Nuovo Masada

gennaio 27, 2017

MASADA n° 1826 26-1-2017 IL RITORNO DEI RENZI-VIVENTI

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MASADA n° 1826 26-1-2017 IL RITORNO DEI RENZI-VIVENTI
Blog di Viviana Vivarelli

Populismo- Renzi, morto che parla- La globalizzazione ha concentrato la ricchezza in pochissime mani – Cosa vuol fare Varoufakis – I buchi di Renzi – Otto supermiliardari hanno una ricchezza pari ai beni di metà del mondo – E sette italiani hanno il 30% della ricchezza totale italiana – Glocal e global – Le truffe delle auto. Delrio difende la ‘sovranità’ italiana – Zagrebelsky: politici maggiordomi della finanza, hanno il terrore delle urne- Occorre una agenda – Ma che democrazia è se il popolo non conta più nulla? – Chi era Zigmunt Bauman – Cosa chiede di fare per i migranti il M5S

Sogno un Paese dove il governo trova in 24 ore 20 miliardi per le vittime del terremoto e istituisce un sms solidale per salvare MPS“.
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Definizione di populismo nell’enciclopedia britannica: “Un programma politico o movimento che cura gli interessi delle persone comuni, in opposizione a quelli delle élite. Il populismo di solito presenta elementi di sx e di dx e si oppone alle grandi imprese e agli interessi finanziari. Tuttavia spesso può essere ostile anche ai partiti cosiddetti socialisti e alle istituzioni”.
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Definizione di populismo
Valigia blu: “Quasi tutti i nuovi partiti nati negli ultimi 25 anni, in Italia e fuori, sono associati al termine populismo. Populista è FI, la Lega Nord o il M5S così come Podemos in Spagna, lo UKIP in Gran Bretagna, o Alternative für Deutschland in Germania. Partiti differenti, di dx e di sx, sono oramai etichettati con questo nome. Populisti, sembrerebbe, solo per il fatto di essere nuovi e diversi rispetto ai partiti eredi degli apparati ideologici di matrice ottocentesca e novecentesca, come il PD in Italia, la CDU e la SPD in Germania, il PP e il PSOE in Spagna”.

Per lo scienziato politico olandese Cas Mudde il populismo è “Una ideologia dal cuore sottile, la quale considera la società essenzialmente divisa in due gruppi omogenei, le persone oneste contro le elite corrotte e che ritiene che la politica debba essere un’espressione della volontà generale del popolo”.

Chomsky ci dà un’ottima definizione di populismo: “Populismo significa appellarsi alla popolazione. Chi detiene il potere vuole che il popolo sia tenuto lontano dalla gestione degli affari pubblici. Invece il popolo dovrebbe essere partecipe e non spettatore”.

Se per populismo si intende una concezione della politica che persegue il bene comune, difende i diritti dei cittadini e vuole allargare la democrazia, dando la priorità agli interessi della gente anziché a quelli ristretti di una esigua casta di privilegiati, la cosa non è solo positiva, ma ha un nome preciso, si chiama “democrazia”.
Il tentativo di chi regge il potere è, invece, quello di far passare l’idea che qualsiasi difesa degli interessi della gente sia purtroppo illusoria e utopica, perché in contrasto con la dura realtà economica e le sue immodificabili leggi liberiste che solo poche persone possono conoscere e gestire. Insomma chi rivendica maggiore democrazia avrebbe una pia quanto infantile posizione da “anima bella”, a fronte di una coriacea realtà con cui invece occorre confrontarsi in modo maturo.

Viviana
Aumentano le espressione di simpatia tra Renzi e B, sapendo che entrambi hanno solo da guadagnare in un progressivo avvicinamento, mentre il M5S resta il grande nemico di entrambi. Il tripolarismo è pericoloso e apre scenari inquietanti. Può essere sventato solo riportando i giochi a un bipolarismo di comodo. Con l’esodo di molti di sx dal Pd e la transumanza di una fiumana di elettori di FI che si sono spostati verso Renzi, è diventata chiara la necessità di una fusione tra i due schieramenti e procedono le manovre per il Patto del Nazareno 2. Ma sui blog i troll renzioti insistono a dire ipocritamente che è il M5S a essere infiltrato di elementi della dx negando ogni evidenza. Ora è arrivata dalla Consulta anche la correzione dell’Italicum eliminando il ballottaggio e riammettendo le coalizioni, così il passaggio alla grande ammucchiata del cdx Renzi-B è cosa fatta.
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roberto cesare
A questo punto mi sfugge il motivo per cui un elettore di cx dovrebbe votare B

Cobra89
A me sfugge il motivo per cui CHIUNQUE dovrebbe votare per Renzi..

SOLO UN VIGLIACCO SCAPPA
Paolo De Gregorio

Renzi dichiara a Repubblica: “una sconfitta pesante, ma ho pensato che solo un vigliacco scappa nei momenti di difficoltà”. Camerun che è sparito dalla circolazione per aver perso il Referendum sulla Brexit è un vigliacco?
Ma non è forse vigliaccheria non mantenere la parola di ritirarsi dalla politica in caso di sconfitta?
Non si illuda Renzi di potersi risollevare dalla sua sconfitta. Qualunque cosa possa dire non avrà alcun peso, risulterà ridicola in quanto espressa da un mentitore abituale.
Quanto al suo ruolo di segretario del PD, non credo che il Congresso lo riconfermerà nella carica senza provocare una scissione, avvenimento che ridimensionerebbe le sue velleità di leader che si ostina a volersi definire di “sx”.
Per ora si diletta a eterodirigere il governo Gentiloni (detto anche Renzi bis), ma anche qui potrà trovare qualche sorpresa, qualche disobbediente che, pur di fargli le scarpe, governerà decentemente fino a fine legislatura col miraggio del vitalizio sullo sfondo.

RENZI, MORTO CHE PARLA
Bruno p

Renzi è nel sarcofago politico,ma i media come gli egiziani lo tendono in vita interpretando una sua improbabile opinione,come se contasse ancora qualcosa se mai ha contato qualcosa nel passato.
E così si mette in evidenza il fatto che l’ex Presidente del consiglio difende a spada tratta generale e sottosegretario coinvolti nell’inchiesta riguardante le forniture della Consip, come se il suo giudizio potesse ancora influenzare le scelte degli Italiani o mostrare l’esistenza politica di una guida dell’agonizzante partito democratico.
Il sipario è calato e da tempo ma i media non se ne sono accorti continuando ad interpretare la farsa di una politica basata sui partiti e i loro leader, come la testardaggine di voler resuscitare un altro ex Presidente del consiglio perché ormai la scena è vuota.
E’ finita un’epoca ma loro continuano ad aggrapparsi al passato perché nel futuro non c’è più spazio per la loro metodologia basata sulla contrapposizione politica e la rappresentanza del leader ologramma.
Non si sono accorti che le persone si stanno riappropriando della propria vita non più filtrata dalle tonnellate di farcitura mediatica di opinionisti politicizzati o showman ai tv spazzatura dove scappa la lacrimuccia per i terremotati o per i barboni assiderati.
La realtà e la verità non fanno guadagnare perché il cinepanettone non fa più ridere.
Chiudete gli occhi e rilassatevi non esistono terzi e quarti poteri basta la verità per sconfiggere l’intero sistema ma bisogna considerarla come un nostro diritto

LA GLOBALIZZAZIONE HA CONCENTRATO LA RICCHEZZA IN POCHISSIME MANI
Da Repubblica

Il rapporto Oxfam: colpa di miliardari e multinazionali. In Italia in sette hanno i beni del 30% della popolazione
di BARBARA ARDU’

A furia di deregulation e libero mercato, viviamo in un mondo dove più che l’uomo conta il profitto, dove gli otto super miliardari censiti da Forbes, detengono la stessa ricchezza che è riuscita a mettere insieme la metà della popolazione più povera del globo: 3,6 miliardi di persone. E non stupisce visto che l’1% ha accumulato nel 2016 quanto si ritrova in tasca il restante 99%. È la dura critica al neoliberismo che arriva da Oxfam, una delle più antiche società di beneficenza con sede a Londra, ma anche una sfida lanciata ai Grandi della Terra, che domani si incontreranno a Davos per il World Economic Forum.
I dati del Rapporto 2016, dal titolo significativo, “Un’economia per il 99%” (la percentuale di popolazione che si spartisce le briciole), raccontano che sono le multinazionali e i super ricchi ad alimentare le diseguaglianze, attraverso elusione e evasione fiscale, massimizzazione dei profitti e compressione dei salari. Ma non è tutto. Grandi corporation e miliardari usano il potere politico per farsi scrivere leggi su misura, attraverso quello che Oxfam chiama capitalismo clientelare.
E l’Italia non fa eccezione. I primi 7 miliardari italiani possiedono quanto il 30% dei più poveri. «La novità di quest’anno è che la diseguaglianza non accenna a diminuire, anzi continua a crescere, sia in termini di ricchezza che di reddito», spiega Elisa Bacciotti, direttrice delle campagne di Oxfam Italia. Nella Penisola il 20% più ricco ha in tasca il 69,05% della ricchezza, un altro 20% ne controlla il 17,6%, lasciando al 60% più povero il 13,3%. O più semplicemente la ricchezza dell’1% più ricco è 70 volte la ricchezza del 30% più povero.
Ma Oxfam non punta il dito solo sulla differenza tra i patrimoni di alcuni e i risparmi, piccoli o grandi, dei tanti. Le differenze si sentono anche sul reddito, che ormai sale solo per gli strati più alti della popolazione. Perché mentre un tempo l’aumento della produttività si traduceva in un aumento salariale, oggi, e da tempo, non è più così. Il legame tra crescita e benessere è svanito. La ricchezza si ferma solo ai piani alti.
Accade ovunque, Italia compresa. Gli ultimi dati Eurostat confermano che i livelli delle retribuzioni non solo non ricompensano in modo adeguato gli sforzi dei lavoratori, ma sono sempre più insufficienti a garantire il minimo indispensabile alle famiglie. E per l’Italia va anche peggio, essendo sotto di due punti alla media Ue. Quasi la metà dell’incremento degli ultimi anni, il 45%, è arrivato solo al 20% più ricco degli italiani. E solo il 10% più facoltoso dei concittadini è riuscito a far salire le proprie retribuzioni in modo decisivo.
Non ci si deve stupire dunque se ben il 76% degli intervistati – secondo il sondaggio fatto da Oxfam per l’Italia – è convinto che la principale diseguaglianza si manifesti nel livello del reddito. E l’80%, una maggioranza bulgara, considera prioritarie e urgenti misure per contrastarla. Ai governi Oxfam chiede di fermare sia la corsa al ribasso sui diritti dei lavoratori, sia le politiche fiscali volte ad attirare le multinazionali. Oppure nel giro di 25 anni assisteremo alla nascita del primo trilionario, una parola oggi assente dai dizionari.

DIEGO FUSARO
Il mondo post-1989 non è il mondo della libertà, a meno che per libertà non si intenda quella del capitale e dei suoi agenti. Per il 99% della popolazione mondiale il post-1989 è e resta un incubo: un incubo di disuguaglianza e miseria. Ce l’ha ancora recentemente ricordato Forbes, la Bibbia dei sacerdoti del monoteismo del mercato deregolamentato. Otto super-miliardari – meticolosamente censiti da Forbes – detengono la stessa ricchezza che è riuscita ad accumulare la metà della popolazione più povera del pianeta: 3,6 miliardi di persone. L’1% ha accumulato nel 2016 l’equivalente di quanto sta nelle tasche del restante 99%. Il mondo è sempre più visibilmente diviso tra un’immensa massa di dannati – gli sconfitti della mondializzazione – e una ristrettissima classe di signori apolidi dell’oligarchia finanziaria transnazionale e postmoderna, post-borghese e post-proletaria. Non vi è più il tradizionale conflitto tra la borghesia e il proletariato… il conflitto – meglio, il massacro a senso unico – è oggi tra la nuova massa precarizzata globale e la nuova “aristocrazia finanziaria” (Marx) cosmopolita e liberal-libertaria, nemica giurata dei diritti sociali e delle sovranità economiche e politiche. La massa degli sconfitti della globalizzazione è composta dal vecchio proletariato e dalla vecchia borghesia: il vecchio proletariato è divenuto una massa senza coscienza di erogatori di forza lavoro sottopagata, supersfruttata e intermittente. La vecchia borghesia dei piccoli imprenditori è stata essa stessa pauperizzata dall’oligarchia finanziaria, mediante rapine finanziarie, truffe bancarie e competivitismo transnazionale. L’oligarchia sempre più ristretta governa il mondo secondo la logica esclusiva della crescita illimitata del proprio profitto individuale, a detrimento del restante 99% dell’umanità sofferente

COSA VUOL FARE VAROUFAKIS

Due anni fa Yanis Varoufakis – già docente universitario di economia in Grecia e negli Stati Uniti – diventava ministro delle Finanze del suo Paese. Un anno e mezzo fa si dimetteva, dopo aver vinto il referendum. E un anno fa fondava il suo movimento politico, Diem25, acronimo che invita a “cogliere l’attimo” ma che sta anche per Democracy In Europe Movement, con il 2025 come data entro la quale realizzare l’obiettivo di «democratizzare l’Europa». Adesso, quasi in sordina, Diem25 è arrivato in Italia, con la sua prima assemblea a Roma, il 7 gennaio scorso.
Dice: “Diem è la migliore chance esistente per salvare l’Europa, europeizzando alcuni problemi giganteschi che non possono essere risolti a livello di Stati nazionali: dalla povertà in crescita al debito, dalla crisi degli investimenti alle banche, fino alle migrazioni. Ed è l’unica alternativa per evitare che si ripeta lo scenario che si è verificato negli anni ‘30. Tutto quello che è successo nel 2016 – la Brexit, la crisi della Ue, la rivolta dei ceti medi contro l’establishment, l’avanzata di nuovi fascismi – ha le sue origini nel 2008, che è stato il 1929 della nostra generazione. Come allora, è scoppiata una crisi deflazionistica che ha messo in ginocchio il sistema politico esistente e ha frustrato le aspirazioni della classe media e mediobassa, mentre la caduta della legittimazione democratica ha aperto la strada ai nazionalismi. Negli anni ‘30 i progressisti non sono stati capaci di creare una coalizione transnazionale per opporsi all’internazionale dei reazionari e dei fascisti. Ora noi abbiamo il compito di riuscire dove i nostri predecessori hanno fallito. Oggi per essere davvero europeisti bisogna opporsi alle istituzioni ufficiali europee. Io ho passato la maggior parte della mia vita – e credo che molte persone di sx in Italia abbiano fatto lo stesso – opponendomi al governo del mio Paese quando prendeva decisioni sbagliate: era un dovere patriottico, vale a dire che come patriota avevo il dovere di oppormi al mio governo. Allo stesso modo, oggi, proprio perché sono europeista ho il dovere di oppormi all’Eurogruppo, alla Commissione europea e alla Troika. E di proporre soluzioni diverse per affrontare la crisi strutturale nella quale siamo entrati. Non c’è alcun dubbio che l’euro sia stato una pessima idea e sia un terribile sistema monetario. Ma c’è una grande differenza tra la situazione in cui non era stato ancora creato e quella in cui esiste già: eliminare oggi l’euro, o uscirne, purtroppo non ricrea la condizione precedente la sua entrata in vigore. Ora che c’è, la cosa realisticamente più utile che possiamo fare è cambiarne l’architettura, aggiustarlo radicalmente. Ma allo stesso tempo è importante avere un piano appropriato per gestire la sua eventuale disintegrazione se non si riesce a cambiarlo in tempo. Dobbiamo essere un po’ sofisticati nel nostro modo di affrontare la questione dell’euro, non semplicisti. E dobbiamo anche capire che non serve aggredire il sintomo, ma le cause di quel sintomo.
Lo scopo di Diem è quello di creare una coalizione tra progressisti che capiscono come l’unica risposta realistica alla crisi dell’Europa (e di ciascun Paese d’Europa) consista nel cambiare le politiche dell’establishment: sia quello europeo sia quello di ciascuno Stato. Per far questo abbiamo bisogno di marxisti, socialisti, progressisti, liberali e perfino di conservatori illuminati (“progressive conservative”). La sx non è, da sola, in condizioni di offrire le infrastrutture per dare una risposta con cui combattere le cause di questa crisi.
Proponiamo il nostro manifesto: il Green New Deal, che è un programma politico con molte idee concrete sulle cose da fare in termini di investimenti, debito pubblico, welfare, povertà, banche etc. Adesso, per esempio, lo stiamo proponendo in Francia ai candidati alle presidenziali chiedendo se sono d’accordo e su quali punti, e che cosa propongono in alternativa quando non lo sono. Sulla base delle risposte giudicheremo i candidati. Lo stesso facciamo in altri Paesi e talvolta abbiamo già trovato ascolto, come in Spagna (la sindaca di Barcellona Ada Colau è una nostra iscritta) o nel Labour inglese. Oggi, grazie a Jeremy Corbyn, il Labour ha molti più militanti che qualsiasi altro partito socialista europeo, compresi il Pd italiano e l’Spd tedesco. Il partito stava morendo e lui lo ha rivitalizzato riportando i cittadini all’attivismo politico. È stato un soffio di aria fresca ed è un’opportunità per combattere sia i populisti nazionalisti di dx sia l’establishment economico.
Renzi invece ha gettato il capitale politico che aveva fino a tre anni fa cercando di combinare due cose che non possono stare insieme: una è la sottomissione all’establishment negli atti politici concreti, sia in Italia sia in Europa; l’altra sono le continue lamentele e le dichiarazioni di ribellione verso l’establishment stesso. Il risultato di questo comportamento incoerente è stato la perdita del suo capitale politico.
Il successo del M5S è il risultato dello spettacolare fallimento della sx nell’interpretare il disagio sociale e la perdita di fiducia nei confronti dell’establishment. Anche qui, qualcosa di simile al fallimento della sx negli anni 30. Vede, in Italia (come in quasi tutti gli altri Paesi europei) c’è stata a lungo una falsa conflittualità tra il cdx e il csx: una contrapposizione che è stata solo a parole, o per la conquista del potere, ma che non comportava una vera differenza in termini di scelte politiche. Questo falso dualismo ha creato un grande vuoto, nel quale è emerso il M5S. Il M5S ha interpretato l’opposizione a questo stato di cose, anche se non è ancora chiaro come poi questa “opposizione alle cose” si trasformi in una “posizione sulle cose”. Non mi sembra, ad esempio, che abbia ancora costruito un solido manifesto di idee, una piattaforma strutturata di visione e di obiettivi sociali, anche se mi rendo conto che è un movimento “work in progress”. In ogni caso, credo che commetta un errore di base, comune peraltro anche ad alcuni partiti di sx in Europa: cercare risposte nazionali a problemi transnazionali. La mia convinzione è che, anche in Italia, alla fine la soluzione non verrà da movimenti che cercano risposte su base nazionale. E i problemi dell’Italia sono profondamente europei, a partire dalla sua stagnazione economica. Così non avrebbe senso affrontare il cambiamento climatico su base nazionale, allo stesso modo non si può cercare una soluzione nazionale a problemi internazionali come la crisi delle banche, gli effetti negativi della globalizzazione, la finanziarizzazione dell’economia, l’esternalizzazione delle produzioni, la riduzione dei salari e del welfare. Sono tutte questioni che nessun Paese può risolvere da solo, che hanno bisogno di essere europeizzate. E bisogna combinare questa europeizzazione con l’aumento della democrazia locale e dell’attivismo sociale a livello municipale, regionale, e statale. Questa è la nostra sfida, quella che stiamo lanciando e per la quale ci rivedremo in un evento pubblico a Roma, quando i capi di stato e di governo europei verranno a celebrare il 60° anniversario di un’Unione che con le loro politiche stanno distruggendo.
Diem è un movimento europeo, non una federazione di partiti nazionali: ogni decisione viene presa dai nostri iscritti (al momento circa 40 mila) attraverso una consultazione on line a cui si vota ugualmente in tutti i Paesi. Ad esempio, sul referendum costituzionale italiano per prendere una posizione abbiamo ascoltato con attenzione i pareri dei nostri iscritti italiani, che conoscevano meglio la questione, ma poi abbiamo votato ugualmente tutti, dalla Spagna alla Croazia. Per quanto riguarda gli appuntamenti elettorali, a noi interessano i contenuti, le proposte, le idee per affrontare la crisi. Quindi valuteremo in ogni Paese se ci saranno interlocutori che facciano proprie le nostre proposte o se si renderà necessario un nostro impegno diretto. In ogni caso, senz’altro troviamo necessario l’emergere di veri partiti europei.
Abbiamo ben presente che se diventassimo un gruppo d’élite o di ceto polito, ci suicideremmo: vogliamo andare nella direzione opposta, cioè parlare alle persone, anche a quelle che non hanno mai fatto politica, sulla base delle nostre proposte e di quelle che emergeranno nel lavoro comune. Secondo, il nostro obiettivo è il contrario dell’atomizzazione identitaria: è una grande coalizione tra progressisti di diversa estrazione, in opposizione sia all’establishment economico sia alle reazioni nazionalistiche come quelle dei vari Le Pen, Trump, Farage, Orbán o Kaczyński. Non vogliamo essere un ennesimo partito di sx, ma offrire alla sx la possibilità di tornare a essere rilevante facendo parte di un movimento più ampio e nel quale c’è un cambiamento di prospettiva e nel modo di pensare».

LUIGI DI MAIO
A Bruxelles lo chiamano “il conto di Renzi” e come al solito le sue bugie le pagheremo con le nostre tasse. Da Sindaco ha indebitato Firenze per arrivare a Palazzo Chigi. Poi a Palazzo Chigi ha indebitato l’Italia per foraggiare chi lo aveva mandato lì.
Risultato? Oltre 100 miliardi di euro di debiti e nessun conto in regola. Un uomo, un buco di bilancio. Quando Renzi faceva il Sindaco di Firenze, il suo bilancio comunale è stato bocciato per quattro volte di fila dalla Corte dei Conti: “sappiamo solo che c’è uno sbilancio di 50 milioni di euro, dobbiamo trovare 50 milioni”, dichiarò il nuovo Sindaco di Firenze Nardella appena insediato a Palazzo Vecchio. I 50 milioni alla fine li stanno facendo pagare ai cittadini. Lui spreca e sperpera con le promesse elettorali, poi lascia i suoi avatar a fare il lavoro sporco. A Gentiloni tocca lo stesso destino di Nardella: nell’ultima Legge di Bilancio del Governo Renzi mancano all’appello 3,4 miliardi di euro, a Bruxelles lo chiamano “il conto di Renzi”, ma in realtà vogliono farlo pagare a noi con una manovra straordinaria. Per vincere al referendum, “l’uomo voragine” aveva promesso aumenti pensionistici, bonus di vario genere, abbassamento delle tasse, abolizione di Equitalia e una batteria di pentole in omaggio. Promesse che già a novembre non quadravano nei conti della Commissione Europea, ma in UE si sono guardati bene dal certificarlo ufficialmente: per l’establishment doveva vincere il SI e non si doveva disturbare il manovratore. Purtroppo i rilievi sono arrivati questa settimana e si prospetta una manovra lacrime e sangue. Sia chiaro, questi 3,4 miliardi di euro sono richieste fatte dalla UE in nome dell’austerity che noi abbiamo sempre combattuto. Soldi che in ogni caso non avremmo mai speso in mance elettorali. Il Pd che finge di litigare con la UE prima delle elezioni e dopo esegue a testa bassa, ora vuole aumentare le tasse per colmare i 3,4 miliardi. Io il “conto di Renzi” lo farei pagare al Pd, che prima critica i parametri UE, poi li viola e poi abbassa la testa facendo pagare a noi. A Junker, che per coprire la campagna referendaria truffaldina di Renzi ci presenta il conto solo ora, dico che ancora una volta ha dimostrato tutta l’ipocrisia e l’inadeguatezza di questa Unione Europea.
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A Junker, che per coprire la campagna referendaria truffaldina di Renzi ci presenta il conto solo ora, dico che ancora una volta ha dimostrato tutta l’ipocrisia e l’inadeguatezza di questa Unione Europea

GLOCAL E GLOBAL
Viviana Vivarelli

‘Glocal’ non vuol dire, come crede qualcuno, occuparsi solo del proprio orticello disinteressandosi del mondo ma qualcosa di molto diverso. Vuol dire difendere la propria individualità e particolarità connettendola all’intero mondo ma salvandola dall’omologazione. Vuol dire pensare un’economia che salvi le caratteristiche di ciascun territorio e le specificità delle piccole imprese locali, valorizzandole a livello globale grazie allo sviluppo delle telecomunicazioni e delle tecnologie informatiche.
Vorrei ricordare che il 99% dell’economia italiana è formata da piccole e medie imprese, non da multinazionali.
Glocal è un termine introdotto dal sociologo Bauman per adeguare la globalizzazione alle realtà locali, così da studiarne meglio le relazioni con gli ambienti internazionali. Bauman non intendeva alzare delle contrapposizioni, come hanno fatto invece i no global, tra realtà locali e globalizzazione, nella loro lotta alle multinazionali che distruggono i poteri e i valori delle realtà economiche sottostanti. Per Bauman globalizzazione e localizzazione sono considerate come tendenze non opposte, ma strettamente interconnesse in un processo di reciproca inclusione.
Il filosofo e sociologo francese Edgar Morin parla di “un pensiero che non si rinchiude nel locale e nel particolare, ma è capace di concepire gli insiemi, adatto a favorire il senso della responsabilità e il senso della cittadinanza”. Glocal coniuga globale e locale, nel tentativo di ammortizzare l’urto della globalizzazione che tende ad uniformare in logiche standard, astratte e disumanizzanti le peculiarità sociali e culturali e le particolarità territoriali. E’ una nuova etica di interconnessione che oggi, attraverso l’espansione del web, offre opportunità straordinarie anche per valorizzare le biodiversità e le capacità di auto-organizzazione delle comunità e così interpretare le dinamiche sostenibili del futuro in atto.
Un esempio facile da capire è la world music. Le culture musicali hanno da sempre espresso questa potenzialità straordinaria di trasmissione, oltre le differenze linguistiche, portando il valore di musiche sviluppate in ambiti locali (si pensi al reggae giamaicano o alla taranta salentina) negli scenari mondiali delle musiche possibili.
Mc Luhan parla di villaggio globale o villaggio planetario, concetto che unisce due termini opposto in un apparenze paradosso. Grazie a internet e alla tv, quello che accade dall’altra parte del pianeta è come se avvenisse nel nostro angolo di mondo. Nel mondo postmoderno i media tecnologici hanno abolito il tempo e lo spazio. Al posto del luogo fisico abbiamo il luogo sociale. La rete delle reti è simbolo massimo della globalizzazione ma è anche il massimo di valorizzazione dell’individuo. Al posto di una comunicazione, che nel passato avveniva nel tempo con spostamenti reali nello spazio, abbiamo ora l’informazione in tempo reale per cui l’universo è nel tuo villaggio e il tuo villaggio può essere nel mondo. Sono cambiati i rapporti tra singolare e universale. Ma la rivoluzione dell’informazione grazie alla rete trova il suo parallelo in una rivoluzione nell’economia che cerca la sua via di mezzo. I capitali si spostano in tempo reale e così si spostano i flussi di lavoro e le produzioni delle merci. Da una parte, nei Paesi occidentali, si crea una omologazione di consumi, gusti, pensieri, dall’altra la rete stessa potenzia le economie locali che possono ampliare il loro mercato e salvare le loro peculiarità. Si pensi all’allevatore di capre sardo che vende il suo formaggio su internet, o al produttore egiziano di tappeti che vende i suoi prodotti su e bay.
Visti questi cambiamenti, dobbiamo imparare a ‘pensare globale’ senza perdere di vista le ‘istanze locali’ e, tanto meno, quelle ‘individuali’ anche per correggere il globalismo delle multinazionali che tende a distruggere le individualità, i prodotti tipici del territorio, i piccoli produttori, massificando tutto in una uniformità mortale (Vd il monopolio sul riso che in India fa sparire le molte e diverse specie di riso)… Credo che uno come Petrini col suo slow foord potrebbe spiegare benissimo cosa vuol dire difesa delle ricchezze e delle multivarietà del territorio contro la massificazione e l’appiattimento di in Mc Donald o di una Coca Cola.
Il motto del glocal è “Think globally, act locally”, cioè pensa sull’intero pianeta ma difendi le specificità del tuo territorio, salvaguardando le identità culturali. Questo la Lega lo capisce benissimo ma dovrebbe capirlo chiunque difenda i nostri marchi, il parmigiano, la mozzarella, l’olio mediterraneo, il vino Chianti, la moda italiana…
Per De Kerckhove, erede di McLuhan, la politica del futuro coniugherà intelligentemente ‘pubblico’ e ‘privato’ in uno Stato formato da una costellazione di iperlocalismi.
Copio: “Nel mondo, ogni comunità ha i propri valori sociali e culturali che esprimono l’identità di quel territorio. Condividendo globalmente questi valori con altre comunità, ad es. attraverso l’uso della rete internet, la cultura locale si arricchisce e diventa una cultura glocale. Infatti la cultura glocale nasce proprio dalla voglia che hanno i soggetti di far conoscere ad altre comunità la propria identità e valori, il web risulta essere uno strumento efficace in quanto, da una parte facilita la nascita e moltiplicazione di comunità diverse e dall’altra consente il dialogo e lo scambio in tempo reale di opinioni tra i soggetti che ne fanno parte. In questo modo favorisce un’economia basata sul dialogo tra diverse identità locali e incentiva la crescita e lo sviluppo a livello globale”.
Ho citato Petrini e vorrei ricordare la sua ‘Terra madre’, una rete mondiale, creata da Slow Food nel 2004, che raggruppa le “comunità dell’alimentazione” impegnate, ciascuna nel suo contesto geografico e culturale, a salvaguardare la qualità delle produzioni agro-alimentari locali. Terra Madre raccoglie migliaia di contadini e allevatori di tutto il mondo per salvare i prodotti locali dalla massificazione alimentare, è locale ma allo stesso tempo si muove in un panorama planetario.

LE TRUFFE DELLE AUTO E L SOVRANITA’ ITALIANA

La Germania travolta dallo scandalo delle emissioni truccate della Vokswagen attacca la Fiat per tre modelli che avrebbero lo stesso problema e intima il loro ritiro. Il ministro dei trasporti Delrio ribadisce vantando i diritti di sovranità italiani.
Delrio rivendica i diritti sovrani dell’Italia. Delrio chi? Quello che è stato fotografato con grossi esponenti della mafia? Quello che ha elogiato il ponte sullo Stretto? Quello che ha negato la presenza della ‘ndrangheta in Sicilia? Quello che ha detto: “Non abbiamo nessuna sudditanza con le case automobilistiche”? Quello che ha detto “Diamo soldi alle banche per evitare nuovi poveri, ma il Pd non si piega alla finanza”? Quello che dichiarò alla stampa che entro dicembre (scorso) la Salerno- Reggio Calabria sarebbe finita? Quello che ha detto che la ricostruzione dal terremoto era prioritaria? O che lo scandalo degli appalti in Italia si poteva migliorare ‘con piccole modifiche’? O che ha detto sì all’elezione diretta dei Senatori e poi ha detto sì alla cancellazione dei diritti elettorali? Chissà perché ogni volta che sto per scrivere Delrio mi esce Delirio!
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Fra’ Diavolo
Delrio, piantala! Siamo “sovrani” solo per difendere agnelli e Marchionne?
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grognard
Per intrecci di potere sono costretti a difendere una società con sede in Olanda e che paga le tasse in Inghilterra. Manco nelle repubbliche delle banane, almeno quelle le producono in loco.
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donatella.savastafiore
Dice Delrio: “La proposta tedesca è irricevibile non si danno ordini ad un Paese sovrano come l’Italia”. D’ accordo, signor ministro, ma allora perché l’ Italia ha obbedito ciecamente agli ordini dell’ Europa quando si è trattato di togliere la pensione a tutti i lavoratori con la legge Fornero? La sovranità del nostro Paese è a fisarmonica? Si allarga quando si tratta della Fiat e si stringe quando si tratta dei diritti dei lavoratori?

viviana
Delrio dice che siamo uno Stato sovrano. Veda, Ministro, sovrano non vuol dire monarchico o lobbista. In una democrazia la sovranità appartiene al popolo. L’origine e il fondamento di ogni potere pubblico è il popolo. Sovranità popolare significa anche che il popolo dovrebbe essere il destinatario delle attività dei pubblici poteri: leggi, sentenze, atti amministrativi che servono a curare gli interessi dei cittadini. I cittadini, non gli Stati stranieri, i potenti, i politici, le multinazionali o le lobby.
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nuanda
Siamo un Paese sovrano solo quando c’è da difendere la Fiat. Che sta negli USA ( Le idee di sovranità di Delrio sono alquanto confuse)

Andrea Binetti
Quando la FIAT ha delocalizzato le produzioni in Brasile o in Polonia nessuno si è mosso. Quando la FIAT spostava sede legale e fiscale all’estero per eludere le tasse, il governo non ha mosso un dito. E ora gli stessi ciarlatani sono sul piede di guerra per difendere una multinazionale straniera che truffava per inquinare di più.
Ma siete li per difendere gli interessi dei cittadini italiani o dei lobbisti a cui fate riferimento?
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Alexone1
L'”Italia è sovrana” suona un po’ come “Cicciolina è vergine”.
In questi ultimi anni dobbiamo dovuto chiedere all’Europa pure se potevamo andarci a fare una pizza. Per ogni minima cosa abbiamo richiesto autorizzazione a Berlino e per ogni problema abbiamo atteso invano le mitologiche “soluzioni europee” (mai viste ovviamente).
Delrio, ci faccia il piacere per cortesia. Non offenda ulteriormente l’intelligenza residua degli italiani. Il PD non sa neanche dove sta di casa l’interesse nazionale.
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Thiglat Pileser
Ci trattano come esattamente si merita la nostra classe politica degli ultimi 25 anni, e l’argomento è una multinazionale straniera che ci ha scroccato soldi per quasi un secolo, ha distrutto i diritti dei lavoratori e poi se ne è scappata via……e adesso paghiamo ancora noi??
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libero948
Del Rio mi spieghi la sovranità dell’Italia. Ci hanno imposto, Olio di Oliva Africano, Mandarini Africani, Pomodori Cinesi, Noci Australiane, avete svenduto l’Italia alla Francia, le maggiore industrie le avete fatte scappare all’Estero, non sapete fare rispettare il Made in Italy in Europa.. Ma per favore..
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Viviana
…e aggiungiamo che Renzi e Calenda, già firmatari di TTIP (che favorisce le grandi imprese americane) e Ceta (che favorisce le grandi imprese canadesi) stavano per firmare il Mes con la Cina per farci invadere ancora di più dalle merci cinesi. Sarebbe questa la difesa della sovranità nazionale ovvero la difesa degli interessi dell’Italia??? O per sovranità si intendono gli interessi sporchi di gente che governa con truffe e mazzette subendo ordini dalla finanza e della lobby straniere?
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Rorro David
L’Italia NON è uno stato “sovrano” ma uno stato “satellite”
Per “Stato sovrano” si intende uno “Stato indipendente” che, in posizione di uguaglianza con gli altri Stati, è in grado di determinare e gestire a proprio piacimento , la propria “sovranità politica” , “monetaria” e “territoriale” , senza influenze internazionale. Per “Stato satellite”, al contrario di uno Stato indipendente , si intende una nazione che è “formalmente sovrana”, ma che in realtà a ceduto le proprie “sovranità” ad una più grande potenza che le gestisce a proprio uso e consumo , limitandone cosi le scelte interne.
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Rodolfo Maida
Dopo 146 anni il Circo Barnum cessa le proprie attività. Giusto e doveroso, quindi, che anche una nostra rappresentanza di fenomeni da baraccone, sgraziati e in molti casi sgradevoli, rendesse omaggio a quel mondo impressionante che chiude i battenti. Là, nel tendone. Mentre qui, nei Palazzi e in alcune rinomate redazioni di stampa e tivù, certe grottesche esibizioni procedono. Incessanti.

ZAGREBELSKY: “POLITICI MAGGIORDOMI DELLA FINANZA: HANNO IL TERRORE DELLE URNE”.

Travaglio: Che Italia ha incontrato, nei suoi incontri per il No?
-Una realtà che non appare nei grandi media: a proposito di post-verità… I tanti che si sono impegnati hanno ricevuto centinaia di inviti da scuole, università, associazioni, circoli d’ogni genere. Soprattutto da giovani, da molti di quelli che alle elezioni politiche si astengono, ma al referendum costituzionale hanno partecipato. Si può pensare che un 20 % della grande affluenza sia venuta da lì. E con ciò non voglio certo dire che il No ha vinto per merito dei giuristi e dei professori.
Il No ha vinto per molte ragioni. L’errore del fronte del Sì sia stato di far leva su una sola parola, semplice ma vuota: riforme. Si sono illusi che la figura del Presidente del Consiglio e del suo governo fosse attrattiva. Si era pensato a un plebiscito in cui ci si giocava tutto e così, per reazione, si è coalizzato un fronte di partiti, pezzi di partiti e movimenti tenuti insieme dal timore della vittoria totale dell’altro. Ma lo slogan inventato dai ‘comunicatori’ – “è oggi il futuro” era un insulto per i tanti che vivono un tragico presente. C’era poi la pessima qualità della riforma. Spesso è stato sufficiente leggerne qualche brano.
Trovo stupefacente che molti miei colleghi, politici esperti, uomini di cultura vi abbiano trovato motivi di compiacimento. Ma, forse, non avevano letto il testo. Poi quel 20 % di elettori che ottusamente ci s’incaponisce a definire “antipolitici”, hanno colto l’occasione altamente “politica” per alzare la testa in nome della Costituzione.
C’era nella riforma un veleno oligarchico e mercantile che ha insospettito molti elettori. Sono stati molti cittadini a domandarsi: ma se, come martella la propaganda del Sì, la “riforma” è solo un aggiustamento tecnico – velocità e semplificazione, peraltro contraddette da norme tanto farraginose – perché mai le grandi oligarchie italiane ed estere si spendono in modo così spasmodico perché sia approvata? Ci dev’essere sotto qualcosa di ben più grosso e, se non ce lo dicono, dobbiamo preoccuparci.
C’era sotto il disegno di restringere gli spazi di partecipazione, cioè di democrazia, per dare campo ancor più libero alle oligarchie economico-finanziarie. I cittadini hanno presenti i propri bisogni reali: giustizia sociale e dunque fiscale, uguaglianza di diritti e doveri, attenzione a emarginati e lavoro. E si sono sentiti rispondere: più velocità, più concentrazione del potere, mani più libere per pochi decisori.
20 milioni di elettori del No dicono che dobbiamo voltare pagina dalle politiche neoliberiste e dalla svendita del patrimonio pubblico che monopolizzano il dibattito culturale, accademico, giornalistico e politico da 30 anni e hanno prodotto tanti disastri sociali. Operazione completata con la riforma costituzionale dell’articolo 81, cioè dell’equilibrio di bilancio sotto l’egida della Commissione europea, approvata in fretta e furia sotto il governo Monti da cdx e csx nel silenzio generale. Ora proponeteci un’altra politica.
L’equilibrio di bilancio comporta di fatto la rinuncia alla politica keynesiana di investimenti pubblici per creare sviluppo e lavoro, cioè la pura e semplice rinuncia alla politica. In nome del primato assoluto dell’economia finanziarizzata. Come in Grecia, dove la democrazia è stata azzerata. Nei miei incontri per il No, ho colto una gran fame di politica, cioè di una sana competizione fra politica ed economia, senza il predominio della seconda sulla prima.
Fare politica significa scegliere liberamente tra opzioni: se tutto è obbligato da istituzioni esterne, grandi banche e fondi d’investimento, la politica sparisce. È la dittatura del presente, un presente repulsivo per molte persone. Nella dittatura del presente la politica sparisce e la democrazia diventa una farsa. Le elezioni diventano un intralcio, a meno che le oligarchie non siano sicure del risultato. Il sale della democrazia è l’incertezza del responso popolare. Invece si preferisce uno sciapo regime del consenso.
E dopo il referendum, ecco il governo-fotocopia. Distinguiamo tra Gentiloni e il suo governo. Il nuovo premier, rispetto al precedente, è una novità: è educato, parla sottovoce, dice cose di buonsenso e appare poco in tv, non spacca l’Italia tra pessimisti (anzi “gufi” e “rosiconi”) e ottimisti, fra conservatori e innovatori a parole. Quando il penultimo premier lo faceva, a reti unificate, il minimo che potevi fare era cambiare canale o spegnere la tv. Ora quella finta contrapposizione è finita. Gentiloni pare dire le cose come stanno o, almeno, non dire le cose come non stanno. E il Presidente Mattarella, a Capodanno, ha richiamato l’attenzione su tante cose che non vanno. Uno statista deve dire che il futuro non è oggi, ma va costruito da oggi con enormi sacrifici, e che i sacrifici devono distribuirsi tra coloro che possono sopportarli e, spesso, hanno vissuto finora da parassiti alle spalle degli altri.
Imporre il Governo Gentiloni come fotocopia del Governo Renzi è il rifiuto di guardare la realtà, una riprova dell’autoreferenzialità del politicantismo. Quasi uno sberleffo dopo il 4 dicembre. Era troppo sperare che si prendesse atto dell’enorme significato politico del referendum, del colossale voto di sfiducia che l’elettorato ha espresso nei confronti degli autori della tentata “riforma”? Non è una questione personale: saranno tutte ottime persone. Ma è una questione politica. Invece, Maria Elena Boschi, la madrina della “riforma”, è stata promossa in un ruolo-chiave nel governo e la coautrice e relatrice, Anna Finocchiaro, è diventata ministro. Mah! L’unica novità è la ministra dell’Istruzione, subito caduta sul suo titolo di studio. Per il resto, uno scambio di posti. Ma per i nostri politici, forse perché sospettano di contare poco o nulla, chiunque può fare qualunque cosa.
Con i sondaggi che danno la fiducia nei partiti avviata verso il sottozero, verrebbe da credere che Dio acceca chi vuol perdere.
Se lei mi chiede se i garanti avrebbero dovuto aprire gli occhi e moderare l’arroganza e la vanità dei “riformatori”, la risposta è sì. Ora il peccato originale di questa legislatura presenta il conto.
Nel 2014, dopo la sentenza della Consulta sul Porcellum che delegittimava il Parlamento, pur lasciandolo provvisoriamente in vita, si sarebbe dovuto, appena possibile, tornare alle urne. Una legge uniforme per le due Camere, allora, c’era: quella uscita dalla sentenza, il cosiddetto “Consultellum”. Ma anche su questo s’è fatto finta di niente, contando sul fatto che i buoni risultati – su tutti la magica riforma costituzionale – avrebbero fatto aggio sul difetto di legittimità originaria, di cui nessuno avrebbe più parlato. Buoni risultati? Il giudizio l’ha appena dato il corpo elettorale.
Ora mi auguro un periodo di disgelo. Spero che si ricominci a progettare politicamente e, attorno ai progetti, si raccolgano le forze sociali disposte a partecipare. Il Pd, così come è stato negli ultimi tempi, è uno dei problemi. Il congelamento della politica è dipeso anche da quel partito che è apparso finora come incantato o inceppato dal suo presunto salvatore. Mi augurerei una terapia di disincantamento. Si sente l’esigenza di qualcuno che alzi gli occhi e guardi oltre il giorno per giorno.
Dal 2013 una classe politica lungimirante avrebbe tentato di parlamentarizzare i 5Stelle. Invece li hanno demonizzati e ostracizzati. E ora non sanno più come neutralizzarli se non col proporzionale, che ci riporterà alle larghe intese Pd-Forza Italia. Nulla di scandaloso di per sé (vedi la grande coalizione tedesca). Ma in Italia il rischio è che sia l’ennesimo traffico di interessi, con fine ultimo di restare comunque a galla.
Il M5S ha difeso la Costituzione dalla “riforma” , ma vuole il vincolo di mandato contro i voltagabbana, che ora vengono multati. C’è una soluzione più semplice e costituzionale: il parlamentare è libero di cambiare partito e anche di votare come vuole, in dissenso dal suo gruppo. Ma, se lascia la maggioranza con cui è stato eletto per passare all’opposizione, o viceversa (caso molto più frequente), subito dopo deve decadere da parlamentare: perché ha tradito i propri elettori e ha stravolto il senso politico della sua elezione.
Da sempre la menzogna è un’arma del potere, lo teorizzava già Machiavelli. Il che non significa che la si debba accettare. Anzi, occorre combatterla, perché la verità è, invece, l’arma dei senza potere contro i prepotenti. La Verità non esiste, ma la verità sì. Almeno sui dati e sui fatti oggettivi. Poi le interpretazioni sono libere.
Le bufale del Web sono così dozzinali che chi ha un minimo di conoscenza può facilmente respingerle, perché quella è una comunicazione orizzontale: verità e bugie, spesso anonime o firmate da ignoti, non hanno autorevolezza e si elidono reciprocamente. Invece la somma delle bugie o delle reticenze diffuse dalla stampa e dalle tv sono firmate, dunque più autorevoli, ergo meno smentibili, perché quella è una comunicazione verticale. Occorrerebbe bloccare gli interventi anonimi sul Web, così sarebbe più facile distinguere chi è credibile e chi no. Se poi qualcuno diffama, si creino procedure giudiziarie rapide. La difesa della reputazione delle vittime è inconciliabile con i tempi lunghi. Ma le fake news diffuse per turbare l’ordine pubblico sono già ora materia penale. Per il resto, questa storia della post-verità mi pare un discorso falso: come se, prima, non esistesse e vivessimo nel paradiso della verità.
Da quando gli elettori disobbediscono regolarmente agli establishment, questi cercano scuse per giustificare le proprie sconfitte e per mettere le mani sull’unico medium che ancora non controllano: la Rete. Si sentono voci autorevoli domandare: ma non vorremo mica far votare gli ignoranti, anzi i “populisti”? Se lo chiedeva già Gramsci: è giusto che il voto di Benedetto Croce valga quanto quello di un pastore transumante del Gennargentu? La risposta, di Gramsci ieri e di ogni democratico oggi, è semplice: se il pastore vota senza consapevolezze, è colpa di chi l’ha lasciato nell’ignoranza; e se tanta gente vota a casaccio, è perché la politica non gli ha fornito motivazioni adeguate. Questi signori pensino a come hanno ridotto la scuola, la cultura e l’informazione: altro che il Web!

OCCORRE UNA AGENDA
ALESSANDRO GILIOLI

Questa legislatura che sembra ormai appartenere al Pleistocene. L’ultima volta che abbiamo votato, il csx si chiamava “Italia Bene Comune” ed era guidato da Bersani, oggi tutto questo non c’è più; e anche il cdx di allora è sfarinato tra berlusconiani, leghisti, alfaniani e verdiniani. Il tutto tralasciando il “grande centro” di Monti, imploso. In Parlamento ci sono 10 gruppi parlamentari al Senato e 11 alla Camera, di cui solo 4 chiaramente riconducibili a liste elettorali che hanno partecipato alle politiche del 2013.
Diverse formazioni parlamentari attuali hanno nomi mai visti sulla scheda elettorale. Più naturalmente il Misto, che è una potenza: 52 deputati e 28 senatori. Il 27 € degli eletti ha cambiato gruppo almeno una volta, i cambi di casacca sono stati 380 e hanno coinvolto 263 parlamentari. Insomma è un Parlamento marcio. Le cui principali riforme sono quasi tutte abortite: l’Italicum stravolto ieri, la Boschi-Renzi sul Senato affossata dal referendum, la Madia sulla Pubblica Amministrazione svuotata dalla Consulta, la Buona Scuola talmente mal riuscita che quello all’Istruzione è stato l’unico ministero i cui vertici sono stati totalmente cambiati nel passaggio da Renzi a Gentiloni. Resta il Jobs Act, il cui fallimento è ormai conclamato, e restano un paio di cose fortunatamente migliori, come le unioni civili e le norme sul caporalato. Complessivamente, comunque, un bilancio che solo un tifoso accecatissimo non vedrebbe in negativo.
Ora aspettiamo che, al terzo tentativo, il Parlamento riesca a fare una legge elettorale costituzionale, sulla falsariga delle indicazioni della Consulta ma migliorandone alcuni aspetti (il sorteggio, con rispetto, non si può proprio sentire; e anche in questa versione dell’Italicum restano troppi parlamentari nominati dall’alto, dato che sono sopravvissuti i capilista bloccati).
A parte poche migliaia di militanti, da questa fascia di persone non viene dato molto credito ad alcuna delle sigle della cosiddetta sx radicale, da troppo tempo avvolte nell’autoreferenzialità e nei litigi a cui, fuori dalle stanze in cui avvengono, non è interessato nessuno. Alcuni comunque votano lo stesso per questi partitini, il consueto 3-4 % che da dieci anni finisce da quelle parti.
Altri, invece, votano comunque Pd, per abbrivo culturale o famigliare, per antico affetto, o per lo scarso appeal delle suddette sigle più a sx. Altri ancora votano il M5S, pur non amandone tanti aspetti, con la sensazione – appena usciti dal seggio – di aver fatto una mezza marachella, una provocazione, uno sberleffo; o con l’amara soddisfazione di aver punito una sx da cui si sentono, fondatamente, traditi. Molti si astengono. Molti altri: che in parte abbiamo rivisto alle urne per il referendum, non è affatto detto che li rivedremo votare al prossimo giro elettorale, quando non ci sarà da scegliere un rifiuto ma una proposta. Ora occorre un’agenda, un’agenda semplice, che metta insieme alcuni basici diritti sociali e alcuni basici diritti civili. Reddito minimo, continuità di reddito per i precari, redistribuzione dei proventi della finanza e della robotizzazione. Patrimoniale e maggiore progressività del sistema fiscale. Tagli alle spese militari. Piccole opere sul territorio invece di grandi opere. Scuola pubblica, non privata. Ambiente pubblico, non privato. Reato di tortura. Biotestamento. Matrimonio egualitario. Creazione di nuovi strumenti di democrazia radicale e di partecipazione diffusa. Legalizzazione della cannabis.
Tutte cose semplici. Eppure restano di sfondo nel confronto e nel dibattito. E anche nella narrazione culturale. Peccato, perché quando emergono, in Sanders o nel semplice manifesto di Hamon, ad esempio- trovano immediatamente ascolto. Anche in fasce di cittadini poco attratti dalla politica. E soprattutto nelle generazioni che le ideologie non sanno nemmeno cosa siano, ma vorrebbero vivere in un pianeta diverso da quello disastrato dagli ultimi quarant’anni.

RAGGI LADER
Marco Travaglio

Cari lettori, vi dobbiamo delle scuse. Siccome siamo “il giornale dei grillini” (infatti abbiamo fatto indagare la Raggi appena insediata con lo scoop di Marco Lillo sull’incarico “dimenticato” all’Asl di Civitavecchia e chiesto le dimissioni della Muraro per aver mentito al Fatto), avremmo dovuto pubblicare gli scoop sensazionali che invece ci hanno soffiato i concorrenti. Per dire: un valoroso cronista del Corriere ha pubblicato l’ultima telefonata fra Grillo e la Raggi, con tanto di sceneggiatura, facendo schiattare d’invidia tutti i pm e gl’intercettatori d’Italia.
Virginia è “nel suo ufficio, sola. Solissima”. O così almeno crede: non sa che, travestito da fioriera, c’è pure il cronista che vede e sente tutto: le “occhiaie profonde”, “il fard che non copre il pallore”, il suo “mordersi le labbra”, “il passo risoluto, sicuro che affinò nei corridoi dello studio Previti-Sammarco”. A quel punto “dentro la borsa inizia a squillare il cellulare”, come nota subito il cronista camuffato da burrocacao nella tasca interna. “Sul display: ‘Grillo’”. Lei pensa: “Ok, va bene, Beppe vorrà fare il punto della situazione”. Ignora che nella sua mente c’è il cronista travisato da ipotalamo, pronto a leggere nei suoi pensieri. Grillo crede di parlare solo con lei, invece è un ménage à trois. Il cronista, disperso nell’etere in forma gassosa, ausculta e annota tutto: la voce di Beppe “diventa più sottile, tipo lama e l’inflessione genovese s’accentua”.
Il perché della metamorfosi vocale, grazie al cronista-ingegnere del suono, è presto detto: “Il capo è furibondo. La Raggi riesce a dire solo: ‘Ciao…’” (il cronista decritta anche la punteggiatura). “Poi attacca lui. Carico a pallettoni. Stravolto”. Qui dev’esserci un disturbo sulla linea e l’etereo cronista afferra solo l’ultima frase, “un urlaccio gotico”. Non dorico, né ionico, né corinzio: gotico. “Mi hai ingannatooooo!” (cinque “o”, non una di più né di meno). Gli inganni sarebbero due.
1) La Raggi è accusata non solo di abuso d’ufficio, ma anche di falso e Grillo preferiva – non si sa bene perché – il primo reato (come se l’abuso fosse una medaglia e come se le accuse non le decidesse la Procura, ma le scegliesse l’indagata).
2) La Raggi ha detto all’Anticorruzione di aver deciso lei di promuovere a direttore del Turismo Renato Marra, fratello del più noto Raffaele, e invece avrebbe mentito (di qui l’accusa di falso) per coprire il conflitto d’interessi fra i due congiunti e la mancata “valutazione comparativa dei curricula degli aspiranti dirigenti” (di qui l’accusa di abuso).
A sbugiardarla ci sarebbero sia la chat fra i due Marra, in cui Raffaele incita il fratello a fare domanda per il Turismo, sia l’assessore Meloni, il quale dice ai pm che Raffaele gli segnalò Renato. E questo, per Repubblica, è “l’ultima spinta che avvicina la Raggi al suo abisso giudiziario e politico”. Perbacco. Ora, se le parole hanno un senso, per sbugiardare la Raggi ci vorrebbe la prova di una raccomandazione di Raffaele alla Raggi, non una frase detta al fratello o all’assessore. Tantopiù che, proprio per evitare di essere lapidata per il conflitto d’interessi fra i due Marra, la sindaca aveva dissuaso Renato (da 20 anni nei vigili urbani) dal candidarsi a comandante, ma non poteva stroncargli la carriera dappertutto. Invece nella chat Raggi-Frongia-Romeo-Raffaele Marra, quest’ultimo non chiede nulla alla sindaca per il fratello: è lei che s’informa sulle norme e le procedure corrette da seguire e sullo stipendio connesso alla promozione. Ma i giornaloni, notoriamente “garantisti”, danno già per scontato che la sindaca è colpevole. Infatti annunciano che i pm chiederanno il “giudizio immediato” prim’ancora di interrogarla: nel qual caso non si vede perché mai le abbiano spedito un invito a comparire anziché direttamente il rinvio a giudizio. Poi ipotizzano che la Raggi si “autosospenda” o “patteggi” sul falso per salvare “il posto” dalla sospensione per la legge Severino. Nella foga, trascurano un piccolo dettaglio: il “Regolamento degli uffici e dei servizi di Roma Capitale” citato nel capo d’imputazione. All’art. 38 comma 2, si legge: “Gli incarichi… di direzione delle direzioni” (come quello del Turismo) “sono conferiti e revocati dal Sindaco” d’intesa con gli assessori competenti, senz’alcuna “valutazione comparativa dei curricula” di altri aspiranti, la cui mancanza è contestata come abuso d’ufficio. Insomma, i direttori delle direzioni comunali se li sceglie il sindaco, infatti scadono quando scade lui: purché abbiano la giusta competenza. Una norma che sembra indebolire l’accusa di abuso.
Ma i “garantisti” non badano a queste minuzie. E nemmeno al fatto che l’autosospensione è un istituto giuridicamente inesistente (l’ha adottato il sindaco plurindagato di Milano Beppe Sala, poi tornato felicemente indietro fra gli applausi degli stessi che ora, per molto meno, vogliono la testa della Raggi). E neppure alla circostanza che chi patteggia ammette implicitamente i reati e concorda una pena con lo sconto con i giudici: ve la vedete una sindaca a 5Stelle che patteggia anche un solo minuto di carcere e resta lì? Il M5S la caccerebbe a pedate e tutti i consiglieri pentastellati la sfiducerebbero, lei compresa.
Ma, in questa vicenda, garantismo e giustizialismo non c’entrano nulla. Le balle spaziali su riti immediati, autosospensioni e patteggiamenti preparano il terreno alla caduta della giunta che, se arrivasse entro il 1° marzo, consentirebbe ai nemici interni ed esterni della Raggi di riportare i romani al voto in giugno. Dopo, sarebbe tardi e Roma verrebbe ricommissariata per almeno un anno. Inutile dire che, via la Raggi, il commissario di governo annullerebbe subito il No alle Olimpiadi, restituendo i soliti noti alle solite greppie. Per chi non l’avesse capito: dimissioni fa rima con ladroni.

La sentenza della Consulta lascia esterrefatti.
Ma che democrazia è se restano i listini bloccati per cui i candidati li sceglie il partito e non l’elettore? Se resta un gigantesco premio di maggioranza che crea uno squilibrio enorme tra chi vota e chi governa? Se si toglie il ballottaggio che avrebbe rimesso comunque tutto al voto degli elettori e che viene comunque usato per i sindaci? Che poi si pensi di ricorrere al sorteggio fa ridere anche i somari.
Ma la Consulta ha deciso in modo equanime o voleva fare un piacerino al Pd?

MA CHE DEMOCRAZIA E’ SE IL POPOLO NON CONTA PIU’ NULLA?
Angelo Cannatà

Quanto conta il popolo nella nostra democrazia? Molto sul piano teorico (“La sovranità appartiene al popolo”, non si poteva dir meglio); sul piano pratico, invece, nella politica e nei giochi di Palazzo, nulla, il popolo non conta nulla. Questa orribile dicotomia mostra – più di ogni cosa – la crisi in cui viviamo.
Il popolo non conta nulla
1. Perché diritti, bisogni, proteste – e i Movimenti che li rappresentano – sono tacciati di populismo e ghettizzati nell’irrilevanza: nell’universo politico delle oligarchie che affossano il Paese non c’è posto per il demos.
2. Perché dopo la vittoria del 4 dicembre – per dirla in breve – resta al governo chi ha perso e ha provato (maldestramente) a riformare la Costituzione.
3. Perché, nonostante milioni di cittadini vogliano pronunciarsi sul Jobs Act, otto membri politicizzati della Consulta glielo impediscono: qualcuno può giurare, per dire, che Amato – l’amico di Craxi – non abbia espresso un voto politico dietro lo schermo (ipocrita) del neutralismo giuridico?
A questo siamo. La Repubblica fondata sul lavoro non consente ai cittadini di pronunciarsi sulla legge che nega i diritti del lavoro. Perché? Perché la Consulta fa politica con le sentenze. Bisogna dirlo, gridarlo dai tetti. Una seconda sconfitta – questa volta sull’articolo 18 – avrebbe demolito definitivamente ogni pretesa di Renzi alla guida del Paese. Il referendum andava fermato o depotenziato: chi doveva capire ha capito e votato – nell’organismo “impolitico” – secondo i desideri della politica: della maggioranza governativa, s’intende. E i cittadini? I cahier de doléances? Proteste, referendum vinti, mobilitazioni, referendum richiesti (con milioni di voti) non contano nulla. Il popolo – teoricamente sovrano – è ignorato. E impoverito: la disoccupazione cresce (vedi dati Istat), “l’occupazione crolla sotto i 50 anni e salgono i voucher”. Camusso ha ragione: “Non c’è libertà nel lavoro senza diritti”. Di più: non c’è democrazia reale senza attenzione ai bisogni primari dei cittadini: le persone non sono numeri.
È una sentenza ingiusta, quella della Consulta, arrivata mentre il popolo è offeso anche su altri versanti: le banche, a cominciare da Montepaschi, sono state spolpate da imprenditori rapaci (che hanno abusato di Orazio: “Fai quattrini, onestamente, se puoi, e se no, come ti capita”). C’è da stupirsi se qualcuno s’incazza? Mi meraviglio piuttosto della capacità di sopportazione degli italiani. Decisivi i 5Stelle: altro che Movimento anti sistema! Contengono la protesta nei binari della legalità. La sx renziana, ormai, è aliena rispetto al mondo operaio: può dirsi di sx un partito che salva Montepaschi ma non riesce a tutelare i diritti dei lavoratori né dalle truffe bancarie né dagli illegittimi licenziamenti del Capitale?
È il nodo politico dei nostri giorni: la sx di governo – com’è stata ridotta – non rappresenta più l’universo del lavoro. Il M5S è percepito come il nuovo (diritti, partecipazione, democrazia diretta) ma deve evitare errori grossolani in politica estera: le giravolte dal gruppo anti all’iper europeista. Non presti il fianco a chi parla di “Setta dell’Altrove”. Non è così. Il Movimento è affidabile e combatte in Italia battaglie di civiltà, ma lo scivolone di Bruxelles c’è stato. Bisogna riconoscerlo e ripartire: con la consapevolezza che le vere “sette” nel nostro Paese hanno spolpato Montepaschi (vogliamo la lista dei grandi debitori); influenzato la Consulta sul Jobs act; costruito governi anomali; demonizzato il popolo: il M5S ha il consenso necessario per spazzare via tutto questo.
Non disperda le sue energie con scivoloni assurdi e cerchi alleanze nella società civile: ha bisogno di una classe dirigente preparata. Basta con la richiesta di denaro ai transfughi (ci sono sempre stati in tutti i partiti), il Movimento si pensi, adesso, come forza di governo. Nulla fa più paura, alla varie massonerie che ammorbano il Paese, della normalità politica conquistata/conquistabile dai pentastallati. “La moderazione – a un certo punto – diventa la tattica preferibile”.

Addio Zigmunt Bauman
da un articolo di Angelo Orsi

Era nato a Poznan, in Polonia, Zigmunt Bauman, nel 1925, e aveva attraversato il tempo di ferro e di fuoco dell’Europa fra le due guerre, tra nazismo, stalinismo, cattolicesimo oltranzista, antisemitismo: di origine ebraica, si era allontanato dalla sua terra, per sottrarsi proprio a una delle tante ondate di furore antiebraico, che da sempre la animano. Era stato comunista militante, poi allontanatosi dal marxismo canonico, influenzato da correnti eterodosse, senza mai però diventare anticomunista, e conservando un importante fondo storico-materialistico nel suo lavoro. Fondamentale in tal senso la sua “scoperta” di Gramsci, che lo aveva aiutato a leggere il mondo con occhi nuovi, rispetto alla vulgata marxista-leninista, ma anche, naturalmente, dalle scienze sociali accademiche angloamericane.
Aveva studiato Sociologia a Varsavia, con maestri come Ossowski, e, lasciata la Polonia, si era diretto prima in Israele, all’Università di Tel Aviv, per poi trasferirsi a Leeds, in Inghilterra dove insegnò fino al pensionamento Sociologia.
Sarebbe però riduttivo definirlo sociologo, sia per il tipo di sociologia da lui professata e praticata, poco accademica e nient’affatto canonica, sia per la vastità dello sguardo, la larghezza degli interessi, la molteplicità degli approcci. Filosofo, politologo, storico del tempo presente, questo studioso oltremodo prolifico (autore di una cinquantina di opere, nella sua lunga ed operosissima esistenza), fu influenzato anche da un certo cattolicesimo e così come dal comunismo, ne trasse spunti importanti per l’osservazione critica della contemporaneità.
Si era occupato in modo nient’affatto banale dell’Olocausto, messo in relazione alla modernità, in qualche modo riprendendo spunti di Horkheimer e Adorno, puntando il dito contro l’ingegneria sociale e il predominio della tecnica (in questo vicino a Jürgen Habermas),che uccide la morale, contro l’elefantiasi burocratica che schiaccia gli individui senza aumentare l’efficienza del sistema sociale. Aveva studiato la trasformazione degli intellettuali, passati da figure elevate, capaci di dettare l’agenda politica ai governanti, a meri tecnici amministratori del presente, al servizio del sistema. Fra i tanti meriti di questo pensatore scomparso ieri, nella città che aveva eletto a sua dimora, Leeds, voglio segnalare la sua capacità di descrivere gli esiti della forsennata corsa senza meta della società post-moderna, attraverso un’acutissima analisi del nostro mondo,un mondo in cui la globalizzazione delle ricchezze ha oscurato quella ben più mastodontica, gravissima, delle povertà.

Ha studiato “le conseguenze della globalizzazione sulle persone”,ridotte a “scarti”,residui superflui che vanno conservati soltanto fin tanto che possono esser consumatori
Ha svelato il volto cupo e tragico dell’ULTRA CAPITALISMO,feroce espressione di creazione e gestione della disuguaglianza tra gli individui, dove all’arricchimento smodato dei pochi ha corrisposto il rapido,crescente impoverimento dei molti.Ci ha aiutato a guardare dietro lo specchio ammiccante del post-moderno,sotto la vernice lucente dell’asserito arricchimento generalizzato e universale,dietro lo slogan della “fine della storia”,ossia della proclamata nuova generale armonia tra Stati e gruppi sociali,dove era apparso l’altro volto della globalizzazione,la terribile GUERRA DEI RICCHI AI POVERI,ennesima manifestazione della lotta di classe dall’alto.
Bauman guardava alle ‘Vite di scarto’,generate incessantemente dall’infernale “megamacchina” del “finanzcapitalismo” O dalle assurdità crudeli del “capitalismo parassitario”.
L’“omogeneizzazione” forzosa delle persone è l’altro volto della società anomica (senza leggi),che distrugge legami,elimina connessioni, scioglie il senso stesso della convivenza.
Con una immensa produzione è come se quest’uomo mite e affabile,avesse voluto tendere una mano a tutti coloro che dal processo di mostruosa produzione di denaro attraverso denaro, erano esclusi;quasi a voler salvare gli schiacciati dai potentati economici, a voler dar voce a quanti,in una ‘Società sotto assedio’,dominata dalla paura,dal rancore,dall’ostilità,vedono le proprie vite disintegrate.’I Danni collaterali’ (uno degli ultimi suoi libri),sono l’essenza di questa società,che egli ha chiamato ‘SOCIETA’ LIQUIDA’,formula applicata applicata a tutti gli ambiti del vivere in comune.Liquida è questa nostra società,che ha perso il senso della comunità,priva di collanti al di là del profitto e del consumo,una società il cui imperativo è : “Produci/Consuma/Crepa.
Liquidi i rapporti umani, liquida la cultura, liquido tutto il nostro mondo, che sta crollando mentre noi fingiamo di non accorgercene. Le opere di Bauman, che, per quanto fortunate editorialmente, sono state cibo per pochi, purtroppo, sono un tesoro cui attingere per comprendere le ingiustizie del tempo presente, denunciarle, e se possibile, combatterle. La sua scomparsa è una perdita grave per chi non si accontenta dell’esistente, per chi si rifiuta di credere alla favola bella del “progresso”. E il messaggio che ci affida è appunto di non smettere di scavare sotto la superficie luccicante del “mondo globale”, come ce lo raccontano media e intellettuali mainstream, che non solo hanno rinunciato al ruolo di “legislatori”, trasformandosi compiutamente in meri “interpreti”, ossia tecnici, ma sono diventati laudatores dei potenti.

COSA CHIEDE DI FARE PER I MIGRANTI IL M5S
“Da quando c’è Renzi gli sbarchi in Italia sono triplicati“. Lo scrive in un tweet Grillo che rimanda a un post sul suo blog firmato dal gruppo del M5S all’Europarlamento. I 5 Stelle postano anche una tabella con i numeri dei migranti sbarcati negli ultimi 20 anni: “Da quando governa Renzi il picco più alto!”, ribadiscono.
Totale sbarchi in Italia:
1997: 22.343
1998: 38.134
1999: 49.999
2000: 26.817
2001: 20.143
2002: 23.719
2003: 14.331
2004: 13.635
2005: 22.939
2006: 22.046
2007: 20.455
2008: 36.951
2009: 9.573
2010: 4.406
2011: 62.692
2012: 13.267
2013: 42.925
2014:170.100
2015:153.842
2016:181.436
Scrive il blog di Grillo: “C’è la firma di Renzi sull’accordo con la Turchia (fatto dall’Ue) che è servito a spostare gli sbarchi dalla rotta balcanica, quella che portava direttamente alla Germania, a quella mediterranea che oggi porta di nuovo verso l’Italia. Se non si affrontano le ragioni profonde che causano i flussi migratori l’emergenza sarà sempre cronica”.“Da quando governa Renzi il numero degli sbarchi (e dei morti purtroppo) è triplicato. Fatalità? Coincidenza? No, semplicemente politiche sbagliate, quelle che il M5S vuole cambiare!”, scrivono gli europarlamentari 5stelle. “Renzi è il capofila della politica estera e di difesa europea che privilegia gli affari degli armatori e lo sfruttamento delle risorse dei Paesi di origine dei flussi. Perché non ferma l’export delle armi verso l’Arabia Saudita? Gli interessi economici delle multinazionali, purtroppo, valgono molto più della tutela della vita e dei diritti fondamentali delle persone.Una volta giunti in Europa migranti africani e asiatici vengono sfruttati come moderni schiavi. In Italia la piaga dello sfruttamento della manodopera e del lavoro in nero degli immigrati è molto diffusa, soprattutto nel Sud Italia per la raccolta di arance e pomodori”.
Il blog di Grillo l’anno scorso scriveva:
“L’Italia si trova tra l’incudine e il martello per l’emergenza immigrati e l’Europa resta a guardare. L’incudine è il regolamento di Dublino che impone a chi arriva in un Paese per chiedere rifugio politico di non poterne uscire. Un regolamento sottoscritto dal governo Berlusconi nel 2005 con il concorso della Lega che ora finge di dimenticarsene. Gli effetti del Regolamento sono devastanti per i Paesi della UE che si affacciano sul Mediterraneo in quanto le migrazioni arrivano da Sud e al massimo da Est. Nessun barcone fa la circumnavigazione d’Europa per approdare in Svezia o in Germania. Il flusso migratorio si concentra in particolare in Italia dove il riconoscimento dello status di profugo richiede mesi se non anni quando viene fatto ricorso e questo i clandestini lo sanno bene. Di questa situazione i Paesi del Nord Europa sono beneficiari, mentre l’Italia, anche grazie a ministri imbelli come Alfano e Gentiloni, ne paga tutte le conseguenze. L’Italia sta diventando un immenso campo profughi, molti immigrati vogliono raggiungere in ogni modo parenti o comunità presenti in altri Paesi europei. Dopo l’arrivo in Italia puntano a Nord. Si accalcano al Brennero, alla stazione di Milano e i francofoni a Ventimiglia. Alla stazione di Trento sono presenti agenti della polizia austriaca e tedesca. Gli immigrati qui, in realtà, non ci vogliono stare. Per cautelarsi, i Paesi confinanti hanno sospeso Schengen. L’Austria ha sospeso Schengen, l’ha fatto fino al 15 giugno la Germania (con la scusa del G7) e tutti i treni provenienti dall’Italia sono controllati 24 ore su 24 dalla polizia di frontiera francese a Mentone e le persone non in possesso di passaporto regolare vengono respinte. Quindi il flusso da Sud e il blocco a Nord. E di fronte a questo imbuto senza sfogo l’unica cosa che il governo è capace di fare è di smistare gli immigrati nei piccoli centri di provincia dove in qualche caso sono più dei residenti. Queste persone non hanno un’attività, non parlano italiano e generano, non per colpa loro, tensioni sociali.”

4 proposte di Vittorio Bertola, consigliere comunale M5S Torino
1. Giro di vite sui permessi di soggiorno per protezione umanitaria, che solo l’Italia concede in massa. Da noi quasi un asilo politico su due viene dato a persone che non ne avrebbero diritto secondo i trattati internazionali sui rifugiati, ma che noi accogliamo comunque per “gravi motivi umanitari”. Negli altri Paesi europei questo tipo di permessi non esiste o viene usato in misura molto minore, da noi invece con questa motivazione si fanno entrare persone che non dovrebbero, perché? Proprio per alimentare l’industria dell’accoglienza.
2. Istituzione di sistemi efficienti per il rimpatrio forzato delle persone a cui viene respinta la domanda di asilo. Non è ammissibile che anche a quel 40-50% di domande che viene respinto corrisponda di fatto una ammissione in Italia, come clandestini, perché ci si limita a consegnargli un foglio con scritto “devi lasciare il Paese, fallo tu, ok?”. Questo non è un comportamento serio, se uno deve essere espulso deve essere accompagnato alla frontiera e/o caricato su un aereo per il suo Paese di origine, a forza se necessario.
3. Istituzione di una procedura specifica per la trattazione dei ricorsi contro il diniego dell’asilo. Non è possibile che uno che non ha diritto all’asilo, anche palesemente, possa restare in Italia per anni semplicemente facendo ricorso contro il provvedimento di diniego dell’asilo, per di più a spese nostre perché essendo nullatenente gli avvocati li paghiamo noi. E’ giusto dare una possibilità di ricorso per evitare abusi, ma essa segua un suo percorso d’urgenza in modo da venire evasa nel giro di un mese o due e da non dare scuse a chi non ha diritto di stare in Italia.
4. Sorveglianza più stretta dei profughi nel sistema di accoglienza. Qui a Torino qualche mese fa c’è stato un profugo senegalese che per settimane usciva tutte le mattine alle 5 dal suo ostello (pagato da noi) e andava a rapinare e accoltellare le donne alle stazioni della metropolitana. Dopo 8 rapine violente l’hanno preso, e ci si chiede: ma la cooperativa che gestiva l’accoglienza non si è mai accorta di niente? E’ giusto che continui a ricevere fondi pubblici per progetti S.P.R.A.R.? Persino nello S.P.R.A.R. la percentuale di “uscita per integrazione” è meno di un terzo, almeno due terzi escono senza avere la minima speranza di mantenersi e di fatto vanno a vivere in ghetti nelle fabbriche abbandonate e/o diventano manovalanza per la criminalità organizzata.
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Il commento dei media è stato un attacco generalizzato al M5S, accusato di essere razzista. Massimo Giannini su Repubblica ha lanciato un articolo perfido accusando il M5S di svolta trumpista-lepenista. Accusa Grillo di aver scavalcato Salvini a dx. Scrive: “il “Manifesto anti-immigrati” postato sul Sacro Blog del leader pentastellato ricorda i proclami antisemiti del Ventennio. Grillo invita masse immaginarie alla ribellione contro tutti gli invasori. “Basta, è ora di agire”. Seguono quattro passi nel delirio dell’intolleranza e dell’inconsistenza: “Tutti gli immigrati irregolari devono essere rimpatriati, a partire da oggi”. Dopo ogni attentato, “Schengen deve essere rivisto e immediatamente sospeso”, ripristinando subito “i controlli alle frontiere”.” una deriva xenofoba così becera ed esplicita non si era mai vista. Una speculazione politica così spregiudicata, sulla frontiera delicatissima del rapporto tra l’Occidente e l’Islam, non si era mai raggiunta”.
“L’Internazionale Populista getta la maschera, e rivela così il suo volto più insopportabile e inquietante. Quello di chi non vede al di là del proprio orticello politico-elettorale. Quello di chi, ancora una volta, sa investire solo sulla paura dei popoli, stremati dalla globale e impauriti dalla minaccia jihadista.”
“L’Internazionale Populista grillo-leghista non è in grado di fare niente di tutto questo. Nessuna capacità di elaborare un “pensiero lungo”, ma solo il “presentismo” demagogico denunciato da Bauman. Solo l’obiettivo di lucrare un dividendo elettorale di qualche zerovirgola, andandolo a raccogliere nella pancia di quel 65% di italiani che secondo Ipsos ancora ritiene che nel nostro Paese ci siano “troppi immigrati”.”

Pochi giorni dopo il ministro Minniti presenta il nuovo pacchetto per l’immigrazione con l’obiettivo cruciale di rendere più efficienti e veloci le pratiche e le procedure per i rimpatri degli irregolari e chiede di fare le stesse cose che aveva chiesto Grillo.
Lo sciagurato Giannini non rispose.
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http://masadaweb.org

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