Nuovo Masada

gennaio 23, 2016

MASADA n° 1725 23-1-2016 LA PASQUA E IL CARNEVALE

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MASADA n° 1725 23-1-2016 LA PASQUA E IL CARNEVALE
Blog di Viviana Vivarelli

Ricevo e volentieri pubblico.
Pagine tratte dal libro ‘Mesi Miti Mysteria’, di Guido Araldo, pubblicato da Bastogi Libri, nel mese di novembre 2015.

L’UOVO, IL SERPENTE E IL DRAGO

Era nota la predilezione da parte degli Arlecchini per l’uovo, simbolo della vita che si rinnova. Nei riti del ‘cantar maggio’ o del ‘cantar le uova’ in tempo quaresimale, l’uovo era ed è il dono più comune e più gradito: la sua offerta è un gesto inequivocabile di buon augurio, nella speranza di un buon raccolto, come esattamente accadeva nell’antichità.
La festa celtica corrispondente alla Pasqua e, più ancora, all’equinozio di primavera, era l’Ostera, nel corso della quale venivano offerti alla dea della fertilità tre omaggi: un ramo gemmato, un muschio di lepre e un uovo dipinto di rosso che alludeva al sole, sempre più possente in cielo con l’addentarsi nella bella stagione; il principale regalo per i bambini. È da quest’allegoria, di buon augurio, che trae origine il tradizionale uovo di Pasqua. Ancora oggi in molte regioni dell’Europa Centrale sussiste l’abbinamento di uova e lepre, quest’ultima sovente sostituita dal coniglio.

La lepre, a sua volta, corrisponderebbe a un’antichissima raffigurazione della luna dell’equinozio di primavera, quando comincia a declinare fino a scomparire sugli orizzonti boreali del nostro emisfero. In Alsazia l’appellativo ‘osterahs’ viene ancora usato per indicare la lepre di Pasqua. La festa celtica dell’Ostera è rimasta nella parola inglese ‘easter’, che significa Pasqua.

In merito all’uovo va ricordato che in alcune valli alpine occidentali, dove maggiormente si sono conservate antiche tradizioni, è consuetudine porgere l’uovo come offerta funebre, insieme a una candela. L’uovo come simbolo di rinnovamento, di rinascita, di metempsicosi, d’immortalità dell’anima; la candela allo scopo di fornire al defunto la luce necessaria per addentrarsi nel mondo dei morti.
È perlomeno curioso l’accostamento uovo e serpente, che diventa l’uroboro: il serpente che si morde la coda formando un cerchio e, non a caso, l’uovo si trovava al centro delle tonde ciambelle pasquali!
Orapollo, scrittore egiziano del IV secolo d.C. autore dell’Hieroglyphica: libro scoperto in un’isola greca nel 1419 e subito acquistato da Cosimo de’ Medici, così descrive l’uroboro: «Quando gli Egizi vogliono descrivere il Mondo, pingono un Serpente che divora la sua coda, figurato di varie squame, per le quali figurano le Stelle del Mondo…»

Nell’antico Egitto il dio Kneph, fonte di fertilità per la valle del Nilo, era rappresentato come un serpente con un uovo in bocca: simbologia che si è protratta nei secoli e nei millenni.
In epoca bizantina l’uovo fu sostituito da un uomo e il serpente da un drago, e diventò l’insegna di un reparto di cavalleria corazzata bizantina. Proprio dal vessillo con il drago, quei cavalieri presero il nome di ‘dracones’ (il drago che divora il nemico) ai tempi del dux Flavio Belisario: cavalieri all’epoca famosi, che furono stanziati in Val Padana durante la devastante ‘guerra gotica’ descritta da Procopio di Cesarea (535 – 553 d.C.).
Dai ‘dracones’ derivarono in seguito i reparti di cavalleria dei Dragoni (inizialmente cavalieri armati di archibugio) e derivò anche il toponimo di Dronero, all’imbocco della Val Maira, dove un reparto di cavalieri bizantini corazzati era dislocato.
I Visconti di Milano adottarono quel vessillo come simbolo della loro casata, che in seguito divenne simbolo della città ambrosiana.

Recentemente il drago o serpente è approdato negli schermi televisivi, come ‘logo’ di Canale 5, dove l’uomo divorato dal drago è stato sostituito e ingentilito da un fiore rosso a otto petali che, a ben vedere, è un simbolo antichissimo di armonia cosmica presente in molte raffigurazioni e simbologie medievali.


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(La nave dei folli. Bosch))

ASPETTI MENO NOTI DEL CARNEVALE

A Carnevale ogni scherzo vale.” e, anche, “A Carnevale ogni legge vale“.
Sostanzialmente il Carnevale è la componente caotica dell’uomo che per uno o per più giorni affiora e trionfa sulla sua parte razionale: uno sfogo irrazionale necessario, un abbandono delle regole in una società rigidamente codificata. Una necessità fisiologica percepita a livello d’inconscio, che proprio per questo dove trovare una momentanea esternazione, per quanto caduca.
L’origine del Carnevale è indubbiamente arcaica: lo si potrebbe definire un ‘residuato storico’ persistente nella civiltà occidentale, che traeva origine dalla reminiscenza del Caos greco. Ne sarebbero testimonianza i Saturnali romani e le manifestazioni medioevali dalle caratteristiche inquietanti, organizzate in concomitanza del carnevale, quali ‘il giorno dei folli’ e la ‘festa dell’asino’. Ai Romani le feste note come i ‘Saturnali’ si prospettavano come momenti di follia collettiva o, più precisamente, come ‘gaudium semel in anno’ (allegria una volta all’anno) liberatorio di energie singole e collettive altrimenti incontrollabili.

Esattamente come accadeva nei carnevali medioevali, anche nei Saturnali
era contemplato il ‘giorno dei folli’ in cui le regole sociali venivano alterate: il mondo, insomma, si rovesciava. Ecco riaffiorare l’allegoria del Caos: un momentaneo stravolgimento dell’armonia cosmica, determinato dal ribaltamento dei valori tradizionali.
In tempi passati il popolo si esaltava, si eccitava per la palese alterazione del mondo in cui era costretto a vivere. L’allegria si faceva contagiosa, mentre le autorità istituite, poco importava se laiche o ecclesiastiche, per un giorno volgevano lo sguardo da un’altra parte. I balli sfrenati, le acclamazioni fittizie del ‘princeps’ nei Saturnali e dei ‘re’ e delle ‘regine’ nel Carnevale, scelti bizzarramente per un giorno, di solito tra gli strati più bassi della società, i rituali dissacranti, se non blasfemi, favorivano una sorta di liberazione corale che l’autorità istituita tollerava, consapevole di non poterla reprimere per tutto l’anno.
Il ‘dies principis’ dei Saturnali corrispondeva al solstizio d’inverno: il momento in cui gli schiavi acquisivano la libertà per un giorno e, addirittura, potevano impartire ordini ai loro padroni; tenendo però presente che, finita la festa, avrebbero pagato le conseguenze di gesti eccessivamente audaci. Il princeps veniva solitamente sorteggiato secondo eccentrici rituali, proprio come sarebbe accaduto in seguito ai ‘re’ e alle ‘regine’ dei carnevali medioevali: usanza protrattisi fino all’epoca barocca e illuministica. In base alle
scarse testimonianze pervenutaci, il princeps indossava una divisa regale, solitamente sgargiante, preferibilmente rossa, che rievocava il dio Kronos – Saturno custode dei semi nella terra, prossimi a sbocciare in primavera.


(Pietro Brueghel)

Nel Medioevo in area francofona e germanica ‘la festa dei folli’ si spingeva a esagerazioni estreme; come il conferimento a uno schiavo ribelle, se non a un criminale, delle insegne del comando, seppure per poche ore, con tutto quello che ne conseguiva; salvo poi, in alcuni casi, eseguire la condanna a morte dello stesso schiavo o del criminale, quando la festa era finita. A questo punto ‘l’ordine’ s’imponeva nuovamente sul caos, ristabilendo l’armonia delle istituzioni e delle tradizioni, per un altro anno.
I Saturnali, come attestato dal loro stesso nome, erano festeggiamenti organizzati in onore del dio italico Saturno, per certi versi l’equivalente del greco Kronos: il dio del tempo che divora implacabile le ore e le stagioni, figli compresi.
Nei giorni antecedenti il solstizio d’inverno il dio Kronos – Saturno, signore del tempo, rievocava la mitica età dell’oro in cui sarebbe vissuta l’umanità in un’imprecisata epoca remota, nella speranza che questa favolosa età felice tornasse ad affacciarsi sul mondo. I Saturnali si svolgevano tra il 17 e il 24 dicembre, periodo che corrisponde alle giornate più corte dell’anno, e si configuravano come ‘festeggiamenti in attesa dell’avvento del solstizio’, della rinascita del sole che il 25 dicembre riprendeva ad allungare il suo cammino in cielo: Solis Invicti dies natalis. Ecco, inequivocabile, l’origine del Natale!
I Saturnali in ambiente cristiano corrispondono agli ultimi giorni dell’Avvento: il tempo liturgico trascorso in attesa della nascita del Messia.

Ai Saturnali si assommavano i Brumalia, nei quali non era soltanto commemorato Saturno, ma venivano coinvolti Cerere (Demetra) e Bacco (Dioniso): la dea del pane e il dio del vino, in previsione di un anno ricco, caratterizzato d’abbondanti raccolti.
In merito a Demetra e Dioniso, ‘i signori dei Brumalia’, vale la pena ricordare che a queste due ataviche divinità, micenee se non minoiche, erano dedicati il pane e il vino: simboli che riaffiorarono inequivocabilmente nella ritualità cristiana. A mediare questa traslazione furono probabilmente i riti misterici di Eleusi, focalizzati anch’essi sulla simbologia del grano e del vino, con l’aggiunta di un viaggio iniziatico negli inferi, prima di emergere a ‘riveder le stelle’.
Dioniso, diversamente dal banale Bacco, non era soltanto il dio del vino e dell’ebbrezza, ma della forza della natura incontrollabile, irrazionale, soggetta a leggi inalterabili. La stessa legge che spinge i frutti a maturare, le giovani coppie ad abbracciarsi e anche i vulcani a eruttare. Forse non è un caso se Dioniso non era gradito sull’Olimpo, proprio per questa sua irrazionalità ingestibile. Gli Dei lo preferivano in giro per il mondo con il suo carro trainato da bestie feroci, colmo di cornucopie, attorniato da sileni e satiri ubriachi,
lascive baccanti e invasate menadi.
È noto che durante i Brumalia e i Saturnali venivano uccisi i maiali, importante fonte di sostentamento nel periodo invernale, e si tenevano grandi riti purificatori nei granai; inoltre, era spillato il primo vino.
L’augurio più ricorrente durante i Brumalia era: “Vives annos!” (Vivi per anni!). Un augurio
particolarmente pertinente dopo l’introduzione del calendario giuliano, che stabilì l’inizio dell’anno alle calende di Giano, ovvero il primo di gennaio.
In epoca bizantina le feste dei Brumalia e dei Saturnali duravano addirittura un mese dal 24 novembre al 24 dicembre: parallele al periodo dell’Avvento cristiano, ma occasione di banchetti e festeggiamenti accompagnati da brindisi benaugurali per le sementi nei campi, più pagani che cristiani. Per questo motivo l’imperatore Giustiniano le abrogò d’imperio.
Durante i Saturnali i commensali si auguravano reciprocamente benessere e prosperità, e accompagnavano quegli auguri con le strenne: i regali. Esattamente come avviene ancora oggi; anzi, nella società contemporanea questa antichissima tradizione si è trasformata in un’importante occasione commerciale.
Ai tempi dell’antica Roma durante i Saturnali le strade erano percorse da imponenti e chiassose processioni al seguito del princeps, nelle quali la convivialità poteva acquisire aspetti orgiastici: in realtà erano rituali popolari di buon auspico per l’anno nuovo, soprattutto per quanto riguarda la salute e i raccolti.
Occorre però tener presente che nei Saturnali, per quanto irriverenti e lussuriosi, la connotazione religiosa era prioritaria rispetto a quella di una festa fine a se stessa.
Nei primi giorni dei Brumalia, alle Idi di dicembre, si credeva che le divinità del sottosuolo, ctonie e telluriche, molte delle quali di origine etrusca, emergessero dalla terra ormai assonnata e vagassero in corteo per le necropoli o lungo le strade disseminate di sarcofaghi. Era pertanto opportuno propiziarsele con doni: così, quando sarebbero tornate nel sottosuolo, si sarebbero ricordate degli umani e avrebbero protetto le sementi, soprattutto in occasione delle micidiali gelate primaverili, favorendo un buon raccolto.
Per quanto riguarda la Grecia antica, le feste dionisiache, note come antesterie, corrispondevano ai Saturnali, ma erano organizzate in occasione dell’equinozio di primavera, con l’allestimento di un fastoso carro alludente all’armonia del cosmo instaurata dal dio Kronos, dopo il caos primordiale.
In questo caso l’origine è ancora più antica.
È noto che a Babilonia si teneva un’analoga processione concomitante con l’equinozio di primavera, quando cominciava l’anno nuovo: una cerimonia religiosa ma anche orgiastica che rievocava la lotta di Marduk, dio dell’armonia cosmica, contro il drago Tiamat, simbolo del caos primordiale. In questa lotta il dio Marduk, salvatore dell’umanità, moriva ma risorgeva dopo tre giorni sotto la luna piena di primavera e, non a caso, le cerimonie equinoziali a Babilonia duravano tre giorni. In quel maestoso corteo sfilavano i carri
del sole, della luna e dei segni zodiacali (ecco l’origine dei carri allegorici), attestanti il divenire del tempo e l’armonia intrinseca nel cielo. Questa festa era nota come l’Akitu e si trattava di una solenne cerimonia propiziatoria per un anno dagli abbondanti raccolti e di benessere.
Anche nella festa equinoziale babilonese i festeggiamenti consentivano una libertà sfrenata, inconcepibile in altri momenti dell’anno, con il momentaneo capovolgimento dell’ordine sociale e morale.
Lo storico delle religioni e maestro d’esoterismo, il rumeno Mircea Eliade, annotava “I Saturnali e le orge che li caratterizzavano denotano elementi tipici connessi alla fine dell’anno e all’attesa dell’anno nuovo: un momento di passaggio mitico dal Caos alla Cosmogonia”.
Le feste carnevalesche diffuse presso i popoli indoeuropei, mesopotamici e anche in altre civiltà racchiudono una valenza purificatoria e dimostrano il bisogno profondo di rigenerarsi periodicamente, abolendo il tempo trascorso e riattualizzando la Cosmogonia”.
L’orgia connessa ai riti Saturnali è una regressione nell’oscuro, una restaurazione del caos primordiale che, in quanto tale, precede ogni creazione e l’anno nuovo corrisponde sostanzialmente a una nuova creazione”.
A livello cosmologico l’orgia corrisponde al Caos…”.
Nell’orgia era insito lo sconvolgimento delle convenzioni sociali, come lo schiavo promosso padrone o come il giullare che diventa re.
I riti babilonesi, le antesterie greche, i saturnali romani, il carnevale cristiano traggono origine dalla stessa rievocazione cosmica: la ciclicità della natura, il rincorrersi degli anni e, anche, il principio del caos e la fine cosmica, ora individuata nel diluvio universale ora nell’apocalisse, ma con successiva rinascita.
Per quanto i cristiani avessero maturato un giudizio profondamente negativo verso il paganesimo, il subconscio o, se si preferisce, l’archetipo collettivo non fece tabula rasa del passato, come avrebbe preteso la nuova teocrazia dominante il mondo, e accadde così che molte tradizioni ancorate all’inconscio collettivo lentamente riaffiorarono. Come già ribadito, si trattò di un processo di riappropriazione culturale lento e progressivo, ma inarrestabile.
L’usanza delle maschere carnevalesche è molto antica. Lo scrittore romano Lucio Apuleio nell’XI libro delle Metamorfosi riferisce che nell’ultimo giorno dell’anno, consacrato alla dea Iside (alla quale era connesso il mito di rinascita del fratello Osiride, l’anno nuovo) Roma era percorsa da cortei mascherati al seguito di un uomo camuffato da caprone, noto come Mamurio Veturio, percosso con fronde. Il nome Veturio lascia trasparire un’origine sabina di questa usanza, e il personaggio animalesco corrisponde all’anno vecchio espulso dalla città, per far posto all’anno nuovo.
A proposito delle maschere, val la pena di segnalare che sovente racchiudono profondi significati apotropaici: chi le indossa assume le caratteristiche dell’essere ‘soprannaturale’ o ‘bestiale’ rappresentato dalla maschera. Se poi la maschera raffigura uno scheletro, ecco affiorare l’allegoria delle anime dei morti che tornano a visitare i vivi. Ma in alcune maschere c’è dell’altro: le deformità tipiche della bestialità sono legittimate a manifestarsi e possono essere esteriorizzate in concomitanza del Carnevale. Si può supporre che le maschere ‘bestiali’, se non ‘demoniache’, quasi sempre scelte in piena libertà, lascino pubblicamente trasparire la vera natura profonda di chi le indossa, senza la minima consapevolezza da parte dell’interessato e dello spettatore. In tal caso la maschera, che dovrebbe occultare il volto esteriore dell’individuo, finisce per palesare il suo vero volto interiore.

Nel ‘giorno dei folli’, concomitante all’elezione del ‘re’ e della ‘regina’ del Carnevale, la festa diventava particolarmente irriverente, alla quale, in molti casi, anche il basso clero diventava partecipe di atteggiamenti sconvenienti, disdicevoli e scurrili, prendendo di mira le stesse autorità, soprattutto le gerarchie ecclesiastiche. Accadeva addirittura che la liturgia fosse ribaltata e dissacrata.

Diversa e più inquietante ‘la festa dell’asino’, nel corso della quale un asino veniva introdotto in chiesa, dove gli era riservato un posto d’onore, persino di fronte all’altare, per ricevere attestati di devozione in un clima d’ilarità generale. In un simile contesto le forze brute della natura, simboleggiate dall’asino, soppiantavano gli stessi santi. Parodie sacrileghe, straordinarie in un’epoca di generale intolleranza, costituivano un momentaneo ribaltamento della società, salutare all’intera società.

Nei bestiari medioevali la figura di questo docile e umile animale acquisiva valenze stereotipate negative; non a caso era ed è presente, in contrapposizione al bue, nell’ambientazione del presepe, dove il bue e l’asinello simboleggiano rispettivamente le forze positive e negative della natura. Per certi versi lo stesso Gesù in groppa all’asino nel suo ingresso trionfale a Gerusalemme allude al trionfo terreno delle forze malefiche: un trionfo caduco e fuorviante, poiché il vero regno del Salvatore non è di questo mondo.
Più pertinente, il racconto dell’asino d’oro (asinus aureus), meglio noto come ‘Le Metamorfosi’, dello scrittore Lucio Apuleio (II secolo d.C.), artefice del primo romanzo a noi pervenuto: un romanzo esoterico, parallelo per certi versi a Pinocchio. In questo romanzo il personaggio regredisce da uomo a bestia, similmente a Lucignolo di Pinocchio, in seguito ad una magia finita male. E in quale bestia lo sventurato s’incarna? In un asino! Con tutte le valenze negative che lo caratterizzano. Soltanto dopo molte peripezie,
alcune veramente scurrili, se non sconce, l’incauto Lucio rinasce uomo, come Pinocchio che da burattino diventa bambino. La metamorfosi avviene tramite l’ingestione non casuale di una ghirlanda di rose consacrate a Iside. A questo punto, come non ricordare che durante ‘la festa dei folli’ i partecipanti indossavano un copricapo dalle lunghe orecchie, che evocava quelle dell’asino?

Il Carnevale era una festa ‘caotica’, proveniente da tradizioni ancestrali e sussisteva in essa una teatralità oggi perduta.
Nel tardo Medioevo e soprattutto in epoca rinascimentale si cominciò a contenere e poi sopprimere le manifestazioni più lascive, irriverenti e grottesche. Accadde allora che si assistesse a un ‘rigurgito’ della stregoneria e della negromanzia.
Nel Rinascimento, considerato un periodo radioso dell’intelligenza umana, si verificò un’autentica espansione della stregoneria in dimensioni precedentemente ignote. Nel contempo andavano affievolendosi ataviche feste triviali, grasse e grossolane, per loro stessa natura innocue e per lungo tempo tollerate. Sempre di più affioravano deliranti ‘sabba stregoneschi’, dove tutto avveniva ‘al rovescio’, per certi versi come nel ‘giorno dei folli’, ma ormai privi dei Landmark che sostanzialmente li delimitavano.
Al posto delle grottesche processioni medioevali, fiorirono eleganti processioni: a Ferrara i carri noti come ‘i trionfi’, rievocanti i Tarocchi; a Firenze le processioni con i canti carnascialeschi invitanti alle danze. Il fenomeno ebbe una tale diffusione che lo stesso Lorenzo il Magnifico si cimentò nella composizione di uno di questi canti: ‘Il trionfo di Bacco e Arianna’.

(Mantegna)

A Roma, invece, si tenevano la ‘corsa dei berberi’ ovvero dei cavalli arabi, e ‘la gara con gli zoccoletti’ durante la quale, dopo il tramonto, i partecipanti cercavano di spegnere reciprocamente i ceri accesi che tenevano in mano.

Nella società contemporanea, sempre più identificabile nel villaggio planetario, queste profonde tracce del passato, per quanto anacronistiche, affiorano saltuariamente in maniera non più codificata, con caratteristiche caotiche, sconfinanti nella superstizione.
Lo stesso Carnevale, che spudoratamente s’inoltra sempre di più nella Quaresima, va progressivamente perdendo i suoi caratteristici tratti psicologici, culturali e sociali, riducendosi a triste e monotona esibizione di maschere tra carri allegorici ridondanti di musica, dove lo sballo individuale, a cominciare dall’ubriacatura, subentra alla gioia collettiva, ridotta a pura facciata. Come negare che, a parte i bambini, il Carnevale non suscita più l’interesse delle folle e si è ridotto, laddove persiste, a puro evento turistico?
Di fronte all’attenuarsi dello ‘sfogo’ insito nell’antica carica ‘anarchica e caotica’ collettiva, il disordine si va spalmando su tutto l’anno e in tutto il mondo. Il caos soggettivo e collettivo sembra assumere progressivamente una diffusione spaziale e temporale dilagante: ne è un esempio la progressiva decadenza dei programmi televisivi, dove il ‘carnevale’ è quotidiano, senza nessuna decenza di ‘quaresima’ alternativa.
Molte feste religiose, un tempo importanti appuntamenti annuali, sono scomparse. Molte di esse, non soltanto feste religiose, sembrano aver smarrito la propria identità, riducendosi a simulacri di ciò che erano in passato: prive di ‘senso estetico’ e del pathos che le permeava, ridotte a mera funzione commerciale.
Siamo di fronte a profonde trasformazioni, per la verità assai poco rassicuranti. Da un secolo il mondo sta cambiando sempre più vertiginosamente, come mai è successo in passato, a tutte le latitudini e longitudini. Questo mondo nuovo di ‘randagi senza radici’ si va caratterizzando progressivamente in un sinistro ‘carnevale perpetuo’ senz’anima, che richiama, sotto molti aspetti, gli ultimi tempi dell’impero romano.
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IL BAL DO SABRE
Un ballo non necessariamente connesso al carnevale è il ‘bal do sabre’, anche se solitamente si svolgeva nel periodo carnevalesco proprio per gli ancestrali retaggi che lo collegano all’inizio della primavera.
Le danze armate sono retaggi antichissimi, risalenti all’origine della civiltà e presenti un po’ in tutte le culture. Sussistono echi di danze armate precristiane propedeutiche alle battaglie o commemorative di scontri vittoriosi; più ancora di riti agresti propiziatori di una buona stagione agricola.
Il bal do sabre era una tradizione che coinvolgeva la Provenza, il Delfinato, il Piemonte e al Ponente Ligure, similmente alla pittura gotico – provenzale del XV secolo, diffusa in cappelle e chiese. Un’area peculiare europea estesa sulle Alpi Occidentali, con i territori circostanti.
In provincia di Cuneo si hanno testimonianze del bal do sabre a Bagnasco in Valle Tanaro, a Briaglia, villaggio prossimo a Mondovì; a Castelletto Stura, non lontano da Cuneo, e a Limone Piemonte; con varianti, ovviamente, da paese a paese.
Pur trattandosi di una ‘danza armata’, l’uso della spada acquisisce un valore simbolico e non viene usata per simulare combattimenti, ma per collegare le evoluzioni dei danzatori. Quattro le figure predominanti: la rosa di spade ingegnosamente intrecciate per innalzare il condannato; il cerchio, la treccia e la catena che si formano e si dissolvono al ritmo cadenzato del tamburo. Figure che alludono al fluire del tempo, alla vita e alla morte, alle stagioni che si rincorrono, al figlio che subentra al padre…
Il bal do sabre era tradizionalmente composto da 12 danzatori, con campanellini appesi a grandi cappellacci; più vari personaggi che differiscono da luogo a luogo: il Giullare o Arlecchino che solitamente si configura come il capo del corteo, il Senatore scortato da uno o più arcieri, i Mori, il Tamburino e svariati suonatori di violino, fisarmonica, ghironda, flauto… In alcune varianti il bal do sabre si concludeva con ‘il processo ad Arlecchino’, accusato di tradimento dai Mori e processato dal senatore. Condannato a morte, Arlecchino compilava il suo testamento protestando la propria innocenza: testamento letto Pubblicamente.
Ma, dopo essere stato giustiziato, Arlecchino riappare e torna festante in scena: un riferimento palese alla natura che si rinnova all’inizio della primavera.
Non a caso i danzatori sono dodici, come i mesi dell’anno, e dodici i nastri che si intrecciano alla fine della danza attorno all’albero. L’abbondanza dei colori rimanda al risveglio primaverile. La partecipazione del Giullare o Arlecchino, con un atteggiamento palesemente burlesco, ricorda che nessuno ha facoltà di domare il destino imprevedibile; ma il buon’umore e la tenacia, tipici delle genti contadine, aiutano a vivere meglio, a sopravvivere con dignità.
Ai significati benaugurali del bal de sabre si sono assommati ricordi traumatici di remote scorrerie saracene, arabe, moresche, turche. Ecco motivata la presenza dei Mori nel corteo, a volte di scorta al condannato, altre volte incatenati, altre volte delatori.
A Castelletto Stura sembra che il bal do sabre abbia un riferimento storico preciso: un’incursione di pirati barbareschi sbarcati probabilmente alla ‘baia dei Saraceni’ nel 1539. Dopo aver devastato il sovrastante borgo bizantino di Varigotti, osarono spingersi nell’entroterra superando la Colla di San Giacomo. Favoriti dalla sorpresa, dilagarono nei territori dell’Oltregiogo dei Marchesi Del Carretto: un’incursione fulminea, in cerca di saccheggi e stupri. Sull’onda della facile razzia, evitando castelli e borghi fortificati chiusi a riccio, senza incontrare resistenza arrivano fino a Castelletto Stura, alle porte di Cuneo.
Qui, in un assalto notturno, s’impossessarono del vecchio castello in località Ruset, sterminandone gli occupanti; poi, all’alba, minacciarono di dar fuoco al paese se non avessero ricevuto 3.000 ducati d’oro e 12 giovani fanciulle carine da trascinare via come preda di guerra, da stuprare a piacimento. Era il 3 luglio: il grano era stato mietuto. Un certo Revello, contadino che stava lavorando in un campo tra i covoni, disperato poiché gli stavano portando via la figlia, affrontò un moro con la falce da grano e lo uccise. Immediatamente la popolazione lo seguì, legando falci e roncole sulle pertiche, improvvisando alabarde: sopraffecero i Saraceni e decapitarono il loro capo che si chiamava Selim. In commemorazione di quella leggendaria ‘cacciata del turco’ furono allestite due rappresentazioni, che durarono nei secoli: il ‘Regiment di Spiantà’,
rievocante l’aspra battaglia, e il Bal do sabre, che festeggiava la vittoria.

A Bagnasco il bal do sabre rimanda a un’invasione più antica, che non fu soltanto una scorreria: lo stanziamento dei Saraceni in Val Tanaro nel IX secolo, giunti dalla località provenzale di Frassineto, presso Saint-Tropez. Anche a Bagnasco la riscossa sarebbe stata guidata da un contadino del luogo: un certo Protasio Gorrisio. Scintilla che avrebbe avviato la liberazione e riconquista dell’intera vallata da parte del mitico marchese Aleramo.

L’ORSO DELLE ALPI MARITTIME

Sulle Alpi Marittime si hanno notizie di cortei carnevaleschi con la presenza degli orsi: Uomini coperti di paglia di segala, goffamente ciondolanti, dotati di artigli protesi minacciosi. Erano tenuti al guinzaglio con corde o catene da r’imperatur (il re del carnevale), nel quale si può ravvisare l’autorità costituita, che si distingueva per un cappellaccio dalle larghe falde, impreziosite con cocci di vetro colorato. L’orso allude alla
fine del letargo invernale (il lungo gelo prossimo a essere addomesticato dallo zefiro primaverile), ma anche alla forza della natura prossima a ridestarsi. Ormai la luce del giorno comincia a prevalere sulla notte.
La tradizione dell’orso di carnevale persiste tuttora nel paese di Valdieri in Valle Gesso, dove uomini con il volto annerito, coperti di paglia di segala, si aggirano nelle strade: spaventano i bambini, fuggono da chi finge di catturarli, importunano le donne, evitano l’acquasanta d’improvvisati frati esorcisti. Una fuga di breve durata, poiché la corsa dell’orso ben presto rallenta, si fa debole come l’inverno prossimo a finire e che
ormai non fa più paura.
Euclide Milano, ricercatore storico della città di Bra, annotava che «Il carnevale a Valdieri era un tempo molto complesso e comprendeva: una pubblica abbuffata di gnocchi, l’elezione degli Abbà, il taglio della testa d’un gallo, il testamento del Carnevale prossimo a finire sul falò e l’irruzione della Quaresima».
Durante l’ultimo ballo attorno al ‘pupazzo del carnevale‘ trasformato in falò, l’orso vantava il privilegio di ballare con le donne più ambite del paese. In alcuni luoghi si teneva anche il ‘processo al carnevale’: una forma pubblica di denuncia di vizi, malefatte o incongruenze presenti nella comunità. E sovente, prima di finire sul rogo, il fantoccio del carnevale ‘faceva testamento’.

Modi di dire, riferiti al carnevale, nelle Alte Terre Langasche:
avej tropi carvé = avere troppi carnevali: essere troppo vecchio
fè carvé = fare baldoria
cera da carvé = faccia rubiconda
l’amur d’ carvè u-düra figna à ra quaresima = l’amore sbocciato a carnevale dura fino alla quaresima:
è caduco.
chi u-fâ nent ër gadola a Carvé, u-lu-fâ d’ Quarescima = chi non fa il pazzerello a Carnevale, lo farà di Quaresima.
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http;//masadaweb.org

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