Nuovo Masada

settembre 30, 2015

MASADA n° 1686 30/9/2015 OLIVER SACKS E LE NEURO STORIE

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MASADA n° 1686 30/9/2015 OLIVER SACKS E LE NEURO STORIE

Viviana Vivarelli

La storia individuale del malato e l’intera vita del malato non devono mai passare in secondo ordine” (O.Sacks)

Il 30 agosto 2015 ho appreso con dolore la morte di Oliver Sacks, uno dei miei autori preferiti. La lettura dei suoi testi clinici, belli e avvincenti come romanzi, ha aperto a nuovi interessi il mio cuore. E ho imparato ad amarlo non solo come neurologo e scrittore ma come persona affascinante e affascinata, sempre giovane, sempre piena di entusiasmo e curiosità verso le bizzarrie della natura, sempre sensibile e attento verso i suoi pazienti e i prodigi della mente, con una visione filosofica intimamente umana e allargata alla comprensione e all’abbraccio di tutti gli esseri viventi.

Sacks era inglese ed è morto a 82 anni per cancro al fegato, ma la sua vita è stata lunga e bellissima, dominata da un interesse intenso verso le strabilianti meraviglie delle malattie cerebrali. E’ raro trovare in un medico tanto acume, tanta grazia espositiva, tanta ammirazione per i casi più strani della natura, tanto amore per l’analisi e la terapia, tanta partecipazione con i suoi pazienti. Novalis scrisse: “Ogni malattia è un problema musicale e ogni cura una soluzione musicale». In tal senso Sacks era un artista e i pazienti il suo spartito.

Nato a Londra da una famiglia ebrea il 9 luglio 1933, Sacks trascorse l’infanzia e l’adolescenza in un ambiente stimolante di medici e scienziati: il padre era dottore in medicina interna, la madre uno dei primi chirurghi donna in Inghilterra. Studiò al Queen’s College di Oxford per laurearsi, nel 1954, in fisiologia e biologia e, quattro anni più tardi, in medicina e chirurgia. Uno dei suoi fratelli, Michael, era schizofrenico. Questa malattia, insieme al rifiuto della famiglia ad accettare la sua omosessualità, spinsero Oliver lontano da Londra, prima in Canada e poi negli Stati Uniti, sua patria adottiva. I sensi di colpa per essersi allontanato dal fratello lo avrebbero accompagnato per tutta la vita.
Si spostò quindi negli Stati Uniti per dedicarsi alla ricerca: al Mt. Zion Hospital di San Francisco prima, presso l’Università della California, a Los Angeles poi, per trasferirsi infine in qualità di neurologo affermato a New York. Concluse la sua carriera con una cattedra in neurologia e psichiatria alla Columbia University, dove rimase fino al 2012, e una presso la New York School of Medicine, dove ancora insegnava neurologia nel centro dedicato alla ricerca sull’epilessia.
Le sue attività professionali negli Usa furono a dir poco frenetiche
Io ho trovato bellissimi tutti i suoi libri, anche se i primi due sono stati ardui da leggere, ‘Emicrania’ dallo spessore e dalla pesantezza inaudite e Risvegli’.

L’emicrania è delle forme peggiori del mal di testa (Freud ne soffrì moltissimo) e tra tutte le cefalee è la più misteriosa. Sacks ne fu colpito lui stesso e la studiò per 30 anni: “Quando arrivai a New York cinquant’anni fa, i primi pazienti che visitai soffrivano di attacchi di emicrania (‘emicrania comune’, così chiamata perché colpisce almeno il 10% della popolazione). Visitare questi pazienti e cercare di capirli o aiutarli ha rappresentato il mio apprendistato in medicina e ha portato al mio primo libro”.”
Chi soffre di emicrania, perde momentaneamente metà del campo visivo. Metà del mondo semplicemente scompare alla vista. Non è che diventi buia o nera, scompare nel nulla.
Molte emicranie sono caratterizzate da un’aura che è fatta di nausea e malessere e alterazione della coscienza (un senso di irrealtà, uno stato sognante e di esperienza obnubilata), a cui segue l’attacco doloroso. A volte, l’aura porta alla visione di strane forme luminose seghettate, luci intense che galleggiano nel campo visivo, e che per la loro forma più comune sono note come “torri merlate”. Alcune “visioni” di mistici sono riconducibili all’esperienza dell’aura emicranica. L’emicrania, dunque, sconfina nell’allucinazione. Non conosciamo le sue cause. Gli analgesici comuni, che alleviano molte forme di cefalea, giovano poco o nulla all’emicrania. Su Virginia Woolf Michael Cunningham scriveva: “…arrivano i mal di testa, che non le danno affatto un dolore ordinario (“mal di testa” le è sempre sembrato un termine inadeguato, ma chiamarli in qualsiasi altro modo sarebbe troppo melodrammatico). Si infiltrano in lei. Prendono possesso di lei piuttosto che colpirla… Fitte di dolore si annunciano, scagliano schegge brillanti nei suoi occhi con una tale forza che lei deve costringersi a ricordare che gli altri non possono vederle. Il dolore la colonizza, velocemente prende il posto di ciò che era Virginia, sempre di più, e la sua avanzata è così potente, i suoi contorni dentati così distinti che non può fare a meno di immaginarlo come un’entità dotata di vita propria… Il mal di testa è sempre lì, in attesa, e i suoi periodi di libertà, per quanto lunghi, sembrano sempre provvisori. A volte il mal di testa si impossessa di lei solo parzialmente, per una sera, un giorno o due, e poi si ritira. A volte rimane e aumenta finché lei non soggiace. Quelle volte il mal di testa esce dalla sua scatola cranica e va nel mondo. Tutto brilla e pulsa. Tutto è infetto di lucentezza, vibra di essa, e lei prega perché arrivi un po’ di buio, come un viandante perso nel deserto prega per avere un po’ d’acqua. Il mondo è in ogni parte privo di oscurità, come un deserto può esserlo d’acqua.”

Sacks era convinto che l’emicrania colpisse persone speciali che avevano un cervello speciale “Intelligenza fervida, spiccata sensibilità, estro e dinamismo”.
Inizialmente pensava che l’emicrania fosse solo una forma di mal di testa, poi gli sembrò di entrare in un labirinto arcano. “Studiai tutto quello che potevo su questa malattia, ma, quando tornai dai miei pazienti, mi resi conto che erano assai più istruttivi di qualsiasi libro”.

Nel 1966 Sacks iniziò a lavorare per il Beth Abraham Hospital, una clinica per invalidi neurologici cronici nel bel mezzo del Bronx. Fu proprio in quelle stanze che ebbe uno degli incontri più straordinari della sua vita, con un gruppo di sopravvissuti all’encefalite letargica, una malattia infiammatoria del cervello che aveva prodotto una vera e propria pandemia negli anni ’20, lasciando strascichi terribili in molti pazienti. Persone costrette a trascorrere anni, se non addirittura decenni, congelate nell’immobilità, irrigidite come statue umane, alcune in stato catatonico. Sacks scoprì che poteva ottenere straordinari miglioramenti con un nuovo farmaco, il levodopa: lo stesso che usiamo oggi come anti-Parkinson. Il miracolo fu così stupefacente che lo narrò in un libro ‘Risvegli’, che gli dette una grande popolarità, al punto che ne venne fatto un film, nel 1990, candidato agli Oscar con Robert De Niro e Robin Williams (che tra l’altro gli somigliava un po’) e un’opera teatrale “A kind of Alaska” di Harold Pinter.

Il secondo libro spesso e pesante che lessi di Sacks fu, ppunto, ‘Risvegli’. Il libro è appassionante anche se il finale è tragico. L’encefalite letargica per 10 anni aveva colpito quasi cinque milioni di persone, lasciandole senza movimento o reazione intellettiva, come zombi. “Erano rimasti decenni in uno stato di congelamento, come statue umane, incapaci di muoversi“. Su di loro Sacks sperimentò la L-dopa, e miracolosamente essi si svegliarono dal loro stato di coma, tornando ad essere quello che erano mezzo secolo prima, svegliandosi dunque in un mondo che era profondamente cambiato attorno a loro. Purtroppo, dopo le apparenti e straordinarie guarigioni, i malati tornarono a poco a poco nello stato letargico precedente.

In seguito Sacks raccontò una infinità di storie relative ai suoi pazienti affetti dai disturbi neurologici più vari: epilessia, schizofrenia, sindrome di Tourette, Alzheimer, Parkinson ecc., ma ogni paziente era per lui innanzitutto una persona con la sua storia e individualità che lui osservava con vera ammirazione come un prodigio della natura, costruendo dunque col suo stile attento e sensibile una galleria di personaggi da fantascienza che destavano più stupore che commiserazione e risvegliavano considerazioni filosofiche o poetiche. “Mi sento medico e naturalista al tempo stesso; mi interessano in pari misura le malattie e le persone; e forse sono anche insieme, benché in modo insoddisfacente, un teorico e un drammaturgo, sono attratto dall’aspetto romanzesco non meno che da quello scientifico, e li vedo continuamente entrambi nella condizione umana, non ultima in quella che è la condizione umana per eccellenza, la malattia: gli animali si ammalano, ma solo l’uomo cade radicalmente in preda alla malattia.

La ’disincarnata’ era una giovane che aveva perso il senso di sé e che per poter muovere una parte del proprio corpo doveva fissarla intensamente. Per cui le era molto difficile parlare o mangiare o camminare. Diceva : “E’ come se il mio corpo fosse cieco e incapace di vedere se stesso, come se avesse perso i suoi occhi e tocca a me guardarlo ed essere i suoi occhi”. Era ‘svuotata’. “La povera Christina è ‘svuotata’ ora, nel 1985, né più né meno di quanto lo fosse otto anni fa e così rimarrà per il resto della sua vita. La sua esperienza non ha precedenti. Christina è, per quanto ne so, la prima del suo genere, il primo essere umano ‘disincarnato’.”

L’uomo che cadde dal letto’ narra di un paziente che una notte si svegliò e non aveva più coscienza della propria gamba sinistra. La vedeva ma era convinto che fosse una gamba estranea, sconosciuta, tagliata e attaccata al suo corpo, così che, nel tentativo di spingerla lontano da sé era caduto dal letto. La caratteristica di questo caso era la sua assoluta convinzione che quella gamba non fosse sua per cui si chiedeva dove fosse finita la sua vera gamba (l’esperiemza era autobiografica).

Un caso che è stato spesso descritto da persone monche è quello dell’arto fantasma, per cui continuano a sentire la mano, il piede o la gamba mancanti come fossero sempre al loro posto, per cui possono prudere o far male o dare sensazioni di caldo o freddo. Sacks scoprì che poteva utilizzare queste percezioni fantasmatiche per un uso più corretto della protesi, tutto era facilitato se riusciva a sovrapporre nella mente del paziente l’arto fantasma con la protesi. A volte ciò veniva realizzato mediante uno specchio messo lateralmente che creava la falsa immagine, per es. di un braccio, là dove, invece, non c’era nulla.

Molto curioso un arzillo falegname di 93 anni che non riusciva più a stare eretto e camminava piegato tutto da una parte come la torre di Pisa senza nemmeno accorgersene, e da solo aveva inventato una livella applicata ai suoi occhiali per cui si regolava su quella per rimettersi diritto.

Sacks ci parla poi di due patologie opposte: gli afasici percettivi, colpiti da una affezione del lobo temporale sinistro, che non capiscono il significato delle parole ma colgono in pieno le espressioni facciali, e al contrario gli affetti da atonia, che capiscono le parole ma non le emozioni e hanno una affezione del lobo temporale destro. Di fronte a un discorso del Presidente riuscivano entrambi, se pure per vie diverse, a coglierne l’affettazione e la falsità. «Ecco dunque dov’era il paradosso del discorso del Presidente. Noi normali, indubbiamente aiutati dal nostro desiderio di esser menati per il naso, fummo veramente menati per il naso (populus vult decipi, ergo decipiatur). E così astuta era stata la combinazione di un uso ingannevole delle parole con un tono ingannatore che solo i cerebrolesi ne rimasero indenni, e sfuggirono all’inganno.”

A volte la malattia caratterizzava talmente l’essere umano che senza quella, invece di guadagnare la salute, perdeva la personalità. Ray dei mille tic era un ragazzo di 24 anni affetto da Sindrome di Tourette, per cui veniva colpito a tratti da spasmi incontrollati con esclamazioni improprie volgari che lo mettevano in profondo imbarazzo. Alla fine la malattia si era talmente aggravata da mettere in crisi il suo matrimonio e il suo lavoro. Sacks aveva trovato il farmaco giusto per debellarla ma il giovane si viveva meglio come portatore di tic, per cui, senza la sindrome di Tourette, si sentiva senza identità e perdeva quelle caratteristiche che lo rendevano pungente e irriverente con gli amici e grande improvvisatore come batterista jazz. Alla fine decise che durante la settimana lavorativa avrebbe assunto la medicina, ma sabato e domenica sarebbe tornato ad essere “il Ray dei mille tic», frivolo, frenetico e ispirato”.

La terapia fu temperata anche per una spiritosa novantenne che aveva avuto una ricaduta di sifilide dopo 70 anni ma che non voleva perdere la sensazioni di tornare ad essere erotica e pimpante.

Due pazienti avevano avuto lo stesso danno al lobo temporale, reagendo in modo diverso. Una sentiva con nostalgia le belle canzoni irlandesi della sua infanzia e le mancarono quando guarì. L’altra era oppressa da una musica ossessiva e insopportabile e la guarigione fu liberatoria.

In ‘Un antropologo su Marte’, Sacks ci fa rivivere in prima persona la condizione di chi è colpito da una particolare forma di autismo, la ‘sindrome di Asperger’. «Il più delle volte mi sento come un antropologo su Marte» confessa a Oliver Sacks la paziente autistica, e sarà proprio lei (la famosa Temple Grandin che dedicò la sua vita allo studio degli animali) ad inventare una ‘macchina per gli abbracci’. Ma in un certo senso anche Sacks sembra cercare un modo per abbracciare il malato con la sua straordinaria empatia, scoprendo con sorpresa che a volte la malattia ha un effetto secondario di integrazione e non si può toglierla senza privare il paziente di qualcosa di importante. Una malattia può essere ‘un mondo a parte’.

Una malattia non è mai semplicemente una perdita o un eccesso, che c’è sempre una reazione, da parte dell’organismo o dell’individuo colpito, volta a ristabilire, a sostituire, a compensare e a conservare la propria identità, per strani che possano essere i mezzi usati.”

Non c’è nulla di vivo che non sia individuale: la nostra salute è nostra, le nostre malattie sono nostre, le nostre reazioni sono nostre, non meno nostre e individuali della nostra mente e della nostra faccia. Salute, malattie e reazioni non possono essere capite in vitro, da sole; possono essere capite solo se riferite a noi, quali espressioni della nostra natura, del nostro vivere, del nostro esser-ci”.

In uno dei sette casi presentati ci fu quello di un famoso pittore newyorchese di 65 anni che perse di colpo la percezione dei colori e cominciò a vedere il mondo in bianco e nero. Il mondo era diventato un incubo. Per i primi tempi questa condizione gli parve estranea e terribile, poi a poco a poco la sua mente si abituò, e al terzo anno fu come se il colore fosse scomparso dalle sua esperienza, prese a dipingere in bianco e nero e le sue pitture ebbero grande successo, per cui i critici parlarono della sua ‘fase in bianco e nero’ come di un rinnovamento creativo senza conoscere la vera causa della sua nuova percezione.

In ‘Vedere voci’ Sacks entra nel mondo dei sordi. Alla fine del diciassettesimo secolo, un uomo di mare originario del Kent si era ritirato a vivere in un’isola del Massachusetts, insieme al fratello. Entrambi portavano dentro di sé un gene che conduce alla sordità precoce e, a causa dell’isolamento degli abitanti e i tanti matrimoni fra consanguinei, la sordità fu ereditata producendo una comunità formata in maggioranza da sordi con qualche udente. Ma questa minoranza di udenti non era stata discriminata e si era sviluppata una cultura visiva nella quale anche gli udenti comunicavano con i segni. I sordi, secondo Sacks, sono consapevoli del mondo che li circonda e che non sono in grado di udire. Per questo diventano più sensibili, più attenti alla percezione visiva, tattile ed olfattiva e più protesi verso l’altro, con una predisposizione all’ascolto emotivo eccezionale.
Sacks diceva che «non bisogna focalizzarsi sulla sordità del soggetto, sulla sua menomazione sensoriale, ma stimolare altri sensi allo scopo di recuperare le altre potenzialità intellettive».

Ne ‘L’isola dei senza colore’ Sacks vola in Micronesia, dove in una piccola isola lussureggiante, ricca di colori smaglianti, vive la più grande comunità di acromatopsici: un’alta percentuale della popolazione di quest’isola è completamente cieca ai colori. I loro occhi sono privi di coni funzionali: mancano le cellule specializzate alla percezione dei dettagli fini e dei colori. Chi ne è sprovvisto deve affidarsi, per la visione, ai bastoncelli, che non possono distinguere il colore ma sono straordinariamente sensibili alla luce. In presenza di luce intensa i bastoncelli si saturano in breve tempo e cessano di funzionare: ne consegue che il campo visivo di un ‘senza colore’, alla luce del sole, si contrae all’istante riducendosi quasi a zero.
Il primo incontro di Sacks, appena arriva a Pingelap, fu con un gruppo di bambini festosi, tra i quali alcuni strizzavano gli occhi e cercavano di ripararsi dal sole intenso: erano i bambini nati col maskun (così viene chiamata sull’isola la condizione dell’acromatopsia). Ma anche qui non esiste discriminazione. Chi ha il maskun non viene isolato, gli si riconosce una particolare abilità a distinguere i toni e le luci e ad apprendere determinati saperi.” Vedi -spiegò James scegliendo una banana che sembrava verdissima ma risultò matura- noi semplicemente non ci basiamo sul colore. Guardiamo, tastiamo, odoriamo, sappiamo: prendiamo in considerazione tutto, mentre voi pensate solo al colore! ”.

Tra i libri più recenti abbiamo, ‘Musicofilia’, del 2007, dove Sacks esplora gli effetti della musica sul cervello umano, descrivendo l’incidenza tra musica e neurologia e spiegando le basi della music therapy.
Un giorno, a New York, Oliver Sacks partecipa all’incontro organizzato da un batterista con una trentina di persone affette dalla sindrome di Tourette: tutti appaiono in preda a tic contagiosi, che si propagano «come onde». Poi il batterista inizia a suonare – e come per incanto il gruppo lo segue con i tamburi, fondendosi in una perfetta sincronia ritmica. Questo stupefacente esempio è solo una particolare variante del prodigio di ‘neurogamia’ che si verifica ogniqualvolta il nostro sistema nervoso ‘si sposa’ a quello di chi ci sta accanto attraverso la musica. Presentando questo e molti altri casi con la consueta capacità di immedesimazione, in Musicofilia Sacks esplora la straordinaria energia neurale della musica e i suoi rapporti con la funzioni del cervello. L’amore per la musica può divampare all’improvviso, come nel memorabile caso del medico che, colpito da un fulmine, fu assalito da un insaziabile desiderio di ascoltare musica per pianoforte», suonare e persino comporre.

Grazie alle testimonianze dei pazienti di Sacks ci troviamo così a riconsiderare in una nuova prospettiva quella che potremmo considera solo come ‘malattia’, e assistiamo ai successi della musicoterapia su formidabili banchi di prova quali l’autismo, il Parkinson, la demenza. Dai misteriosi sogni musicali che ispirarono Berlioz, Wagner e Stravinskij, alla possibile amusia di Nabokov, alla riscoperta dell’«enorme importanza, spesso sottostimata, di avere due orecchie»: ogni storia cui Sacks dà voce illumina uno dei molti modi in cui musica, emozione, memoria e identità si intrecciano, e ci definiscono.

L’ultimo tweet di Oliver Sacks è un video con un flashmob dell’Inno alla gioia, dalla Sinfonia n. 9 di Beethoven. “Un modo bellissimo di suonare uno dei grandi tesori musicali“.

Sempre in ‘Risvegli’, troviamo alcuni pazienti che erano capaci di cantare, ma non di parlare. La cosa importante è il ritmo. Molti di questi malati è col ritmo che riescono a comunicare. Ad es., per l’Alzheimer, la parte rilevante della musica sembra essere quella emotiva, e la memoria musicale è più forte di qualunque altro tipo di memoria.

Ma è bellissima anche l’ultima opera, Allucinazioni’, un viaggio tra stati allucinatori di ogni tipo, personaggi assolutamente convinti di vedere, ascoltare, toccare o annusare cose inesistenti, nonché una confessione (a 80 anni suonati) del lungo periodo in cui un curiosissimo ed eccentrico Sacks in versione anni ’60 faceva uso di cannabis, Lds e altre sostanze allucinogene.

Di ‘Allucinazioni’ abbiamo parlato in un altro Masada.
https://masadaweb.org/2014/12/21/masada-n-1602-allucinazioni/

E Sacks si chiede: “Perché ogni cultura a noi nota ha cercato e trovato sostanze allucinogene, e se ne è servita prima di tutto a fini sacramentali?

Ogni volta che nella sua vita Oliver Sacks fu colpito da qualche affezione, trasformò la sua stessa esperienza in un racconto clinico. Per es. nel 2010 aveva perso la vista binoculare per colpa della radio e della laser terapia contro un melanoma all’occhio destro. Descrisse la sua esperienza ne ‘L’occhio della mente’, dove fantasticò sul possibile impianto di un chip radioattivo nel proprio occhio. Insomma per lui tutto diventava avventura, stupore, invenzione. Persino nel rivivere le fantasmagorie percettive scatenate dal tumore, Sacks prosegue la sua esplorazione del versante creativo della malattia. Qualcosa di simile avvenne per ‘Su una gamba sola’, scritto dopo un incidente in montagna che gli aveva leso la percezione di una gamba.
Egli stesso soffriva di prosopagnosia, una condizione neurologica che impedisce di riconoscere i volti delle persone, anche dopo anni di frequentazione. Ne scrisse sul New Yorker nel 2010, raccontando di non aver riconosciuto il suo analista, che pure incontrava un paio di volte alla settimana, né la sua storica assistente Kate (ma in certe occasioni aveva anche difficoltà nel riconoscere se stesso allo specchio).
Nei suoi libri l’eroe non è mai il medico o il farmaco. Eroe è l’uomo che crea e si adatta e inventa soluzioni nuove, così il malato di Tourette che diventa un grande chirurgo, il pittore non perde la sua grandezza convertendosi al bianco e nero, il ragazzo autistico che con una sola occhiata a un paesaggio urbano riesce a riprodurlo nei più precisi particolari. La malattia diventa la sfida che crea l’essere nuovo, unico e insostituibile. E’ questo il fascino delle narrazioni di Sacks che ne fanno per ognuno una speranza e una guida. Ed è questo che lo rende uno degli autori più noti e tradotti del mondo. Un grande medico ma insieme un grande narratore e psicologo, un grande uomo, che ci dà la sua filosofia contro ogni discriminazione, contro ogni pregiudizio affrettato contro la malattia come contro la diversità.

Ognuno di noi ha una storia del proprio vissuto, un racconto interiore, la cui continuità, il cui senso è la nostra vita. Si potrebbe dire che ognuno di noi costruisce un racconto e che questo racconto è noi stessi, la nostra identità. Ognuno di noi è un racconto peculiare, costruito di continuo, inconsciamente da noi, in noi e attraverso di noi- attraverso le nostre percezioni, i nostri sentimenti, i nostri pensieri, le nostre azioni; e non ultimo il nostro discorso. L’uomo ha bisogno di questo racconto interiore continuo, per conservare la sua dignità e il suo sé.”

In quale misura noi siamo gli autori, i creatori, delle nostre esperienze? Fino a che punto esse sono predeterminate dal cervello o dai sensi che abbiamo in dotazione dalla nascita, e in quale misura, invece, siamo noi stessi a plasmare il nostro cervello attraverso l’esperienza?”.

Anche quando si è colpiti da una patologia, quella macchina meravigliosa che è il nostro cervello escogita sorprendenti strategie di difesa e reazione per rendere gli effetti della malattia meno invalidanti. Oliver Sacks ci spiega da medico, ma con estrema semplicità e con passione, come il cervello sia strutturato in maniera molto più creativa e compensativa di quanto si creda.
La speranza che si riesce a intravedere dietro queste tragiche storie è data dalla capacità umana di adoperare delle strategie di adattamento, una forza che nasce dalla necessità e che consente la ridefinizione dell’Io e del Sé. La testimonianza più sorprendente è data comunque dall’esperienza personale di Sacks. Analizzando se stesso da un punto di vista clinico, con distacco oggettivo ma conservando pur tuttavia le sue emozioni, racconta la sua patologia che lo rende incapace di distinguere i volti a causa di un melanoma maligno all’occhio sinistro. ‘L’occhio della mente’ è una riflessione sulla fragilità dell’uomo, ma anche sulla sua forza interiore, sulla sua facoltà immaginativa ecc. “Smisi di interessarmi al fatto che la gente avesse i capelli scuri o biondi, gli occhi azzurri o verdi. Pensavo che i vedenti passassero troppo tempo a badare a queste cose vuote… io ormai non ci pensavo più”.
Anche tutti noi dovremmo riflettere sul tempo inutile passato su particolari, quando invece perso l’essenziale, la visione globale delle cose, e dovremmo riadattare la nostra vista e guardare al mondo come se fosse la prima volta, come i bambini…

I motivi di emarginazione sono tanti e Sacks oltre ad essere una persona meravigliosamente sensibile e affabile era un omosessuale e lo dice candidamente nel suo ultimo lavoro autobiografico del 2015, ‘On the Move’, narrando della sua giovinezza e della sua omosessualità. Foto da aitante ragazzone in motocicletta con giubbotto di pelle a nascondere una conclamata timidezza, e l’autoisolamento che l’ha costretto a vivere quasi in simbiosi coi suoi pazienti.

In ‘On the Move’ c’è il suo primo innamoramento per il poeta Richard Selig a Oxford nel 1953 quando in Inghilterra ad essere gay si finiva ancora in prigione, la fase da culturista con pettorali e bicipiti gonfi in California, quella da maturo e barbuto ‘beat’ e infine dopo una vita da single l’incontro a 77 anni col grande amore della sua vita, lo scrittore Billy Hayes.

On the Move‘ è un libro bellissimo che inizia con una citazione di Kierkegaard: “La vita va vissuta in avanti, ma può essere capita solo all’indietro”.

Al New York Times, quando fu colpito dal cancro che lo portò alla morte, Sacks scrisse: “Non riesco a fingere di non avere paura, ma il sentimento predominante è gratitudine: sono stato un essere senziente su questo splendido pianeta, e ciò è stato un privilegio e un’avventura”.
Annunciava di essere malato di cancro al fegato in fase terminale. Tutto era cominciato otto anni prima con un melanoma all’occhio che sembrava risolto. Solo il 2 % per cento dei casi va in metastasi, ed è quello che è successo a Sacks il cui fegato era allora per un terzo investito dalla malattia e non c’era niente da fare se non rallentare l’avanzamento del tumore. Eppure, lui diceva che continuava a vivere ogni giorno con l’entusiasmo di sempre: “Adesso è a me che spetta scegliere come vivere i mesi che ho davanti. Devo viverli nel modo più ricco, profondo e produttivo possibile” . “Finora ho sofferto poco e quel che è più strano, non ho mai vissuto un attimo di abbattimento morale. Possiedo lo stesso ardore di sempre negli studi, la stessa allegria in compagnia”.

Al compimento dell’ottantesimo anno Sacks aveva compilato sempre per il New York Times un “elogio della vecchiaia”. Il neurologo aveva proclamato che il compleanno aveva segnato per lui l’inizio di una nuova era: “Non penso alla vecchiaia come a un’epoca più triste da sopportare ma un tempo di piacere e libertà: libertà dalle fastidiose urgenze di giorni precedenti, libertà di esplorare i miei desideri e di legare assieme pensieri e sentimenti di una vita”.
Sacks è morto a 82 anni.
Aveva scritto: “Devo vivere nel modo più ricco, profondo e produttivo che posso. Negli ultimi giorni, ho potuto vedere la mia vita come da una grande altitudine, come una specie di paesaggio, con un profondo senso di connessione fra tutte le sue parti. Questo non vuol dire che abbia chiuso con la vita. Al contrario, mi sento intensamente vivo e voglio e spero, nel tempo che mi resta, dire addio a chi amo, scrivere di più, viaggiare se ne avrò la forza, raggiungere nuovi livelli di comprensione“.

In una intervista aveva detto: “Ci sono dei momenti in cui si è più sensibili, in cui il proprio intuito è più vasto e profondo. Uno dei poteri dell’arte è rendere più grande e profonda, in modi diversi, la consapevolezza di una persona, che si tratti di consapevolezza estetica, morale o mistica. Questa è una funzione anche della scienza e della filosofia: favorire forme di consapevolezza intellettuale più ampie e profonde. Una persona ha degli stati d’animo, o degli umori, nei quali la consapevolezza sembra espandersi e farsi più comprensiva, accogliente, generosa, sensibile e anche particolareggiata, mentre in altre occasioni sembra restringersi. L’educazione andrebbe considerata come educazione della consapevolezza, e non solo come l’insegnamento delle varie professioni. Esistono molte forme di consapevolezza. …Esistono le esaltazioni. Come diceva Flaubert? “Anche la mente ha le sue erezioni”. William James pensava che le droghe, compreso l’alcool, fossero mistagogiche, e certamente l’espressione ‘espansione di consapevolezza’ era molto in voga negli anni sessanta. Ma anche la perdita e il dolore possono espandere la consapevolezza. Ho scritto la maggior parte di ‘Risvegli’ subito dopo la morte di mia madre. Tutti i tipi di esperienza possono espandere la consapevolezza, e forse in questo c’è un elemento mistico.
Alla fine del mio libro ‘L’isola dei senza colore’, descrivo una passeggiata nella foresta in cui la percezione dell’antidiluviano, di prospettive immense del tempo, sembrava portarmi da un orizzonte egoico meschino, pressante e ordinario, a qualcosa di più spazioso e trascendentale… Un sentimento di amicizia con la terra, la sensazione di essere quasi contemporaneo a quel mondo. È molto interessante muoversi tra piante, rocce, animali e isole molto più antichi dell’uomo.
…La musica, in particolare la musica religiosa vocale, come Bach, talvolta mi trasporta in sfere e stati di consapevolezza altrimenti inaccessibili. Mi sono sentito sopraffatto quando ho ascoltato la Passione secondo S. Matteo di Jonathan Miller. Miller è un mio vecchio amico, e come me è un ebreo ateo. Tuttavia, questo ebreo ateo ha elaborato una visione affascinante e profondamente commovente della Passione.
Dopo aver visto Vermeer ed essermene saturato, posso rimanerne così influenzato da vedere la luce, le ombre e le pose umane in modo del tutto nuovo.
Quando stavo in Sudafrica, ho incontrato un mio quasi omonimo, un uomo chiamato Albie Sachs …grande amico di Nelson Mandela, e come lui ha vissuto moltissime esperienze: quando cercarono di assassinarlo, ha perso un braccio. Ma, come Mandela, egli è completamente privo di amarezza o risentimento. La sua presenza mi incuteva timore reverenziale. Avevo la sensazione di trovarmi di fronte un genio morale, un essere straordinario, con una consapevolezza… una coscienza morale trascendente ed espansa. E semplicemente camminando con lui penso di avere assorbito qualcosa, così come quando, passeggiando con una persona molto sensibile e poetica, si comincia a condividerne la visione per un po’. E forse qualcosa resta anche dopo.
Ogni contatto umano ha il potenziale di cambiare la consapevolezza, perché ci si imbatte in una concezione e una costruzione del mondo diverse dalla propria.
….Quando mi sento bene, ho la sensazione di essere un germoglio che sta sbocciando: questa sensazione, questa immagine biologica, per me, è l’immagine della consapevolezza e della coscienza.“

.

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3 commenti »

  1. bellissimo testo
    Grazie di cuore
    e buon cammino 🙂

    Elena

    Commento di MasadaAdmin — ottobre 1, 2015 @ 4:45 am | Rispondi

  2. Molto bello e interessante il ricordo per Sacks. Grazie.
    Ciao
    Franco

    Commento di MasadaAdmin — ottobre 1, 2015 @ 7:28 am | Rispondi

  3. Come sempre Grazie.
    Domenico B.

    Commento di MasadaAdmin — ottobre 1, 2015 @ 4:24 pm | Rispondi


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