Nuovo Masada

febbraio 24, 2016

MASADA n° 1740 24-2-2016 DI MALE IN PEGGIO

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MASADA n° 1740 24-2-20161740 24-2-2016 DI MALE IN PEGGIO

L’orrendo spettacolo sui diritti civili delle coppie gay – Se non nascono più bambini, le responsabilità sono politiche – Tre candidati sindaco a Milano, tutti rappresentanti del capitale – Licenziato per una pipì – Tra poco il referendum inglese sull’Europa – E allora su Banca Etruria a che punto siamo? – Fuga dalla resistenza – Cause della crisi e rimedi secondo Riccardo Petrella – Sei spaventato? Attacco alle pensioni (di Benetazzo) – L’Europa è a rischio di dissoluzione – Le balle sul Jobs Act – Le Curde combattenti – La meglio Europa e la peggio Europa – Se anche il tifo diventa una passione triste – Lettera dei cittadini de L’Aquila ai Romani sulla candidatura di Bertolaso – Ida Magli è morta. La mia generazione si sta estinguendo

CRISTIANI DELLA TESTIMONIANZA E CATTO-BUGIARDI
Aldo Antonelli

Possiamo affermare in assoluta sicurezza che lo spettacolo andato in scena per settimane intorno alla legge sulle unioni-diritti-civili, sia stato tra i peggiori degli ultimi tempi. Una questione che è nervi e sangue per migliaia di coppie omosessuali è stata infatti trasformata in una Torre di Babele fatta di “canguri”, inglesismi e “affidi rafforzati”, capace di sgomentare qualunque normale cittadino. E se a questo si aggiungono i trucchi e gli sgambetti ideati per lucrare un qualche consenso elettorale, il quadro è completo».

Così scrive Federico Geremicca su La Stampa di Torino il giorno dopo il sabotaggio dell’emendamento detto “super-canguro” da parte del Movimento 5 Stelle. In effetti la discussione sulle unioni civili avrebbe bisogno «di limpidezza e di rispetto reciproco, invece d’essere posseduta da convenienze politiche, forzature ideologiche, intolleranze religiose», come lamenta Stefano Rodotà.
Ad accendere gli animi e a dividere all’interno di uno stesso partito, il Pd, c’è poi un prefisso che puntualmente ritorna nel gioco delle parti, quando in Italia si tratta di legiferare su temi sì delicati ma comunque urgenti e che non possono essere lasciati marcire nell’immobilismo del “non-si-tocca”! È il prefisso “catto”! È un prefisso che mi allarma, mi mette in sospetto.
Il grande filosofo Augusto Del Noce affermava che l’aggettivo cattolico unito a una qualsiasi espressione ideologica (liberalismo, nazionalismo, comunismo, modernismo, ecc.) dava un risultato devastante. Il cattolicesimo infatti, usato come aggettivo ma soprattutto come prefisso, tende, da un lato, a sacralizzare la visione ideologica dei problemi con i quali volta a volta si coniuga e, dall’altro, a paralizzare il dibattito silenziando la ragione nella morsa della “non negoziabilità”.
Ora, di fronte a questo stallo, procedurale a livello politico e concettuale a livello ideologico, si rende necessaria una doppia azione…In prima istanza bisogna liberarsi dai continui depistaggi. Attorno al problema delle unioni civili e dell’adozione coparentale si sono voluti introdurre, in maniera capziosa e fraudolenta, il discorso dell’adozione in genere delle coppie omosessuali e il problema dell’utero in affitto. La maternità surrogata, vietata fin dal 2004, viene così evocata per opporsi all’adozione dei figli del partner, penalizzando proprio quei bambini che si dice di voler tutelare e tornando così a quella penalizzazione dei figli nati fuori dal matrimonio eliminata dalla civile riforma del diritto di famiglia del 1975; come i ricorda Rodotà.
In secondo luogo, è necessario andare oltre quel cattolicesimo “italiano” socialmente condizionante, politicamente imponente ma profeticamente fragile, che si abbarbica attorno alla dittatura della tradizione (con la “t” minuscola!), si satura di enfiagione nella difesa della legge (con la “l” minuscola) e distoglie lo sguardo dall’uomo e dalla donna in carne ed ossa che il potere e la storia hanno abbandonato lungo il ciglio della strada e, soprattutto, considera gli uomini e le donne semplici numeri per dimostrare preconcetti teoremi.
Abbiamo urgente bisogno di riscoprire il cristianesimo della Testimonianza che non sventola bandiere, non urla verità astratte, non difende principi assoluti, non frequenta piazze tramutate in barricate.
È indispensabile riprendere una strada coerente con il fatto che si sta discutendo di dignità e identità delle persone, in una Chiesa che fa dell’accoglienza un luogo di rispetto per tutte le “diversità”, «aprendo gli occhi di fronte alle ingiustizie che impediscono il sogno e il progetto di Dio» (papa Francesco).

Viviana
Renzi fin dall’inizio non aveva intenzione di offendere la parte più bigotta dei cattolici. Se avesse voluto dare veramente la parità di diritti agli omosessuali, i modi per imporre la legge li avrebbe usati, come li ha usati in altre circostanze. Inventarsi espedienti per fare la colpa della lentezza legislativa ai 5stelle è stata una mossa vile, che peraltro tutti i media hanno pedissequamente amplificato. Nella sua testa l’intenzione di stralciare le adozioni e votare una legge dimezzata c’è sempre stata. Tutta la faccenda puzza di marcio e di ipocrisia.
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CULLE VUOTE? REPONSABILITA’ POLITICHE
Paolo De Gregorio
Non emergono mai, con chiarezza ed onestà, tutti i fattori che determinano un fenomeno sociale, come quello della diminuzione delle nascite.  Come al solito sono la politica e il Vaticano che fanno confusione, omettono ovvie verità secondo le proprie convenienze, addossano a minoranze, come quella dei gay, colpe che non hanno, se la prendono con leggi civili come divorzio, aborto, contraccezione, unioni civili, contro cui sono in lotta perpetua con tutta la forza delle proprie organizzazioni, “Comunione e liberazione” in testa.
Anzitutto la diminuzione della popolazione italiana, rispetto al suo territorio in gran parte montagnoso, non sarebbe un problema, anzi sarebbe salutare tornare ai 30 milioni di italiani di inizio novecento, ma la questione è un’altra, è il rapporto tra giovani e anziani che si è squilibrato: gli anziani sono in aumento ed i giovani diminuiscono, per ragioni che sono al mille per mille economiche e causate da scelte di politici ottusi, ignoranti, subalterni alle esigenze della Confindustria e del mercato globalizzato.
Al primo posto c’è da considerare la grande conquista spacciata per “civiltà e modernità” che ha precarizzato il mondo del lavoro, ha reso insicure e licenziabili le persone, impossibile avere dalle banche mutui edilizi, e quindi qualunque progetto di famiglia, convivenza, figli, è allegramente saltato e probabilmente i responsabili erano al “family day” a denunciare la crisi della famiglia.
Se poi il 40% dei giovani è senza lavoro, non è colpa di un destino cinico e baro, ma il risultato di provvedimenti politici che hanno elevato l’età pensionabile dai 60 ai quasi 70 anni, lasciando i vecchi al lavoro ed i giovani a spasso o sulla via della emigrazione.
Sono infatti più di duecentomila i giovani che recentemente hanno abbandonato l’Italia, in parte intellettuali di valore, in parte allo sbaraglio, desertificando di nuovo il Sud Italia. Anche qui abbiamo responsabilità precise, inoppugnabili, in quanto le risorse da destinare alla ricerca e quindi all’occupazione di tutti questi cervelli, i nostri lungimiranti politici li hanno destinati a missioni militari all’estero, all’acquisto di bombardieri, all’8 per mille alla Chiesa, al finanziamento pubblico ai partiti e all’editoria, al salvataggio di banche in mano a ladri e piduisti.
Se veramente vogliamo ripristinare un giusto equilibrio tra giovani e anziani, il punto è quello di fare esattamente il contrario di ciò che è stato fatto in questi ultimi anni, ossia dare a tutti i disoccupati un reddito di cittadinanza in cambio di 4 ore di lavoro giornaliero, socialmente utile, portare il pensionamento a 60 anni, abolire il precariato e il Job act, finanziare massicciamente la ricerca, soprattutto nella direzione di rendere l’Italia autonoma per quanto riguarda l’energia (tutta rinnovabile) e sviluppare una agricoltura basata sulla lotta biologica, senza diavolerie chimiche o transgeniche, scelta che salverebbe la vita a migliaia di giovani che oggi si ammalano di cancro per il cibo spazzatura che circola nei supermercati e per le polveri sottili  emesse dalle autovetture, dal riscaldamento con combustibili fossili.
Altro che family day o dare la colpa alla minoranza gay che chiede diritti civili! I killer della famiglia e responsabili della fuga dei giovani sono in politica e in Vaticano e solo una nuova e buona politica può cambiare le cose, e  la  caratteristica più importante deve essere l’onestà e il bene comune.

TRE SUPERMANAGER CANDIDATI A MILANO
Alessandro Gilioli

Fa un effetto un po’ straniante leggere i giornali di oggi, magari mescolando quelli americani e quelli italiani. Perché i primi riportano della battaglia di Sanders contro la “democrazia distorta”, quella dove ci sono solo candidati espressioni dell’establishment economico; mentre i secondi ci spiegano come a Milano a questo punto la corsa a sindaco potrebbe essere fra tre super manager: un ex bocconiano già amministratore delegato degli pneumatici Pirelli, un ex direttore generale di Confindustria, un ex McKinsey-boy amministratore delegato di Banca Intesa.
Tanti auguri a tutti e tre – Sala, Parisi e Passera – ma forse il problemino su cui batte Sanders iniziamo un po’ ad averlo anche noi.
Indistinguibili sotto il profilo tanto dei curriculum quanto delle visioni culturali e politiche, i tre hanno in comune anche la piena appartenenza a quell’uno % che sta sulla punta della piramide della società e del potere. Non solo e non tanto per redditi, quanto per ruolo, per adesione di una vita, soprattutto per rappresentanza di interessi.
Come si sia arrivati a questo – a Milano e non solo – è storia lunga: ha a che fare con la fine della sx storica (con la sua perduta capacità di rappresentare i cittadini comuni, il “99%”) e con un trentennio di egemonia culturale della dx economica; ma ha a che fare anche con la crisi della democrazia nel suo complesso. Zygmunt Bauman spiegava come la sfiducia verso la possibilità che le democrazie possano fare davvero qualcosa per le persone comuni – nell’era dei mercati imperanti – porta a spostare la rappresentanza dalla leadership al management, da quelli che si presentano per fare le cose giuste a quelli che presentano semplicemente promettendo fare le cose bene, esibendo vere o presunte capacità tecniche che tuttavia sono messe al servizio del sistema, dell’establishment, dello status quo economico e politico.
Qui siamo a Milano nel 2016. Ed è interessante vedere come – seppellito anche lì il csx che fino a 48 ore fa sopravviveva come in un villaggio di Asterix – la città esprima questo tipo di realtà, più chiaro lì che in qualunque altrove: con 3 manager politicamente indistinguibili che esprimono la stessa parte della società, l’establishment economico.
Sento parlare in giro di una possibile “lista di sx”, a Milano, e capisco la reazione un po’ pavloviana di far sopravvivere la sx dopo la fine del csx.
Penso tuttavia che fare una semplice “lista di sx” – che poi sarebbe subito invasa e lottizzata dai reduci dei partitini che con i propri errori tanto hanno contribuito a farla sparire, sarebbe solo una legittimazione perdente dei tre top manager di cui sopra.
Servirebbe semmai una lista del basso, contro quei tre che stanno in alto.
Una lista del “99 %”, per usare quella formula imprecisa quanto volete ma chiara.
Che non si attacchi a nostalgismi simbolici né si consoli della presenza dei suoi colori sulla scheda, e che piuttosto tragga linfa, idee, proposte e persone dai tanti ceti economici e dalle tante realtà sociali che a Milano come altrove esistono, e sono appunto il 99 %, tutti più in basso e tutti diversi dal trio di top manager in cima alla piramide che ci vogliono ammannire. Allora sì che Milano sarebbe di nuovo, anziché il villaggio di Asterix, il laboratorio che spesso è stato.

Sauro manda:
LICENZIATO PER UNA PIPI’
A leggere questo articolo mi è scesa la catena.
Ne avevo sentito parlare, casualmente, da RadioUno. Non so nemmeno definire lo stato d’animo che provo dopo un simile articolo. Quasi un pugno allo stomaco, direi.
Ma perché viviamo in un paese così?
Il licenziamento del professore perché fece pipì in un cespuglio. Padre di tre figli, insegnava filosofia a Bergamo. L’episodio risale a 11 anni fa.

Gianantonio Stella
La scure della giustizia, che troppe volte aveva graziato bancarottieri, ladri, trafficanti di droga e truffatori, s’è finalmente abbattuta. Implacabile. Ed ha mozzato la testa a un professore padre di tre figli che undici anni fa, alle due di notte, in un borgo di poche anime, aveva fatto pipì in un cespuglio. Licenziato in tronco. Vi chiederete: è uno scherzo? Magari! Il protagonista di questa storia (meglio: la vittima di questa giustizia ottusamente ingiusta) si chiama Stefano Rho ed è nato 43 anni fa a Lacor, in Uganda, dove il padre e la madre facevano i medici volontari per quella straordinaria organizzazione che è il Cuamm-Medici con l’Africa. Anzi, loro stessi avevano messo su un piccolo ospedale dopo essersi sposati e aver chiesto agli amici, nella «lista nozze», il dono di «22 letti per adulti, 9 lettini per bambini, culle per neonati, lenzuola, elettrocardiografo, microscopio, lettino operatorio…».
La laurea e le prime docenze: rientrato con i genitori in Italia, a Bergamo, Stefano si è laureato in Filosofia alla Cattolica e si è messo in coda, di concorso in concorso, di supplenza in supplenza, per avere un posto da insegnante. Problemi? Zero. Lo dichiara lo stesso «Certificato penale del Casellario giudiziale». Torniamo a scriverlo: «nulla». Undici anni fa però, qualcosa successe. Un episodio così marginale, in realtà, che quasi tutti ce lo saremmo dimenticati. O ne avremmo riso con gli amici: «Pensate che una notte…». È la sera di Ferragosto 2005. Il paesello di Averara, un pugno di case con 182 abitanti in una valle laterale della Val Brembana, ha organizzato per i concittadini e la gente dei dintorni una sagra paesana con un ospite d’onore, un cabarettista di Zelig. Pienone. Al punto che molti giovani, tra cui Stefano e il suo amico Daniele, non riescono a entrare. Gironzolano nei dintorni, e finalmente, sul tardi, un attimo prima che lo stand chiuda, riescono a bere una birra. Poi, come tutti i ragazzi del pianeta, si fermano un po’ a chiacchierare e tirano tardi. Alle due di notte, mentre gli ultimissimi nottambuli risalgono sulle loro auto per andarsene, «gli scappa». Si guardano intorno. La festa ha chiuso. Il paese, salvo un lampione qua e là, è immerso nel buio. Non c’è un bar aperto a pagarlo oro. Men che meno dove stanno, al limite della contrada. Che fare? Stefano e Daniele fanno pipì su un cespuglio. In quell’istante passa una pattuglia di carabinieri. «Ci hanno visto, chiesto i documenti, fatto una ramanzina bonaria rimproverandoci perché secondo loro c’era un lampione che un po’ di luce la faceva e ciao».
Un anno dopo i due si ritrovano imputati, davanti al giudice di pace di Zogno, «perché in un piazzale illuminato adiacente alla pubblica via compivano atti contrari alla pubblica decenza orinando nei pressi di un cespuglio». Duecento euro di multa: «Non abbiamo neanche fatto ricorso e neppure preso un avvocato di fiducia. Ci sembrava una cosa morta lì». Il 2 settembre 2013 il professor Rho, da 14 anni precario come insegnante di filosofia in varie scuole superiori della bergamasca, firma per il Ministero un’autodichiarazione dove spunta la voce in cui dice «di non aver riportato condanne penali e di non essere destinatario di provvedimenti che riguardano l’applicazione di misure di sicurezza e di misure di prevenzione, di decisioni civili e di provvedimenti amministrativi scritti del Casellario giudiziario ai sensi della vigente normativa». Tre mesi dopo, il dirigente scolastico gli comunica che da un controllo è risultato che lui, il professor Rho, risulta «destinatario di un decreto penale passato in giudicato». E lo invita a presentarsi a fine gennaio del 2014 per spiegarsi.
Avute le spiegazioni, il dirigente riconosce che «appaiono plausibili le motivazioni addotte a propria discolpa» e che «se anche il prof. Rho avesse correttamente dichiarato le condanne avute le stesse non avrebbero inciso sui requisiti di accesso al pubblico impiego». Per capirci: a dichiarare il falso, perfino se fosse stato in malafede, non ci avrebbe guadagnato nulla. Anzi. Quindi, «tenuto conto del principio della gradualità e proporzionalità delle sanzioni in rapporto alla gravità delle mancanze», decide di dare al malcapitato il minimo del minimo: la censura. Buon senso. Ma la legge italiana, che riesce a sbattere in galera un trentacinquesimo dei «colletti bianchi» incarcerati in Germania e arriva a scarcerare sicari mafiosi perché ha scordato una scadenza dei termini e non ce la fa quasi mai a processare i bancarottieri prima che cada tutto in prescrizione, decide che no, Stefano Rho non può cavarsela così. E la Corte dei conti, del tutto indifferente al tipo di condanna, che non prevede neppure l’iscrizione nella fedina penale (rimasta infatti candida) né un «motivo ostativo» all’assunzione nei ranghi statali, ricorda alle autorità scolastiche che Rho va licenziato.
Il dirigente scolastico di Bergamo, Patrizia Graziani, prende atto della intimazione dei giudici contabili e dichiara la decadenza «senza preavviso» dell’insegnante, la perdita delle anzianità accumulate negli ultimi anni insegnando con continuità in due istituti bergamaschi, la cancellazione del «reo» da tutte le graduatorie provinciali ecc. ecc.. Il tutto in un Paese dove, per fare un solo esempio fra tanti, i dipendenti pubblici furbetti (agenti di custodia, bidelli, maestri…) che grazie alle clientele politiche riuscirono a farsi piazzare nel Cda dell’area sviluppo industriale di Agrigento (così da avere il trasferimento vicino a casa) sono stati assolti nonostante avessero firmato di loro pugno di avere la laurea (falso) ed «esperienza almeno quinquennale scientifica ovvero di tipo professionale o dirigenziale» o addirittura la «qualifica di magistrato in quiescenza». Assolti! Il che impone una domanda: la legge italiana è davvero uguale per tutti o dipende dal giudice che capita? Non manca, in coda a questo pasticciaccio brutto, il dettaglio paradossale: il professor Rho, che come dicevamo ha una moglie e tre figli da mantenere ed è stato buttato fuori con così feroce solerzia l’11 gennaio da un pezzo dello Stato, era stato definitivamente assunto da un altro pezzo di Stato il 24 novembre. Della serie: coerenze…

CORBIN E L’UE
Viviana Vivarelli

Non ritengo vero che in UK tutti siano contro l’Ue. Non lo è, per esempio, Corbin, il vecchio parlamentare della sx laburista, in carica dal 1983, tenace oppositore della “terza via” di Tony Blair, che si è posto come leader del partito e portabandiera della sua corrente.
Jeremy Corbyn è lo storico esponente del Socialist Campaign Group, la minoranza socialista e di sx del Labour Party che faceva capo un tempo a Tony Benn.
Secondo il Daily Mirror, il gradimento per il parlamentare di Islington Nord sarebbe al 42%.
Per quanto a noi sembri strano, Corbin vuole restare in Europa, conservando certe prerogative. Teniamo però conto che i rapporti di dipendenza dall’Europa dell’UK sono attualmente molto scarsi e anche Cameron si dà da fare per conservare questa autonomia e gestire il referendum per aumentarla. Ma a Corbin piacciono, ad es., le leggi europee di salvaguardia dell’ambiente, degli alimenti, del consumatore ecc.
La posizione di Corbyn è stata resa più solida dal sostegno ottenuto da Unite ed Unison – due delle maggiori associazioni sindacali britanniche – e da quello di buona parte delle sedi locali laburiste. Con la vittoria di Corbyn, il labour si è spostato a sx e diventa un concorrente temibile per le elezioni del 2020. Al momento è il più valido rappresentante della sx occidentale, dopo il tradimento di Tsipras, la nullificazione della sx italiana e l’impallidimento di Podemos.
Loretta Napoleni scrive: “Ad ascoltare Corbin, uno dei più agguerriti oppositori della politica di austerità nel Regno Unito e nel resto dell’Europa, tornano in mente i discorsi di Zapatero prima della sua elezione a segretario del partito socialista spagnolo. Anche Zapatero piaceva alla base del partito perché era una faccia pulita, un leader idealista, un puro, che ancora credeva nei valori di uguaglianza del socialismo, e quindi distante anni luce dal New Labour di Tony Blair che dagli anni Novanta imperversava in Europa. Sicuramente Corbyn piace perché è genuino, pieno delle idee giuste. E come Zapatero non ha nulla in comune con Tony Blair che ha dichiarato che se il cuore del partito è con Corbyn allora c’è urgente bisogno di un trapianto. L’antipatia è reciproca, perché il nuovo leader pare sia pronto a rivisitare il capitolo più oscuro della storia britannica degli ultimi vent’anni: le menzogne fabbricate per invadere l’Iraq. A quel punto il partito laburista potrebbe chiedere scusa agli iracheni e al mondo per quanto è successo. Riuscirà a far rinascere un sano dualismo politico in Gran Bretagna riportando il dibattito politico dentro l’arena delle idee, lontano dai compromessi finanziari, dalle lobby economiche e dai voleri e capricci di Bruxelles? La crisi del debito sovrano, quella scoppiata nel 2010, ha tarpato le ali a Zapatero. A decidere le sorti della Spagna è stata la signora Merkel, i leader europei che pendono dalle sue labbra e gli euroburocrati di Bruxelles che non aspettavano altro; Zapatero come Tsipras non era uno di loro quindi bisognava epurarlo.”
Corbin vorrebbe subito il referendum sull’Ue e ha scritto a Tusk, presidente del Consiglio europea, ponendo 4 condizioni:
-proteggere i paesi che hanno la propria moneta
-rimuovere i regolamenti che ostacolano la competitività e  rendere più facile la circolazione di merci, capitali e servizi
-mantenere la sovranità del Regno Unito
-controllare l’immigrazione e limitare gli abusi della libertà di movimento
Come si vede, i rapporti di un Paese con l’Ue avrebbero potuto essere gestiti diversamente. Purtroppo per noi c’è chi non lo ha fatto.

E ALLORA SU BANCA ETRURIA A CHE PUNTO SIAMO?
Alessandro
– Il 2 febbraio 2015 la Banca Etruria è stata commissariata per “gravi perdite del patrimonio” che sono emerse dagli “accertamenti ispettivi, avviati dalla Banca d’Italia e sono dovute a “consistenti rettifiche sul portafoglio crediti”.
– Che ne è stato dell’ispezione di febbraio 2015, da parte di Bankitalia, alla Banca Etruria di cui il vicepresidente è Luigi Boschi, papà della ministra Maria Elena?
– “Il verbale ispettivo di Palazzo Koch (Bankitalia) contesta anche la violazione delle norme sul CONFLITTO D’INTERESSI: 13 amministratori e cinque sindaci cumulavano 198 posizioni di fido per un totale di 185 milioni di euro.”
“Il procedimento disciplinare della Vigilanza è arrivato al termine solo ora, a valle appunto del salvataggio della vecchia Banca Etruria e della nascita al suo posto di una good bank presieduta da Roberto Nicastro. Le contestazioni sono state già formalizzate agli interessati e a breve dovrebbero essere quantificate le multe.”
Guarda caso, il verbale, ma non ancora le multe, è arrivato dopo che “il Fatto” ha fatto scoppiare il bubbone.
Forse sarà per questo che Renzi denigra “il Fatto”?
E’ uno shock piuttosto brusco scoprire che il babbo etrusco gentiluomo di campagna cela più di una magagna. Il miglior degli aretini, difensor dei contadini e del loro parentado, ha trovato l’Eldorado come boss capocenturia della banca dell’Etruria.
La figliola lo racconta come un uomo privo d’onta e persona assi per bene sulle cittadine scene. Scopri poi che il babbo mito ha purtroppo malgestito della banca le faccende e una gran multa si prende per pagare i propri errori.
Poco dopo viene fuori il rapporto col massone di papà Renzi amicone, tal Mureddu Valeriano, l’uomo che gli dà una mano per conoscere colui che in passati tempi bui aiutò Calvi Roberto quale in bancarotte esperto, il masson Flavio Carboni ospite delle prigioni come gran bancarottiere…Ma il papà pien di virtù è riuscito a far di più: per un grande andirivieni di vigneti e di terreni dei qual corse all’arrembaggio con lo strano personaggio, che a parer del magistrato, è alla ‘ndrangheta legato, fu indagato per due volte.
…Ma non è finita qui. Se la Corte dirà: “Sì, Banca Etruria è, ahimè, insolvente”, papà Boschi. come niente, finirà nella tormenta: bancarotta fraudolenta! Ed allora Maria Etruria, la ministra che si infuria per le accuse al suo papà, finalmente capirà che il suo babbo appare onesto solo quando è buio pesto.”

Carlo Cornaglia
La Boschi ha preso parte, votando, a quella che ha recepito la direttiva Ue sul bail-in.
E dimentica di dire che:
– Nel decreto E’ STATO INSERITO UN COMMA che IMPEDISCE ai creditori sociali l’azione di responsabilità.
– “Un codicilletto sarebbe stato inserito nel progetto di salvataggio delle banche che, casualmente, provvede ad ELIMINARE LA NORMA (vedi art. 4 decreto 161 del 18 marzo 1998) CHE IMPEDISCE, per esempio, ai membri dei cda di banche andate fallite DI POTER RICOPRIRE INCARICHI DIRIGENZIALI in ambito bancario (il riferimento a papà Boschi è del tutto involontario, ovviamente).” E quindi continueranno a ricoprire incarichi nelle banche.
– E non è strano che il procuratore capo di Arezzo abbia una consulenza a palazzo Chigi, e il fatto che un membro del Csm indicato da Renzi, Giuseppe Fanfani, col suo studio difenda un indagato nell’inchiesta di Arezzo?
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FUGA DALLA RESISTENZA
Danilo D’Antonio

Quando, oltre settant’anni fa, la pazzia della guerra per la seconda volta dilagò nel mondo, i popoli di vari Paesi europei reagirono all’invasione, dall’interno e dall’esterno, delle forze che il male aveva scatenato, approntando una resistenza spontanea decisiva per la liberazione. L’immane sofferenza e tragedia del conflitto non fermarono i partigiani a difesa della loro terra e della libertà. Ecco perché ancor più oggi si può solo piangere nel vedere parti sostanziose di popoli che fuggono abbandonando il proprio Paese, la propria terra, i propri cari, nelle mani di gente che, con una follia ch’è sempre eguale, tutto distruggono e tutti uccidono.
Può dirsi rifugiato chi fugge da un Paese perché pecora nera in un intero gregge di bianche … e ben venga in tal caso accolto. Ma quando fette importanti della popolazione lasciano un Paese per incivile incapacità di difenderlo e di ristabilirvi la pace, si ha davanti un fenomeno ben diverso che non può definirsi nemmeno emigrazione poiché quando in casa propria c’è la guerra non si sta emigrando bensì scappando. Non è per mancanza di carità che si dicon queste cose. Nessuno è più in grado di ed ha più diritto a difendere la terra dov’è nato di chi vi è pure vissuto e se l’abbandona non continui poi a piangere se la vedrà colonizzata ed occupata.
Quei diritti che tutti oggi reclamano, in un mantra ch’è della debolezza e dell’irresponsabilità, si fondano soprattutto su quel senso del dovere del quale i partigiani ed altre buone forze si fecero carico. Possa dunque la Storia, ricordandola a chi vede ovunque diritti ma non un solo dovere, essere d’esempio e stimolo a quei popoli che in più parti del mondo fuggono davanti a situazioni certo difficili ma che non possono non coinvolgerli. Questi son momenti che nessuno dovrebbe evitare, non foss’altro perché capisca bene quanto sia importante darsi da fare nei periodi di pace accanto a chi s’impegna affinché democrazia e libertà crescano e si radichino ancor più.
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Lo sai che sai che all’interno di Montecitorio si trova un salone di barbieri riservato ai parlamentari? Mantenerlo è costato finora, ogni anno, 500 mila euro. Il personale adesso verrà ridotto. I barbieri, però, verranno destinati ad altri incarichi e potrebbero diventare assistenti parlamentari, conservando così il privilegio di ingenti stipendi a fine carriera

CRISI OCCASIONALE O STRUTTURALE?
Don Aldo Antonelli

La crisi non è, come pensano troppi, la conseguenza dei furti e/o delle incompetenze.
La crisi è l’approdo finale di un’economia fondata non sul lavoro ma sullo sfruttamento del lavoro. La crisi è interna ad un sistema fondato sull’accumulo di pochi più che sulla distribuzione per i molti. Ogni giorno si martellano i tele-elettori sulle ripercussioni della “crisi”, facendola apparire come una calamità “naturale”, ma ci si guarda bene dal ricercarne le cause, che sono strutturali, ossia connaturate a questo sistema che per comodità chiamiamo “capitalista” (anche se questa affermazione fa drizzare le orecchia a più di qualcuno!).
Ettore Masina ne parla in questi termini: “Si assiste oggi alla tragica crisi di un capitalismo che ha smarrito ogni legittimità e si avvoltola nella violenza di chi considera gli uomini come astrazioni, cifre senza corpi, senza lacrime, senza speranze, senza diritti: e semina sacrifici e iniquità nascondendosi dietro il volto pulito dei professori che governano “senza fare politica” (Ettore Masina su Gentes 6/12).
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GLI STREGONI-GURU SI DIVERTONO MA LE LORO SPIEGAZIONI NON SPIEGANO NULLA
Riccardo Petrella

Nuovo crack finanziario mondiale, peggiore del 2008 e dei precedenti? Crisi eccezionale, per molti annunciata, per tanti altri imprevedibile? Le spiegazioni degli addetti ai lavori e degli economisti guru non spiegano.
Il sistema finanziario è oramai fortemente dissociato dall’economia reale. I valori finanziari concernono alcune decine di milioni di persone, e sono tutt’altra cosa che i valori economici dei beni e dei servizi da cui dipende, invece, la vita di 7,5 miliardi. I valori dei prodotti scambiati sui mercati finanziari sono altamente volatili. I mercati finanziari possono bruciare in un’ora decine di miliardi di euro e l’ora successiva ricrearne altrettanti, in quei luoghi di disordine frenetico e patologico che sono le Borse. I medici-stregoni del capitalismo finanziario parlano in questi casi di “processi di re-stabilizzazione” e di ri-adattamento”, che saranno seguiti prima o poi da nuovi scombussolamenti in un rituale sacrificale dal quale solo i più forti (gli operatori che dispongono di un piatto molto più ricco di averi finanziari) tendono ad uscirne viventi ( e non sempre).
Secondo. Come si fa a costruire un sistema economico mondiale razionale ed efficiente su base di valori che cambiamo non solo al minuto ma al secondo ed al millesimo di secondo? La finanza ad alta frequenza, cioè le operazioni di vendita e di acquisto di prodotti finanziari al millesimo di secondo occupano un posto sempre di più importante nella massa mondiale delle transazioni finanziarie. Che senso ha tale finanza, per di più interamente tecnologizzata (per cui è chiamata “la finanza algoritmica”) ?
Terzo. I valori “creati” dalla finanza sono altamente speculativi e violenti, caso dei derivati. Essi sono predatori perché tolgono la ricchezza agli altri e non sanno cosa siano i diritti umani e sociali e quelli della natura cui tutti noi apparteniamo.
Quarto. La finanza è interamente “liberalizzata” su scala mondiale in mano a soggetti privati e dominata dagli interessi privati. Non v’è più nessuna cassa di risparmio né banca di credito che sia pubblica (non é sufficiente che il capitale sia totalmente pubblico affinché un soggetto finanziario sia pubblico). Né le odierne imprese cooperative e mutualistiche presenti nella finanza possono essere considerate, a parte eccezioni di rilievo, come dei soggetti finanziari pubblici non-statali. Persino la moneta non è più creazione dei poteri pubblici (lo Stato/ la Banca centrale) ma degli stessi operatori finanziari (le banche). Questi sono liberi di muoversi nel mondo intero senza limiti reali. Possono addirittura localizzarsi “legalmente” in paradisi fiscali per non pagare le tasse. Siamo di fronte ad un sistema ad alto potenziale di criminalizzazione.
I poteri pubblici conservano un ruolo importante d’intervento sui mercati con la manovra dei tassi d’interesse, ma le loro decisioni sono essenzialmente reattive rispetto alle decisioni primarie dei mercati. Non v’è buona razionalità in un sistema dove l’interesse pubblico, generale, ben definito nelle carte costituzionali e nei trattati internazionali, non orienta e non guida in priorità l’operare dei membri della comunità. Le nostre società non sono dei branchi di lupi affamati. Come si può pensare che i soggetti privati che mirano alla massimizzazione dei rendimenti a cortissimo termine agiscano razionalmente e con
saggezza al di fuori della loro “razionalità” volubile e volatile guidata dalla bramosia del guadagno il più elevato possibile a breve termine? Il valore della vita è nel lungo termine. Quello del benessere di una comunità umana si misura in anni e in generazioni.
Tutto ciò per dire che:
a) non bisogna cercare di spiegare la crisi finanziaria usando gli stessi criteri analitici e parametri di valore dei gruppi dirigenti al potere;
b) non è cambiando le politiche attuali delle Banche centrali o dei fondi d’investimento cinesi o di quelli specializzati nel settore energetico, né diminuendo il peso dei derivati tossici sui mercati finanziari che si supererà la crisi attuale;
c) la crisi finanziaria attuale è il risultato di un’economia da regole della giungla, incerta, instabile, non- razionale. Essa sarà superata, nel contesto attuale, solo con grandi costi per la popolazione mondiale più debole ed indebolita;
d) quelli che sono preoccupati, e dobbiamo esserlo in tantissimi, della crisi attuale debbono battersi per metter fine al sistema finanziario attuale mettendone fuori legge i principi fondatori e le pratiche predominanti.
Cominciamo, in Europa, con le seguenti misure:
– mettere fine alle transazioni finanziarie algoritmiche al millesimo di secondo;
– eliminare i paradisi fiscali e il secreto bancario;
– chiudere i mercati dei derivati;
– far uscire i fondi di pensione dai mercati speculativi;
– ripubblicizzare le casse di risparmio e le banche di credito per quanto riguarda le attività relative ai beni ed ai servizi essenziali ed insostituibili per la vita;
– mettere dei limiti alla crescita delle banche e ai livelli di ricchezza;
– a livello europeo, eliminare l’indipendenza politica della Banca centrale Europea e ridefinire la politica monetaria e finanziaria dell’UE al servizio dei diritti e della giustizia.
Lista dei sogni? Preferisco questa lista alla potenza pragmatica e predatrice dei lupi affamati che in questi giorni stanno gettando lo scompiglio in tanti paesi del mondo.

State attenti anche voi pensionati: girano voci di ridurre le pensioni di reversibilità.
Si comincia così.

SEI SPAVENTATO?
Eugenio Benetazzo

La paura ci mette in stato di allerta, ci mette nelle condizioni di poter reagire con efficienza e prontezza al pericolo. Anche finanziario. E questo può devastarci psicologicamente e poi anche fisicamente. Pensate a chi decide di farla finita per una minaccia finanziaria: accertamenti fiscali, richieste di risarcimento, perdite improvvise di capitale all’interno dei loro investimenti personali. Avere paura per quello che sta accadendo sui mercati finanziari non solo è naturale, ma  è doveroso. Abbiamo solo l’imbarazzo della scelta per le minacce pronte a colpire i nostri portafogli ed il nostro stile di vita. Proviamo a fare un elenco delle principali minacce oggettivamente ormai innanzi a noi.
La prima è proprio l’Europa. Siamo davanti alla possibile dissoluzione della politica europea: sono troppi i focolai che si stanno autoalimentando, anche nell’Europa cosiddetta virtuosa o teutonica, con in testa il blocco scandinavo. Finlandia, Spagna, Francia, Regno Unito con il prossimo referendum sulla permanenza in Ue, Italia, Portogallo e oggi persino la Germania. Ovunque c’è risentimento contro questa unione politica di stampo farisaico.
La Spagna è da quasi due mesi in stallo politico, forse si ritornerà a votare, di certo anche questo paese potrebbe ritrovarsi a vivere uno scenario politico come quello italiano. L’Ue e l’euro non reggeranno a lungo con una Spagna senza una guida conservatrice, con una Francia prossima polveriera politica e senza una Gran Bretagna come nazione di punta. Aggiungiamoci un’Italia senza credibilità politica, come un paese geneticamente modificato. In peggio.
Il rischio dissoluzione esiste, è stato rispolverato, ne hanno fatto recentemente menzione anche varie autorità europee. Manca la Grecia. Ennesimo episodio infelice di un macabro telefilm che dura da quasi 5 anni. Tsipras forse ha i mesi contati, politicamente si è compromesso e anche bruciato da solo. Tra qualche settimana si ripresenterà per l’ennesima volta l’insostenibilità del debito per i greci: cosa fare e come gestire il tutto. Nessuno lo sa o meglio nessuno se la sente di premere il bottone, perché a quel punto ci troveremmo a vivere uno scenario in stile “War Games”.
In parallelo alla Grecia abbiamo le sorti di quasi tutta l’industria bancaria italiana (con quella tedesca che ha cominciato a tossire). In Italia manca una cabina di regia per il controllo e la supervisione del nuovo attacco speculativo alle banche italiane quotate. Forse anche questa volta si vuole colpire un governo improvvisamente diventato scomodo e non più tanto in sintonia con l’establishment sovranazionale, proprio come avvenne con Berlusconi nel 2011.
La paura funziona”, diceva Churchill. Proprio la paura sul nostro debito sovrano ci ha fatto accettare un colpo di stato, con l’appoggio fazioso di tutta la stampa di sx. Ma ora che l’attacco è diretto a Renzi, stranamente gli argomenti di conversazione rimangono le inutili beghe di partito o le patetiche argomentazioni sulle unioni civili. Nessuno ricorda in tv che l’immobilismo del Governo Renzi ha prodotto una perdita di capitalizzazione del 75% in Banca MPS passata da 2 euro a 50 centesimi nel giro di nemmeno due mesi. Perché MPS è importante, direte voi ? Perché i due miliardi di prestito di cortesia che venne concesso negli anni precedenti alla banca senese, sono stati convertiti in azioni della suddetta banca essendo quest’ultima stata incapace di rimborsare il prestito secondo le tempistiche accordate. I 2 miliardi di azioni MPS che la collettività italiana aveva in portafoglio a fine novembre ora valgono appena 500 milioni. Si tratta di una perdita di 1.5 miliardi di euro in appena 2 mesi.
Facciamo finta che l’Ue scoppi di salute e che l’euro prenderà il posto del dollaro, questo non farà scomparire né il deterioramento cinese e né la crisi di quasi tutti i paesi emergenti, senza ossigeno a causa di una minore domanda di materie prime dalla Cina ed anche di minori profitti dovuti al crollo delle quotazioni delle stesse.
Tra USA ed Arabia Saudita si sta giocando un braccio di ferro su chi rimarrà il più grande esportatore di crude oil. Mi ricorda Highlander: “Ne rimarrà solo uno”. Il prezzo del greggio ai prezzi attuali produce nel medio lungo termine molti più danni ed effetti negativi di un prezzo al barile sopra gli 80 dollari. Vengono infatti a mancare imponenti flussi di denaro sotto forma di investimenti esteri che si riversavano nelle economie avanzate proprio dai paesi esportatori. Non c’è via d’uscita al momento, non esistono soluzioni.
Ecco perché dovete avere paura questo vi terrà costantemente in stato di allerta.
Quest’anno si bruceranno trilioni di dollari per riportare molti scenari in condizioni di equilibrio sostenibile: tanto per darvi un’idea di queste perdite che ci aspettano, considerate che quanto hanno dovuto patire in termini di perdite gli azionisti di Veneto Banca e Popolare di Vicenza durante gli ultimi sei mesi per le vicende che hanno colpito i due istituti bancari ammontano ad oltre il 15% del PIL del Veneto. Denaro e patrimoni che oltretutto non ritorneranno mai. Nel vostro interesse, pertanto abbiate paura, visto che siamo appena solo all’inizio.

LE BALLE SUL JOBS ACT
Alessandro Gilioli

Il Jobs Act ha contribuito a creare solo l’1 % dei nuovi posti di lavoro. Lo la detto ieri Bankitalia, in uno studio della sua Struttura economica.
Eppure da un ano a questa parte i giornali non fanno che elogiare la grande ripresa dell’occupazione dovuta al Jobs Act. Quei titoli erano al 99 % balle: ma la stessa bufala è circolata ovunque, dai talk show a Facebook.
Il leggerissimo aumento dell’occupazione dell’ultimo anno è dovuto a una serie di cause incrociate, esterne e interne, dice Bankitalia. Tra quelle interne, il provvedimento che ha impattato di più è stato quello delle detrazioni fiscali per le nuove assunzioni: una cosa che peraltro qui si dava come probabile sei mesi fa. Peccato che le detrazioni fiscali (che non hanno nulla a che vedere con il Jobs Act, nonostante le due cose vengano spesso dolosamente confuse) siano una misura pro tempore, straordinaria e costosa. Non costituiscono una “riforma strutturale” ma esattamente il contrario: un doping one-shot.
Ce lo diranno gli anni, quindi, quali saranno stati i veri effetti del Jobs Act, vista la sua inutilità sotto il profilo occupazionale. E ci diranno probabilmente la verità: cioè che è servito fondamentalmente a cambiare i rapporti di forza nelle aziende tra datori e lavoratori, a creare un clima più favorevole ai primi intimidendo i secondi, a seppellire il principio di civiltà basilare che se uno fa bene il suo lavoro non lo si può mandare a casa per uzzolo. Insomma è stato un altro metro guadagnato dai più potenti contro i più deboli, nella lotta di classe dall’alto verso il basso. In più, è stata una medaglia di chi lo ha voluto, il Jobs Act: una medaglia da esibire con i potenti dell’economia e dell’Europa che lo sostengono. Ed è stato l’occasione per una forsennata campagna a diffondere la falsa narrazione secondo cui per creare occupazione bisogna peggiorare le condizioni di chi lavora. Del resto, si diceva: 99 % di balle.

LE CURDE COMBATTENTI
DORIANA GORACCI

Se Isis attacca la Siria, perché la Turchia bombarda i curdi siriani, comprese le donne curde che hanno vinto la loro battaglia contro i terroristi Isis nella città di Kobane? Nessuno risponde a questa domanda.
Le donne occidentali non capiscono cosa stia accadendo, stordite dalla paura di perdere il lavoro e magari l’amore, o la vita come è accaduto a Parigi, per mano di un manipolo di vigliacchi. Ogni tanto ci hanno fatto vedere immagini di donne belle senza un filo di trucco, che imbracciano il fucile e ci dicono che l’8 marzo hanno cantato slogan come: “La donna, la vita, la libertà. Eppure è dal 2013 che girano che ci spiegano di queste donne combattenti curde di Siria…e non se ne parla già più, quasi che non esistessero.
Esistono donne come la ex sindaca, Ayse Gökkan che aveva dichiarato a marzo del 2014 ”Il mondo è un villaggio piccolo e tutto può essere avvicinato”.Ayşe Gökkan ha combattuto contro il governo Erdogan che aveva iniziato la costruzione di una rete per dividere la Turchia dal Kurdistan occidentale. La recinzione, che doveva essere lunga 7 km, per ora è ferma a 1,3. “Dietro il filo spinato ci sono le nostre famiglie e i nostri amici, e noi dobbiamo fare qualcosa. Il confine degli Stati non coincide con quello dei popoli. Molte donne che hanno attraversato il confine alla ricerca di medicine per salvare i loro figli, sono morte sui campi minati o sono state uccise dai soldati. Altre aspettano anche giorni, settimane, sedute vicino al confine in attesa che il prefetto conceda loro l’ingresso per poter portare i figli, gravemente malati, negli ospedali. Nei loro villaggi rischiano la vita, nei campi profughi subiscono violenze“.
Ayşe si appella alle organizzazioni internazionali che devono prendere una decisione e intervenire al più presto nel Rojava. La convenzione di Ginevra disegna le linee guida per il comportamento che gli Stati devono tenere in caso di conflitto: “È stata firmata da tutti quegli Stati che si definiscono democratici. Ma dove sono adesso? Perché non intervengono? Il mondo, è un grande territorio comune dove tutti dovremmo collaborare, ha perso l’umanità: continuiamo a voler disegnare confini e costruire muri”.Che ne è stato di lei e la lotta che l’ha vista con tutto il suo paese opporsi così tenacemente?
Mi incontro nel web con foto di donne nella città di Cizre, sotto assedio da parte delle forze dello stato turco, che portano bandiere bianche in un edificio in cui i cittadini feriti restano intrappolati.
Scrive la giovane amica curda residente a Milano, Ozlem Onder: “Cizre, si trova in Turchia al confine con la Siria. Dopo 59 giorni di coprifuoco ne esce così. 59 giorni in cui è stato vietato di uscire dalle proprie case. In cui sono morti civili tra cui bambini, anziani e donne anche incinte. Qui sono state violate tutte le dichiarazioni universali, dai diritti del fanciullo ai diritti umani. Sono state distrutte case, scuole e luoghi di lavoro. Centinaia di migliaia di persone hanno abbandonato la città. Durante il coprifuoco che durava 24 ore su 24 è stato impedito l’accesso alle cure sanitarie. I feriti da arma o schegge non potevano recarsi all’ospedale. I corpi dei bambini morti sono stati conservati nei frigoriferi. I dottori e gli insegnati hanno ricevuto l’ordine di abbandonare la città. L’11 febbraio il ministro dell’Interno, Efkan Ala, ha dichiarato che le operazioni sono terminate, ma che il coprifuoco continuerà. Perché durante i coprifuochi, i parlamentari, le organizzazioni dei diritti umani e della società civile non sono autorizzati a entrare nella città. Questo vuol dire che l’operazione non è finita. Intanto di Cizre rimangono solo macerie e sogni infranti”.
Ed è poi sfogliando una vecchia rivista “per donne” che mi imbatto in immagini di altre donne in una regione nella quale confluiscono i curdi d’Iraq, Siria e Turchia e dove il BDP, il partito della pace e della democrazia, si batte per il riconoscimento di diritti basilari come quello di parlare la propria lingua: il curdo.
E sono scatti meravigliosi di una fotografa iraniana, che a settembre del 2014 aveva rifiutato il prestigioso Carmignac Gestion di fotogiornalismo Award e ha respinto i 50mila dollari al mittente, che è il banchiere privato Monsieur Edouard Carmignac, perché aveva insistito per modificare personalmente le sue fotografie e alterare i suoi testi di accompagnamento. Newsha Tavakolian (nata nel 1981 a Teheran) è una fotoreporter documentarista iraniana che ora vive e lavora a Teheran ed è sposata con il giornalista olandese, Thomas Erdbrink.
Potrei continuare molto a lungo ma temo che poi non ci sarebbe attenzione, perché noi donne abbiamo sempre tanta fretta, anche se non siamo profughe, anche se non scappiamo, anche se nessuno ci insegue e minaccia…
Come dice la canzone di Noemi: “La borsa di una donna pesa come se ci fosse la mia vita dentro“.
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LA MEGLIO EUROPA, LA PEGGIO EUROPA
Alessandro Gilioli

Se c’è qualcosa che nel Novecento ha caratterizzato la miglior Europa è stato il maggiore welfare rispetto a quasi tutto il resto del mondo: salute, istruzione, magari anche casa e sussidi. Certo, talvolta, era solo una concessione alle classi deboli per evitare che queste fossero attratte dal comunismo sovietico; altre volte invece assumeva aspetti clientelari e di scambio, come nei Paesi mediterranei. Insomma era tutt’altro che perfetto: tuttavia ha consentito non solo una lunga crescita economica del vecchio Continente ma anche una condizione di sempre maggior decenza e coesione sociale per milioni di persone. Specie se confrontato con l’individualismo proprio del capitalismo americano o con quello, di indicibile brutalità, della post comunista Cina.
Oggi, si sa, le istituzioni europee traballano: fondamentalmente perché quei sistemi nazionali di welfare sono stati travolti dalla mondializzazione dei mercati e dalla ideologia sottostante, di cui la Ue si è fatta concreta vessillifera. La conseguente divaricazione della forbice sociale e l’impoverimento della classe media hanno portato quindi al crollo di consensi verso l’Europa, poi ai litigi tra i rappresentanti degli Stati ciascuno proteso a un “si salvi chi può” locale, che quindi va a scontrarsi con ogni ipotesi di integrazione.
In tutto questo, forse, l’unica speranza di qualsiasi idea d’Europa è quella di reinventarsi un welfare: federale, universale, senza frontiere.
Bene, quello che hanno firmato l’altro giorno per evitare la Brexit va esattamente dall’altra parte: nella bozza di riforma del regolamento Ue 492 del 2011 si stabilisce che ai cittadini europei che vanno a vivere in un altro Stato dell’Unione, per un certo numero di anni (fino a 7) possano essere negati i servizi di welfare garantiti ai suoi cittadini da quello Stato.
È meraviglioso come le istituzioni europee vadano nella direzione esattamente opposta all’unica che potrebbe rilanciare l’unità culturale, storica, etica e sentimentale dell’Europa.
Ma è meraviglioso anche come nella Ue sia sacra e intoccabile la circolazione di merci e capitali, mentre il welfare si ferma alle sue frontiere interne. Che impongono a ognuno di tornare a essere straniero appena passato il confine del suo vecchio Stato nazionale.

IL NUOVO PARTITO DI RENZI
Alessandro Gilioli
A dicembre 2016 nascerà un nuovo soggetto politico, il partito di Renzi. Ma resta un assordante silenzio sul problema dei problemi della politica italiana, cioè i costi della politica e i privilegi di casta. Ma questi davvero sperano di far tornare a votare gli astensionisti di sx, senza dire niente in merito? Addirittura sperano che costoro entrino a fare parte del nuovo partito da militanti, iscritti, attivisti, dirigenti, senza prima affrontare questo nodo? Non sanno, o fanno finta di non sapere, che la gente è disgustata dai privilegi e dall’arricchimento a dismisura dei politici, dei politicanti, degli occupanti di poltrone?
La politica italiana deve essere liberata dalla corruzione e dal malaffare. Per fare questo bisogna drasticamente ridurre l’elemento fondamentale che alimenta la corruttela, cioè il denaro. E’ impensabile il silenzio su questo punto. E’ anche inaccettabile che, quando qualcuno solleverà il problema, si possa pensare a punti programmatici tipo la riduzione del numero di parlamentari o la chiusura di carrozzoni inutili, o la restituzione di parte della retribuzione (come fanno i 5stelle). Queste cose possono andare bene, ma è assolutamente necessario che al risultato finale si giunga attraverso una drastica riduzione delle retribuzioni (abbattute di un buon 75%) devono rimanere solo per le posizioni politiche più alte, essere del tutto eliminate e sostituite da semplici rimborsi spesa per quelle di base (consigli circoscrizionali e comunali). Gettoni di presenza ragionevoli per tutte le cariche di enti, aziende e carrozzoni vari. Via tutte le pensioni e tutti i vitalizi. Solo così si allontanano gli squali dalla politica. Solo così la politica tornerà ad essere fatta da coloro che hanno passione e spirito di servizio, e non fame di denaro. Solo così si eliminano i professionisti della politica a vita.
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SE ANCHE IL TIFO DIVENTA UNA PASSIONE TRISTE
Ilvo Diamanti

Per molto tempo, il principale motivo di passione, per gli italiani, è stata la politica. L’ideologia, i partiti, i leader hanno coinvolto le persone e suscitato senso di appartenenza. Anche in senso “opposto”. Perché anche l’antipolitica è una sorta di ideologia politica. Su un altro e diverso piano, le passioni pubbliche sono state promosse dallo sport. E, soprattutto, dal calcio. Che ha sempre offerto luoghi, colori e bandiere alle identità personali. Soprattutto e tanto più negli ultimi vent’anni. Da quando Berlusconi è “sceso in campo”. E ha incrociato tifo politico e calcistico. In modo reciproco. Ora, però, questo legame si sta logorando. La politica ha perso credibilità . Più che appartenenza, suscita distacco e indifferenza. Così è rimasto solo il calcio a riscaldare il sentimento degli italiani. Eppure, anche questa passione sembra in declino. Come la presenza degli spettatori negli stadi. Mediamente vuoti, per quasi metà. Ormai si assiste allo spettacolo del calcio sempre più e soprattutto sui media. In televisione. Sulle reti satellitari e digitali. Tuttavia, da qualche tempo, anche gli “stadi” mediali si stanno svuotando. Negli ultimi anni, il pubblico del campionato di serie A, infatti, risulta in calo – costante – in entrambe le pay tv. In egual misura. Fra la stagione 2012-13 e quella 2013-14 il numero di spettatori dei due network, cumulati e considerati insieme, diminuisce, complessivamente, di quasi 10 milioni di unità. Il 3% in meno. In quella successiva, 2014-15, scende ancora di più. Di altri 22 milioni. Cioè, di un ulteriore 6%. Complessivamente, dal campionato 2012-13 a quello 2014-15 – e quindi in tre stagioni – la platea televisiva di Sky e Mediaset Premium si è ridotta del 4% medio annuo e complessivamente di 32 milioni di unità. Naturalmente, le cause di questo sensibile ridimensionamento sono diverse. Alcune riguardano i canali e i media. Faccio riferimento, in particolare, al peso di internet. Che, tuttavia, spiega solo in minima parte un calo tanto rilevante. Le ragioni che dis-incentivano la visione del calcio sulle pay tv sono  altre. Il campionato ha perso, da anni, appeal, insieme a molti campioni. Che sono andati altrove. In altri campionati di altri Paesi. Mentre alcuni protagonisti, amati dai tifosi (ieri Del Piero e Pirlo, oggi Totti, domani chissà…), sono partiti, o finiscono in panchina. Così, l’interesse suscitato dagli incontri di vertice della Premier oppure della Liga ormai è superiore rispetto a gran parte degli incontri che si svolgono nei nostri stadi. Il calcio italiano, invece, appare un mercato in “svendita”. Dove entrano imprenditori americani, thailandesi, indonesiani… Peraltro, il dominio della Juve – da alcune stagioni – ha raffreddato le passioni. Anche se il campionato in corso appare assai più combattuto. Nella prima parte, con la Juve in seria difficoltà, l’Inter ha preso e mantenuto la testa. Mentre, in seguito, la risalita impetuosa dei bianconeri e le ottime prestazioni del Napoli hanno reso interessante la competizione. Che appare ancora incerta e aperta. Visto che, dopo il sorpasso della Juve, una settimana fa, stasera il Napoli potrebbe riconquistare la testa. D’altronde, secondo i dati dell’Osservatorio sul tifo di Demos-Coop (settembre 2015), la Juve è la squadra con il maggior numero di tifosi (35%), il Napoli la quarta (10%), subito dopo le due milanesi.
Eppure il declino degli ascolti non si arresta. Neppure nel campionato in corso. Prosegue e sembra perfino aumentare. Considerando le prime 25 giornate, il pubblico cala di 25 milioni. Certo, alcuni incontri suscitano ancora grande interesse. Pari e talora maggiore – anche se di poco – rispetto agli anni precedenti. La partita di vertice fra Napoli e Juventus, giocata sabato 13 febbraio, nonostante la concomitanza con la serata finale del festival di Sanremo, ha totalizzato 3 milioni 670 mila spettatori. Circa 1 milione e 100 mila di più dell’andata. Peraltro, il declino del pubblico non riguarda la platea di tutte le squadre, considerate insieme. Coinvolge, invece, le principali squadre. Juventus, Roma, Napoli e le due milanesi: dal campionato 2011-12 a quello attualmente in corso (2015-16) perdono tutte ascolti. Dai 9 milioni e 700 mila, fatti osservare dal Milan, a 1 milione, circa, nel caso dell’Inter. Quest’ultima, peraltro, è l’unica squadra ad aver guadagnato in modo significativo, durante l’attuale campionato: oltre 5 milioni di spettatori. Il Milan, d’altronde, paga il declino degli ultimi anni, segnato dal trasferimento dei suoi campioni altrove (soprattutto al Psg). Mentre l’Inter ha beneficiato del campionato di vertice condotto fino ad alcune settimane fa. Perché la classifica, come si è detto, fa ascolti. Ma, al tempo stesso, li può deprimere. Assistere a partite accese, giocate da campioni, in un campionato combattuto ed equilibrato, aiuta. Alimenta l’attenzione del pubblico. Per questo gli incontri di vertice della Premier oppure della Liga suscitano un interesse superiore rispetto a gran parte delle partite che si svolgono nei nostri stadi. Semivuoti. Tuttavia, il calo che si osserva su Sky e su Mediaset Premium – in misura molto simile – suggerisce anche altre ipotesi. In particolare, che il declino del pubblico non dipenda (sol)tanto dall’interesse, ma anche dalla credibilità – molto bassa dello spettacolo e dei suoi attori. Accostati a scandali e sospetti – sempre più frequenti. Un’idea rafforzata dai dati dell’Osservatorio di Demos- coop (settembre 2015). Il 53% dei tifosi ritiene, infatti, che il campionato, rispetto a 10 anni fa, sia maggiormente condizionato dalle scommesse, il 42%: dalla criminalità e dalla corruzione. Per contro, solo il 15% pensa che sia divenuto più credibile. Il 45%: di meno. Così, per citare Spinoza, anche nel calcio è giunto il tempo delle “passioni tristi”. O, peggio, senza passioni. E rischia, per questo, di annunciare un tempo molto triste. Per gli “interessi” (economici) delle società calcistiche e delle reti tv. Ma anche per noi. Perché vivere senza passioni e senza bandiere, politiche e perfino calcistiche: non è un bel vivere.
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Dopo aver vinto il Leone d’oro con “Sacro Gra”, il regista Gianfranco Rosi è andato a Lampedusa, approdo di migliaia di migranti in cerca di libertà, per raccontare una tra le più grandi tragedie umane dei nostri tempi.
“‎Fuocoammare” è l’unico film italiano in gara a Berlino. Al cinema dal 18 febbraio.


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MA DAVVERO FI VUOL CANDIDARE BERTOLASO A ROMA?
LETTERA DEI CITTADINI DE L’AQUILA AI ROMANI
Cari romani,
con questa lettera vorremo cercare di raccontarvi brevemente tutti i danni, le speculazioni e le ingiustizie che ha causato Guido Bertolaso sul nostro territorio: L’Aquila.
Menzogne. Il 30 marzo 2009, una settimana prima del terremoto, Bertolaso organizza a L’Aquila la commissione Grandi Rischi. “Un’operazione mediatica”, come la definisce lui stesso nelle intercettazioni, con lo scopo di “tranquillizzare la popolazione”. Per effetto di questa “operazione” molte persone sono rimaste serene nelle proprie case la notte del terremoto. Bertolaso è attualmente sotto processo con l’accusa di “omicidio colposo plurimo”, mentre il suo vice Bernardo De Bernardinis è già stato condannato in via definitiva. Dopo il terremoto, le menzogne hanno continuato ad essere protagoniste: dalla grottesca idea del G8 – che ha avuto il solo merito di blindare la città e far costruire due inutili strade – alla favola “dalle tende alle case”.
Repressione. Fin da subito dopo il terremoto, Bertolaso, commissario per l’emergenza, ha utilizzato i suoi poteri per ostacolare in tutti i modi la partecipazione e l’autorganizzazione della popolazione, vietando assemblee e volantinaggi nelle tendopoli, trasferendo metà della popolazione in altre città e in altre regioni, e reprimendo ogni tipo di protesta, grazie alla complicità del prefetto e vice commissario Franco Gabrielli (poi suo successore a capo della protezione civile e ora Prefetto di Roma – guarda un po’!). Era vietato discutere del futuro della propria città o paese e fin dalle prime ore dopo il terremoto il territorio è stato completamente militarizzato. Si arrivò anche al paradossale sequestro delle carriole utilizzate per le proteste.
Speculazione. Con le palazzine del Progetto Case e le sue 19 “new town” Bertolaso ha sostanzialmente contribuito alla devastazione del territorio aquilano, occupando circa 460 ettari fuori città (più dell’estensione del centro storico aquilano) e favorendo, grazie alla deroga sugli appalti dovuta all’emergenza, le imprese che hanno costruito tali alloggi ad un costo intorno ai 3mila euro a metro quadro. La Protezione Civile è arrivata perfino ad utilizzare isolatori sismici non collaudati e difettosi (forniti dalla fondazione Eucentre di Gian Michele Calvi), dal costo gonfiato, per cui Mauro Dolce, in qualità di responsabile del procedimento di realizzazione del Progetto Case è stato condannato. Ovviamente sia Calvi che Dolce facevano parte del Dipartimento dei Protezione Civile ed erano vicini a Bertolaso. Anche qui viene da chiedersi dove fosse l’allora prefetto Gabrielli, che aveva il compito di vigilare sulla legalità della ricostruzione. Dopo 5 anni in alcuni di questi Progetti Case antisismici sono crollati i balconi e senza che ci fosse bisogno di un terremoto.
Ipocrisia. Bertolaso aveva creato un modello di Protezione Civile, a servizio del Governo Berlusconi, teso a nascondere dietro la propaganda mediatica le grande speculazioni, come quella di Anemone e Balducci (entrambi già condannati). E’ successo a L’Aquila, nell’emergenza rifiuti in Campania, per i lavori del G8 alla Maddalena, per i mondiali di nuoto proprio a Roma, e in molti altri casi. Era una prassi talmente collaudata che Bertolaso ha perfino cercato di trasformare la Protezione Civile in una S.p.A.! Solo le proteste dei movimenti, in primis di noi terremotati, sono riuscite a scongiurare una simile follia.
Potremmo continuare per ore. Sembra incredibile che la Protezione Civile abbia subito una simile deriva, piegandosi ad interessi affaristici e politici, e ancora più grave facendosi scudo dell’impegno e del lavoro di tanti volontari. Purtroppo questa gente non conosce dignità, come dimostra il fatto che Bertolaso sia oggi candidato a sindaco di Roma e Gabrielli ne sia già Prefetto!
Il nostro è un appello ai romani (e a tutta Italia), questi personaggi appartenenti alla classe politica, che si definiscono come “tecnici” o “bipartisan” in realtà nascondono la peggiore politica, quella che da anni antepone l’interesse dei poteri economici che distruggono e speculano sui nostri territori, a quelli delle comunità che li vivono. La candidatura di Bertolaso per l’amministrazione della Capitale si inserisce dunque a pieno titolo in un trend di lungo e rodato corso.
La questione è indipendente dall’effettiva vittoria, o anche solo dalla concreta competizione elettorale a cui egli prenderà o meno parte. Anzi, l’appeal bipartisan dell’ex capo del Dipartimento della Protezione Civile è indicativo di un metodo di gestione della cosa pubblica, e delle emergenze in particolare, che ha assunto negli ultimi due decenni una portata sistematica e apparentemente incontestabile nel nostro Paese. Questo metodo si basa, appunto, sulla limitazione temporanea dei diritti civili (e non solo), in contesti in cui l’eccezionalità della situazione (catastrofi naturali, disastri ecologici, grandi eventi, ecc.) viene evocata come condizione sufficiente per un esercizio non convenzionale degli strumenti di controllo, di sicurezza e di repressione a disposizione. La generalizzazione e l’estensione indiscriminata di questo metodo è dunque, senza alcun dubbio, una delle forme attuali, se non la principale, del totalitarismo.
In altri tempi esso si presentava con l’aspetto del dittatore e della violenza dichiarata (e per questo, più facilmente identificabile dal punto di vista della lotta politica). Oggi ha la faccia apparentemente innocua del burocrate e dell’operatore di soccorso: in una parola, del tecnocrate – ma la sostanza, non cambia.
Bertolaso, ma non ti vergogni neanche un po’?

Claudio S. Martinotti Doria  segnala:

IDA MAGLI E’ MORTA. LA MIA GENERAZIONE E’ MORTA
Maurizio Blondet

Ida Magli  è scomparsa. Non avrà nemmeno lontanamente gli onori funerari che il Sistema ha tributato ad Umberto Eco. E’ logico: è stata la prima a gridare, inascoltata, che l’Europa burocratica era diventata la prigione dei popoli e stava distruggendo la cultura e la civiltà europee.
Ancor meno è stato onorato Piero Buscaroli, grande giornalista , scrittore, musicologo, caratteraccio. Logico: fu sempre  un sopravvissuto della Repubblica Sociale in territorio nemico. Da giovane praticante,  leggevo  avidamente  i suoi straordinari, originalissimi reportage dalla guerra del Vietnam (per il Borghese); come direttore delRoma di Napoli, rivelò che l’ex ministro Taviani gli aveva ammesso: gli attentati dei “neri” erano organizzati dal ministero dell’Interno, democristiano”. Indro Montanelli al Giornale non si privò della sua penna, nutrita di una cultura magnifica e di una sete offesa di verità, ma, vilmente, gli impose di firmare con uno pseudonimo – Piero Santerno – perché riteneva compromettente il suo vero nome. Era un discriminato, un impronunciabile nel sistema politico della “Libertà”. Da giovane leggevo avidamente “Santerno”, ho imparato da lui che anch’io ero in territorio nemico, senza ordini.
Buoni e cattivi maestri, se ne vanno tutti.
I tre erano della generazione precedente alla mia, gli ottanta-novantenni. Quella che – come ci ha informato l’Istat- sta  morendo in massa: 62 mila nel 2015 più che nel 2014, un’impennata statistica di oltre il 10 per cento, comparabile al 1943, al 1915-18, insomma la mortalità dei tempi delle grandi guerre.
La differenza è che non c’è guerra. Vige da decenni quella che chiamano “pace”:  abbondanza, Europa “unita”, previdenza sociale, società (residuale) del benessere. E a morire sono i vecchissimi, non i giovani al fronte. Perché i vecchi sono sempre più e i giovani quasi non ci sono. Strana “pace”, quella dove una società intera ha cessato di fare figli. In zoologia, sono i selvatici nello zoo a non generare più: la mia generazione si sta accorgendo troppo tardi che questa “pace” è l’altro nome per lo zoo umano?
La mia generazione – quella dei settantenni, nati nella ripresa della natalità del dopoguerra – è quella che ha creato, voluto, queste gabbie. I miei hanno ricostruito. La mia generazione, no.
La rinascita dell’Italia l’hai fatta tu e papà, l’ha fatta la tua generazione, quelli che erano giovani nel ’44, che fecero tanti figli, che votarono per non consegnare il paese ai comunisti assassini; che rimisero in piedi le fabbriche bombardate, e in pochissimi anni   fecero dell’Italia la quinta o sesta potenza industriale, vivacemente competitiva, piena di fabbriche che producevano tutto, acciai e farmaci, idrocarburi, chimica e meccanica, calcolatrici, mobili e navi, ceramiche, carta, auto, seconda in Europa solo alla Germania.
Io – la mia generazione, i baby-boomer – l’abbiamo ereditata, questa società, e come eredi viziati, non siamo stati capaci di mantenerla. Ci siamo lasciti sedurre dalla “rivoluzione culturale”; abbiamo creduto alla “Liberazione sessuale” e alle gioie del “consumismo” e dell’edonismo egoista l’egoismo standard voluto dalla società dei consumi. Abbiamo votato con entusiasmo il divorzio, e poi l’aborto legale: 250 mila bambini in meno l’anno, e dopo quarant’anni, abbiamo il coraggio di stupirci perché ci mancano cinque o se milioni di italiani giovani, e dobbiamo importare giovani dal Nord Africa, come lavoratori di una società in decadenza, che non suscita nei nuovi arrivati nessun orgoglio e nessun desiderio di appartenenza: sfruttati, pagati in nero, certo non ci difenderanno nella guerra prossima ventura. Non sono ”I nostri” figli. Non gli abbiamo consegnato alcun mandato. Voi avete saputo “integrare” i meridionali che venivano dalla gleba, nelle fabbriche di Sesto e di Monza. Noi non abbiamo   alcun orgoglio da trasmettere ai maghrebini, fargli desiderare di essere italiani. E come potremmo? Per la “patria”, abbiamo solo derisioni, e quindi nessun dovere verso di essa. Le nostre istituzioni, l’apparato pubblico che le manovra, sono corrotte e odiose persino a noi; la nostra cultura, l’abbiamo noi stessi abbandonata per la “cultura-standard” di massa, pop e dozzinale. Peggio, non facciamo più alcuno sforzo di quelli che faceste voi, per migliorare voi stessi, i vostri salari e le vostre fabbriche.
Da ragazzo ho vissuto in un’Italia del Nord piena di fabbriche che producevano tutto, e davano lavoro a tutti: fabbriche integratrici, adesso sono scomparse e non è possibile integrare i nuovi arrivati. Come mai esistevano tante fabbriche e sono scomparse? Il segreto lo sapevate, voi della generazione: perché l’Italia veniva dall’autarchia, da tempi dove non ci si affidava al commercio mondiale per comprare in dollari ciò che volevamo, ci si sforzava seriamente – per politica di governo – di avere l’autosufficienza nazionale in tutto. Che significava anche: conservare, ed affinare, “competenze” tecniche ed umane. Voi avete sviluppato le tecniche e insegnato competenze.
Noi, la mia generazione, abbiamo accettato stupidamente il verbo globalista. Perché produrre grano, quando in Australia e in Canada costa meno? Perché fabbricare computer, quando potere comprarli dalla Cina e da Taiwan? Abbandoniamo l’elettronica in cui non siamo competitivi, e concentriamoci laddove abbiamo il vantaggio competitivo: le giacche di Armani, gli stracci di Dolce e Gabbana. Con i soldi  che Armani e i due allegri guadagnano,  ci compriamo smartphone e tablet cinesi.
L’effetto non poteva  essere più ovvio: l’istupidimento generale della società. Perché una cosa è avere lavoratori per fabbricare smartphne e computer, e un’altra per fabbricare pantaloni. Ché poi Armani, le sue giacche le fa’ fare in Pakistan, e qui nemmeno facciamo più i pantaloni.  Come ho già detto un’altra volta, qui dove abito adesso, Corsico, Milano, la Richard Ginori aveva 1800 dipendenti. Adesso è chiusa. La Cartiera Burgo ne aveva 400: sparita. C’erano miriadi di  fabbrichette meccaniche, ossia miriadi di salariati e di specializzati: adesso ci sono dei pensionati e dei supermercati.
Abbiamo anche aderito all’euro; ci liberava della liretta; soprattutto, ci liberava della nostra sovranità nazionale che ci ha sempre pesato per la responsabilità che comportava; l’abbiamo affidata a “l’Europa”, sicuri che avrebbe provveduto ai nostri interessi meglio di noi. Noi come generazione dei baby-boomer, abbiamo fatto questo. Non io personalmente – io ho cercato di oppormi, ho fatto persino lo scrutatore nel referendum contro il divorzio e l’aborto, nelle scuole ero nella minoranza che si opponeva a quelle derive, e nel lavoro mi sono fatto bollare ben bene da fascista. Ancor peggio, mi son fatto deridere ed emarginare  come cattolico, oscurantista, reazionario antisemita, escludere da tutti i posti rispettabili. Però, sinceramente non posso negare la mia corresponsabilità. Come elemento della mia generazione, ne ho condiviso la temperie, mi son lasciato infettare dagli stai d’animo collettivi, sedurre dalle facilità che mi offrivano come liberazione. Alla fin fine, ho divorziato anch’io. E non ho figli.
Adesso questa generazione si appresta ad estinguersi, meritatamente: perché continuare ad esistere, se non ha una vera ragione di vita? Ci siamo liberati di Dio, dai suoi obblighi e dalla patria dei suoi doveri. La liberazione sessuale ci dà le ultime gioie – grazie al Viagra, al turismo sessuale, un’indecenza tristissima di vecchi che se lo possono ancora permettere. Se cerco di sunteggiare il bilancio del nostro passaggio nella storia, devo riconoscere: Mai una generazione ha goduto tanto benessere e sicurezza, e mai ha avuto tanta paura di generare, di impegnarsi fino in fondo e per sempre; mai è stata più insicura della durata della cosa che chiamiamo “pace”. Viviamo fra macerie morali – quelle che abbiamo creato noi stessi – aspettando la fine zoologica. L’impennata di mortalità sta per raggiungerci. Ci sta per raggiungere anche la conseguenza del sistema globalizzato, del capitalismo mondiale – il sistema radicamento sbagliato – che ci aveva promesso il benessere crescente.
Come ovvio, come sempre, la nuova ondata è cominciata negli Stati Uniti. La Federal Reserve di New York ha comunicato pochi giorni fa che gli ultra-sessantacinquenni d’oggi hanno debiti per mutui del 47%superiori agli ultra-sessantacinquenni del 2003, e il 27% di debiti in più per l’auto a rate.   Li riconosco, sono i baby-boomers, sono la mia generazione: coi salari in calo da trent’anni, non hanno rinunciato ai “lussi standard” dell’auto nuova, della villetta. Non potevano permettersela? L’hanno comprata a  debito. Mai una generazione di vecchi si è indebitata tanto per il superfluo; almeno una volta i vecchi riducevano le spese, la nostra generazione – la parte americana –   le ha persino aumentate. A credito.
E adesso, sentite la trappola: il pensionato Sal Ruffin, di Weatherby Lake, Missouri, aveva una bella pensione, 3.300 dollari al mese. Adesso, il suo fondo pensionistico gli ha comunicato: da questo mese, la sua pensione è 1.650 dollari mensili. Sono le gioie del capitalismo terminale: le pensioni in Usa sono private e a capitalizzazione pura, gestite da fondi d’investimento che ricavano i profitti necessari per pagarle impiegando i capitali versati dai soci attivi in Borsa, anzi in tutte le borse mondiali, e in titoli pubblici. Coi titoli pubblici ad interessi zero, le banche centrali che pagano interessi negativi, e le Borse cadenti, i fondi-pensione non sono più in grado di pagarle.
E detti fondi-pensione hanno ottenuto dal Senato e dal governo una legge – il Multiemployer Pension Reform Act – che consente loro, dopo comunicazione al Tesoro, di tagliare i pagamenti pensionistici allo scopo di rimanere solventi. Sono già 400 mila americani ad aver subito il taglio; la mia generazione. Quella della liberazione sessuale, del ’68. La stessa generazione che oltre i 65 s’è indebitata per mutui casa, il 47 per cento in più di quanto facessero i 65 enni di dieci anni prima. Fidando di pagarli con le buone pensioni per cui hanno versato contributi per una vita, e che ora vengono dimezzate. Pensate che trappola. Il 47% degli americani che pur guadagnano 75 mila dollari annui e più – quindi classe media, mica poveri – non è in grado di far fronte a una emergenza che costi 500 dollari.
In Europa l’estinzione della mia generazione, che ha aderito volontariamente a tutti gli errori radicali del secolo, è a questo punto: che ha lasciato tornare il pericolo turco. Come sempre quando l’Europa abbandona la sua identità cristiana. Chi l’avrebbe mai detto? Ci siamo circondati di istituzioni di “sicurezza comune”, NATO, UE, la Turchia nostra alleata, la laicità, la secolarizzazione compiuta (mai più intolleranza religiosa) … e i nostri figli, i nostri nipoti, dovranno forse combattere con le armi l’Islam: e dove sono? Non li abbiamo generati. Combatteranno per noi i maghrebini, i somali, gli eritrei, i siriani che abbiamo accolto – per pagarli meno di noi, in uno spazio senza identità e senza cultura, dove la civiltà è stata rimpiazzata dalla cultura pop?
Ve lo dico perché sento alla radio che fra “le voci della cultura” che, dopo aver salutato Umberto Eco, oggi salutano le unioni civili, sento nominare tal Jovanotti. “Finalmente entriamo in Europa”, ha esultato. Un vero genio, uno che fa’ molti soldi perché è popolare, e molti giovani vanno a quelli che si osa chiamare i suoi concerti. Direte: è un giovane. E’ un giovane di 50 anni che abita a New York, spende lì i milioni che “i giovani” gli danno tanto volentieri.
Così, non sono stato “Il pioniere di una nuova Italia rinata nel mondo”. A 72 anni, mi preparo ad estinguermi con la mia generazione sapendo bene che l‘abbiamo meritato: con un lagno, non con un grido. Scusami mamma, non ce ‘ho fatta. E’ stata anche colpa mia.   Non sono nemmeno sicuro di morire cattolico romano; dei “giovani” alla Jovanotti, sono sicuro.
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2 commenti »

  1. Per quello che dici del clima di questo paese, non credo che sia un problema psicologico. secondo me sono proprio i soldi in tasca che mancano. chissà quante persone a cui piacerebbe andare a teatro, ai concerti, anche più banalmente a un cinema o a un ristorante, sono costrette a rinunciarci non certo per poca voglia, ma per scarse possibilità economiche. se pensiamo che tanta gente rinuncia anche a curarsi quando non ha soldi per pagare gli esosi ticket del nostro sistema sanitario.
    secondo me questa cosiddetta crisi è stata creata ad arte al momento dell’entrata nell’euro. non so in che percentuale siano i lavoratori a reddito fisso rispetto al totale della popolazione, ma è certo che una fetta consistente ha visto praticamente dimezzato il suo reddito e non gradatamente, ma dall’oggi al domani con il giochetto 1.000 lire un euro, quando in realtà erano quasi 2.000.
    tutto poi è venuto di conseguenza, crollo delle vendite, crollo delle vacanze, crollo delle nascite. l’unica cosa buona mi sembra il crollo del tifo, come dice ilvo diamanti. ma su quello credo che abbiano pesato anche tutti quegli scandali che escono fuori a getto continuo sul mondo dello sport, dove pare non ci sia più un angolino pulito, tra combine, droga, intrallazzi di ogni genere. ben venga un pò di sano disamore per questo circo che non ha più niente di sportivo

    Liliana

    Commento di MasadaAdmin — febbraio 24, 2016 @ 8:02 pm | Rispondi

  2. Carissima, la crisi del paese è innannzi tutto, civile, culturale e
    anche economica.
    A questo declino ha concorso una classe politica e impreditoriale che
    pensa solo a soldi, soldi e soldi.
    Tutti i medioevi hanno termine, e anche questo nostro medioevo
    terminerà, ma non non vedremo la svolta.
    mp

    Commento di MasadaAdmin — febbraio 25, 2016 @ 1:15 pm | Rispondi


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