Nuovo Masada

aprile 3, 2016

MASADA n° 1749 3-4-2916 REFERENDUM SULLE TRIVELLE

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MASADA n° 1749 3-4-2916 REFERENDUM SULLE TRIVELLE

Blog di Viviana Vivarelli

Il 17 aprile siamo chiamati a votare un referendum – Il Pd cerca di sabotare il referendum – L’inquinamento delle trivelle e delle petroliere – L’abbassamento del fondale e delle coste – Il danno per le aziende del commercio, del turismo e della pesca – La spesa dello Stato – Gli scarsi guadagni per le casse del Tesoro – i favori alle lobbie e le probabili mazzette – I numeri truffa del Governo – Lo scandalo della Guidi, del suo compagno e della Boschi – La collusione di Renzi che querela il M5S – 300 milioni via buttati per non unificare la data del referendum con le amministrative e impedire che il quorum sia raggiunto- Il comportamento anticostituzione e antidemocratico del Pd

Racconto delle due città di Charles Dickens
Era il tempo migliore e il tempo peggiore, la stagione della saggezza e la stagione della follia, l’epoca della fede e l’epoca dell’incredulità, il periodo della luce e il periodo delle tenebre, la primavera della speranza e l’inverno della disperazione. Avevamo tutto dinanzi a noi, non avevamo nulla dinanzi a noi; eravamo tutti diretti al cielo, eravamo tutti diretti altrove.

Ale9000
Qualche tempo fa Luttwak per spiegare la cocciutaggine di certi elettori italiani disse: in Italia c’è gente che voterebbe Berlusconi pure se gli trovassero resti umani nel frigo.
Ecco, leggendo certi commenti si ha la sensazione che la sindrome si sia trasferita agli elettori del Pd.
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Ant
Negli ultimi 10 giorni:
– arrestato Sandro Principe, sottosegretario al lavoro ed capogruppo PD
– arrestato Umberto Bernaudo ex sindaco ex consigliere Provinciale PD
– arrestato Pietro Paolo Ruffolo, ex consigliere ed ex assessore PD
– arrestato Rosario Mirabelli, ex consigliere regionale PD-NCD
– arrestato Giuseppe Gagliardi PD
– arrestata Rosaria Vicino, sindaco PD
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Armando di Napoli
Disastro ambientale

Cormorani e esseri umani
spiccano il volo lasciando
un mondo assurdo manipolato
da bestie disumane chiamati uomini
inchiavate in balordi affari
creatori di disastri ambientali
spiumati dal martirio svolazzano
gli undici operai bruciati
saltati in aria insieme
alla deepwater horizont
urlano chiedendo verità
del vostro consapevole massacro
senza colpevoli mentre trivelle
vestite di contrabbando
sfondano i mari innocenti
dividendi e titoli in borsa
verranno quotate inguaribili malattie

esacerbazione di malattie respiratorie
patologie della pelle (follicoliti cutanee)
di aumento dell’incidenza di tumori
e di aborti spontanei
neonati di basso peso alla nascita o pretermine
il danno all’industria locale della pesca
100 000 barili di idrocarburi al giorno
che fate ingoiare con prepotenza
creata dal vostro scellerato scempio
coinvolti nel vostro genocidio
o mattanza cruda avvelenati
dalla vostra incapace stupidità
numerose specie di pesci tartarughe marine
squali delfini e capodogli tonni
granchi e gamberi ostriche, menhaden
varie specie di uccelli delle rive
molte di uccelli migratori pellicani
strilli impazziti di una musicalità
che esce dagli orrori di lager
s’aggrappano ai dorsi di stelle marine
inchiodate negli abissi del mondo
dell’assurdo commercio
albergato da corpi di anime mascherate
di imbrogli che uccidono per interessi
bruceranno altri oceani
per i vostro egoismo
nelle mani vi troverete
solo la merda di satana
trasformata in banconote
che vi fanno accelerare
i battiti dei vostri infami cuori
che non conoscono amore…

DATA E OGGETTO

Il 17 aprile i cittadini italiani saranno chiamati a votare per un referendum che chiede la cessazione dell’uso delle trivelle del gas dell’Adriatico entro le 12 miglia dalla costa.
Si vota per eliminare la frase “per la durata di vita utile del giacimento, nel rispetto degli standard di sicurezza e di salvaguardia ambientale”.
Votando sì al referendum si chiuderà l’uso di queste trivelle che stanno inquinando il mare, fanno abbassare la costa e minacciano il turismo, il commercio e la pesca della costa adriatica.
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I PROMOTORI

L’intenzione dei promotori del referendum del prossimo 17 aprile è chiara: fermare le trivellazioni e mettere fine alla ricerca e all’estrazione di petrolio e gas nei mari italiani, almeno entro il limite di 12 miglia nautiche che definisce le acque territoriali. L’intenzione è esplicita, e rimanda a questioni di fondo: la politica energetica del paese, gli impegni assunti dall’Italia per limitare le emissioni di gas di serra che alterano il clima, la sua politica industriale. Se puntare sui pochi giacimenti di gas e di petrolio italiani, o piuttosto su altre risorse – turismo, agricoltura, beni culturali, protezione ambientale.
Il referendum riguarda la durata delle concessioni (i “titoli”) per estrarre idrocarburi. I titoli di norma sono concessi per 30 anni; la compagnia concessionaria può chiedere una prima proroga di dieci anni e altre due di cinque ciascuna. La legge di stabilità 2016, però, parla di “vita utile” del giacimento, che significa allungare una concessione in modo indefinito.
Se vince il sì, quella frase sarà cancellata. In quel caso le piattaforme oggi attive continueranno a lavorare fino alla normale scadenza della concessione, o dell’eventuale proroga già ottenuta, ma poi nessuna nuova proroga, andranno smantellate.

Il referendum è stato promosso nel settembre 2015 da 10 regioni italiane (rimaste 9 quando l’Abruzzo si è defilato), che hanno accolto gli appelli di un coordinamento No triv e di un gran numero di associazioni, tra cui le storiche organizzazioni ambientaliste nazionali e molte locali.
Il ministero per lo sviluppo economico (Guidi) ha chiarito che riguarda 135 piattaforme oggi attive, “ma il numero di concessioni è minore perché ognuna può comprendere più piattaforme”.

Durante la recente conferenza dell’Onu sul clima, a Parigi, “l’Italia si è impegnata a cominciare una ‘transizione’ verso le energie rinnovabili e l’uscita dai combustibili fossili per contenere il riscaldamento globale. Ma non sta facendo proprio nulla in questa direzione”.

I DANNI

I critici delle trivelle spiegano che i giacimenti italiani sono poca cosa, e del tipo più “sporco”, con alto contenuto di sostanze sulfuree. Le riserve certe nei nostri fondali marini ammontano a 7,6 milioni di tonnellate di petrolio, secondo le valutazioni del ministero dello sviluppo economico: stando ai consumi attuali, coprirebbero il fabbisogno nazionale per sole 7 settimane. Sommando le riserve su terraferma si arriverebbe a 13 mesi. Più consistenti quelle di gas che arrivano a 53,7 milioni di metri cubi. Diciamo che sul bilancio energetico non inciderebbero molto.
Gli effetti dell’estrazione invece sono duraturi. La costa adriatica per esempio vive di turismo, “ma pensate che i turisti continueranno a venire se gli riempiamo il mare di trivelle.
Il turismo in Italia occupa tre milioni di persone e produce il 10 % del pil nazionale. Si promotori. Si aggiungano pesca, agroalimentare, e la gestione del patrimonio culturale: industrie consolidate messe a repentaglio dalla ricerca di idrocarburi.
Poi gli effetti ambientali. Le ricerche in mare sono fatte con la tecnica chiamata air gun, “fucile ad aria compressa”, che significa sparare bolle d’aria in modo ripetuto e alta frequenza sui fondali, come esplosioni, per provocare onde d’urto con impatto negativo sulla fauna marina. Inoltre estrarre il gas provoca un forte rischio che i fondali sprofondino, e per la laguna veneta sarebbe il colpo finale. Ancora, un recentissimo studio di Greenpeace documenta l’inquinamento delle piattaforme nell’Adriatico.

Il referendum sulle trivelle dovrebbe sollecitare un ripensamento della politica industriale.
La Cigil dice che non è vero che se vince il sì si perdono posti di lavoro. Le piattaforme danno poco lavoro, e solo nella fase della trivellazione: poi lavorano tutto in remoto”.
Il tema delle trivelle avrebbe dovuto riaprire i piani sulla politica industriale, energetica ma a Renzi non interessano. Del referendum sulle trivelle si parla ben poco. E Renzi ha invitato all’astensione. Il paradosso è che proprio il Governo invita i cittadini a non esercitare un diritto democratico. Cosa ancor più paradossale: molte tra le regioni che hanno promosso quel referendum sono governate proprio dal Pd.

Viviana
Tale Kurtz trova contraddittorio anche che il M5S, per finanziare il reddito minimo di cittadinanza, chieda un aumento delle tasse sulle società petrolifere che cercano gas o petrolio nel nostro Paese e che voti Sì al referendum sulle trivelle.

Caro Kurtz
le risorse previste dal M5S per il reddito minimo di cittadinanza, al momento della presentazione della proposta di legge, nel 2014, erano una ventina:
-una patrimoniale (calcolata sui beni superiori al 1.500.000 €, escluse le prime case e i beni strumentali ma incluse le automobili, le imbarcazioni e gli aeromobili di valore)
-tassazione sui capital gain (guadagni sulle compravendite finanziarie)
-tassazione sulla speculazione finanziaria
-2,7 miliardi di tassazione maggiorata sulle slot machine e i giochi d’azzardo (devo ricordare i 98 miliardi bypassati su coloro che non avevano collegato le macchinette per non pagare la tassa? Devo ricordare che tra i gestori delle macchinette ci sono persone della ghenga di Alemanno e pezzi della mafia?)
-altri 2,5 mld da tagli alla Difesa (devo ricordare che la ministra Pinotti ha appena investito 5,4 miliardi in super navi da guerra? Che ovviamente avranno bisogno ora di essere attrezzate. E che sono ancora in corsa i 15 miliardi per gli F35 che cadono in caso di temporale e non hanno superato i test di agibilità? E che siamo entrati in guerra contro la Libia senza nemmeno il voto del Parlamento?)
-c’è anche un contributo di solidarietà dalle pensioni d’oro (Devo ricordare che pensioni d’oro sono una caratteristica solo italiana? Noi diamo i vitalizi persino ai parlamentari condannati e cacciati dal parlamento!)
-previsto un aumento al 18 per mille dell’imposta di bollo sui beni scudati (o vogliamo continuare a premiare gli evasori patteggiando con loro il 5% o lasciando che la prescrizione annienti migliaia di processi ed evitando con cura i sequestri?)
-previsto anche un taglio su tutti i ministeri tra gli 1,5 e i 2 miliardi di € ma anche tagli, per es., sugli stipendi degli ambasciatori o delle cosiddette ausiliarie del personale dell’esercito
-e tagli all’editoria (lo sapete che l’ultimo film di Belen ha preso 200.000 € di finanziamento di fondi pubblici?)
Il M5S chiedeva anche che la Chiesa pagasse la TASI sugli immobili adibiti a commercio ma lasciamo perdere…
Questo elenco si è poi aggiornato e ha aggiunto anche un aumento di quanto le società estrattive pagano all’Italia.

Ti ricordo che il petrolio o il gas in Italia non si trovano solo nel mare Adriatico, ma in Sicilia, Basilicata e Calabria e non mi pare che su quelli i 5stelle appoggino referendum, anche se la linea ambientalista del Movimento è sempre stata contraria agli idrocarburi e abbia sempre richiesto un incremento delle energie verdi che ci renderebbero anche liberi dalla dipendenza con multinazionali straniere. L’Italia ha anche grandi giacimenti, come quello di Val d’Agri in Basilicata che è il più grande dell’Europa continentale, e quello dell’area di Crotone in Calabria (Il Campo Luna-Hera Lacinia), posizionandosi al 4° posto fra i paesi europei produttori di petrolio e al 49º come produttore mondiale di petrolio per quantità (0,1% sul totale della produzione mondiale). Ci sono poi giacimenti di gas emiliani, piemontesi ed altri. Nel 2012 l’Italia ha avuto una produzione giornaliera media di petrolio di 105.000 barili al giorno, collocandosi al 4° posto in Europa, fra le nazioni produttrici, dietro Norvegia (1.913.000 bbl/g), Regno Unito (950.000 bbl/g), Danimarca (201.000 bbl/g).
Il gettito delle royalties per l’anno 2012 è stato di 333 milioni di euro, una cifra ridicola, in quanto l’Italia fa pagare alle compagnie le royalties più basse del mondo, appena il 7% del valore di quanto estraggono, inoltre, la maggior parte di questi impianti sono così poco produttivi da rimanere entro una soglia di produzione, che è definita franchigia, al di sotto della quale non si pagano royalties. I 5stelle ritengono pertanto che queste royalties possano essere aumentate. Questo non contrasta col referendum sulle trivelle nell’Adriatico, che sono comunque quasi alla fine di ciò che è estraibile.
Il referendum ha lo scopo di salvare l’Adriatico da un inquinamento irreversibile, gravissimo in un mare chiuso, salvare la pesca e il turismo ed evitare il costo per lo Stato di alcuni miliardi l’anno per rifare le coste, visto che le trivelle comportano un abbassamento del fondale e delle coste di 70 cm l’anno con conseguente scomparsa delle spiagge che sono vitali per le migliaia di industrie del commercio e del turismo sulla riviera adriatica.

LE MENZOGNE DEL GOVERNO

Secondo Andrea Boraschi, responsabile della campagna Energia e Clima di Greenpeace Italia, il Governo mente quando parla di 23.000 posti di lavoro perduti perché al massimo sarebbero 70, in quanto le piattaforme sono strutture controllate da remoto che non prevedono la presenza costante di lavoratori e richiedono solo saltuariamente attività di manutenzione, mentre, se lo Stato investisse in energia verde, avremmo migliaia di posti di lavoro in più evitando ogni pericolosa dipendenza estera e ogni inquinamento. Queste piattaforme ormai estraggono pochissimo, sia in termini di gas che di petrolio, ma le società interessate intendono rimandare la dismissione e soprattutto il momento dello smantellamento delle piattaforme stesse. Non è vero nemmeno che queste piattaforme producano un quantitativo di gas equivalente al 3% dei consumi annui nazionali, come mente il Governo, ma solo qualche misero decimale, mentre ciò che Renzi non dice è che il gas e petrolio estratto non è dell’Italia ma delle compagnie.

Ma il comportamento di Renzi e del Pd è stato ignobile perché, prima di tutto, per paura che i votanti raggiungessero il quorum, ha staccato il voto delle amministrative da quello per il referendum, con un danno di 300 milioni, poi ha impedito un giusto dibattito sulle tv op sui media, infine Renzi ha ordinato ai suoi di disertare il voto, ingiuriando così i diritti dei cittadini sul referendum, il diritto di informazione e quel poco di democrazia diretta che ancora i referendum consentirebbero e dimostrando coram populo che del bene comune proprio se ne frega, mentre fa solo gli interessi delle multinazionali così come fa quelli delle banche e della finanza.

LO SCANDALO DELLE INTERCETTAZIONI COSTRINGE LA GUIDI ALLE DIMISSIONI

A rendere più sporco il suo operato è scoppiato lo scandalo delle intercettazioni sulla Guidi, ministro dello Sviluppo economico, il cui compagno, Gemelli, parla di una norma che sarebbe passata con la complicità della Boschi, fatta per fargli guadagnare due milioni e mezzo, in quanto dirigente Total. Sotto l’onta dello scandalo, la Guidi si è dimessa. Ma resta la collusione del governo Renzi nell’affare sporco a riprova di chi si beneficia delle leggi di Renzi, e non è certo il popolo italiano. E’ seguita una ondata di arresti tra i dirigenti Eni, ed è risultato chiaro che il progetto ‘Tempa rossa’ da realizzare in Puglia era stato presentato al Governo in combutta con esso per favorire interessi sporchi, il tutto danneggia la reputazione della solita responsabile per le Riforme Maria Elena Boschi ma sporca anche Renzi. E negli atti processuali emerge anche il ruolo del sottosegretario alla Salute Vito De Filippo, che si mette a disposizione di uno degli imprenditori indagati e di alcuni amministratori. locali promettendo assunzioni.
L’ignobile progetto ‘Tempa Rossa’ era stato stoppato dai 5stelle, ma ora la Guidi tentava di ripresentarlo con la complicità della Boschi e il silenzio-assenso di Renzi.
Gemelli per telefono dice: «La chiamo per darle una buona notizia… si ricorda che tempo fa c’è stato casino, che avevano ritirato un emendamento (grazie al M5S)… pare che oggi riescano ad inserirlo nuovamente al Senato, pare che ci sia l’accordo con Boschi e compagni… che pare… siano d’accordo tutti…perché la Boschi ha accettato di inserirlo… è tutto sbloccato! (ride)…volevo che lo sapesse in anticipo! mi hanno chiamato adesso… e quindi siamo a posto!». Cobianchi mostra soddisfazione. Insomma l’affare delle estrazioni degli idrocarburi in Italia puzza di sporco ovunque lo si guardi.

CONTAMINAZIONE

Sappiamo tutti che queste piattaforme adriatiche inquinano oltre i limiti previsti dalla legge. C’è una contaminazione grave e diffusa, fatta di metalli pesanti e idrocarburi i cui valori sono 3 volte su 4 fuori dei parametri di legge. E non sono solo le piattaforme a inquinare ma le petroliere la causa del catrame che arriva sulle nostre coste, danneggiandole.
Il Governo Renzi si regge su truffe, numeri falsi e imbrogli e fa, come al solito, solo l’interesse proprio (tangenti) e quelli di poteri esteri.
Torniamo al punto di partenza: un governo messo su da multinazionali e potere finanziario, i cui membri, Renzi in testa, fa l’interesse dei potenti e calpesta quello dei cittadini.

Blog di Grillo

Le dimissioni del ministro Guidi sono un’ammissione di colpa, dimostrano il coinvolgimento del ministro Boschi e del Bomba che fanno l’interesse esclusivo dei loro parenti, amici, delle lobby e mai dei cittadini. Devono seguire l’esempio della Guidi e dimettersi subito: la misura è colma. Che altro deve succedere perché si schiodino dalla poltrona questi abusivi non eletti da nessuno? I cittadini vengono prima dei papà banchieri indagati e dei compagni petrolieri. Basta battute, basta supercazzole, basta balle. Renzie e la Boschi devono presentarsi dinanzi al Parlamento, dire la verità sui favori alle banche, ai petrolieri e alle lobby e andarsene.
Nella telefonata intercettata dai pm di Potenza nelle indagini sul traffico illecito di rifiuti, tra la ministra Guidi e il compagno Gemelli, si fa riferimento a un emendamento che era stato tolto dallo ‘Sblocca-Italia’ e che doveva essere reinserito nella legge di Stabilità 2015. “Dovremmo riuscire a metterlo dentro al Senato, se Maria Elena (la ministra Boschi, ndr)) è d’accordo”, afferma Guidi nella telefonata. Secondo i pm, l’emendamento avrebbe favorito le aziende di Gemelli, facendogli guadagnare 2,5 milioni di subappalti. La Guidi chiese l’avvallo della Boschi che – per blindarlo e assicurarsi che tutto andasse come doveva – inserì l’emendamento incriminato nel testo del maximendamento su cui poi, con il consenso del Bomba, pose la questione di fiducia.
Un meccanismo perfetto ai danni dei cittadini. Tutti collusi. Tutti complici. Con le mani sporche di petrolio e denaro.
Ora si capisce perché il Pd ed il governo incitano illegalmente all’astensione sul referendum delle trivelle in programma il prossimo 17 aprile: intacca gli interessi delle compagnie petrolifere e tutela i cittadini e l’ambiente. Il Bomba non può permetterlo.
#RenzieBoschiACasa!

Blog di Grillo
“Domani il MoVimento 5 Stelle con i suoi portavoce in Parlamento nelle regioni e nei comuni sarà in Basilicata per denunciare l’ennesimo scandalo che coinvolge il governo e le lobby. Facciamo un appello a tutti i cittadini, gli attivisti e gli eletti locali del M5S: chi ha la possibilità venga assieme a noi al giacimento di Tempa Rossa a far sentire la voce di tutto il popolo oppresso da questo governo che pensa solo alle lobby e ai parenti. Il caso Guidi è solo la punta dell’iceberg. Questo è un maxi-scandalo che vede protagonista tutto il Governo Renzi e il Partito Democratico. Sapete quanti sono i soggetti coinvolti direttamente o indirettamente nelle inchieste di Tempa Rossa e Viggiano?
– la Ministra del Governo Pd Boschi
– la Ministra del Governo Pd Guidi
– il compagno della Ministra Guidi
– il presidente della Regione Basilicata, Pd
– il capo della segreteria di Anna Finocchiaro, senatrice Pd
– la Sindaco del Comune di Corleto, sempre Pd
– il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio De Vincenti, Pd
– il consigliere regionale Robortella, Pd
– il sottosegretario alla salute De Filippo, Pd
– il potente burocrate del Ministero
– il Capo di Stato Maggiore della Marina Militare Italiana
Serve dire altro?

TUTTI SAPEVANO

Adesso cercano anche di intimidire minacciando querele. Parlano di diffamazione solo nel tentativo di nascondere e fuorviare la verità che è una sola: tutti sapevano che l’emendamento “Total” era un emendamento marchetta, scritto dal Governo della Lobby, questa volta per le Lobby del petrolio. Ci sono le prove, certe, pacifiche ed incontestabili sin dal 17.10.2014. Il M5S, infatti, prima costringe la maggioranza a ritirare l’emendamento presentato allo Sblocca Italia attraverso la denuncia e l’opposizione in particolare della Deputata Mirella Liuzzi. Poi accade di nuovo il 13.12.14, quando a seguito della riproposizione, questa volta al Senato, dello stesso emendamento da parte del Governo, con il previo assenso del Consiglio dei Ministri ed il “total” accordo della Boschi, il Senatore M5S Cioffi denunciava in Aula l’emendamento marchetta quasi preannunciando quello che poi nei fatti starebbe emergendo dalle indagini della Procura di Potenza e coordinate dall’Antimafia. E cioè una grave commistione tra Governo e Lobby del petrolio, un evidente conflitto di interessi tra cariche governative e interessi privati, ed un groviglio di reiterate menzogne da parte del PD e del Governo ai danni dei cittadini. Tutti, dunque, sapevano o avrebbero dovuto sapere a seguito delle denunce del M5S di quali fossero i rischi e/o le finalità che l’emendamento incriminato avrebbe potuto comportare. Dall’intero Parlamento al Governo che adesso ha l’obbligo di dimettersi. Ci sono le prove. Ed il M5S auspica che possano essere acquisite dai Magistrati agli atti come ulteriore supporto alle indagini, anche in vista della prossima chiamata davanti alla Procura sia della Guidi che della stessa Boschi. Nel frattempo, l’emendamento va immediatamente ritirato. Questo si che è un atto dovuto!
MoVimento 5 Stelle Parlamento

L’EMENDAMENTO TRUFFALDINO

Era venerdì 17, quel decreto era una dichiarazione di guerra. Fu irella Liuzzi, deputata M5S lucana, ad accorgersi della trappola. Quelle poche righe avrebbero trasformato le infrastrutture energetiche in impianti strategici. Da proteggere con i militari e con il segreto. Senza controlli pubblici, senza monitoraggi.
Tempa Rossa, ci venne subito in mente. Mirella urlò: “È una vergogna”. Scoppiò il putiferio. Realacci fece il pesce in barile. Dovette sospendere la seduta. E chi si palesò in commissione per spingere l’emendamento pro-Guidi? L’allora viceministro allo Sviluppo Economico Claudio De Vincenti. Il potentissimo che oggi siede al posto di Delrio come sottosegretario alla presidenza del Consiglio. Il vice di Renzi, insomma. Le truppe cammellate piombate di notte in Commissione per avallare l’emendamento che oggi sappiamo era fortemente voluto dal compagno della ministra. Allora non potevamo saperlo, ci scandalizzammo dell’assurdità del testo che avallava un’opera pubblica inutile, dispendiosa e inquinante. Per un’ora De Vincenti parlò con Realacci, spingendo, spiegando, avvalorando tesi per far passare l’emendamento. Fu inutile. Grazie alle proteste e alle argomentazioni del M5S Realacci dovette dichiararlo inammissibile. Al rientro della pausa, ormai in piena notte, il testo fu ritirato. Vittoria a 5 Stelle.
M5S Parlamento

Siamo alle comiche. Il Bomba ha annunciato che querelerà Beppe Grillo e il M5S perché hanno osato dire ciò che è sotto gli occhi di tutti, cioè che questo è un governo asservito alle lobby del petrolio e delle banche, invischiato in conflitti di interessi giganteschi, che fa leggi non per i cittadini, ma per garantire gli affari del compagno dell’ex ministro Guidi o per salvare la banca del padre della Boschi.
Il Presidente del Consiglio non eletto da nessuno, regista e artefice di tutto ciò, non digerisce che gli si dica chiaro e tondo che lui e la sua maggioranza sono complici di questo scempio. Vorrebbe tutti zitti e buoni mentre lui porta avanti politiche che fanno gli interessi dei petrolieri e inquinano l’ambiente. Non gli piace che qualcuno dica: “sapevate tutto e quindi siete complici e collusi di ciò che avvenuto”. Eppure i fatti di Trivellopoli sono chiarissimi: l’emendamento pro Total è stato smascherato per ben due volte dal M5S, prima alla Camera quando provarono a inserirlo nello Sblocca Italia e poi al Senato, quando il governo stesso lo infilò dentro la Legge di Stabilità, blindandolo con il voto di fiducia. Anche in questa occasione Il M5S denunciò questo ennesimo colpo di mano in Aula: il senatore Andrea Cioffi disse chiaramente che qualcuno stava suggerendo al governo una norma che sbloccava l’impianto di Tempa Rossa davanti ad un Aula che poco dopo votò la Legge di Stabilità, consapevole di ciò che conteneva. Il PD e la maggioranza sapevano cosa stavano votando, e a dichiararlo è lo stesso ministro Guidi che per difendersi ha detto “tutti sapevano di quell’emendamento”. Se tutti sapevano, allora tutti coloro che hanno votato a favore di quella norma avrebbero le mani sporche di petrolio, sarebbero ‘collusi’ con questo sistema.
Il problema, per il Bomba, non è lo scandalo che travolge il suo ministro e il suo intero governo, per lui lo scandalo è il M5S che denuncia ciò che è accaduto. Per questo annuncia querela, per provare a intimidire e imbavagliare la voce di chi non fa parte di questo sistema marcio, la voce di chi osa mettergli i bastoni tra le ruote. Peccato che questa voce rappresenta 9 milioni di italiani onesti che non ne possono più. Questa voce il bomba non può zittirla, le sue minacce di querela non serviranno a nulla se non a rafforzarla. Ed è indecente vedere che davanti ad uno scandalo di tale portata, il Presidente non eletto invece di fare i bagagli e andarsene a casa con tutto il suo governo, non trovi di meglio da fare che denunciare la principale forza di opposizione che fa il suo lavoro legittimo. Il Bomba dovrebbe ricordarsi la storia di Mario Chiesa, il primo arrestato che diede inizio alla lunga serie di arresti di Mani Pulite: fu proprio una sua querela per diffamazione ad incastrarlo e a dare il via a Tangentopoli. Trivellopoli invece è appena iniziata. E ora #Querelacitutti!

LA VERGOGNA DEI PIDDINI SCHIERATI PER L’ASTENSIONE
ALESSANDRO GILIOLI

Non è la prima volta che un partito di governo si schiera per l’astensione a un referendum. Il caso più rilevante fu quello del Psi di Craxi, nel ’91, per la consultazione sul sistema elettorale promossa da Segni. Craxi la definì «incostituzionale», anzi «incostituzionalissima», «antidemocratica», «inquinante», «una truffa», «un caso di ubriachezza politica molesta». Quindi invitò gli elettori ad «andare al mare» anziché alle urne. Così trasformò il voto in un plebiscito su di lui: e perse, dando forse inizio alla rovina politica che lo avrebbe travolto di lì a poco.
Nel 2011 Berlusconi si ricordò del precedente craxiano e usò un volume molto più basso di fronte alle consultazioni sull’acqua pubblica, sul nucleare e soprattutto sul lodo Alfano, costruito attorno alla sua persona. Quindi si limitò a dire che il referendum nasceva «da iniziative demagogiche» e dunque si votava «sul nulla». Anche a lui andò male.
Ma ci sono altri precedenti di invito al boicottaggio di una consultazione popolare, alcuni dei quali riusciti. In questi giorni ad esempio è tornato d’attualità quando, nel 2003, D’Alema e Bersani invitarono a disertare il voto sull’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori. In quel caso, vinse l’astensione.
Così come accadde due anni dopo: quando la Chiesa cattolica fece una campagna parrocchia per parrocchia per evitare che la gente andasse a votare sulla fecondazione assistita, regolata da una legge proibizionista e bigotta. A referendum fallito, il cardinal Ruini esultò: «Il popolo italiano ama la vita e diffida di una scienza che pretenda di manipolarla. E ha dimostrato maturità rifiutandosi di pronunciarsi su quesiti tecnici e complessi». Amen.
Adesso è il turno di Matteo Renzi, per il referendum sulle concessioni alle trivellazioni in mare. Il premier ieri, dal Nevada, ha invitato a disertare le urne. I rappresentanti del suo partito vanno alle tribune elettorali (obbligatorie per legge) e fanno altrettanto. Anche sui social è partita la campagna piddina all’insegna dello slogan “astenersi è un diritto”.
E certo che è un diritto. Ci mancherebbe. Ma politicamente ed eticamente basato su che cosa? «Fin dagli anni Novanta», ha scritto il costituzionalista Andrea Pertici, «chi ha voluto evitare l’abrogazione di una legge ha sempre invitato gli elettori a non partecipare al voto, cercando di avvantaggiarsi della percentuale di astensionismo sempre presente in ogni votazione popolare e che come noto è in forte aumento». Detta altrimenti: anziché votare no, chi per suoi convincimenti politici è contrario all’abrogazione di una legge assomma le proprie forze ai numeri dell’astensione “neutra”, quella di chi non partecipa al voto perché non si interessa di politica, perché quel giorno ha altro da fare, perché non trova il certificato elettorale o semplicemente perché non sa nulla del quesito posto. Gente quindi che non è né per il sì né per il no, ma a cui i sostenitori del no si accodano perché da soli rischierebbero di perdere. Così possono ottenere un risultato politico che non otterrebbero – o potrebbero non ottenere – nel confronto autentico e genuino tra favorevoli e contrari.
L’astensione così concepita è quindi – chiunque la pratichi – un sotterfugio. Un espediente con cui si evita il leale confronto democratico tra favorevoli e contrari a una cosa, qualsiasi cosa. Un trucco con cui una delle due parti aggiunge ai propri numeri reali quelli di una fetta di elettorato che invece su quella legge non ha alcuna posizione.
Questa modalità di astenersi è anche il frutto di una mentalità furbesca, opportunista e convenientista. Molto italiana e non nel senso migliore del termine. Di certo abbastanza impensabile nei paesi di cultura protestante e anglosassone: quelli dove il gioco fair è più importante ancora del risultato. Da noi invece domina il mantra del “mi conviene, quindi lo faccio”: lo stesso approccio che ci porta ad esempio a farci raccomandare o a parcheggiare in seconda fila. Leali o sleali non importa, purché si vinca, purché si ottenga il proprio risultato. Un atteggiamento che di fronte a un referendum è ancora più triste. Perché per portare casa il proprio risultato di bottega, si deforma e si umilia un evento di democrazia diretta – quindi il momento più alto della democrazia, non filtrato da apparati e non inquinato da bramosia di poltrona.
Chi mette in atto queste pratiche vince forse alle urne, ma perde di certo allo specchio.

Va dato atto a Michele Emiliano, dirigente del Pd e governatore della Puglia, di aver messo il dito nella piaga. Il vero problema posto dal referendum sulle trivelle è quello della politica energetica, ovvero dell’assenza della stessa (come di molte altre politiche degne di questo nome) da parte del governo Renzi, che campa alla giornata, fa il gioco delle tre carte e recepisce esclusivamente gli input provenienti dal potere economico. Rispetto a una linea di condotta, estremamente deplorevole, come questa, i referendum suonano evidentemente come un richiamo preciso alla responsabilità politica cui si vuole in ogni modo sfuggire e vengono quindi avversati. Ma Emiliano, che presenta la rarissima qualità di essere insieme un dirigente del Pd e una persona di indubbia popolarità e rettitudine, va oltre, affermando che nel nostro Paese “la democrazia è in pericolo”.
Risulta peraltro del tutto evidente l’incapacità del governo e del gruppo dirigente del Pd di entrare nel merito del quesito posto dal referendum antitrivelle. Il suo senso è estremamente chiaro: non rendere di durata imprevedibile (ovvero legate all’esaurimento dei giacimenti) le autorizzazioni e concessioni legate allo sfruttamento degli idrocarburi (sia petrolio che gas) presenti nei nostri mari. Rendere invece coerente tutto il sistema con l’obiettivo della legge approvata in materia che punta ad eliminare completamente i pozzi situati entro 12 miglia dalla costa dati gli effetti pregiudizievoli degli stessi sull’ambiente e sull’ecosistema. L’irragionevole deroga che si vuole, almeno in parte, levare di mezzo con il referendum del 17 aprile, è stata introdotta con la precisa intenzione di favorire le multinazionali e le altre aziende beneficiarie della stessa, le quali applicano la medesima logica che sta portando ovunque a ramengo ambiente ed ecosistema, una logica predatoria che non tiene per nulla in considerazione gli interessi delle economie e delle popolazioni locali.
Balle clamorose sono state pronunciate in questi giorni dai settori della classe politica, saldamente incistati nel governo nazionale e nei suoi paraggi, che sono maggiormente sensibili a interessi e diktat di tali predatori. La prima è che con il referendum si colpirebbe, nientedimeno, l’autonomia energetica nazionale. La seconda che si darebbe un colpo grave ai livelli occupazionali. Quanto al primo, solo una piccola percentuale (dal 7 al 10%) degli idrocarburi estratti va allo Stato, il resto appartiene alle imprese che ci fanno quello che vogliono; quanto al secondo, le concessioni in essere scadranno nella maggior parte dei casi fra molti anni e quindi ci sono tutti i tempi per trovare soluzioni alternative. Peraltro, aggiungo io, i pochi posti di lavoro in gioco non possono essere un alibi per continuare a perpetuare modelli di sviluppo insostenibili. Molto maggiore l’apporto in termini occupazionali che attività come il turismo e la pesca, gravemente colpiti dalla politica delle trivelle, possono dare.
Ovviamente si tratta di bugie facilmente smascherabili come tali. Ecco allora partire il secondo, ben più temibile, livello della controffensiva piddina. Puntare sull’assenteismo “fisiologico” degli elettori e sulla scarsa informazione in materia per disincentivare l’afflusso alle urne ed evitare il raggiungimento del quorum. In questo senso si adoperano incessantemente e vergognosamente i mezzi di informazione “pubblica” asserviti al governo. Un noto giornalista televisivo ha affermato addirittura che interessate dal voto siano solo “alcune Regioni”. Sebbene il livello di ignoranza sia mediamente piuttosto alto, non si può credere che tale bufala sia stata messa in circolazione solo per sbaglio. Si deve quindi ritenere l’esistenza di una precisa strategia di disinformazione direttamente ispirata da Palazzo Chigi. I recenti dati diffusi dall’Agcom parlano chiaro: uno spazio assolutamente irrisorio dedicato a una fondamentale scadenza democratica.
Lo spregio della volontà e della dignità degli elettori è aperto e scandaloso. Non è del resto un caso che, mentre diffonde balle e cerca in ogni modo di impedire il raggiungimento del quorum il 17 aprile, questa maggioranza, arricchita da pregiudicati come Verdini, si è recentemente dedicata a riscrivere la legge sull’acqua in modo assolutamente contrario ai voti espressi a grande maggioranza dal popolo italiano. L’intento è con ogni evidenza quello di frustrare l’elettorato, dimostrando in ogni modo che la volontà dei cittadini non conta assolutamente nulla e che il governo, ovvero, per suo tramite Unione europea, multinazionali, finanza e poteri forti di ogni genere, fa comunque come gli pare. Quindi Emiliano ha ragione. Ci troviamo di fronte a un grave pericolo per la democrazia. Dovrebbe, sia detto per inciso, trarne ogni conseguenza, abbandonando Renzi & C. al loro destino. Boicottando il funzionamento di un istituto essenziale per la democrazia come il referendum previsto dall’art. 75 della Costituzione repubblicana, questi si rendono colpevoli a ben vedere di una vera e propria eversione antidemocratica. Ma sarà impossibile loro sfuggire al verdetto delle urne in occasione del referendum costituzionale. È a tale scopo indispensabile che si allarghi e consolidi il fronte di coloro che hanno a cuore la democrazia e la Costituzione e sono sempre più consapevoli della necessità di infliggere al disegno autoritario renziano un colpo davvero mortale.

E’ indagato anche Gianluca Gemelli, il compagno del ministro dello Sviluppo Economico Federica Guidi, nell’inchiesta della Dda di Potenza che ha portato all’arresto di sei persone. E alle dimissioni, arrivate in serata, del ministro stesso.
Gli arrestati, ai domiciliari, sono cinque funzionari e dipendenti del centro oli Eni a Viggiano, in provincia di Potenza, e l’ex sindaco Pd di Corleto Perticara. Gli inquirenti li considerano responsabili a vario titolo di “attività organizzate per il traffico e lo smaltimento illecito di rifiuti”. E per questo li hanno arrestati (disposti i domiciliari per tutti). Per Gianluca Gemelli, invece, l’accusa è di traffico di influenze, perché – scrivono i giudici – “sfruttando la relazione di convivenza che aveva con il Ministro allo Sviluppo Economico, Federica Guidi, indebitamente si faceva promettere e quindi otteneva da Giuseppe Cobianchi, dirigente della Total, “vantaggi patrimoniali”. Gli indagati sono in tutto sessanta. L’inchiesta è coordinata dai pm di Potenza Francesco Basentini e Laura Triassi, e dalla pm della Direazione distrettuale antimafia Elisabetta Pugliese.

Lo vogliamo dire o no che quell’emendamento ad personam lo aveva bloccato il M5S?

http://masadaweb.org

2 commenti »

  1. Il mio sarà sicuramente un SI

    Un abbraccio

    Daniela

    Commento di MasadaAdmin — aprile 4, 2016 @ 5:39 am | Rispondi

  2. Fortunatamente i mass media italiani stanno dando grande rilevanza a questo referendum, dunque qualora ci fosse una bassa affluenza la colpa sarà esclusivamente degli italiani.

    Ale

    Commento di Ale — aprile 4, 2016 @ 9:12 am | Rispondi


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