Nuovo Masada

dicembre 31, 2016

MASADA n° 1818 29-12-2016 LE GUERRE INUTILI

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MASADA n° 1818 29-12-2016 LE GUERRE INUTILI
Blog di Viviana Vivarelli

La tragedia della Siria: un Paese distrutto, 300.000 morti e 4 milioni di profughi – Gli inganni di Obama, il premio Nobel della guerra – L’Isis è armata dagli USA – Il terrorismo è l’ottimo pretesto che permette agli USA di depredare il Medio Oriente – Le falsità mediatiche – Posizione inquietante della Turchia nel silenzio omertoso dell’Ue – Renzi sbatte la testa incalzato da troppi pericoli e nella crisi della banche – Tentativo oscurato di spingere il Parlamento al voto mediante una superliquidazione di 50 milioni – La corruzione della Consib e la correità del Governo Renzi – Tutti gli errori di Renzi e Padoan sul Monte dei Paschi. Per colpa loro il danno è aumentato da 5 miliardi a 8,8 e sarà riversato sugli italiani a cui costerà 250 euro a testa. Lo stesso Governo che dice di non avere 15 miliardi per il reddito minimo di cittadinanza trova in due ore 20 miliardi per le banche truffatrici che rifocillano i politici e i loro amici e in cui nessun debitore pagherà in soldi e nessun amministratore pagherà in carcere

Un anno sciagurato che si chiude tra bagliori di guerra

Il mondo è così fuori posto che essere fuori posto nel mondo è quasi una eccellenza di virtù.
La guerra è il più atroce non senso degli uomini perché non risana nulla e genera solo altra guerra.
Avete mai conosciuto una guerra che non fosse tragicamente inutile per le vittime e per il mondo?
Avete mai conosciuto un sistema bancario che non commettesse nefandezze o non le avallasse? Ma guerra e capitale ormai sono una cosa sola. La sx questo un tempo lo sapeva. La sx attuale lo ha dimenticato.

Per il Nuovo Anno che comincia vi mando un pensiero di Gramsci:

Ogni mattino, quando mi risveglio ancora sotto la cappa del cielo, sento che per me è capodanno. Perciò odio questi capodanni a scadenza fissa che fanno della vita e dello spirito umano un’azienda commerciale col suo bravo consuntivo, e il suo bilancio e il preventivo per la nuova gestione. Essi fanno perdere il senso della continuità della vita e dello spirito. Si finisce per credere sul serio che tra anno e anno ci sia una soluzione di continuità e che incominci una novella istoria, e si fanno propositi e ci si pente degli spropositi, ecc. ecc. È un torto in genere delle date. (…)
Perciò voglio che ogni mattino sia per me un capodanno. Ogni giorno voglio fare i conti con me stesso, e rinnovarmi ogni giorno. Nessun giorno preventivato per il riposo. Le soste me le scelgo da me, quando mi sento ubriaco di vita intensa e voglio fare un tuffo nell’animalità per ritrarne nuovo vigore
“.
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DON CHISCIOTTE
Cervantes

A tutti gli illusi, a quelli che parlano al vento.
Ai pazzi per amore, ai visionari,
a coloro che darebbero la vita per realizzare un sogno.
Ai reietti, ai respinti, agli esclusi. Ai folli veri o presunti.
Agli uomini di cuore,
a coloro che si ostinano a credere nel sentimento puro.
A tutti quelli che ancora si commuovono.
Un omaggio ai grandi slanci, alle idee e ai sogni.
A chi non si arrende mai, a chi viene deriso e giudicato.
Ai poeti del quotidiano.
Ai “vincibili” dunque, e anche
agli sconfitti che sono pronti a risorgere e a combattere di nuovo.
Agli eroi dimenticati e ai vagabondi.
A chi dopo aver combattuto e perso per i propri ideali,
ancora si sente invincibile.
A chi non ha paura di dire quello che pensa.
A chi ha fatto il giro del mondo e a chi un giorno lo farà.
A chi non vuol distinguere tra realtà e finzione.
A tutti i cavalieri erranti.
In qualche modo, forse è giusto e ci sta bene…

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In guerra mi facevano più impressione i vivi, che i morti. I morti mi sembravano dei recipienti usati e poi buttati via da qualcuno, li guardavo come se fossero bottiglie rotte. I vivi, invece, avevano questo terribile vuoto negli occhi: erano esseri umani che avevano guardato oltre la pazzia, e ora vivevano abbracciati alla morte”.
(Nicolai Lilin)
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La guerra non restaura diritti, ridefinisce poteri”.
(Hannah Arendt)
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Le superpotenze si comportano da gangster, ed i paesi piccoli da prostitute”.(L’Italia è un Paese piccolo)
(Stanley Kubrick)

E’ più facile di condurre gli uomini a combattere, mescolando le loro passioni, che frenarli e dirigerli verso le fatiche pazienti della pace”.
(André Gide)

Non c’è nessuna cosa che la guerra abbia mai realizzato che non potevamo realizzare meglio senza di essa”.
(Havelock Ellis)

Non siamo ancora riusciti a cogliere il fatto che l’umanità sta diventando una singola unità, e che per una unità combattere contro se stessa è un suicidio.”
(Havelock Ellis)

Massacro ad Aleppo

SIRIA
Manlio Di Stefano (sunto)

Prima del 2011 la Siria era un mirabile mosaico di religioni ed etnie che hanno convissuto per secoli in armonia. Nel 2011 l’Ue varò sanzioni contro la Siria, imponendo l’embargo del petrolio, il blocco di ogni transazione finanziaria e il divieto di commerciare moltissimi beni e prodotti. Nel 2013, stranamente, fu rimosso l’embargo del petrolio dalle aree controllate dall’opposizione armata e jihadista, allo scopo di fornire risorse economiche alle cosiddette “forze rivoluzionarie e dell’opposizione”.
In questi 6 anni le sanzioni più la guerra civile, hanno distrutto la Siria condannandola alla fame, alle epidemie, alla miseria e favorendo l’attivismo delle milizie combattenti integraliste e terroriste che oggi colpiscono anche in Europa.
Da 6 anni, la Siria è sotto attacco da bande di terroristi in una guerra foraggiata prevalentemente da Arabia Saudita, Qatar e Turchia.
I Paesi occidentali, con l’Italia tristemente in prima fila grazie al Ministro degli Esteri Gentoli ora premier, hanno riproposto la strategia fallimentare usata per la Libia, appoggiando presunti “ribelli moderati” e alimentando una guerra che ha già provocato più di 400.000 morti, 6 milioni di sfollati e 4 milioni di profughi (molti dei quali approdati sulle nostre coste).
In una situazione simile a quella irachena, si è formata una coalizione internazionale a guida USA, e ad Aleppo è andata in scena l’operazione di liberazione da parte dell’esercito arabo siriano sostenuto dall’aviazione russa e dagli alleati regionali.
La settimana scorsa Aleppo è stata liberata dall’assedio che subiva da anni da Al Qaeda.
Assedio denunciato da tutte le maggiori autorità religiose della città mai ascoltate dagli organi di stampa occidentale. Nemmeno quando noi del M5S abbiamo invitato Joseph Tobji, arcivescovo cattolico maronita di Aleppo, direttamente alla Camera.
Scrive Fulvio Scaglione: “Tutto, nel racconto occidentale su Aleppo, sa di truffa e inganno. Dalla pubblicazione senza filtri né verifiche dei dati forniti dall’Osservatorio siriano per i diritti umani, fondato e animato da un oppositore di Bashar al-Assad e mantenuto dal Governo inglese, alla parola “assedio”, usata senza risparmio per Aleppo ma solo negli ultimi mesi, e mai nei più di tre anni in cui la città era attaccata su tre lati da ribelli e jihadisti, arrivati anche a occupare il 60 % del territorio urbano”.
Ci chiediamo come sia possibile dar credito alla versione secondo cui i bombardamenti russi su Aleppo causano sempre vittime tra i civili mentre quelli statunitensi su Mosul o Raqqa si limitano a eliminare, “chirurgicamente”, i capi di Daesh senza colpire coloro di cui i jihadisti si sono circondati per ritardare l’avanzata dei nemici. I media non fanno che spargere falsità. Pesano sulle loro coscienze le centinaia di migliaia di morti in Iraq, barbaramente invaso dopo la menzogna delle armi di distruzione di massa, le centinaia di migliaia di morti in Afghanistan, colpevole di NON ospitare Osama Bin Laden, e quelli in Libia. Quello che fa più rabbia è che la disinformazione, che ha accompagnato fin dall’inizio questa sporca guerra, vive oggi una nuova fase: non ha più interesse a criminalizzare Assad ma soprattutto a “coprire” e a “distogliere” l’attenzione da quanto sta veramente accadendo. Non vi è stata solo una liberazione ad Aleppo: c’è stata la svolta fatale della guerra siriana, in cui a perdere sono stati i costruttori di guerra e i pianificatori del Terrore.
Chiedo da anni alcune semplici cose per la pace in Siria:
– ripristino delle relazioni diplomatiche con la Repubblica araba siriana;
– ritiro dei rappresentanti del Governo italiano dal cosiddetto “Small Group della Coalizione Globale anti-Daesh” che vede, tra gli altri, la presenza di rappresentanti di Paesi quali l’Arabia Saudita e il Qatar, sponsor dell’Isis/Daesh, e altre organizzazioni terroriste operanti in Siria;
– interruzione immediata di qualsiasi sostegno economico e militare ai cosiddetti “ribelli” siriani;
– ELIMINAZIONE IMMEDIATA DELLE CRIMINALI SANZIONI CHE COLPISCONO LA POPOLAZIONE SIRIANA uccidendola da ben prima che si accendessero i riflettori dei mass media.
Questo è ciò che, noi del M5S, chiediamo da due anni.
La liberazione di Aleppo ci dimostra che eravamo dalla parte giusta della storia che non è la stessa di Gentiloni.


Massacro di Aleppo
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Franco Ranocchi
Per fortuna che hanno trovato i documenti dell’attentatore di Berlino dentro il camion, mi stavo già preoccupando che fosse andato a fare l’attentato senza documenti!


Terrorista islamico uccide ambasciatore russo in Turchia

Per stessa ammissione di capi del Pentagono, l’Isis è armata dagli Stati uniti. Nulla di nuovo su questo fronte. Nella prima guerra del Golfo Bush vendeva armi al nemico. E in tutte le guerre del mondo troviamo armi americane in entrambi i fronti. Gli uomini muoiono ma le fabbriche delle armi prosperano. Prime tra esse quelle italiane che armano i siriani di Assad come i siriani che combattono Assad. Il terrorismo è sempre stato il pretesto con cui gli Stati uniti sono entrati nelle guerre del mondo.

apocalisse laica.net scrive:
“L’islamismo è l’alleato oggettivo dell’imperialismo americano nel Medio oriente. Esso fin dagli anni ’80 costituisce il pretesto che permette agli Stati Uniti di intervenire nei paesi arabi, a seconda dei casi per aiutare gli islamici “buoni” in lotta per la libertà o per sconfiggere quelli “cattivi” che minacciano la sicurezza mondiale. Negli anni ’80 durante la Guerra Fredda l’Islam conservatore era l’alleato degli Usa nel contenere la diffusione del comunismo e dell’influenza dell’Urss nei mondo arabo. Sotto la presidenza di Reagan gli Stati Uniti armarono ed addestrarono i talebani in Afghanistan per rovesciare la Repubblica Popolare e contrastare il successivo intervento sovietico. Al-Qaeda nasce qui, con i soldi e il supporto americano, tanto che lo stesso Bin Laden (ricordiamolo proveniente da una famiglia di affaristi sauditi in stretti rapporti con gli Usa) combatteva in Afghanistan e veniva intervistato da quotidiani occidentali come “The Indipendent” i quali lo definivano “freedom fighter”. I Talebani vennero addirittura glorificati in film come “Rambo 3″ mentre vari leader islamisti afghani furono ricevuti alla casa bianca da Reagan che li definì “leader con gli stessi valori dei Padri Fondatori”. La stessa strategia proseguì negli anni novanta con Clinton, che poté intervenire in Jugoslavia al fianco dei narcotrafficanti dell’Uck in Kosovo spacciati come difensori del proprio popolo da non meglio precisati genocidi. Con Bush la strategia cambia: complice l’11 Settembre, gli amici di ieri diventano i nemici di oggi. Parte una campagna propagandistica mondiale secondo cui l’Islam ha dichiarato guerra alla civiltà occidentale e ci sono arabi dietro ogni angolo pronti a farsi esplodere. Con questa scusa parte la cosiddetta guerra al terrore grazie alla quale vengono eliminati gli ex-alleati talebani ora sfuggiti al controllo e si invade l’Iraq, una guerra totalmente priva di senso anche per la logica di Bush considerato che il governo di Saddam Hussein apparteneva alla corrente del baathismo laico e di tutto poteva essere tacciato tranne che di islamismo. Con Obama la strategia cambia ancora. Adesso non esiste più la minaccia islamica: gli Stati Uniti devono intervenire per difendere i giovani della Primavera Araba in lotta contro i “dittatori” (termine indicante tutti i capi di stato non graditi all’America). Bin Laden, tenuto in vita come spauracchio durante l’epoca Bush, viene fatto fuori in un lampo, ovviamente prima che possa parlare dei suoi passati legami con gli Usa. Gli islamisti adesso sono alleati e tutti i peggiori integralisti, dal Fronte Al-Nusra siriano ai Fratelli Musulmani, vengono trasformati dai media in giovani non violenti in lotta contro la dittatura. Con questa scusa Obama arma delle milizie islamiste in Libia ed interviene in loro supporto per eliminare Gheddafi. Ora la Libia è un inferno a cielo aperto in preda a gang islamiche mentre gli americani ne saccheggiano il petrolio. Lo stesso avviene in Siria, dove gli Usa appoggiano animali assetati di sangue come Al-Nusra e il famigerato Isis, presentati sempre come studenti che manifestano per i diritti umani. Ora invece assistiamo ad un ritorno della propaganda sulla minaccia islamista da parte dell’amministrazione Obama per giustificare l’inizio di operazioni militari in Iraq. La situazione fa quasi sorridere considerando che l’Isis sostanzialmente sono i ribelli siriani presentati come sinceri democratici e a fianco dei quali meno di un anno fa lo stesso Obama voleva intervenire militarmente. Le stesse persone al variare degli interessi in gioco passano da combattenti per la libertà a sanguinari terroristi a seconda che si trovino ad ovest o ad est del confine tra Siria ed Iraq….E’ notizia recentissima l’annuncio da parte del Pentagono della volontà di compiere raid armati nel territorio siriano per distruggere le basi degli islamisti. Qui emerge di nuovo la natura dell’islam come pretesto per le ingerenze Usa. Meno di un anno fa gli Stati Uniti volevano entrare in Siria per aiutare proprio i “democratici” dell’Isis contro Assad. Vistasi sbarrata la porta dall’opposizione russo-cinese, dopo un anno rientrano in Siria dalla finestra, questa volta con la scusa di combattere i terroristi. Chissà che, una volta entrati nel territorio di Damasco, gli uomini a stelle e strisce non estendano le operazioni anche contro il governo di Assad, magari con la scusa di qualche incidente dalla dinamica poco chiara fra i propri militari e quelli di Damasco. Per chiudere il cerchio, un ultimo dato. Per bocca del proprio leader, il califfo Al-Baghdadi, l’Isis ha indicato la Cina come stato nemico dell’Islam promettendo in un prossimo futuro di fornire aiuto ai gruppi islamisti Uighuri dello Xinjiang. Casualmente il principale avversario geopolitico degli Usa rientra tra gli obiettivi degli islamisti (che ad esempio durante tutto il periodo dei bombardamenti a Gaza non hanno detto una sola parola contro Israele)…E’ l’imperialismo americano la mano che arma lo jihaidismo nel mondo arabo. Il responsabile del dramma iracheno è da cercare tra le poltrone di Washington. Viste le loro frequentazioni, forse il presidente Obama dovrebbe cambiare nome in Osama. (Riccardo Maggioni)
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Claudio Martinotti Doria:

Man mano che le verità sulla Siria vengono a galla, sta gradualmente cambiando anche la narrazione mediatica dei fatti. Risulterà difficile negare e poi giustificare la presenza di un centinaio abbondante di ufficiali NATO, catturati dai russi e siriani nei territori che erano occupati dalle truppe di invasori o ribelli dalle varie sigle ma che fanno tutte capo a Daesh, cioè allo stato islamico, se non riconoscendone l’implicita complicità nell’armarli, formarli ed incitarli, fornendo loro pure gli obiettivi. Sarebbe come ammettere che tutto quanto è avvenuto era funzionale alla leadership politica Atlantica, Usa ed UE, cioè che erano una loro creatura, un terrorismo di comodo, che legittima i dubbi anche sulla matrice degli attentati avvenuti sul suolo europeo, con l’ampio seguito di incongruenze, alcune anche grossolane, sulla dinamica dei fatti e sull’efficienza dei servizi di sicurezza ed investigativi. Nel complesso si tratta di una situazione immonda, da voltastomaco, che fa ribrezzo e provoca repulsione verso la leadership politica e mediatica europea, supina a quella americana. In questo quadro geopolitico e strategico mediorientale la Russia esce vincitrice, e nel valutare i motivi della sua vittoria penso di potergli attribuire il fattore storico di una cultura secolare, modernizzata superbamente in ambito diplomatico e militare, perseverando nella lealtà con gli alleati e l’innovazione qualitativa degli armamenti, contro una forza bruta supponente e strafottente, basata prevalentemente sull’insidia, il doppio gioco, l’inganno e la forza quantitativa delle armi e sull’intimidazione, sul dominio del sistema mediatico asservito, rappresentata in primis dagli USA e dai suoi stati satelliti asserviti e resi ormai patetici dalla loro insulsaggine. Con la Siria l’Occidente, con tutto il suo apparato mediatico, ha toccato il culmine della meschinità e della bassezza, e reso evidente il fallimento a livello internazionale. Prima si capiranno questi aspetti e prima si prenderanno le distanze da questi farabutti che hanno governato finora in nome di una finta democrazia, facendo danni immani e minando il nostro futuro irreversibilmente.

E poi sulla terra intera a innalzare
monumenti “AI CADUTI”!
così felici di essere caduti!

ma provate a fissare quei corpi squarciati,
a fissare la loro smorfia ultima
sulle facce frantumate,
e quegli occhi che vi guardano,

provate a udire nella notte
l’infinito e silenzioso urlo degli ossari:

uccideteci ancora e sia finita! –

David Maria Turoldo


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Ad Aleppo, la disfatta morale e intellettuale dell’Occidente
Maurizio Blondet

“Primi attacchi aerei dell’aviazione russa in appoggio alle truppe turche ad Al-Bab”.
Chi l’avrebbe mai detto? “Secondo una fonte militare dell’aeroporto di Kuweires, una squadriglia di caccia Su-24 e Su-34 ha sferrato attacchi aerei su Al-Bab, distruggendo vari mezzi appartenenti al cosiddetto Stato Islamico d’Irak e Al Sham”, che è sempre Daesh. Secondo alcuni però, i colpi sarebbero diretti alle milizie curde anti-Assad. Ci chiediamo se Erdogan ha accettato il principio della “integrità territoriale della Siria” (non certo di buona voglia) perché ciò comporta l’eliminazione dei sogni indipendentisti curdi.
La notizia (fonte Almasdar New, yemenita sciita) aggiunge che “nonostante l’appoggio aereo russo, l’armata turca non ha potuto mantenere il controllo dell’ospedale Al-Faruq e di Jabal al-Akil dopo che i terroristi dello stato islamico hanno assestato un colpo diretto con il loro ordigno esplosivo improvvisato”.
Il che rivela forse qualcosa sul temibile esercito turco, il secondo della NATO. Erdogan ha mandato oltre confine alcune centinaia di commandos; ma non osa impegnare l’esercito, che è fatto di coscritti, e che lui ha “purgato” di comandanti come veri e presunti complici di Gulen.
Secondo l’Osservatorio Siriano dei Diritti Umani (quello fatto da uno che sta a Londra), “Al Bab è stata giovedì oggetto di vari raid aerei turchi che hanno ucciso 72 civili, fra cui 21 bambini”. L’attacco aereo russo invece è di lunedì e non ha fatto vittime civili – o più probabilmente, sono adesso i turchi ad avere diritto alla loro quota di accuse di crimini di guerra. Infatti i media italiani hanno dato il dovuto rilievo.
Le atrocità? Le han fatte i “nostri ribelli”
Fosse comuni, civili trucidati
Su Aleppo, con molto disagio, la “narrativa” sta un po’ cambiando. Si osa dar notizia del fatto che ad Aleppo la gente festeggia i soldati dell’esercito nazionale, che i cristiani hanno celebrato il Natale nella gioia ed hanno ricevuto la visita di Assad e signora, e che si sono scoperte fosse comuni di civili giustiziati e mutilati dallo Stato Islamico, ossia dai protetti dalla coalizione internazionale. E’ già un progresso dopo cinque anni che “atrocità” e crimini di guerra, parecchi dei quali inventati (i gas nervini del 2012) venivano imputati esclusivamente ad Assad, e negli ultimi giorni prima della liberazione di Aleppo Est, a Mosca. Naturalmente dicendo il meno possibile. Nulla sugli ufficiali della NATO catturati dall’armata siriana in una cantina di Aleppo Est, il cui numero – dato inizialmente a 14, sarebbe invece di 110. Colpevoli, nella loro qualità di comandanti dei tagliagole preferiti dalla UE e da Washington, dei crimini contro l’umanità che i russi coi siriani vanno scoprendo. Silenzio sui 100 cadaveri – risultati di soldati siriani catturati – che i ribelli hanno liquidato col classico colpo alla nuca prima di sloggiare. Discrezione sui “sette immensi magazzini con munizioni sufficienti per armare diversi battaglioni di fanteria” documentati dal portavoce delle forze russe, generale Igor Konachenkov: “Molti di questi depositi si trovavano in ospedali e scuole”. Per delicatezza d’animo e non impressionare la Mogherini, le tv non hanno dato i video che mostrano l’enorme quantità di queste armi. Che noi stessi, intesi come occidentali, abbiamo fornito loro perché instaurassero il Califfato. Sono state trovate anche immani quantità di generi alimentari, ben nascoste; la dittatura jihadista lasciava la popolazione civile senza cibo, sequestrava gli “aiuti umanitari” per la sua sbirraglia, e vietava ai civili di nutrirsene. Su questo, persino l’Osservatorio dei Diritti Umani in Siria (quello di Londra) ha osato accusare i terroristi. Un altro segno della graduale modifica della narrativa.

Strano “suicidio” del funzionario NATO
Nessun tentativo mediatico di collegare la ‘caduta di Aleppo Est’ e la strana morte in Belgio del revisore generale della NATO, Yves Chandelon, suicidato con un colpo di pistola alla testa nella sua auto, vicino ad Andenne. L’uomo di pistole ne aveva tre, regolarmente denunciate; quella con cui s’è ucciso è un’altra, non sua. Indagava sui finanziamenti ai terroristi. Chissà perché, la famiglia non crede al suicidio; sostiene che Yves, pochi giorni prima, aveva confidato di sentirsi minacciato da strane telefonate. Stava indagando sui finanziamenti del terrorismo islamico: cosa che, in fondo, è un segreto di Pulcinella. Il suo ‘suicidio’ apre interessanti questioni: è parte delle pulizie di fine stagione della presidenza Obama o è il sintomo di una spaccatura fra due fazioni interne all’Alleanza Atlantica?
Perché comunque la si metta, quella di Obama, della UE e dei sauditi e israeliani è una disfatta di prima grandezza. Tanto più se si tiene conto dell’ultima rivelazione di Wikileaks
dove un documento del governo Usa datato 2006 mostra che Washington ha progettato il cambiamento di regime in Siria fin da 15 anni fa, scatenando deliberatamente il bagno di sangue cui abbiamo assistito, coi 250 mila morti e i sei milioni almeno di profughi e senzatetto. Progettato in tutti i particolari: dal “giocare le ansie sunnite sull’influenza iraniana”, all’attizzare “i curdi”, creare divisioni “in senso ai servizi di sicurezza e militari” del regime, fino alle denunce false al tribunale dell’Aja di aver fatto uccidere il capo libanese Hariri (probabilmente ucciso da Sion) e alla diffusione di falsità demonizzanti contro Assad e il “primo cerchio” del regime – il compito a cui i nostri media si sono così valorosamente dedicati diffondendo ogni sorta di fake news imbeccate.
Il risultato è che Russia, Turchia e Iran si sono riunite – a Mosca – per discutere la sistemazione della Siria, senza invitare Washington. E’ la disfatta morale, ma anche intellettuale, di Obama, della strategia neocon e della UE: il Nobel per la Pace è stato sconfitto politicamente dal “piccolo paese che non produce niente”, la Russia, e che ai tempi di Eltsin i cervelloni strategici americani avevano definito “un Alto Volta con i missili”. Ma proprio questo fa giganteggiare le figure degli indubbi vincitori, Putin e Lavrov: con quanti pochi mezzi hanno battuto la superpotenza ed il suo codazzo di satelliti.
Come mai? I motivi ha cominciato a provare ad enumerarli il massimo analista strategico franco-svizzero, Guillaume Berlat .
“La definizione di un quadro concettuale globale” che Putin ha seguito coerentemente e con costanza, dall’inizio delle “primavere arabe” (laddove Obama le ha provocate con vacue speranze che i Fratelli Musulmani realizzassero una “democrazia”, mentre per i neocon la destabilizzazione è un fine in sé). La declinazione del quadro concettuale attorno ad alcuni principi. “Stabilizzare il regime siriano per evitare la destabilizzazione anche regionale (ammaestrato dagli effetti dell’implosione della Libia sulle aree circostanti), scongiurare la diffusione del virus islamista nel Caucaso, mantenere la sua base militare in Mediterraneo – giocando gli Usa e ridicolizzando la UE”, per giunta apparendo come il difensore dei cristiani e delle altre minoranze perseguitate in Oriente.
Il sagace uso congiunto della forza militare e della diplomazia. “La diplomazia senza le armi è come la musica senza strumenti”, diceva Bismarck; ma gli Usa si son fatti dettare la politica dal loro super-armamento, credendo che la potenza degli strumenti esima dal comporre la musica, perché quelli la suonano da sé. La psichiatrica follia di questo s’è vista nel settembre scorso, quando Ashton Carter (capo del Pentagono) ha bombardato le truppe siriane assediate a Der Ezzor (tra 60 e100 soldati morti, con la partecipazione di caccia belgi e danesi) al solo scopo di mandare a monte un accordo stipulato fra John Kerry e Lavrov per condurre operazioni militari congiunte contro Daesh. Cosa riconosciuta da Kerry sospiroso: “Purtroppo abbiamo avuto divisioni nelle nostre file che hanno reso l’applicazione dell’accordo estremamente difficile…”.
Patetica figura Kerry, di fronte a Sergei Lavrov, sperimentato non solo dalla lunga permanenza come ministro, ma dalla precedente esperienza di diplomatico all’Onu, e assistito dal quadro concettuale” complessivo stilato con Vladimir Vladimirovic. Di lui rimarrà nella storia la limpida, chiaroveggente diplomazia inclusiva, così contraria a quella americana. Infaticabilmente, Lavrov parla con gli iraniani, ma anche con gli americani traditori e doppi, coi turchi dopo che Erdogan fa abbattere il caccia russo, parla coi sionisti, perfino coi sauditi, trattando come legittimi interlocutori le cricche più infide, da leale interlocutore, lui. Tratta coi “ribelli” siriani, cercando di metterli al tavolo di pace. E’ stato lui a sventare in extremis l’intervento occidentale contro Damasco nel 2013, facendo aderire la Siria alla convenzione di divieto delle armi chimiche.
Quanto alla forza militare, è quella necessaria e sufficiente che Putin usa in vista di obiettivi chiaramente definiti. Spero si ricorderà il totale “effetto sorpresa” ottenuto su Washington ed Ankara con i dispiegamento istantaneo e invisibile dei caccia bombardieri, l’esibizione delle migliori novità tecniche delle tre armi, abbastanza da impressionare gli americani e indurli a non rischiare troppo nello spazio aereo (Erdogan, Hollande volevano da Obama una no-fly zone in Siria), assumendo anche i necessari rischi ed azzardi – l’abbattimento del caccia da un rabbioso Erdogan, che oggi è costretto ad agire da “alleato” di Mosca. Con ciò ha mostrato ai regimi arabi che, lui, non abbandona gli alleati nelle peste, come hanno fatto altri.
Tutto ciò non sarebbe bastato al successo, nota Berlat, senza un quarto fattore: e qui l’analista evoca un dato morale, di carattere: la forza di una volontà irremovibile. Non dimentichiamo che in Siria, Putin ha sfidato un paese dieci volte più armato, una superpotenza economicamente dieci volte superiore, che non si esenta da atti criminali e talora da sussulti irrazionali, da idrofobia.
L’inflessibilità della volontà s’è dimostrata nella assoluta impermeabilità, spesso ironica, al martellamento mediatico. “I cani occidentali abbaiano, la carovana russa passa”, il Cremlino non si fa deviare nemmeno d’un metro dalla traiettoria iniziale dalla guerra mediatica. Il sistema mediatico occidentale s’è coperto di vergogna diffondendo propaganda e menzogne plateali; i governanti si sono compromessi in interviste con asserzioni irresponsabili e minacce delinquenziali, dichiarazioni estemporanee, rivelazioni controproducenti (tipo “Al Qaeda, sul terreno, fa un buon lavoro”). Putin parla quanto basta; usa il potere di veto all’Onu quando occorre, senza farsi intimidire; Lavrov non si abbandona alle emozioni, entrambi si impegnano in incontri utili e riservati, come quello che ha restituito temporaneamente la ragione a Erdogan.
E’ una forza di volontà intelligente, sostenuta da realismo, pragmatismo e sangue freddo. Gli occidentali perdono vistosamente d’intelligenza, credono alle loro proprie menzogne, se ne fanno irretire: invocano “interventi umanitari” per rifornire tagliagole wahabiti resi folli dal captagon, di fronte ai quali Assad è fin troppo evidentemente più civile e preferibile; farneticano di una “opposizione democratica” che sanno benissimo non esistere, trattandosi di mercenari stranieri pagati dai sauditi; invocano “tregue” che hanno l’unico scopo di salvare i terroristi da loro armati, e ormai alle corde. E tutto ciò, nonostante gli sforzi mediatici, si vede ad occhio nudo. “Tutto, nel racconto occidentale su Aleppo, sa di truffa e inganno”, ha scritto Fulvio Scaglione su Famiglia Cristiana.
Mogherini, Hollande e Merkel intimano ai russi, che trattano da criminali di guerra, di aprire corridoi umanitari. Ma “i “corridoi” esistono già, i civili sono già stati evacuati dai quartieri orientali di Aleppo dalle forze governative siriane e soprattutto dai russi che hanno anche messo in campo (a differenza della Ue) una mole imponente di aiuti umanitari per gli sfollati, proporzionale al loro impegno bellico. Persino i ribelli vengono portati con i loro famigliari (e i pochi civili che intendono seguirli) in aree controllate dalle milizie a cui appartengono con la supervisione della Croce Rossa Internazionale”, scrive la NBQ, che titola opportunamente: “Ad Aleppo, la UE perde la faccia”.
L’Unione Europea si è attenuta ad una rappresentazione della realtà “deforme in modo abissale” sulla Siria, per di più condita dal sentimento ingiustificato di non si sa quale superiorità civile e morale, che è un’imitazione dell’altrettanto ingiustificato senso della “eccezionalità” americana di cui Obama si riempie la bocca. “Noi” siamo l’Occidente, “noi” siamo la civiltà, l’umanitarismo e la democrazia, “Assad must go”, Putin è un dittatore…senza accorgersi della rozzezza e del semplicismo delle loro visioni che li ha portati ad una vera disfatta – intellettuale e morale.
E’ in nome di questa ‘superiorità’ che Obama, prima di Natale, ha firmato il decreto per consegnare ai ribelli in Siria i missili anti-aerei a spalla; “un atto ostile” l’ha definito la portavoce di Lavrov, Maria Zakharova.
E’ stato forse per suo ordine che il noto “incidente aereo” ha sterminato il coro dell’armata rossa. Non riesce proprio a capire che versare sangue non è un sostituto per l’intelligenza che gli manca, la malvagità e le vendette postume non bastano a rimpiazzare una strategia, una diplomazia, una politica estera impotente.
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Blog di Grillo
L’Italia è da anni saldamente nella top ten dei Paesi produttori di armi del mondo, che vengono vendute ai Paesi in guerra, soprattutto in Africa e nel Medio Oriente. In particolare l’Italia è il primo paese in Europa a vendere armi alla Siria: dal 2001 la Siria ha acquistato in licenza armi nel vecchio continente per 27 milioni e 700mila euro. Di questi, quasi 17 arrivano dal nostro Paese. Nel mentre gli Stati Uniti armano e addestrano i ribelli “moderati” e oggi l’Isis combatte con fucili con la scritta “Property of US Govt”, di “proprietà del governo statunitense”. E’ un gioco delle parti. La guerra in Siria è un business cui il governo italiano partecipa e che distrugge milioni di vite tra sfollati, profughi e morti. Il governo vuol contribuire a diminuire il numero di profughi dai Paesi in guerra? Deve bloccare subito l’export di armi nei Paesi teatro di guerre e attuare una politica estera non succube degli interessi USA.

In questi giorni la foto del piccolo Aylan, morto annegato in Turchia, ha scosso umori e coscienze. E ha riacceso i riflettori su una guerra dimenticata dal mondo. Con oltre 300 mila vittime, 4 milioni di rifugiati e 12 milioni di sfollati, di cui più della metà bambini, la Siria è un Paese che non c’è più. Le Ong sul terreno parlano di una delle peggiori crisi dalla Seconda guerra mondiale. Non siamo di fronte a un semplice teatro di guerra. In Siria non c’è un nuovo Kosovo o un’altra Afghanistan, bensì un conflitto più esteso e complesso, che al suo interno ospita altre decine di micro-conflitti. Tracciare una linea di quel che è accaduto negli ultimi anni è quasi impossibile, ma provarci è un dovere morale per comprendere torti e ragioni di una delle peggiori guerre dell’ultimo secolo.

Le prime proteste in Siria
Sulla scia delle sommosse popolari in Egitto e Tunisia, ribattezzate con il nome di Primavera araba, il 6 marzo del 2011 a Dar’a, una città a maggioranza sunnita nel sud della Siria, un gruppo di studenti scrive alcuni graffiti sul muro di una scuola. Uno di questi recita “Il popolo vuole rovesciare il regime”. Un altro ancora è rivolto ad Assad, il presidente, da quindici anni al potere dopo il trentennale governo del padre Hafiz: “E’ il tuo turno dottore”. I moti sono solo un primo bagliore, passano nove giorni e il 15 marzo migliaia di siriani scendono in strada per protestare contro il regime. La risposta dell’esercito è violentissima: Assad ordina ai suoi militari di aprire il fuoco sui manifestanti. Muoiono decine di persone innocenti. E’ troppo. Anche per i suoi militari. Alcuni si oppongono all’ordine, disertano i ranghi e si uniscono alle proteste. E’ il regime che cede, per la prima volta, dopo 45 anni di potere indiscusso.

L’Occidente si schiera
I fatti spingono gli Usa, l’Ue e gran parte della comunità occidentale a schierarsi dalla parte della popolazione civile. Era accaduto lo stesso in Egitto e Tunisia, qualche mese prima. Ma in Siria c’è uno scenario strategico, vale a dire la volontà di indebolire un regime politicamente e culturalmente vicino a Teheran. Non a caso Assad è alawita, branca musulmana dell’islam sciita, e fin dai primi disordini gode del sostegno del governo iraniano, in quel periodo – secondo le accuse mai confermate di Washington ed Israele – impegnato a portare avanti un programma per la realizzazione di un ordigno nucleare. Rovesciare il regime di Assad permetterebbe dunque agli States di piazzare un proprio pro-console in Siria, come accaduto dopo la deposizione di Saleh nello Yemen, e in questo modo rafforzare il fronte atlantico in Medio Oriente, col supporto di Arabia Saudita, Kwuait e Qatar: Paesi alleati e a maggioranza sunnita, da sempre ostili all’Iran.

Le armi ai ribelli, comincia la “guerra per procura”
Così, Stati Uniti e Paesi europei cominciano ad inviare armi ai ribelli anti-Assad, senza alcuna legittimazione dell’Onu. Viene costituito il “Gruppo degli Amici della Siria”, un collettivo diplomatico internazionale convocato al di fuori del Consiglio di Sicurezza in risposta al doppio veto di Mosca e Pechino su una risoluzione che condanna il regime siriano. Di questo gruppo ne fa parte anche l’Italia. Le riunioni periodiche servono a stanziare di tanto in tanto fondi per l’apertura di nuovi corridoi umanitari, ma l’obiettivo non dichiarato è accordarsi sulla quantità di armi da inviare ai ribelli per sconfiggere Assad. Una comoda strada per by-passare la legittimazione internazionale dell’operazione. In futuro sarà la stessa opposizione al regime a confermare di aver ricevuto armi dall’Occidente. E’ in cima a questi tumulti, che tra la fine del 2012 e l’inizio del 2013 molti esperti cominciano a parlare della guerra siriana come di una “guerra per procura”: lo scontro tra le varie milizie locali è in fondo uno scontro tra i paesi arabi sunniti, alcuni dei quali direttamente finanziatori dei ribelli, e i paesi (l’Iran) e i gruppi (Hezbollah) sciiti della regione, che appoggiano Assad. Il mondo torna a dividersi in due blocchi distinti: Obama chiede un intervento immediato, Putin sostiene Damasco e parla di una presenza costante di milizie qaediste tra le forze antigovernative.

La guerra (anche) delle informazioni
La storia ci insegna che insieme ai Paesi si schiera, sempre, anche la stampa. L’attacco chimico di Ghuta è nella guerra civile siriana l’episodio forse più significativo ad aver rivelato l’esistenza di una vera e propria guerra mediatica: testimonianze contrastanti, omissioni dei fatti e accuse infondate cadono sulle spalle del regime siriano, diffuse dai principali network internazionali. Nel giro di qualche settimana, a seguito di un’ispezione di osservatori dell’Onu, le informazioni, però, prendono una direzione opposta, con i ribelli accusati di essere i responsabili di uno dei gravi massacri dopo l’attacco di Halabja, durante la guerra Iran-Iraq. A sostenere la tesi è un articolo di Seymour Hersh dal titolo “Whose Sarin?”, pubblicato sul sito della prestigiosa London Review of Books, un’analisi che mette in dubbio la ricostruzione ufficiale fornita dall’amministrazione statunitense e dei principali media euro-atlantici.

La nascita dell’Isis e il terrorismo
Per comprendere le cause che hanno favorito l’ascesa dello Stato Islamico in Siria bisogna fare qualche piccolo passo indietro. A fine 2011 è ancora l’Esercito siriano libero l’ossatura dei ribelli antigovernativi, ma a inizio gennaio compaiono altri gruppi paralleli e autonomi. Tra questi figura il Fronte al Nusra, che si costituisce il 23 gennaio 2012. La formazione è inizialmente composta da membri della branca irachena di al Qaeda (Stato Islamico dell’Iraq) che combatte la presenza americana nel Paese. E’ la prima volta che tra le fila dei ribelli nasce una cellula che si ispira chiaramente ai precetti dell’islam radicale. La strategia degli attacchi suicidi, generalmente per mezzo di auto-bomba, viene inaugurata nel distretto Al-Midan di Damasco, il 6 gennaio 2012, con la morte di 26 persone, tra cui molti civili. Alla fine di marzo 2012 il computo totale dei morti in Siria sale a 10.000 e sui ribelli, sostenuti fortemente da Stati Uniti e Unione Europea, cala il velo dell’ipocrisia. Delle manifestazioni di piazza non ne resta che un vago ricordo. Ormai c’è una guerra aperta, violentissima, tra fazioni, e nel 2013 accade quel che molti fino ad allora temevano: la crisi siriana travalica il confine iracheno dove il vuoto di potere lasciato dagli Usa apre la strada ad orrori che ci riportano al decennio passato. Uomini armati e col viso coperto riprendono il controllo delle citta’ di Falluja e Ramadi, gia’ teatro tra il 2004 e il 2007 di una brutale guerriglia urbana. Sono i miliziani di Abu Bakr al Baghdadi, che agiscono dietro la bandiera dell’Isil (Stato Islamico dell’Iraq e del Levante, o Isis, Stato Islamico dell’Iraq e della Siria).

Foreign Fighters. La proliferazione di milizie islamiste nella regione favorisce in pochi mesi un “melting pot” jihadista, che in Iraq e Siria cattura le ambizioni di centinaia di combattenti stranieri (foreign fighters), partiti alla volta del fronte per unirsi ai miliziani ribelli che si oppongono alle truppe governative di Assad. Questo è un elemento caratterizzante della guerra civile siriana. Oggi si stima che le due formazioni jihadiste più importanti, il Fronte al Nusra e lo Stato Islamico dell’Iraq e Levante accolgano tra le loro fila almeno 9.000 combattenti non siriani, ovvero circa il 20% del totale. Includendo le altre formazioni islamiste e l’Esercito siriano libero si arriva ad una cifra complessiva tra gli 11.000 e i 15.000. Secondo le stime della nostra intelligence, i concittadini partiti per lottare al fianco dei terroristi sarebbero oltre 60, di cui meno di 10 italiani o naturalizzati italiani. Comunque un numero esiguo rispetto agli oltre 1.500 partiti da Francia, agli 800-1000 britannici, ai 650 tedeschi e ai 400 provenienti da Olanda e Belgio. Anche le donne in questo processo hanno assunto un ruolo portante: l’italiana Maria Giulia Sergio è una delle ultime giovani che ha scelto di convertirsi all’islam per arruolarsi in Siria. Dalla proclamazione del Califfato di al Baghdadi, il Centre for the Study of Radicalisation and Political Violence di Londra ha stimato che almeno 4.000 cittadini occidentali si sono uniti al conflitto in Iraq e Siria. Di questi, circa 550 sarebbero donne, tutte emigrate dall’Europa nei territori controllati dall’Isil.

Il controverso ruolo di Ankara e le armi ai peshmerga. In questo via vai di presunti e potenziali jihadisti, la Turchia gioca un ruolo cruciale. Secondo alcuni Ankara, nonostante sia un membro Nato e stretto alleato dell’Occidente, sarebbe infatti in prima fila tra i sostenitori dell’Isil. Non è un caso, del resto, che le principali roccaforti del gruppo terroristico siano raggruppate proprio lungo la frontiera turca. La provincia di Hatay oggi è una sorta di autostrada jihadista a doppio senso di circolazione, oltre che l’area che ospita uno dei più grandi centri profughi di rifugiati siriani. Sarebbero migliaia i guerriglieri, anche affiliati ad al Qaeda, che negli ultimi mesi hanno varcato la frontiera per dirigersi in Siria. Gli interessi del premier turco Erdogan sono principalmente due: distruggere l’ex amico Assad e prevenire la nascita del Rojava (il nascente Stato curdo) nel nord-est, la cui leadership è schierata al fianco del Pkk. Lo scorso anno sono stati i curdo-siriani a fermare l’avanzata dei jihadisti nel nord della Siria, a Kobane, dov’era nato proprio il piccolo Aylan. Contro il nemico comune, l’Occidente decide di sostenere i peshmerga con l’invio di alcuni armamenti, poi finiti in mano ai terroristi dell’Isil per stessa ammissione del governo iracheno. Il risultato di questa operazione ha ricordato gli errori commessi in Afghanistan quando gli Stati Uniti sostennero la rivolta talebana contro l’occupazione sovietica. L’Isis ora combatte con fucili con la scritta “Property of US Govt”, di proprietà del governo statunitense. La scoperta l’ha fatta un’organizzazione non governativa, la Conflict Armament Research.

La coalizione internazionale e l’asse Washington-Riyadh. Compreso, con un certo ritardo, il pericolo dell’espansione di milizie jihadiste nella regione, Obama ad agosto 2014 concorda pertanto con alcuni partner europei, inclusa l’Italia, l’avvio di una coalizione internazionale per combattere l’Isil. A supporto finora il nostro governo ha inviato 2,5 milioni di dollari in armi, tra cui mitragliatrici, granate, cacciabombardieri e più di un milione di munizioni, oltre che aiuti umanitari. La missione ha spinto molti a credere che Washington abbia d’un tratto cambiato casacca, scendendo a sostegno del regime siriano. Niente affatto. Per l’asse Washington-Ankara-Riyadh l’obiettivo di liberarsi dell’Isil sottintende infatti a quello reale, ovvero liberarsi di Assad. Lo dimostrano le stesse parole pronunciate da Obama, che nei giorni scorsi si è detto pronto a colpire anche postazioni del governo siriano se da queste partissero attacchi contro la popolazione civile. Il fattore umanitario, però, pesa ben poco nello scacchiere politico. Il nodo da sciogliere ad oggi è esclusivamente il destino di Assad: Mosca e Teheran chiedono che resti al potere, l’Occidente continua a fare pressioni per le sue dimissioni. Tuttavia, la storia ci insegna che un’interferenza esterna finora non ha mai sortito gli effetti sperati, al contrario, ha sempre contribuito a incrementare gli scontri settari. Dividere il potere per quote, etniche e religiose, imponendo queste sulla base dei propri interessi sarebbe un deterrente per qualsiasi transizione pacifica propedeutica all’unità nazionale. Iraq, Libano, Afghanistan e Libia dovrebbero dirci qualcosa.

Il Rapporto 2015-2016 di Amnesty International documenta la situazione dei diritti umani in 160 paesi e territori durante il 2015.
In molte parti del mondo, un notevole numero di rifugiati si è messo in cammino per sfuggire a conflitti e repressione. La tortura e altri maltrattamenti da un lato e la mancata tutela dei diritti sessuali e riproduttivi dall’altro sono stati due grandi fonti di preoccupazione. La sorveglianza da parte dei governi e la cultura dell’impunità hanno continuato a negare a molte persone i loro diritti.
Questo rapporto rende merito a tutte le persone che si sono attivate in difesa dei diritti umani in tutto il mondo, spesso in circostanze difficili e pericolose.
Le notizie che ci hanno accompagnato in questi mesi del 2016 segnano un passo indietro per i diritti umani nel mondo. Dalle elezioni di Trump negli Stati Uniti alle restrizioni sempre più pericolose della libertà di espressione in Turchia e in Egitto; dalla recrudescenza delle azioni dei gruppi armati ai conflitti dimenticati e a quello in Siria, dalle crisi dei migranti al commercio irresponsabile delle armi e dei sistemi di sorveglianza.

Sauro
I sei anni della Siria sono il frutto velenoso del moderno spartirsi il mondo. Questa volta, poveretti, è toccato a loro. E mi dispiace, visto che ho dei bellissimi ricordi della Siria.
Non ricordo nemmeno io bene come iniziò. Fu poco dopo le famose primavere arabe.
Le effimere primavere arabe.
L’unica, che per ora, sembra averne tratto un piccolo vantaggio, a livello di democrazia, è la Tunisia.
Che sarebbe comunque tutto da verificare.
Una cosa la so bene: la Siria, nel 2006, era un paese assai più tranquillo e sicuro dell’Italia.
Giravi per Damasco, Aleppo, Palmira, Homs, e ti sentivi al sicuro.
Il regime degli Assad sarà anche stato dispotico, ma la gente stava bene.
Non c’era traccia della povertà che vedo in giro per la mia città.
Adesso il paese è ridotto ad un mucchio di macerie che tutti sappiamo.
Adesso lì i potenti del mondo (Russia, in primis) si spartiscono le sorti di quel paese come nel monopoli. Come lo fu per Yalta. E prima la conferenza di Parigi. E via dicendo. Approfittando di una Europa completamente assente. Di una Gran Bretagna ancora stordita dal referendum Brexit. Di un delicato cambio della guardia tra una amministrazione USA e l’altra.
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Fabio Massimo Castaldo, EFDD – M5S Europa

La Bce per gli investimenti (BEI) è il braccio finanziario di Bruxelles. Il suo giro di denaro è pari al bilancio di un piccolo stato: 77 miliardi e mezzo di euro finanziati nel 2015 destinati a infrastrutture, finanziamenti alle imprese e progetti al fine di produrre posti di lavoro, crescita e innovazione. Tutto questo è ben pubblicizzato sul sito della BEI. C’è però un lato oscuro, al quale non viene dato lo stesso risalto, fatto di investimenti non trasparenti in paradisi fiscali. Di giurisdizioni sospette, casi di conflitti di interesse e «revolving doors» che coinvolgono gestori dei fondi i quali hanno precedentemente lavorato per la Bei o altre istituzioni finanziarie internazionali.
Questi aspetti controversi sono ben documentati nel Rapporto della ONG Counter Balance “The dark side of EIB funds: How the EU’s bank supports non-transparent investment funds based in tax havens”, pubblicato lo scorso settembre. Il rapporto svela che, nelle proprie attività, la Bce per gli investimenti fa uso di una serie di intermediari per i suoi prestiti, sia all’interno che all’esterno della UE. La BEI, quindi, non presta direttamente i soldi ai progetti finali ma piuttosto fa uso di intermediari finanziari per un terzo delle sue operazioni. Nei progetti extra UE si parla addirittura del 40% delle operazioni totali. In Africa, in Medio-Oriente e nella regione pacifica la BEI lavorerebbe principalmente attraverso private equity funds. Nel rapporto della Counter Balance si parla di 50 progetti di questo tipo, per un valore totale di circa 5 miliardi. Nella regione cosiddetta ACP (Africa, Caraibi, Pacifico) la BEI nel 2015 ha investito 154 milioni in 9 private equity funds.
Il dato più preoccupante, tuttavia, è un altro. Dal 2011 al 2015 sono stati investiti 470 milioni di euro in fondi di investimento situati in giurisdizioni segrete. Solo nel 2015 il 67% del volume delle operazioni è andato a clienti che si trovano in cima alla classifica delle 30 giurisdizioni più oscure dal punto di vista fiscale. Il Paese in cui la maggior parte di tali fondi di investimento sono domiciliati è l’isola di Mauritius, dove i non residenti vedono tassati localmente solo i redditi prodotti in loco e il reddito delle persone fisiche ha un’aliquota fissa del 15%. Questi dati, se confermati, implicherebbero automaticamente che una grande parte delle attività di prestito della BEI non risponde a quegli standard genuini di trasparenza che sono tanto importanti per la UE e, in particolare, per il Parlamento europeo.
Qualche giorno fa Andrew McDowell, il VicePresidente della BEI, è venuto in Commissione Affari Esteri per uno scambio di vedute con gli eurodeputati. Gli ho chiesto:
– Cosa sta facendo la BEI per risolvere questo tipo di problematica, anche considerando il chiaro impegno della UE nella lotta ai paradisi fiscali e a favore della trasparenza finanziaria?
– Dato che la BEI si deve attenere, per gli investimenti nei Paesi terzi, alla visione politica dell’Unione Europea (vincoli ambientali, sociali e di sviluppo), quali sono gli indicatori di performance dei fondi assegnati e come vengono gestiti? Quali strumenti di valutazione vengono utilizzati per valutare il successo (non soltanto economico ma anche in termini di sviluppo) dei progetti finanziati?
Alle mie domande, McDowell e gli altri rappresentanti della BEI hanno risposto dicendo che alla base dell’utilizzo di intermediari finanziari ci sarebbe la necessità di semplificare la gestione dei prestiti a migliaia di piccole imprese e progetti locali, che difficilmente potrebbero interfacciarsi direttamente con la BEI. Hanno inoltre assicurato che tutte le loro operazioni vengono pubblicate sul sito della Banca e che sono quindi soggette alla massima trasparenza. Sui paradisi fiscali, invece, scena muta. Hanno glissato completamente sulla domanda. Peccato per loro che a partire da questa legislatura il M5S faccia parte dell’Europarlamento e che non permetteremo che si sottraggano all’interfacciarsi con noi e con le nostre domande scomode. Nel frattempo leggete il rapporto “The dark side of EIB funds” e fatevi un’idea di quello di cui vi ho appena parlato.

LA LEPRE CHE CORRE NEI CAMPI
Viviana Vivarelli

Renzi ha troppi cani alle calcagna. Da una parte non vorrebbe votare con l’Italicum che è stato un grosso errore (come lo fu il Porcellum per B) e darebbe la vittoria ai 5stelle (a fare i troppo furbi a volte si inciampa) e sull’Italicum sta per arrivare la sentenza di incostituzionalità della Consulta; d’altra parte Renzi potrebbe non avere una maggioranza abbastanza forte e veloce per inventarsi un sistema elettorale nuovo che gli dia una vittoria certa, mentre incombe il referendum contro il Jobs Act. Lui sa benissimo che più tempo passa lontano dal Governo, più perde consenso. E’ come per gli spot commerciali, se non martelli il tuo prodotto, i consumatori potrebbero sceglierne uno diverso. Lontano dagli occhi, lontano dal cuore. Dunque vorrebbe votare presto. Ma c’è la questione dei 4 anni e 6 mesi che finiscono a settembre, per cui, se la legislatura si interrompe prima, 580 parlamentari perderanno la pensione d’oro. La maxiliquidazione è perciò una mossa abile per convincere i parlamentari a votare rapidamente un nuovo sistema elettorale utile ed elezioni rapide. I neo eletti in Parlamento sono 580 su 945, una netta maggioranza che può avere interesse ad andare a nuove elezioni per prendere i 50.000 € subito. E’ la corsa della lepre nei campi. Renzi ha paura, visto che l’accanimento mediatico contro la Raggi non frutta abbastanza, di veder aumentare il consenso elettorale verso il M5S che, secondo IPSOS, è in testa con il 31,5% contro il 29,8 del Pd e, se il sistema elettorale non cambia alla svelta, riammettendo le coalizioni ed eliminando il ballottaggio, un Governo a 5stelle sarà cosa certa. Ma la non visibilità di Renzi nel Governo e in tv, anche se Renzi fatto comanda il Governo Gentiloni, può nuocergli gravemente se si prolunga. Intanto sta scoppiando il caso Lotti che può travolgere molte teste. Lotti è accusato di favoreggiamento, per aver avvertito la Consip dell’indagine sulla corruzione negli appalti e c’è dentro anche Renzi.
Ma che bel divertimento! Quante altre magagne del Pd stanno per saltare fuori? Si rischia di oscurare il caso Raggi che non è mai esistito, mentre la corruzione del Pd è crescente e concreta. Ne vedremo delle belle!

Roberto Formigoni è un senatore della Repubblica. Non risulta, allo stato, che qualcuno ne abbia chiesto le dimissioni. Le dimissioni le deve dare Virginia Raggi per aver scelto male un suo collaboratore. ‘Andè a dà via i ciapp’ come si dice qui a Milano. .
Massimo Fini

Il neo ministro Lotti, amico di Renzi e Renzi stesso sono accusati di aver avvertito la Consip dei controlli della Finanza. La Consip è la centrale acquisti della Pubblica Amministrazione italiana.

Quando il controllato si identifica col controllore…
minnipace@gmail.com
Magari sarebbe utile avere dati su cosa si intende per corruzione in Consip, se esistono, visto che molti appalti ed acquisti delle pubbliche amministrazioni passano da lì.
Segnalo, anche ad uso dei giornalisti che si occupano del caso, che l’incarico di presidente Consip appare palesemente incompatibile con quello di Capo del DAG (dipartimento affari generali del ministero dell’economia e delle finanze) visto che il MEF è ente vigilante su Consip, e che entrambi gli incarichi, rivestiti dalla stessa persona, sono poco compatibili con quello di Responsabile anticorruzione dello stesso ministero. “Nell’effettuare la scelta (del Responsabile anticorruzione ndr) occorre tener conto dell’esistenza di situazioni di conflitto di interesse, evitando, per quanto possibile, la designazione di dirigenti incaricati di quei settori che sono considerati tradizionalmente più esposti al rischio della corruzione, come l’ufficio contratti o quello preposto alla gestione del patrimonio.” circolare 1/2013 della Funzione pubblica
Mi risulta poi che Anac sia stata informata di questa “incompatibilità” da qualche anno.

Quando il revisore è imputato per bancarotta
Bocciò il bilancio di Roma, ma è sotto processo

Imputato per bancarotta il revisore dell’Oref
Marco Raponi, di area centrodestra, è nel collegio che ha respinto i conti della giunta di Virginia Raggi
È accusato del crac del Latina calcio. E di aver “sottratto o distrutto” verbali sul reale stato della società
..
openmind
L’inchiesta sulla corruzione negli appalti della Consip (che cura le forniture pubbliche) sta coinvolgendo:
Un ex vice premier: Lotti
Il comandante generale dell’ arma dei carabinieri: Del Sette
Il comandante della legione Toscana dei carabinieri: Saltalamacchia.
Il presidente o comunque i vertici dell’ente Consip, l’ufficio acquisti dello Stato.
(e buono e non ultimo, lo stesso Renzi)
Peggio dello scandalo Lockeed dei c130, che travolse l’allora pdr Leone.
E i piddies:”Va tutto bene, la Raggi, la Raggi invece….”
.
Sandra
Comunque se i revisori hanno respinto il Bilancio non è un problema: è chiaro che col debito che ha il Comune di Roma era quasi impossibile farlo quadrare, meglio prenderne atto, trovare le soluzioni ed andare avanti,chiedendo magari dove era la Corte dei Conti quando Alemanno lo sfondava allegramente. Poi c’è da dire che per anni il Governo non approvava gli stanziamenti ai Comuni prima di marzo-aprile, per cui i Comuni lavorano spesso in esercizio provvisorio anche fino a giugno. Così si concludevano i lavori pubblici approvati negli anni precedenti, e si spendeva 1/12esimo mese per l’ordinaria amministrazione, inoltre le leggi prevedono la decretazione d’urgenza in caso di incolumità pubblica. Il periodo prima dell’approvazione del Bilancio viene chiamato le pulizie di primavera. La Raggi dovrebbe dire: grazie, molto gentiloni, noi andiamo avanti lo stesso.

Da “Vita di Agricola” di Tacito (70 d.C.)

Predatori del mondo intero
adesso che mancano terre
alla vostra sete
di totale devastazione
andate a frugare anche il mare.
Avidi se il nemico e’ ricco
arroganti se e’ povero.
Gente che ne’ l’oriente
ne’ l’occidente possono saziare.
Solo voi
bramate possedere
con pari smania
ricchezza e miseria.
Rubano, massacrano, rapinano,
e con falso nome
lo chiamano impero.
Rubano, massacrano, rapinano,
e con falso nome
lo chiamano nuovo ordine.
Infine,
dove fanno il deserto,
dicono
che è la pace
.”

Sauro segnala:
Tragedia Montepaschi, comprare tempo è stato l‘errore fatale

Da settembre a dicembre sono stati chiusi conti correnti per 6 miliardi di euro. Temporeggiare è servito solo ad aumentare i guai dell’istituto di Rocca Salimbeni. Ora non ci sono certezze, ma solo il rischio concreto che Mps trascini a fondo pure l’aumento di capitale di UniCredit.
Francesco Cancellato

Com’è possibile che per salvare il Monte dei Paschi di Siena servissero fino a ieri 5 miliardi e oggi ne servano 8,8? Ma il punto è uno solo. E sta in un dato che fa tremare i polsi: da fine settembre al 13 dicembre sono stati chiusi conti correnti per 6 miliardi, 2 miliardi dei quali dopo il 4 dicembre. Comprare tempo è stato un pessimo affare. Perché ha messo in ginocchio una banca che anche nei famigerati stress test dello scorso luglio veniva dichiarata solvente, capace di rispettare i requisiti minimi di capitale. Perché ha fatto scappare i correntisti, seminato incertezza fra gli investitori, fatto fallire sul nascere ogni possibile piano alternativo all’aumento di capitale made in Jp Morgan. E reso molto più costoso e molto più difficile l’attuale tentativo di salvataggio pubblico.
Si poteva chiudere la partita prima del voto, come lo stesso Renzi aveva promesso di fare lo scorso 4 settembre a Cernobbio, quando ammise anche la «grande sottovalutazione da parte di tutti del problema banche». Una sottovalutazione che evidentemente è perdurata nel tempo. A Palazzo Chigi, dove si è continuati imperterriti a pensare che al dissesto della terza banca italiana si potesse anteporre la fine del bicameralismo paritario.
Ora servirebbe solamente che la questione si chiuda in fretta. E invece, con ogni probabilità, ci avviteremo in una stucchevole trattativa con la Banca Centrale e la Commissione Europa, che non si capisce ancora come vogliano risolvere la crisi bancaria della terza economia del continente. Con il rischio concreto che il lento naufragio di Mps finisca per trascinare a fondo anche l’aumento di capitale da 13 miliardi di UniCredit.
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NDR di Sauro.
Occhio che trascinare in una brutta china l’UniCredit sarebbe come ripetere il caso Lehman Brothers, con conseguenze micidiali non solo per l’Italia (verrebbe poi immediatamente trascinato anche l’altro gruppo nel buridone, Intesa San Paolo) ma per l’Europa stessa, visto che UniCredit ha sportelli nella stessa Germania e in molti paese dell’est Europa. Ma L’Europa ci fa o ci è????

Sauro segnala:
Gli errori di Padoan sulle banche che chiamano l’intervento della Troika

Negli ambienti finanziari lo si dice da tempo: Padoan non è all’altezza della situazione, soprattutto sulle banche. Non ha la competenza tecnica che occorrerebbe in una situazione molto difficile e delicata come quella attuale in cui Banca d’Italia e Bce non bastano. La crisi delle nostre banche è enorme con un gigantesco effetto domino che da Monte dei Paschi può travolgerle tutte al punto che farci buttare fuori dalla zona euro.
Ma Padoan ha tragicamente sottovalutato la situazione rimandando l’intervento pubblico e Renzi ha fatto lo stesso. Così la situazione di MPS non ha fatto che peggiorare al punto che se prima ci volevano 2 miliardi per sanarla, ora ne occorrono quasi 9.
Ovvio che la Merkel ci spinge al fallimento così che l’Italia sia obbligata a chiedere l’intervento del fondo europeo Esm (fondo salva Stati) il quale esige un programma di rientro controllato dalla Troika (Bce, Fmi e Ue).
15 luglio 2014: Il Parlamento e il Consiglio europeo introducono il meccanismo del bail in, cioè ammettono che capitali privati salvino le banche in crisi. In Italia entra in vigore nel gennaio 2016. Ma né governo, né Banca d’Italia né altre autorità italiane si rendono conto del pericolo che il bail in porta per il sistema bancario italiano.
Solo a novembre 2015, davanti alle 4 banche in crisi (Pop Etruria, CariChieti, CariFerrara, Banca delle Marche) tutti si svegliano di colpo.
È almeno dall’autunno 2014 che sul tavolo di Padoan c’è il dossier bad bank, cioè la costituzione di un veicolo partecipato dallo Stato e con il contributo della Cassa Depositi e Prestiti in grado di assorbire la gran parte dei 200 miliardi di prestiti in sofferenza presenti nei bilanci delle principali banche italiane. Per trattare con gli organismi comunitari Padoan si è affidato alla JP Morgan ma alla fine la bad bank di Stato non è nata. Si tenta di cartolarizzare il Monte dei Paschi con un piano studiato proprio da JP Morgan. Ma il piano salta. Così i titoli corllano e le sofferenze svalutano fino a 18 centesimi.
Portando a 18 centesimi il valore delle sofferenze nei bilanci di tutti gli istituti italiani gli ammanchi di capitale si rivelava amplissimi (decine di miliardi di euro). Si vendono a più non posso i titoli bancari. Ma BANKITALIA pensa a manovre di speculatori. Intanto è minata la fiducia dei risparmiatori/correntisti.
Nel luglio 2016 Renzi sta quasi per intervenire con soldi pubblici nel Monte dei Paschi. La Bce gli impone di tagliare le sofferenze per 10 miliardi e gli stress test segnalano un capitale negativo, unico in Europa. Il cda di Mps ammette un “buco” di 5 miliardi dovuto alla svalutazione delle sofferenze. Si impone una ricapitalizzazione della stessa entità. Ma Renzi teme la protesta dei piccoli risparmiatori con in mano le obbligazioni subordinate e poi mancano 4 mesi al referendum e questo sarebbe un autogol. Così, lui e Padoan rimandano e chiedono aiuto alla JP Morgan per un piano di rafforzamento patrimoniale di Mps da finanziarsi interamente sul mercato. Errore! Tutti i tutoli crollano. JP Morgan lega il successo dell’operazione alla vittoria del Sì, ma vince il No.
Un altro errore; Padoan ascolta JP Morgan, caccia Fabrizio Viola e Jp Morgan lo sostituisce con Marco Morelli. Così ha fatto scappare anche il presidente Massimo Tononi e ha chiuso le porte ad altre soluzioni come quella che aveva presentato Passera.
Morelli e JP Morgan si sono infatti sempre opposti al suo schema di salvataggio che aveva convinto investitori esteri a contribuire per 2 miliardi all’aumento slegando il salvataggio del referendum. Il piano era buono ma Padoan e Renzi rifiutano e sbagliano.
L’indecisione del governo Renzi-Padoan è un’arma in più in mano ai tedeschi per imporre maggior rigore all’Italia. Il decreto Salva Risparmio varato dal governo Gentiloni il 23 dicembre deve infatti passare per le forche caudine di Bruxelles e della Bce. E la Bce fa sapere che non bastano più 5 miliardi ma ne vuole 8,8.
Spariscono anche i soldi del fondo Atlante, finanziato con soldi privati dalle banche italiane, che non contribuirà al capitale di una futura Mps controllata in maggioranza dallo Stato.
E cosa succederà se i 15 miliardi stanziati dal decreto di Natale non fossero sufficienti a mettere in sicurezza Mps, le due banche venete (Popolare di Vicenza e Veneto Banca) che necessitano di nuovi interventi, Carige, e le altre situazioni a rischio nel sistema?
E cosa succederà alla Legge di Bilancio del 2017 che dovrà contenere i contributi per le banche versati nel corso dell’anno?
E se la liquidità del Montepaschi si andasse deteriorando ulteriormente come ha già messo in evidenza la Bce?
A quel punto sarà inevitabile ricorrere ai soldi europei (fondo Esm), come hanno già fatto Spagna, Irlanda, Portogallo, Grecia e Cipro, ma questo tipo di intervento richiede la messa a punto di un piano di rientro con la Troika che ne sorveglia l’applicazione. In pratica l’Italia sarebbe commissariata dalla Germania, qualsiasi governo si alterni dopo le elezioni, per la felicità dei tedeschi. La credibilità di Padoan ormai è minima.
Sarebbero questi ‘i capaci’?

Travaglio. Abbiamo una banca

Non bastavano Eco, Fo, Bowie, Prince, Michael e la principessa Leila. Il 2016 sarà ricordato anche per un’altra scomparsa illustre: quella del Monte dei Paschi di Siena, la banca più antica d’Europa. Ai suoi funerali di Stato, cioè a carico nostro (ogni italiano sborserà 250 euro), partecipano fischiettanti gli assassini, sempre i primi a inviare la corona di fiori (anch’essa a spese nostre). Ieri Giorgio Meletti ha elencato i più recenti indiziati del delitto: Bce, Bankitalia, gli ultimi governi. Ma la rapina iniziò molti anni fa e purtroppo nessuno la sventò perché i rapinatori non erano davanti allo sportello col passamontagna e la pistola: sedevano comodamente dietro il banco.
Monte dei Pasti. Giuseppe Mussari, avvocato calabrese, trovò l’America a Siena: non sapeva nulla di finanza, ma in compenso era iscritto al Pci, Pds, Ds, Pd, dunque fu presidente della Fondazione per 5 anni e della banca per 6. Si sdebitò col Partito finanziandolo a spese dei correntisti. Fece accordi sui derivati tossici al telefono coi giapponesi e li nascose in cassaforte, ma restò. Fu cacciato quando comprò Antonveneta pagandola 10 miliardi, il doppio del valore. Ma nessuno lo denunciò e gli chiese i danni, anzi fu promosso presidente dell’Abi. Ora non lo conosce più nessuno. Pare che l’abbia portato la cicogna.
Monte dei Guerci. Quando, quattro anni fa, il Fatto rivela lo scandalo dei derivati Alexandria e Santorini, Bankitalia rivendica le sue ispezioni: “Purtroppo siamo stati ingannati, ci hanno nascosto le carte”. Ma Bankitalia è lì proprio per evitare di essere ingannata, lei e i risparmiatori. Altrimenti il poliziotto che si lascia scappare un ladro potrebbe giustificarsi così: “Gli avevo detto di costituirsi e ammanettarsi da solo, ma quello è scappato”.
Monti dei Paschi. Addossò tutte le colpe al Pd, ma piazzò alla Rai la capa della Vigilanza di Bankitalia Annamaria Tarantola, che non s’era accorta di niente. Si alleò alle elezioni con Casini, suocero di Caltagirone che era il vicepresidente di Mps, cioè il vice di Mussari. Poi candidò nella lista Monti Alfredo Monaci, già membro del cda di Mps nell’èra Mussari e poi presidente Mps Immobiliare. Diceva Totò: “E noi saremmo falsi monaci? Ma controlli sulla Guida Monaci!”.
Monte dei Casti. Quando gli esplode lo scandalo in piena campagna elettorale 2013, Bersani strilla: “Per l’amor di Dio, noi non c’entriamo: il Pd fa il Pd e le banche fanno le banche” e minaccia di “sbranare” chi dice il contrario. Purtroppo dimenticò di sincronizzarsi con D’Alema. Infatti Max dichiarò: “Mussari l’abbiamo cambiato noi un anno fa, dovrebbero ringraziarci”. A parte il fatto che Mussari lo cacciò il sindaco Ceccuzzi che subito dopo fu cacciato dal Pd: ma se è il Pd che caccia Mussari, vuol dire che il Pd ce l’ha pure messo. Indagato nel 2005 per i furbetti del quartierino, l’allora governatore Fazio raccontò ai pm: “Fassino e Bersani vennero da me a chiedere se si poteva fare una grande fusione Unipol-Bnl-Montepaschi”. A proposito di Fassino: la polizia giudiziaria di Siena annota nel febbraio 2010: “Chiamata dell’on. Fassino che domanda (a Mussari, ndr) quando potrà raggiungerlo a Roma ‘così facciamo un po’ il punto totale’”. Allora, riabbiamo una banca?
Monte dei Pascoli. Berlusconi, che è un sentimentale, Mps ce l’ha nel cuore: nei primi anni 70, quando Mps era in mano alla P2 come lui, gli fece un sacco di mutui per Milano2 (P2-Milano2, tutto 2). E lui, ancora di recente, i bonifici alle Olgettine li faceva dai conti al Monte. E quando Verdini stava ancora con lui (sempreché ora non ci stia più), usava la banca come bancomat. Intercettazione del 15.1.2010. Verdini: “Senti ti posso disturbare 2 minuti? È un favore quello che ti chiedo (un prestito di 10 milioni al costruttore della cricca Riccardo Fusi, in aggiunta ai 60 già elargiti, ndr). Ti prego, se te lo chiedo devi darmi una mano”. Mussari: “Non è facile, ma ci proviamo”.
Monte dei Giorgi. Il 1° febbraio 2013 l’allora presidente Giorgio Napolitano, quello che “il sistema bancario è solido”, monita la stampa (cioè il Fatto che ha svelato il caso Alexandria): “Abbiamo effetti non positivi, cortocircuiti tra informazione e giustizia. Il ruolo di propulsione alla ricerca della verità confligge con la riservatezza necessaria delle indagini giudiziarie e il rispetto del segreto”. E invoca il silenzio in nome dell’“interesse nazionale”. Se avesse monitato qualche volta banchieri e politici perché cacciassero le volpi dal pollaio, il sistema bancario sarebbe più solido o meno traballante.
Monte dei Tennisti. “Mi vergogno a chiedertelo, ma per il nostro torneo di tennis a Orbetello è importante, perché noi siamo ormai all’osso, che rimanga immutata la cifra della sponsorizzazione. Ciullini ha fatto sapere che il Monte vorrebbe scendere da 150 a 125 mila euro”. Questo, al telefono con Mussari nel 2010, è Giuliano Amato, ora giudice costituzionale. E meno male che si vergognava.
Monte dei Pacchi. “Mps è risanato e investire è un bell’affare, un bel brand”. “Investire in Mps è ancora un affare per italiani e stranieri”. Questo è Matteo Renzi, presidente del Consiglio, il 22 gennaio e il 6 novembre di quest’anno. Non è meraviglioso?
Ps. Ora che i soldi ce li mettiamo noi, vorremmo almeno sapere dove vanno a finire. Quindi: nuove regole severissime, criteri di onorabilità stringenti, trasparenza totale, niente bonus ai manager finché i conti non torneranno attivi e pubblicazione dei primi cento debitori. La scusa della privacy se la ficchino dove sanno loro, perché adesso siamo tutti sulla stessa banca.
Marco Travaglio FQ 29 Dicembre 2016

Sauro
La questione delle banche è un ginepraio in cui nemmeno il ministro Padoan sa più come fare. I rischi sono enormi, è bene saperlo.
La Troika è alle porte, proprio per colpa della crisi delle banche, Grecia docet.
Le colpe? Varie.
I dirigenti delle banche che non hanno saputo gestirle bene.
La crisi, che ha fatto fallire Dio solo sa esattamente quante imprese procurando una marea di crediti inesigibili (i famigerati NPL not performing loan, nuovo cavallo di troia della speculazione finanziaria che ha sostituito lo spread, di cui nessuno parla più).
Dei crediti concessi probabilmente un po’ alla leggera, anche questi però non si sa bene quanti e quali siano, ma non più esigibili.
Le nuove regole della BCE (bail in su tutte ma non soltanto) introdotte appena sistemate per ben benino le banche tedesche.
La speculazione finanziaria che ormai da oltre un anno bastona il nostro sistema bancario.
Il Titolo Monte Paschi sospeso dal 23 dicembre, in attesa di non si sa bene quali chiarimenti.
La Bce che nei suoi “misteriosi” stress test a giugno dichiara che MPS necessita di una ricapitalizzazione di 5 miliardi di euro.
Il titolo nel frattempo in borsa crolla tanto da obbligare la banca ad effettuare un raggruppamento in fretta e furia.
Il Governo Renzi che non si occupa della situazione ma pensa solo al referendum e lega le sorti dell’aumento di capitale MPS al buon esito del referendum, ennesima follia italica.
Fallito il referendum, fallisce l’aumento di capitale, pochissimi privati partecipano.
E come potrebbero, senza un piano industriale chiaro, una dirigenza ritenuta affidabile, un valore di mercato in borsa in perenne discesa, ultimo valore tra i 15 ed i 16 euro.
Già la forchetta dell’aumento di capitale era tra le più anomale mai viste in tutta la mia carriera: il prezzo di sottoscrizione era stato fissato tra un minimo di 1 €uro (sì avete capito bene, 1 €uro!) e il massimo di 24,90 euro.
In tutto questo si inserisce la scarsissima redditività del sistema bancario italiano in questo momento.
Parlo del nostro sistema bancario, che conosco, non so di quello estero.
I bassi quanto inesistenti tassi di interesse garantiscono pochissimo reddito al sistema bancario, questo anche in Germania, ho letto.
L’abbassamento delle commissioni dovuto al massiccio utilizzo della clientela delle piattaforme di banca on line, ovvero l’utilizzo della banca via internet.
L’alto livello di tassazione del nostro paese, l’elevato costo dei dipendenti, la maggioranza assunta in tempi migliori con stipendi che adesso i nuovi entrati (pochissimi, peraltro) vedono con il binocolo.
Tutta una serie di fattori congiunturali – crisi ancora mordente, imprese che falliscono, creditori che non pagano – fanno sì che il sistema bancario italiano in questo momento stenta a produrre profitto. Niente profitto niente dividendi. Niente dividendi niente impegno dei grandi risparmiatori / investitori ad investire nel nostro sistema bancario.
Ecco anche per questo spiegata la grande flessione in borsa dei nostri titoli bancari.
Ricette miracolose è inutile farsi delle illusioni, al momento non ve ne sono.
Gli AD dei principali gruppi lo sanno.
Previsioni non mi azzardo a farne anche per scaramanzia. Se salta il sistema bancario di un paese salta il paese, questo deve essere ben chiaro a tutti. La nazionalizzazione profetizzata dal M5S non è attuabile in un sistema come quello dove siamo noi ora. Lo ha potuto fare un paese come l’Ucraina, che ha ancora una banca centrale autonoma ed una divisa e pertanto può battere moneta. Noi non potremmo farlo, senza uscire prima dell’euro. Ma quello, quello sarebbe un altro film.
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RIDIAMARO : – )

Per fortuna Trump non ha chiamato suo figlio Pier Donald (Crozza)
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Giga
Salvini:” governeremo l’Italia con il programma di Trump”. Il muro ce lo mettono gli svizzeri.

Aristotele paziente
Salvini come Trump. Geniale l’idea di erigere un muro a Lampedusa.
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Paolo Gentiloni
Discendente di una nobile famiglia marchigiana – anche se da alcuni giorni parla con un fastidioso accento fiorentino – il suo anno di nascita coincide con l’inizio delle trasmissioni Rai: per nostalgia, da allora vede tutto in bianco e nero. Appassionato di calcio fin da piccolo, ma non particolarmente dotato tecnicamente, nelle partite con gli amichetti veniva scelto solo quando non c’erano più alternative, caratteristica che manterrà anche nel corso della sua carriera politica. Affascinato dai movimenti studenteschi, a sedici anni smette di pettinarsi e scappa di casa desideroso di ribellarsi al sistema, alla classe dominante e al pasticcio di fagiano troppo cotto, quindi aderisce alla sinistra extra-parlamentare (sì, all’epoca era necessario specificarlo). Per otto anni dirige la rivista di Legambiente, uccidendo così milioni di alberi, poi negli anni ’90 incontra Francesco Rutelli, di cui inizia progressivamente ad assumere le sembianze. Diventa quindi responsabile della comunicazione della Margherita – ma questo nel curriculum non l’ha messo – finché nel 2006 viene scelto come ministro delle Telecomunicazioni da Romano Prodi, che gli affida il delicato compito di sintonizzargli il digitale terrestre; trascorrerà il resto del suo mandato nel vano tentativo di modificare la legge Gasparri, mettendo le “h” e gli apostrofi che mancavano. Confluito nel Partito Democratico per ambire a un nuovo livello di irrilevanza, nel 2012 annuncia via Twitter la sua candidatura a sindaco di Roma (ottenendo ben 9 “mi piace”) ma la sua corsa si interrompe ben presto: alle primarie di Centrosinistra viene superato da Ignazio Marino, David Sassoli e da un frigorifero.
Nel 2014 sostituisce Federica Mogherini nel ruolo di persona che non vorresti mai incontrare in aeroporto, poi alla caduta del governo riceve dal Quirinale l’incarico di primo ministro: Mattarella voleva qualcuno che non oscurasse la sua personalità. Molti sostengono che sia stato messo lì da Renzi, ma lui smentisce categoricamente: “È stata la fatina dei denti”. (vari autori di Spinoza)
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Klaud
Gentiloni:”Aleppo poteva finire ancora peggio”.
”Per esempio?”
”Poteva piovere!”
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Batduccio
Gentiloni presenta il suo governo: “Ma forse già vi conoscete”
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Dinitri De Vita
Le priorità di #Gentiloni: #lavoro #sud e #giovani, praticamente il colpo di grazia a tutti e tre dopo il profuso impegno di #Renzi & C.
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Come se nulla fudesse: Gentiloni: “Lotti non si tocca.” E tornano pure i tre sottosegretari indagati.
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masadaweb.org

1 commento »

  1. Le guerre non sono mai “inutili” … Tutto sta nel capire a chi realmente giovano … Buon anno.
    Enzo Luzi

    Ogni cosa, buon o cattiva, giova sempre a qualcuno, Tutto sta a capire se giova alla vita o alla morte.

    Commento di MasadaAdmin — gennaio 2, 2017 @ 2:30 pm | Rispondi


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