Nuovo Masada

aprile 8, 2016

MASADA n° 1751 8-4-2016 LA MADONNA DI GUADALUPE

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MASADA n° 1751 8-4-2016 LA MADONNA DI GUADALUPE
Blog di Viviana Vivarelli

Gli Aztechi si insediarono nell’attuale Messico verso il 1100 d.C. e formarono un forte impero conquistando i popoli vicini. La loro capitale era Tenochtitlàn, che oggi si chiama Città del Messico, sul lago Texcoco, collegata con punti alla terraferma, la più bella delle antiche città degli indigeni amerindi.
Verso il 1519 gli Spagnoli, i Conquistadores, sbarcarono nello Yucatan guidati da Cortés e dopo 80 giorni di assedio la conquistarono. La civiltà azteca venne stroncata.
Cominciò allora un inutile tentativo da parte dei missionari cristiani di convertire gli Aztechi al Cristianesimo, ma dieci anni dopo….

Il 9 dicembre 1531 un indio azteco di 57 anni poverissimo, Juan Diego (il suo nome azteco era Cuautlatòhuac = colui che parla come un’aquila), camminava lungo la strada di un’aspra collina, quando gli apparve una giovane splendente. Parlandogli in lingua nàhuatl (lingua colta azteca) gli disse di essere “La Sempre Vergine Santa Maria” e gli chiese di andare dal vescovo perché in quel luogo costruisse una chiesa da cui proteggere tutto il popolo. L’indio si spaventò ma non le ubbidì.
Il giorno seguente di nuovo la giovane splendente apparve all’indio e di nuovo egli si spaventò senza andare dal vescovo.
Ci fu una terza apparizione e Juan andò a parlare col vescovo ma questi chiese una prova di quello che Juan narrava.
L’ultimo giorno lo zio di Juan si ammalò e Juan andò a chiamare il medico e poi il prete ma, per non incontrare la giovane, prese una strada diversa. Ma di nuovo la giovane luminosa apparve, gli disse che lo zio era già guarito e di andare sulla montagna a raccogliere le rose da portare al vescovo, chiedendogli di erigere un tempio per lei. L’indio andò sulla montagna e, con sua grande meraviglia, per quanto fosse dicembre e la montagna fosse arida e brulla, trovò moltissime rose in fiore, le rose di Castiglia, ne fece un gran mazzo che raccolse nel mantello (la tilma) e le portò al palazzo del vescovo.

Bussò ma quando i servi gli aprirono e videro che ero solo un povero indio, si rifiutarono di riceverlo, si insospettirono però del gonfiore del suo mantello e vollero sapere cosa nascondesse. Quando il mantello si aprì, le rose si sparsero a terra e tutti videro che sul mantello era dipinta una bellissima immagine della Vergine. Grande fu la meraviglia degli astanti e il vescovo accolse con stupore il dipinto miracoloso.

Era il 12 dicembre 1531. E il mondo vedeva per la prima volta l’immagine di quella che fu chiamata “la Madonna di Guadalupe” e che doveva divenire la più famosa immagine sacra della Vergine delle due Americhe.

Nessuno ha mai capito come questa immagine sia nata, chi l’abbia dipinta o in che modo.
La prima cosa che colpisce in questa immagine è che essa sintetizza in sé molti simboli della cultura azteca e cristiana: i colori, il viso meticcio, le mani, la tunica, il manto, l’angelo, la luna, le stelle, la cintura… tutti riportava all’antica dea madre degli aztechi ma, allo stesso tempo, l’immagine piaceva agli Spagnoli perché era quella di Maria e ricordava la madonna di Guadalupe dell’Estremadura.
Dunque la pittura riuniva in modo mirabile due divinità sacre, conciliava due culture rimaste fino a quel momento separate e divise, due diverse cosmogonie, due lontanissime simbologie.
Guadalupe era in Estremadura, patria di Cortés, dove la Madonna era apparsa a un pastore lasciando una immagine dal viso simile a quello della tilma indigena.
L’immagino, insomma, era allo stesso tempo india e spagnola. Riuniva due terre lontanissime, due civiltà, due popoli. Era la sintesi mirabile del popoli azteco e di quello spagnolo che fino a quel momento erano vissuti divisi e nemici.
Avvenne così che l’intero popolo azteco si convertì al cristianesimo.

Il vescovo Juan de Zumàrraga si fece raccontare dall’indio la storia delle apparizioni e fece costruire una piccola cappella di mattoni sulle rive del lago nel luogo indicato da Juan.
14 giorni dopo l’immagine vi fu portata con una processione.
Vicino alla cappella venne costruita una capanna di legno dove don Juan visse fino alla morte.
La Vergine aveva le fattezze della dea Tonatzìn, amata degli Aztechi, “la nostra venerabile madre”, che veniva adorata proprio sul monte Tepejac.
26 anni dopo fu costruita una cappella più grande “splendidamente addobbata e con lampade d’argento”.
Nel 1622 fu creato il vero santuario detto “Iglesia de los indios”.
Il 21 settembre 1629 ci fu una delle più tremende inondazioni della città di Mexico. Le acque del lago e di vari torrenti salirono inondando la città e facendo 30.000 morti. Delle 20.000 famiglie spagnole ne sopravvissero 400. Si trasportò allora l’immagine di Maria in canoa alla cattedrale di Mexico per impetrare la fine dell’alluvione e 5 anni dopo l’immagine tornò alla cappella.
Per più di cento anni la tilma venne appesa a mo’ di stendardo senza alcuna protezione.
Il 27 aprile 1709 venne inaugurato un nuovo santuario.
Ma ecco nel 1736 scoppiare una gravissima peste che fece 40.000 morti nella capitale e 700.000 in tutto il Paese. La città allora fu consacrata a Nostra Signora di Guadalupe, dichiarata patrona della città, e, come questo fu fatto, la peste cominciò a scemare ma solo nel 1746 la Vergine fu dichiarata patrona di tutto il regno.

Il 30 aprile 1751 sette pittori esaminarono meglio la tela che risultava miracolosamente ben conservata per quanto non avesse avuto alcuna protezione e fossero passati 220 anni. I pittori trovarono ben 4 stili diversi di pittura.
Il 25 maggio 1954 papa Benedetto XIV riconosce la Madonna di Guadalupe come patrona e protettrice della Nuova Spagna.
Solo nel 1647 fu deciso un vetro di protezione, a cui poi venne posto attorno una cornice dorata.
Nel 1791 i lucidatori che pulivano la cornice dorata rovesciarono per errore dell’acido nitrico sulla tela ma non accadde nulla, l’ayate non si è disfatto e le macchie giallastre vanno scomparendo poco a poco. Stranamente la tela respinge gli insetti e la polvere.
Nel 1828 il Congresso ha dichiarato il 12 dicembre festa nazionale.
Nel 1848 nel santuario di Guadalupe fu firmato il tratto di pace tra Messico e Stati uniti.
In seguito, la basilica si salvò dalla nazionalizzazione dei beni ecclesiastici.

Attorno al 1895 ci fu un fatto singolare: sparì la corona che era stata dipinta sulla Vergine.
Il 24 agosto 1910 Pio X proclama la Vergine di Guadalupe patrona di tutta l’America latina.

Il 14 novembre 1921 un operaio finge di deporre dei fiori ai piedi dell’altare ma contengono una bomba, è un attentato ordito dal governo; l’esplosione rompe i gradini di marmo, piega un grosso crocefisso, manda in frantumi i vetri dei dintorni ma il cristallo della teca e la tela sono le due sole cose che restano intatte.

Nel 1919 un fotografo, guardando i negativi, si accorge che nell’occhio destro della Vergine si scorge una figura.

Nel 1936 il tedesco Richard Kuhn, che poi sarà Nobel per la chimica esamina, due fibre dell’ayate originale, una rossa e una gialla, e dichiara che non è dato capire con quali materiali sia stato fatto il colore, visto che non è vegetale, animale o minerale. La tela è estremamente rozza ma i colori sembrano ‘incorporati’ o ‘impressi’ come una stampa.

Nel 1946 il chimico Isaac Ochotorena riconosce che le fibre sono di maguey (agave) ma lo studioso Tortolero non vi trova tracce di pennello. Padre Florencia nel 1668 parlò di ‘stampa per impressione’ come se la tela fosse stata timbrata con un torchio, ma la pittura appare al dritto e al rovescio.

Nel maggio 1951 un fotografo scorge un busto umano in entrambi gli occhi e pochi anni dopo l’oculista e chirurgo Javier Toroello Bueno certifica che negli occhi della Vergine si intravedono delle figure umane.
L’immagine non sembra dipinta ma come facesse parte della tela.

Il 12 ottobre 1976 viene inaugurata l’attuale Basilica che può contenere 10.000 persone con un sagrato per 30.000. Ogni anno affluiscono al santuario 12 milioni di pellegrini.

Negli anni Ottanta un ingegnere di Lima, ingrandendo 2.500 volte gli occhi della Vergine e usando la digitalizzazione, accerta la presenza di più figure umane.
Si scopre una correlazione tra le stelle del manto della Vergine e quelle presenti nel solstizio d’inverno del 1531.

Una stranezza riguarda il nome ‘Guadalupe’ che non poteva essere un termine nàhuatl, visto che contiene due suoni, d e g, assenti in tale lingua, ma che pure fu pronunziato dall’indio Juan Bernardino che non poteva conoscere nostra Signora di Guadalupe del regno di Castiglia né si conosce indio che sapesse pronunziare questa parola.
Probabilmente Juan disse un’altra parola, ‘Tecuatlanopeuh, ‘Colei che ebbe origine dalla cima dei monti’, oppure ‘Colei che schiaccia il serpente’, riferendosi alla Vergine che gli era apparsa in cima alla montagna quando gli diede le rose.

La connessione della visione con i fiori è importante perché nella cultura azteca il linguaggio dei fiori era quello usato nella comunicazione degli dei con gli uomini.

Il racconto nahua dice che all’inizio del Quinto Sole (mondo attuale), don Juan era andato di mattina assai presto sul colle Tepeyac, quando sentì un canto melodioso, come fosse di uccelli rari. Improvvisamente si fece un profondo silenzio e dalla parte in cui sorge il sole egli sentì una voce che lo chiamava con dolcezza: “Juanito, Juan Dieguito”.
Si sentì colmo di gioia e salì la collina per vedere chi lo chiamava. Sulla sommità vide una giovane Signora, che stava lì in piedi. Era bellissima e il suo vestito risplendeva come il sole. La pietra su cui posava sprigionava raggi luminosi. Il suo splendore era come quello di un bracciale in cui sono incastonate pietre preziose. La terra intorno riluceva come i bagliori di un arcobaleno nella nebbia. Egli si prostrò e lei gli disse di far costruire una chiesa ai piedi di quel colle.
Juan andò in città, alla casa del vescovo che si chiamava Juan de Zumàrraga ed era francescano. Ma il vescovo non gli diede molto credito.
Juan era triste e tornò sulla collina del Tepejac. La Vergine di nuovo gli disse di andare dal vescovo ma nemmeno questa volta il vescovo lo ascoltò.
Juan tornò a casa e trovò suo zio gravemente ammalato, corse a chiamare un medico ma lo zio chiese un sacerdote che lo preparasse alla morte. Il martedì, prima dell’alba, Juan di mise in cammino verso Tlatilolco e cambiò strada per non incontrare la Signora. Aggirò la collina e passò sul fianco opposto, ma di nuovo la vide. La Vergine disse che avrebbe guarito lo zio, e così fu. Ma gli disse anche di andare sulla collina dove avrebbe trovato moltissimi fiori. E Juan trovò una gran messe di fiori anche se si era in inverno, e li trovò là dove erano solo pietraie, spini e cactus.
Ne fece un gran mazzo e la Vergine gli disse di portarli al vescovo ripetendogli la richiesta di edificare un tempio.
Quando arrivò al palazzo, i servi non volevano farlo passare e lo forzarono perché mostrasse ciò che nascondeva sotto la tilma. Il vescovo venne e don Juan gli raccontò tutta la storia. Come aprì la tilma, i fiori si sparsero a terra e tutti video che sul mantello c’era una pittura della Vergine. Tutti caddero in ginocchi pieni di stupore con gli occhi pieni di lacrime. Il vescovo prese la tilma e la mise nella sua cappella.
Arrivato a casa, Juan scoprì che lo zio era guarito nella stesso momento in cui la Vergine lo aveva detto e, quando questi vide la tilma, raccontò che la Vergine gli era apparsa proprio con quell’aspetto.
Disse infine che il nome dell’apparizione era “La Perfetta Vergine Santa Madre di Guadalupe”.

La tilma era un mantello molto comune presso gli indio più poveri. Era un ayate o tela grezza, formata da due rettangoli cuciti tra loro con un filo di cotone sottile e fragile, si portava su una spalla annodando i lembi sull’altra. Era fatto col maguey, un agave dalle foglie carnose, da cui gli aztechi ricavavano fibre robuste che venivano tessute insieme per fare delle corde.
L’ayate era 170 cm x 104.
Il dipinto rappresenta una donna molto giovane, apparentemente india, di forse 14 anni, alta 143 cm. Ha un viso serio e scuro, da cui il nome ‘morenita’. Porta una veste lunga di color rosato cosparsa di fiori-tepetl (tepetl=monte) in boccio, dai contorni dorati, e sotto il seno ha una cintura violetto scuro che indica che è incinta, secondo l’uso nàhuatl. Compaiono molti piccoli fiori a 4 petali, quicunce, simbolo per gli aztechi della divinità.

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Al collo ha una spilla rotonda dorata con tratti neri attorno a una croce.
Sotto porta un’altra veste bianca di cui si vedono i polsi.
Il manto è un celeste tendente al verde col bordo dorato e 46 stelle.
Ai suoi piedi sta la Luna, e raggi di Sole la circondano da ogni parte, con 129 bagliori simili a fiamme, 62 sul lato destro e 67 sul sinistro e 12 attorno al capo.
Il tutto è sostenuto da un angelo di cui si vede solo il busto e il cui stile è molto diverso. L’angelo ha ali con lunghe piume verdi, rosse e bianche, erano i colori di un uccello mitico azteco ma oggi sono quelli della bandiera messicana.

Come il mantello fu posto in una cappella, cominciarono i miracoli dei pellegrini che l’andavano a visitare. Seguì il miracolo della peste che si interruppe dopo la processione e molti altri. Per cui la fama dell’immagine miracolosa non fece che diffondersi.

Nessuno è mai riuscito a capire come abbia fatto l’immagine a conservarsi per mezzo millennio. La tela su cui è dipinta è oltremodo povera e grezza e di qualità molto cattiva. Il luogo dove fu posta era caldo e umido, per molto tempo non ci fu protezione, fu trasportata i vari luoghi, eppure non presenta tracce di corruzione.
Nel 1788, venne eseguita una copia sullo stesso tipo di tessuto ma la copia, esposta sull’altare del santuario, già dopo soli otto anni era rovinata. Al contrario, l’immagine originale, a distanza di quasi 500 anni, è ancora sostanzialmente intatta.
Guardando il rovescio della tela si vedono dei colori verdi che non compaiono sul dritto per quanto la stoffa sia porosa, infine, mentre la parte posteriore è aspra e dura, quella anteriore è soffice e liscia come seta pur non mostrando tracce di un fondo di preparazione per la pittura.
Il dipinto appare completo in tutti i suoi particolari sia al dritto che al rovescio.

Chi conosce la pittura dice che nella immagine ci sono 4 stili diversi di pittura. Ogni parte sembra lavorata con uno stile diverso.

Non c’è messicano che non abbia in casa una immagine della Madonna di Guadalupe.
A oggi non c’è stato nessun pittore che sia riuscito a dipingere su una tela simile la stessa immagine.
L’immagine è stata montata su una grande lamina di metallo.
Col tempo la tunica rosata non si è screpolata né scolorita.
Solo l’angelo ha cominciato a screpolarsi. Nessun colore conosciuto nel 1500 poteva resistere con la sua brillantezza per 500 anni. Dopo 25 anni i colori avrebbero dovuto sparire e la tela logorarsi. La cintura e la luna sembrano aggiunte posteriori e si sono screpolate. La colorazione del manto non ha spiegazioni, l’azzurro verdemare è di origine sconosciuta e molto brillante. Se derivasse da un ossido di rame si sarebbe scolorito mentre è rimasto perfetto. Eppure la tela è rimasta esposta per tanti anni alla venerazione dei fedeli, appesa come uno stendardo, senza protezione, senza vetro protettivo, inquinata dal fumo delle candele e dallo sfregamento delle mani, bagnata dall’umidità dell’aria, senza rovinarsi.

Dopo il 1929 cominciarono le scoperte negli occhi della Madonna.
Primo fu un fotografo che nell’occhio destro scorso il profilo del busto di un uomo.
Nel 1951 di nuovo la scoperta colpì un disegnatore. Si destò grande interesse scientifico e si cominciarono ad usare lenti di in gradimento su entrambi gli occhi con strumenti sempre più sofisticati. scoprendo via via altre figure.

Infine si usarono degli elaboratori elettronici di immagini. Digitalizzandole si poterono avere in gradimenti fino a 2500 volte e via via si rivelò un’intera e complessa scena con almeno una decina di personaggi, in pratica tutta la scena che stava davanti a don Juan quando entrò nell’anticamera del vescovo: un indio seduto a terra con la gamba sinistra sotto quella destra con sandali con lacci, i capelli legati dietro un orecchio, un anello o un orecchino, lo sguardo verso l’alto e le mani in atteggiamento di preghiera; una donna dai capelli crespi con un bambino; i servi del vescovo; un frate cappuccino con la barba; un uomo anziano con calvizie e barba con la chierica dei frati; un uomo con barba e baffi e profilo aquilino con un cappuccio a punta; un gruppo famigliare con un uomo, una donna e dei bambini, la donna porta un bambino dentro uno scialle.
Le immagini riflesse sono così piccole che riusciamo a vederle solo con tecnologie molto complesse, ma sembrano dipinte con una tecnica a noi sconosciuta.
Al centro delle pupille si vedrebbe inoltre un’altra scena, più piccola, anche questa con diversi personaggi. Nella puntata di Voyager del 12 ottobre 2009, viene detto che i personaggi fino a quel momento trovati sono 13.

La devozione che i fedeli hanno per la Madonna di Guadalupe è simile a quella per la Sindone.
La figura ha caratteristiche particolari che la ricollegano a divinità della religione azteca. Il mantello verde e blu con cui la Madonna appare iconografata era anche un simbolo della divinità chiamata Ometeotl. La Luna è un simbolo ricorrente nelle raffigurazioni mariane e pagane, quasi sempre associato alle divinità femminili. Elemento non trascurabile è il luogo dell’apparizione, ovvero la collina di Tepeyac, sulla quale sorgeva un tempio dedicato ad una dea locale la cui pianta sacra era proprio l’agave associata all’apparizione mariana.

I misteri della sacra immagine sono molti. Li riepiloghiamo:

-Studi oftalmologici realizzati sugli Occhi di Maria hanno scoperto che avvicinando loro la luce, la retina si contrae e ritirando la luce, torna a dilatarsi, esattamente come accade a un occhio vivo.

-La temperatura della fibra di maguey (ricavata da una pianta) con cui è costruito il mantello mantiene una temperatura costante di 36.6 gradi, la stessa di una persona viva.

-Uno dei medici che analizzò il manto collocò il suo stetoscopio sotto il nastro con fiocchi che Maria ha intorno alla vita (segnale che è incinta) e ascoltò battiti che si ripetevano ritmicamente, contò 115 pulsazioni al minuto, come per un bebè nel ventre materno.

-Non si è scoperto nessun tratto di pittura sulla tela. In realtà, a una distanza di 10
centimetri dall’immagine, si vede solo la tela cruda: i colori scompaiono. Studi scientifici non riescono a scoprire l’origine della colorazione che forma l’immagine, né la forma in cui la stessa è stata dipinta. Non si riscontrano tracce di pennellate né di altra tecnica conosciuta. Gli scienziati della NASA affermarono che il materiale che origina i colori non è nessuno degli elementi conosciuti sulla Terra.

-Si è fatto passare un raggio laser lateralmente sopra la tela, e si è evidenziato che la colorazione non è né al dritto né al rovescio, ma che i colori fluttuano a una distanza di tre decimi di millimetro sopra il tessuto, senza toccarlo.

-La fibra di maguey che costituisce la tela dell’immagine, non può durare più di 20 o 30 anni, mentre, a quasi 500 anni dal miracolo, l’immagine di Maria continua a essere perfetta come il primo giorno. La scienza non si spiega l’origine dell’incorruttibilità della tela.

-Nell’anno 1791 si rovescia accidentalmente acido muriatico sul lato superiore destro della tela. In un lasso di 30 giorni, senza nessun trattamento, se ricostituì miracolosamente il tessuto danneggiato.

-Le stelle visibili nel Manto di Maria riflettono l’esatta configurazione e posizione del cielo che il Messico presentava nel giorno in cui avvenne il miracolo.

-All’inizio del secolo XX, un uomo nascose una bomba ad alto potenziale in un arredo floreale, che collocò ai piedi della Tela. L’esplosione distrusse tutto ciò che era intorno, meno la Tela, che rimase in perfetto stato di conservazione.

-La scienza scoprì che gli occhi di Maria possiedono i tre effetti di refrazione dell’immagine di un occhio umano.

-Nelle pupille di Maria (di soli 7,8 mm) si sono scoperte minute immagini umane, che nessun artista avrebbe mai potuto dipingere. Sono due scene e si ripetono in tutte e due gli occhi. L’immagine del vescovo Zumárraga negli occhi di Maria fu ingrandita mediante tecnologia digitale, e ha rivelato che nei suoi occhi è ritratta l’immagine dell’indio Juan Diego, che apre la sua Tilma davanti al vescovo.
La misura di questa immagine? – la quarta parte di un milionesimo di millimetro.

-L’immagine è una pittura identica al dettaglio dell’Apocalisse 12: “apparve nel cielo un grande segnale, una donna avvolta nel sole, con la luna sotto i suoi piedi.”

-La Vergine ha un nastro con dei fiocchi sul ventre, è “incinta“ per indicare che Dio vuole che Gesù nasca in America, nel cuore di ogni Americano.

Juan fu canonizzato e fu il primo indio laico ad esserlo nella storia del cristianesimo.

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