Nuovo Masada

settembre 14, 2015

MASADA n° 1683 14-9-2015 GLI UOMINI SCALZI

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(Aylan e il fratellino)

MASADA n° 1683 14-9-2015 GLI UOMINI SCALZI

L’Italia è il primo venditore di armi alla Siria- Storia della Siria e di Assad – 60 milioni di profughi nel mondo – La gara di solidarietà – Muri e recinzioni – Rapporto di Amnesty – 509 decessi in Inghilterra – Che fare?- Jeremy Corbin

Un cristo di tre anni assassinato
da tutte le potenze della terra,
dalla ferocia dura e dalla molle,
soltanto un militare l’ha raccolto
e sollevato in alto come fosse
tra le folle di morti che camminano
il risorto.

(Aldo Masullo)
.
…In un tempo sempre più ostile allo straniero
tutti i popoli del mondo stanno premendo sull’Impero.
In un tempo indaffarato e inconcludente
si alza minaccioso il sole rosso dell’oriente.
In un tempo senza ideali né utopia
dove l’unica salvezza è un’onorevole follia…

Io come persona
di Gaber – Luporini

(La marcia degli uomini scalzi in tutte le città d’Italia per solidarietà ai migranti)

“VITERBO OLTRE IL MURO” SOLIDALE CON I MIGRANTI E CONTRO LA GUERRA

“E’ arrivato il momento di decidere da che parte stare. E’ vero che non ci sono soluzioni semplici e che ogni cosa in questo mondo e’ sempre piu’ complessa. Ma per affrontare i cambiamenti epocali della storia e’ necessario avere una posizione, sapere quali sono le priorita’ per poter prendere delle scelte.
Noi stiamo dalla parte degli uomini scalzi. Di chi ha bisogno di mettere il proprio corpo in pericolo per poter sperare di vivere o di sopravvivere. E’ difficile poterlo capire se non hai mai dovuto viverlo. Ma la migrazione assoluta richiede esattamente questo: spogliarsi completamente della propria identita’ per poter sperare di trovarne un’altra. Abbandonare tutto, mettere il proprio corpo e quello dei tuoi figli dentro ad una barca, ad un tir, ad un tunnel e sperare che arrivi integro al di la’, in un ignoto che ti respinge, ma di cui tu hai bisogno.
Sono questi gli uomini scalzi del XXI secolo e noi stiamo con loro. Le loro ragioni possono essere coperte da decine di infamie, paure, minacce, ma e’ incivile e disumano non ascoltarle.
La Marcia degli Uomini Scalzi parte da queste ragioni e inizia un lungo cammino di civilta’. E’ l’inizio di un percorso di cambiamento che chiede a tutti gli uomini e le donne del mondo globale di capire che non e’ in alcun modo accettabile fermare e respingere chi e’ vittima di ingiustizie militari, religiose o economiche che siano.
Non e’ pensabile fermare chi scappa dalle ingiustizie, al contrario aiutarli significa lottare contro quelle ingiustizie. Dare asilo a chi scappa dalle guerre, significa ripudiare la guerra e costruire la pace.
Dare rifugio a chi scappa dalle discriminazioni religiose, etniche o di genere, significa lottare per i diritti e le liberta’ di tutte e tutti.
Dare accoglienza a chi fugge dalla poverta’, significa non accettare le sempre crescenti disuguaglianze economiche e promuovere una maggiore redistribuzione di ricchezze.
Venerdi’ 11 settembre lanciamo da Venezia la Marcia delle Donne e degli Uomini Scalzi. In centinaia cammineremo scalzi fino al cuore della Mostra Internazionale di Arte Cinematografica. Ma invitiamo tutti ad organizzarne in altre citta’ d’Italia e d’Europa.
Per chiedere con forza i primi tre necessari cambiamenti delle politiche migratorie europee e globali:
– certezza di corridoi umanitari sicuri per vittime di guerre, catastrofi e dittature;
– accoglienza degna e rispettosa per tutti;
– chiusura e smantellamento di tutti i luoghi di concentrazione e detenzione dei migranti;
– creare un vero sistema unico di asilo in Europa superando il regolamento di Dublino.
Perche’ la storia appartenga alle donne e agli uomini scalzi e al nostro camminare insieme.

Occorre soccorrere, accogliere, assistere tutti gli esseri umani in fuga dalla fame e dalle guerre.
Occorre riconoscere a tutti gli esseri umani il diritto di giungere in modo legale e sicuro nel nostro paese.
Occorre andare a soccorrere e prelevare con mezzi di trasporto pubblici e gratuiti tutti i migranti lungo gli itinerari della fuga, sottraendoli agli artigli dei trafficanti.
Occorre un immediato ponte aereo di soccorso internazionale che prelevi i profughi direttamente nei loro paesi d’origine e nei campi collocati nei paesi limitrofi e li porti in salvo qui in Europa.
Occorre cessare di fare, fomentare, favoreggiare, finanziare le guerre che sempre e solo consistono nell’uccisione di esseri umani.
Occorre proibire la produzione e il commercio delle armi.
Occorre promuovere la pace con mezzi di pace.
Occorre cessare di rapinare interi popoli, interi continenti.
In Italia occorre abolire i campi di concentramento, le deportazioni, e le altre misure e pratiche razziste e schiaviste, criminali e criminogene, che flagrantemente confliggono con la Costituzione, con lo stato di diritto, con la democrazia, con la civilta’.
In Italia occorre riconoscere immediatamente il diritto di voto nelle elezioni amministrative a tutte le persone residenti.
In Italia occorre contrastare i poteri criminali, razzisti, schiavisti e assassini.
L’Italia realizzi una politica della pace e dei diritti umani, del disarmo e della smilitarizzazione, della legalita’ che salva le vite, della democrazia che salva le vite, della civilta’ che salva le vite.
L’Italia avvii una politica nonviolenta: contro la guerra e tutte le uccisioni, contro il razzismo e tutte le persecuzioni, contro il maschilismo e tutte le oppressioni. Solo la nonviolenza puo’ salvare l’umanita’ e la biosfera.
Ogni essere umano ha diritto alla vita, alla dignita’, alla solidarieta’.
Vi e’ una sola umanita’ in un unico mondo vivente casa comune dell’umanita’ intera.
Salvare le vite e’ il primo dovere.
Ogni vittima ha il volto di Abele.

MASSIMO FINI

L’Italia è da anni saldamente nella top ten dei Paesi produttori di armi del mondo, che vengono vendute ai Paesi in guerra, soprattutto in Africa e nel Medio Oriente. In particolare l’Italia è il primo paese in Europa a vendere armi alla Siria: dal 2001 la Siria ha acquistato in licenza armi nel vecchio continente per 27 milioni e 700mila euro. Di questi, quasi 17 arrivano dal nostro Paese. Nel mentre gli Stati Uniti armano e addestrano i ribelli “moderati” e oggi l’Isis combatte con fucili con la scritta “Property of US Govt”, di “proprietà del governo statunitense”. E’ un gioco delle parti. La guerra in Siria è un business cui il governo italiano partecipa e che distrugge milioni di vite tra sfollati, profughi e morti. Il governo vuol contribuire a diminuire il numero di profughi dai Paese in guerra? Deve bloccare subito l’export di armi nei Paesi teatro di guerre e attuare una politica estera non succube degli interessi USA. Di seguito la prima parte della ricostruzione della guerra civile siriana con le responsabilità e gli interessi degli attori internazionali.
In questi giorni la foto del piccolo Aylan, morto annegato in Turchia, ha scosso umori e coscienze. E ha riacceso i riflettori su una guerra dimenticata dal mondo. Con oltre 220 mila vittime, 3,5 milioni di rifugiati e 12 milioni di sfollati, di cui più della metà bambini, la Siria è un Paese che non c’è più. Le Ong sul terreno parlano di una delle peggiori crisi dalla Seconda guerra mondiale. Non siamo di fronte a un semplice teatro di guerra. In Siria non c’è un nuovo Kosovo o un’altra Afghanistan, bensì un conflitto più esteso e complesso, che al suo interno ospita altre decine di micro-conflitti. Tracciare una linea di quel che è accaduto negli ultimi anni è quasi impossibile, ma provarci è un dovere morale per comprendere torti e ragioni di una delle peggiori guerre dell’ultimo secolo.
Sulla scia delle sommosse popolari in Egitto e Tunisia, ribattezzate con il nome di Primavera araba, il 6 marzo del 2011 a Dar’a, una città a maggioranza sunnita nel sud della Siria, un gruppo di studenti scrive alcuni graffiti sul muro di una scuola. Uno di questi recita “Il popolo vuole rovesciare il regime”. Un altro ancora è rivolto ad Assad, il presidente, da quindici anni al potere dopo il trentennale governo del padre Hafiz: “E’ il tuo turno dottore”. I moti sono solo un primo bagliore, passano nove giorni e il 15 marzo migliaia di siriani scendono in strada per protestare contro il regime. La risposta dell’esercito è violentissima: Assad ordina ai suoi militari di aprire il fuoco sui manifestanti. Muoiono decine di persone innocenti. E’ troppo. Anche per i suoi militari. Alcuni si oppongono all’ordine, disertano i ranghi e si uniscono alle proteste. E’ il regime che cede, per la prima volta, dopo 45 anni di potere indiscusso.

I fatti spingono gli Usa, l’Ue e gran parte della comunità occidentale a schierarsi dalla parte della popolazione civile. Era accaduto lo stesso in Egitto e Tunisia, qualche mese prima. Ma in Siria c’è uno scenario strategico, vale a dire la volontà di indebolire un regime politicamente e culturalmente vicino a Teheran. Non a caso Assad è alawita, branca musulmana dell’islam sciita, e fin dai primi disordini gode del sostegno del governo iraniano, in quel periodo – secondo le accuse mai confermate di Washington ed Israele – impegnato a portare avanti un programma per la realizzazione di un ordigno nucleare. Rovesciare il regime di Assad permetterebbe dunque agli States di piazzare un proprio pro-console in Siria, come accaduto dopo la deposizione di Saleh nello Yemen, e in questo modo rafforzare il fronte atlantico in Medio Oriente, col supporto di Arabia Saudita, Kwuait e Qatar: Paesi alleati e a maggioranza sunnita, da sempre ostili all’Iran.
Così, Stati Uniti e Paesi europei cominciano ad inviare armi ai ribelli anti-Assad, senza alcuna legittimazione dell’Onu. Viene costituito il “Gruppo degli Amici della Siria”, un collettivo diplomatico internazionale convocato al di fuori del Consiglio di Sicurezza in risposta al doppio veto di Mosca e Pechino su una risoluzione che condanna il regime siriano. Di questo gruppo ne fa parte anche l’Italia. Le riunioni periodiche servono a stanziare di tanto in tanto fondi per l’apertura di nuovi corridoi umanitari, ma l’obiettivo non dichiarato è accordarsi sulla quantità di armi da inviare ai ribelli per sconfiggere Assad. Una comoda strada per by-passare la legittimazione internazionale dell’operazione. In futuro sarà la stessa opposizione al regime a confermare di aver ricevuto armi dall’Occidente. E’ in cima a questi tumulti, che tra la fine del 2012 e l’inizio del 2013 molti esperti cominciano a parlare della guerra siriana come di una “guerra per procura”: lo scontro tra le varie milizie locali è in fondo uno scontro tra i paesi arabi sunniti, alcuni dei quali direttamente finanziatori dei ribelli, e i paesi (l’Iran) e i gruppi (Hezbollah) sciiti della regione, che appoggiano Assad. Il mondo torna a dividersi in due blocchi distinti: Obama chiede un intervento immediato, Putin sostiene Damasco e parla di una presenza costante di milizie qaediste tra le forze antigovernative.

La storia ci insegna che insieme ai Paesi si schiera, sempre, anche la stampa. L’attacco chimico di Ghuta è nella guerra civile siriana l’episodio forse più significativo ad aver rivelato l’esistenza di una vera e propria guerra mediatica: testimonianze contrastanti, omissioni dei fatti e accuse infondate cadono sulle spalle del regime siriano, diffuse dai principali network internazionali. Nel giro di qualche settimana, a seguito di un’ispezione di osservatori dell’Onu, le informazioni, però, prendono una direzione opposta, con i ribelli accusati di essere i responsabili di uno dei gravi massacri dopo l’attacco di Halabja, durante la guerra Iran-Iraq. A sostenere la tesi è un articolo di Seymour Hersh dal titolo “Whose Sarin?”, pubblicato sul sito della prestigiosa London Review of Books, un’analisi che mette in dubbio la ricostruzione ufficiale fornita dall’amministrazione statunitense e dei principali media euro-atlantici .

A fine 2011 è ancora l’Esercito siriano libero l’ossatura dei ribelli antigovernativi, ma a inizio gennaio compaiono altri gruppi paralleli e autonomi. Tra questi figura il Fronte al Nusra, che si costituisce il 23 gennaio 2012. La formazione è inizialmente composta da membri della branca irachena di al Qaeda (Stato Islamico dell’Iraq) che combatte la presenza americana nel Paese. E’ la prima volta che tra le fila dei ribelli nasce una cellula che si ispira chiaramente ai precetti dell’islam radicale. La strategia degli attacchi suicidi, generalmente per mezzo di auto-bomba, viene inaugurata nel distretto Al-Midan di Damasco, il 6 gennaio 2012, con la morte di 26 persone, tra cui molti civili. Alla fine di marzo 2012 il computo totale dei morti in Siria sale a 10.000 e sui ribelli, sostenuti fortemente da Stati Uniti e Unione Europea, cala il velo dell’ipocrisia. Delle manifestazioni di piazza non ne resta che un vago ricordo. Ormai c’è una guerra aperta, violentissima, tra fazioni, e nel 2013 accade quel che molti fino ad allora temevano: la crisi siriana travalica il confine iracheno dove il vuoto di potere lasciato dagli Usa apre la strada ad orrori che ci riportano al decennio passato. Uomini armati e col viso coperto riprendono il controllo delle città di Falluja e Ramadi, già teatro tra il 2004 e il 2007 di una brutale guerriglia urbana. Sono i miliziani di Abu Bakr al Baghdadi, che agiscono dietro la bandiera dell’Isil (Stato Islamico dell’Iraq e del Levante, o Isis, Stato Islamico dell’Iraq e della Siria).

Foreign Fighters. La proliferazione di milizie islamiste nella regione favorisce in pochi mesi un “melting pot” jihadista, che in Iraq e Siria cattura le ambizioni di centinaia di combattenti stranieri (foreign fighters), partiti alla volta del fronte per unirsi ai miliziani ribelli che si oppongono alle truppe governative di Assad. Questo è un elemento caratterizzante della guerra civile siriana. Oggi si stima che le due formazioni jihadiste più importanti, il Fronte al Nusra e lo Stato Islamico dell’Iraq e Levante accolgano tra le loro fila almeno 9.000 combattenti non siriani, ovvero circa il 20% del totale. Includendo le altre formazioni islamiste e l’Esercito siriano libero si arriva ad una cifra complessiva tra gli 11.000 e i 15.000. Secondo le stime della nostra intelligence, i concittadini partiti per lottare al fianco dei terroristi sarebbero oltre 60, di cui meno di 10 italiani o naturalizzati italiani. Comunque un numero esiguo rispetto agli oltre 1.500 partiti da Francia, agli 800-1000 britannici, ai 650 tedeschi e ai 400 provenienti da Olanda e Belgio. Anche le donne in questo processo hanno assunto un ruolo portante: l’italiana Maria Giulia Sergio è una delle ultime giovani che ha scelto di convertirsi all’islam per arruolarsi in Siria. Dalla proclamazione del Califfato di al Baghdadi, il Centre for the Study of Radicalisation and Political Violence di Londra ha stimato che almeno 4.000 cittadini occidentali si sono uniti al conflitto in Iraq e Siria. Di questi, circa 550 sarebbero donne, tutte emigrate dall’Europa nei territori controllati dall’Isil.

Il controverso ruolo di Ankara e le armi ai peshmerga. In questo via vai di presunti e potenziali jihadisti, la Turchia gioca un ruolo cruciale. Secondo alcuni Ankara, nonostante sia un membro Nato e stretto alleato dell’Occidente, sarebbe infatti in prima fila tra i sostenitori dell’Isil. Non è un caso, del resto, che le principali roccaforti del gruppo terroristico siano raggruppate proprio lungo la frontiera turca. La provincia di Hatay oggi è una sorta di autostrada jihadista a doppio senso di circolazione, oltre che l’area che ospita uno dei più grandi centri profughi di rifugiati siriani. Sarebbero migliaia i guerriglieri, anche affiliati ad al Qaeda, che negli ultimi mesi hanno varcato la frontiera per dirigersi in Siria. Gli interessi del premier turco Erdogan sono principalmente due: distruggere l’ex amico Assad e prevenire la nascita del Rojava (il nascente Stato curdo) nel nord-est, la cui leadership è schierata al fianco del Pkk. Lo scorso anno sono stati i curdo-siriani a fermare l’avanzata dei jihadisti nel nord della Siria, a Kobane, dov’era nato proprio il piccolo Aylan. Contro il nemico comune, l’Occidente decide di sostenere i peshmerga con l’invio di alcuni armamenti, poi finiti in mano ai terroristi dell’Isil per stessa ammissione del governo iracheno. Il risultato di questa operazione ha ricordato gli errori commessi in Afghanistan quando gli Stati Uniti sostennero la rivolta talebana contro l’occupazione sovietica. L’Isis ora combatte con fucili con la scritta “Property of US Govt”, di proprietà del governo statunitense. La scoperta l’ha fatta un’organizzazione non governativa, la Conflict Armament Research.
VIDEO Sean Penn: “Ringrazio Bush e Cheney per aver creato l’Isis”

La coalizione internazionale e l’asse Washington-Riyadh. Compreso, con un certo ritardo, il pericolo dell’espansione di milizie jihadiste nella regione, Obama ad agosto 2014 concorda pertanto con alcuni partner europei, inclusa l’Italia, l’avvio di una coalizione internazionale per combattere l’Isil. A supporto finora il nostro governo ha inviato 2,5 milioni di dollari in armi, tra cui mitragliatrici, granate, cacciabombardieri e più di un milione di munizioni, oltre che aiuti umanitari. La missione ha spinto molti a credere che Washington abbia d’un tratto cambiato casacca, scendendo a sostegno del regime siriano. Niente affatto. Per l’asse Washington-Ankara-Riyadh l’obiettivo di liberarsi dell’Isil sottintende infatti a quello reale, ovvero liberarsi di Assad. Lo dimostrano le stesse parole pronunciate da Obama, che nei giorni scorsi si è detto pronto a colpire anche postazioni del governo siriano se da queste partissero attacchi contro la popolazione civile. Il fattore umanitario, però, pesa ben poco nello scacchiere politico. Il nodo da sciogliere ad oggi è esclusivamente il destino di Assad: Mosca e Teheran chiedono che resti al potere, l’Occidente continua a fare pressioni per le sue dimissioni. Tuttavia, la storia ci insegna che un’interferenza esterna finora non ha mai sortito gli effetti sperati, al contrario, ha sempre contribuito a incrementare gli scontri settari. Dividere il potere per quote, etniche e religiose, imponendo queste sulla base dei propri interessi sarebbe un deterrente per qualsiasi transizione pacifica propedeutica all’unità nazionale. Iraq, Libano, Afghanistan e Libia dovrebbero dirci qualcosa.
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Carlotta Sami UNHCR
L’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (United Nations High Commissioner for Refugees) è l’Agenzia delle Nazioni Unite specializzata nella gestione dei rifugiati; fornisce loro protezione internazionale ed assistenza materiale, e persegue soluzioni durevoli per la loro drammatica condizione. È stata fondata il 14 dicembre 1950 dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite, iniziando ad operare dal 1º gennaio del 1951. Ha assistito oltre 60 milioni di persone[1] e ha vinto due premi Nobel per la pace, rispettivamente nel 1954 e nel 1981

L’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati ha voluto esprimere la propria posizione, sulla base della Convenzione di Ginevra del 1951.
“Con quasi 60 milioni di persone costrette a lasciare le proprie case in tutto il mondo e le traversate in barca del Mediterraneo in prima pagina quasi ogni giorno, è sempre più comune vedere i termini “rifugiato” e “migrante” usati in maniera intercambiabile, sia tra i media che nei dibattiti. Ma tra le due parole c’è una differenza? E se c’è, è importante?
I rifugiati sono persone in fuga da conflitti armati o persecuzioni. La loro situazione è spesso così pericolosa e così intollerabile che attraversano i confini nazionali per cercare protezione nei paesi vicini. Così facendo diventano internazionalmente riconosciuti come “rifugiati” che hanno accesso all’assistenza da parte degli Stati, di UNHCR e di altre organizzazioni. Viene loro riconosciuto questo status proprio perché sarebbe troppo pericoloso tornare a casa e hanno bisogno di trovare protezione altrove. Si tratta di persone per le quali il rifiuto della richiesta di asilo ha conseguenze potenzialmente mortali.
I rifugiati sono definiti e protetti dal diritto internazionale. La Convenzione del 1951 sui Rifugiati e il suo Protocollo del 1967, così come altri testi giuridici, per esempio la Convenzione dell’OUA sui Rifugiati del 1969, restano la pietra angolare della moderna protezione dei rifugiati. I principi giuridici che questi documenti sanciscono fanno da riferimento per innumerevoli altre leggi e pratiche internazionali, regionali e nazionali. La Convenzione del 1951 definisce chi è un rifugiato e delinea i diritti di base che gli Stati dovrebbero garantire ai rifugiati. Uno dei principi fondamentali stabiliti dal diritto internazionale è che i rifugiati non debbano essere espulsi o rimandati in contesti in cui la loro vita e la loro libertà sarebbero minacciate.
La protezione dei rifugiati ha molte forme. Tra queste c’è la sicurezza di non essere rimandati nei pericoli dai quali sono fuggiti; l’accesso a procedure di asilo che siano giuste ed efficienti; e misure volte a garantire che i diritti umani fondamentali siano rispettati, così da consentire loro di vivere con dignità e sicurezza mentre li si aiuta a trovare una soluzione a lungo termine. Gli Stati sono i primi responsabili di questa protezione. L’UNHCR lavora quindi a stretto contatto con i governi, consigliandoli e sostenendoli come opportuno affinché mettano in pratica le proprie responsabilità.
I migranti scelgono di spostarsi non a causa di una diretta minaccia di persecuzione o di morte, ma soprattutto per migliorare la propria vita attraverso il lavoro, o in alcuni casi per l’istruzione, per ricongiungersi con la propria famiglia o per altri motivi. A differenza dei rifugiati che non possono tornare a casa senza correre rischi, i migranti non hanno questo tipo di ostacolo al loro ritorno. Se scelgono di tornare a casa, continueranno a ricevere la protezione del loro governo.

Tornando in Europa e al gran numero di persone che quest’anno e il precedente sono arrivate via mare in Grecia, in Italia e altrove. Quali dei due sono? Rifugiati o migranti?
In realtà sono entrambi. La maggioranza delle persone arrivate quest’anno, in particolare in Italia e in Grecia, proviene da paesi dilaniati dalla guerra o che sono considerati origine di grandi flussi di rifugiati e per i quali è necessaria la protezione internazionale. Tuttavia, una percentuale più piccola arriva da altri paesi e per molte di queste persone il termine “migranti” sarebbe corretto.
Così, all’UNHCR si usa l’espressione “rifugiati e migranti”, in riferimento agli spostamenti di persone via mare o in altre circostanze, in cui si ritiene che entrambi i gruppi possano essere presenti – gli spostamenti in barche nel Sud-Est asiatico ne sono un altro esempio. L’UNHCR usa “rifugiati” intendendo persone che fuggono da guerre o persecuzioni attraversando un confine internazionale. E usa “migranti” per quelle persone che si spostano per motivi non compresi nella definizione giuridica di rifugiato. La speranza è che gli altri riflettano sul fare lo stesso. Scegliere le parole è importante.”


ERRI DE LUCA

Mare nostro,
che non sei nei cieli,
e abbracci i confini dell’isola e del mondo,
sia benedetto il tuo sale,
sia benedetto il tuo fondale,
accogli le gremite imbarcazioni,
senza una strada sopra le tue onde.
I pescatori usciti nella notte,
le loro reti tra le tue creature.
che tornano al mattino
con la pesca dei naufraghi salvati.

Mare nostro,
che non sei nei cieli
all’alba sei colore del frumento,
al tramonto dell’uva di vendemmia,
ti abbiamo seminato di aggenati
più di qualunque età delle tempeste.

Mare nostro,
che non sei nei cieli
tu sei più giusto della terraferma
pure quanto sollevi onde a muraglia e poi le abbassi a tappeto.
Custodisci le vite,
le visite cadute come foglie sul viale,
fai da autunno per loro,
la carezza d’abbraccio
bacio in fronte
di madre e padre prima di partire.


Disegni di bambini migranti

DORIANA GORACCI
Sono cominciati a crescere come i funghi dopo la pioggia centinaia di volontari che non ne potevano più di leggere le notizie a casa e, armati di una voglia straordinaria di umanità e vita, sono andati a cercare profughi in cerca di aiuto: “Dillo forte, dillo chiaro, i rifugiati qui sono benvenuti”, gridavano i volontari austriaci che si sono organizzati via Facebook e hanno portato scorte di cibo, acqua, prodotti sanitari e vestiti pesanti.
In tutto questo fervore di iniziative, bolle in un pentolone accreditato anche da tanta parte politica “illuminata”, un livore cinico che mette in guardia dai facili buonismi, dalle speranze di un cambiamento, dal perché questi sì e altri no, perché solo adesso… ed era lo stesso pappone che gira livido e angosciante nel sapere sempre che un dittatore è meglio di un altro che il tale ha ben scovato la tal’altra che rimane una strega: sono capaci di avere sempre la spiegazione giusta e nascosta.
Niente da fare anche per quelli che hanno preso l’iniziativa dell’accompagno in auto privata e che annunciano “Stiamo festeggiando il successo di questa iniziativa con i migranti a cui abbiamo assicurato un passaggio sicuro”.
Il traffico di esseri umani, senza distinzione di sesso ed età, lo sappiamo che dura da anni, il traffico di armi nei paesi più poveri di umanità e più ricchi di materie prima sappiamo che dura da anni, ciononostante ci schieriamo ora con un governo, ora con un altro, perdendo di vista quanto ci è vicino e mettendo ben poco in atto quanto dovrebbe essere quotidianamente riproposto a noi stessi, applicando l’umanità, rendendoci utili anche con questo mezzo che è la rete, per organizzarci e non dare mai più spazio a chi vuole spiegarci come è meglio morire, giorno dopo giorno, con finte paci ed eterne guerre.
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Qualche informazione politico-economica dell’ ultima ora? “Il primo ministro israeliano Netanyahu ha annunciato l’inizio della costruzione di una recinzione di 30 km lungo il confine tra Israele e Giordania, per tener fuori dal Paese i rifugiati siriani. Netanyahu ha dichiarato che non permetterà a Israele di essere “sommerso da un’ondata di immigrati clandestini e attivisti terroristici”.
L’annuncio è venuto il giorno dopo che il leader dell’opposizione Isaac Herzog ha esortato il Paese a prendere rifugiati siriani, e dopo che il presidente palestinese Abbas ha chiesto a Israele di permettere ai palestinesi dei campi profughi siriani di viaggiare nei territori palestinesi, le cui frontiere esterne sono controllate da Tel Aviv.”

Chi ha davvero diritto di asilo politico e umanitario, laddove noi Italia siamo nell’Officina Multinazionale delle Armi? E forse non c’è ancora il mito dell’ Oriana Fallaci che sosteneva quanto brutti sporchi e cattivi fossero quelli dell’Islam rispetto ai “nostri Cristiani”?
Lotta dura quindi alla guerra, marcata da qualsivoglia patto atlantico e ai nuovi colonizzatori sempre pronti al travestimento trasformista.
Sorridiamo che fa bene alla salute, anche mentale: la marcia della speranza continua. Buon cammino a noi tutti e Indignatevi quando manca l’amore.

(Disegni di minori migranti)

Pubblichiamo una poesia anonima sull’immigrazione che gira in questi giorni (qui l’originale). Sarebbe stata scritta da un siriano. Non è stato possibile verificare da fonti indipendenti se si tratti di una lettera autentica o no. La traduzione è dei ricercatori Serena Tolino (Zurigo) e Ashraf Hassan (Napoli, Bayreuth). Nella foto Reuters: Hamad Alroosan, 10 anni, siriano, sull’autobus della polizia dopo l’arrivo a Malta.

Mi dispiace mamma,
perché la barca è affondata e non sono riuscito a raggiungere l’Europa.
Mi dispiace mamma,
perché non riuscirò a saldare i debiti che avevo fatto per pagare il viaggio.
Non ti rattristare se non trovano il mio corpo,
cosa potrà mai offrirti, se non il peso delle spese di rimpatrio e sepoltura?

Mi dispiace mamma,
perché si è scatenata questa guerra ed io, come tanti altri uomini, sono dovuto partire.
Eppure i miei sogni non erano grandi quanto quelli degli altri…
Lo sai, i miei sogni erano grandi quanto le medicine per il tuo colon e le spese per sistemare i tuoi denti…
A proposito… i miei denti sono diventati verdi per le alghe. Ma nonostante tutto, restano più belli di quelli del dittatore!

Mi dispiace amore mio,
perché sono riuscito a costruirti solo una casa fatta di fantasia:
una bella capanna di legno, come quella che vedevamo nei film…
una casa povera, ma lontana dai barili esplosivi, dalle discriminazioni religiose e razziali, dai pregiudizi dei vicini nei nostri confronti…

Mi dispiace fratello mio,
perché non posso mandarti i cinquanta euro che avevo promesso di inviarti ogni mese
per farti divertire un po’ prima della laurea…
Mi dispiace sorella mia,
perché non potrò mandarti il cellulare con l’opzione wi-fi, come quello delle tue amiche ricche…

Mi dispiace casa mia,
perché non potrò più appendere il cappotto dietro alla porta.
Mi dispiace, sommozzatori e soccorritori che cercate i naufraghi,
perché io non conosco il nome del mare in cui sono finito.
E voi dell’ufficio rifugiati invece, non preoccupatevi, perché io non sarò una croce per voi.

Ti ringrazio mare,
perché ci hai accolto senza visto né passaporto.
Vi ringrazio pesci,
che dividete il mio corpo senza chiedermi di che religione io sia o quale sia la mia affiliazione politica.
Ringrazio i mezzi di comunicazione,
che trasmetteranno la notizia della nostra morte per cinque minuti, ogni ora, per un paio di giorni almeno.
Ringrazio anche voi, diventati tristi al sentire la nostra tragica notizia.
Mi dispiace se sono affondato in mare.


(Disegno di bambino migrante)

UNICEF
La guerra che insanguina la Siria è entrata nel suo 5° anno. Sono finora almeno 200.000 le vittime tra i civili, di cui almeno 10.000 bambini e ragazzi sotto i 18 anni.
La vita di 14 milioni di bambini – sfollati, profughi, intrappolati nelle zone di combattimenti o sotto assedio, privati della scuola e dei servizi di base – è stata sconvolta da questo conflitto. Le persone bisognose di assistenza umanitaria all’interno dei confini siriani sono ormai oltre 12 milioni, quasi 5,6 milioni dei quali sono bambini e adolescenti sotto i 18 anni. Tre milioni e mezzo sono i minori sfollati all’interno della Siria. Ad essi si aggiungono altri 3,9 milioni di profughi (tra cui 2 milioni di bambini), fuggiti nei Paesi della regione (Turchia, Giordania, Libano, Iraq ed Egitto). Circa il 5% di essi – poco più di 270.000 – hanno trovato asilo in Europa. La situazione si è ulteriormente aggravata a partire dall’estate 2014 a causa dell’impetuosa avanzata in Siria e in Iraq delle milizie jihadiste dell’ISIS (l’esercito dell’autoproclamatasi “Califfato” islamico), che oltre a compiere massacri sulle minoranze Yazide, Turcomanne e cristiane, provocano nuovi spostamenti di popolazione.

(Disegno di bambino migrante)

RAPPORTO DI AMNESTY 2014

Il 2014 è stato un anno devastante per coloro che cercavano di difendere i diritti umani e per quanti si sono trovati intrappolati nella sofferenza delle zone di guerra.
I governi a parole sostengono l’importanza di proteggere i civili ma i politici di tutto il mondo hanno miseramente fallito. Amnesty International ritiene che tutto ciò può e deve finalmente cambiare. Il diritto internazionale non potrebbe essere più chiaro. Gli attacchi non devono mai essere diretti contro i civili. Il principio di distinzione tra civili e combattenti è una salvaguardia fondamentale per le persone travolte dagli orrori della guerra.
E tuttavia, più e più volte, nei conflitti sono stati proprio i civili a essere maggiormente colpiti. I politici hanno ripetutamente calpestato le regole che proteggono i civili o hanno abbassato lo sguardo di fronte alle fatali violazioni di queste regole da parte di altri.
Il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite non è intervenuto ad affrontare la crisi siriana negli anni precedenti, quando ancora sarebbe stato possibile salvare innumerevoli vite umane. Tale fallimento è proseguito anche nel 2014. Negli ultimi 4 anni, sono morte 200.000 persone, la stragrande maggioranza civili, principalmente in attacchi compiuti dalle forze governative (Assad). Circa 4 milioni di persone in fuga dalla Siria hanno trovato rifugio in altri paesi. Più di 7,6 milioni sono sfollate in territorio siriano.
La crisi in Siria è intrecciata con quella del vicino Iraq. Il gruppo armato che si autodefinisce Stato islamico (Is o Isis), che in Siria si è reso responsabile di crimini di guerra, nel nord dell’Iraq ha compiuto rapimenti, uccisioni sommarie assimilabili a esecuzione e una pulizia etnica di proporzioni enormi. Parallelamente, le milizie sciite irachene hanno rapito e ucciso decine di civili sunniti, con il tacito sostegno del governo iracheno. L’assalto condotto a luglio su Gaza dalle forze israeliane è costato la vita a 2000 palestinesi. E ancora una volta, la stragrande maggioranza di questi, almeno 1500, erano civili. Come ha dimostrato Amnesty International in una dettagliata analisi, la linea adottata da Israele si è distinta per la sua spietata indifferenza e ha implicato crimini di guerra. Anche Hamas ha compiuto crimini di guerra, sparando indiscriminatamente razzi verso Israele e causando morti. In Nigeria, il conflitto in corso nel nord del paese tra le forze governative e il gruppo armato Boko haram è finito sulle prime pagine dei giornali di tutto il mondo a causa del rapimento, da parte di Boko haram, di 276 studentesse nella città di Chibok, uno degli innumerevoli crimini commessi dal gruppo. Quasi inosservati sono passati gli orrendi crimini commessi dalle forze di sicurezza nigeriane, e da altri che hanno agito per conto loro, contro persone ritenute appartenere o sostenere Boko haram; alcuni di questi crimini, rivelati da Amnesty International ad agosto, erano stati ripresi in un video che mostrava le vittime assassinate e gettate in una fossa comune.
Nella Repubblica Centrafricana, oltre 5000 persone sono morte a causa della violenza settaria, nonostante la presenza sul campo dei contingenti internazionali. Tortura, stupri e uccisioni di massa hanno a stento raggiunto le prime pagine dei giornali a livello mondiale. Ancora una volta, la maggior parte delle vittime erano civili.
E in Sud Sudan, lo stato più recente del mondo, decine di migliaia di civili sono stati uccisi e due milioni sono fuggiti dalle loro case, nel contesto del conflitto armato tra le forze governative e quelle dell’opposizione. Entrambe le parti hanno commesso crimini di guerra e crimini contro l’umanità.
Questo breve elenco, come mostra chiaramente quest’ultimo rapporto di Amnesty International sulla situazione dei diritti umani in 160 paesi, non rappresenta che una parte del problema. Qualcuno potrebbe sostenere che di fronte a tutto questo non è possibile fare nulla, che da sempre la guerra viene fatta alle spese della popolazione civile e che niente potrà mai cambiare.
Ma si sbaglia. È essenziale affrontare la questione delle violazioni contro i civili, oltre che assicurarne alla giustizia i responsabili. C’è una misura evidente e concreta che attende solo di essere adottata: Amnesty International ha accolto con favore la proposta, attualmente appoggiata da circa 40 governi, di dotare il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite di un codice di condotta che preveda l’astensione volontaria dal ricorso al veto in situazioni di genocidio, crimini di guerra e crimini contro l’umanità, per non bloccare l’azione del Consiglio di sicurezza.
Sarebbe un primo passo importante e potrebbe già salvare molte vite.
I fallimenti tuttavia non hanno riguardato soltanto l’incapacità d’impedire le atrocità di massa. È stata anche negata l’assistenza diretta ai milioni di persone in fuga dalla violenza che inghiottiva villaggi e città.
Quei governi, tanto pronti a denunciare a gran voce i fallimenti degli altri governi, si sono poi dimostrati essi stessi riluttanti a farsi avanti e fornire gli aiuti essenziali di cui avevano bisogno i rifugiati, sia in termini di aiuti economici, sia di opportunità di reinsediamento. A fine anno, i rifugiati della Siria reinsediati erano meno del due per cento, una cifra che dovrà almeno triplicarsi nel 2015.
Nel frattempo, un numero enorme di rifugiati e migranti continua a perdere la vita nel Mar Mediterraneo, nel disperato tentativo di raggiungere le coste europee. La mancanza di supporto da parte di alcuni stati membri dell’Eu nelle operazioni di ricerca e soccorso ha contribuito allo sconvolgente tributo in termini di vite umane.
Una misura che potrebbe essere adottata per proteggere i civili nei conflitti è limitare ulteriormente l’impiego di armi esplosive nelle aree popolate. Ciò avrebbe permesso di salvare molte vite in Ucraina, dove sia i separatisti appoggiati dalla Russia (che seppur in maniera poco convincente ha più volte negato un suo coinvolgimento) sia le forze pro-Kiev hanno colpito quartieri abitati da civili.
L’esistenza di regole sulla protezione dei civili è importante in quanto implica un concreto accertamento delle responsabilità e l’ottenimento della giustizia, laddove tali regole siano violate. In questa prospettiva, Amnesty International ha accolto con favore la decisione assunta dal Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite, a Ginevra, di avviare un’inchiesta internazionale in merito alle accuse di violazioni dei diritti umani e di abusi commessi durante il conflitto in Sri Lanka, dove, negli ultimi mesi di combattimenti nel 2009, furono uccise decine di migliaia di civili. Amnesty International si è molto impegnata negli ultimi cinque anni affinché fosse istituita quest’inchiesta. Senza un tale accertamento delle responsabilità non sarà possibile compiere alcun passo avanti.
Ma anche altri aspetti inerenti la difesa dei diritti umani devono essere migliorati. In Messico, la sparizione forzata di 43 studenti, avvenuta a settembre, è andata tragicamente ad aggiungersi alle vicende di oltre 22.000 persone scomparse finora o delle quali si sono perse le tracce dal 2006; si ritiene che la maggior parte di queste siano state rapite da bande criminali ma in molti casi le informazioni raccolte lasciano intendere che siano state sottoposte a sparizione forzata per mano di poliziotti o militari, i quali avrebbero agito in alcuni casi in collusione proprio con le bande criminali. Le poche vittime i cui resti sono stati ritrovati mostravano segni di tortura e altro maltrattamento. Le autorità federali e statali non hanno provveduto a condurre indagini su questi crimini per stabilire l’eventuale coinvolgimento di agenti dello stato e garantire un rimedio legale efficace per le vittime, compresi i loro familiari. Oltre a non aver dato una risposta, il governo ha tentato di nascondere la crisi dei diritti umani, in un contesto di elevati livelli d’impunità, corruzione e progressiva militarizzazione.
Nel 2014, i governi di molte parti del mondo hanno continuato a reprimere le Ngo e la società civile, una sorta di perverso riconoscimento dell’importanza del loro ruolo. La Russia ha accresciuto la sua stretta micidiale con l’introduzione di una spaventosa “legge sugli agenti stranieri”, un linguaggio degno della guerra fredda. In Egitto, le Ngo sono state al centro di un grave giro di vite, con l’utilizzo della legge sulle associazioni risalante all’era Mubarak, per mandare il chiaro messaggio che il governo non intendeva tollerare alcun tipo di dissenso. Organizzazioni per i diritti umani di rilievo hanno dovuto ritirarsi dall’Esame periodico universale del Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite sulla situazione dei diritti umani in Egitto, per timore di rappresaglie nei loro confronti.
Come già accaduto in varie occasioni in precedenza, i manifestanti hanno dimostrato il loro coraggio malgrado le minacce e la violenza contro di loro. A Hong Kong, a decine di migliaia hanno sfidato le minacce delle autorità e affrontato un uso eccessivo e arbitrario della forza da parte della polizia, in quello che è diventato il “movimento degli ombrelli”, esercitando i loro diritti fondamentali alle libertà d’espressione e di riunione.
Le organizzazioni per i diritti umani sono talvolta accusate di essere troppo ambiziose nei loro sogni di dar vita a un cambiamento. Dobbiamo comunque ricordare che i traguardi straordinari sono raggiungibili. Il 24 dicembre, è entrato in vigore il Trattato internazionale sul commercio di armi, dopo che tre mesi prima era stata superata la soglia delle 50 ratifiche.
Amnesty International, tra gli altri, si è impegnata a favore del trattato per 20 anni. Più volte ci era stato detto che non saremmo mai arrivati a ottenerlo. Ebbene, il trattato adesso esiste e servirà a proibire la vendita di armi a quanti potrebbero utilizzarle per commettere atrocità. Potrà pertanto svolgere un ruolo decisivo negli anni a venire, quando la questione della sua implementazione sarà cruciale.
Nel 2014 ricorrevano anche i 30 anni dall’adozione della Convenzione delle Nazioni Unite contro la tortura, un’altra convenzione per la quale Amnesty International si è battuta per molti anni e una delle motivazioni per le quali le fu conferito il premio Nobel per la pace nel 1977.
Questo anniversario è, sotto un certo punto di vista, un momento da celebrare ma è anche l’occasione per sottolineare come la tortura sia ancora dilagante in molte parti del mondo, motivo per cui Amnesty International, proprio quest’anno, ha lanciato la sua campagna globale “Stop alla tortura”.
Questo messaggio contro la tortura ha avuto una particolare risonanza in seguito alla pubblicazione a dicembre di un rapporto del senato statunitense, che ha dimostrato la facilità con cui era stato tollerato l’uso della tortura negli anni successivi agli attacchi agli Usa dell’11 settembre 2001. È sconcertante come alcuni dei responsabili per quegli atti criminali di tortura sembrassero ancora convinti di non avere alcun motivo di cui vergognarsi.
Da Washington a Damasco, da Abuja a Colombo, i leader di governo hanno giustificato orrende violazioni dei diritti umani sostenendo che era necessario commetterle in nome della sicurezza. In realtà, è semmai vero il contrario. Questo tipo di violazioni sono uno dei motivi principali per i quali oggi viviamo in un mondo tanto pericoloso. Non può esserci sicurezza senza rispetto dei diritti umani. Abbiamo ripetutamente visto che, anche nei momenti più bui per i diritti umani, e forse in special modo in tempi come questi, è possibile dar vita a un cambiamento straordinario.
Dobbiamo solo sperare che, quando negli anni a venire guarderemo indietro al 2014, ciò che abbiamo vissuto in quest’anno ci sembrerà il fondo, l’ultimo punto più basso da cui siamo risaliti e abbiamo creato un futuro migliore.

Disegno di bambino siriano
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Bambino di quarta elementare

«E’ tempestoso questo mare / ci vuole separare / ci rende estranei, nemici. / Sulle sue onde tumultuose, / pericolose, sconosciute, crudeli / corrono parole, grida, pianti. / Sulle sue onde corre / la disperazione, la morte / ma anche la speranza / che improvvisamente / un’onda più alta / in un attimo porta via / lasciando solamente il rumore / dell’immenso mare».
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Art. 10, terzo comma:
Lo straniero, al quale sia impedito nel suo paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d’asilo nel territorio della Repubblica secondo le condizioni stabilite dalla legge.

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La Siria fu inclusa dagli USA tra gli Stati canaglia, paesi come la Corea del Nord, Cuba, l’Iraq di Saddam, l’Iran degli Ayatollah e la Libia di Gheddafi considerati una minaccia per la pace mondiale, dittature che violava gravemente i diritti umani e alimentavano il terrorismo. La Siria ha poco petrolio ed è povera economicamente ma è stata la punta più avanzata della politica anti-israeliana nel Vicino Oriente e ha fatto operazioni terroristiche contro gli Stati Uniti e Israele, da cui reclamava territori. Assad è andato al potere nel 1970 con elezioni truffa. Nel 2011 inizia la rivolta contro di lui, la cosiddetta primavera araba. La cosa è complicata dalle differenze religiose. Assad è alawita (sciita), per cui Iran e Libano sono intervenuti a favore di lui. I ribelli invece sono sunniti, sostenuti dalla Turchia e dai Paesi sunniti del Golfo (Srabia e Katar). All’ONU, USA, Francia e Inghilterra si sono messi dalla parte dei ribelli; Cina e Russia invece con Assad. Il 23 agosto 2013 Assad usa armi chimiche contro la sua popolazione e USA e Ue lo accusano.
A seguito della guerra, la Siria è nel caos: 2 ospedali su 3 sono stati distrutti; il 38% delle attrezzature mediche è andato perduto,comprese quasi tutte le ambulanze. Oltre la metà dei medici è fuggita,alcuni sono stati imprigionati o uccisi. I pochi medici rimasti in Siria non possono affrontare le emergenze di pronto soccorso. I vaccini che possono essere distribuiti sono crollati dal 91% al 68% negli ultimi 3 anni di guerra; molte malattie già debellate (come la polio) sono riapparsi, e i casi di contagio sono in vertiginosa crescita. 3 donne su 4 non hanno accesso ad attrezzature per il parto. Dal colpo di Stato del 1963 è in vigore la legge marziale, che sospende la maggior parte delle garanzie costituzionali. I morti dovrebbero essere 200.000. Gli sfollati sono 6,5 milioni all’interno del paese, 4 milioni sono fuggiti in altri paesi quali la Turchia, il Libano, la Giordania e il Kurdistan iracheno. Ora la Merkel ha dato loro asilo.
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La tanto benefica Inghilterra batte ogni record in fatto di disumanità.

Il rapporto dell’Institute for Race Relations fa il punto sui 509 decessi di stranieri, in detenzione o durante operazioni di polizia, dal 1991 a oggi: “morti di giustizia”
30mila stranieri transitano ogni anno dagli 11 centri di identificazione e espulsione in Gran Bretagna, gran parte dei quali richiedenti asilo, ma per molti la detenzione rischia ha significato la morte, 348 persone sono morte in carcere, 137 hanno perso la vita nel corso di operazioni di polizia e 24 durante o subito dopo la detenzione negli IRC.
Chi difende questo governo come difendeva i precedenti non si rende nemmeno conto di quanto sia sciagurata la politica sui migranti in Italia.
L’Europa ci stima così poco capaci che non solo sta mettendo clausole per obbligare tutti i Paesi europei all’accoglienza (dunque contro il Trattato di Berlino che vincola ogni Paese a tenersi quelli che arrivano) ma sta prevedendo squadre di tecnici ‘stranieri’ e centri di raccolta per identificare i profughi. La bocciatura nei confronti dei governi italiani è totale. Vi vuole sostituire e questa proposta è considerata dal Viminale come una sorta di commissariamento.
Lo si vuol capire che né Berlusconi né la Lega né i vari governi del Pd né Renzi sono stati capaci di fare un valido piano sui migranti? Si vuole ricordare che non solo i partiti italiani sono collusi con i macellai della migrazione (centri di accoglienza, scafisti e mafia) ma in tanti anni si sono dimostrati capaci solo di arricchirsi sui migranti stessi? E che sempre mancata, Salvini non Salvini, qualsiasi organizzazione seria su questo tema? Ci vogliamo ricordare che quando per sei mesi Renzi ha avuto la presidenza europea non ha fatto nemmeno una parola su questo gravissimo problema? E che a tutt’oggi non ha la più pallida idea di cosa fare e se ne esce solo in qualche slogan senza progetto?

(Disegno di bambino siriano)

Saregasto Candy Laura
Non vorrei polemizzare, ma nel 1988 solo a Berlino Ovest si contavano 200.000 persone di nazionalità turca (più o meno il 10% della popolazione della città)! In tutta la Germania (Fonte Sole 24 ore) gli immigrati sono più di 8 milioni… Numeri ben diversi dai nostri!
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Perotto Maurizio
Alla Germania si dovrebbe riconoscere anche il fatto di non aver partecipato alla guerra in Libia, di essersi opposta alla guerra in Iraq e di aver scelto una posizione neutrale nella guerra in Siria (mentre UK e Francia armavano le forze anti Assad). Meno limpida invece la politica in Ucraina e in Grecia, forse perché la Germania mira all’egemonia in Europa e non in medio oriente.
L’Italia invece come al solito ha mantenuto una posizione ambigua: in Libia era amica e nemica di Gheddafi, ha sostenuto la guerra in Iraq chiamandola “missione di pace”, e in Siria ha prima onorato Assad con il cavalierato e poi ha sostenuto la propaganda dei “ribelli siriani” contro il dittatore, almeno finché non è emerso che almeno una parte di quei ribelli è parte dell’ISIS.

(Disegno di bambino siriano)

IFQ: Da più parti la Merkel è stata accusata in questi ultimi mesi di aver sottovalutato la questione immigrazione. Troppi tentennamenti, troppi silenzi. A lungo si è astenuta dall’intervenire su un tema che ormai pare infiammare gli animi. Non solo le divergenze all’interno del suo partito, non solo l’atteggiamento molto più restrittivo della formazione gemella bavarese, la Csu, non solo la concorrenza alla propria destra di Alternativa per la Germania che vorrebbe mettere una croce sull’euro e una disciplina più severa sull’immigrazione, deve vedersela anche con i movimenti di cittadini che scendono in piazza per difendere l’Europa da presunti rischi di islamizzazione e per far sì che la Germania pensi “prima di tutto” ai tedeschi. Dall’inizio di quest’anno si sono registrati oltre 200 episodi di violenza con matrice di estrema destra: aggressioni, attentati incendiari, fiamme appiccate ai centri che accolgono gli stranieri in attesa di asilo. Questa ora è la sua risposta.

(Disegno di bambino siriano)

IFQ: La Germania è spaccata. Ogni notte bruciano centri di soggiorno temporaneo per migranti, anche se la stampa assicura che la maggioranza è per l’accoglienza e che i tedeschi rimangano convinti che gli immigrati siano un elemento di forza per la Germania. «Alla lunga però 800 mila sono troppi». Anche per un paese ricco. Anche per la Germania. Il governo si impegnerà a varare un pacchetto di misure entro il 24 settembre, tra cui regole per accelerare le pratiche per l’asilo e lo snellimento delle normative per istituire centri di prima accoglienza. «La precisione tedesca è magnifica, ma ora bisogna mettere in campo la flessibilità tedesca».L’obiettivo è l’integrazione in tempi record per quei migranti cui venga riconosciuto il diritto d’asilo. «Quelli che hanno bisogno di protezione devono essere integrati più velocemente nel nostro sistema di vita. A quelli che invece non hanno il diritto di rimanere più a lungo deve essere detto che devono andare via».
Il 15 marzo 2011 migliaia di persone scesero per le strade di Damasco e Aleppo, in Siria, in una delle prime grandi manifestazioni del paese contro il regime del presidente siriano alauita Bashar al Assad ( alauiti = sciiti). Il governo cercò di reprimere le proteste con la forza, senza successo. Cominciò una guerra civile che fu “siriana” solo per pochi mesi: molto presto arrivarono i primi combattenti stranieri, per combattere al fianco dei ribelli. La guerra, che è diventata sempre più violenta di anno in anno, ha provocato la morte di oltre 200mila siriani. Molte città della Siria oggi sono distrutte e l’elettricità manca per buona parte del giorno. Il 15 marzo migliaia di persone in tutta la Siria decisero di protestare contro il regime di Assad, accusato di governare in maniera autoritaria e di impoverire il paese. L’esercito rispose con la violenza. Nel nord della Siria, alcuni manifestanti cominciarono ad assaltare le caserme e a impossessarsi delle armi. Costretti a sparare sulla folla, alcuni soldati siriani cominciarono a disertare e si unirono ai manifestanti. Il 29 luglio, quattro mesi dopo le prime proteste, un gruppo di ufficiali disertori proclamò la nascita dell’Esercito Libero Siriano (la “Free Syrian Army”, FSA). Le manifestazioni contro il regime si erano trasformate in una guerra civile. ra la fine del 2011 e l’inizio del 2012 la guerra diventò sempre più violenta: i ribelli ottennero l’appoggio dei disertori dell’esercito siriano e i finanziamenti di alcuni paesi arabi con cui cominciarono a comprare armi sempre più sofisticate. Le forze del regime fecero un ricorso sempre più massiccio agli armamenti pesanti, in particolare durante l’assedio di Homs, una grande città nel centro della Siria considerata dai ribelli la “capitale della rivolta”. A luglio gli scontri si intensificarono anche a Damasco, la capitale del paese.
Nel frattempo, soprattutto nello schieramento dei ribelli, si stavano verificando importanti cambiamenti: per esempio cominciarono ad arrivare sempre più combattenti stranieri, molti dei quali con alle spalle già un’esperienza militare. All’inizio del 2015 le due forze principali in Siria sono rimaste il regime di Assad e l’ISIS. Il regime controlla la gran parte delle aree costiere del paese, a maggioranza alauita o cristiana, oltre alla capitale Damasco e gran parte del sud del paese (un’area che comprenda circa il 60 per cento degli abitanti della Siria). L’ISIS controlla circa un terzo del paese nella parte nord-orientale e ha stabilito la sua capitale a Raqqa. In questa zona si trovano le principali installazioni petrolifere siriane che hanno garantito al gruppo un costante afflusso di denaro.
Dallo scorso settembre una coalizione internazionale guidata dagli Stati Uniti ha cominciato ad attaccare l’ISIS in varie parti della Siria. Gli attacchi si sono focalizzati intorno a Kobane, per via dell’alta concentrazione di uomini e mezzi dello Stato Islamico, ma sono state colpite anche la capitale Raqqa e le installazione petrolifere catturate dal gruppo. Ottenere risultati determinanti soltanto con gli attacchi aerei è però molto complicato, anche perché gli Stati Uniti non hanno truppe schierate a terra che possono aiutare i piloti a identificare e colpire i bersagli. Per sopperire alla mancanza di truppe di terra, il governo americano in Iraq si è appoggiato alle milizie curde e all’esercito regolare iracheno.
Assad ha compiuto oltre mille bombardamenti a tappeto sul suo stesso popolo.
La Siria è ridotta in macerie (oltre il 25% dei villaggi distrutti), un popolo trasformato in una massa disperata di profughi. La morte viene dall’alto. Dai micidiali “barili-bomba” sganciati sui centri abitati dagli aerei, in maggioranza di fabbricazione russa, di Bashar al-Assad. Il presidente siriano ha ordinato bombardamenti a tappeto da parte dell’aviazione. Secondo le statistiche solo nel mese di aprile ci sono stati 1.709 attacchi aerei con 725 obiettivi diversi tra le città di Damasco. L’Osservatorio siriano sui dritti umani, l’unico ad aggiornare il bilancio delle vittime, in un nuovo report ha sostenuto che sono almeno 310mila le persone morte dall’inizio della guerra, datata marzo 2011. Gli ispettori dell’Opac hanno aperto un’inchiesta dopo che alcuni test di laboratorio condotti per conto del britannico “The Times” e di alcune organizzazioni umanitarie hanno provato che il regime di Assad continua a usare bombe al cloro e quasi certamente anche cianuro contro la popolazione. Tre ex pubblici ministeri per crimini di guerra internazionali hanno documentato in un rapporto le uccisioni sistematiche di 11mila prigionieri effettuate dal regime di Bashar Assad.Le indagini, commissionate da uno studio legale per conto del Qatar, uno dei principali sponsor dei ribelli siriani, si sono basate sull’analisi di 55mila fotografie che ritraevano i corpi di giovani siriani tra i 20 e i 40 anni deceduti. Sui corpi erano evidenti i segni delle torture (principalmente malnutrizione, elettroshock e percosse). Le foto, fornite da un fotografo della polizia siriana che ha disertato, e che nel documento viene indicato con il nome di “Ceasar”, fanno riferimento al periodo compreso tra marzo 2011 e agosto 2013. Secondo gli esperti, forniscono prove inconfutabili dei crimini commessi dagli uomini di Assad.

(Disegno di bambino siriano)

Umberto de Giovannangeli
Oggi lo Stato siriano, nelle sue formali frontiere, non esiste più. Resiste il regime, che controlla una porzione del territorio e il centro della capitale. Dopo oltre 310mila morti , centinaia di migliaia di feriti e milioni di profughi, con il “clan Assad” abbarbicato al potere e il variegato fronte dell’opposizione armata sempre più egemonizzato, con il terrore, dai gruppi qaedisti, come immaginare che la Repubblica araba di Siria possa ricomporsi nel suo spazio canonico, quasi nulla fosse accaduto, e non piuttosto decomporsi in staterelli di impronta etno-religiosa, l’un contro gli altri armati, estrapolazione non proprio lineare di antiche e recenti fratture? Quel che resta della Siria oggi, annota Lucio Caracciolo, direttore di “Limes”, è la discarica delle tensioni levantino-mediorientali che vi hanno incontrato l’area di minor resistenza e di massima fragilità istituzionale e geopolitica dove sfogare le reciproche ostilità.

Samaan Daoud, cristiano di rito siro-cattolico: Dopo l’attentato di Parigi milioni di persone sono scese in piazza, in tutta Europa. Perché una mobilitazione simile non si è vista per le vittime del fondamentalismo in Medio Oriente e in Africa? È solo una questione di cattiva informazione?
La nostra sofferenza è cominciata nel 2011 e nessuno ha detto «Io sono i 200mila civili siriani morti» o fatto lo stesso con le 5mila donne siriane vendute al mercato. Già dall’inizio della “primavera araba” tantissimi sono stati ingannati. I capi politici dei Paesi di grande influenza, potendo controllare i media che godono di una certa credibilità, come Cnn, Bbc, Al Jazeera, El Arabia, hanno ingannato i loro e i nostri popoli. Ma le bugie hanno le gambe corte. Dopo un paio d’anni si è cominciato a capire che in Siria o Medio Oriente non è più questione di un uomo cattivo che sta ammazzando tutta la brava gente. Ci sono grossi giocatori, che prima stavano dietro le quinte e che adesso si fanno vedere: America, Russia, Iran, Arabia Saudita, Turchia..
Come si vive oggi in Siria? Risponde Samaan con alcuni numeri ufficiali: 3,8 milioni di siriani rifugiati, 7,6 milioni di sfollati, 12,1 di persone in stato di bisogno su una popolazione di circa 21 milioni, 3 milioni di case distrutte, 1200 scuole rovinate, esportazione zero. L’America dopo l’11 settembre ha attaccato l’Afghanistan per eliminare Bin Laden. Ma quanti Bin Laden abbiamo adesso? Il terrorismo è come un albero. L’albero per crescere ha bisogno di acqua; il terrorismo per crescere ha bisogno del sangue. Più guerre fai, più ingiustizia c’è, più sangue viene versato, più il terrorismo si rafforza. Guardiamo cosa sta succedendo: la Nigeria si sta scannando, il Sudan è tagliato in due, in Yemen c’è una guerra interna, in Iraq non esiste più uno Stato. Basta usare la motivazione del terrorismo per attaccare. Non si può portare la democrazia con i carri armati e gli aerei.
La strada allora qual è?
Dire ai turchi: chiudete la frontiera, così non aiutate più Isis e Al Nusrah. Ai giordani: basta fare campi di addestramento dalle vostre parti. A Israele: impegnati seriamente a non irrompere in Siria. All’Arabia Saudita: smetti di fornire soldi e armi da Al Nusrah. Al Qatar: basta fornire armi e terreno a Isis. E poi c’è l’Iran che fornisce armi al governo siriano. C’è la Russia. E l’America, la Francia… Quando i leader politici si metteranno attorno a un tavolo con grande buona volontà, si trova la soluzione.
La Siria che ha 21 milioni di abitanti e ha fatto arrivare al potere Assad è capace di far arrivare un altro siriano (e con il tono di voce sottolinea l’aggettivo “siriano”), che crede in uno Stato laico nel quale c’è rispetto per tutte le religioni. Lo ripeto: come cristiani non siamo legati ad Assad, ma siamo legati alla Siria. Se però Assad adesso se ne va, il vuoto chi lo riempie?
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independent92
In Islanda 12 mila famiglie hanno offerto la loro abitazione, per ospitare i rifugiati, il premier finlandese ha fatto lo stesso, insieme a famiglie in Finlandia, Svezia, Norvegia, Svizzera, Germania ecc qua non c’è smacco contro l’Ue, c’è solo la figuraccia di un grande paese, che sceglie di fare una propaganda per seguire i populisti e i razzisti…
In Italia lasciamo perdere, il razzismo va di moda ed è intrinseco nel nostro popolo da decenni, ogni tanto facciamo finta di lavarci la coscienza, accogliendo forzatamente qualcuno nel nostro paese, ma “guai” ad averceli vicini di casa, vero? Che vergogna vivere nel paese più razzista in Europa.
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UB Hubble
Io sono meno sfiduciato di voi due, riguardo al popolo italiano. Esempi bellissimi di attività solidaristica, sia individuali che di associazioni, ce ne sono a migliaia, alcuni di orientamento laico, altri religiosi. Si, anche religiosi, e lo dice uno che spesso è distante dal loro mondo e dal loro vissuto. Molte persone, di vario orientamento, spesso laiche, sono un esempio ed uno stimolo per ognuno di noi e lo dico senza un filo di retorica. Conosco persone fantastiche, gente che opera per assistere gratuitamente anziani o poveri che siano. Associazioni laiche e di sx che si occupano di ripristino ambientale dando una possibilità a tanti, sia nel mondo delle disabilità che dell’integrazione di cittadini non italiani. Insomma, io non la vedo così nera. Ricordo il tempo in cui ero sopraffatto dal disgusto e dalla disillusione per come la politica dei partiti aveva infranto tutti i miei sogni, le mie idealità. Ma ho visto che esiste un mondo anche fuori dai partiti e all’interno dei quali tanto ho dato, credimi. Quei partiti che continuo però a ritenere, per come è oggi la società, ancora insostituibili.
Tornando agli italiani, spero proprio di non sbagliare.
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“Perché vi mettete in mare sapendo che forse morirete?”
“Per il forse”

(Staino)
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Viviana
Ritengo che il gioco rientri nella macropolitica, cioè in ciò che viene deciso dai due schieramenti contrapposti che vedono da una parte l’Occidente dominato da USA, UK, Israele e Germania e dall’altra il blocco Russia-Cina.
Ci sono due fronti aperti.
Uno è in Ucraina,l’altro è in Medio Oriente.
Mi sembra chiaro che dare assistenza ai profughi siriani rientri nel piano di eliminare Assad che è sempre stato nemico di Israele e tende a rafforzare l’occupazione degli anglosassoni nel Medio Oriente, contro la Russia
Nel gioco si è introdotta l’Is per cui, come avvenne per Al Qaeda, è molto difficile capire quanto c’entrino la longa manus americana e russa e quanto le lotte dei diversi fanatismi religiosi.
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CHE FARE?
Non sembra che Alfano abbia predisposto alcun piano per i migranti o che Renzi al di là di slogan ad effetto abbia disposto fondi (la Merkel ha presentato 6 miliardi) o migliorato in alcun modo i riconoscimenti e l’assistenza. Ha invece dichiarato varie falsità: intanto che, una volta chiuso Mare Nostrum, l’operazione Ue Triton lo avrebbe sostituito. Poi che ben 19 Paesi europei avrebbero partecipato al pattugliamento del mare di Sicilia (falso).
Cosa propone il M5S?
Intanto il superamento della Convenzione di Dublino che obbliga i migranti a restare nel primo Paese dove vanno, in quanto ciò penalizza Grecia e Italia, mentre i più vogliono andare nei paesi del nord. Poi iniziative nei confronti dei Paesi di origine e di transito per contrastare le organizzazioni criminali che lucrano sul traffico di esseri umani; Il fenomeno degli scafisti è una causa del problema, per cui occorrono accordi bilaterali per il controllo delle tratte.
Istituzione di quote massime di migranti per Paese, definite sulla base degli indici demografici ed economici, così da ottenere un’equa distribuzione tra gli stessi e favorire le logiche di ricongiungimento familiare, etnico, religioso e linguistico, fondamentali per una reale integrazione sociale;
Istituzione di punti di richiesta d’asilo, finanziati dall’Unione Europea, anche al di fuori del territorio europeo e in collaborazione con le Nazioni Unite, per permettere, a chi ne ha diritto, di raggiungere i Paesi di accoglienza in modo sicuro e a noi di gestire le domande di protezione internazionale e di contenere il numero dei flussi migratori indistinti;
Revisione di tutti i bandi interministeriali destinati alla prima accoglienza e alla gestione dei servizi connessi, con particolare riguardo ai criteri di spesa; Razionalizzate o bloccate i finanziamenti finché non avrete le idee chiare e magari, a che ci siete, toglieteli dal controllo delle cooperative rosse come il consorzio Sisifo già al centro di scandali come quello di Lampedusa dove i migranti venivano denudati e lavati con l’idrante;
Trasferimento, a Lampedusa degli uffici dell’Agenzia Frontex e dell’Ufficio europeo di sostegno per l’asilo, al fine di coordinare meglio le operazioni di salvataggio e assistenza ai migranti;
Concessione di beni e servizi per le famiglie italiane in difficoltà per evitare tensioni tra italiani e migranti. Un Paese in crisi economica è meno tollerante e ricettivo, occorre garantire agli italiani le condizioni di benessere necessarie affinché vivano meglio le relazioni con i migranti.
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PADELLARO

Come una grande e benefica pioggia, la decisione di Angela Merkel di aprire le frontiere tedesche all’umanità derelitta lì giunta dall’inferno in terra, speriamo ci abbia liberato per un tempo non breve dai miasmi mefitici dell’intrattenimento razzista. Purtroppo degli Orban ungheresi e dei suoi epigoni polacchi, cechi e slovacchi che a Est tornano a concimare la pianta avvelenata del fascismo non sarà affatto facile venire a capo.
Ma, e non è poco, la presenza al vertice della Germania di una statista capace di decisioni coraggiose e lungimiranti ci fa pensare che l’Europa della democrazia e della civiltà abbia finalmente una guida solida a cui affidarsi. Il partito del piagnisteo può lamentarsi quanto vuole dello strapotere di Berlino, per esempio sul rigore economico che poteva e forse può ancora strangolare la Grecia, né vengono cancellate le colpe storiche del passato. Ma le leadership si conquistano sul campo con atti concreti, capacità decisionali e valori etici cui richiamarsi, e la Merkel oggi rappresenta tutto questo. Poi c’è il miracolo delle persone, immagini che non ci stancheremo mai di rivedere. I cartelli Welcome to Munich alla stazione di Monaco. I fuggiaschi che scendono impauriti dai treni e che non credono ai loro occhi. Dopo essere stati trattati come sottouomini dai poliziotti greci, macedoni e magiari, si vedono circondati da una folla festante che dona loro cibo, vestiti e giocattoli per i bambini mentre alte e commoventi si levano le note dell’Inno alla gioia.
Ed ecco che la pioggia delle civiltà e della solidarietà comincia a ripulire anche gli angoli sporchi della più vergognosa speculazione politica sulla pelle di esseri umani che l’Italia repubblicana ricordi. Centinaia e centinaia di ore televisive impiegate a gettare benzina sul fuoco dell’intolleranza, a fomentare guerre fra poveri, a inventare inesistenti “emergenze rom” dove i veri borseggiatori erano i politici di Mafia Capitale arricchitisi rubando sui campi nomadi. Un fenomeno epocale come quello della catastrofe umanitaria generata da guerre e massacri è stato trasformato in una vergognosa caciara permanente dove maschere farsesche di destra e di sinistra sproloquiavano dandosi sulla voce. E più altercavano più i conduttori si fregavano le mani sperando di lucrare qualche miserabile zero virgola in più di ascolto.
Nel silenzio codardo è stata fatta passare qualsiasi infamia ed è comprensibile che l’onnipresente Matteo Salvini abbia potuto impunemente parlare di “genocidio degli italiani in corso” senza nessuno che abbia avuto il coraggio di replicare in diretta: ma che cazzo stai dicendo?
Non illudiamoci, solo per un po’ la pioggia benefica giunta dalla Germania ci risparmierà la tassa sui gay proposta (visto che c’era) da quel sindaco veneto ebbro di becerume. Mentre tanti suoi degni colleghi fomentavano rivolte di piazza perché costretti a ospitare, pensate, qualche decina di migranti in più.
Una volta tanto Matteo Renzi ha detto la frase giusta quando ha contrapposto gli “umani” alle “bestie”. Ora, sia conseguente facendosi spiegare dalla Merkel come si gestisce un’urgenza che necessita di regole umane ma rigorose ed efficaci, proprio per non ridare fiato alla xenofobia fascista. Quanto a noi, è più facile: per uccidere la bestia basta cambiare canale.

JEREMY CORBIN
L’esponente pacifista e anti-austerity, vicino a Syriza e Podemos, ha sbaragliato gli altri tre candidati con il 59,5% dei consensi. Il suo primo atto sarà una manifestazione a sostegno dei rifugiati
Jeremy Corbyn, 66 anni, il candidato della sinistra pacifista e anti-austerity, ha stravinto le primarie con il 59,5 per cento dei consensi. Un risultato netto con cui ha sbaragliato alla prima votazione i tre avversari di “establishment”: Andy Burnham, Yvette Cooper e Liz Kendall. Il suo vice Tom Watson, “bestia nera” di Rupert Murdoch, eletto alla terza votazione alla conferenza del partito in corso a Westminster. Secondo la Bbc, l’affluenza per le elezioni interne è stata del 76,3% dei circa 500 mila iscritti e simpatizzanti registrati.
Corbyn “il rosso”, parlamentare per il seggio londinese di Islington, succede a Ed Miliband, che si era dimesso dopo il disastroso risultato del Labour alle elezioni politiche dello scorso 7 maggio che avevano visto la conferma dei conservatori di David Cameron. Contro il 66enne Corbyn, vicino a Syriza e Podemos, nelle ultime settimane erano scesi in campo gli ex premier Tony Blair e Gordon Brown, preoccupati per l’eventuale sterzata a sinistra del partito.
Gb: Jeremy Corbyn, il candidato laburista alle primarie che divide il partito

Primo impegno per i rifugiati. Il nuovo leader laburista risponde in effetti molto poco ai dettami della politica tradizionale. I cardini del suo programma sono porre fine all’austerità, imporre più tasse ai più ricchi e rinazionalizzare alcune imprese, a cominciare dalle ferrovie. La svolta è evidente già nell’annuncio di quello che sarà il suo primo atto da capo del Labour: “La mia prima azione come leader del partito sarà andare alla dimostrazione di questo pomeriggio per mostrare sostegno al modo in cui i rifugiati dovrebbero essere trattati e dovrebbero essere trattati in questo Paese”.

Il discorso programmatico. Tra gli applausi Corbyn ha poi chiarito che il suo obiettivo è dare “speranza alla gente comune che non ne può più di ingiustizie, disuguaglianza, povertà non inevitabile”. E ha fatto un discorso denso di riferimenti espliciti a temi come ambiente, pace, welfare, parità e immigrazione. Ha rivendicato il legame “organico” con il sindacato e denunciato come un “attacco alla democrazia” la riforma messa in cantiere dal governo conservatore per limitare il diritto di sciopero.

Corbyn ha chiamato “il partito e il movimento” laburista all’unità per “una società migliore e quanto più decente per tutti”. Il contrario di quello che accade con l’austerità introdotta dal governo Cameron, che “non è giusta, non è necessaria e deve cambiare” perché produce disuguaglianze “grottesche”.

Il nuovo numero due. Dalla sinistra del partito viene anche il nuovo numero due del Labour, Tom Watson, classe 1967 e parlamentare per il seggio di West Bromwich East fin dal 2001. Molto amato dai sindacati, Watson si è scagliato più volte contro l’impero mediatico di Rupert Murdoch. Da qualche anno inoltre ha spinto le forze dell’ordine a indagare sul giro di pedofilia che ha interessato ambienti molto vicini al parlamento di Westminster nei decenni passati.
..
Credete che un Jeremy Corbin, nuovo capo del Labour per acclamazione popolare, avrebbe sprecato 150.000 euro per una finale di tennis e avrebbe buttato 175 milioni di euro per un nuovo super jet autoaccessoriato con divanetti e salottino, sapendo che il suo Paese ha 10 milioni di poveri? Credete che avrebbe dato un tale schiaffo alla miseria?
Corbin ha lottato con perfetto coerenza per tutta la vita e contro il suo stesso partito per dei valori eterni che la gente capisce al volo e che sono nel cuore di tutti: pacifismo, ecologia, no a tutte le guerre, no all’austerità, no all’ipercapitalismo, stato sociale e protezione ai poveri, uguaglianza di tutti di fronte alla legge, tasse ai più ricchi, nazionalizzazione di imprese fondamentali per lo stato come le ferrovie, solidarietà verso deboli e migranti, accoglienza ai profughi. In 500.000 lo hanno acclamato come un salvatore. 500.000 cittadini stanchi dei danni dell’austerità, della Troika, della guerra, del neoliberismo travestito da sinistra, delle finzioni del potere.
Ci si chiede cosa ci sia di nuovo nel suo programma. Nulla. Ma la gente non chiede innovazioni, vuole pace, sicurezza, lavoro, stato sociale, futuro. La gente vuole vivere.
E se la sx europea tutti questi valori se li è dimenticati, vada ad impiccarsi come Giuda!

Con 170 milioni di euro si possono acquistare circa 25 nuovi treni per pendolari, aiutando circa 20.000 persone a viaggiare come esseri umani. Per non parlare della ricaduta occupazionale: oltre 5000 nuovi posti di lavoro subito.” (Luigi Di Maio).
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http://masadaweb.org

2 commenti »

  1. Cara Viviana, innanzitutto un saluto, che è anche un modo per riavvertirci e per ricambiare la stima tempo fa dimostratami; e visto che il tuo zibaldone induce in nobile tentazione e i pensieri compiuti ormai annoiano e li liofilizzano persino by social (?) network manco fossimo tutti Oscar Wilde o Flaiano baciati d’aforisma (e non già zeppi e zuppi di slogans, battute e titoli urlati); e considerato che non reco danno a nessuno; e poichè di primo risveglio m’è venuta così; e comunque implorando venia, ti invio un commento in metrica anarchica e blasfema (un 2-2-4-4 senza addentrarsi), estremamente ‘ermetico’ e per me esorcizzante le troppe righe versate e talvolta obbligate (sono giornalista prof da quando avevo 24 anni, pur non immaginando…). Stava per sfuggirmi, da distratto incurabile: sono homofaber.

    “Mani schiumanti e cuori a salve
    orizzonti brulli e rugiade in serra;
    l’alma d’un rapace, il vuoto di una madre, la polvere d’un marziale
    il fragore che ritorna, il senso che s’annebbia, il garzone che s’inceppa;
    e i petali senza fiore
    il cielo d’un baccanale
    le locandine sole al vento
    il viale a sangue e di nessuno;
    e poi l’alba che non chiede
    l’ostia che soffia al pelo
    la cravatta di nuovo a quadri
    lo specchio ancor più solo”

    Mi è venuta come sgorgasse dalla fonte, in cinque impetuosi minuti e te ne chiedo ancora eventuale scusa. E’ quello che (sul blog in cui ci intersecammo) abbiamo detto tante volte, solo stavolta raffigurato in sensazioni. Bye

    Commento di homofaber — settembre 18, 2015 @ 7:55 am | Rispondi

  2. ciao viviana
    cerco qui di buttare giù dei pensieri confusi che mi si stanno affacciando da qualche giorno. sarà la mia mai sopita anima di complottista che ogni tanto riaffiora, ma quello che sta succedendo in questi giorni mi suona mille campanelli d’allarme nella testa. e insieme a questi nella mia testa continua a girovagare una frase “timeo danaos, et dona ferentes”
    perchè nessuno mi convincerà mai che un’ anghela cuore di pietra possa da un giorno all’altro provare un moto di materna compassione per un bimbo morto. una che ha ridotto interi popoli alla povertà materiale e alla mancanza di diritti senza battere ciglio non è credibile che apra il suo cuore e le sue frontiere a tanti disperati senza pensare di averne in cambio qualche tornaconto.
    e se arriviamo ad ammettere questo, allora poi diventa facile capire quale può essere il tornaconto, no?
    nei nostri popoli ridotti alla fame ancora serpeggia dignità, consapevolezza di diritti, cultura. ancora resistiamo ad arrivare allo stadio di schiavi, questi massa dolente fugge dalla morte, qualsiasi tipo di vita che gli verrà offerta qui sarà ben accetta.
    possibile che nessuno abbia di questi dubbi? possibile che siamo tutti lì davanti alle tv a sbavare per la “svolta” epocale che apre le frontiere e le braccia a questi disperati?
    quello poi che mi fa rabbrividire e vomitare allo stesso tempo è questo nuovo “sport” che sta contagiando i media, usare le foto dei bambini, tenera come quello che gattona davanti al filo spinato, raccapricciante come quello sgambettato dalla giornalista… per quali scopi reconditi?
    perchè C’E’ uno scopo recondito in tutto questo, lo sento, lo annuso come un cane da caccia. c’è sempre stata un’attenzione venata di ipocrisia nel difendere i bambini sui media, era l’ultimo baluardo di umanità in un mondo che la stava perdendo a poco a poco. ed ora? perchè tutto questo fervore a mostrare bambini? forse perchè non sono nostri e quindi chissenefrega? forse perchè si è scoperto che funzionano? eccome se funzionano…

    Commento di lily — settembre 22, 2015 @ 9:16 pm | Rispondi


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