assurde che consentono alla Fca di Marchionne il privilegio di scegliersi una sede fiscale diversa a piacimento, per pagare meno tasse? Chi stabilisce che lo stesso privilegio non spetta al cittadino del ceto medio, che non può lavorare in Italia e arbitrariamente fissare la propria residenza fiscale a Montecarlo o alle Bahama? Lo stabiliscono delle leggi proposte da governi, votate da Parlamenti, su sollecitazione e pressione dei poteri forti. Non “il mercato”».

LA CASTA
Alessandro Gilioli

Il 2017 celebra, tra i suoi anniversari, i dieci anni di un libro che ha segnato il dibattito politico italiano a qualsiasi livello, dal Parlamento ai social network: “La Casta”, di Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo, oltre un milione di copie vendute, dozzine di spin off e di tentativi d’imitazione. Il successo del libro di Stella e Rizzo fu una tempesta perfetta. Alla completezza del lavoro svolto dai due giornalisti si aggiunsero infatti altri fattori esterni che contribuirono alla sua esplosione.
Fra questi, almeno due vanno citati: primo, la crisi economica che dì lì a pochissimo avrebbe gravemente peggiorato le condizioni di vita del ceto medio; secondo, la legge elettorale entrata in vigore l’anno prima, che aveva l’effetto (e forse lo scopo) di rinchiudere la classe politica in una roccaforte di cooptazioni e nomine reciproche.
In altre parole, mentre usciva “La Casta” l’Italia diventava più povera, i giovani più precari e le partite Iva più tartassate, mentre le banche iniziavano a centellinare il credito ai piccoli imprenditori per riservarlo solo ai giganti dei salotti buoni; contemporaneamente, il Palazzo – con le sue liste bloccate che solo molti anni dopo sarebbero state bocciate dalla Consulta – pensava a proteggere se stesso, chiudeva i canali di collegamento con la cittadinanza, scavava un solco tra sé e il Paese.
Alla pubblicazione del libro – e dato il suo straordinario boom diffusionale – seguì la nascita di un genere giornalistico altrettanto di successo, che rivelava ogni tipo di privilegio, prebenda, spreco e immunità del ceto politico: dal menù dei Senatori fino ai voli blu dei ministri al Gran Premio, dai vitalizi degli ex parlamentari ai rimborsi-monstre dei consiglieri regionali.
La nascita del M5S fu, non a caso, contestuale a quest’ondata di risentimento nei confronti di quello che veniva ormai vissuto come un circolo chiuso di super privilegiati, i politici, occupati a proteggere se stessi: e anche il primo V-Day di Beppe Grillo è del 2007 (all’inizio di settembre). Ma se a incassare il maggior dividendo politico della rabbia anti Casta furono fin dall’inizio i 5stelle, anche nel Pd c’era chi faceva sua la stessa battaglia, almeno negli intenti dichiarati: era la corrente dei futuri rottamatori, nata attorno al gruppo de iMille sempre nello stesso periodo, tra il 2007 e il 2008. Lo stesso Renzi, ancora nel 2013, si opponeva alla candidatura di Anna Finocchiaro al Quirinale perché la senatrice usava «la scorta come carrello umano» all’Ikea, promettendo che lui invece la coda di auto blindate non l’avrebbe mai avuta perché «mi protegge la gente» (febbraio 2014); e uno dei suoi primi gesti da premier fu mettere all’asta 170 auto blu su eBay. Perfino nel recente referendum costituzionale, il renzismo ha puntato sul sentimento anti Casta caratterizzando la comunicazione per il Sì con slogan come «tagliare le poltrone» e «ridurre i costi della politica».
Dieci anni dopo, però, è cambiato qualcosa – e anche il fallimentare esito di quella campagna ce lo suggerisce.
Non tanto nei confronti dei politici, la cui reputazione continua a essere bassa, quanto nel significato del termine “Casta”. A cui si sono non a caso affiancati, nel lessico del dibattito politico, altri vocaboli come «élite» ed «establishment». Che non indicano necessariamente chi occupa una carica istituzionale, ma più in generale le classi dirigenti.
Oggi come Casta, insomma, s’intende sempre di più un’entità mista, qualcosa che somiglia a una rete di collegamento tra parte della politica, dell’economia pubblica e privata, della finanza e anche delle fasce di benessere economico non toccate – anzi, spesso favorite – da questi anni di crisi. In un’accezione più larga, quanti abitano nei primi municipi delle metropoli, isole circondate da un colore diverso quando si va ad analizzare come si è votato, vuoi per il sindaco vuoi al referendum. I “salvati”, insomma, in un Paese di “sommersi”.
È cambiata la Casta, quindi. O quanto meno il suo percepito. I politici ne fanno ancora parte, ma non ne sono più esclusivisti. Anzi, spesso vengono visti solo come interlocutori complici e “riceventi ordini” di poteri che stanno altrove rispetto ai Palazzi.
Rischia di essere tuttavia ingenuo concluderne che questo sia il segno di un ritorno a una lotta di classe bidimensionale, ai “poveri” contro i “ricchi”. Perché le categorie contrapposte al cosiddetto establishment sono molteplici, molecolari e assai più sfocate, una volta spariti i vecchi blocchi sociali.
Quindi lo stesso concetto di Casta assume, sempre nel percepito, risvolti e sfumature ulteriori: per i fattorini della “gig economy” (due euro a consegna) è Casta anche il metalmeccanico con diritto alle ferie e tredicesima; per la partita Iva a 600 euro al mese (quando non si ammala) è Casta anche il docente di liceo che porta a casa il doppio (e ha diritto ad ammalare); per l’under 30 che non vedrà mai la pensione, è Casta lo zio che a 65 anni incassa regolarmente il suo assegno di riposo.
Quella che il sociologo Emanuele Farragina ha chiamato “la maggioranza invisibile” è insomma una galassia composita e sfrangiata, che vede come Casta anche chi sta appena un gradino sopra e talvolta disprezza chi sta appena un gradino sotto (di solito: gli immigrati o gli zingari, i paria del nostro tempo).
Tutto questo ci riporta al significato originale del termine “Casta”: un sistema fondato su scalini successivi. In cui nessuno può realisticamente ambire al grado superiore (il famoso ascensore sociale bloccato). E in cui le parcellizzazioni di condizioni e interessi nei gradini mediobassi e bassi impedisce che si sviluppino forme di solidarietà e coesione contro chi sta sulla punta, come invece avveniva ai tempi della lotta di classe duale o semiduale del Novecento.
In fondo Stella e Rizzo avevano azzeccato anche il titolo, con quel riferimento all’ordine gerarchico dell’India antica. Dieci anni dopo, l’unica variazione potrebbe essere passare dal singolare al plurale. Vale a dire che la Casta non è più solo quella dei politici, ma un’élite intrecciata. Sotto la quale ci sono poi altre percezioni Castali reciproche: quelle in cui sono o si sentono rinchiusi tanti pezzi diversi della società in lotta tra loro per la sopravvivenza.
E per questo incapaci di spezzare l’organigramma, di mettere in discussione la piramide.

paologs
Renzi non ha perso il referendum, ma ha vinto perché, secondo lui in caso di elezioni avrebbe il 40 % dei voti. (Grancazzata, sarebbe quello che vorrebbe il Bomba-cazzaro). Chi gli avrà commissionato questo “lavoretto”?
Poi si scaglia ripetutamente e sconsideratamente in più servizi contro Virginia Raggi:
perché lei è contro le olimpiadi
Perché ha problemi psichici
perche non sa un cazzo (sa sempre solo e tutto lui)
Perché onesta , ma eteroditetta da Grillo e Casaleggio
Per i palazzi del nuovo stadio
Stesse precise frasi usate nella strategia ribalta-verità PDdiota, (Che sono sempre contro tutto a prescidere dei m5s. Sperano di poter fare rinunciare a Virginia Raggi il suo mandato, facendo manovre, pressioni di ogni genere sui prg televisivi della Rai golpizzata, ultimamente anche su Presa Diretta.(Dimostrano così i PDdioti evidente immaturita polica e non rispetto della democrazia. Pur di danneggiare Raggi e l’mmagine dei m5s non si fanno scupoli di danneggiare Roma e l’Italia. Tanto peggio, tanto meglio. Renzi-Cazzaro è congelato ma per proseguire il suo disegno ci pensano i suoi uomini (i renziani=PDdioti).)
Questo “stinco di santo”, lo Sgarbone nazionale, è anche stato condannato una volta per Truffa Aggravata continua ai danni dello stato (assenteismo), e altre numerose volte per Diffamzione (specialità nella quale eccelle e lucra) .
Solamente in Italia (il Paese dei Pulcinella) uno così può essere celebrato e riverito. Apprezzato cane da guardia dei regimi
Tutte le Condanne del prezzolato raffinato “critico-maîtres à penser” lancia.sterco-sò.tutto.io=tu.non.sai.un.cazzo:

Laura Agea, Efdd – M5S Europa
Questa Europa non ha futuro. Basta guardare i dati della disoccupazione giovanile per capire che il fallimento è vicino: in tutti i 28 Paesi membri 1 giovane su 4 non ha un lavoro, in Grecia e Spagna addirittura 1 su 2. In Italia la disoccupazione giovanile è quasi al 40%. I giovani sono il futuro. Una società senza loro non ha futuro.
Le colpe sono tutte di politiche che hanno trasformato gli uomini in numeri e la vita dei cittadini in pura contabilità. La cosa che fa più rabbia è la mancanza di autocritica. Davanti a questo disastro che porta il nome di deflazione, stagnazione, disoccupazione galoppante, delocalizzazione delle imprese, disparità sociali, l’Unione europea continua a produrre le stesse politiche suicide. L’ultima relazione discussa al Parlamento europeo sul “Pilastro europeo dei diritti sociali” propone l’allungamento dell’età pensionabile e il rinnovo di Garanzia Giovani che, così come è organizzata, è solo un’occasione mancata, l’ennesima presa in giro per cittadini sempre più umiliati e poveri. Il gruppo Efdd – M5S è al Parlamento europeo con i suoi portavoce per difendere i cittadini tartassati dalle politiche di austerity. Per il M5S le regole di bilancio non vengono MAI prima dei diritti delle persone!

Laura Agea nella plenaria di Strasburgo

“Nel 2015, il Presidente Juncker parlava di introdurre un Pilastro dei Diritti Sociali per proteggere i lavoratori Europei. La Commissione puntava il dito contro certi “cambiamenti epocali del mercato del lavoro” e citava il crescente “bisogno di flessibilità” nelle condizioni di impiego. Mi dispiace informarvi che non si tratta di “cambiamenti piovuti dal cielo”: sono le riforme incoraggiate dalla Commissione che hanno fatto a pezzi il mercato del lavoro di questo continente. Riforme imposte agli italiani da governi vicini alla Commissione: il Governo Monti e il Governo Renzi. Come quelle imposte ai greci dalla inquietante alleanza tra Commissione e Fondo Monetario.
Chi lavora nell’Europa di oggi non ha più nessuna garanzia contrattuale e nessuna protezione. Ma la responsabilità è di quella Commissione che si finge ora “presa alla sprovvista” dai “cambiamenti mondiali” e punta meschinamente il dito verso la crisi globale come “causa di tutti i mali”. NO! Non è la crisi del 2008 che ha smantellato i vecchi contratti: sono state le vostre politiche neo-liberiste, finalizzate a trasformare l’Uomo in numeri e la Vita dei Cittadini in pura Contabilità.
Quelle politiche neo-liberiste che ora ci volete imporre, spacciandole come “inevitabili”, politiche che erano nel cassetto da molto tempo e mancava solo il “momento giusto” per attuare “misure straordinarie” in “tempi straordinari”. Diciamo la verità: non vi interessa proteggere i lavoratori europei. E ce lo dite pure in faccia. E’ scritto, nero su bianco, nelle Comunicazioni della Commissione: l’obiettivo finale del Pilastro non è salvare le persone, ma permettere la costruzione di un’Unione Economica e Monetaria più profonda. La Vita Umana sottomessa alle esigenze della Grande Finanza: sarà forse un caso che mentre la Commissione avviava le “consultazioni” per il Pilastro Sociale, il Fondo Monetario Internazionale annunciava che le persone “vivono troppo a lungo” e devono morire prima? Si, è proprio questo quanto affermava Christine Lagarde nel marzo 2016: chiedendo poi ai governi di applicare politiche di “cambiamento radicale” per evitare che la lunga vita delle persone comprometta la stabilità finanziaria.
Dietro agli “effetti speciali” del vostro Pilastro si nasconde in realtà l’intento di seguire proprio gli inquietanti consigli del Fondo Monetario. Ma se, invece, le vostre intenzioni sono genuine, vi chiedo allora di farci capire con chiarezza quali saranno le azioni concrete di questo famoso Pilastro. In cosa consisterà, al di là dei mille “documenti di lavoro”, delle mille “comunicazioni”, delle mille “strategie”, questo Pilastro Sociale? Lo chiedo, Signori della Commissione, perché vedo con disappunto che i Venti Principi su cui si fonderà il Pilastro parlano nuovamente di Garanzia Giovani!!! Ma è su questo che volete fondare la futura strategia per combattere la disoccupazione? Garanzia Giovani, uno strumento vecchio e arrugginito che ha già dimostrato di non essere all’altezza della crisi??
Parlate poi continuamente di allungare l’età pensionabile per adattarla all’allungamento dell’aspettativa di vita: ma lo sapete che milioni di cittadini non si curano più perché non possono permettersi cure mediche? Che sono milioni ormai a non potersi permettere un’alimentazione sufficiente? Di quale allungamento della vita state parlando, quando 120 milioni di europei combattono per sopravvivere?
Signori della Commissione, mi auguro che Garanzia Giovani e l’allungamento delle pensioni non siano le sole “bacchette magiche” che avete in serbo per il Continente europeo. Mi rammarico solo che la relazione del Parlamento, molto positiva in altri aspetti, non prenda sufficientemente le distanze dalle macchinazioni economiche che la Commissione vuole iniettare nel Pilastro”.

TRUMP
Il Presidente degli Stati Donald Trump ha appena firmato nello Studio Ovale tre ordini esecutivi, tra cui quello in cui gli Stati Uniti si ritirano dal proposto Tpp, l’accordo commerciale Trans-Pacifico, come promesso in campagna elettorale. Si tratta tuttavia di una formalità visto che il Tpp non era stato ancora ratificato al Senato.

Napolitano 800.000 euro l’anno
Fabio Fazio: 2 milioni di euro l’anno
Simona Ventura: 800 mila euro per fare la naufraga a“L’isola dei famosi”
Carlo Conti: 550 mila euro
la Littizzetto 150 mila + i 20 mila euro a puntata
Claudio Bisio: per fare il giudice di Italia’s Got Talent 200 mila euro a puntata
Alessia Marcuzzi: 90 mila euro a puntata per l’Isola dei famosi
Bonolis: 40mila euro a puntata che Paolo percepiva per Avanti un altro
La Clerici di 2 milioni di euro a stagione
Massimo Giletti: 400 mila euro l’anno
Che siano della RAi o di Mediaset, questi compensi restano indecenti e ovviamente si sostengono tra loro.
Poi ci vengono a dire che per i terremotati mancano i soldi!

I tetti di spesa ci sono ma alla RAI li hanno dribblati con un trucchetto per superare i 240.000 euro : la legge non vale per gli enti che sono quotati in Borsa e la RAI lo è
I big, come Fincantieri ed Eni, aggirano il tetto agli stipendi d’oro perché sono quotati in Borsa.”
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Secondo l’avvocatura dello Stato non si poteva valutare se l’Italicum ha arrecato o meno ai cittadini visto che non era ancora entrata in vigore. “Il mio barbiere – racconta Acquarone – mi ha chiesto: Dunque, se si fa una legge sulla pena capitale, per sapere se è costituzionale bisogna prima aspettare che sia applicata la pena di morte e poi, una volta che il condannato è morto, decidere se era o no costituzionale ucciderlo? Mi pare un ottimo esempio”.
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MATTI DA LEGALE
Marco Travaglio

Un bel giorno, in un Paesino della Sicilia, capita che il sindaco ridens e corrotto Patanè venga portato via dalla Finanza per una sfilza di reati contro la Pubblica amministrazione (ma anche per abigeato) alla vigilia delle elezioni. Così vince l’altro candidato, dato per sconfitto: quello onesto, che predica legalità e – incredibile a dirsi – la pratica pure: da cittadino e da sindaco. Sulle prime, i cittadini che avevano sempre votato dall’altra parte (“Vota Patanè senza chiederti perché”), saltano sul carro del vincitore (“Io non salgo sul carro: io lo guido”), inneggiando al “cambiamento”, all’“onestà”, alle “regole”. Poi le regole, queste sconosciute, cominciano a sperimentarle sulla propria pelle: basta parcheggi in quadrupla fila o nelle zone riservate ai disabili (ovviamente falsi), basta evasione fiscale (anche per il bed&breakfast del parroco), basta voti scambiati per posti di lavoro o buste della spesa o concessioni edilizie, basta negozi e bancarelle senza licenza, basta rifiuti gettati in strada, basta favori ai parenti del sindaco, basta assenteismo negli uffici pubblici (intere legioni di forestali imboscati spediti a lavorare per la prima volta in vita loro), basta fabbriche inquinanti (a costo di perdere il lavoro), basta villette abusive sul mare.
In poco tempo il vento gira e, da popolarissimo e osannatissimo, il sindaco onesto diventa il nemico pubblico numero uno: “Ma questa onestà, a noi, quanto ci viene a costare?”. Quando i carabinieri arrestano un ristoratore col locale abusivo sulla spiaggia, quello urla alla moglie: “Chiama i carabinieri!”. I vigili urbani, mai visti prima per le strade e scambiati per marziani (quando un carro attrezzi rimuove le auto in divieto, c’è chi pensa a un’astronave), si vergognano di multare i contravventori e chiedono scusa, per poi mettersi alla guida della rivolta contro il sindaco: “È colpa dei parenti, ci dovevano avvertire che quello era onesto veramente!”. “Questo virus dell’onestà va fermato prima che si espanda in tutta Italia”, dice un sinistro “uomo dello Stato” sceso da Roma per aizzare la gente, pappa e ciccia col piccolo establishment del Paese: il parroco, il boss, i funzionari comunali. Fallite le minacce mafiose per far dimettere il sindaco, si cerca uno scheletro nel suo armadio per screditarlo o ricattarlo: invano. E allora, siccome le prove a suo carico non si trovano, si provvede a fabbricarle. Il film L’ora legale di Ficarra e Picone, che ha sbancato i botteghini nel weekend, è tutto qui: divertente, paradossale, satirico, amaro, istruttivo. Si ride molto e si pensa anche di più.
In scala, è il miglior modo per spiegare perché 25 anni fa Mani Pulite partì col vento in poppa e poi, nel giro di due anni, divenne così impopolare da innescare il riflusso che portò alla vittoria di Berlusconi, votato dagli stessi che fino a pochi mesi prima inneggiavano a Di Pietro e a tutto il pool di Milano. Cos’era accaduto? Che dai piani alti della politica, dell’impresa e della finanza, i pm abbassavano il tiro sull’illegalità diffusa, spicciola, quotidiana che accomuna non una ristretta élite di ladroni, ma un vastissimo sottobosco di ladruncoli e furbastri. La svolta fu segnata da due indagini: quella sulle mazzette alla Guardia di Finanza, pagate non solo dai grandi imprenditori ai generali, ma anche dai medi e piccoli evasori e abusivi ai marescialli; e quella sui sottufficiali del distretto militare che esentavano i raccomandati dalla naja. Fu allora che si comprese che ce n’era per tutti, anzi non ce n’era più per nessuno: meglio revocare il mandato a quei pm che si stavano allargando troppo e chissà chi si credevano di essere. Perché va bene la legalità, ma senza esagerare. E, possibilmente, in casa d’altri. Il bello de L’ora legale è proprio questo: è un film semplice, ma per nulla facile. Non liscia il pelo agli spettatori con tirate moralistiche e autoconsolatorie sui potenti cattivi: fa il contropelo a tutti, in alto e in basso, nella migliore tradizione della commedia all’italiana (impossibile non pensare a Il vigile di Zampa, con Sordi e De Sica). Chi lo vede non può non riconoscersi almeno un po’ in uno dei personaggi e non mettersi in discussione. Perciò il boom del film è un piccolo grande fatto politico.
L’altra sera, fuori da un multisala torinese, una signora commentava con l’amica: “Sembra la storia di Virginia Raggi a Roma. Prima la votano in massa perché non ruba e non vuole sprecare soldi con le Olimpiadi; poi, quando mantiene la promessa e dice no alla candidatura olimpica, le saltano tutti addosso. E quelli di prima, con gli armadi pieni di scheletri, le tasche piene di soldi e gli occhi pieni di travi, cominciano a cercarle qualche pagliuzza. E, se non la trovano, se la inventano per coprirla di denunce, farla indagare e poter dire che è come gli altri”.
Ecco: se c’è ancora qualche politico o analista che vuole capire l’Italia del 2017 al di là degli slogan e degli anatemi sul populismo, sul giustizialismo, sul grillismo, corra a vedere L’ora legale, guardi le reazioni del pubblico e ascolti i commenti all’uscita. Scoprirà tanti cittadini, perlopiù giovani, che vogliono cambiare le cose. Meno forsennati rispetto a 25 anni fa, e anche a 10 (il 2007, anno de La Casta di Stella & Rizzo, e del primo VDay di Grillo). Più disincantati per le troppe illusioni divenute disillusioni. Meno disposti a fidarsi di qualcuno per delegargli in bianco il proprio futuro. Ma forse più vogliosi di fare qualcosa in prima persona, da protagonisti. Anche a costo di pagare un prezzo.
“Cari concittadini che pretendete il cambiamento, voi siete disposti a cambiare?”, domanda il sindaco onesto alla folla che lo contesta. Molti, in sala, rispondono sì. Ma, quando escono dal cinema, con chi ne parlano?

IL RECALL = LA REVOCA

La Costituzione vieta il vincolo di mandato con gli elettori. Questo per i 5stelle è sbagliato.
Nei fatti non esiste alcun mandato tra eletto e elettori, ma esiste un fortissimo vincolo di mandato che lega ogni parlamentare o assessore o consigliere a chi lo ha nominato,che può cacciarlo, come un padrone licenzia un sottoposto. Non c’è un mandato verso il basso, c’è un mandato fortissimo verso l’alto.
Il M5S vuole eliminare proprio questa dipendenza ristabilendo il mandato con gli elettori. Il 1° sistema è un’oligarchia, il 2°è una democrazia.
Il recall esiste in 6 cantoni svizzeri, nella Provincia canadese della Columbia Britannica, in Venezuela e in molti Stati USA.
Anche Ainis lo difende: è la possibilità per i cittadini di revocare una carica a un eletto se ritengono che il mandato non venga svolto correttamente. La procedura esisteva già nella democrazia ateniese ma è sconosciuta in Italia.
In Europa è diffusa l’idea che l’operato degli eletti debba essere giudicato dagli elettori solo alla scadenza del mandato, con il voto: chi ha operato male non sarà rieletto. Questo però non ci mette al riparo da ruberie, scandali e dissesti economici di chi governa mentre è al potere, senza contare che con i listini bloccati fatti dai partiti, anche i condannati possono essere candidati. In Italia, anche di fronte ad accuse circostanziate, chi ricopre una carica pubblica spesso non si assume le proprie responsabilità, nemmeno di fronte all’evidenza di un reato grave. Inoltre vige il principio che si vada ritenuti “innocenti fino a sentenza definitiva”, cioè, sarebbe meglio dire, finché la prescrizione non blocchi il processo. Il recall sanerebbe questi abusi.
Il caso più eclatante di rimozione per recall fu quello del governatore della California Gray Davis, cacciato nel 2003 perché giudicato responsabile del dissesto finanziario del più ricco stato d’America. In Wisconsin, il repubblicano Scott Walker è stato il 1° governatore a sopravvivere a una procedura di recall avviata dai sindacati come risposta a una serie di provvedimenti antisindacali. Per dare un’idea dell’ampiezza del fenomeno altrove, ricordiamo che nel 2011 negli USA i recall sono stati 150.

TRUMP SMANTELLA L’OBAMACARE

Oggi tutti sono contro Trump. Ma c’è una gigantesca rimozione del passato. Trump vuole costruire un muro verso il Messico. Qualcuno può ricordarsi che lo iniziò Clinton? Trump vuole respingere gli islamici? Ma la stessa cosa fu il cavallo di battaglia dei primi sei mesi di Clinton. Tutti attaccano Trump perché smantella il programma sanitario di Obama? Vediamo come stanno le cose,
La sanità è stata un punto forte dei programmi di Obama e di Trump. Ma il famoso Obamacare era proprio uno dei punti più odiati del programma di Obama. Occorre sventare questa balla del buon Obama che ha esteso a tutti le cure sanitarie sennò non si fa che avallare delle emerite bufale. L’errore è dovuto al fatto che continuiamo a pensare alla sanità in termini italiani di gratuità, ma in USA le cose sono ben diverse e più costose. L’Obamacare è stato un grosso fallimento attaccato proprio da quelli che doveva proteggere. Non prevedeva una assistenza sanitaria gratuita ma girava in modo diverso le assicurazioni private e alla fine non è piaciuta al 56% degli americani. I premi erano saliti alle stelle in tutti gli Stati, con una media nazionale di quasi il 25%, con alcuni che subivano aumenti dei tassi fino al 70%. Le assicurazioni avevano livellato al rialzo i prezzi delle polizze per contrastare i 3 principi della Obamacare per cui ogni cittadino doveva dotarsi di un’assicurazione sanitaria, pena il pagamento di una multa. Nessun ente assicurativo poteva rifiutarsi di stipulare una copertura a causa dei trascorsi clinici o delle attuali condizioni di salute di un dato paziente. Infine, lo stato federale si impegnava a garantire sussidi legati agli stipendi per contribuire all’acquisto di una copertura sanitaria, così da permetterla anche ai meno abbienti ma questi non hanno funzionato. Obama disse che il suo piano di salute avrebbe tagliato il costo dei premi di famiglia fino a 2.500 dollari l’anno e invece, i premi erano aumentati di quasi 5mila dollari. I piani giudicati al di sotto degli standard minimi consentiti erano stati sostituiti da coperture più ampie ma anche più costose. I sussidi sparivano appena il reddito saliva anche di poco. Insomma alla fine si sono lamentati tutti.
La ricetta di Trump sulla sanità si basa proprio sull’abrogazione e sostituzione dell’Obamacare in luogo di una liberalizzazione tout court accompagnata da una defiscalizzazione delle polizze. La proposta è quella di consentire alle persone di acquistare l’assicurazione in tutti i 50 stati. Il sistema prevede poi l’utilizzo degli Health Savings Accounts (HSA), attraverso i quali ogni cittadino versa parte dei suoi risparmi (una sorta di libretto), che saranno a loro volta disponibili per gli eredi. Trump sollecita anche una revisione delle opzioni base del Medicaid (e la revisione del finanziamento federale che dovrà essere fisso agli Stati, che così avranno libertà di creare i loro programmi). Punta poi sulla trasparenza assoluta dei dati relativi alla sanità (medici – ospedali – procedure – esami). Per quanto riguarda i farmaci, propone di poi rimuovere le barriere all’ingresso di farmaci dall’estero.

RIGOPIANO, LE DOMANDE DA NON FARE NON PASSARE DA SCIACALLI
LUISELLA COSTAMAGNA

Sono schifata.
Abbiamo di fronte una grande tragedia: 14 vittime accertate, 15 dispersi (l’ultimo, il rifugiato senegalese che lavorava nell’hotel Rigopiano, inserito nella lista con 4 giorni di ritardo: fantasma anche tra i dispersi) e più passano le ore, più si affievoliscono le speranze di trovarli ancora vivi.
Abbiamo di fronte documenti inquietanti, tutta una serie di ritardi, inefficienze, allarmi inascoltati gravissimi.
Eppure chi si azzarda a fare domande, chi si permette di dire “Forse ci sono delle responsabilità”, “Forse questa tragedia poteva essere evitata”, è bollato come “sciacallo”, il Capo della Protezione Civile Fabrizio Curcio dice: “Chi accusa i soccorsi attacca il Sistema Paese” e il premier Paolo Gentiloni, domenica da Fazio, continua a parlare di “evento eccezionale”, “non bisogna cercare vendette, capri espiatori”. Ma quali vendette? Quali capri espiatori?
Qui le uniche vittime innocenti sono quelle dell’hotel e le loro famiglie. Qui si tratta di accertare eventuali responsabilità. Qui si tratta di capire se qualcuno ha sbagliato (come sta facendo la Procura di Pescara, che indaga per disastro e omicidio plurimo colposo); e se qualcuno ha sbagliato, deve pagare. Questo dovrebbero dire autorità e informazione serie, non zittire chi si interroga. Per le vittime, i loro famigliari – che infatti cominciano a dire: “Sono stati uccisi” – e i soccorritori che, incessantemente e con coraggio (visto il rischio di nuove valanghe sulle loro teste), continuano a scavare per salvare vite umane.
E’ vero, c’è stata una concomitanza straordinaria, tragica, tra uno sciame sismico mai visto prima, una nevicata altrettanto eccezionale (la più intensa degli ultimi 45 anni) e un vento forte. Ma:
1) se il terremoto non si può prevedere, il maltempo sì. E allora perché l’allerta meteo neve e valanghe, a 4 su 5 nella zona del Gran Sasso, lanciata già lunedì è rimasta inascoltata? Perché non sono scattati subito gli ordini di evacuazione e l’hotel non è stato sgomberato, prima che le strade diventassero impraticabili?
2) Perché la mail inviata dall’amministratore dell’hotel alle 7 del mattino della sciagura, a Prefettura e Provincia di Pescara, Polizia Provinciale e sindaco di Farindola, per chiedere un intervento – dato che la situazione era preoccupante, i clienti erano “terrorizzati” per le scosse, ma non potevano andare via perché le strade erano bloccate – è rimasta lettera morta?
3) Perché la Provincia di Pescara annunciava nel suo sito in pompa magna, già il 4 gennaio: “Piano Neve, tutto pronto”, quando non era pronto affatto e la ricerca della turbina spazzaneve è cominciata solo quella mattina; poi la turbina era rotta e allora se n’è cercata un’altra, ma era nell’aquilano e quando finalmente è stata messa in moto è rimasta senza gasolio e si è dovuto rifornirla con le taniche trasportate a piedi? E prima dello spazzaneve è arrivata la valanga.
4) Perché l’allarme lanciato dopo, tra le 17.45 e le 18, dal ristoratore Quintino Marcella a tutte le autorità, non solo non è stato creduto, ma pure ridicolizzato e una donna della sala operativa della Protezione Civile della Prefettura di Pescara (è stata identificata?) gli ha risposto: “E’ una bufala. Abbiamo verificato ed è tutto a posto. Sarà uno scherzo fatto col telefonino del cuoco”? E qualcuno l’ha pure minacciato di denuncia per procurato allarme.
5) Perché i soccorsi sono scattati solo 2 ore dopo quelle telefonate, alle 20? E sono riusciti ad arrivare all’hotel solo alle 4.40 del mattino dopo, 11 ore dopo la valanga.
6) E quell’hotel poteva stare lì? E’ vero, il processo per abusivismo edilizio si è concluso con l’assoluzione perché il fatto non sussiste e poi è scattata la prescrizione, ma la mappa geomorfologica della Regione Abruzzo dice che quel resort è stato costruito sui detriti di passate frane e valanghe, quindi in una zona geologicamente inadatta: chi ha dato le autorizzazioni? Quando cominceremo a fare prevenzione?
7) E quanto hanno pesato, sull’inefficienza e i ritardi dei soccorsi, anche le riforme fatte male? Come la presunta abolizione delle Province, visto che continuano a esistere solo per i costi ma non per far funzionare le cose, e se prima erano loro a sovrintendere alle funzioni della Protezione Civile e alla manutenzione delle strade, ora non si sa più chi debba fare cosa: 5 mezzi spazzaneve della Provincia di Chieti sarebbero rimasti fermi perché nessuno era in grado di guidarli. E l’abolizione del Corpo Forestale dello Stato, soppresso a settembre per la riforma Madia? 3 elicotteri del CF di Rieti non si sono potuti alzati in volo perché non si è ancora deciso se affidare i mezzi ai carabinieri (che hanno assorbito i forestali) o ai Vigili del Fuoco.
Insomma: ok l’evento straordinario, ma la classica domanda “Questa tragedia si poteva evitare?” (o almeno rendere meno grave) non solo ce la dobbiamo porre, ma dobbiamo pretendere risposte, si devono accertare eventuali responsabilità. Ripeto: per le vittime, i loro famigliari e i soccorritori che tanto si sono spesi e si stanno spendendo per loro.

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