Nuovo Masada

maggio 15, 2016

MASADA n° 1763 15-5-2016 STREET ART: BLU

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MASADA n° 1763 15-5-2016 STREET ART: BLU

Blog di Viviana Vivarelli

Dopo aver denunciato e stigmatizzato graffiti e disegni come vandalismo, dopo avere oppresso le culture giovanili che li hanno prodotti, dopo avere sgomberato i luoghi che sono stati laboratorio per quegli artisti, ora i poteri forti della città vogliono diventare i salvatori dell’arte di strada“.(Wu Ming)

“Il segno non è intorno a te, non è nei muri, nei mattoni, nella calce, nei ciottoli, no, non troverai ciò che vai cercando. Il segno è la ricerca stessa, il segno sei tu che arranchi nel fango delle strade”.

Bisogna riscoprire un’altra idea di bellezza che non sia chiusa nei musei del passato ma ci afferri nelle strade ingorgate o disertate del nostro quartiere. (Viviana)

L’arte non rende più carino il mondo. L’arte può cambiarlo. (Viviana)

Ci hanno schiacciato tra le strade del niente. Ci arrampicheremo sulle case e diventeremo grandi come palazzi per gridare al potere la nostra rabbia. (Viviana)

Blu è uno degli artisti murali più famosi e più contestatari del mondo. Secondo il Guardian uno dei dieci writer migliori del mondo.
E’ di Senigallia ma si fa conoscere a partire dal 1999 a Bologna, con enormi graffiti nel centro storico (ortofrutticolo, zona universitaria, periferia, negli spazi occupati del centro sociale Livello 57 in via dello Scalo) ma subito scoppia il putiferio. Che cosa accade? Quando esplode il fenomeno della street art, l’arte sui muri offerta a tutti e fatta non per lucro ma per bellezza e protesta, prima le municipalità reagiscono con furore dando la caccia agli artisti da strada per punirli come vandali, ciechi alla loro arte, incapaci di distinguere lo scarabocchio di un vandalo dal dono di un vero artista, poi subentra un periodo di ripensamento e si arriva ad organizzare vere mostre museali alla street art. Ed è così che proprio a Bologna, dove gli assessorati al Turismo e all’Arte non si sono mai mostrati molto lungimiranti o attivi, lasciando nello sfascio la città e non smuovendosi mai oltre l’eterna e reiterata mostra dei Carracci, viene allestita una mostra “Street art Bansky  e Co”. Si parla troppo nel mondo ormai di Bansky perché anche le ottuse menti nostrane non abbiamo qualche soprassalto di ritorno, ma ecco che, senza alcun rispetto per gli autori e i loro intenti, non ci si limita a proiettare riprese dei murales, si esercita una vera rapina delle loro opere che vengono strappate dai muri e dunque dal loro ambiente naturale così da rinnegare l’intento primario di questa forma di arte che è dono al mondo e protesta contro la bruttezza del degrado urbano, contestando le accademie arroganti e i circoli ristretti dei mercanti d’arte per acquirenti danarosi. Come rifiuto della depredazione, Blu cancella le sue opere e si scatena la bagarre.

Ed è così che scompare uno dei suoi graffiti più famosi,  il muro del centro sociale Xm24, scatenando sui social una pioggia di commenti tra entusiastici e sbigottiti. Non si sta parlando solo di una indebita rapina, ma dello scontro tra modi differenti di concepire l’arte, la strada e il museo, la cerchia ristretta di chi l’arte se la può comprare e l’offerta gratuita dell’artista del suo prodotto alla gente della strada, tra il mondo del business e del mercato e quello della libertà, l’arte come lusso di pochi e l’arte come patrimonio di tutti.

Gli street artist ormai sono milioni, dilagano in tutto il mondo, ricoprono con le loro pitture gigantesche le pareti degli edifici degradati, portano colore e splendore nelle zone abbandonate delle città, mostrano le loro proteste al neoliberismo, allo strapotere del danaro, alle iniquità dei politici, ai magnati che, come dice Blu “Si magnano l’arte”. Sono i Robin Hood moderni che in una realtà sempre più sforzata al brutto, alla miseria e al decadimento, regalano i colori della bellezza, le forme del pensiero, lo spirito della libertà.

Per questi i burocrati li odiano, danno loro la caccia con le polizia, tentano di imprigionarli e negarli, li censurano e li ricoprono, li abbattono o li nascondono, oppure, come massimo paradosso, li staccano dai muri per farli rientrare nel circuito museale dei soldi o del mercato che è il loro circuito lucroso, rubandoli alla fruizione della gente. A questo Blu si è opposto col suo gesto clamoroso di autodistruzione.

Oggi della street art si parla sempre di più, si girano lungometraggi televisivi, si fanno mostre, si affastellano articoli di stampa più o meno maldestri. I cittadini sempre più curiosi non sanno come catalogare questo nuovo movimento innovativo ed eclatante, alcuni sono scettici, i più reazionari vorrebbero distruggerli in preda a furie iconoclaste, ma i più moderni ed aperti approvano, si divertono, li trovano eccitanti per gli occhi e per la mente, si abituano alla loro orgia di colori o di rappresentazioni, bevono il messaggio implicito che ognuno di loro diffonde. E infine è accaduto l’impensabile che alcune amministrazioni giovani e ardite hanno cominciato a commissionare agli artisti di strada i graffiti sulle mura degradate e fatiscenti, il recupero delle zone culturalmente morte.

C’è una regola fondamentale che le amministrazioni migliori del mondo devono capire: che se vivi in un ambiente brutto, la bruttezza ti scava dentro, ti prelude possibilità di riscatto. Dunque il recupero urbano, la bellezza che scende per le strade ed entra negli occhi di tutti, fanno parte del recupero morale ed estetico di una comunità, perché il bello e il buono vanno insieme, come sapevano i greci classici e tu sei modellato anche dalle cose che ti circondano e che guardi ogni giorno. Molti amministratori oculati ormai ci sono arrivati ma non a Bologna dove una amministrazione ottusa ha pensato bene di rubare  i graffiti strappandoli dai muri, nella perfida convinzione che se qualcosa era donata per il bene di tutti fosse materiale non protetto da copyright, abusivo, e dunque rubabile, per farne oggetto di una mostra a Palazzo Pepoli e alimentare ulteriormente il circuito dell’arte per ricchi a cui la street art fieramente si oppone. E così si distrugge la motivazione prima della street art che vuole essere arte aperta per tutti e non arte privilegiata per pochi e che è strettamente legata come causa ed effetto ai luoghi e ai ruderi su cui si pone.

“L’idea di esporre graffiti e street art in una mostra che viene dall’alto non è certo recente e se in Italia, nel 1984, Bologna celebrò la cultura dei graffiti con la celebre mostra Arte di Frontiera va ricordato che anche istituzioni come il MOCA di Los Angeles, la Tate di Londra o la Fondation Cartier di Parigi hanno dedicato delle importanti esposizioni a questa pratica artistica.  L’ultimo danno è stato quello di non limitarsi ad esporre le opere prodotte dagli artisti su tela, muro o altro supporto o di ricorrere alla semplice documentazione fotografica e video ma di strappare l’opera dal suo contesto originario  con la scusa si preservarla dai guasti del tempo e delle intemperie. Ovviamente questo ha scatenato l’inferno e gli stessi artisti si sono divisi. Tra gli artisti, il primo a ribadire pubblicamente il suo no al sopruso è stato Ericailcane con un disegno diffuso sulla sua pagina Facebook che se la prende con i ladri dei beni comuni, i sedicenti difensori della cultura che sono predatori incontrollati di beni altrui.

Scrive italianfactory: “Che l’operazione “stacca graffiti” in quel di Bologna fosse a dir poco discutibile, lo avevamo già scritto. Che puzzasse lontano un miglio di operazione commerciale malamente mascherata da (presunti) fini culturali, anche. Andare in giro a staccare dai muri sui quali sono nati, senza alcuna autorizzazione o condivisione con gli artisti, che quei graffiti hanno creato, né con la collettività, che di quelle opere è la legittima proprietaria… è un sopruso bello e buono. Che poi dietro l’operazione ci siano professori, critici e persino un ex rettore dell’Università di Bologna come Fabio Roversi Monaco, non depone a favore dell’operazione, ma dà piuttosto il senso del degrado etico cui l’arte contemporanea è giunta. Si era infatti mai vista, prima, una mostra (il 17 marzo a Palazzo Pepoli) messa in piedi non con il consenso degli artisti “invitati”, ma sopra le loro teste, cioè senza chiedere il loro parere, e di fatto in contrasto coi loro propositi originari? Finora, no. Ma dopo questo precedente, forse ci toccherà vedere anche questo come regola comunemente accettata: è il mercato, bellezza, direbbe qualcuno. Fino a ieri, però, gli street artist erano stati misteriosamente poco loquaci sulla vicenda. Oggi, invece, finalmente almeno uno di loro ha preso posizione, in maniera netta. Bocciando l’operazione e gli organizzatori della mostra-beffa in maniera inequivocabile…Si tratta di Ericailcane, autore, con Blu, di molti graffiti e dipinti murali creati da oltre dieci anni in tutto il mondo, sia legalmente che illegalmente (in Italia, tra l’altro, ha dipinto la facciata del Pac, sempre assieme a Blu, in occasione della mostra Street Art Sweet Art nel 2007: e per fortuna che a Milano non c’è Roversi Monaco, altrimenti, chissà, magari avrebbero staccato anche quella, naturalmente per “salvaguardarla” e metterla… al sicuro da qualche parte).

“Parassiti”, li ha definiti infatti lo street artist bellunese. E ancora: “tombaroli, ladri di beni comuni, sedicenti difensori della cultura, restauratori senza scrupoli e curatori prezzolati, massoni, sequestratori impuniti dell’altrui opera di intelletto, adepti del Dio danaro”. Non bastasse, ci ha aggiunto anche un disegno: un bel topone, che con le unghie gratta via qualcosa da un muro. Infine, un commento a lato, che spiega, per chi ancora non l’avesse capito, a chi sia dedicato quel disegno: “Per tutti quelli che non rispettano il bene comune ed il lavoro altrui, capaci solo di rubare e vivere da parassiti”.

Con bella faccia di bronzo, uno dei due curatori della mostra, Luca Ciancabilla ha detto: “Il nostro è un gesto di libertà quanto lo è quello del writer che realizza un graffito in un posto proibito”. In pratica, una pernacchia agli artisti “derubati” delle loro opere, dei loro valori e delle loro intenzioni. Insomma, oltre al danno, potremmo dire, ora c’è anche la beffa…Noi, dal canto nostro, le mostre, eravamo (e siamo) abituati a farle in altro modo: con gli artisti, e non contro di loro. Facendo dipingere loro le facciate dei musei, com’è avvenuto al Pac, e non staccandone le opere dai muri sui quali, e per i quali, sono stati dipinti. Ma tant’è. I tempi sono cambiati. I furbetti e gli speculatori avanzano e trovano ovunque posti, prebende, denari e sponde politiche, dalla politica alla finanza. E l’arte, a quanto pare, non fa certo differenza…

Così Blu ha risposto cancellando nel giro di un giorno tutti i muri che aveva dipinto a Bologna nel corso di 20 anni, aiutato da una schiera di volontari con banda musicale al seguito. Armati di pittura grigia, di scalpelli e strumenti vari, hanno rimosso le opere nel giro di pochissimo tempo e lasciato la città priva di quelle narrazioni visive e visionarie nate dal gesto creativo di una delle migliori voci della street art internazionale. La città oggi si ritrova svuotata da quelle figure che avevano contribuito a riscriverne l’immagine e a campeggiare è una rullata di grigio.

Blu ha dichiarato che a Bologna Blu non ci sarà più finché i “magnati magneranno” e con un post affidato ai Wu Ming, Blu si scaglia contro “l’accumulazione privata” dell’arte di strada.

“Il 18 marzo si inaugura a Bologna la mostra Street Art. Banksy &Co. – L’arte allo stato urbano, promossa da Genus Bononiae, con il sostegno della Fondazione Carisbo. Tra le opere esposte ce ne saranno alcune staccate dai muri della città, con l’obiettivo dichiarato di «salvarle dalla demolizione e preservarle dall’ingiuria del tempo», trasformandole in pezzi da museo. Il patron del progetto è Fabio Roversi Monaco, già membro della loggia massonica Zamboni – De Rolandis, magnifico rettore dell’università dal 1985 al 2000, ex-presidente di Bologna Fiere e di Fondazione Carisbo, tuttora alla guida di Banca Imi, Accademia di Belle Arti e Genus Bononiae – Musei della Città.
Il nome di Roversi Monaco, più di ogni altro nella storia recente di Bologna, evoca la congiuntura di potere, denaro e istituzioni, con la repressione che li accompagna. Ai tempi delle celebrazioni per il Nono Centenario dell’Ateneo cittadino rifiutò qualunque dialogo con gli studenti che protestavano per i costi della festa. Alla cerimonia di inaugurazione, nell’aula magna di Santa Lucia, la polizia tenne i contestatori fuori dalla porta. Il gran galà si concluse con 21 denunce a carico dei manifestanti. Era il 1987. Tre anni dopo, per le occupazioni della Pantera contro la Legge Ruberti che apriva l’università ai finanziamenti privati, le denunce furono 127.
Niente di strano, allora, nel vedere Roversi Monaco dietro l’arroganza piaciona di curatori, restauratori e addetti alla cultura, che con il pretesto dell’amore per l’arte di strada trovano un’occasione di carriera, mettendo a profitto l’opera altrui.
Non stupisce che ci sia l’ex-presidente della più potente Fondazione bancaria cittadina dietro l’ennesima privatizzazione di un pezzo di città. Questa mostra sdogana e imbelletta l’accaparramento dei disegni degli street artist, con grande gioia dei collezionisti senza scrupoli e dei commercianti di opere rubate alle strade.
Non stupisce che sia l’amico del cdx e del csx a pretendere di ricomporre le contraddizioni di una città che da un lato criminalizza i graffiti, processa writer sedicenni, invoca il decoro urbano, mentre dall’altra si autocelebra come culla della street art e pretende di recuperarla per il mercato dell’arte…Questa mostra sdogana e imbelletta l’accaparramento dei disegni degli street artist, con grande gioia dei collezionisti senza scrupoli e dei commercianti di opere rubate alle strade.
Non stupisce che sia l’amico del cdx e del csx a pretendere di ricomporre le contraddizioni di una città che da un lato criminalizza i graffiti, processa writer sedicenni, invoca il decoro urbano, mentre dall’altra si autocelebra come culla della street art e pretende di recuperarla per il mercato dell’arte.Di fronte alla tracotanza da landlord, o da governatore coloniale, di chi si sente libero di prendere perfino i disegni dai muri, non resta che fare sparire i disegni. Agire per sottrazione, rendere impossibile l’accaparramento.
A dare una mano a Blu ci sono gli occupanti di due centri sociali che non a caso si trovano lungo la direttrice del canale Navile, là dove ogni forma di partecipazione reale è morta sotto il peso di fallimentari progetti edilizi di riqualificazione e di strumentali emergenze come quelle contro i campi nomadi. Questo atto lo compiono coloro che non accettano l’ennesima sottrazione di un bene collettivo allo spazio pubblico, l’ennesima recinzione e un biglietto da pagare.
Lo compiono coloro che non sono disposti a cedere il proprio lavoro ai potenti di sempre in cambio di un posto nel salotto buono della città.
Lo compiono coloro che hanno chiara la differenza tra chi detiene denaro, cariche e potere, e chi mette in campo creatività e ingegno.
Lo compiono coloro che ancora sanno distinguere la via giusta da quella facile”. Wu Ming, Bologna, 11-12 marzo 2016

http://www.lavoroculturale.org/hacking-di-blu-a-bologna/  scrive: “Al di là della diatriba
Quello che si mette in atto è dunque una riflessione verso il modo d’intendere la stessa idea di street art, linguaggio ibrido che da sempre ha vissuto di costanti contaminazioni e relazioni con territori differenti che vanno del mercato artistico alle politiche creative negli spazi urbani, dalla grafica alla pubblicità, passando per la moda e l’editoria. A una street art sempre più istituzionale e pacificata nei linguaggi e nei metodi, Blu che si è sempre distinto per la sua carica di dissenso e per la scelta dei contesti d’esecuzione, contrappone un gesto che rimescola le carte in tavola e ricorda come micro tattiche, con tutta la loro forza, possano sempre emergere e capovolgere i sistemi di attese e le retoriche dominanti. L’autocancellazione di Blu rappresenta uno spartiacque all’interno della storia dell’arte urbana, è una dichiarazione d’intenti e un manifesto in un momento in cui la street art vive una fase di sovraesposizione mediatica e in cui quei valori antagonisti che la caratterizzavano sono stati riassorbiti all’interno di un ordine consensuale. La street art si trova costantemente a fare i conti e a dover gestire quel successo mediatico dimostrato dal proliferare di pubblicazioni, trasmissioni televisive, mostre, festival, fino ad arrivare ai talent show a tema. Quella messa in atto da Blu è una strategia discorsiva e mediatica che permette di ribadire il suo posizionamento all’interno dell’arena della street art dove non basta più la grande abilità tecnica e stilistica e la capacità di sorprendere il fruitore negli spazi ma dove la partita si gioca anche attraverso le strategie di comunicazione, attraverso atti di hacking urbano in grado cambiare e stravolgere costantemente le regole del gioco ma soprattutto attraverso azioni in grado di diventare diffondibili sul web. Il gesto si pone dunque a essere letto da un lato come una riflessione sui metodi e sui modi di fare street art oggi, una presa di posizione all’interno di una comunità che nelle sue diverse forme d’azione, nei differenti valori che la animano, deve anche tornare a pensare se stessa. Allo stesso tempo, il gesto incide sulla relazione che intercorre tra street art e spazio pubblico e dispiega un discorso critico sulla città stessa. L’azione di cancellare uno dei suoi lavori a Curvystrasse, quartiere di Berlino dove i prezzi degli immobili sono vertiginosamente aumentati per i processi di gentrificazione, si inserisce anche in questa scia.(Gentrificazione= Trasformazione di un quartiere popolare in zona abitativa di pregio, con conseguente cambiamento della composizione sociale e dei prezzi delle abitazioni).
Blu ribadisce che la street art deve pensarsi come gesto dirompente e collettivo, critico e residuale, come tattica in grado di incidere sul vissuto della città e sulle politiche che la governano.”

“Lo spazio d’esecuzione, nel caso dei lavori di BLU, è importante tanto quanto l’opera stessa e le sue azioni sono fortemente specifiche… La cancellazione è allora gesto creativo e politico insieme, residualità critica, pratica distruttiva ma allo stesso tempo costruttiva: l’opera scompare ma l’immagine, con la sua forza politica ed evocativa, resta.

I primi lavori di Blu risalgono al 1999 ed erano ancora realizzati con la bomboletta spray, tipica del writing tradizionale. A partire dal 2001 le opere di Blu iniziano ad essere eseguite con vernici a tempera e rulli montati su bastoni telescopici. Tale tecnica gli ha permesso di ingrandire la superficie pittorica. I soggetti sono figure di umanoidi dai connotati sarcastici o talvolta drammatici il cui immaginario sembra ispirarsi al mondo dei fumetti e dei videogiochi arcade.
Sono dei primi anni le collaborazioni con artisti quali Run, Dem, Sweza ed Ericailcane, dalle raffigurazioni del mondo animale ai soggetti umani dipinti da Blu. Altro aspetto fondamentale che ha caratterizzato i suoi esordi è la prassi dell’azione pittorica, e alcune sperimentazioni di animazione digitale.
Negli anni duemila anni duemila e duemiladieci l’attività di Blu si internazionalizza, ma resta principalmente legata alla strada e alla fruizione gratuita e per tutti.

Blu ha dipinto in varie parti del mondo: in Sud America, a Città del Messico, Città del Guatemala, Managua, Nicaragua City, San José e Buenos Aires. Nel 2007 a San Paolo partecipa al festival A conquista do espaço, disegnando un murale in cui il Cristo Redentore di Rio de Janeiro è sommerso da una montagna di armi da fuoco.

Blu, Cristo del Corcovado, San Paolo, 2007

Fra l’inverno del 2007 e la primavera del 2008 passa ancora due mesi a Buenos Aires, dedicandosi alla realizzazione del cortometraggio intitolato Muto, pubblicato su YouTube sotto licenza Creative Commons[6] e vincitore del Grand Prix Festival “Clermont Ferrand” del 2009[7]. Il filmato mostra centinaia di disegni su muro che investono numerose strade di Buenos Aires.

Nell’autunno del 2009 è tornato in Sud America per un tour che lo ha visto impegnato a Bogotá nel festival Memoria Canalla, a Montevideo, di nuovo a Buenos Aires in Argentina e a Lima, dove ha dipinto un’intera facciata di un palazzo storico nell’Avenida Arenales, narrando la storia del continente Sud americano violata da conquistadores antichi e moderni.

Un lavoro realizzato in Argentina nel 2011, rappresentante una massa di persone rese cieche e mute da un’enorme bandiera argentina, è stato vandalizzato dopo una polemica sul significato politico dell’opera.

Negli Stati Uniti d’America è stato invitato dalla Deitch Gallery di New York a dipingere l’esterno della loro sede di Long Island.
Un suo lavoro è stato censurato e cancellato dal Museum of Contemporary Art di Los Angeles, che lo aveva commissionato per l’evento Art in the street.

2007 Betlemme, Palestina. Il collettivo Santa’s Ghetto che dà vita all’annuale appuntamento di happening pittorici e commerciali invita Blu a prendere parte all’edizione. Blu interviene sul muro che divide il west bank ed il territorio israeliano. Su quel muro simbolo stesso del conflitto che da anni insanguina quei territori, sotto una torretta di avvistamento Blu dipinge un ragazzo che cerca con un ingenuo coraggio di abbattere con un dito quella prigione a cielo aperto.

Il suo carattere è crudo e diretto, affronta la degradazione urbana che è segno ed effetto della degradazione morale del potere. Usa prima gli spy, poi il pennello in modo netto e senza sfumature, molto bianco e nero, pochi colori, copertura opaca e uniforme della vernice data con il rullo, in modo da poter realizzare dipinti molto grandi senza bisogno di scale. Dipinge personaggi giganteschi ed emblematici con una forte carica politica e sociale, simboli delle problematiche della realtà contemporanea. Scrive raramente lettere o tags, non si firma ma è perfettamente riconoscibile.

Nel 2010 viene invitato a Vienna per creare un murale al porto Albern sul Danubio (distretto Simmering). L’opera d’arte ha commemorato la storia non raccontata dei lavoratori forzati, che hanno costruito il porto tra il 1939 e il 1942 durante il regime nazista. Il lavoro è stato distrutto nel 2013.

In Germania ha eseguito alcuni lavori a Berlino fra il 2006 e il 2009, in particolare nel quartiere di Kreuzberg, grazie alla partecipazione a varie edizioni dei festival Backjump e Planetprozess. Sempre in Germania, nel 2006 realizza una delle sue prime animazioni dipinte direttamente sulle pareti, tecnica in seguito adottata di frequente.

A Napoli nel 2016 abbiamo ‘L’uomo verde’, il graffito appare sul muro dell’ex ospedale psichiatrico giudiziario del quartiere Materdei. Per dare voce ai poveracci che negli anni sono stati rinchiusi in quel luogo orribile,Blu ha dipinto un gigantesco uomo verde, con gli occhi vuoti, che urla mentre si strappa la maglia da carcerato. Per creare questo pezzo enorme, Blu si è servito dell’architettura della Fortezza di Sant’Eframo per creare prospettiva e movimento. La faccia infatti è stata dipinta su due lati del palazzo e come bocca, l’artista ha usato una finestra spalancata, che dà perfettamente l’idea dell’urlo.
Anche il profilo del palazzo è stato usato per dipingere il braccio, che segue la linea delle scale rendendo il lavoro praticamente tridimensionale.

A Londra, nel 2007 ha realizzato graffiti a Camden Town ed a Willow Street, presso la ex sede di Pictures on Walls, e ha tenuto una mostra presso la Galleria Lazarides con Ericailcane. L’estate successiva la Tate Modern dedica una intera mostra al fenomeno della street art ed invita Blu assieme a Faile e altri artisti a dipingere una porzione della facciata esterna del museo.

Sono molti i lavori di Blu realizzati a Bologna, dal centro (Giardino del Guasto, via Mascarella ecc.) alle periferie (zona Roveri, via Zanardi, via Stalingrado ecc.) ai centri sociali come l’XM24 in via Fioravanti o l’ex capannone del Crash! in via Marco Polo. Ma, come abbiamo detto, nella notte fra l’11 e il 12 marzo 2016, in un gesto di protesta contro la “privatizzazione della street art”, relativamente alla mostra ideata da Fabio Roversi Monaco a Palazzo Pepoli, Blu ha cancellato tutti i suoi graffiti a Bologna, ricoprendoli di vernice grigia.

(Via Fioravanti, Bologna)

(Via Zanardi, Bologna)

In Italia si ricordano inoltre la facciata del Padiglione d’arte contemporanea a Milano, realizzata nel 2008, gli interventi all’Università degli Studi di Milano-Bicocca ed alla stazione di Lambrate nel 2008 e 2009

Pac, Via Palestro

(Milano, stazione di Lambrate)

A Firenze su una casa in via della Certosa
Il Silo del porto di Ancona nel 2008 per il festival Pop Up.

Blu ha poi partecipato a tre edizioni dello Spinafestival a Comacchio (2005, 2006, 2007), a due edizioni del Fame Festival a Grottaglie (2008, 2009) nella cui ultima edizione ha realizzato una video-animazione con l’artista newyorchese David Ellis e ad alcune partecipazioni al festival Icone di Modena.
Nella città di Grosseto, sul muro di un edificio scolastico, l’artista ha realizzato nel 2004 un grande murale dal titolo World Wide Trap che ritrae una schiera di decine di persone identiche, apatiche e collegate da cavi, a simboleggiare la manipolazione e l’omologazione da parte di Internet.

Nel giugno 2015 a Lecce, ha decorato l’intera facciata del Binario 68 occupato, in via Dalmazio Birago.

In Polonia Blu ha realizzato lavori a Breslavia e a Danzica nel 2008.

Nel 2008 partecipa a Praga al Names festival dove realizza un graffito intitolato The Gaza Strip, in cui carri armati e bulldozer si inseguono lungo il nastro di Möbius.

Blu ha dipinto a Belgrado nel 2009.

A Saragozza, partecipando al Festival Segundo Asalto, realizza un minotauro che raccoglie un essere umano.

Alcuni lavori sono stati eseguiti anche a Valencia, a Linares, a Madrid e a Barcellona, dove ha preso parte al festival The Influencers dipingendo un minaccioso squalo completamente rivestito di euro (Money stark).

Di Blu non si sa quasi niente, neppure il nome, si sa quello che dicono le sue opere: crede nelle lotte sociali, nella tutela dell’ambiente e di tutti gli animali, non al capitalismo, non al denaro.
Dice un blogger: “La prima volta che ho visto un suo murale ero a Berlino, a Kreuzberg, a Cuvrystrasse, era un pomeriggio grigio di febbraio, e mi sono trovata davanti un uomo gigantesco, vestito elegante, con ai polsi le manette d’oro, e a quegli altri due, nel palazzo accanto, che si tolgono la maschera a vicenda, sotto la scritta “Reclaim you city”.

A Bologna, su uno dei muri dell’XM24, l’ex mercato ortofrutticolo della Bolognina, occupato da undici anni, che rischia di essere buttato giù per permettere la costruzione di una rotonda spartitraffico, in una zona in forte espansione edilizia ha dipinto, su tutta la facciata, una battaglia fra due parti della città: quella opulenta, avida e spietata (che lancia enormi mortadelle) e quella che quotidianamente combatte per la giustizia, l’uguaglianza e il rispetto (lanciando cocomeri e zucche). Utilizzando personaggi e immagini del Signore degli anelli, l’opera è anche un racconto degli ultimi quindici anni di storia dei movimenti e di lotte sociali: dalle giornate del G8 di Genova alla critical mass, dal bookblock al movimento No Tav.

A Roma dipinge due facciate dell’ex caserma dell’aeronautica di via del Porto Fluviale, da dieci anni diventato occupazione abitativa che ospita più di 450 persone: 200 metri quadri di parete su cui l’artista dipinge delle enormi e colorate facce umanoidi.

Seguendo la via Ostiense, poco più avanti, delle macchine incatenate campeggiano sulle pareti dell’Alexis, una recente occupazione.

Proseguendo, un gigantesco affresco in stile neoclassico, che rappresenta la corruzione della classe politica romana e italiana e della chiesa cattolica, occupa tutta la facciata dell’ex cinodromo, occupato dal 2002.

Nato a Senigallia, madre matrigna che ha distrutto tutte le sue opere, cresciuto artisticamente a Bologna, Blu non lavora da solo, ma anche con altri artisti, come Ericailcane (c’è un unico rarissimo libretto del 2005 con 25 suoi disegni edito da Modo Infoshop) o i brasiliani Os Gêmeos. Ma non rilascia interviste: le sue opere parlano da sole. Con le loro forme spesso grottesche e surreali sono supericoniche: come affreschi medievali, esplicite nel significato e nel messaggio politico, un messaggio che è riconoscibile, globale, ma che non prescinde mai dal territorio e dal suo contesto di quel momento. Un fermo immagine di un conflitto.

A Niscemi, accompagnando la protesta NoMuos, Blu dipinge un enorme robot che si muove su un campo pieno di aerei che diventano tombe, contrastato dai manifestanti armati di bastoni e attrezzi per coltivare la terra.

A Bogotà una mano taglia, con una carta di credito, della polvere bianca composta da centinaia di teschi umani.

A Milano, sulla facciata del PaC, uomini in giacca e cravatta, ma in mutande, si arrampicano su una montagna di cocaina.

A Sassari due mani versano dentro un’ampolla veleni, aerei e macchine: l’ampolla si riversa su altre ampolle dove sono i pesci, i prati, le pecore.

A Lisbona un uomo, bianco, camicia e giacca, grasso, con sulla testa una corona d’oro con i simboli delle società petrolifere, succhia con una cannuccia l’America Latina, come acqua da un cocco fresco.

“È chiara la sfida? Sostenere il recupero urbano, appoggiare le lotte dei movimenti, quelli ambientalisti, quelli contro le opere che danneggiano il territorio, quelli di lotta per la casa.
Arte povera, poverissima, lontana mondi interi dal mondo glamour delle gallerie, delle installazioni e dei vernissage: al posto di un pubblico di addetti ai lavori e di spettatori che si mettono in fila e pagano un biglietto, magari trasformando gli artisti in feticci da bookshop, gli street artist comunicano con gli abitanti dei luoghi che scelgono, spesso quelli delle periferie, dei quartieri popolari. Così i muri di Blu attraggono le persone che ci sbattono per caso, o quelle che vanno apposta per guardare la sua arte.”
.
http://masadaweb.org

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