Nuovo Masada

agosto 18, 2015

MASADA n° 1678 18-8-2015 MALATTIE PSICOSOMATICHE 2-SOMATIZZAZIONI

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MASADA n° 1678 1-2015 MALATTIE PSICOSOMATICHE N° 2- LE SOMATIZZAZIONI

Blog di Viviana Vivarelli
(Le immagini sono di opere di Mimmo Paladino)

La malattia è un conflitto tra la personalità e l’anima. Molte volte, il raffreddore “cola” quando il corpo non piange. Il dolore di gola “tampona” quando non è possibile comunicare le afflizioni. Lo stomaco “arde” quando le rabbie non riescono ad uscire. Il diabete “invade” quando la solitudine duole. Il corpo “ingrassa” quando l’insoddisfazione stringe. Il mal di testa “deprime” quando i dubbi aumentano. Il cuore “allenta” quando il senso della vita sembra finire. Il petto “stringe” quando l’orgoglio schiavizza. La pressione “sale” quando la paura imprigiona. La nevrosi “paralizza” quando il bambino interno tiranneggia. La febbre “scalda” quando le difese sfruttano le frontiere dell’immunità. Le ginocchia “dolgono” quando il tuo orgoglio non si piega. Il cancro “ammazza” quando ti stanchi di vivere. La malattia non è cattiva, ti avvisa che stai sbagliando cammino.
Alejandro Jodorowsky

L’essere umano è psicosomatico. Corpo e psiche sono in relazione. Ciò che accade nel corpo si origina nella psiche o si riverbera in esso. Ciò che si origina nella mente echeggia nel corpo.
La psiche ha il suo linguaggio e il corpo ha il suo linguaggio.
Vogliamo metterli in relazione e cercare di capire il significato di ogni sintomo.
Questa duplicità di linguaggi è sempre stata presente alla medicina, ma a volte accade che il medico si isoli in una concezione organicistica della malattia o l’analista in una concezioni psicologica, mentre le due strade dovrebbero essere sempre valutate l’una come il riflesso dell’altra.
Solo in una visione d’insieme riusciremo a capire i messaggi che il corpo ci manda, relazionandoli con la nostra mente e col modo in cui conduciamo la nostra vita.

Quando compare un sintomo, di qualsiasi natura esso sia, la domanda esatta è ‘Perché?’
Ma la risposta può essere organica come può oltrepassare il campo del corpo.
La malattia, infatti, dovrebbe portarci a conoscerci meglio, ad analizzare le nostre scelte di vita, i nostri atteggiamenti, le nostre motivazioni, con lo scopo di farci vivere con maggiore equilibrio e pienezza.

Se riuscissimo a cogliere i nessi che ci sono tra corpo e psiche, potremmo liberarci da molti pesi e limiti.
Per esempio, il mal di testa è uno dei dolori più comuni e diffusi e le sue cause possono essere infinite. A Firenze c’è una clinica specializzata nel solo mal di testa.
Potremmo semplificare le molte cause, difficili da trovare, e chiedere semplicemente al paziente: “Di cosa hai paura?”
Il mal di testa è una forma di tensione o di infiammazione, che indica una reazione o una sofferenza difensiva, e ci si difende da un pericolo, da una minaccia, da un timore.
Il mal di testa è il segnale che siamo tesi per qualcosa che non vogliamo ricevere dall’ambiente esterno o per qualcosa che non vogliamo essere o sentire dentro di noi. E ognuno di noi è sia per come si considera che per come è considerato.
Dunque: “Di cosa hai paura?”
Il paziente può rispondere: “Ho paura che capiti questo”, oppure: “Ho paura di essere o di non essere quest’altro…”

Non sempre la risposta è facile e immediata, anche se può capitare che l’altro capisca a volo quale sia la sua paura. Ma se questa ha radici nascoste o inconfessabili, possiamo chiedere aiuto all’inconscio e girargli la domanda, aspettando che il sogno riveli quello che la mente cosciente si rifiuta di conoscere. Possiamo fare anche, col sogno o senza, una serie di associazioni libere, come voleva Freud, associandole alla questione ‘paura’ e far emergere in modo automatico la causa di cui il mal di testa è segnale, oppure, se il paziente è dotato, si può indurlo a scrivere una poesia surrealista, senza metrica, mettendo una parola dietro l’altra senza pensare, in libere associazioni, finché l’oggetto della paura esca da solo, tra un verso e l’altro, come un pisello che sguscia dalla buccia.
Possiamo spingere il paziente a dipingere la sua paura, così che essa attraverso il segno grafico e il colore, acquisti concretezza e visibilità.
Possiamo infine metterlo in stato di rilassamento profondo e fargli visualizzare una situazione onirica, così che l’oggetto della paura emerga da solo in forma visionaria e sia affrontabile e controllabile.
Se riusciamo ad acciuffare la causa, che può essere presente nel contesto esistenziale del paziente o dentro di lui, sarà più facile far sparire il mal di testa, che è solo un messaggio d’organo e che può cessare quando il messaggio sarà compreso, così come cessa un incubo ripetuto, quando finalmente il suo significato viene a galla.

Ognuno di noi ha l’intero corpo per mandare messaggi, ma sono sempre messaggi che l’energia manda a se stessa, per cui il corpo funge da carta da lettere, da portatore attivo.
In genere ognuno ha una carta che preferisce, un organo o un punto del corpo deputato, e qualche volta esso dipende dalla nostra costituzione astrale.

Il tipo Ariete, per esempio, esprimerà preferibilmente la sua ansietà con la testa.
I tipi Vergine o Cancro con l’intestino (stipsi).
Lo Scorpione con i genitali.
Il Leone con la composizione del sangue.
Il Capricorno con i dolori alle ossa.
Il Pesci col disturbo nervoso, la depressione.
Il Gemelli col fegato.
Il Toro con gli organi respiratori.
Il Bilancia con gli organi che filtrano le scorie, come la prostata…
Quindi, non solo un organo parla per tutti, ma ogni tipologia caratteriale cerca la sua specificità di messaggio.

Altre domande che potremmo fare sono: “Quando è cominciato questo disturbo? Cosa è successo prima o vicino?” “Ogni quanto tempo compare?” “Cosa significa per te?”
Il fattore ‘tempo’ può essere indicativo per capire la causa che fa insorgere il sintomo e parlare delle modalità del disturbo può aiutare ad associarlo a comportamenti anche mentali su cui ci sarebbe da riflettere.
Ovviamente, il bambino che vomita ogni volta che deve andare all’asilo esprime in modo chiaro il suo rifiuto per un ambiente alieno, a cui non è abituato, non domestico e la paura di un abbandono.
La bambina asmatica dice in modo lampante che l’aria che deve condividere in casa non è buona; ci sono dei vincoli che la fanno sentire prigioniera, non libera, non amata. Anche una protezione esagerata da parte della famiglia può essere tale da toglierle l’aria. Una famiglia troppo possessiva non è necessariamente una famiglia che dà l’amore giusto. Insorge così la paura di non avere un proprio spazio, insieme al desiderio di libertà.
I nostri disturbi non sorgono a caso. Sono situazioni di disagio esistenziale che il corpo racconta a suo modo. Sono ‘mirati’.

E’ facile intuire il valore simbolico del linguaggio delle varie parti del corpo anche prendendole in modo molto generale.
Anche se ogni soggetto ha le storie della sua vita da considerare, ci sono alcuni quadri di riferimento comuni a molte malattie: la ferita dei non amati, la sindrome abbandonica, l’eccesso di narcisismo, il bisogno di sicurezza, la paura di essere rifiutati, l’eccesso di potere, un senso di inferiorità che può rovesciarsi in complesso di superiorità …
Sempre su una linea sempre molto generale le parti del corpo possono avere funzioni simboliche.
La schiena porta i pesi della vita, essi sono come un sacco di farina che se è piccolo appoggiamo al collo (cervicale), se è più grosso sui lombi (lombare), se è ancora più grosso sul bacino (sacrale).
La spalla destra simboleggia il maschile come del resto tutta la parte destra del corpo; se duole, dice che c’è un uomo contro cui combattiamo nella nostra vita (padre, marito, capo) oppure che non riusciamo a manifestare la nostra valenza maschile (coraggio, responsabilità, scelta, programmazione…).
La spalla sinistra rappresenta simbolicamente il femminile (una donna che incombe sulla nostra vita o di cui non riusciamo a sopportare il peso, o la parte femminile di noi stessi che non riesce a manifestarsi in modo armonico come dolcezza, protettività, compassione, indulgenza, perdono…).
Le braccia hanno a che fare con le relazioni, indicano la capacità di prendere o di trattenere. I gomiti sono le durezze, le difficoltà, la fatica di avanzare(“Farsi avanti coi gomiti”).
Il bacino è la stabilità e sicurezza, il coccige la nostra sopravvivenza. Anche il colon ha a che fare con la sicurezza, in questo caso affettiva, riproduce le infiammazioni delle passioni, trattiene gli affetti o vorrebbe lasciarli andare quando sono troppo difficili.
Le gambe ci sostengono ma se sono pesanti è la vita ad essere pesante. Le caviglie sono la flessibilità con cui affrontiamo il mondo e, se si fanno deboli, indicano il bisogno di trovare una guida. Le cosce mostrano l’energia per andare avanti.
La bocca riguarda gli scambi con l’ambiente. I denti, in particolare, il modo con cui addentiamo la vita e ci diamo, lottando, ciò di cui abbiamo bisogno. Le gengive hanno a che fare col dubbio e l’esitazione, esprimono il timore di non essere apprezzati o aiutati.
I bronchi sono in rapporto con la famiglia. Abbiamo bronchiti frequenti quando i rapporti famigliari sono difficili. L’asma è la tipica malattia psicosomatica che indica difficoltà famigliari.
La gola è la comunicazione più profonda e può ammalarsi quando la persona non si permette di sfogare le proprie emozioni.
Nel cuore si accentrano gli sforzi che facciamo per vivere, le nostre motivazioni affettive, gli impedimenti famigliari che ci impediscono di vivere normalmente e con tranquillità, le tempeste emozionali che ci squassano senza che possiamo trovare un giusto equilibrio.
Le mani sono la nostra capacità di donare e ricevere.
Le dita: un desiderio fallito di perfezione, come se nella vita quotidiana ci dovessimo sentire in colpa per piccole cose.
L’esofago è la capacità di accogliere e lasciar passare ma anche quella di saper dire i nostri errori.
L’intestino vuole trattenere o lasciare andare gli affetti, indica conflitti nel campo affettivo, soffre quando amiamo qualcuno che ci delude o non abbiamo abbastanza amore.
I muscoli sono lo sforzo, la motivazione. Dolgono quando i nostri sforzi ci sembrano insufficienti a maturare un successo.
Il naso è la capacità di fiutare ciò che la vita ci manda, scansando gli inganni.
I piedi indicano il modo con cui procediamo nella vita. I polpacci ci fanno avanzare in fretta. Le caviglie servono per prendere la direzione e fare le scelte. Le ginocchia rappresentano la necessità di piegarsi alle esigenze dell’altro e l’orgoglio che non ci permette di riconoscerle.
La pelle riguarda ciò che mostriamo ed è spesso lo schermo su cui appaiono i segnali rossi del pericolo, le screpolature dell’aridità, le macchie bianche o scure del lutto, i nei della solitudine e dell’abbandono.
I legamenti sono ciò che ci tiene uniti.
Si eccede in peso quando ci si sente abbandonati.

Ogni malattia ha il suo messaggio.
Un’ansia profonda può manifestarsi col bruxismo, per cui nel sonno digrigniamo i denti.
L’acne dice che dubitiamo della bontà della nostra immagine, che non riusciamo ad essere noi stessi, ad essere apprezzati.
I problemi alle orecchie sono un tentativo di essere sordi ai nostri bisogni interni o non vorremmo sentire la voce di partner affettivi disturbanti. Se perdiamo la voce è come se una censura superiore oscurasse quello che vorremmo dire.
Quando un amore ci abbandona, ci ammaliamo di cancro. E può essere un amore che muore o un figlio che ci lascia, per cui è come se il corpo creasse un corpo sussidiario che colmi la mancanza. Si dice che se l’abbandono riguarda un figlio o un compagno, la donna si ammala al seno destro; se è una figlia o una madre, si ammala al seno sinistro. I seni rappresentano la nostra maternità, l’istinto di protezione. Ma anche una ciste può essere il tentativo somatico di sopperire a una mancanza, un vuoto, un abbandono, creando un corpo sussidiario che prenda il posto di quello che non c’è più.
Le allergie come le fobie sono rifiuti esistenziali che dicono che vorremmo togliere qualcosa dalla nostra vita perché non la sopportiamo più. Qualche volta ne possiamo venire a capo, associandolo a un trauma, a un ricordo sgradito. L’allergia è una emozione negativa congelata in un segno apparente, un promemoria che nasconde qualcos’altro. Ma può accadere che vi siano allergie legate a memorie di vite passate, che possono essere rivissute e liberate solo in rilassamento profondo. Per questo, in situazione di regressione, io do al paziente rilassato l’ordine di andare “alla causa dei suoi problemi”. E possono essere nel passato di questa vita come in altre vite. Deciderà il suo inconscio superiore. E uscirà un trauma dell’infanzia come una vita precedente, legata a questa da un filo sottile che non sempre è facile interpretare.
Qualche volta una regressione può permettere lo sfogo postumo di una emozione che non fu vissuta a suo tempo (tossire, piangere, tremare, gridare…) per cui, in rilassamento profondo, il paziente può essere rimandato all’episodio primario così da riviverlo nel modo più naturale.
Le emozioni incistate e non liberate sono come impedimenti che bloccano lo scorrere della nostra vita interiore e possono bloccarci anche per molti anni. Quando è possibile tornare alla loro origine e farle manifestare, è come se avessimo tolto un blocco materiale all’acqua di un torrente che può riprendere a scorrere.
L’allergia alla luce o fotofobia può essere lo scotto che una persona molto ligia ai suoi doveri paga quando si prende la gioia dell’aria aperta.
La caduta dei capelli si collega alla solitudine e alla depressione. I capelli rappresentano anche in sogno il mondo delle idee, e, se cadono, sono le speranze del sognatore che cadono, e dicono che la persona è scoraggiata, infelice, non realizzata. Nella metafora ‘strapparsi i capelli’ si esprime un senso di impotenza e insopportazione. L’alopecia si unisce a frustrazione, svalutazione di se stessi, disistima.
I problemi mestruali si collegano al sesso, alla penetrazione del maschio, alla paura della gravidanza e indicano svalutazione della propria femminilità o, a volte, possono riferirsi a conflitti irrisolti con la madre.
I dolori alle anche dicono che si dovrebbero fare dei grandi cambiamenti nella nostra vita ma non siamo pronti ad affrontarli.
Quando si distrugge la cartilagine in una articolazione, ciò è il riflesso di una rigidità del vivere che non accetta cambiamenti.
Chi è troppo solo diventa anemico. Chi ha paura produce bile. Chi affronta la vita o il lavoro o la carriera in modo troppo marziale si ammala di fegato. Le malattie del fegato ci parlano della rabbia e anche della frenesia di successo.
Chi non si sente padrone della propria vita e si sente costretto e imprigionata rischia l’angina.
Gli angiomi o macchie di vino rivelano un senso di umiliazione e anche qui se compaiono fin dalla nascita possono collegarsi a eventi negativi di vite precedenti.
L’angoscia che accompagna una sensazione di panico potrebbe essere una profonda censura che impedisce l’emersione di un ricordo traumatico.
I polipi anali parlano della prigionia in una situazione pesante di cui non si vede la fine (e potrebbe essere un matrimonio come l’assistenza a un malato).
Anoressia e bulimia manifestano una esigenza di controllo e dunque di potere che si focalizza sul proprio corpo e si unisce a una spinta autodistruttiva, perché il soggetto si sente in colpa per qualcosa e vuole punirsi. In genere questa idea di colpa si lega a figure femminili della propria casa con cui ci si sente in competizione e implica una non accettazione sessuale di se stessi.
La collera sfoga in appendicite come se volesse punirsi.
I problemi artritici mostrano una aridità sociale, scarsa tolleranza e ipercritica.
Quando non piangiamo al momento del bisogno, le lacrime non piante si mineralizzano e producono i calcoli. Un calcolo biliare può essere figlio del rancore.
Persino i calli alle mani o ai piedi dicono qualcosa. Se non sono prodotti da agenti esterni (vanghe, strumenti da lavoro, calzature sbagliate…) sono sovrarivestimenti che la pelle costruisce per difendersi da qualcosa, e parlano di una persona che ha bisogno di essere rassicurata e protetta. In quel caso bisognerebbe cercare su una mappa della medicina cinese, del piede o della mano, a quale organo corrispondono.
Persino la rottura dei capillari ci parla di una fragilità interiore e del trattenimento di memorie negative. La vita non scorre bene e mostra le sue debolezze.
Anche quando la patologia sembra endogena, cioè prodotta da agenti esterni, ci chiediamo perché solo in quel momento sono cadute le difese naturali. Per es. una delle più frequenti affezioni femminili, la candidosi, che è un fungo connesso ad una modificazione del pH vaginale, potrebbe riportare alla luce la sofferenza per una madre che non ci ha abbastanza amate e che continua ad essere un punto dolente della nostra vita.
Tutti i problemi circolatori dicono che non riceviamo dagli altri quello che pensiamo ci spetti e che siamo critici sulle valutazioni sociali, non lasciamo scorrere in modo giusto l’energia tra noi e gli altri, siamo rigidi.La circolazione poi è connessa al cuore e come c’è un cuore materiale così c’è un cuore simbolico.
Un eccesso di colesterolo come la pressione alta possono indicare tensioni eccessive e difficoltà a liberarci in modo sano ed equilibrato delle nostre negatività che affrontiamo con troppo impulso.
Sulle coliche intestinali è da dire che sono rare nei bambini allattati al seno che si sentono più rassicurati. Negli adulti insorgono quando c’è un forte desiderio di compiacere gli altri ma il desiderio non si sente ripagato.
La colite in un bambino è il timore di essere sgridato o rifiutato, nell’adulto rivela la paura di non essere apprezzato nell’ambiente di lavoro, la sensazione di vivere la vita come un esame a cui non si è preparati.
La costipazione o stipsi è il desiderio di trattenere gli affetti. Nella diarrea, al contrario, si cerca di liberarsi da un legame molesto o da situazioni sociali o famigliari di grande difficoltà (tipica la diarrea da esame).
I crampi alle gambe parlano di timore nella competizione.
L’osteoporosi si accompagna alla svalutazione della propria persona, a una perdita di difese generalizzata, a un senso di vecchiaia, come se le cose ci precipitassero addosso e non riuscissimo a reggerle.
La vitiligine o macchie bianche è una forma di lutto perché siano stati abbandonati o traditi, ma anche la morte di un congiunto a volte viene percepita come un tradimento.
Nel diabete, il pancreas non riesce a metabolizzare gli zuccheri, in quello di primo grado o insulinico la persona è triste e non si accetta per quello che è. Nel secondo tipo o melluso manca il dolce della vita, cioè l’amore, perché si pensa di non essere amati.
L’ernia al disco insorge quando non si ha libertà finanziaria.
Si incorre in distorsioni alle caviglie quando vengono meno le nostre certezze affettive e si vuole liberarsi da legami spiacevoli senza avere la forza di farlo. Occorrerebbe una scelta definitiva, un cambio di direzione.
Ci può venire una diverticolite se ci sentiamo intrappolati in un labirinto relazionale senza via di uscita.
L’amante che ha una eiaculazione precoce retrocede a una fase giovanile della sessualità dove il piacere dato da solo è un misto di colpa e dunque deve finire rapidamente. Se prosegue da adulti col partner rivela l’insicurezza di chi non si sente abbastanza considerato.
Chi parla troppo in fretta ha avuto una infanzia in cui nessuno ha avuto tempo o voglia di ascoltarlo.
L’enuresi notturna dei bambini dice il timore di non avere un proprio posto in famiglia e di essere scalzati da un fratellino. Ha un valore parallelo alla diarrea, significa che si vorrebbe lasciar andare via qualcosa o qualcuno. Ma nell’adulto può indicare che qualcuno ha invaso il nostro spazio e ha preso il nostro posto (tipica nel bambino già capace di controllo urinario quando nasce un fratellino).
L’ernia esprime un desiderio di rompere un legame e uscire alla scoperto.
Le macchie scure sul viso si legano a rancore e vergogna, manifestano insoddisfazione del proprio stato.
La sciatica può essere paura della solitudine come dei cambiamenti, sofferenza per la propria sedentarietà e insieme inerzia verso qualunque cambiamento.
La nevralgia insorge quando un famigliare ci crea profonda frustrazione, ci maltratta.
L’orzaiolo parla di una umiliazione perché abbiamo fatto qualcosa poco bene e qualcuno ci ha riempito di vergogna mostrandoci cose che non vorremmo vedere.
L’otite è contrarietà per ciò che ci viene detto.
Si hanno frequenti raffreddori quando siamo stanchi e abbiamo pensieri confusi e ci vogliamo fermare per un po’.
Quando la dita dei piedi formicolano o diventano insensibili, ci sono motivi di tristezza che ci bloccano a ci impediscono di avanzare. Quando le dita dei piedi si piegano in posizioni dure e indesiderate, pensiamo che non ci saranno più scelte felici nella nostra vita.
Se una parte di noi va in cancrena o si indebolisce davanti a funghi o infezioni, ci sentiamo indifesi di fronte a pensieri di morte, nel cuore qualcosa che soffre per una assenza, un distacco, un abbandono.

Così il lutto per la morte di una persona cara, la perdita di un amico, il licenziamento da un lavoro possono esprimersi nel corpo con un discorso d’organo, un messaggio psichico che si mostra nel disturbo fisico, una somatizzazione.

E’ ovvio che curare il sintomo si deve con la medicina tradizionale o integrativa, ma siccome la sua causa può essere oltre il corpo, se questa causa non sarà affrontata, può accadere che il corpo sposti il sintomo da un’altra parte e dirà così che la causa non è stata riconosciuta.

Allora vi consiglio questo esercizio:
al primo apparire nel vostro quadro di salute qualcosa che non va, chiedetevi: “Cosa mi sta dicendo questo? Perché ho questo disturbo e non un altro? Cosa significa?”
Prendete la prima parola che vi viene in mente, scrivetela ed esaminatela e scrivete ed esaminate tutti quei pensieri, cose, esperienze, ricordi che potete associare ad essa.
E se vi viene da pensare: “Questo assolutamente non può essere”, può darsi che proprio quello invece sia. Cose che non volete guardare o sapere di voi o del mondo e che, scacciate dalla vostra testa, ricompaiono nel vostro corpo, come un promemoria, a significare che il lavoro di reintegrazione va fatto proprio lì.
Solo quando il messaggio sarà capito, e in qualche modo la situazione ambientale o interna sarà migliorata, il corpo smetterà di parlare, avendo assolto al suo compito di messaggero.
Intendiamoci: capire la causa non vuol dire sempre arrivare a una soluzione.
Se ti sono caduti i capelli perché hai perso il lavoro, non è che basta averlo capito per vedersi ricrescere i capelli e magari non è facile trovare un altro lavoro, ma ci sarà più ordine nel soggetto che capirà che tutto è coeso e funzionale e che ogni cosa ne implica un’altra.
Però, a volte, far luce su una causa può anche servire a far scomparire un sintomo.
Anche ragionare sulla paura, sul distacco, sull’abbandono, sulla perdita, sulla mancanza, persino sulla morte può far crescere, far evolvere, fa stare più in armonia con se stessi e ciò che ci accade, anche riflettere sul dolore può farci affrontare meglio la vita.

A volte non è tanto importante seguire il sintomo fisico fino alla sua causa psicologica, quanto pervenire a una modalità dell’essere in cui cambia la valutazione della causa scatenante, perché non c’è causa dolorosa al mondo su cui non si possa avere un nuovo punto di vista.

Legare il corpo alla psiche e usarli entrambi come due schermi su cui è scritto il nostro essere vita può essere, infine, non solo un modo migliore per trattare noi stessi, ma il modo stesso fondamentale della nostra evoluzione complessiva.

Molte delle nostre patologie sorgono dalla ferita dei non amati. Ogni sgarbo, critica, distacco, allontanamento, sfregio, che colpiscono il legame d’amore che ci lega alle persone fondamentali della nostra vita si incide dolorosamente nelle nostre sicurezze.
La ferita dei non amati ci unisce tutti, insorge alla prima ferita narcisistica, al primo abbandono affettivo. E’ più grande quando siamo piccoli, e più sarà dolorosa allora più si riaprirà per ogni minima infrazione al codice dell’amore quando saremo adulti.
Perché ognuno di noi esiste in quanto è amato e riesce ad amare nella misura in cui è amato bene. Solo che l’amore non si esprime solo con baci, doni o carezze, ma come riconoscimento della tua identità, di ciò che sei, e degli sforzi che fai per individuarti.
Per cui l’amore che tutti vorremmo è quello che ti accetta per come sei e per quello che fai, senza rifiutare nulla di te, con la massima comprensione, lasciandoti spazio per crescere ed evolvere.
La nevrosi può nascere da questa impossibilità.
La guarigione verrà allora dal rovesciamento del rapporto, per cui tu non esisti in quanto amato, ma in quanto soggetto attivo d’amore.
Come disse una volta una mia allieva: “Siamo noi le madri amorose di noi stesse”.

Bisognerebbe riuscire a vedere il corpo del mondo come una forma allargata del nostro stesso corpo. Così che tutte le cure che possiamo avere sul corpo esterno si riverberino su di noi come quelle che potremmo dare a noi stessi.
Capisco che non sempre è facile fare questa estensione del nostro essere fino a comprendere quello che c’è attorno a noi, ma le buone propensioni ci risanano come gesti d’amore dati come fossero ricevuti.
Ci sono delle guarigione che passano dalla disidentificazione, per cui meno siamo focalizzati su noi stessi e più ci identifichiamo col tutto, più ci sarà facile uscire dalle costrizioni delle nostre patologie, che sono restringimenti del campo visuale della coscienza.
Sappiamo che, di frequente, siamo invece invasi da piccoli orgasmi di acidità sociale, invidia, gelosia, inadeguatezza, rancore… E che, per quanto essi siano ristretti e meschini, possono diventare invasivi e sommergere il piano della coscienza.
Occorre allora ristabilire un senso di relatività e realizzare che ciò che in quel momento prova odio o rancore o bisogno di vendetta non è tutto l’io, ma solo una parte di un tutto molto più grande, dove ci sono anche sentimenti di amicizia, benevolenza, amore reciproco, capacità di perdono, senso del sacrificio, altruismo…
Occorre allora considerare che quella parte riluttante a conseguire un amore allargato è solo la nostra parte bambina, punitiva, spesso autopunitiva, e bisogna guardarla con amore e tenerezza, come si fa coi bambini, nella certezza che anche in noi ci sono zone poco sviluppate e cresciute e parti superiori e splendenti.
Ecco allora che il sintomo corporeo diventa una lezione per riportarci alla leggerezza del tutto, e la malattia, il malessere, la disfunzione.. diventano utili non tanto e non solo al recupero della salute fisiologica ma alla crescita interiore e sociale.

Così siamo noi e così è il mondo, un insieme di parti più cresciute o meno, più evolute o meno, più armoniche o meno, e, se potessimo avere più riguardo di ciò che è esterno e la stessa benevolenza e protezione che nutriamo nei confronti delle nostre parti zoppe o bambine, gran parte dell’opera del vivere bene sarebbe fatta.

Guardiamo dunque con attenzione e affetto ai nostri disturbi. Il nostro corpo parla perché ci vuole bene. Noi dobbiamo ascoltarlo perché gli vogliamo bene.
E’ da questo senso di legame e continuità che sorge la salute.
Principalmente essa è un fatto di armonia. Ma spesso è anche un fatto di comunicazione.
Il corpo o uno stato d’animo ci parla.
Come una madre amorosa lo dobbiamo ascoltare.

Io non sono un medico. Non so nulla di medicina. Quando una persona mi presenta un suo male, la ascolto, la interrogo, voglio sapere tutto su quel male.
La relatività o l’assolutezza della patologia non esiste.
Essa è importante per me come per lui.
Può essere un graffio quasi invisibile nel ginocchio di un bambino o una pesante forma tumorale in fase terminale, in entrambi i casi c’è dietro una persona che soffre, che è congelata nella percezione del suo dolore, e che è spaventata. Perché il male è un ignoto che ci spaventa. E allora ascoltarlo, farselo spiegare, parteciparlo, è la prima forza di aiuto.
L’attenzione è la prima forma di amore.
Se ti racconti a qualcuno che ti ascolta, il tuo male si riduce, esce da te, può farsi inavvertito, diventa solo una parte di te che non ti comprende tutto, puoi attivare forze sane superiori che possono combatterlo, puoi riuscire a dominarlo.
E quando tu arrivi ad essere non più tutto il tuo male ma molto più di esso, possono nascere da te forze tanto grandi che possono combatterlo dall’interno.

Il concetto fondamentale è l’armonia.
Essere in armonia con se stessi. Essere in armonia con il mondo.
Ognuno di noi è un organismo e l’insieme sociale è un organismo, come è un organismo il mondo.
Organismo vuol dire organizzazione di parti.
Ogni parte serve all’intero. Ogni uomo è parte che serve al mondo.
Possiamo pensare che queste parti in noi o fuori di noi non si allineano ad un ordine interno di bene e sfuggono alla nostra volontà. Ma possiamo pensare anche che ci sono opere di integrazione e armonizzazione che avvengono inaspettate ed energia superiori che aiutano la nostra a ritrovare lo svolgimento corretto.
Anche dalla qualità della nostra visione dipende la visione stessa e la qualità del nostro essere.
Tutto il mondo è energia. Il pensiero è energia. L’energia sana il mondo.

Ognuno di noi è guaritore e guarito. Ma quando torna la salute, non ci soffermiamo più di tanto sui miracolosi meccanismi che ci hanno salvato. Eppure la certezza di una soluzione benefica o la speranza di ritrovare la salute perduta fanno parte della guarigione stessa come una panacea.
La guarigione come la malattia sono misteri. E mistero è la vita.
In una visione più grande tutto ci viene dato perché ne impariamo qualcosa. E non conta intrinsecamente ma in vista di quello.

Una goccia d’acqua vista al microscopio sembra un cristallo di neve, un piccolo mandala, perché è una organizzazione molecolare simmetrica rispetto a un centro.
Non c’è un cristallo di neve che somigli a un altro, ma, quando la simmetria si infrange, quella è la malattia.
L’acqua sporca, infetta, ha perso il suo mandala originario, il suo disegno è alterato, confuso. Ha perso la sua armonia.
Eppure anche quella goccia di acqua sporca può essere riarmonizzata solo parlandole, offrendole una preghiera, meditando su di essa, perché esistono via di guarigione che oltrepassano la sfera fisica e si comunicano come energie che si parlano.
Dalla particella più piccola al movimento del cosmo, il mandala è il disegno dell’universo.
Se vogliamo sapere il nostro stato di salute, disegniamo un mandala e avremo l’espressione grafica istantanea del nostro essere.

C’è un solo modo per riordinare ciò che ha perso il suo ordine e raddrizzare ciò che è deviato: amare.
L’amore è la simmetria del mondo.
E’ la legge d’ordine di tutte le cose.
E questa legge di ordine crea la ‘bellezza’.
La responsabilità del nostro vivere è mantenere questa bellezza.
Non sta nei nostri mezzi pretendere da noi l’impossibile, ma ci possiamo adoperare per aver pena dei nostri errori e pensarci come creature che si sviluppano rivolte al bene.
C’è dentro ognuno di noi un istinto che tende al bene e ci sono intorno tutte le debolezze dell’errore.
Siamo come canzoni con la possibilità della nota sbagliata, ma siamo pur sempre canzoni.
Qualche volta gioverebbe guardare a noi stessi come a strumenti musicali che possono essere suonati male ma che sono stati creati per il meglio.
Quando questo meglio sfugge, cadiamo nella malattia morale o in quella fisica, che sono come due frequenze sbagliate su due piani intercomunicanti dell’essere.
Sarebbe bello poter correggere le nostre note come si sintonizza un piano, eppure tutto ciò che ci accade è una prova che aspetta solo la variazione giusta.

Quando le nostre forze sono deboli per correggerci a dovere, quando non crediamo di farcela con le nostre sole forze, affidiamoci a forze più alte, pensiamo che noi non finiamo dove finisce il nostro corpo e che l’essere, nella sua totalità, prosegue in sequenze infinite, oltre il nostro corpo, oltre la nostra mente.
Quello che non riesce all’Io individuale può riuscire all’Io superiore e non finisce col corpo e la mente che noi crediamo di conoscere.
C’è una intelligenza organizzata che si mostra parzialmente nel nostro essere psicofisico, ma che esiste sopra e attorno ad esso.
A quella intelligenza totalizzante noi possiamo e dobbiamo rivolgerci.
Oltre a ciò, ricordiamo che ogni esistenza è solo la parte di un ciclo continuo molto più ampio, e che ci sono state altre vite prima della nostra che abbiamo attraversato e altre vite dopo questa che attraverseremo.
Chi ha questa consapevolezza del ciclo delle vite e crede in aiuti superiori, ha già due strumenti molto potenti che lo scettico non possiede: la relatività di questa vita e l’infinità delle forze possibili in campo.

Qualche volta la disperazione è solo una visuale ristretta che concentra il problema in un punto solo e focalizza tutto l’essere in un ambito limitato.
Ma non è nel punto limitato che ci salveremo, bensì spaziando nell’infinito.
In genere, di fronte alla sofferenza, noi cerchiamo la via della fuga o della ribellione.
Ma soffrire è solo una esperienza che cerca una visione.

Ci sono medicine del corpo e medicine della psiche, ma occorrerebbe anche una medicina dell’anima, buona anche per coloro che non la conoscono.
Ogni atto della vita è una responsabilità, ma la malattia è come se ci togliesse da ogni responsabilità, è dunque l’apoteosi della fuga.
S. Agostino diceva che tutto comprendere è tutto perdonare, ma anche tutto capire e tutto abbracciare.

Se potessimo vedere i nessi tra il corpo, la psiche e la nostra anima, la malattia assumerebbe sembianze comprensibili, come la sostanza di una lezione.
La lezione massima per cui siamo venuti a vivere è l’esperienza come umani, e come umani dobbiamo attraversare anche l’esperienza del dolore.
Così il disordine, la disarmonia, il male, la sofferenza.. fanno parte dell’io come del mondo, li incontriamo per capire e per trasformarci col loro aiuto.

Ora, il nostro corpo dipende dal nostro pensiero e il nostro pensiero si scava tracciati fissi con la ripetizione di moduli corretti o sbagliati.
E’ corretto il modulo che serve all’armonia del tutto, ma il cervello che lavora in modo coatto, si imprigiona in vincoli sbagliati.
Dipendenza, depressione, malattie ripetute, degenerazioni cellulari… ogni male viene di conseguenza.
Sembra a volte impossibile districarsi da queste strade senza uscita.
Eppure c’è una mente ancora superiore che può vedere tutto dall’alto e può salvarti, qualunque sia la tua disperazione.

A volte l’uomo si dibatte come un bambino, ripetendo le sue cadute fisiche o morali.
A volte riesce ad affidarsi ad un’altra intelligenza e a sottrarsi alla propria limitazione.
Nulla come il convincimento è in grado di salvarci, ma il miracolo più grande è che ci si può salvare anche senza il convincimento, come è avvenuto per me, tanto è grande il potere della grazia. Siamo misteri immersi in un mistero più grande. E accogliere questo concetto è l’inizio della saggezza.

Ci sono persone che ricadono nello stesso tipo di malattia o
incidente del passato. E’ come quando l’inconscio continua a mandarti la stessa serie di sogni.
Qual è il messaggio di base che dobbiamo imparare? Che cosa cerca di insegnarti la vita?

Noi siamo come orologi delicatissimi, ognuno dei quali ha la sua stabilità come somma di tanti squilibri. A volte basta cambiare anche solo il verso di uno di questi perché tutto l’orologio segni un’altra ora.
Un incontro, un pensiero nuovo, una possibilità aperta, un modo di valutare diverso… e tutto il quadro può magnificamente cambiare.

Dicono i matematici che ci sono milioni di vite parallele alla nostra in cui ci sono infiniti altri noi, ognuno dei quali apre una vita diversa.
Ma queste vite sono tutte potenzialmente attuali, come strade ancora inespresse.
In alcune di essere possiamo incontrare la malattia. In altre no.
Se riuscissimo a capire che siamo anche i gestori attivi della nostra vita oltre che i fruitori passivi cambieremmo il nostro destino.

Quando mi ricoverarono in sanatorio perché non guarivo più (avevo 35 anni), avevo un dolore acuto a un polmone ed ero convinta che fosse un tumore. Non sapevo che i tumori ai polmoni non danno dolore e, appena mi dissero che non avevo tumori ai polmoni, il dolore sparì di colpo.
Di convinzione si può morire. Ma di convinzione ci si può anche salvare.
Quando poi mi spiegarono che non riuscivo a respirare perché ero nata con 4 bronchi e l’anomalia congenita ormai colpiva in modo irreversibile l’apparato respiratorio e si era aggravata al punto che non potevo avere più di due mesi di vita, mi attaccai ciecamente a quella diagnosi (per la legge per cui si crede di più a ciò che è negativo che a ciò che è positivo) e non servì che fossi miracolata di colpo e che sparissero tutti i segni patologici. Mi attaccai così disperatamente a quella diagnosi di morte da aspettare puntualmente la morte per sette anni, malgrado fossi tornata sana e respirassi ormai normalmente. Siamo così deboli e masochisti da essere convinti più dalle nostre paure che dalle nostre speranze. E le nostre paure possono farci stare tanto male da ucciderci.
Che cos’è a cui ero tanto attaccata aspettando la morte? Non volevo la guarigione? Non me ne ritenevo degna? Ma perché?
Perché la morte è la punizione più grande per la colpa più grande. E qual è la colpa più grande? Quella di non essere amata? Ma oggi mi chiedo: non sarà piuttosto la colpa di non sapere amare? E se la convinzione di non essere amata derivasse dalla colpa di non amare noi per primi? O di non amare noi stessi abbastanza?
Ed ecco che da una malattia respiratoria molto grave sono risalita a un difetto affettivo dell’essere.

Io ascolto centinaia di persone da anni. Non sono un medico, né uno psicologo, ma vengono da me anche da lontano per raccontarmi la loro storia.
C’è una ripetizione sistematica in queste storie: ”Non ho avuto, non mi hanno dato, non sono stata amata….” Nella controparte c’è sempre un colpevole: un padre, una madre, un marito, un figlio… persone che non hanno saputo amare.
Mai che io senta qualcuno dire: “Non ho abbastanza amato… non ho abbastanza dato…”
Sembra che il mondo si muova in un solo verso: il se stessi. Sembra che l’Io sia sempre la grande vittima. Ma queste lamentele possono nascondere l’asfissia dell’Io, dalla sua mancata responsabilità a capire, a fare, ad amare.
Le storie che mi vengono raccontate sono sempre lotte mortali, soggetti che si fanno combattenti sul ring della vita. “La guerra è padrona di tutte le cose”, come dice Eraclito.
Eppure basterebbe che l’Ego scendesse da quel ring e non ci sarebbe più competizione, sparirebbero i lottatori.

Da un po’ di tempo, la prima cosa che ho cominciato a fare quando qualcuno mi racconta la sua battaglia è cambiare i termini del rapporto. Osservo quello che l’altro fa solitamente, la sua reazione abituale, il modo con cui il guerriero si arma e porta avanti la sua battaglia. E la scompongo. Rovescio le modalità della lotta. Capovolgo la situazione. Porto l’altro ad immaginare proprio l’atto impossibile, il cambio di prospettiva, lo spingo fuori dalla coazione, verso il mutamento di direzione, il distacco, il guardare la situazione da fuori, l’aiuto, l’abbraccio, il perdono…
Restano sbalestrati, si squilibrano, come se perdessero, con la battaglia, i loro punti fermi, i bastoni su cui si appoggiano nel loro vacillare come se senza quelli non sapessero camminare.
Il fatto è che la vita di ognuno poggia su una serie di squilibri che trattiamo come fossero assoluti e inalienabili, come se solo dagli altri dovessimo pretendere quei cambiamenti che siamo impotenti a realizzare su noi stessi.

Queste coazioni creano le malattie della psiche come del corpo, squilibri congelati, fragili castelli di carte che solo la nostra ostinazione può credere imperituri.
Così, se il corpo e la psiche sono legati a cerchio, come un Uroboro che si mangia la coda, può bastare una sola variazione nel nostro schema fisso per cambiare l’intera combinazione, aprendo un modo di essere nuovo, sia fisico che psichico. E guardare le cose in un mondo modo vuol dire creare altri mondi.
E il bello è che siamo sempre noi i fautori di questa trasformazione.

Dopo la diagnosi di morte a breve, ignorando tutti i segni di una guarigione straordinaria e inspiegabile, che era stata piuttosto una metamorfosi, mi condannai a sette anni di depressione in cui non feci che aspettare o desiderare la morte. Posso vedere solo ora quanto è stupido a volte l’essere umano, e come si lega al dolore come fosse la sua unica possibilità.
Come ne uscii?
Cambiando improvvisamente qualcosa di essenziale nella mia vita e costringendomi a saltare fuori di colpo dal gorgo focalizzato sulla mia malattia fisica o morale e creandomi un nuovo centro fuori di me: e fu l’aiuto disinteressato e gratuito ad un gruppo di persone che sintetizzarono un nuovo mondo, un nuovo stile di vita.
Occupandomi di loro mi dimenticai di me stessa. E guarii.
Incredibilmente, dopo tanti anni, ci fu un altro lungo periodo della mia vita in cui non ebbi patologie di alcun tipo, nessuna sofferenza di sorta. E fu, lo dico amaramente, durante i 4 anni in cui ho assistito mio marito. Curando lui, risanai me stessa.
Questo non vuol dire che abbiamo bisogno di lezioni così drastiche per tirarci fuori dai nostri condizionamenti. Ma che davvero le vie della guarigione sono infinite.

Purtroppo nessuno ha da dare all’altro soluzioni predeterminate.
Ognuno è come l’acqua della sorgente, che attraverso i sassi e le asperità del cammino, deve trovare da se stessa la strada.
C’è qualcosa in ognuno che vuole emergere. C’è qualcosa in ognuno che ci chiama e vuole essere liberato. La malattia può essere anche l’occasione per rivedere ciò che siamo, per correggere qualche distorsione o qualche eccesso che ci portano lontano dal cammino che per noi sarebbe migliore.
In questo senso, la malattia, in quanto disturba un meccanismo esistenziale, può essere l’apertura ad una nuova riflessione per una vita nuova: la correzione di un difetto o di un eccesso, la verifica di un atteggiamento, la ricerca di una nuova possibilità di essere.

Io vi propongo questo esercizio di guarigione, che non nasce dal corpo o dalla mente ma dall’energia stessa.
Ogni sera chiediti: ”Oggi cosa ho fatto di buono per rendere il mondo migliore? dove ho aggiunto bellezza? Umanità? Amore?”

Se il mondo è un oceano di frequenze e noi stessi siamo organismi in vibrazione, se non esiste la singolarità ma il vivere di ognuno si riverbera nel vivere di tutti e ammala o guarisce l’intero.. se il mandala che noi formiamo è la somma di tutti gli infinitesimi mandala di energia di cui siamo formati e partecipa dell’energia totale del mondo, la luce di tutte le luci non può essere che l’amore. E ogni grammo di amore, di fiducia, di speranza che immettiamo in noi lo immettiamo nel mondo. Partecipiamo alla sua trasformazione.

L’amore è il più grande maestro essenziale che esiste.
Amore per ogni particella, del nostro corpo o della nostra mente, per ogni componente dell’universo mondo.
Il Buddha dice: “Pensa bene. Parla bene. Agisci bene”. Metti bellezza e amore in ogni più piccola frazione dell’essere. Partecipa all’armonia della bellezza universale, al bene comune. Nulla esiste di per sé. Tutto si crea per sommatoria, per ogni atto pieno di grazia, parola lucente, aiuto reciproco, pensiero positivo, per tutti gli atti messi insieme.
Se questa è illusione, aiutami, o Signore, a crea una illusione che risani l’esistente!
“Pensa positivo. Parla positivo. Agisci positivo.”
E non ci sarà malattia che si incanala nel tuo corpo, perché l’ordine del tuo mandala parteciperà dell’equilibrio perfetto. E se verrà la malattia, aiutami, o Signore, a capirne il senso, a viverla come una prova, a sentirla come una occasione.
E dunque le nostre medicine primarie siano la pazienza anche verso noi stessi, la benevolenza dello sguardo, la ricerca della sopportazione, la compassione che si unisce all’aiuto, l’amore che rinasce ogni mattino…

Cominciamo con l’eliminare dal nostro pensiero prima ancora che dal nostro linguaggio ogni termine negativo: “Non, no, mai…” e ogni termine offensivo, dispregiativo, che in qualche modo lede o sminuisce l’essenza di ogni cosa o persona.
Cambiare la valutazione vuol dire cambiare lo sguardo, fare una rivoluzione copernicana in cui al centro del nostro universo non c’è più l’Ego ma il Bene.
A volte può bastare questo per allontanare il dolore.
Il Bene sovrasta talmente l’Ego che esso annichilisce al confronto, ma questo annichilimento in realtà è una liberazione, perché scioglie l’Io dalle sue prigioni.
Io ricominciai a vivere quando smisi di occuparmi della mia morte. Ma ogni giorno è un’occasione per morire o per rivivere.

Ho una cognata che è malata di tumore da 18 anni. Ha subito vari interventi ed è costantemente sotto controllo e cura, ma nessuno che la vedesse intuirebbe in lei tanta malattia.
Ha una grande famiglia a cui pensare, tre figli, 4 nipotini che ora sono diventati 5 con una bellissima adozione… Per tutti loro lei è la colonna portante. Tutti a lei si rivolgono. E’ così occupata che non ha tempo per ascoltare il suo dolore.

Racconto sempre alla mia nipotina questa storia:
C’era una volta una donna vedova che viveva in una casa nel bosco con i suoi 5 bambini. Un giorno, nel far legna, una vipera la morse e capì che all’alba sarebbe morta. Allora, per tutta la notte, preparò tanto pane in modo che i suoi bambini ne avessero per qualche giorno mentre cercavano aiuto. E tutta la notte impastò e cosse e impastò.
E quando venne l’alba, quella donna era guarita
”.

Qualche volta la malattia ci costringe ad occuparci di noi. Qualche volta viene per insegnarci ad occuparci degli altri.
Noi siamo la nostra malattia. Quella reale, quella temuta, quella indesiderata.
Noi possiamo essere, se vogliamo, la nostra guarigione.
Non c’è nulla come la nostra vita che dipenda da una scelta. Qualche volta la scelta ci sovrasta, viene da lontano, viene da un’altra vita che abbiamo vissuto prima di questa. Qualche volta viene dal futuro, per insegnarci cose che senza la malattia non capiremmo mai.
A volte la scelta dice: “Voglio credere di essere malata”. “Voglio credere di essere guarita.”
Altre volte sembra che la scelta risieda in una mente superiore a cui non ci è dato avvicinarci.
Ma in ogni caso, noi siamo parte del processo, non solamente corpo passivo ma mente senziente e anima desiderante.

Tutto può cambiare se ci chiediamo: “Perché?” “Perché proprio questa malattia qui?” “Qual è il suo significato?” “Cosa mi sta dicendo?” “Cosa mi sta insegnando?”
Forse essa vuole che guardiamo profondamente dentro di noi, in ciò che non abbiamo ancora fatto, in ciò che possiamo ancora fare, nei cambiamenti che possiamo portare alla nostra vita.
Non ho mai detto che sia facile rispondere al perché della malattia, vorrei solo cambiare il modo con cui la consideriamo, ma già passare da corpo passivo all’anima attiva cambia i termini del rapporto fra me e il male, fa uscire da una posizione in cui si subisce a una posizione in cui si sceglie. Può spingermi a cambiare qualcuna delle determinanti in gioco: un pensiero, una posizione, una valutazione, un rapporto, uno stato d’animo, una abitudine…
Può darsi che il cambiamento riguardi proprio degli atteggiamenti ormai cronicizzati, calcificati, che si ripetono da anni: valutazioni sui miei famigliari, disprezzo degli altri, incapacità a perdonare, durezze emotive, posizioni di vittimismo, considerazioni perdenti su me stessa, accuse immotivate… Ma più il cambiamento spazzerà via qualcosa di coatto, persistente, alterato…più ho speranza di cambiare l’intero.

Ricordate l’ipotesi dei matematici: ci sono infinite vite davanti a me, tutte simultanee, ma tutte diverse. Dipende da me sceglierne una.
Tu non sai mai cosa incontrerai girando l’angolo o cosa potrai produrre portando una variazione in ciò che sei e che fai. Ma la cosa più importante è che quel passo di cambiamento avvenga, imprimendo una svolta a tutta la tua vita.

La medicina si è occupata della parte fisica dei nostri corpi, la psicologia della nostra parte psichica, lasciamo che anche la nostra anima scelga la sua via migliore e ci porti le sue soluzioni. In fondo noi siamo guidati e possiamo ascoltare anche colui che ci guida.
..
http://masadaweb.org

6 commenti »

  1. Molto bello. Mi è piaciuto molto.
    Grazie.
    Ciao.
    Val

    Commento di MasadaAdmin — agosto 18, 2015 @ 12:40 pm | Rispondi

  2. Grazie, e’ interessantissimo e attendibilissimo, l’argomento mi ha sempre molto toccato.

    Mi permettero’ di girarlo ad amici/conoscenti.

    Un bacio per tt l’impegno che metti in questi “bignami” utilissimi .

    Ar

    Commento di MasadaAdmin — agosto 18, 2015 @ 2:40 pm | Rispondi

  3. Le somatizzazioni esistono e sono una cosa seria.
    Ci sono persone che scaricano lo stress eccessivo, o prolungato,
    o eccessivo e prolungato insieme, sull’organismo, invece che
    mantenerlo solo a livello psichico e mentale.
    Ognuno ha il suo modo di scaricare ed esprimere il disagio eccessivo: c’è chi mangia troppo o troppo poco, chi va in ansia e panico, chi si deprime, chi fuma troppo, chi si droga, chi si suicida ecc. ecc. e c’è chi scarica sull’organismo: gli viene il mal di testa, la gastrite, la colite, l’ulcera, la pressione alta, l’impotenza sessuale, l’eiaculazione precoce ecc. ecc.

    Questi processi, che sicuramente esistono, sono molto più frequenti di quanto si pensi, Recentemente, cinque-sei anni fa, l’ordine degli psicologi e la federazione dei medici di famiglia avevano organizzato in Italia uno studio sperimentale, che doveva durare tre anni, allo scopo di raccogliere dati scientifici sulla diffusione delle malattie psicosomatiche. Lo studio era organizzato così: uno psicologo affiancava il medico di famiglia, visitando insieme a lui tutti i mutuati che si presentavano in quell’ambulatorio, qualunque fossero i disturbi presentati. Quando i disturbi era evidente che fossero di origine organica, il medico procedeva nel modo solito: prescrizione di accertamenti, terapia farmacologica etc. – Ma quando c’era il dubbio che i disturbi presentati fossero da stress, interveniva anche lo psicologo, che indagava le cause, le preoccupazioni che in quel momento aveva il paziente, cosa stesse facendo per gestire lo stress ed eliminarlo etc. Dopo solo sei mesi di sperimentazione i dati fino a quel momento raccolti dimostravano che almeno il 40 % dei pazienti avevano in realtà disturbi psicosomatici da stress. Questa cosa, poichè siamo in Italia, ha subito allarmato le potenti case farmaceutiche, perchè circa il 40% dei mutuati venivano curati e guarivano senza prescrizioni farmacologiche, oltre che senza analisi di laboratorio, radiografie etc. Senza lo psicologo a quei pazienti il solo medico di famiglia avrebbe prescritto antidolorifici per il mal di testa, gastroprotettori per stomaco e intestino, antiipertensivi per la pressione alta e così via. Per cui questo studio è subito stato bloccato, e chi lo finanziava ha ritirato i finanziamenti.

    Su questo meccanismo, di cui è accertata l’esistenza, poi si sbizzarriscono gli pseudo-filosofi,gli pseudo-scienziati del cazzo ed esperti di scienze occulte, tutte materie di cui abbonda l’Italia. Non esiste alcun linguaggio particolare che unisce la psiche e il soma, che dovremmo scoprire e studiare. Se hai dieci persone davanti a te che presentano lo stesso disturbo psicosomatico (per esempio la gastrite), essi non potranno mai essere curati allo stesso modo. Le cause della gastrite, in ciascuno di essi, può essere molto diversa, magari uno ha preoccupazioni di lavoro, un altro familiari, un altro di coppia, un altro con i figli, un altro con l’amante etc. etc.. Essi sono uniti tra loro solo dall’essere pazienti psicosomatici e dall’avere lo stesso “organo-bersaglio” (come si dice in termine tecnico), cioè lo stomaco, ma l’intervento terapeutico dovrà essere differenziato, perchè differenti sono gli stimoli stressori, E’ anche vero il contrario: potresti avere davanti a te dieci pazienti psicosomatici che presentano disturbi molti diversi tra loro, uno ha il mal di testa, uno ha la gastrite, uno ha la colite, uno ha l’ipertensione etc., ma tutti hanno problemi sentimentali che in quel momento li assillano e li stressano. Allora l’intervento sarà simile, perchè simili sono gli agenti stressori, essi sono uniti dall’essere pazienti psicosomatici, ma hanno organi-bersaglio differenti. Addirittura nella stessa persona si possono verificare a distanza di tempo problemi psicosomatici, perchè quando uno è un paziente psicosomatico lo rimane per sempre, cioè scaricherà l’eccesso di stress sull’organismo. Ma le cause possono essere diverse anche nella stessa persona, per esempio a 20 anni si è ammalato per problemi sentimentali (e su questi si sono concentrati le cure), a 30 anni per problemi lavorativi (l’intervento sarà del tutto diverso, anche se la persona è la stessa).

    Giovanni Scavazza
    (26.4.1952)

    Commento di Giovanni Scavazza — agosto 19, 2015 @ 1:49 pm | Rispondi

  4. Grazie Viviana per questo interessante articolo.

    Dopo aver letto libri e fatto esperienza su di me, più volte ho risolto
    problemi di salute semplicemente analizzando la rappresentazione
    somatica del malessere sul corpo, cercando, analizzando e in qualche
    modo risolvendo il conflitto con le persone e la realtà che mi
    circondava.

    Fino ad oggi ho però sempre associato la destra yin a rapporti con il
    femminile e la sinistra yang con quelli maschile.

    Quindi, a proposito di quanto tu hai scritto qui:

    > La spalla destra simboleggia il maschile come del resto tutta la
    > parte destra del corpo; se duole, dice che c’è un uomo contro cui
    > combattiamo nella nostra vita (padre, marito, capo) oppure che non
    > riusciamo a manifestare la nostra valenza maschile (coraggio,
    > responsabilità, scelta, programmazione…).
    > La spalla sinistra rappresenta simbolicamente il femminile (una donna
    > che incombe sulla nostra vita o di cui non riusciamo a sopportare il
    > peso, o la parte femminile di noi che non riesce a manifestarsi:
    > dolcezza, protettività, compassione, indulgenza, perdono…).

    volevo chiederti come districarsi correttamente con la “lateralità”
    somatica.

    Il TAO colloca sulla destra(yin) il femminile e a sinistra(yang) il
    maschile, inoltre diversi maestri e scrittori utilizzano questo tipo di
    lateralizzazione per valutare i messaggi del corpo.

    > Secondo Michel Odoul la destra del corpo è in rapporto con la figura
    > materna e la sinistra con quella paterna, oltre alla spiegazione del
    > libro da lui scritto “Dimmi dove ti fa male. Glossario psico
    > -energetico” vorrei dire cosa ne penso io e la mia esperienza
    > personale.
    > Credo che se l’ emisfero destro rappresenta la parte femminile di
    > ogni essere umano e la parte corrispondente del corpo è la sinistra,
    > da qui ne va che, in psicologia la figura più importante di
    > riferimento per una figlia sia il padre, e viceversa, lo stesso
    > discorso vale per un figlio maschio del quale è la madre.
    > Ne deriva già che la parte sinistra essendo “femminile” nel corpo
    > dell’essere umano, ci “parla” del rapporto col padre mentre quella
    > destra essendo “maschile” ci “parla” di quello con la madre.
    http://nellanimoantico.blogspot.it/2013/10/lateralita-destra-e-sinistra-e-rapporto.html

    Ti sarei grato se avessi tempo e voglia di chiarirmi queste
    “ambiguità”.

    Anticipatamente ringrazio.
    Dario

    Commento di MasadaAdmin — agosto 20, 2015 @ 3:32 pm | Rispondi

  5. No, Dario, non mi sembra che questa rappresentazione taoista sia corretta.
    Secondo la fisiologica occidentale, c’è nel cervello un punto detto chiasma ottico (chiasma=incrocio) che è altezza del punto tra i due occhi dove avviene un incrocio tra le fibre nervose costituenti i nervi ottici. Questo incrocio, detto decussazione, spiega per quale motivo gli stimoli provenienti dalla parte destra del corpo vengano trasmessi alla parte sinistra del cervello, la quale a sua volta manda stimoli alla parte destra dell’organismo (e viceversa per il lato opposto)
    Nel mondo occidentale da millenni la simbologia riporta ciò che sta a destra al maschile e ciò che sta a sinistra al femminile.
    L’emisfero sinistro si distingue nella gestione di qualità normalmente considerate maschili come l’attività logica o deduttiva, mentre il destro è più in relazione con tipiche valenze femminili come la creatività, la percezione, l’intuizione.
    La parte destra del corpo è governata dall’emisfero sinistro mentre la parte sinistra da quello destro. Questo, ci consente di stabilire, per induzione, il rapporto del soggetto con l’aspetto femminile o maschile o di attribuire talune disfunzioni al buono o cattivo funzionamento dell’area dell’organismo, o dell’area celebrale, corrispondente.
    Un disturbo nella parte destra del corpo, potrebbe rendere palese uno stato di disagio causato da sofferenza verso l’aspetto “maschile”. La sua precisa localizzazione, inoltre, ci permetterebbe di chiarire se è da porre in relazione con l’aspetto fisico, emozionale o mentale.
    Alcuni riescono anche a trarre delle deduzioni temporali a seconda del punto dove il disturbo si manifesta. Si pensa che la parte bassa del corpo (dalla vita in giù) corrisponda alle radici, vale a dire al passato, quella mediana (dalla vita alle spalle) al presente e la superiore (dalle spalle alla sommità della testa) al rapporto con il divenire. Si può anche ritenere la parte bassa come fisico-istintuale, quella mediana emozionale ed infine quella alta intellettuale.

    saluti
    viviana

    Commento di MasadaAdmin — agosto 20, 2015 @ 3:46 pm | Rispondi

  6. Veramente interessante. Grazie

    Commento di Cadia — agosto 18, 2016 @ 3:00 pm | Rispondi


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