Nuovo Masada

marzo 2, 2016

MASADA n° 1742 2-3-2016 IL KOAN

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MASADA n° 1742 2-3-2016 IL KOAN
Blog di Viviana Vivarelli

Buddhismo- Taoismo – Le arti tradizionali orientali – Il cinema e la conoscenza virtuale – La meditazione – Mettere in scacco la mente razionale – Escher

(Nelle immagini le incisioni di Escher)

(Alternerò riflessioni mie personali a koan. Sta a voi capire la differenza)

Il KOAN è un mistero.
Ma non è forse l’intera vita un mistero?

C’è una realtà che non è il nostro mondo
né la nostra mente
e per aprirsi a quella realtà
bisogna saltare oltre il mondo
e oltre la nostra mente.

(V)

Il KOAN è una frase o un aneddoto che appartiene al mondo Zen.
Es. “Conosci il suono fatto dal battito di due mani? E il suono di una sola mano?” (Hakuin)
Dello Zen noi sappiamo molto poco. Possiamo aver sentito parlare di qualcuna delle arti tradizionali orientali come l’Ikebana, la cerimonia del tè, i giardini fatti di sabbia e sassi, in cui compaiono regole rigide molto antiche, per procedimenti stilizzati e formalizzati, in cui l’impeccabilità dei gesti tende a una forma di perfezione interiore ma in realtà lo Zen è per noi una cosa piuttosto oscura.
Lo Zen deriva dall’unione del Buddhismo con il Taoismo. Il Buddhismo nasce in India, il Taoismo in Cina.
L’Ikebana, o Kado, è l’arte di disporre fiori, l’arte dei ‘fiori viventi’ o ‘via dei fiori’, intesa come cammino di elevazione spirituale secondo i principi dello Zen.
Il giardino Zen è formato da acqua, sabbia e pietre e usato come una forma di meditazione.
La cerimonia del tè, Chadō o Sadō, è un rito sociale e spirituale, una delle arti zen più note.

(Tai chi)

Lo Zen tende a staccare la consapevolezza dai sensi e dalla mente per la trascendenza.
Precisiamo che in India la mente è considerata un senso come tutti gli altri, non le viene dato un significato speciale. La realtà viene appresa allo stesso modo con i sensi e con la mente che è solo un altro senso. I Maestri, tuttavia, tentano di oltrepassare sia i sensi fisici che il senso mentale aprendo la loro consapevolezza a una via superiore extrasensoriale ed extramentale che li porti verso una vera realtà.
In Occidente noi distinguiamo ciò che può essere appreso in modo sensoriale da ciò che può essere appreso in modo mentale, distinguiamo la materia dallo spirito. In Oriente questa distinzione non esiste. Ogni cosa è un contenuto psichico così come ogni cosa di un sogno è materiale di quel sogno.
In Occidente distinguiamo vari modi di usare i nostri strumenti cognitivi. Il modo logico con l’esame dei dati empirici o numerici, con l’analisi, l’induzione e la deduzione; il modo intuitivo riceve verità già fatte che sbocciano alla nostra consapevolezza senza che sappiamo come ci siano arrivate, la fantasia che costruisce mondi immaginari, l’immaginazione attiva di Jung comunica con gli archetipi, la mente paranormale vede nell’invisibile e infine la mente trascendente o divina viene illuminata improvvisamente da verità ineffabili e non trasmissibili che semplicemente appaiono, come una forma di intuizione superiore che attiene al sacro.
In Oriente si pratica anche un modo abbastanza sconosciuto al pensiero occidentale che si realizza eliminando totalmente la facoltà di percepire e di pensare, cioè ponendo la mente in una pace vuota e tranquilla.
Mentre l’Occidente, nel suo sviluppo culturale, dopo il 1600, cioè dopo Cartesio, ha maturato soprattutto le capacità dell’emisfero logico-deduttivo, sviluppando le scienze e la tecnologia, l’Oriente, nella sua cultura millenaria, ha sviluppato soprattutto le funzioni dell’emisfero intuitivo-mistico. E proprio in Oriente i Maestri, i guru, i santoni, gli illuminati hanno oltrepassato sia la mente che percepisce i dati sensoriali che quella che pensa in modo concettuale e si sono iniziati al ‘non pensiero’, la vacuità.

La Śūnyatā o vacuità nasce col Buddhismo. Con questo termine il Buddha Śākyamuni indica l’irrealtà, la vacuità delle cose e anche quella del soggetto, dell’io. La ricerca della vacuità è essenziale nel pensiero del Buddha.
Oggi, scienza e tecnologia hanno invaso l’Oriente, l’India, come la Cina come il Giappone tendendo a un villaggio globale dove le differenze culturali si attenuano ma in Oriente permane una via mistica o trascendente che oltrepassa le vie della sensorialità, della razionalità, dell’intuizione e anche le vie del paranormale e dell’illuminazione mistica, sul presupposto che il mondo in cui crediamo di vivere sia una falsa realtà, un mondo virtuale, una illusione ma sul presupposto che anche la facoltà del pensare alimenti una illusione, per cui tutte le filosofie e le religioni sono inganni, mondi virtuali privi di ogni verità, come è un mondo virtuale privo di realtà anche quello percepito dai sensi o che fa capo all’io, così vero il saggio come dovrà superare non solo gli inganni della percezione ma anche quelli del pensiero sviluppando una super consapevolezza che travalica l’essere proprio così come ci appare ai sensi ed alla mente.
Quando il Buddhismo arriva in Cina si incontra con il Tao.

Il Taoismo è una corrente di pensiero che nasce in Cina e si diffonde specialmente a partire dal quarto secolo a.C., è insieme religione, stile di vita e filosofia, basata sul Tao, ‘la via’, principio indifferenziato di cui non si sa nulla e da cui deriva il mondo apparente e visibile, che viene modulato sui contrari.
Il Taoismo è probabilmente il pensiero meno conosciuto al mondo e per noi occidentali costituisce uno scoglio insormontabile.
Il Tao è ciò di cui non si può dire nulla nemmeno che è il Tao. E’ Dio prima della creazione, ma, essendo l’uomo vincolato dalla creazione, può fare delle costruzioni o ipotesi mentali sul mondo creato, non può dire nulla su Dio che è al di là di ogni possibilità umana del conoscere.
Dunque si possono aprire due vie: esaminare il mondo e la vita dell’uomo rimanendo nel mondo e nella vita dell’uomo pur sapendo che nessuna cosa che ci circonda è il Tao e che ci muoviamo in un mondo di ombre apparenti, oppure cercare con mezzi estremi la scintilla che ci porti fuori dall’inganno dei sensi e della mente verso il Tao assoluto. E questo è lo ZEN.
Se nel Taoismo ancora si può scorgere una filosofia e si può trarre da esso un modo per costruire le scienze, le regole della vita e le modalità di un giusto pensiero, lo Zen è fuori da tutto questo, è fuori da ogni portata, è l’illuminazione estrema, il contatto indicibile con l’assoluto.

Lo Zen nasce dall’incontro del Buddhismo col Taoismo. Vi ritroviamo il concetto dell’atman (la scintilla divina dentro di noi) e della moksha (liberazione o illuminazione). La mente è succube dell’illusione dei sensi, che la inducono a credere ad una realtà virtuale (maya) costruita da una dea che sparge il suo velo illusorio per farci credere alla realtà del mondo. Ma la realtà materiale in sé non esiste. Esiste solo la realtà percepita, come un sogno esiste in quanto c’è un sognatore che lo sogna. Quando il sognatore si sveglia, capisce che quello che aveva creduto vero era solo un sogno. Allo stesso modo noi sogniamo la vita. Un giorno ci sveglieremo dalla vita e comprenderemo che è stata solo un sogno. Ma qualcuno, sognando, può capire che sta vivendo in un sogno. Egli è l’illuminato, il risvegliato.
La vera realtà non è quella che crediamo. Tutto è illusione: le nostre percezioni sensibili, il concetto di sé, i nostri valori, il bene, il male e qualsiasi teoria o sistema filosofico. E’ come se vivessimo in una bolla apparente di realtà, in cui crediamo a ciò che appare, ma un giorno ci sveglieremo e scopriremo che era come la realtà di Matrix.

Già Max Planck, iniziatore della fisica quantistica, aveva dichiarato che non esiste il concetto di ‘materia’ fondamentale nella cultura occidentale, poiché la realtà è determinata da un flusso non corporeo, è energia che fluisce attraverso la coscienza.
Secondo Planck esiste un campo universale da lui chiamato ‘Matrix divina‘. La Matrice divina, detta anche ‘Ologramma quantistico‘, un campo che riflette quello che viene creato al suo interno. Come in un ologramma, ogni piccola parte rispecchia il tutto.

Quando Jung va in coma, la sua anima esce dal corpo, si vede volare nello spazio, vede la Terra azzurrina sotto di sé, Gaia, il pianeta azzurro, come la vedranno gli astronauti dell’Apollo 11, arriva ad un meteorite dove c’è un tempio, e in esso uno yogi in posizione del loto sta sognando e quello che sogna è la vita di Jung. Dunque, lui dice, questa vita che noi crediamo reale non è altro che il sogno di un dio che dorme, noi passiamo da una vita all’altra come uno che dormendo passa di sogno in sogno.
Noi non siamo altro che sogni. Siamo prigionieri di un’illusione che chiamiamo vita. Chi si libera da questa illusione è il l’illuminato, il risvegliato, che capisce la caducità del reale. Chi si risveglia esce dal sonno della materia e del pensiero, non torna più nella ruota delle vite ed è liberato per sempre. Nel Buddhismo, non essendoci un’anima, resta solo lo scorrere di una consapevolezza più o meno offuscata, che, quando diventa lucida e consapevole, smette di sognare il mondo.

In Occidente il tema della conoscenza virtuale è stato affrontato più volte dalla fantascienza. Possiamo citare 4 film sul ‘vedere’: The Village, Minority Report, The Truman Capote e The Matrix. Essi rappresentano 4 ostacoli diversi alla giusta conoscenza e aprono 4 possibili vie di salvezza. Tutti e 4 sono relativi al tema della ‘consapevolezza’ in un mondo che ci propina il virtuale come reale.
The Village affronta il cerchio più prossimo della bolla localizzata nel piccolo territorio, la tribù’, il contesto socio-culturale che per primo ci abbraccia, la claustrofobia culturale o dipendenza dalle tradizioni degli anziani della prima isola mentale, il 1°chakra o 1° radicamento, gli immediatamente vicini a noi. La protagonista di The Village riesce a varcare la prima bolla uscendo dal cerchio tribale grazie al viaggio per amore.
Minority Report si allarga a un contesto politico più ampio, che implica la dominanza politica, il volere pubblico, (3° chakra), i condizionamenti sociali di una comunità allargata e pone lo Stato, volgendo l’interrogativo alla visione psichica del sistema e alla obiettività della cultura generalizzata: è reale il mondo che vediamo o è un condizionamento culturale del potere?
Questo è anche l’interrogativo di ‘The Truman show’ sull’uomo preda del gioco delle immagini (la comunicazione: 5° chakra). E, se c’è un condizionamento, chi condiziona chi? I grandi personaggi, Cristo per esempio, Buddha o Gandhi, non sono mai totalmente figli del loro tempo e della loro cultura, ma emergono per discrasie molto accentuate, riescono ad essere se stessi ‘malgrado’ l’ambiente di cui sono figli e ne rovesciano le coordinate. Varcano il cerchio di realtà fittizia di Truman Capote per creare un altro mondo.
The Matrix allarga ancor più il quesito dell’essere sulla realtà che ogni uomo ritiene vera e tocca il vincolo della percezione, il guna primario, di cui parla la filosofia indiana, il radicamento all’illusione di vivere, il velo di Maia, che ci fa credere che il mondo sia qualcosa mentre non è niente, è solo una immane proiezione fantasmatica (sesto e settimo chakra).

Una delle vie per sfuggire alla realtà virtuale è la meditazione. Nel Buddhismo la meditazione può essere facilitata in molti modi, uno di questi è la ripetizione del suono, la vibrazione, ma c’è anche una meditazione tramite la pittura: il Mandala.
Il Mandala tibetano è una forma di meditazione creando una forma d’arte simmetrica con forme geometriche, colori o sabbie colorate.
La meditazione attraverso il suono è una delle vie più praticata dalle religioni antiche. Il suono appare come una manifestazione dello spirito. Nell’Induismo il mantra è manifestazione di Brahma.
Anche nell’ebraismo la parola di Dio è espressa come vocabolo o suono e ogni forma di rito ebraico è accompagnata dal canto sacro o dalla ripetizione di vocaboli sacri. Il testo sacro ebraico è privo di vocali, per cui la lettura stessa della Torah è una interpretazione perché deve trasformare una sequenza di consonanti in suono e significato. Dio arriva a noi immediatamente come suono.
(Io ebbi per sei mesi una voce diretta e una delle ultime frasi che sentii fu: “Il sentimento del cosmo comunica con te con l’udito“, frase strana da dire a una sordastra come me, che tuttavia in quel periodo eera dotata di chiaroudienza).
La CABALA è la più importante tradizione mistico-esoterica dell’ebraismo. Ritiene che la Bibbia sia la parola di Dio cristallizzata, ogni nome, ogni lettera della Bibbia, ogni suono, è un frammento dell’energia divina, è una concentrazione di energia trascendente, non diversamente dalle sillabe sanscrite. La ripetizione di preghiere o di nomi sacri funziona come un mantra, crea una vibrazione che si armonizza con la stessa vibrazione divina. Qui la meditazione è dunque la lettura e la ripetizione della parola di Dio, della sua vibrazione. Essa è creativa e trasformativa. E’ il segreto supremo.
Dio, creando il mondo, materializza l’energia; il fedele, ripetendo la vibrazione-suono, spiritualizza la propria materia, cioè smaterializza l’energia manifesta, risalendo a Dio, energia non manifesta. La parola-suono innalza l’uomo da se stesso permettendogli di accedere a livelli superiori, attivando le forze trascendenti che sono sopite in lui. S. Paolo dice: “Mettiti in posizione di ascolto”.
Mère, seguace di Aurobindo, uno dei maggiori santi indiani, dice che l’inconscio è separato da noi solo dalle radici della mente. Le nostre memorie, i dati culturali, le nostre esperienze sono una barriera che ci separa dal nostro sé più profondo; queste cose in cui normalmente ci identifichiamo sono le tante sovrastrutture su cui costruiamo la nostra identità, ma queste sovrastrutture sono maschere storiche che limitano il campo della coscienza, lo separano, rendono fittizio il nostro io. Aumentare la nostra consapevolezza è riprendere quello da cui ci siamo separati.

Nel Buddhismo, colui che si sveglia dalla grande illusione della realtà è il santo, il risvegliato, l’illuminato, cioè il Buddha, che vuol dire ‘mente che si è risvegliata’. Tutti dormiamo immersi nel sogno della vita, solo il santo si sveglia e scopre di aver sognato. Egli non rinasce più a meno che non voglia farlo per aiutare gli altri, esce dalla ruota delle rinascite. I Buddhisti non parlano di anima, pensano a un flusso di coscienza, un conoscere fluido e dinamico, simile a un fiume che può prendere corsi diversi e dunque può non unirsi più ad altri fiumi biopsichici, formando altre vite. Dunque il saggio orientale cerca di uscire dalla virtualità del mondo, non gli basta la mente intuitiva, deve proprio uscire da ogni mente, mettersi sopra la coscienza della realtà, sviluppando funzioni superiori che potremmo chiamare un quinto cervello, ancora non sostanziato come materia, dopo quello rettile, mammifero, razionale e intuitivo, ma già esistente in alcuni come facoltà potenziale.
Colui che esce dal flusso della Maya capirà che tutto è vuoto.

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Lo Zen offre un’illuminazione che può essere anche a portata d’uomo, semplice e quotidiana, e per molti versi assomiglia alla capacità di vivere il qui-ed-ora. “Se hai fame mangia, se hai sonno dormi”.
Il risveglio Zen (satori) può essere raggiunto anche in modo semplice, coltivando il giardino, praticando arti marziali come il Tai-chi o semplicemente lavando i piatti o spazzando la casa.
In forma più alta, lo Zen abbandona le regole ascetiche del Buddhismo e propone un’illuminazione naturale, che rimane comunque nelle sue vette di consapevolezza mistica e non trasmissibile. Anzi: lo Zen pone l’accento proprio sull’impossibilità di parlare di ciò che viene raggiunto e non può essere insegnato e spinge solo ad uscire dalla mente ordinaria e dalla percezione ordinaria tramite il non senso, il controsenso, il mettere in scacco la percezione ordinaria e la mente comune e smontare gli schemi percettivi e mentali.

Il primo modo per uscire dalle illusioni del mondo virtuale è mettere in scacco la ragione.
Questo risveglio viene suscitato dal Maestro negli allievi attraverso espedienti verbali, aneddoti o quesiti che non possono avere risposta. Il KOAN è uno di questi.

Che rumore fa un albero che cade in una foresta dove nessuno può sentirlo?

Nello Zen, il kōan è una frase paradossale o una piccola storia usata per aiutare la meditazione e risvegliare una natura più profonda. Di solito narra l’incontro tra un discepolo e un Maestro che lo spinge verso la realtà vera. Ma la realtà prescinde da questa realtà apparente, sensoriale o mentale. Ed è proprio quando la mente smette di pensare in modo ordinario che la consapevolezza si apre di colpo a una visione superiore.

Se davvero credi che tutto si possa spiegare con la ragione, il KOAN può darti delle brutte sorprese, oppure può passare accanto a te senza neppure scalfirti.
Com’è difficile per noi uomini abbandonare la presa della ragione! Quando una ragionevole ragione chiede solo di essere abbandonata.

Il mondo è un’opera spirituale.
Chi non ha che piedi contribuirà con i piedi.
Chi non ha che occhi contribuirà con gli occhi.
Chi non ha che testa, non contribuirà con niente.
Perché il mondo è fuori dai piedi, dagli occhi e dalla testa
.
(V)

Hai tentato tutta la vita
di fare il Maestro
a qualcun altro
mentre il Maestro
ti guardava
senza parlare.

(V)

Continuo a pensare che non riesco a capire il mondo.
Ma chi lo ha detto che il mondo ha bisogno di essere capito?

Un bambino continuava a versare l’acqua del mare nel suo secchiello.
L’uomo continua a versare l’acqua della realtà nella sua testa.
Il mare e la realtà splendono intatti e lontani senza farci caso.

Se intraprendete lo studio di un KOAN e vi ci dedicate senza interrompervi, scompariranno i vostri pensieri e svaniranno i bisogni dell’io. Un infinito privo di confini si aprirà davanti a voi e nessun appiglio sarà a portata della vostra mano e su nessun appoggio si potrà posare il vostro piede. La morte vi è di fronte mentre il vostro cuore è incendiato. Allora, improvvisamente sarete una sola cosa con il KOAN e il corpo-mente si separerà. … Ciò è vedere la propria natura. » (Hakuin, Orategama)

Il KOAN è un paradosso (para doxa = argomento che sfida ogni ragione). Mette la ragione nell’impossibilità di funzionare, e proprio grazie a questo, apre una possibilità a una meditazione che va oltre la ragione e sveglia una consapevolezza più profonda.

Il KOAN perfetto è nei Vangeli:

A chi ha sarà dato
e a chi non ha
sarà tolto anche quello che ha.

Jung esprime un KOAN abbastanza comprensibile quando dice: “Il medico ferito guarisce”.
La fonte che non ha acqua disseterà. O, come disse, una mia allieva afflitta da complesso materno negativo: “Se non hai avuto una madre, sarai tu la madre amorosa di te stessa”. Ma qui siamo ancora in termini comprensibili. Siamo nel linguaggio dell’amore. A volte il KOAN è anche questo ma più spesso il KOAN è più di questo.
Per esempio appartiene alla via dell’amore questa storia Zen:

“Nel momento della morte il Maestro raccolse i discepoli attorno al suo letto e disse che avrebbe lasciato la sua ciotola e le sue vesti a chi gli avesse spiegato meglio cos’era lo Zen. Tutti si affrettarono a dare dotti spiegazioni scientifiche.
Solo un monaco si avvicinò al capezzale del malato e gli avvicinò alle labbra la ciotola con la medicina.
Il Maestro, che non aveva sorriso mai in tutta la sua vita, sorrise per la prima volta e disse: “Darò a te la mia ciotola e le mie vesti. Il monastero è tuo
”.

Cos’è un KOAN? Questa stessa domanda è un KOAN, perché un KOAN non può ricevere una risposta.
Noi siamo prigionieri della percezione e del pensiero. Liberiamoci della percezione e del pensiero e avremo liberato il prigioniero che sta sotto di essi.

A volte le parole che pensiamo sono così stringenti
da stregarci come abbindolati
da un incantatore.

(V)

L’illuminazione viene sempre dopo che la strada del pensiero è bloccata”.

Molto ardua è la ricerca della verità. Potremmo perderla perché restiamo abbindolati dalle parole come se queste possedessero una verità, ma le parole sono illusorie e ognuno può intenderle a suo modo.

Scrive Alejandro Jodororowsky nel suo “Il dito e la luna”:

Un monaco viveva con suo fratello, cieco d’un occhio e idiota. Un giorno, proprio quando un grande teologo era venuto da lontano per parlargli, egli era stato costretto ad assentarsi. Disse allora a suo fratello: “Ricevi e tratta bene questo erudito! Soprattutto non aprire bocca e tutto andrà bene”.
Il monaco abbandonò il monastero. Al suo ritorno, andò a casa del suo ospite.
“Ti ha ricevuto bene mio fratello?“, gli chiese.
Pieno di entusiasmo, il teologo esclamò:
“Tuo fratello è una persona notevole. E’ un grande teologo”.
Il monaco, sorpreso, farfugliò:
“Come? Mio fratello… un teologo?!”
“Abbiamo avuto una conversazione appassionante”, continuò l’erudito “esprimendoci solo a gesti. Io gli ho mostrato un dito, lui ha replicato mostrandomene due. Allora gli ho risposto, logicamente, mostrandogli tre dita e lui mi ha lasciato sbigottito, mostrandomi un pugno chiuso che metteva fine al dibattito.. Con un dito, io gli ho indicato l’unità del Buddha. Con due dita, lui ha allargato il mio punto di vista, ricordandomi che Buddha era inseparabile dalla sua dottrina. Soddisfatto della replica, con tre dita, gli ho dato a intendere: Buddha e la sua dottrina del mondo. E allora lui mi ha dato una risposta sublime mostrandomi il pugno: Buddha e la sua dottrina del mondo formano un tutt’uno. Questo vuol dire davvero superare se stessi.”
Il monaco tornò da suo fratello:
“Raccontami come è andata col teologo!”
“E’ semplice- disse il fratello-Lui mi ha provocato mostrandomi un dito per farmi notare che io avevo un occhio solo. Non volendo cedere alla provocazione, ho risposto che lui era fortunato ad averne due. Lui ha insistito, sarcastico: “Comunque, sommando quelli di entrambi, fanno tre occhi!” E’ stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Mostrandogli il pugno chiuso, l’ho minacciato di stenderlo all’istante se non la smetteva con le sue malevole insinuazioni!
”.

Alcuni KOAN vengono da grandi Maestri e hanno girato tutto il mondo. Questo è bellissimo:

L’ordine perfetto
esiste solo
accanto al disordine
L’ordine totale
in un giardino
uccide il giardino
“.

Tutte le cose ritornano all’Uno, ma quest’Uno, dove ritorna?” (D. T. Suzuki).

Perché quando il dito indica la luna, lo sciocco vede solo il dito?
Perché dito e luna appartengono a mondi diversi, come ci sono mondi diversi in chi guarda, sopra chi guarda e attorno a chi guarda.
Ogni uomo che crede di essere un corpo sarà prigioniero di quel corpo; ogni uomo che crede di essere una mente, sarà prigioniero della sua mente. La sua mente sarà la sua barriera. Se volete veramente superare la barriera della mente, dovete sentirvi come se beveste una palla di ferro rovente che non potete né inghiottire né sputare. Allora la minore conoscenza che avevate prima scompare. Come un frutto che matura al tempo giusto, la vostra soggettività e la vostra oggettività diventano naturalmente una cosa sola.
E’ come un muto che abbia fatto un sogno. Lui sa che cosa ha sognato, ma non può raccontarlo.
Quando un uomo entra in questa condizione, il guscio del suo io si spacca, e lui può scuotere il cielo e muovere la terra. E’ come un grande guerriero dalla spada affilata. Se un Buddha sta sulla sua strada, lui lo abbatte; se un patriarca gli oppone un ostacolo, lui lo uccide; non avrà bisogno di Maestri, a suo modo sarà affrancato dalla nascita e dalla morte. Potrà entrare in qualunque mondo come se fosse il suo campo di gioco.

Una via verso il risveglio, nemmeno mille Maestri sono in grado di indicarla”.
(V).

Ci sono dei momenti in cui è bene mettere a tacere la mente pensante, quella razionale, e aprire ‘l’altra mente’, quella che ci mette a contatto diretto e in modo preverbale col nostro vero Io e con la realtà vera del mondo. Questa mente ci parla senza parole solo quando abbiamo ucciso le parole. Possiamo trovare dentro di noi il Maestro solo quando avremo ucciso tutti i Maestri.
Si può fare questa apertura spirituale o al modo occidentale, attraverso storielle o aneddoti che stimolino la nostra parte riflessiva più profonda, o al modo orientale, e più esattamente cinese, secondo il Buddhismo Zen, impedendo alla mente razionale di funzionare, mettendola sotto scacco con un quesito o un ordine totalmente irrazionale, qualcosa di inafferrabile e insolubile, che ne blocchi il funzionamento, così che si aprano altre strade e altri modi, e questo è il KOAN.
L’uomo occidentale, messo di fronte a un KOAN, tenta disperatamente di spiegarlo, di ridurlo a possesso intellettuale, ma è come il visitatore che, messo di fronte a un’opera d’arte ignota, ne resta colpito in modo indecifrabile e destrutturante e inutilmente tenta di far entrare nella gabbia delle parole quello che ha provato, provando a ridurlo alle categorie conosciute. Meglio sarebbe di fronte a ciò che si destabilizza e ci dà turbamento come una cosa aliena, lasciarsi andare come per una realtà sconosciuta, che tuttavia ci circonda e ci disarma e con essa procedere lungo la via dell’ignoto.

Non dipendere dalle parole o dalle lettere
ciò che punta direttamente
verso il cuore dell’uomo
oltrepassa la mente-testa
per colpire la mente-cuore
e raggiungere l’illuminazione

(V)

C’è nel cuore una comprensione che è diecimila volte più forte della comprensione della mente. Ma il cuore non parla. Sente.
A volte il Maestro o l’analista o il medico parla, guarisce, consola, non per le parole che ha usato, ma per il messaggio che va da cuore a cuore, non con la comprensione che ha destato ma per la vita che ha risvegliato.
Nel cuore dell’allievo o del paziente c’era tutta la comprensione della vera realtà, ma dormiva, non era chiara a se stessa.
Il Maestro o il dottore o l’analista creano le condizioni del risveglio. Ma solo il dormiente può passare al proprio risveglio. Esso avviene solo se e quando il risveglio avrà deciso di avvenire. Ed esso non può essere spiegato, trasmesso o insegnato. E’ semplicemente luce che splende. Vuoto di pace. Illuminazione improvvisa. Colui che ne è illuminato non può fare nulla per trasmetterlo agli altri. Può solo rendere migliore il mondo essendo ciò che è.

La trasmissione migliore è quella ‘da consapevolezza a consapevolezza’, ovvero da Maestro a discepolo, senza l’utilizzo delle parole, per tramite di una intuizione improvvisa che genera l’illuminazione profonda (satori). Da energia a energia. Luce vera da luce vera.

Un filosofo si recò un giorno da un Maestro Zen e gli disse:
Sono venuto a informarmi sullo Zen, su quali siano i suoi principi ed i suoi scopi”.
“Posso offrirti una tazza di tè?” gli domandò il Maestro. Ed incominciò a versare il tè da una teiera. Quando la tazza fu colma, il Maestro continuò a versare il liquido, che traboccò. “Ma cosa fai?” sbottò il filosofo. “Non vedi che la tazza è piena?”
“Come questa tazza” disse il Maestro “anche la tua mente è troppo piena di opinioni e di congetture, perché le si possa versare dentro qualcos’altro. Come posso spiegarti lo Zen, se prima non vuoti la tua tazza?

Vuotare la tazza vuol dire liberarsi dai pregiudizi, dai condizionamenti, dalle fissazioni culturali o personali, dalle false credenze, dal pensiero succube e formato da altri, dalla storia individuale o sociale che ci contiene. Liberarci da tutto.

Esiste un famoso racconto Zen, intitolato “La porta senza porta”.
Nella ricerca della verità, la nostra mente, si ostina incessantemente, a cercare una porta da attraversare, ma, non si rende conto, che, in realtà, la porta non esiste affatto.
L’unica barriera esistente, è la nostra mente, che si frappone fra noi, e la verità. Fino a quando non rimuoveremo la mente da questa ricerca, non arriveremo mai all’illuminazione.

Questo racconto bellissimo è di Mircea Eliade da un libro altrettanto bello che è intitolato: “Spezzare il tetto della casa. La creatività e i suoi simboli”:

Un uomo salì su una montagna e sulla cima c’era una casa. E l’uomo bussò alla porta. Una voce dall’interno disse: “Chi è?”: “Sono io, disse l’uomo. “Poiché sei tu, non puoi entrare”.
Dieci anni dopo l’uomo tornò. Salì sulla montagna e bussò di nuovo alla porta. “Chi è?”, disse la voce. “Sono te”, rispose l’uomo. “Poiché sei me, puoi entrare
”.

Proviamo dunque a creare dei KOAN, oppure, nel caso peggiore, proviamo a vedere cosa succede quando la mente razionale va un poco oltre se stessa sulla via del silenzio. Se non riusciamo a far tacere la mente, proviamo a far parlare il cuore. Entriamo in uno stato di meditazione.

“L’uomo guarda le nuvole. Le nuvole pensano come sarebbe bello essere quell’uomo. Così chi sta fermo invidia chi fa cose nuove. E chi si muove cerca il riposo di chi sta fermo“.
(V)

Qualche volta il KOAN è una storia vera per farci capire che nella vita troppe sono le cose che non si riesce di capire.
Una vecchia signora ucraina ha lavorato tutta la vita come badante e si è privata di tutto per mandare i soldi in Ucraina e permettere al figlio di costruire la sua casa. Quando la casa era finalmente finita, è venuta la guerra e la casa è stata bombardata.
Ora lei è vecchia e stanca, non ha lavoro, non ha forze, non ha soldi, non ha un tetto. Il figlio gira ramingo nel mondo..

Dov’è il sacro?
Dove sei tu?
Dov’è colui che non sei tu?

(V)

Ma sono proprio io che lagno e mi lamento
o sono attraversata da qualcuno
che è stufo
dei miei lagni e miei lamenti?

(V)

Vedo solo la sedia
ma se salgo sulla sedia
forse è la sedia
che vede me.

(V)

Cos’è che dà energia all’energia?
(La bambina Sofia)

Cos’è la felicità?
Già dal momento che lo chiedi, vuol dire che l’hai perduta.

(V)

C’è chi cammina come fosse seduto
E chi è seduto come se camminasse
Chi dei due arriva più lontano?

(V)

Quando io do qualcosa a te, sei tu che dai qualcosa a me?
O abbiamo costruito entrambi un ponte tra una mente e due cuori?

(V)

Diventi quello che sei
Impari quello che sai
Vivere è mettere fuori
quello che è nascosto dentro
o è mettere dentro
quello che è nascosto fuori?

(V)

Il vero possesso è tutto quello che hai
o è poter vivere senza possedere niente?

Io non sono un uomo
sono due uomini
Io non sono due uomini
sono tre uomini
Io sono tutti gli uomini del mondo
o non sono nessun uomo
.
(V)

Una volta mi cadde
una chiave sulla testa
Era la chiave
dell’armadio di mia madre
perché non ho mai usato
la chiave del suo cuore
.
(V)

Devi fare in modo
che venga la primavera
in inverno
.
(V)

In fondo non potrai che diventare
ciò che sei.
Ma se non hai scelto
cosa essere
come potrai scegliere
cosa diventare?

(V)

Se non hai trovato
la riposta
aspetta
che la risposta
trovi te
.
(V)

Cosa posso insegnarti?
Le mie parole fanno un brusio
La tua mente pensa un brusio
La verità ci attraversa
silenziosamente
.
(V)

Mi ha ceduto una gamba
e sono caduta
rovinosamente
era grande la confusione del mio cuore
La mente caduta era infuriata
non poteva accettare di essere messa in scacco
da una gamba.
Eppure continuamente
noi cediamo alla vita
.
(V)

E’ più difficile scalare una montagna
o guadare una bassa palude stagnate?
Eppure chi raggiunge la vetta
è un eroe
come chi attraversa una palude
.
(V)

Che cos’è l’illuminazione?
Un Maestro che porta una lampada spenta
.
(V)

Qualche volta il KOAN si unisce all’HAIKU, un componimento poetico di tre versi scritto in una metrica rigorosa che parla della natura in modo molto semplice. L’estrema concisione dei versi lascia spazio ad un vuoto ricco di suggestioni, come una traccia che sta al lettore completare.

Mizuta Masahide

Il tetto s’è bruciato –
ora
posso vedere la luna
“.
..
Alcune poesie essenziali di Ungaretti richiamano lo stile Haiku:

« Cammina cammina
ho ritrovato
il pozzo d’amore
».
,
Fino al celeberrimo

M’illumino
d’immenso
”.
—————–

Ho studiato per anni e anni
Cosa ricordi di tanti anni di studio?
Il pulviscolo del raggio di sole
che entrava nella mia stanza chiusa
.
(V)

Ho insegnato tutta la vita
per scoprire
che non avevo nulla da insegnare
.
(V)

Ho camminato cento anni verso il paradiso
Ho camminato mille anni verso il paradiso
Ho camminato diecimila anni verso il paradiso
Quanti anni dovrò camminare ancora
senza trovare il paradiso
se non mi decido
a cambiare la direzione?

(V)

Io sono mille
ma con te vorrei essere
la mia milleunesima migliore
.
(V)

Non ti arrendere
o sarai schiavo delle tue paure!
Rinunciare alla paura
è la prima vittoria
.
(Proverbio vichingo)

Che differenza c’è tra un discepolo e un Maestro?
Quando non avrai da insegnare
più nulla,
allora sarai un Maestro
.
(V)

Questo sogno fatto tanti anni fa parla di una simbiosi possibile con l’essere tutto, che si può ottenere solo diminuendo l’ego:

Sognai un prato verdissimo dove sorgeva una tavola con la tovaglia candida contro il cielo blu. Attorno stavano seduti i discepoli e in cima il Maestro. Io ero un discepolo come gli altri. C’era una forte contesa su chi avrebbe dovuto succedere alla carica. Ognuno diceva “IO…Io”. Erano tutti pieni di cose e di saperi e vantavano titoli. Io stavo zitto perché non ero nessuno e non avevo niente di cui gloriarmi. A poco a poco la debolezza mi vinse e cominciai a svenire lentamente, scivolando sul prato verdissimo ai piedi della tavola. Ero in un profondo torpore e penetrai pesantemente nell’erba divenendo erba io stesso. Entravo via via nella madre Terra confondendomi con essa. Tutti si erano alzati e mi guardavano dall’alto. Sul mio petto, dall’erba, sbocciò un vivido fiore rosso. Il Maestro disse: “Questo e’ il successore!”
(V)

Maestro, ho paura di morire, cosa posso fare contro questa paura?
“Muori!”
.
(Qui “Muori” vuol dire muori al tuo ego materiale, al tuo ego mentale, e consegnati al tuo io spirituale)

Com’è la mano del Buddha? Aperta o chiusa?
E com’è la tua mano?

(V)

Se cerchi un Maestro, non hai nemmeno cominciato a camminare.
(V)

Il mondo è immenso e ci viene addosso con diecimila cose. Cosa devo fare?”.
Non importa che il mondo sia immenso, tanto non potrai fare che una cosa per volta. Fai quella!

(V)

Non riesco a capire cosa sia il mondo.
Ma non credo che il mondo si preoccupi di essere capito
.
(V)

Un discepolo si lamentava di non riuscire a fare più cose.
Il Maestro chiese: “Puoi mettere nella tua ciotola più acqua di quella che contiene?
.
(V)

La vita mi stanca. Ci sono sempre troppe cose da fare.
“Allora il momento è buono. Siediti e medita!”

(V)

Sono io che cammino nella vita, o è la vita che cammina in me?
Chi è il portato e chi il portatore?

(V)

“Signore, sono in grande ansia”.
“Di che cosa hai paura?”
“Di mille cose ho paura”.
“Di una sola cosa hai paura: della tua paura!”

(V)

Un monaco aveva paura
dei mille pericoli del mondo,
aveva paura della malattia,
della povertà, della vecchiaia, della morte.
Il Maestro gli disse di soffiare forte
in un piccolo otre.
Lo serrò ermeticamente.
Poi dette un bastone al monaco
e gli disse di romperlo in piccoli pezzi.
(V)

L’arciere puntava la freccia al bersaglio.
Il Maestro tolse la freccia
e la girò silenziosamente verso il suo cuore.

(v)

Il discepolo non sapeva se attraversare il fiume o no.
Il Maestro gli disse: “Entra nel fiume e risali la sorgente”.

(V)

“Maestro, come posso aprire questa porta?”
Il Maestro rispose: “Non l’aprirai mai se non vedi
che la porta è già aperta”.

(V)

(Qualche volta lo Zen è chiamato ‘La porta senza porta’)

La folla accerchiava il Buddha.
Uno chiese: “Cos’è l’illuminazione?”
Senza parlare lui gli offrì un piccolo fiore.

L’uomo che fa diecimila cose
crede forse di essere diecimila cose?

(V)

Un uomo voleva attraversare il fiume
con una cesta troppo pesante sul capo.
Il Maestro disse: “Posa la cesta!”

(V)

Se sei la tua mano, la tua mano ti farà male.
Se sei la tua gamba, la tua gamba ti farà male.
Se sei la tua borsa, la tua borsa ti farà male.
Ma se sei il tuo io, niente ti farà male.
Come puoi essere il tuo io?
“Uscendo da tutto il resto”.

(V)

Se mi sei troppo vicino,
non ti potrò vedere.
Se mi sei troppo lontano,
non ti potrò guardare.
Qual è la giusta distanza?
Quello in cui non penserò
alla giusta distanza.

(V)

Piena di lutti e stragi è la Terra.
Piena di rumori e di corse è la Vita.
Ma il Cielo è sempre lo stesso,
mutevole e stupendo.

(V)

Dov’è il mio cuore?
Se lo cerchi non lo hai mai cercato.
Se non lo cerchi
lo hai già trovato

(V)

Qualche volta, quando non sei in te stesso,
ti fai male.
Il dolore ti ricorda di tornare in te stesso
.
(V)

Oggi non è accaduto niente,
giorno perfetto per meditare.

(V)

“Maestro, come faccio per migliorare
l’immagine che ho degli altri?”
Il Maestro gli mise davanti uno specchio.

(V)

La nuvola permette al monaco
di smettere di guardare la luna.

ESCHER
Viviana

Ho scelto di illustrare il KOAN con le incisioni dell’olandese Escher che appare così legato alla logica, alla geometria e alla matematica da essere l’artista preferito di grandi matematici e fisici. Sembrerebbe l’esplicazione di una mente che più razionale non si può. Ma pensiamo che la nostra scelta sia opportuna, in quanto due elementi balzano immediati dalle opere di Escher: il carattere paradossale della sua realtà e il grande impulso alla metamorfosi.
La tecnica seguita da Escher è la staffettazione, cioè l’iterazione analitica dei motivi, che solo a prima vista suggerisce un uso maniacale dell’emisfero razionale, ma il messaggio che viene trasmesso è quello di una totale irrealtà che consegue proprio al senso paradossale delle costruzioni: uomini che diventano pesci, pesci che diventano uccelli, scale che salgono dove dovrebbero scendere, mani che entrano nel disegno, con una confusione intenzionale tra ciò che è e ciò che non dovrebbe essere ma nell’arte tutto è permesso anzi dovuto, il realismo si mescola con un iper-realismo totalmente immaginario, il paesaggio mediterraneo tanto amato si trasfigura in una iconografia trecentesca, le incisioni di Escher tracciano i contorni perturbanti di un vero paese delle meraviglie, dove, come nel libro di Alice, l’immersione nella mente nel suo profondo porta all’altrove, scioccando il ben dell’intelletto, con un effetto di perturbamento salutare.
Nulla come Escher può avvicinarsi alla perfezione rarefatta dello Zen, che oltrepassa il mondo della forma iterativa per inseguire nel vuoto la possibilità di un mondo ‘altro’ che non possiamo percepire ma solo intuire, come una sfida a un limite umano e che fa vacillare le nostre certezze.
Se nel KOAN è l’impossibilità dell’esecuzione del compito o l’inesistenza della risposta al quesito a sbalestrarci, in Escher è la forma stessa a farsi sentiero di assurdo con la ripetizione cognitiva irrazionale fino al suo mostrarsi ‘altro da sé’
Escher sembra che usi come modulo espressivo la ripetizione, in realtà essa contiene un concetto molto più profondo che è la ‘trasformazione’.
Identicamente il KOAN sembra partire da elementi banali del reale che il Maestro usa per scardinare il senso stesso del reale, così da far uscire in modo repentino la consapevolezza da un livello terreno o razionale per balzarla ad un livello trascendente e ultrarazionale.

Un ragazzo ha in mano un cubo impossibile e osserva perplesso questo oggetto assurdo. Pur avendo in mano gli elementi che gli permettono di notare che qualcosa non va, pare non accorgersi del fatto che l’intero Belvedere è progettato su quella stessa struttura.
Escher nel suo primo libro scrive a proposito di quest’opera: In basso a sinistra giace un pezzo di carta su cui sono disegnati gli spigoli di un cubo. Due piccoli cerchi marcano le posizioni ove gli spigoli si intersecano. Quale spigolo è verso di noi e quale sullo sfondo? E’ un mondo tridimensionale allo stesso tempo vicino e lontano, è una cosa impossibile e quindi non può essere illustrato. Tuttavia è del tutto possibile disegnare un oggetto che ci mostra una diversa realtà quando lo guardiamo dal di sopra o dal di sotto. Il cubo di cui parla Escher è noto con il nome di cubo di Necker.
La scala che porta al secondo piano dell’edificio inoltre è contemporaneamente all’interno e all’esterno di esso, cioè si tratta di una scala impossibile.
Il mondo è ciò che vedi. Ma se cambi la prospettiva, avrai un’altra visione.

Molto tempo fa, durante uno dei miei vagabondaggi – scrive Escher – mi capitò di trovarmi in questo campo (la divisione regolare del piano); vidi un alto muro e poiché avevo il presentimento di trovare qualcosa di enigmatico e di sconosciuto, lo scavalcai faticosamente. Dall’altra parte c’era un deserto che attraversai con gran fatica fino a quando seguendo un complicato percorso, mi trovai su una soglia: davanti a me si spalancavano le porte della matematica. Da qui si dipartivano in diverse direzioni molti sentieri ben tracciati e da allora mi soffermo spesso in questo luogo. Talvolta mi pare di aver perlustrato l’intera zona, di averne percorso ogni sentiero e ammirato ogni veduta; poi improvvisamente scopro un sentiero ancora inesplorato e assaporo nuove delizie”.

Mentre disegno mi sento come un medium, controllato dalle creature che sto evocando. E’ come se esse stesse scegliessero le forme in cui apparire. E non si curano, durante la loro nascita, della mia opinione critica e non riesco a esercitare nessuna influenza sulle dimensioni del loro sviluppo. Di solito sono creature difficilissime e ostinate”.

Le case sul mare diventano scatole, perdono via via le loro caratteristiche, si trasformano in semplici cubi, in esagoni e alla fine in ragazzini cinesi.
Sono questi passaggi da una forma all’altra, dalla seconda alla terza dimensione che sconcertano l’osservatore. “Noi non conosciamo lo spazio – scrive Escher – non lo vediamo, non lo ascoltiamo, non lo percepiamo. Siamo in mezzo ad esso, ne facciamo parte, ma non ne sappiamo nulla… Vediamo soltanto sentieri, segni; non vediamo lo spazio vero e proprio”.
C’è qualcosa di molto filosofico nelle incisioni di Escher. E’ come se ci dicesse che, partendo da dimensioni noti possiamo pervenire a mondi ignoti.

I disegni di Escher sono provocazioni che egli crea per affinare la nostra percezione dello spazio, per svelare i limiti e le ambiguità delle nostre capacità percettive.
Se c’è una costante nella sua opera è forse il disvelamento dell’esistenza di più piani del reale, talvolta opposti e inconciliabili, e quindi di molteplici verità.
Escher è stato chiamato ‘Maestro dell’infinito’.
L’infinito, possiamo soltanto immaginarlo e mai sperimentarlo. Il concetto permea il pensiero umano, eppure sfugge alla comprensione: lo si invoca per rispondere a domande altrimenti prive di risposte.
La divisione regolare del piano era per Escher un mezzo per catturare l’infinito. Ma il suo infinito non era mai fisso, era un divenire che conciliava i contrari.

Nel mondo tutto diviene. La stessa cosa sono il vivente e il morto, lo sveglio e il dormiente, il giovane e il vecchio: questi infatti mutando son quelli e quelli mutando son questi”.
(Eraclito)

Qualunque piccola cosa ci venga data, qualunque sia il compito minimo della nostra giornata, anche nella più ripetitiva prigione esistenziale, ci è data l’apertura per una fuga dall’essere immediato per l’essere trascendente. Ma solo il paradosso può rendere questo balzo da ciò che sembra a ciò che è, e non ci forme o parole che possono spiegare o esprimere la trasformazione, il momento di passaggio.
L’impossibile esiste.
Non possiamo spiegarlo.
Ma possiamo sognarlo.
.
http://masadaweb.org

1 commento »

  1. Grazie, Viviana, e complimenti ancora per il blog,
    è difficile trovare un blog che parli con tale onestà, sensibilità, gentilezza e apertura mentale viste le tematiche trattate, come il tuo,
    era chiaro che ci fosse dietro una donna!

    Saluti
    Jacopo

    Commento di MasadaAdmin — marzo 20, 2016 @ 6:51 am | Rispondi


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