Nuovo Masada

maggio 29, 2016

MASADA n° 1768 29-5-2016 IL CENACOLO DI LEONARDO

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MASADA n° 1768 29-5-2016 IL CENACOLO DI LEONARDO
Blog di Viviana Vivarelli

Tutti sanno che Leonardo da Vinci è stato uno dei più grandi geni di tutti i tempi e che si è espresso in tutti i campi conosciuti al suo tempo e in altri del tutto avveniristici. E’ stato pittore, scultore, ingegnere, architetto, alchimista, scenografo, anatomista, musicista, scienziato, botanico…Era elegante, bellissimo e di erudizione immensa. Ebbe una vita abbastanza lunga per i suoi tempi, 67 anni. Morì probabilmente per un avvelenamento causato dall’arsenico contenuto negli inchiostri e nei pigmenti dei colori. E negli ultimi anni fu affetto da paresi alla mano destra e stava con la mano inerte nella stessa posizione della Gioconda.
Talento universale ed eclettico, rappresentò a cavallo tra il 1400 e il 1500 la vetta massima del Rinascimento e anche oggi i suoi risultati non cessano di stupire.

Leonardo ci ha lasciato opere straordinarie, tra cui una trentina di dipinti magnifici (alcuni di non certa attribuzione), tra cui la Gioconda, la Vergine delle rocce e l’Ultima Cena, conosciute in tutto il mondo, e 13.000 fogli di appunti con notazioni stupefacenti, osservazioni e disegni del corpo umano, del feto ecc, del tutto insoliti nel suo tempo che vietava pratiche di dissezione dei corpi, ed esempi di tecnologia moderna come il carro armato, l’elicottero, l’energia solare, il paracadute, il robot, lo scafandro da immersione, la calcolatrice…
Leonardo nacque ad Archiano, frazione di Vinci, come illegittimo dal figlio venticinquenne di un notaio e da una ragazza del popolo, Monna. Il nonno lo crebbe nella sua casa. Entrambi i genitori naturali si sposarono poi con altre persone, il padre anzi si sposò più volte ed ebbe 12 figli che crebbero assieme a Leonardo nella stessa casa. Il padre Piero si occupò molto di questo primo figlio illegittimo bellissimo e intelligentissimo ed, essendo facoltoso, lo mantenne fino ai 28 anni senza però dargli una educazione regolare per cui non imparò il latino né altre materie di base, cosa di cui si lamentò molto sentendosi inferiore ai letterati del tempo.
Quando Leonardo aveva dieci anni, il padre si trasferì a Firenze e, poiché il ragazzo disegnava splendidamente, lo mise a bottega dal Verrocchio. La sua educazione primaria avvenne così in campagna in modo confuso e disordinato e Leonardo prese a scrivere con la sinistra; più tardi scriverà in modo speculare, da destra a sinistra, cioè con una scrittura leggibile solo allo specchio. E a volte iniziava dall’ultimo foglio andando verso il primo. Alcuni dicono che prese a scrivere con la sinistra dopo un incidente, altri che era un vezzo del 1500, altri infine che era dislessico e per i dislessici scrivere così è più facile oppure che nascondeva così i suoi scritti per proteggerli dall’Inquisizione. Sicuramente il mancinismo di Leonardo ridicolizza l’opposizione che nei tempi antichi c’è spesso stata contro i mancini. I mancini costituiscono il 10% della popolazione mondiale. E tra questi troviamo molti personaggi illustri, artisti, inventori, attori, campioni sportivi, come Aristotele, Nietzsche, Kant, Beethoven, Bach, Mozart, Michelangelo, Raffaello, Picasso, Einstein, Alessandro Magno, Napoleone, Churchill, Bill Clinton…e, curiosamente, Leonardo scriveva con la sinistra ma dipingeva con la destra.
In genere l’emisfero sinistro presiede alle funzioni logico-deduttive, invece nei mancini esse sono gestite dall’emisfero destro, ma la spiegazione non è così semplice e non possiamo pensare a funzioni cerebrali invertite. C’è un’ipotesi che dice che il mancinismo dipende dalla posizione del feto negli ultimi tre mesi di gravidanza, un’altra richiama anomali livelli di progesterone. Fatto sta che sembra che il mancino preferisca pensare per immagini anziché per concetti e che legga una pagina come immagine globale fotografica, il che apre alla visione pittorica. Altri ritengono che nei mancini e negli ambidestri sia più grande il corpo calloso, cordone neuronale che collega i due emisferi e permette un più veloce scambio tra razionalità e intuizione. Questo vale almeno, per il cervello di Einstein, che viene tutt’ora conservato e studiato.


Entrare nella bottega del Verrocchio fu per Leonardo una vera fortuna perché era un vero laboratorio pregiato di arti varie. Tra gli allievi troviamo nomi eccellenti come Botticelli, Perugino, Ghirlandaio… Vi si insegnava non solo la pittura ma anche la scultura e vi si imparava a disegnare in un modo abbastanza simile tant’è che è difficile l’attribuzione delle opere uscite dalla bottega sulle quali grava l’impronta e lo stile del Verrocchio. Ma si ricevevano anche nozioni di carpenteria, meccanica, ingegneria e architettura, perfette per una mente eclettica come quella di Leonardo che poi le avrebbe sviluppate in grado massimo.
La sua prima pittura conosciuta, a parte alcuni dettagli nelle opere del Verrocchio, è un paesaggio naturalistico dipinto a 21 anni. Ma già nelle sue prime prove pittoriche emerge il suo stile sfumato, l’attenzione agli elementi vegetali o all’espressività dei volti, spesso ritratti con un sorriso ambiguo. Le prime opere indipendenti partono dai suoi 17 anni, prima si confondono con le opere del Verrocchio. Molto discussa “L’annunciazione” che ora è agli Uffizi, generalmente attribuita a un giovanissimo Leonardo.

Tra i 22 e i 26 anni non si sa nulla di Leonardo, che forse frequentò il geografo Paolo Toscanelli, incerto se dedicarsi alla pittura o alla scienza. Probabilmente approfondì l’anatomia assistendo alla dissezione di cadaveri, cosa vietata dalla Chiesa. E probabilmente fu allora che emerse la sua omosessualità, altra cosa condannata dalla Chiesa, tanto  che a 24 anni ebbe una denuncia anonima per pratiche omosessuali con un diciassettenne. La pena era terribile: evirazione per gli adulti e taglio di una mano o di un piede per i giovani. Nella denuncia contro un gruppo di giovani gay di Firenze, Leonardo era indicato come ‘quello vestito di nero’, e il nero era la stoffa più costosa che solo i ricchi potevano permettersi. Ma intervennero poteri alti e tutto il gruppo fu assolto. Diciamo che, a parte l’austerità della Chiesa, a Firenze c’era molta condiscendenza verso comportamenti sessuali ‘non di norma’. Del resto furono omosessuali anche Michelangelo e Caravaggio. Con questo non voglio dire che tutti gli omosessuali mancini siano dei geni, ma dico che omosessualità e mancinismo sono caratteri che si possono accompagnare tranquillamente alla genialità.
Sembra che anche la Gioconda sia un uomo vestito da donna e che la sua ambiguità affascinante derivi proprio dalla sua ambiguità sessuale che può attrarre sia le valenze maschili che quelle femminili di ognuno giocando sui due generi, o che addirittura la Gioconda sia Leonardo stesso vestito da donna.
Certo che vestirsi con insolita pompa e ricercatezza fece parte del suo personaggio e Leonardo fu noto al suo tempo per un abbigliamento squisito ed eccentrico così come lo fu  Oscar Wilde nei propri.
Dopo i 26 anni Leonardo ricominciò a dipingere. Conobbe Lorenzo il Magnifico per cui fece progetti militari.. Nel 1481, aveva 29 anni, gli venne commissionata dai monaci di san Donato l’Adorazione dei Magi ora agli Uffizi, come pala dell’altare maggiore.

Ma l’opera non fu mai finita e restò in forma di abbozzo. L’anno dopo era a Milano, città che al tempo aveva 100.000 abitanti ed era una delle città maggiori e più importanti d’Europa. Forse fu inviato là come ambasciatore da Lorenzo, fatto sta che conobbe Ludovico il Moro. Aveva 30 anni, portava a Ludovico una lira d’argento che sapeva suonare benissimo e con cui partecipò a una gara musicale alla corte sforzesca superando tutti gli altri. Ma portò anche i suoi progetti di ingegneria, di apparati militari, di opere idrauliche e di architettura, tra cui il progetto di un cavallo di bronzo per un monumento a Sforza.

Milano era la città moderna e innovatrice che ci voleva per lui e il suo genio poteva servire alle varie e continue campagne militari. Ma inizialmente ebbe qualche difficoltà a inserirsi anche a causa della lingua poiché ogni parte d’Italia parlava il suo dialetto e il vernacolo toscano era diverso dal dialetto che si parlava a Milano e non veniva capito.
Finalmente, a 31 anni, ebbe la commissione di una pala d’altare e dipinse “La vergine delle rocce”.

Ma poi i frati non vollero pagarlo perché non aveva finito il lavoro e ne nacque un contenzioso durante il quale sembra che Leonardo abbia fatto una seconda versione del quadro che vendette al re di Francia.
Verso i 33 anni progettò per Ludovico il Moro alcuni sistemi di irrigazione, preparò per la corte anche scenografie per le feste, fece ritratti ecc., lavori per cui si lamentò sempre di essere stato pagato poco. Uno dei ritratti è il ‘Ritratto di musico’. Un altro è ‘La belle Ferroniere’. C’è poi la famosa e bellissima ‘Dama con l’ermellino’.

Via via le commissioni ducali si fecero sempre più frequenti.
Nel 1494, a 42 anni, Leonardo ebbe una nuova commissione, legata al convento di Santa Maria delle Grazie, luogo caro al Moro, che aveva scelto questa chiesa come luogo di celebrazione della casata Sforza, finanziando importanti lavori di ristrutturazione e abbellimento di tutto il complesso. I lavori furono affidati al Bramante e infine si decise di fare due grandi affreschi nel refettorio.

Gli fu affidato dunque il compito di dipingere una parete di questo refettorio, una sala rettangolare dove i frati domenicani consumavano i pasti: “L’ultima Cena”.
Leonardo sceglie il momento drammatico in cui Cristo dice: «Qualcuno di voi mi tradirà» e si scatena la reazione dei discepoli, ritratti a gruppi di tre, come in una serie di onde emotive successive, con al centro la figura isolata e dominante del Cristo.
L’ultima Cena era stata dipinta altre volte da altri pittori del tempo che in genere non avevano caratterizzato i discepoli, non avevano isolato il Cristo e avevano posto Giuda dall’altro lato del tavolo. Leonardo sceglie di porre il Cristo al centro contro una finestra centrale di tre che forma dietro di lui come un rettangolo di luce e pone Giuda non da solo, non separato, ma assieme agli altri, tradito solo da un gesto.
L’errore di Leonardo fu che non si dette la pazienza di studiare la tecnica dell’affresco che richiedeva una pittura rapida entro tre ore, per cui riparò il muro con uno strato di gesso e biacca e vi dipinse sopra con una tecnica mista di olio e tempera, assolutamente inadatta a una parete, così avvenne che il suo enorme lavoro fu immediatamente attaccato dall’umidità e dalla muffa, in breve tempo i colori scolorirono, le forme sbiadirono, il dipinto si scrostò. Altri danni furono arrecati alla parete dal tempo, dalla sbadataggine, della storia, dai vandali. La sala divenne addirittura una stalla. E i domenicani avevano aperto sotto il Cenacolo una porta che portava alla cucina.
Una volta c’era sulla parete destra del refettorio una finestra per cui il Cristo sembrava ricevere luce da quella. Poi fu detto che la troppa luce danneggiava i colori e venne chiusa.
Leonardo era maestro della pittura a olio e lavorava con lo sfumato. La tecnica dell’affresco prevedeva una asciugatura veloce e una pittura molto rapida a cui egli non era portato. Leonardo studiava lungamente i suoi dipinti e questi cambiavano via via nella lavorazione, procedeva con elaborata pazienza e successive velature con una pennellata finissima, che era l’esatto contrario dell’affresco. Per ‘L’ultima Cena’ creò una tecnica mista di tempera e olio su due strati di intonaco, che rallentò le fasi di esecuzione dell’opera consentendogli di rendere una maggiore armonia cromatica e gli effetti di luce e di trasparenze a lui cari. Ma la parete era umida tanto più che dietro c’erano le cucine e sotto una faglia da cui risaliva molta umidità per cui la pittura si rovinò rapidamente. L’opera era appena finita e già mostrava una piccola crepa. Il degrado continuò inarrestabile. Inizialmente il Cenacolo aveva colori brillanti e accesi ma pochi anni dopo il colore cominciava già a staccarsi. Ci aveva impiegato 4 anni ma fu una rovina.
Nei secoli successivi avvenne di tutto, ci dipinsero sopra, furono fatti dei restauri che cambiarono addirittura i visi degli apostoli, venne l’alluvione, l’umidità fu permanente, i soldati francesi fecero del refettorio un bivacco e una stalla per i loro cavalli e gettarono pietre…Danni ancora più gravi vennero causati durante la seconda guerra mondiale, quando il convento venne bombardato nell’agosto del 1943 e venne distrutta la volta del refettorio, ma il Cenacolo rimase miracolosamente salvo tra cumuli di macerie, protetto solo da un breve tetto e da una difesa di sacchi di sabbia e rimanendo esposto per vari giorni ai rischi causati dagli agenti atmosferici. Inesorabilmente via via il dipinto spariva.
A partire dal 1978 è iniziato il restauro del Cenacolo, che è stato uno dei più lunghi e minuziosi restauri della storia non ancora terminato, con le tecniche più moderne e innovative. Durante il restauro fu trovato il buco di un chiodo piantato nella testa del Cristo dove Leonardo aveva appeso i fili per disegnare l’andamento di tutta la prospettiva, usandolo come punto di fuga. Sono stati riscoperti anche i piedi degli apostoli sotto il tavolo, ma non quelli del Cristo, parte del dipinto  distrutta nel XVII secolo dall’apertura di una porta che servì ai frati per collegare il refettorio con la cucina.
L’opera è stata dichiarata nel 1980 patrimonio dell’umanità dall’Unesco,

Ho ascoltato un commento di SERGIO ANTONIO LAGHI che ha visto in questa grande opera di Leonardo simboli, segni e misteri di un’opera cosmica e riporto le sue parole.

“Certamente Leonardo ha fatto qui un’opera misteriosa che non cessa di stupire, un’opera che comunica col divino. Il mistero è la profondità mistica dell’essere che è insondabile. Noi siamo dentro il mistero. Il mistero ci avvolge. Un filosofo polacco collaboratore di Voitila diceva: “Parleremo del mito e del simbolo, ovvero dell’essere della poesia che è la sola via per la trascendenza umana e per quella divina”. Ancora è stato detto: “Il mito è la migliore approssimazione della verità assoluta espressa dal mistero”. E Ursula le Guin scrive: “Il mito racconta con immagini quello che avviene dentro di noi”.
Tutto il Cenacolo è pervaso da simboli, le posizioni, i gesti, i colori delle vesti, la centralità del Cristo… I riferimenti astrologici sono importanti. Il Cristo è il Sole che attraversa i 12 segni dello Zodiaco. Ogni apostolo corrisponde a un segno zodiacale.
Leonardo conosceva i movimenti degli astri, era un alchimista e l’alchimia è in stretta relazione con l’astrologia, del resto tutto il Rinascimento è il rifiorire dei significati alchemico-astrologici. L’infiltrazione in Leonardo di osservazione naturalistica, scienza, arte e mistero è stata letta in molti modi anche se molti rifiutano che egli sia maestro di arti occulte.
Yeats definì Leonardo un rosacrociano in quanto lavorava con i ‘trascendentali’ che sono i fondamenti dell’essere.

La novità più dirompente del Cenacolo è una prospettiva che non coincide col punto di vista dello spettatore e in cui sia le figure molto grandi che il piano prospettico della lunga tavola inclinata in avanti sono stati voluti in modo che chi mangiava al refettorio si trovasse quasi immerso nella cena del Cristo come se le due tavole laterali dei frati fossero il prolungamento ideale della sua tavola. Dunque tutti noi siamo chiamati a partecipare all’Ultima Cena. Essa avviene ora e qui per noi. Lo spettatore è come se fosse il tredicesimo apostolo invitato alla Cena del Cristo, questo per stimolare la sua parte profondo e farlo sentire coinvolto.

Prima di Leonardo altri si erano cimentati in questa rappresentazione.
Nell’Ultima Cena di Andrea del Castagno gli apostoli appaiono abbastanza simili e Cristo si riconosce solo perché gli si appoggia Giovanni, mentre Giuda sta di qua del tavolo

Nel Cenacolo di San Marco del Ghirlandaio Cristo non è nemmeno al centro, sempre con Giovanni che si appoggia a lui.

Leonardo dipinge un Cristo centrale ben delineato dalla finestra retrostante, con Giovanni spostato per permettere la visione triangolare del Cristo. I discepoli sono disposti a gruppi di tre. Il gruppo che fu dipinto per primo è più piccolo perché Leonardo solo dopo averlo dipinto decise di fare gli apostoli più grandi.

Il dipinto si basa sul Vangelo di Giovanni 13:21
« Dette queste cose, Gesù si commosse profondamente e dichiarò: «In verità, in verità vi dico: uno di voi mi tradirà». I discepoli si guardarono gli uni gli altri, non sapendo di chi parlasse. Ora uno dei discepoli, quello che Gesù amava, si trovava a tavola al fianco di Gesù. Simon Pietro gli fece un cenno e gli disse: Dì, chi è colui a cui si riferisce?». Ed egli reclinandosi così sul petto di Gesù, gli disse: «Signore, chi è?». Rispose allora Gesù: «È colui per il quale intingerò un boccone e glielo darò>». E intinto il boccone, lo prese e lo diede a Giuda Iscariota, figlio di Simone. »

Leonardo interruppe la tradizione secondo cui l’Ultima Cena veniva raffigurata in modo statuario e fisso e cercò di riprodurre il significato emotivo e drammatico dell’evento, studiando i moti dell’animo e le reazioni personalizzate di ogni personaggio sconvolto dalla rivelazione del tradimento di uno di loro.

Nel gruppo di Pietro/Giuda/Giovanni appariva una mano fantasma che brandiva un coltello e che nel restauro fu assegnata a Pietro anche perché ciò compariva dai disegni preliminari e nei dipinti degli allievi di Leonardo che riprodussero l’opera mostrando com’era bello il blu raro e pregiato tratto dai lapislazzuli che veniva dall’India. Il coltello viene impugnato da Pietro in innumerevoli altri dipinti rinascimentali. Nella scena successiva Pietro taglierà l’orecchio al Gran Sacerdote.

Giovanni è rappresentato secondo l’iconografia classica come l’apostolo più giovane (il “prediletto” secondo lo stesso quarto vangelo), un adolescente dai capelli lunghi e dai lineamenti dolci. In particolare ricordiamo che nella Legenda Aurea di Jacopo da Varazze, Giovanni viene descritto come un “giovane vergine” il cui nome “significa che in lui fu la grazia: in lui infatti ci fu la grazia della castità del suo stato virginale“.

Giuda viene dipinto mentre allunga una mano rapace verso il pane (“Chi intingerà con me il pane mi tradirà..”) e con l’altra mano stringe la borsa con i soldi. E’ ancora libero di decidere se tradire o no.

Notiamo che nessuno ha l’aureola, nemmeno il Cristo, cioè nessuno ha in questo momento il diritto di arrogarsi la santità. Gesù è un uomo come tutti gli altri. La luce gli viene dalla finestra dietro che sullo sfondo si apre su un dolce paesaggio dell’altro mondo. Solo Dio può dire chi è santo e chi no.
Gli apostoli sono a gruppi di tre come le 4 stagioni che sono formate ognuna da tre mesi, riprendendo la simbologia dello Zodiaco.

Da sinistra a destra si vedono:
Bartolomeo/Giacomo Minore/ Andrea – Pietro/Giuda/Giovanni
Il Cristo
Tommaso/Giacomo maggiore/ Filippo – Matteo/Taddeo/Simone

Ognuno ha la sua reazione.

Giacomo ha la mano sulla spalla di Andrea e con l’altra tocca Pietro, collegando due gruppi.

Quando il Cristo pronuncia con rassegnato fatalismo la terribile previsione, è per tutti un trauma terribile che scatena un’onda emotiva, un tumulto; quelli più vicini trasecolano, quelli più lontani ne sono meno toccati, uno si alza perché è lontano e non ha capito. Simone si consulta con Matteo.
Pietro, incuneato tra Giuda e Giovanni vuol sapere chi è il traditore, si china impetuosamente in avanti, con la sinistra scuote Giovanni chiedendogli “Dì, chi è colui a cui si riferisce?
Giuda davanti a lui si sente minacciato e si tira indietro col corpo, con una mano stringe la borsa con i soldi (“tenendo Giuda la cassa” si legge in Gv. 13,29), ha l’aria colpevole e nell’agitazione rovescia la saliera, segno che porta male, è il sale della terra che non ha più.
All’estrema destra del tavolo, da sinistra a destra, Matteo, Giuda Taddeo e Simone esprimono con gesti concitati il loro smarrimento e la loro incredulità. Giacomo il Maggiore (quinto da destra) spalanca le braccia attonito; vicino a lui Filippo porta le mani al petto, protestando la sua devozione e la sua innocenza.

Tommaso mette in dubbio la frase alzando il dito. Giacomo figlio di Zebedeo si sdegna come un leone e dietro di lui c’è la dolcezza di Filippo.

Alle parole drammatiche del Cristo la prima reazione è di allontanamento, come onde che si ritirano, fuga dall’orrore.
Le reazioni sono libere come libera è l’anima dell’uomo. I domenicani a cui l’opera è affidata insistevano molto sul libero arbitrio. Non c’è condanna. Tommaso d’Aquino diceva che non si condanna l’altro ma si costruisce con lui una realtà trascendente. Nella lingua russa ‘voglia’ vuol dire allo stesso tempo desiderio e libertà. L’uomo ha il libero arbitrio anche se ha molti condizionamenti e non riesce a comprendere la divina provvidenza. In questo momento Giuda è ancora libero di scegliere.

Un’altra differenza tra l’opera di Leonardo e quasi tutte le ultime cene precedenti è il fatto che Giovanni non è adagiato nel grembo o sul petto di Gesù (Gv. 13,25) ma è separato da lui, nell’atto di ascoltare la domanda di Pietro, lasciando così Gesù solo al centro della scena.

Contrasta con la drammaticità della scena e il movimento tumultuoso a onde la calma rassegnazione del Cristo contro un paesaggio fiammingo con un cielo pacato che tende al crepuscolo (I Getsemani e la Crocifissione avvengono di notte: “Poi si fece buio su tutta la Terra”).
Cristo appare come in un triangolo ideale, il triangolo divino.
Circa il paesaggio, ricordiamo che Leonardo fu uno dei primi a capire che le cose lontane appaiono azzurrine per l’aria che c’è in mezzo.
Nel tumulto generale Cristo appare saldo come una roccia fissa mentre i discepoli si muovono affannosamente come le onde del grano. La scena è mossa e drammatica.

Nel Cenacolo si è detto che Giovanni fosse una donna, la Maria Maddalena, forse la sposa del Cristo (romanzo di Don Brown), ma Giovanni era un adolescente e gli adolescenti hanno tratti femminei, in particolare il suo viso qui è simile a quello della Madonna delle Rocce. Giovanni era l’unico ad avere capito il Cristo, tanto che questi dice alla Madonna: “Madre, questo è tuo figlio”. Il Cristo lo prende come fratello e lo affida alla Madre.
Giovanni sembra in trance con le mani incrociate.
Il dolce Filippo tiene le mani rivolte al suo cuore.

Si tenga conto che quando vediamo riproduzioni colorate, si tratta di copie degli allievi di Leonardo e che la parte centrale del Cenacolo è più sbiadita perché non è stata ancora restaurata, tant’è che il mantello di Giovanni era rosso. Notiamo che i colori della veste di Giovanni sono speculari di quelli del Cristo.

Notevole la prospettiva giocata usando semplici espedienti come i cassettoni del soffitto e i pannelli laterali o la luce che viene dalla vera finestra di sinistra per dare l’impressione che il Cenacolo proseguisse il refettorio, tanto che i rettangoli che appaiono ai lati del Cenacolo sono il prolungamento di pannelli che apparivano realmente sulle pareti del refettorio (trompe l’oeil).
Leonardo alzò il punto di incrocio di tutte le ortogonali e spostò le pareti in modo che ognuno ovunque fosse vedesse perfettamente tutti i particolari.
Tutte le linee laterali convergono al Cristo, più esattamente convergono verso il suo occhio destro allo stesso modo delle connessioni del soffitto. L’occhio destro del Cristo diventa il punto prospettico filosofico.
Cristo porta una veste rossa con un mantello blu (il colore della terra, il colore del cielo). E la veste di Giovanni le è speculare.
Ogni apostolo ha una posizione diversa delle mani e Dario Fo ha notato tutte queste posizioni che creano una danza, come una pantomima..
Il Cristo con le mani aperte rappresenta le due materie, quella umana, quella relativa alla coscienza cosmica. “Io sono la luce del mondo”.

Nelle figure centrali appare una enorme ‘emme’, la cosiddetta emme mariana.

Leonardo è stato un innovatore e un precursore. Il suo è il Cristo cosmico che dorme in ognuno di noi. Se riuscissimo a sentire il Cristo incarnato in ognuno di noi, si annullerebbero le varie divisioni religiose. Essere osservanti del Cristo e avere la fede non è la stessa cosa. Metà dei praticanti non ha la fede.

Il tempo della lavorazione del Cenacolo fu molto lungo, a volte Leonardo era assiduo e non lo abbandonava, a volte spariva per giorni e se ne andava a bighellonare per strade e mercati. Di questo si lamentò il priore che si rivolse a Beatrice d’Este, moglie di Ludovico Sforza, con aspre critiche ma Leonardo prese la palla al balzo e disse che, siccome gli era rimasto da dipingere il viso di Giuda, avrebbe preso quello del priore: “Io vado in giro e cerco nei visi della gente”, diceva Leonardo ma dai disegni appare come’egli era anche un caricaturista, un maestro della fisionomia bizzarra e curiosa. Così nessun apostolo gli venne uguale all’altro, ché ognuno doveva esprimere i sentimenti suoi propri.

Di fronte al Cenacolo, sull’altra parete c’era ‘La Crocefissione’ del Montorfano.

Dunque da una parte l’Ultima Cena, dall’altra il Golgota.
Gesù ha l’atteggiamento triste, avvilito, come sulla Croce.

In ogni gruppo di tre c’è uno che un movimento volontario, uno involontario, uno limbico o del sonno.
Notevoli anche le nature morte sul tavolo: la sezione di una anguilla, il pane che è una michetta milanese, lo spicchio di arancia, il bicchiere trasparente contro il piatto…il soffitto a cassettoni…

Come fu finita, l’opera apparve bellissima suscitando grande ammirazione. Ma subito cominciò a svanire. Oggi, solo parzialmente restaurata, è di difficile visione. Noi non vedremo mai la sua indescrivibile bellezza. Ci appare come fatta di frammenti di pensiero. Così è la verità per noi destinata ad apparirci solo per frammenti di bellezza.
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