Nuovo Masada

aprile 14, 2016

MASADA n° 1754 14-4-2016 MORTO CASALEGGIO. HA INVENTATO LA DEMOCRAZIA IN RETE

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MASADA n° 1754 14-4-2016 MORTO CASALEGGIO. HA INVENTATO LA DEMOCRAZIA IN RETE
Blog di Viviana Vivarelli

E’ morto Casaleggio, l’ideatore del M5S, a 61 anni – Storia della vita di Casaleggio – Qual è il programma del M5S -Conseguenze nefaste dell’austerity – Come Renzi h sabotato il referendum -Domenica vota Si’ al referendum sulle trivelle

La democrazia è il Governo del popolo, dal popolo, per il popolo”.
(Abraham Lincoln)

Sergio Mattarella, si è detto “particolarmente colpito dalla prematura scomparsa di Gianroberto Casaleggio, intellettuale, editore, protagonista politico innovativo e appassionato“.

Max Weber
Il possibile non sarebbe mai raggiunto se nel mondo non ci fosse sempre qualcuno che insegna gli altro la strada sognando sempre l’impossibile”.

Viviana Vivarelli

In un mondo povero di eroi
piango la morte di un eroe
solitario
che mosse il popolo con una visione
un sognatore
un idealista
là dove gli ideali sembravano
sepolti
e il futuro perduto
A noi portare avanti
il suo sogno
e tradurlo in tangibile realtà
per la sua memoria
per la dignità di una Nazione
per il bene di noi tutti,
amici e nemici, ma comunque fratelli
verso un futuro che a questo
triste presente
sia di sprone
e guida.

.
Vi siete assuefatti
voi, servi della giustizia, leve
della speranza, ai necessari atti
che umiliano il cuore e la coscienza.
Al voluto tacere, al calcolato
parlare, al denigrare senza
odio, all’esaltare senza amore;
alla brutalità della prudenza
e all’ipocrisia del clamore
”.
(Pasolini)

Marco Barbon
Oggi se n’è andato Gianroberto Casaleggio, co-fondatore del MoVimento 5 Stelle, colui che convinse Beppe Grillo ad attivarsi, a fare da traino. Lo convinse che partendo dal nulla c’era una possibilità di riuscire a cambiare questa società, si poteva cambiare e bisognava provarci, praticamente un pazzo visionario.
Ci lascia la grande impresa che è riuscito a realizzare, il suo sogno che è diventato il sogno di molti oggi, non la speranza perché lui non amava stare lì a sperare, amava la partecipazione attiva al cambiamento. Non sperare, diceva spesso, piuttosto datti da fare. Si può condividere oppure no il suo modo di intendere ma non si può negare quello di grande che è riuscito a creare, partendo da una cosa semplice: la partecipazione degli esclusi.
Lui non amava apparire, era un tipo schivo, riservato, e così in silenzio, senza disturbare, ha deciso di andare. Da oggi il cielo ha una stella in più.
.
Simone Stellini
L’unico in Italia ha parlare di FUTURO.
L’unico che ha cambiato il modo di COMUNICARE il proprio pensiero.
CAPITO in pochissimo tempo da milioni di persone perché DIRETTO.
UN GRANDISSIMO VISIONARIO.
Forse un giorno il suo sogno diventerà realtà.
Grazie Casaleggio.
.
Eugenio Montale

Vedi, in questi silenzi in cui le cose
s’abbandonano e sembrano vicine
a tradire il loro ultimo segreto,
talora ci si aspetta
di scoprire uno sbaglio di Natura,
il punto morto del mondo, l’anello che non tiene,
il filo da disbrogliare che finalmente ci metta
nel mezzo di una verità.
Lo sguardo fruga d’intorno,
la mente indaga accorda disunisce
nel profumo che dilaga
quando il giorno più languisce.
Sono i silenzi in cui si vede
in ogni ombra umana che si allontana
qualche disturbata Divinità.

.
Marco C
Grazie per averci dato la speranza, insieme a Beppe, che si può e si deve cambiare questo Paese.
.
Stefano Valle
Grazie di tutto Gianroberto. A riveder le stelle
.
Gli uomini passano, le idee restano.
Restano le loro tensioni morali e
continueranno a camminare sulle
gambe di altri uomini
”.
(Giovanni Falcone)

Fabrizio Castellana
Mi spiace sia morto ora, mentre tutti i media governativi si affannavano a sparlarne e ad inventarsi suoi secondi fini malvagi per screditarlo e screditare così il movimento.
Mi spiace non abbia potuto oltrepassare questo periodo di amarezza per potersi godere un periodo di riconoscenza e riconoscimento ..
Avrebbe meritato di essere riconosciuto come una persona buona e benintenzionata, utile al Paese e partigiano della democrazia, ma purtroppo lo sarà postumo, in futuro, quando capiremo che il suo tentativo di riportare la democrazia è stato sincero e prezioso, a prescindere dal fatto che possa riuscire o meno….
Il tentativo almeno c’è stato, e questo glielo avrebbero dovuto riconoscere, lo avrebbe meritato in vita.
Ma il potere giustamente lo temeva e lo ha combattuto in tutti i modi, perché il potere teme il ritorno della democrazia, e si è servito della propaganda per addestrare il popolo a odiarlo ingiustamente. E forse era inevitabile, e certamente la storia ha già visto altri personaggi trattati così.
Lui ha costruito invece, insieme a Grillo, dopo averci provato con Di Pietro purtroppo senza riuscirci, una nuova corrente politica democratica di cui l’Italia aveva necessità estrema, e che spero possa procedere verso la meta che si è prefissa: il ritorno della democrazia in questa colonia di potenze esterne che è ormai diventato il nostro stato.
Non so se il movimento riuscirà ad affermarsi come merita, spero di sì … penso di sì … nonostante tutte le forze che ha contro, perché propone qualcosa di giusto e di vitale per la democrazia, e questa sarà la rivincita di Gianroberto Casaleggio, e purtroppo non ha potuto raggiungerla prima di morire.

Francesco De Luca
Se questo Paese riuscirà a risollevarsi dai secolari mali che lo attanagliano, sarà merito anche di persone come Casaleggio.Gratitudine e dispiacere insieme.
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Ha detto: “La democrazia diretta, resa possibile dalla Rete, non è relativa soltanto alle consultazioni popolari, ma a una nuova centralità del cittadino nella società. Le organizzazioni politiche e sociali attuali saranno destrutturate, alcune scompariranno. La democrazia rappresentativa, per delega, perderà significato. È una rivoluzione prima culturale che tecnologica, per questo, spesso, non viene capita o viene banalizzata”.
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Ogni collegio elettorale dovrebbe essere in grado di sfiduciare e quindi di far dimettere il parlamentare che si sottrae ai suoi obblighi in ogni momento attraverso referendum locali”.
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Ci è stato insegnato di rispettare i magistrati, e ci è stato insegnato anche di rispettare le leggi e di non dimenticare mai che dobbiamo proteggere coloro che ricevono offesa”.
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Un’idea è buona o cattiva, non di destra o di sinistra. Se ognuno di noi, dal commercialista all’idraulico, al dentista, dedicasse una parte del proprio lavoro anche agli altri, il mondo lo potremmo cambiare davvero”.
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Il capitale, ormai, vince sulla democrazia che sembra essere solo un intralcio, una perdita di tempo. Il capitale ha altri tempi, più veloci, e non vuole regole, mette i suoi rappresentanti nelle istituzioni”.
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Il Governo dell’Italia deve affrontare prima i problemi nazionali e poi i rapporti internazionali, ma mai a scapito dei suoi interessi”.
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I giornali stanno scomparendo, poi verrà il turno delle televisioni, seguite dai libri. Entro dieci o vent’anni saranno considerati alla stregua di specie estinte come il dodo. Tutta l’informazione confluirà in Rete e chiunque potrà diventare prosumer, ossia al tempo stesso produttore e fruitore dell’informazione”.

La democrazia diretta, resa possibile dalla Rete, non è relativa soltanto alle consultazioni popolari, ma a una nuova centralità del cittadino nella società. Le organizzazioni politiche e sociali attuali saranno destrutturate, alcune scompariranno. La democrazia rappresentativa, per delega, perderà significato. È una rivoluzione prima culturale che tecnologica, per questo, spesso, non viene capita o viene banalizzata”.

Nessuna democrazia rappresentativa è una democrazia, ma un sistema di minoranze organizzate che prevalgono sulla maggioranza dei cittadini singolarmente presi, soffocandoli, limitandone gravemente la libertà e tenendoli in una condizione di minorità”.
(Massimo Fini)
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Viviana
Casaleggio ha detto:
Ormai l’unico modello politico per cui dovremmo tutti lottare è la democrazia partecipativa che deve gradualmente prendere il posto della vecchia democrazia parlamentare”.
La democrazia parlamentare si è deteriorata fino a calpestare gli stessi principi e valori su cui era sorta: gli interessi dei cittadini e il loro bene presente e futuro.
Poiché tale bene generale e universale da tempo è stato sostituito da interessi privati, di soggetti o gruppi economici e di potere che calpestano il bene comune, e poiché quella che si spaccia ancora per democrazia parlamentare mostra la sua consunzione fino ad essere arrivata alla negazione del diritto elettorale, alla nullificazione del Parlamento, alla violenza contro la Costituzione, alla cancellazione dei diritti e delle tutele del lavoratore e del cittadino, in un peggioramento continuo e costante delle modalità del vivere e delle speranze sul domani, la democrazia parlamentare dimostra di essere diventata il contrario di se stessa e di essersi trasformata in autoritarismo.
Contro ogni autoritarismo c’è solo una via: lottare per rovesciarlo
Gianroberto ci ha insegnato che possiamo farlo con mezzi leciti e legittimi
Contro la scelta della rivoluzione violenta ci ha condotto verso mezzi di cambiamento pacifici e legalitari
.
Non ha portato avanti solo la delusione della gente
ha portato una nuova idea di partecipazione alla democrazia
una nuova idea di politica e di uomini politici
una nuova idea di ambiente, di economia
di società,
una nuova idea di futuro

LA STORIA DI CASALEGGIO, DAGLI ANNI IN OLIVETTO AL BLOG DI GRILLO CON LA PASSIONE DELLA RETE (Sole 24 ore)
Biagio Simonetta

«Attenzione ai dettagli. Perché i dettagli sono importanti, fanno la differenza». Gianroberto Casaleggio deve molto del suo successo imprenditoriale ai dettagli. Non ha mai lasciato nulla al caso, e pretendeva lo stesso dalle persone che lavoravano al suo fianco. Il Casaleggio imprenditore è un uomo totalmente diverso da quello che le cronache politiche hanno dipinto in questi ultimi tre anni. Il MoVimento 5 Stelle è figlio suo, e lo sarà per sempre. Ma la storia professionale di Gianroberto è densa di molto altro.
Milanese, vegetariano convinto, dirigente d’azienda sin da giovanissimo, aveva iniziato a Ivrea nella Olivetti di Roberto Colaninno come progettista software. Erano gli anni d’oro dell’informatica italiana. E Casaleggio era una delle menti più lucide. Un innovatore vero, e al centro delle sue idee – che non prevedevano mai compromessi – c’era un unico comune denominatore: Internet. Anzi, la Rete, come preferiva chiamarla.
A quarant’anni era già amministratore delegato di Webegg, una joint venture nata da Finsiel e Olivetti. Una società di consulenza aziendale per il web che in breve raggiunse un migliaio di dipendenti. Sono gli anni a cavallo del 2000, e Webegg è un po’ il sogno dei giovani informatici italiani. Intanto Casaleggio entra nel consiglio di amministrazione di Netikos. Il sogno Webegg si infrange nel 2003. In Telecom, che aveva acquistato le quote da Olivetti, arriva Tronchetti Provera, e i rapporti con Casaleggio sono da subito burrascosi. L’azienda contesta a Casaleggio i bilanci, mentre Casaleggio non condivide le politiche del nuovo azionista di maggioranza. Il matrimonio si rompe. Nel 2004, portandosi dietro quattro dipendenti da Webegg, fonda la Casaleggio Associati, nella quale entra pure il figlio Davide. Una piccola Srl con sede in via Sant’Orsola, a Milano, prima di spostarsi negli attuali uffici di via Morone, a due passi dalla Scala. Il resto è storia recente.
Oggi la Casaleggio Associati conta una ventina di dipendenti e in questi anni ha curato la comunicazione online di diverse importanti aziende italiane. Gianroberto è stato al timone fino all’ultimo giorno, nel suo ufficio tappezzato dai quadri di Dylan Dog e colmo dei suoi libri. Adorava Stefano Benni e Dostoevskij, ed era un grande appassionato di storia antica.
«In Rete devi scrivere semplice, perché se non riesci a essere semplice la gente non ti capisce», ha sempre detto Casaleggio alle persone che hanno lavorato per lui.
L’incontro con Beppe Grillo ha cambiato la vita a entrambi. Casaleggio aveva da poco pubblicato uno dei suoi libri sulla Rete: «Il web è morto, viva il web». Il saggio finì nelle mani di Grillo, che ne rimase colpito. Lo convocò a Livorno, nel camerino del suo spettacolo. Casaleggio aveva le idee già chiarissime: «Facciamo il tuo blog. Sarà il più letto d’Europa». Aveva ragione. Nel 2005 nasce Beppe Grillo.it, che in pochi anni diventa uno degli esempi di maggior successo di comunicazione online al mondo. Un blog dal quale è nato il M5S. Un blog che Gianroberto Casaleggio ha curato, personalmente, ogni giorno della sua vita. Facendo attenzione ai dettagli. “Perché sono quelli a fare la differenza”.

QUAL’E’ IL PROGRAMMA DEL M5S
Viviana Vivarelli

Uno degli insulti più sciocchi fatti al M5S è di non avere un programma. Ma è proprio la premessa di un simile ragionamento ad essere sbagliata.
Nei partiti tradizionali c’è un capo che, da solo, insieme ad altri o sotto altri, presenta un programma. Prodi lavorò un anno alla costruzione dell’Ulivo con i futuri alleati di Governo, poi disattese totalmente il programma fatto e fece il contrario. Berlusconi presentò un programma fittizio che in parte non riuscì a realizzare per l’opposizione del csx (un milione di posti di lavoro, la distruzione dell’art. 18, lo stop alle intercettazioni, l’annichilimento del Parlamento, le prescrizioni facili, le depenalizzazioni dei reati finanziari..), mentre favoriva i propri interessi personali e realizzava il programma di estrema dx della P2 di Licio Gelli. Monti e Letta, voluti da Napolitano su ordine dei magnati occidentali- Bilderberg, Bce, Fm, banche d’affari americane e lobby nazionali o multinazionali- ripresero il programma pidduista di Gelli che coincideva con un neoliberismo spinto e un europeismo suicida a marca tedesca, contro la Costituzione, contro la democrazia, contro i diritti dei cittadini e dei lavoratori.
Renzi ha proseguito sulla stessa linea neoliberista, smantellando qualsiasi traccia della sx e realizzando molti dei punti programmatici dei predecessori, B compreso, grazie al consenso succube del Pd, come l’eliminazione dell’art. 18, del posto fisso e delle tutele dei lavoratori (fino alle leggi sul lavoro fatte senza i sindacati, la depenalizzazione del mobbing e il licenziamento senza giusta causa), la svendita del territorio (vd anche trivelle), la distruzione progressiva dei diritti elettorali, l’eliminazione dell’equilibrio dei poteri, un accentramento assolutistico sul capo del Governo, l’erosione dello stato sociale e là dove Berlusconi non era riuscito, Renzi ha forzato la mano, sia coi voti alla fiducia, che con una corte di yeman che ha piazzato dappertutto, col voto dei traditori piddini e le aperture al centro e ai fuorusciti di Forza Italia.
Renzi avrà anche un programma ma è un programma deleterio per questo Paese, perché è di estrema dx neoliberista, favorisce solo i più ricchi, le lobby, le banche, i politici, il potere. Arricchisce i già ricchi mentre impoverisce i più poveri. Umilia la Nazione. Danneggia i cittadini, i lavoratori, i pensionati, i giovani. Taglia la democrazia, eliminando progressivamente i diritti elettorali e indebolendo il Parlamento, governa in modo centralista e senza dibattito, calpestando i diritti dei rappresentanti del popolo, asservisce i media, distrugge la Costituzione per un potere senza contrappesi, disconosce i diritti civili che essa consacra in nome del bene comune e del progresso di civiltà, rifiuta il valore dei referendum, uccide i sindacati, stritola le libertà, prima fra tutte la libertà di informazione e di espressione e la libertà dal bisogno, taglia le tutele non solo sul lavoro ma anche quelle che ci promettono una giustizia generale mentre si creano leggi e processi che favoriscono i delinquenti e annullano le sentenze o le pene. Infine ci rimette in guerre dall’esito incerto e che non ci possiamo permettere, aumenta la spesa in armi mentre diminuisce quella per la tutela del territorio. Anzi è indifferente all’inquinamento ambientale, non propone alcun piano energetico, tratta il mare e il suolo come beni da svendere o su cui prendere mazzette dalle lobby.
Quello che accade è davanti agli occhi, anche se i media embedded attuano una disinformazione sistematica: l’Italia va male, è ultima in Europa, ha tagliato tutte le sue speranze di ripresa, scende di molti posti in tutte le classifiche internazionali, mentre è prima per corruzione, malgoverno, inquinamento, squilibrio istituzionale, deficit di bilancio, debito pubblico.

Se questo è il programma che Renzi sta realizzando, qual è il programma del M5S?
Nel M5S non abbiamo un capo che detta un programma e viene votato per quello.
La piramide è rovesciata.
Abbiamo un sistema che poggia sulla democrazia diretta, non sul comando che piove dall’alto ma su una volontà popolare in fieri, come avviene da 40 anni in Svizzera, come sta avvenendo oggi in Islanda dove i cittadini si sono fatti una Costituzione dal basso.
Per cui è la volontà popolare che eleggerà i propri portavoce (così come oggi uno nomina il proprio avvocato o commercialista), essere parlamentare sarà una funzione provvisoria, un servizio temporaneo, non un potere a vita, gli emolumenti saranno bassi e non si potrà durare più di due legislature, il delegato dovrà essere efficiente, onesto e revocabile, e saranno i cittadini a prendere di volta in volta le decisioni fondamentali, come avviene col referendum. Là dove in Svizzera sono i cantoni a votarsi da soli le leggi coi sistemi tradizionali, Casaleggio ha previsto una votazione on line, inventando la democrazia telematica, cosa a cui anche la Svizzera sta pensando e che si potrà attuare con apposite salvaguardie così come si attuano già i bonifici o i pagamenti on line.
Rimettere le decisioni fondamentali ai cittadini è la sostanza del Movimento e la sua profonda differenza col marcio sistema governativo (ormai non più parlamentare), per cui non ha senso parlare di programma a priori, perché col M5S si passerà alla democrazia attiva e diretta, in cui il cittadino non si limita a tracciare una croce su una scheda ogni 5 anni, ma sarà lui stesso il decisore del proprio bene e del proprio futuro e si farà come si fa in Svizzera dove, per es., ogni anno si vota sull’immigrazione, la politica sarà un work in progress, il voto può variare di anno in anno e cambierà a seconda di varie circostanze considerate dal popolo e si voterà anche sui trattati internazionali, sulla pace e sulla guerra.
Dunque, mentre Renzi calpesta la democrazia, riducendo il diritto elettorale o falsandolo, fregandosene dei referendum, non ascoltando i sindacati, cancellando i diritti costituzionali e comportandosi come un sultano circondato dalla sua corte, il M5S vuole rendere il potere democratico ai cittadini affinché essi si amministrino da soli, legando con un obbligo di mandato i loro rappresentanti alla volontà popolare ed espellendoli se tracimano o delinquono (col recall, come in molti Stati americani).
Il M5S dunque non è un programma, è una via di governo, la più democratica che conosciamo.
Punti fondamentali: i politici dipendono dai cittadini e non viceversa, i politici sono pagati poco e sono a tempo, il ricambio politico è assicurato in base al merito e all’onestà, il potere risiede nei cittadini e non nel governo, i cittadini decidono loro sulle spese, sulle leggi, sul loro futuro. Punti ineliminabili: difesa del territorio, piano di energie pulite con svincolamento economico e politico dai carburanti fossili; recupero idrogeologico; programma di pace e non di guerra; che sia il popolo a decidere se vuole restare o no nella zona euro; difesa dei diritti del lavoro; difesa dei giovani e degli anziani; difesa del welfare con reddito minimo di cittadinanza; lotta allo strapotere delle lobby; divisione delle banche d’investimento da quelle di famiglia; difesa dei prodotti nazionali; eliminazione di grandi opere inutili….

Ecco perché l’obiezione dei detrattori che il M5S non ha un programma è una obiezione sciocca. E’ la democrazia il programma. Così come è la distruzione della democrazia il programma di Renzi.

CASALEGGIO E L’UTOPIA
Alessandro Gilioli

Mi sono fatto una lunga chiacchierata su Casaleggio con Ilvo Diamanti. Una delle prime cose che gli ho chiesto è se era azzeccata o no la definizione di “guru” così spesso appioppatagli dalla mia categoria, e lui quasi si è messo a ridere: si definisce “guru”, mi ha detto, qualcuno che capisce molto bene cose di cui noi invece non capiamo un tubo.
Vero, in effetti. E mi è tornato in mente il livello del dibattito sulla Rete, nei palazzi della politica e sui giornali, quando Casaleggio e Grillo stavano mettendo in piedi i meet-up e poi il M5S. Un livello bassissimo, con esponenti di governo che volevano chiudere Facebook e Google, mezzibusti Rai che confondevano i social network con i centri sociali e leader della sinistra che definivano Internet “un ambaradam” (di nuovo: ci sembra caotico e minaccioso ciò di cui non capiamo granché).
Era desolatamente questo il mainstream neanche troppi anni fa: cinque o sei, non di più.
Di contro, qui in Italia, c’era soprattutto Casaleggio.
Che i classici del Web li aveva letti e che la Rete la usava per estrazione professionale. E che aveva declinato questa passione in modo estremo, senza sfumature. Senza chiaroscuri. Senza rovesci della medaglia. Il radioso digitale da una parte – luogo di emancipazione delle persone comuni dalla sudditanza civile e politica – contro l’oscurantismo analogico dall’altra parte, quello dei “vecchi”, degli “zombi”, dei “morti”.
Casaleggio aveva capito (non da solo, certo, ma tra i primi a parlarne nella politica italiana) che le trasformazioni tecnologiche appena iniziate avrebbero travolto e radicalmente trasformato le relazioni sociali, economiche, politiche, culturali. E lo avrebbero fatto molto in fretta, polverizzando tutte le sovrastrutture create dall’era industriale: a iniziare dal lavoro-salario come strumento di compensazione e di redistribuzione, fino al modello di democrazia basata sulla rappresentanza parlamentare. La stessa distinzione tra destra e sinistra gli sembrava un epifenomeno del vecchio ordine moribondo, l’espressione di un’epoca in cui le relazioni sociali erano determinate da strumenti in via di sparizione.
Detto questo, Casaleggio vedeva tuttavia la trasformazione tecnologica come un percorso secco, netto, assoluto. Senza contraddizioni e senza zone d’ombra. Senza sostanziali ostacoli a parte le resistenze del vecchio. Che tuttavia, come tali, erano destinate a soccombere senza lasciare tracce.
Di qui, una visione utopistica, millenaristica e apocalittica della Rete. Che avrebbe fatto pulizia del mondo. Un po’ come la Grande guerra per i futuristi. O, meglio, la presa del Palazzo d’Inverno per i bolscevichi.
Conoscendolo solo attraverso i suoi libri, non so se Casaleggio avesse scelto questa sostanziale semplificazione manichea per esigenze di comunicazione e di stimolo alla partecipazione: oppure se fosse veramente convinto di questa sorta di transumanesimo. Di certo, il suo ottimismo radicale nei confronti del Web ha contribuito molto alla nascita del Movimento 5 Stelle, perché ne ha costituito l’obiettivo di lungo termine e l’ideologia.
In altre parole, Casaleggio ha delineato un domani “perfetto” di democrazia dal basso e partecipazione, con un peso ugualissimo di ogni cittadino nella cosa pubblica e la liberazione dalle schiavitù parallele del lavoro e dell’avidità. Questo domani, questo obiettivo, era il fattore unificante e il senso finale di ogni battaglia locale, di ogni provvisoria elezione, di ogni sit-in in piazza. Ecco perché appunto era (ed è ancora) l’ideologia, nel Movimento, ben oltre la bozza sfrangiata di programma politico che ancora campeggia sul sito.
In nome di questa utopia è nato il Movimento: perché senza utopia non si può progettare nulla, senza utopia non si rovescia il marcio, senza utopia nessun cambiamento reale è possibile. L’utopia è il sognare a occhi aperti di Lessing, l’obiettivo verso cui tendere di Kant.
Poi, tuttavia, nessuna utopia si realizza mai in sé e come tale: serve solo come punto in direzione del quale muoversi, appunto. Se prova meccanicamente a farsi realtà si rovescia facilmente in distopia.
Nel caso del comunismo, ad esempio, diventa Muro di Berlino, gulag, khmer rossi.
Nel caso di Casaleggio – assai più innocuamente – votazioni on line proprietarie, epurazioni con dei post scriptum sul blog, commistioni tra un ufficio privato di Milano e i cittadini eletti in Parlamento.
Cose così: che forse gli servivano a proteggere l’utopia dalla mediocre debolezza umana. E pensate che paradosso, per chi crede nel valore assoluto della disintermediazione, doversi fare proprio medium per preservare l’obiettivo di fondo.
Forse, chissà, anche queste “cose così” dimostrano che nessuna utopia può davvero scendere dal cielo alla Terra, e che in cielo deve rimanere affinché sulla Terra noi non si smetta di elevarsi, o almeno di provarci.
Ecco, ora nel M5S Casaleggio diventerà mito fondativo, anche oltre i suoi meriti e demeriti. Diventerà icona, simbolo dell’utopia generatrice del movimento stesso.
È giusto, ci sta.
Come ci sta che nel Movimento si apra una competizione di leadership: umana, inevitabile, perfino utile per quanto in contrasto con l’utopia iniziale.
E proprio dal modo in cui nel M5S si cercherà da oggi un equilibrio tra utopia e realtà si giocherà il futuro. Dalla capacita o meno di stare con gli occhi nella prima e i piedi nella seconda. Dal punto di equilibrio che troveranno fra i due estremi, cioè la fobia di sporcarsi le mani con il reale e il concretissimo rischio che il reale ti faccia finire con le mani sporche.
È una linea sottilissima e scivolosa. Un filo tra le sommità di due grattacieli. Con il rischio continuo di cadere da una parte (l’adeguamento ai giochi di potere, la mediazione al ribasso, l’essere come tutti) oppure dall’altra (la distopia, appunto, cioè il rovesciamento ideologico del sogno in incubo).
In bocca al lupo.
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Francesco Degni
Casaleggio è stato un politico pensante, animale strano, visto con diffidenza dai senza pensiero, razza padrone della politica italiana.
I senza pensiero vanno avanti per usi comuni. La politica per loro deve essere impersonata da un partito, con sedi, giornale segretario e strutture organizzative varie.
Casaleggio, invece, la pensava libera con contatti orizzontali tra gli aventi lo stesso pensiero, senza vincoli di potere, l’unico vincolo era quello di tendere al bene comune senza privilegi e ruberie, tutto alla luce del sole, certo queste idee non potevano essere propagandate in tv e medi media, tutti controllati dai parassiti ed ecco allora ‘ la rete’ in cui tutti possono collegarsi l’uno con l’altro.
La rete è un mezzo per la democrazia, senza che nessuno possa filtrare le idee dell’altro o oscurarle. La rete è libera. In fondo lui aveva coniugato la politica come un’offerta in rete senza passare per un negozio o centro commerciale.
Il rischio, per i prodotti, è vedersi arrivare a casa qualcosa di diverso, ma in questa politica italiana questo rischio è minimo, visto che il prodotto avariato è quello tradizionale. Il prodotto in rete, con tutti i se e i ma, può essere solo migliore e questa è la grande intuizione di Casaleggio. La differenza tra Casaleggio e gli altri è la stessa che passò tra Marconi e quelli che ritenevano impossibile la trasmissione senza l’uso di un filo.
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CONSEGUENZE DELL’AUSTERITY
Berluscameno

In un Paese “libero” le notizie debbono giungere a tutti i livelli culturali presenti nella società civile. Ed allora alcune notiziole scomode debbono essere pubblicate.

“ Il tasso di disoccupazione nell’eurozona e nell’Unione europea continua a viaggiare a livelli record : 10,5 %”. Superiore rispetto alla media, seppure di poco, il dato dell’Italia: 11,3 % (3 milioni di persone), il tasso più alto da quarant’anni a questa parte (se si escludono gli ultimi anni). Particolarmente drammatica – e ancor più asimmetrica – la situazione dell’occupazione giovanile: per quanto il tasso medio di disoccupazione giovanile dell’eurozona e dell’UE-28 sia già di per sé molto alto (22,5 e 20 % rispettivamente), in alcuni paesi si toccano punte che non si vedevano dai tempi della seconda guerra mondiale: 47,5 % in Spagna, 49,5 % in Grecia, 38 % in Italia (che però al Sud supera il 60 %, il tasso più alto d’Europa), a fronte di un risicato 7 % in Germania.

Per quanto riguarda l’Italia, il nostro Paese è uscito da una recessione di sei anni solo nel 2015, e all’inizio del 2016 registrava ancora un tasso di crescita di poco superiore a zero.
E gli effetti si vedono: produzione industriale al -25 % e PIL al -10 % rispetto ai livelli del 2008, tasso di accumulazione ai minimi storici, disoccupazione e debito pubblico a livelli record. Un’apocalisse economica e sociale – che si prefigura come la peggiore crisi dall’Unità d’Italia, ben peggiore di quella del ‘29 in termini macroeconomici – da cui il nostro Paese impiegherà decenni a riprendersi (e comunque solo a patto di un radicale cambio di rotta), soprattutto considerando i pesanti effetti strutturali che la crisi ha avuto sul tessuto produttivo italiano.
“L’esempio più evidente di ciò è l’incredibile numero di aziende che hanno chiuso per sempre dall’inizio della crisi”: alla fine del 2013 erano più di un milione e 700.000 (un’azienda manifatturiera su cinque), di cui 111.000 solo nel 2013, secondo uno studio del Centro Studi CNA. Il 94 % di queste erano piccole e medie imprese.

Anche chi ha un lavoro, però, non se la passa molto bene: a causa della decisione dell’establishment europeo di perseguire anche nel settore privato la stessa politica di “compressione dei salari” già sperimentata nel settore pubblico (in particolar modo in quei paesi sottoposti a un programma di “aggiustamento strutturale” della troika) – secondo la logica della cosiddetta “svalutazione interna” – tra il 2008 e oggi i salari reali sono diminuiti o sono rimasti stagnanti in tutti i paesi della periferia (con picchi del -20 % in Grecia).
E questo a fronte di una caduta della quota salari sul PIL che, com’è noto, prosegue ininterrottamente da trent’anni.
Consequenziale in parte all’”aumento della disoccupazione e alla stagnazione-diminuzione dei salari” – nonché dei tagli alla spesa sociale e sanitaria – è l’increscioso aumento del tasso di povertà e-o di esclusione sociale nel continente, un dramma che secondo la Commissione europea riguarda ormai il 24 % della popolazione dell’Ue (tra cui il 27 % dei bambini e il 20,5 % degli over-65), pari a più di 120 milioni di persone. Nel 2008 erano “solo” 116 milioni. “Quasi il 10 % degli europei oggi vive in condizione di grave deprivazione materiale”.

L’AUSTERITA’ SI RIVELA UN FALLIMENTO anche in base ai suoi stessi (limitatissimi) parametri: il debito pubblico dell’area euro oggi si aggira intorno al 93 % – il dato più alto di sempre –, rispetto ad un livello pre -crisi del 79 %. E pensare che uno degli obiettivi dichiarati delle “politiche di consolidamento fiscale” è proprio la riduzione del debito pubblico. Parallelamente, “continua a crescere inesorabilmente anche il debito privato”, perlopiù a causa del fatto che le politiche di austerità hanno ostacolato il ‘deleveraging’ del settore privato. Questo si riflette nella “crescita vertiginosa delle sofferenze bancarie”, ossia dei crediti bancari la cui riscossione non è certa.
Secondo un recente studio pubblicato su VoxEU.org, le banche del continente avevano in pancia, a fine 2014, “crediti di difficile riscossione” (non- performing loans) pari all’incredibile somma di circa 1,2 trilioni di euro, pari al 9 % del PIL dell’UE e più del doppio del livello del 2009. I paesi maggiormente interessati dal fenomeno sono l’Italia, la Grecia, il Portogallo e Cipro. Trattasi di un dato estremamente preoccupante sia per la stabilità finanziaria dell’Europa che per le prospettive di ripresa del continente poiché, come si legge nello studio, “un alto livello di crediti di difficile riscossione tende a … ridurre la crescita del PIL ed aumentare la disoccupazione”. È evidente che anche questa è “una conseguenza diretta delle misure di austerità perseguite negli ultimi anni”, che non hanno fatto che acuire la recessione nei paesi della periferia, peggiorando i bilanci delle famiglie e delle imprese (che fanno sempre più fatica a ripagare i debiti contratti con le banche) e di conseguenza i bilanci delle banche stesse.
Infine, la strategia di riequilibrio asimmetrico dell’eurozona – per cui i paesi che registravano un deficit della bilancia commerciale sono stati costretti a ridurre i loro disavanzi (attraverso la svalutazione interna), mentre “i paesi in surplus(GERMANIA) non hanno fatto nulla per ridurre i loro avanzi”, che anzi sono addirittura aumentati – ha sì appianato gli squilibri della bilancia dei pagamenti intra- europea, ma al costo di determinare uno squilibrio ancor più destabilizzante tra l’Europa e il resto del mondo.
Col risultato che la bilancia commerciale dell’area euro, che nel 2007 era sostanzialmente in equilibrio, “oggi registra un surplus senza precedenti, pari al 3,7 % del PIL”.
Ma è evidente che, così come la “politica mercantilista tedesca non è sostenibile su scala europea”, lo è ancor meno su scala globale, soprattutto se applicata all’eurozona nel suo complesso. Il motivo è semplice: il contesto dell’economia mondiale, caratterizzato da una “stagnazione generalizzata di lungo periodo “(ulteriormente aggravata dalla mortificazione della domanda europea causata dalle politiche di austerity), non è adatto a una crescita trainata dall’export. Intanto il punto di non ritorno – “oltre il quale sia impossibile evitare la deflagrazione dell’eurozona e con ogni probabilità della stessa Unione europea, con conseguenze economiche, sociali e politiche potenzialmente devastanti” -diventerà certo … e si avvicina a grandi passi e sempre di più.

PERCHE’ VOTARE AL REFERENDUM E PERCHE’ VOTARE SI’!
Maria Rita D’Orsogna
(Fisico e professore associato presso il dipartimento di matematica della California State
University at Northridge, a Los Angeles, dove vive stabilmente).

Nell’ottobre del 2007, ricevette una telefonata di un amico da Lanciano, in Abruzzo, dove vivono i suoi genitori e durante la conversazione l’amico le parlò di un misterioso “centro oli” di Ortona. Non c’erano molte informazioni all’epoca, su quella che poi si scopri essere una raffineria proposta dall’ENI fra i campi del Montepulciano per trattare petrolio di scarsa qualità e fortemente inquinante. Ad ogni modo, Maria Rita D’Orsogna comprese subito che estrarre petrolio scadente e raffinarlo fra i vigneti era qualcosa di nefasto che non avrebbe portato niente di buono all’Abruzzo. Così, anche se da lontano tutti le dicevano che era una battaglia persa, lei si mise all’opera. Prese dei libri dall’università per studiare meglio
la situazione, parlò con colleghi americani, con persone di Ortona. Una volta che il quadro le divenne più chiaro – sui limiti emissivi di sostanze inquinanti in Italia, sull’idrogeno solforato, sugli effetti degli scarti petroliferi nella vita delle persone e sul ciclo agricolo e ambientale –, cominciò a diffondere il messaggio ai cittadini. Pian piano la battaglia si è allargò alle concessioni marine d’Abruzzo e in altre parte d’Italia: con inviti di coinvolgimenti in altre realtà locali come Savona, la Brianza, la Murgia, il Polesine, Chioggia, le isole Tremiti, la Basilicata, il Salento, Pantelleria. Del resto, Come avrebbe potuto rifiutare? Alla fine siamo un Paese solo e salvare l’Abruzzo non serve a niente se poi invece i pozzi li fanno in altre regioni. L’articolo che segue, dal sottotitolo eloquente ‘il petrolio prima ancora che l’ambiente inquina la democrazia’, è l’ultimo pubblicato sul suo blog nel quale elenca dieci buone ragioni per andare a votare e votare SI’.

“Non avrei mai immaginato che questo referendum aprisse una cosi violenta discussione sul tema petrolio in Italia o che venissero fuori tutti questi scandali, uno più deprimente dell’altro per chiunque ami l’Italia. Essenzialmente predico tutte queste cose da anni, ma questa cosi grande macchina organizzativa per taroccare i controlli, per mentire alla gente, per farci soldi sopra, con la più totale incuranza per l’ambiente, il pianeta, la gente è
veramente strabiliante. I petrolieri hanno giocato con i polmoni, con il mare, con la fiducia degli italiani e questo da solo è un motivo forte per votare SI il 17 Aprile 2016.

Ma è quanto di più meschino e antidemocratico invitare la gente all’astensionismo come cercano di fare in molti nel PD. Quale che sia stato l’iter di questo referendum siamo
adesso chiamati alle urne, e occorre andare a votare per non sprecare i 3-400 milioni di euro che questo referendum costerà. Vincere sperando che non si raggiunga il quorum è uno schiaffo al vivere civile e a tutti quelli che hanno dato la vita, generazioni fa, per darci il suffragio universale.

Il quesito è sulla durata temporale delle trivelle. Le concessioni adesso durano 30 anni con possibilità di proroga fino all’esaurimento del giacimento. Il referendum vuole che, per il futuro e per le sole concessioni entro le 12 miglia, una volta scaduti questi 30 anni, non possano esserci proroghe. Il quesito riguarda una ventina di concessioni della Edison e dell’ENI che “scadranno” fra il 2017 e il 2027. Sono in Adriatico (Emilia Romagna,
Marche e Abruzzo), in Sicilia e nel mar Ionio (Calabria). Di queste concessioni una è unicamente a petrolio, Rospo Mare in Abruzzo, le altre sono tutte a gas o miste. Le piattaforme fuori dalle 12 miglia non sono interessate.
Il voto è simbolico. I quesiti iniziali erano sei, ma cinque sono stati cancellati, grazie a sgambetti più o meno aperti da parte del Governo. Hanno una gran paura del voto. Oltre a cancellare cinque quesiti su sei, hanno pure deciso di non voler incorporare il voto con le amministrative di Giugno, sperando nell’astensionismo.
Essendo un voto simbolico, anche l’espressione del voto deve essere simbolico. Non votiamo per trenta o trentuno anni di trivelle. Votiamo per dire al Governo che tipo di Italia vogliamo. Una Italia fossile, che si tiene ancora stretta al passato, con tutte questa petrol-molassa di morte, di ministri, di amanti, di bugie, o una Italia che con coraggio guarda al futuro e programma un paradigma energetico diverso, fatto non solo di energia pulita, ma di coscienze pulite.
Non è vero che non si può. I perdenti, i vecchi dentro, quelli che hanno le mani in pasta, dicono che non si può.
L’uomo è più intelligente dei buchi. Se abbiamo messo un uomo sulla luna possiamo anche portare sulla terra sole e vento per fare tutto quello che facciamo con il petrolio, senza avvelenare nessuno. Lo so. E’ la storia che ce lo Ecco perché votare sì:

1. Dalle trivelle italiane, esistenti e future, non ci guadagnano niente gli italiani, solo i petrolieri. Importiamo ancora la maggior parte del petrolio e del gas che usiamo e sarà sempre cosi perché ce ne abbiamo troppo poco e scadente per farne affidamento. Non sono le trivelle in mare a portare ricchezza agli italiani. E’ l’ambiente sano, un turismo intelligente e moderno, la bellezza, la poesia del nostro paesaggio che ci salveranno, non i buchi. Ogni Gela è una Taormina mancata.

2. L’Italia è un Paese fragile. Trivellare significa stuzzicare e modificare delicati equilibri naturali di cui non sappiamo niente. Tutto il Ravennate è sottoposto a fortissima subsidenza, spiagge intere sprofondano. Studi commissionati dagli stessi petrolieri in tempi recenti confermano che la maggior parte della subsidenza è causata dalle estrazioni metanifere. La subsidenza è un fenomeno irreversibile: una volta che la terra si abbassa non si torna indietro. La subsidenza si può solo rallentare. Chi da il diritto ai petrolieri di lasciare questa eredità alle generazioni future?

3. Quello che emerge da Viggiano (Basilicata) in questi giorni è “normale” per l’industria petrolifera. In alcune località del mondo i controlli sono superiori, altrove, come in Italia, arrivano tardi e c’è una spettacolare corruzione fra controllo e controllato. Ma i tentativi di avvelenare residenti e ambiente per risparmiare costi, esistono ovunque. E’ questa la triste verità dell’industria petrolifera: ancora più che i sussidi governativi i loro business lucrano con i sussidi non quantificabili delle nostre vite e del nostro ambiente. Ci avvelenano i polmoni ed i figli, ci deumanificano le coste con brutture industriali, puzze sulfuree insopportabili, e cozze e pesci tossici. Sono sicura che se si indagassero tutte le piattaforme d’Italia si troveranno concentrazioni elevate di materiale tossico in ciascuna di queste. E’ inevitabile. Prima ci lasciamo questo modus vivendi alle spalle, meglio sarà.

4. A Ragusa, allo scadere della concessione Vega A approvata nel 1984, hanno fatto richiesta per trivellare altri 12 pozzi nel quasi silenzio generale. Viene fuori adesso che dopo decenni attorno alla piattaforma Vega A ci sono elevate concentrazioni di metalli pesanti, idrocarburi policiclici aromatici, composti organici aromatici e MTBE e che non è possibile il totale ripristino ambientale. A Ravenna invece viene fuori che le cozze “sane” pescate vicino alle piattaforme erano invece state prese altrove. Quelle vere invece avevano altre concentrazioni, anche qui, di metalli pesanti e idrocarburi policiclici aromatici. Chi mangia quelle cozze? Anche qui, tutto questo è “normale” perché si tratta di infrastrutture che invecchiano, di sostanze tossiche e corrosive, e di controlli scarsi e
difficili. Un giorno in più di proroga è un giorno in più di mare malato.

5. E se qualcuna delle trivelle ha incidenti o malfunzionamenti? Dalla piattaforma Paguro, da cui sono morte 3 persone, non vogliamo veramente imparare niente? O vogliamo dimenticare la piattaforma ENI Temash incendiatasi nel 2004 solo perché è in Egitto? O del fatto che l’ENI-Saipem ha trivellato senza certificazioni? O che l’ENI in Norvegia ha ammesso una “lack of competence” nel trivellare i mari del nord? O vogliamo dimenticare che quando in Abruzzo ci furono perdite da Rospo Mare, prima si parlò di petrolio e “dopo quattro giorni” i petrolieri corressero la stampa parlando di erba e fango, come se loro stessi non fossero capaci di distinguere il petrolio dal fango immediatamente?

6. Non è vero che se non lo estraiamo noi lo faranno i Croati con magiche trivelle “a 45 gradi” come scrive qualche petrol-giornalista. Per tutto il parlare che si è fatto di petrolio in Croazia, i residenti dell’ex-Yugoslavia non hanno trivellato un solo pozzo. In Italia invece tiramo fuori petrolio dagli anni ‘50 in Adriatico, senza chiedere niente a nessuno. Non sarebbe il caso di dare l’esempio e di decidere *assieme* ai croati di chiudere il mar nostrum ai petrolieri da ambo i lati?

7. Non è vero che diminuirà l’occupazione. Nessuna piattaforma chiuderà il 18 Aprile. Per di più il lavoro petrolifero è altamente automatizzato e sono poche le persone che lavorano sulle piattaforme. Di contro, chi protegge il lavoro delle migliaia di pescatori che non sanno se pescano pesce o concentrati di monnezza tossica?

8. E se invece di preoccuparci di petrol-lavoro, ci preoccupassimo del lavoro green? La tendenza mondiale è di occupazione verde che cresce. In Canada gli ex lavoratori del petrolio chiedono di essere riqualificati per il lavoro nell’industria delle rinnovabili, negli USA il lavoro nelle rinnovabili ha superato quello nell’industria petrolifera. E la cosa bella del lavoro verde è che spesso si tratta di piccole industrie, e quindi di ricchezza distribuita invece che di colossi e multinazionali. Invece di fare la guerra al referendum, perché il Governo di Matteo Renzi non fa più politiche per incentivare le rinnovabili? L’uso di automobili elettriche? Il risparmio energetico? Nel 2014 il Governo addirittura fece dei tagli retroattivi sugli impianti di energia verde, causando l’ira degli investitori stranieri e pure
del Wall Street Journal. Forse perché Matteo Renzi ha più petrol-amici che amore per le rinnovabili?

9. Giustificare le trivelle d’Italia perché “se non lo facciamo noi, lo faranno in Mozambico e in Nigeria” è una offesa al Mozambico e alla Nigeria, e a tutti quelli che vivono vicino a pozzi e trivelle e mare malato. Ai Nigeriani non importa se trivelliamo Tempa Rossa o Ravenna o Ombrina. Ai Nigeriani importa che il loro dolore cessi e che non debbano più respirare, mangiare e vivere petrolio. A chi pensa così due cose dico. Intanto, se vogliamo proprio fare questo ragionamento, e allora dovremmo dire “se non lo facciamo nel giardino del mio condominio, lo faranno in Basilicata” e quindi che si aprissero loro un Centro Oli nelle loro città, o una FPSO nel loro mare. Andassero al mare a Falconara. E soprattutto. Se vi dispiace (ma veramente!) per la Nigeria e per il Mozambico, diventate attivisti per la Nigeria e per il Mozambico. Ce n’è tanto bisogno. E no, non è impossibile. Se l’ho fatto io dalla California per l’Italia, lo potete fare anche voi per il Mozambico e per la Nigeria. Ai politici che seguono questo pensiero dico: perché invece non mettete su delle commissioni d’inchiesta per studiare cosa esattamente l’ENI e l’AGIP abbiano combinato in Nigeria, se veramente ci tenete? Non è distruggendo l’Italia che si migliora il resto del mondo. Invece di giocare al ribasso, miglioriamolo il pianeta.

10. Il pianeta muore per colpa nostra. Del nostro uso smodato di fonti fossili. Ogni giorno leggiamo di cambiamenti climatici che progrediscono e che alterano i delicati equilibri naturali. I ghiacciai che si sciolgono, le barriere coralline che muoiono, isole che scompaiono, gli oceani che si acidificano. Non è giusto. Da qualche parte si deve
pur iniziare per cambiare le cose, e cercare di salvare il salvabile. L’Italia ha firmato decine di accordi da Kyoto a Parigi e sarebbe tutto vuoto se ci ostinassimo a trivellare il pianeta fino all’ultima goccia. Occorre invece affrontare la sfida energetica con coraggio: iniziamo da qui, dal 17 Aprile.
Non c’è sfida alcuna davanti cui l’uomo non abbia messo tutta la sua intelligenza e il suo volere e non ci sia Possiamo farcela. Ce l’abbiamo sempre fatta.

Video: 12 artisti in difesa del mare dicono: “Contro le trivelle vota sì”

L’intervista a Marco Travaglio sulla riforma costituzionale e la scomparsa di Gianroberto Casaleggio

http://www.la7.it/dimartedi/video/lintervista-a-marco-travaglio-sulla-riforma-costituzionale-e-la-scomparsa-di-gianroberto-casaleggio-12-04-2016-180572

Floris: “I grandi movimenti politici hanno spesso dei leader che hanno una intuizione. Quale è stata secondo il suo punti di vista l’intuizione di Casaleggio?”
Marco Travaglio: “…è stata quella che all’inizio sembrava una follia, poi ha cominciato ad assomigliare a una lucida follia, senza strutture, senza soldi, senza ideologie, senza sedi.. un movimento ‘senza’, un movimento con due fondatori, molto carismatici, molto presenti, che non si nascondono che portare i cittadini dentro le istituzioni non è un pranzo di gala..ma che hanno reso possibile una cosa che adesso non sappiamo ancora se funziona, Casaleggio non è riuscito a vedere realizzato il suo sogno; il suo sogno non era partecipare ma vincere. Sin dall’inizio quando tutti gli ridevano dietro, lui diceva :”Noi andiamo al governo!” All’inizio si rideva, lui era trattato come un mattocchio. Quando si è capito che la cosa poteva essere possibile, le risate sono diventate insulti, calunnie. Io non ricordo un leader politico così insultato e così calunniato, tra l’altro incensurato, forse è un’aggravante nella politica italiana…non ricordo pregiudicati così insultati, poi io l’ho criticato un sacco di volte..alla fine di tutto che ha fatto? Ha portato delle persone anch’esse incensurate dentro le istituzioni.”
“Forse-dice Floris-il sistema era arrivato alla fase conclusiva e l’attacco era il momento di farlo. Quando anche Renzi ha capito questo punto?”
Travaglio: “Eh, l’hanno capito in tanti. Non dimentichiamo che la prima uscita veramente politica della coppia Grillo-Casaleggio fu il Vday dell’8 settembre 2007. La coppia Grillo-Casaleggio era un leader con due facce opposte che si integravano. A quel Vdy c’era una sola telecamera. Santoro arrivò una settimana dopo ed era l’unico che aveva il filmato, questo per dire che nessuno aveva capito quello che stava succedendo. Il 2007 è importante, è l’anno in cui esce ‘La casta’ di Stella e Rizzo in primavera e fa il boom. E’ l’anno in cui si sfarina il 2° Governo Prodi. C’è l’impressione che crolli tutto: scandali di tutti i generi, l’anno prima era scoppiato lo scandalo dei furbetti del quartierino, era veramente la sensazione che crollasse tutto. Il fatto che loro proponessero come soluzione gente pulita in parlamento, niente soldi pubblici alla politica…faceva sorridere, referendum per ascoltare la volontà popolare…poi a mano a mano è cresciuta questa cosa ed è sembrata possibile.. ma ancora loro non ci pensavano al movimento…”

OTTO E MEZZO- I 5STELLE DOPO CASALEGGIO

http://www.la7.it/otto-e-mezzo/rivedila7/i-5-stelle-dopo-casaleggio-12-04-2016-180568

VOTA SI’
Aldo Antonelli

«Questo referendum può essere l’occasione per un pronunciamento dei cittadini a favore di un modello energetico coerente con gli obiettivi definiti a Parigi nella COP 21 relativamente al cambiamento climatico. L’uso di energie fossili deve diventare residuale in tempi molto veloci. Per questo le chiese in Svezia, Inghilterra, e altri Paesi stanno od hanno già disinvestito in questo settore che continua a godere di importanti sussidi economici.
Ricordiamo a questo proposito che il 27 gennaio 2016 rappresentanti dell’ECEN (la rete cristiana europea per l’ambiente) hanno incontrato il gruppo informale di parlamentari europei impegnati sul tema del disinvestimento nelle energie fossili. (vedi Riforma n.5 del 5 febbraio 2016).
L’atteggiamento verso il cambiamento climatico ha infatti una componente etica non eludibile.
Rigettando anche in questa occasione l’invito a disertare le urne, invitiamo a considerare la sproporzione tra costi e benefici oltretutto associati ad un modello di sviluppo senza futuro che nel presente produce conflitti e guerre».

Spettacolare striscione di 150 mq per il si’ in galleria Umberto I

Mai più. È quello che pensiamo quando ci tornano in mente le angoscianti immagini dell’incidente della piattaforma Deepwater Horizon nel Golfo del Messico. Oggi lo abbiamo detto a tutti: i nostri attivisti hanno aperto un enorme banner dove è raffigurato il disastro, accaduto nel 2010, con la scritta “MAI PIÙ” e l’invito a votare Sì al referendum del 17 aprile.
el disastro morirono 11 persone e vi fu la fuoriuscita incontrollata, per 106 giorni, di una quantità di petrolio ancor oggi imprecisata, tra i 3 e i 5 milioni di barili. Quell’incidente rimane il peggior disastro ambientale della storia degli Stati Uniti, che per anni hanno chiesto alla BP 34 miliardi di dollari di anni. La compagnia ne pagherà invece 20.

Quel disastro avrebbe dovuto rappresentare un monito sui rischi connessi all’estrazione di idrocarburi in mare. A distanza di soli sei anni da quella tragedia, invece, in Italia il governo Renzi ha ripetutamente tentato di avviare un piano di vasta scala per lo sfruttamento delle misere riserve di petrolio e gas presenti sotto i nostri fondali, per giunta boicottando un referendum con cui si vuole dare scadenza certa alla presenza di circa 90 piattaforme presenti entro le 12 miglia dalle nostre coste.
Al contrario di quanto ripetutamente affermato dal governo, in Italia la normativa sulle estrazioni in mare è tutto fuorché rigorosa. Nel nostro Paese il legislatore ha deciso che le trivelle sono al 100% “sicure per legge”. Infatti una norma del 2015 (DL 26 giugno, n. 105, ma normative analoghe erano in vigore già dal 2005) esclude le piattaforme petrolifere dalla categoria di “impianti a rischio di incidente rilevante”. Questo significa che le compagnie non hanno l’onere di dimostrare quali accorgimenti sono in grado di adottare per scongiurare, contenere o mitigare sversamenti di ingenti quantità di idrocarburi in mare.
Tu puoi fermare il far west dei petrolieri, prima che sia troppo tardi: il 17 aprile vai a votare, e vota sì!

Renzi chiede sentenze più rapida, però il viceministro Costa blocca la riforma della prescrizione; non più sentenze, ma più immunità (IFQ).

UNA STORIA ASSURDA
Nel 1984 il Governo italiano dà una concessione petrolifera alla Edison (ovvero ai francesi di Edf: la piattaforma Vega, quando non c’era ancora una legge sull’impatto ambientale. Non si chiede nulla sui trattamenti dei rifiuti. Edison scarica illegalmente mezzo miliardo di litri di liquidi tossici in un pozzo sterile a 2800 m di profondità. Probabilmente essi si riversano in mare. Edison con questo smaltimenti illegale ci guadagna 69 milioni. Ma nessuno le dice nulla. Nasce un processo. Lo Stato chiede 69 milioni di danno ma il processo è lentissimo e sarà prescritto. Come se niente fosse, il Ministero dello Sviluppo economico, la Guidi, rinnova la concessione, e lo fa sei settimane prima del divieto assoluto di nuove perforazioni entro le 12 miglia. Dunque nascerà Vega 2 con la trivellazione di altri 12 pozzi. Lo Stato è allo stesso tempo parte lesa in un processo per difendere il mare e il territorio pubblico, e autorizzatore di nuovi scempi ambientali. Assurdo! Votare sì domenica chiuderebbe questa assurdità.
.
GREGGIO, TROPPI RISCHI E POCHI VANTAGGI
Legambiente denuncia duramente che l’estrazione in Italia è un affare per tutti, tranne che per gli italiani. L’Adriatico è un mare chiuso, se crollasse una di queste fatiscenti piattaforme che esistono da 40 anni, sarebbe una sciagura immane. L’Adriatico ci mette 80 anni a ricambiare le proprie acque e sarebbe un fallimento secolare per tutta la costa adriatica che dovrebbe chiudere turismo e commerci.
Inutile sventolare i posti a rischio. La stessa CGIL vota per il SI’. I posti a rischio non sono molti e potrebbero essere molti di più investendo nell’eolico. Si ricordi che dalla royalties l’Italia ci prende poco o nulla mentre dà 2 miliardi l’anno di incentivi alle società petrolifere.
Delle 16 concessioni che estraggono gas, l’anno scorso solo 5 hanno pagato le royalties.
La percentuale di petrolio e gas che viene da qui è minima e basterebbe un decreto di governo per immettere il biometano nella rete Snam per far passare i posti di lavoro dai 5000 attuali a 12.000.
Se domenica vince il sì non saranno prorogate le concessioni delle trivelle che sono dentro le 12 miglia dalla costa. Questo riguarda 88 piattaforme, di cui 35 non più in funzione, 6 solo non operative e 28 non eroganti. Dunque fanno solo ruggine. 29 producono pochissimo perché sono a fine. Se il referendum passa, le società dovranno smantellare e bonificare tutto E, a 25 milioni, l’una, spenderebbero 800 milioni. Per questo danno mazzette ai politici per mandare all’aria il referendum.

Da greenpeace.org

Tenere a casa 13 milioni di voti spendendo 300 milioni di euro
Da febbraio Renzi ha lavorato per sabotare l’election day
Virginia Della Sala

Trivelle, si vota. E il ripasso è veloce: domenica 17 aprile (ormai mancano cinque giorni) avrà le solite regole: un solo giorno, i seggi che apriranno alle 7 e chiuderanno alle 23, gli elettori che dovranno andare alla propria sezione (indicata sulla tessera elettorale) con tessera e documento di riconoscimento, la possibilità in caso di smarrimento, come per ogni consultazione, di richiederla al Comune anche il giorno stesso. Tutto come al solito.
Eppure,questo referendum costerà agli italiani più di 300 milioni di euro. Ma non, come vogliono fare intendere il governo, i Pro Triv e il Partito democratico, a causa della sua esistenza, che è un diritto costituzionale. Bensì per la decisione dell’esecutivo di non unirlo alle elezioni amministrative di giugno. Un election day che sarebbe stato ‘contro legge’, si sono giustificati più volte: peccato che nessuno sa quale sia questa legge che non lo prevede o che lo nega.
Allora, si può ribaltare il punto di vista con un conto a spanne ma vicino alla realtà: gli oltre 300 milioni spesi per il referendum servono al premier soprattutto per evitare che vadano a votare almeno 12 milioni di persone. E come viene fuori questo numero?
Partiamo dal quorum: il 50 % degli aventi diritto al voto, più uno, che si traduce in circa 23 milioni di italiani. L’affluenza dell’ultimo referendum fallito, quello sulla Legge 40 del 2005, è stata pari a circa il 25 %: quasi 13 milioni di italiani sono andati a votare ed è verosimile che ci vadano ancora. Anche perché in nessun caso di referendum falliti si è mai scesi sotto il 23 %. Anzi, la maggior parte ha superato il 30.
Le ultime elezioni amministrative (1060 Comuni nel 2015) hanno invece portato alle urne oltre 12 milioni di italiani. Stavolta, che si vota per 1.371 Comuni, tra cui le grandi città come Milano, Roma, Napoli e Torino, la percentuale potrebbe anche aumentare. Unire le due consultazioni in una sola, numeri alla mano avrebbe assicurato il raggiungimento del quorum.
Giocata la carta della legge, il secondo atto: inneggiare all’astensionismo per una consultazione richiesta da nove consigli regionali, di cui sette del Pd, ma definita “senza senso”. Nonostante il tentato sabotaggio, la corsa è comunque ancora aperta.

Articolo intero su Il Fatto Quotidiano del 12/04/2016.
.
http://masadaweb.org

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