Nuovo Masada

agosto 9, 2015

MASADA n° 1672 9-8-2015 L’IPNOSI DI MILTON ERICKSON

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MASADA n° 1672 9-8-2015 L’IPNOSI DI MILTON ERICKSON
Viviana Vivarelli

L’ipnosi non esiste. Tutto è ipnosi”.

Dentro di noi, possediamo tutte le risorse di cui abbiamo bisogno per far fronte alle nostre sfide evolutive”.

Parlare in modo lento, incisivo e significativo,
e “sentire” letteralmente in se stessi, momento per momento,”
il pieno significato di ciò che si dice
”.

E voglio che tu scelga un momento nel passato in cui eri una bambina piccola piccola.
E la mia voce ti accompagnerà. E la mia voce si muterà in quelle dei tuoi genitori, dei tuoi vicini, dei tuoi amici, dei tuoi compagni di scuola e di giochi, dei tuoi maestri.
E voglio che ti ritrovi seduta in classe, bambina piccolina che si sente felice di qualcosa, qualcosa avvenuto tanto tempo fa, qualcosa tanto tempo fa dimenticato
.”
Erickson
.
Batheson
Ciò che è essenziale è il presupposto che le idee e le emozioni (in un senso molto lato del termine) abbiano una loro forza e realtà. Esse sono ciò che noi possiamo conoscere e al di fuori di esse non possiamo conoscere nulla. Le regolarità o leggi che legano insieme le idee: ecco le verità. Esse sono la nostra massima approssimazione alla verità ultima“.

Se avete qualche idea sull’ipnosi, abbandonatela! Con Milton Hyland Erickson si entra in una visione psicologica molto interessante che vi chiarirà molte cose su voi stessi, il vostro inconscio, la conoscenza e i rapporti che gli umani hanno con l’ambiente esterno e interno e tra di loro.
I libri di Erickson o su di lui sono tanti, per cui vi consiglio di iniziare con “Guarire con l’ipnosi” -Astrolabio, oppure con “La mia voce ti accompagnerà. I racconti didattici di Milton Erickson” – Astrolabio.
I suoi insegnamenti riguardano la psicologia come la psichiatria, la pedagogia come la medicina e vi insegneranno molte cose su voi stessi.
Erickson rivoluzionò il concetto di trance che applicò ai reali bisogni del paziente. Era un abile psicologo e un creativo. Capiva cosa poteva servire al momento con un fiuto formidabile verso l’altro, una vera empatia, che gli faceva scegliere le suggestioni giuste. In tal senso, è difficile prendere da lui una tecnica, copiarla e produrre il suo stesso impatto emotivo. Noi possiamo parlare di Erickson ma non di uno schema ericksoniano teorico applicabile a piacere.

Erickson fu il primo a parlare di ‘trance di tutti i giorni’, ‘everyday trance‘, fenomeno spontaneo che si può avere nel quotidiano. Diceva che per avere trance leggere non occorre fare strani rituali, abbiamo tutti una propensione a questi stati leggermente alterati di coscienza nella vita quotidiana in cui perdiamo la visuale di ciò che ci sta attorno.
Per Erickson l’ipnosi non era fine a se stessa, era uno stile comunicativo che lo seguiva in qualsiasi approccio con il paziente.
Nei suoi interventi utilizzava suggestioni indirette e metafore, raccontava molte storie. le storie gli permettevano di staccare il paziente dalla sua razionalità per pescare direttamente nel suo inconscio, perché le storie sono la modalità espressiva dell’inconscio.
Erickson accettava tutto del suo paziente anche le resistenze che utilizzava. Teneva conto del fatto che ognuno di noi è la somma di tante esperienze personali che formano una storia unica, in parte conscia e in parte inconscia, e proprio da questo insieme il paziente stesso poteva far scaturire le soluzioni di cui aveva bisogno, trovandole da solo. L’ipnosi era solo la chiave per accedere a questo ricco magazzino personale. Così Erickson utilizzò il concetto di inconscio di Freud ma in un modo molto più ampio e produttivo per cui la trance faceva parte di un percorso psicoterapeutico allargato che comprendeva corpo e psiche.

Erickson è stato uno dei più importanti psicoterapeuti e ipnoterapeuti del Novecento. In particolare ha rivoluzionato l’uso dell’ipnosi come approccio terapeutico ritenendo che l’inconscio avesse risorse fondamentali per la guarigione (staccandosi quindi dalla concezione freudiana dell’inconscio come mero contenitore del rimosso). Questo psichiatra ha avuto una notevole influenza nello sviluppo di molte nuove terapie, teorie e approcci psicologici, come la terapia strategica, la psicoterapia breve nelle sue varie forme, la programmazione neuro linguistica (PNL), il costruttivismo…

La sua vita è uno straordinario esempio di vittoria su una sorte avversa.
Nacque nel 1906, ad Aurum, cittadina mineraria del Nevada, l’America dei pionieri, dei primi avventurosi alla conquista del West, che vivevano in una miseria spaventosa e affrontavano vite durissime con una testardaggine e un coraggio sovrumani. I genitori giovanissimi, armati solo del loro amore, erano arrivati, viaggiando su un carro, fino a questo villaggio minuscolo, dove si costruirono una capanna di tronchi col pavimento in terra battuta che come quarto lato aveva la montagna. Il padre era contadino ma in questa zona mineraria fece il cercatore d’argento.
In questa capanna attaccata alla roccia nacque Milton Erickson, secondo di undici figli. Qualche anno dopo, i genitori si trasferirono nel Wisconsin e comprarono una fattoria. Milton frequentò una scuola rurale.
Non era un ragazzino normale e percepiva le cose in modo diverso dagli altri. Intanto era daltonico, pensava addirittura di vedere solo il colore viola che percepiva come blu scuro, poi aveva una sordità tonale, per cui non poteva eseguire nessuna canzone. Ma, come spesso accade, ciò che la natura toglie da una parte lo aumenta dall’altra. E più Milton Erickson ebbe problemi di percezione sensoriale, più aumentarono le sue doti mentali: memoria e capacità creativa.
Le menomazioni iniziali lo portarono a fare esperienze insolite e stimolarono la sua capacità di creare modi del conoscere nuovi e diversi. Questa fu la costante della sua vita, per cui tutto ciò che si presentò come problema fu rovesciato in ‘occasione’.
Come se non bastasse, a 6 anni risultò che era dislessico, ma anche qui le soluzioni gli si presentarono in forma del tutto insolita. La sua maestra per es. non riusciva a fargli capire la differenza tra un 3 e una m. Ma un giorno il bambino vide una luce accecante e capì che una era posizionata in un modo e l’altra in un altro. Questi ‘lampi accecanti’ furono una delle sue caratteristiche cognitive e accompagnarono la sua creatività come tante illuminazioni; diceva che erano come ‘scoppi di luce atomica’. L’atto del conoscere per lui era simile a un lampo creativo, per cui manifestò una attitudine al conoscere ’diversa’ e straordinaria.
Scrisse. “A sei anni ho avuto un’importante intuizione intellettuale sotto forma di allucinazione visiva”.
Alle elementari lo avevano soprannominato ’dizionario’ ma, per quanto passasse moltissimo tempo sul dizionario, non riusciva a capirne il modo di usarlo. Cominciava sempre dalla prima parola e andava avanti fino alla parola cercata. Anche in questo caso, un giorno, ci fu un lampo abbagliante ed egli capì di colpo l’ordine alfabetico. Ma intanto la sua difficoltà lo aveva messo a contatto con molte più parole dei suoi compagni.

Le sue difficoltà percettive lo spingevano a fare moltissime domande e a risolvere in modo inusuale problemi che per altri nemmeno esistevano. Fu così, per es., che individuò la tecnica del ‘doppio legame’.
Un giorno il padre si trovò con un vitello impuntato che non voleva saperne di rientrare nella stalla. Il ragazzo allora tirò il vitello per la coda e il vitello, sottoposto a due trazioni opposte, decise di resistere alla forza più debole ed entrò nella stalla trascinandosi il ragazzo dietro. Erickson usò poi questa tecnica nella sua arte di convincimento, per cui “si deve sempre dare a un soggetto l’impressione non di essere spinto a fare qualcosa, ma di poter scegliere tra due cose. In tal modo non si sentirà costretto ma crederà di agire secondo la propria volontà”.

Jung dice: “Il medico ferito guarisce”. Molte specificità nascono da privazioni, da mancanze individuali. E mai questo detto fu vero quanto con Erickson.
Si può imparare a guarire gli altri innanzitutto guarendo se stessi”.
A 17 anni ebbe il primo attacco di poliomielite (il secondo lo ebbe a 51 anni). E fu così che scoprì l’autoipnosi.
Dunque questo genio dell’ipnosi collezionò una bella serie di disturbi; fin da giovanissimo fu affetto da problemi neurologici; era nato con alcuni deficit sensoriali come amusia o sordità tonale (cioè incapacità di apprezzare e cogliere l’armonia dei suoni musicali), era affetto da dislessia e grave daltonismo, che gli permetteva di apprezzare veramente il solo colore viola; inoltre soffriva di allergie e si ammalò due volte di poliomielite (da ragazzo nel 1919 e da adulto nel 1952) rischiando di morire, e la malattia gli lasciò un’ulteriore disabilità fisica: l’atonia muscolare e un’aritmia cardiaca. Ma, come spesso accade con i geni, le difficoltà che la vita gli aveva posto dinanzi si tramutarono in ‘occasioni’.

Una sera dal suo letto sentì tre dottori dire alla madre che non avrebbe raggiunto il mattino. Divenne furibondo e chiese alla madre di spingere il comò verso l’angolo del letto, in tal modo nello specchio potesse vedere la finestra. Voleva godersi un ultimo tramonto. C’era anche una siepe, una roccia rotonda e un albero, ma lui escluse tutto inconsciamente focalizzandosi sul solo tramonto. Fu una grossa esperienza di autoipnosi, un enorme esercizio interiore, una sfida in cui modificò le proprie capacità percettive e mentali. Dopo di che stette in coma tre giorni ma si salvò, pur restando invalido, steso nel letto e senza possibilità di muoversi. Quando si svegliò dopo quei tre giorni, era completamente paralizzato, sentiva i suoni, poteva muovere le pupille e parlare con grande difficoltà ma nient’altro. Non c’erano cure, non c’era alcuna riabilitazione. Poteva solo giocare con la mente. Tutti dissero che sarebbe rimasto tutta la vita in quelle condizioni. Ma lui cominciò con l’affinare l’udito per riconoscere tutti i suoni che gli arrivavano.
I genitori dovevano spesso lasciarlo solo e lo legavano su una specie di sedia a dondolo. Un giorno Erickson fu preso da tale desiderio di avvicinarsi alla finestra che improvvisamente si rese conto che la sedia aveva preso a dondolare. Aveva scoperto la prima legge dell’ipnosi: “La sola idea di un movimento poteva produrre nel corpo proprio quel movimento”.
Nelle settimane successive il ragazzo diciassettenne cercò di riprodurre mentalmente con una estrema pazienza tutti i suoi ricordi di movimento. Stava ore e ore a fissarsi una mano cercando di ricordare cosa facesse quella mano quando impugnava un forcone. A poco a poco si accorse che la mano aveva piccoli scatti. Li controllò. Pensava a cosa faceva la mano quando impugnava il ramo di un albero, come si muovevano le sue mani e le sue gambe quando si arrampicava su un albero. E, lentamente, la visualizzazione dei vecchi movimenti attivò in lui forze sconosciute.
I dolori che affliggevano il suo corpo erano fortissimi. Ma la sua mente continuava a pensare a quello che accadeva quando camminava, si stancava, si rilassava, si riposava. E questo pensiero continuo alleviava il suo dolore come se il processo fisico fosse reale.
Passò due anni in questo lavoro mentale: “Un intenso ricordo aveva tanto potere quanto una immaginazione e una forte immaginazione poteva avere effetti quanto un fatto reale”.

Così accadde che, in un tempo lunghissimo e lentissimo, questo lavoro intenso sui ricordi sensoriali riattivò realmente i suoi sensi reali e le sue capacità motorie tanto che alla fine riuscì a migliorare. Tra i 17 e i 19 anni quest’opera di autoguarigione riuscì perfettamente, ed egli, attraverso la mente, riprese con estrema lentezza il controllo dei suoi muscoli (focalizzazione ideodinamica).
Ma questo non bastava, non stava in piedi, non camminava ancora, doveva osservare di più il mondo esterno. In quel tempo la sua sorellina più piccola imparava a camminare ed Erickson osservava intensamente i suoi sforzi per stare in piedi e camminare e imparava da lei. Fu così che imparò a stare in piedi, a restare in equilibrio, a fare i primi passi. Dopo 11 mesi poteva camminare con le stampelle. Fu come se avesse sottoposto se stesso ad autoipnosi e attraverso la propria esperienza avesse imparato una tecnica che poteva essere usata da altri.
Bernheim aveva parlato di questi processi dicendo che “Ogni suggestione tende a realizzarsi, ogni idea tende a farsi atto”. La mente può dominare e determinare la materia. Se dico a qualcuno: “ Lei ha una vespa sulla fronte”, quello sentirà la puntura della vespa e porterà la mano alla fronte. Gli ho offerto una suggestione. “L’idea che si trasforma in sensazione”.
Se faccio credere a una persona bendata che lo brucerò con un tizzone infuocato e poi lo tocco con una spugna bagnata, si formerà sulla sua pelle il segno di una ustione e proverà dolore come se fosse scottato.

Dunque Erickson scoprì i fenomeni ipnotici (ideodinamici) lavorando su se stesso per la propria riabilitazione. Sviluppò inoltre un’enorme capacità di attenzione e percezione dell’ambiente circostante, in particolare in rapporto ai segnali non verbali, imparando di nuovo dalla sua sorellina a camminare. E’ in questo periodo che sviluppò la sua tecnica di utilizzazione delle proprie risorse inconsce.

Si iscrisse a medicina, ma, dopo un anno di università, il medico gli consigliò di stare all’aria aperta per rinforzarsi e, avendo solo 4 dollari e un amico, ideò una impresa a dir poco iperbolica: un viaggio in canoa sulle rapide. Teniamo conto che il suo corpo era debole, che non sapeva niente di canoe e che avrebbe dovuto portare più volte la canoa sulla testa pur camminando con le grucce, per cui la presenza di un amico sembrava indispensabile, ma all’ultimo minuto l’amico si defilò. Erickson decise di partire lo stesso.
Si equipaggiò per due settimane. Le avventure non mancarono e le sfruttò tutte. Riuscì a farsi aiutare, a farsi invitare spesso a pranzo, a trovare degli amici. Sembrava che gli altri trovassero naturale aiutarlo e lui era una persona affascinante. Trovò persino lavoro presso un contadino, sapeva cucinare e sfruttò questa capacità per gli altri, per cui riuscì a pagarsi parte del viaggio. In questo modo percorse 400 km di fiume. Intanto aveva migliorato la sua forza muscolare, riusciva a pagaiare contro corrente e anche a portare la canoa sul capo. Il viaggio durò 10 settimane. Era partito con 4 dollari, tornava con 8. Aveva iniziato con le stampelle, tornava zoppicando in modo leggero. Ed era diventato un giovane robusto, pieno di fiducia in se stesso.

Tornò al college e cominciò a lavorare come giornalista nel quotidiano locale. Ma occorreva una preparazione anche per questo. Allora ideò un piano: avrebbe studiato fino alle dieci e mezzo addormentandosi immediatamente e mettendo la sveglia per l’una di notte. A quell’ora avrebbe scritto l’articolo e sarebbe tornato a dormire (attività sonnambolica). Al mattino si meravigliava di trovare l’articolo pronto mentre nemmeno lo ricordava. Non rileggeva mai. “Questa era la prova che nella mia mente c’erano più cose di quelle che pensavo. Ed ero più intelligente di quel che credevo”.
Fu al terzo anno che cominciò le sue ricerche sull’ipnosi che affrontò da autodidatta, perché al tempo di questo argomento si sapeva davvero poco.
Quando cominciò a studiare medicina scoprì di avere delle doti di chiaroveggenza, capiva se una persona sarebbe vissuta o no, che vita avrebbe avuto, che lavoro, che figli… All’inizio l’ingiustizia della malattia e della morte che potevano colpire i migliori lo sconvolse, poi capì che un medico deve avere una specie di distacco dal suo paziente, non doveva esserne coinvolto emotivamente.

Si accorse che ascoltando i pazienti poteva cadere in uno stato auto ipnotico, come quando scriveva gli articoli. Svolse così la sua ricerca interiore sul suo futuro come medico. Diceva: “Quando abbiamo un problema, lasciamo che se ne occupi l’inconscio”.
Seguì un seminario sull’ipnosi in cui ci furono molte discussioni e ricerche in urto tra loro, per cui decise di fare una ricerca in proprio, partendo da se stesso. Il suo insegnante voleva arrivare a una tecnica standardizzata senza considerare le differenze individuali ed Erickson non era d’accordo. La sua teoria sull’ipnosi si formò, al contrario, proprio sulla considerazione delle differenze individuali e sulle motivazioni personali. L’ipnosi doveva seguire il paziente, adeguarsi a lui e rispettarlo, permettergli di trovare da solo le proprie soluzioni.
Rilevò anche che nella vita normale di tutti i giorni si succedevano stati alterati e fenomeni di trance. La trance faceva parte della normalità del soggetto anche senza essere indotta e poteva essere utilizzata per la sua guarigione.

A 23 anni, quando era ancora studente, si sposò per la prima volta. Il matrimonio durò dieci anni e portò a tre figli. Il divorzio lo afflisse molto e lo spinse a studiare meglio le donne. Fino a quel momento si era concentrato soprattutto sui propri problemi di salute, da allora cominciò a estendere le sue osservazioni sui rapporti di coppia. Così tra gli anni ‘40 e ‘50 fu uno dei primi psichiatri che trattarono problematiche famigliari.
Dopo il 1929 lavorò come psichiatra in vari ospedali dove l’ipnosi era malvista, considerata pericolosa e trattata come una specie di sonno.
Erickson aveva idee diverse e si accorgeva che anche nel suo rapporto col paziente a volte entrava in una specie di trance che escludevano ogni cosa attorno. Questa trance poteva essere un ottimo strumento per la vita: “Qualche volta, se ho qualche dubbio sulla mia capacità di vedere le cose importanti di un paziente, entro in trance. Ci vado automaticamente non appena mi concentro sul suo più piccolo movimento o manifestazione che possa essere importante.“
Insomma, focalizzando diversamente l’attenzione, poteva entrare o uscire da una trance autoindotta.
Così iniziò le sue terapie convinto che l’inconscio lo avrebbe aiutato. Alla prima seduta cominciò a prendere appunti poi finì in trance. Per 13 volte accadde la stessa cosa. Alla 14° il paziente se ne accorse e lo svegliò. Ma gli appunti nella cartelletta erano gli stessi che avrebbe potuto prendere in stato di veglia normale.

Dopo 10 anni il suo matrimonio era finito, aveva 33 anni e tre bambini piccoli.
Entro un anno incontrò quella che doveva diventare la sua seconda moglie da cui ebbe altri 5 figli, diventò direttore della ricerca psichiatrica e, con la moglie, psicologa, cominciò a studiare la sordità ipnotica e la cecità ai colori. Nel paese si incominciò a parlare di un modesto psichiatra di Phoenix che riceveva pazienti a casa propria, li faceva attendere in salotto in mezzo ai suoi otto figli e ai suoi tanti cani, e otteneva risultati incredibili.
Erickson non si considerò mai né freudiano né di altre scuole per non restare irrigidito in uno schema. Era un genio nel campo della percezione e della comunicazione ma non sentiva il bisogno di inquadrarsi in una teoria. Aiutò anche il governo nello sforzo bellico e collaborò con Margaret Mead, la grande antropologa, con cui lavorò per un programma governativo sulla psicologia dei Giapponesi. Oltre a ciò, durante la guerra, prestò la sua opera come psichiatra al reclutamento. Fu in quel periodo che prese ad annotare piccoli episodi e a mandarli a un giornale col nome di “Eric il tasso”.
Queste storielle furono poi raccolte in un libro e ripubblicate dal Reader Digest.

Nel 1949 fu nominato direttore di un ospedale in California, uscì così dal gelo del Michigan che gli causava forti dolori e allergie. Aveva ancora vertigini e disorientamento, per strascichi della polio. Per cui cominciò a lavorare a casa, privatamente, assistito dalla moglie e nel cerchio famigliare.
Utilizzava l’ipnosi in modo creativo all’interno di una psicoterapia, non secondo gli standard del tempo, ma come una particolare ‘situazione comunicativa relazionale‘ . Era capace di indurre una trance a partire da racconti, reminiscenze, episodi della sua vita o altre strane storie e fatti inconsueti che apparentemente non avevano nulla a che fare con il problema specifico del paziente. Il paziente stava lì, ascoltava questi strani monologhi, e poi veniva congedato senza accorgersi che era entrato e uscito spontaneamente dalla trance più volte.
Era convinto che ognuno avesse dentro di sé la soluzione dei propri problemi, la capacità di guarire il proprio dolore in un modo che non doveva essere capito razionalmente, era importante solo che la cosa funzionasse. Milton comunicava con questa parte interiore e la attivava, al punto che molti, dopo, sentirono che la loro vita era cambiata. Il guaritore rende a ognuno la facoltà di guarire se stesso.

A 51 anni, malgrado le cure, ebbe il secondo attacco di poliomielite, evento molto insolito, causato dalla rara coincidenza di essere venuto in contatto con un ceppo diverso della malattia, da allora rimase paralizzato in carrozzina per problemi alle gambe e con un braccio impedito. L’anno dopo, tuttavia, riuscì a compiere una difficile escursione sulle montagne dell’Arizona, con il supporto di due bastoni. E, malgrado le sue sofferenze, andò al campeggio, camminò, fece una vita quasi normale, lasciando tutti stupefatti per il mondo con cui reagiva al dolore, perché i postumi della polio lo avevano colpito con un dolore pressoché continuo che cercò di sedare con l’autoipnosi.
Entravo semplicemente in trance e dicevo: “Inconscio, fa’ il tuo lavoro!”.
La mano destra era inutilizzabile e riprese a scrivere con la sinistra come aveva fatto col primo attacco. Dovette riprendere anche gli esercizi di memoria sensoriale che aveva fatto tra i 17 e i 19 anni. Trattò se stesso come aveva trattato gli altri, insegnando alla sua mente inconscia a recuperare le risorse perdute e a utilizzare ogni cosa necessaria per giungere al risultato volgendola al suo positivo:

Il dolore è solo una parte della nostra esperienza collettiva. Dicevo a me stesso che lo avrei fatto sparire e, non so come, esso spariva. E’ l’inconscio che fa tutto. Possiamo dire cosa vogliamo ottenere, ma dobbiamo lasciare all’inconscio come e quando ottenerlo esattamente. Dobbiamo accontentarci di non sapere in che modo questo avviene. Finché continuiamo a pensare al dolore ossessivamente, questo ci sarà sempre. Dobbiamo dissociare la nostra mente conscia dalle associazioni col dolore”.

Do ai miei pazienti l’ordine di dormire per tutta la notte. Posso dare quest’ordine anche a me stesso. Non è una ipnosi perché ci si può svegliare e ritrovare il dolore e riorientarsi di nuovo verso il rilassamento. A volte questo dura tutta la notte o solo un paio d’ore. Bisogna fissare il pensiero su qualcosa. Per esempio spostavo una sedia vicino a letto, mi sedevo sul letto e appoggiavo la laringe contro la spalliera della sedia, era scomodo ma la scomodità sostituiva il dolore e ciò mi faceva piombare in un sonno riposante. Il fatto è che il dolore volontario lo possiamo controllare, il dolore che possiamo dominare è assai meno doloroso di quello che sfugge al nostro controllo. E’ un fenomeno di ‘spostamento e distrazione’ o ‘spostamento e reinterpretazione’”.

Se avevo un dolore artritico, lancinante, dentro una spalla,immaginavo un filo metallico incandescente sulla superficie della spalla. Era fastidioso ma non come il dolore precedente, insomma raccoglievo un dolore più ampio in uno più piccolo. Questo spostamento o reinterpretazione del dolore lo rendeva più sopportabile. Poi il dolore mi è venuta a noia e l’ho dimenticato. Quando abbiamo esaurito ciò che pensiamo, finiamo col perdere anche le sensazioni dolorose. Solo 4 ore dopo mi sono ricordato del dolore originario. Ci si può abbarbicare al dolore o si può cambiarlo e spostarlo.
Lo spostamento può essere fatto fissando la mente su un momento bello della nostra vita. Io immaginavo di essere a pancia in giù su un prato, come quando ero piccolo, rievocavo quei momenti della mia infanzia, quando ero sano e stavo bene. Sentivo l’erba che si muoveva leggermente senza che io facessi niente. L’assenza di attività esterna riproduceva l’assenza di attività interna, dunque la pace interiore. Mi distraevo così che il dolore non entrasse nella mia coscienza. Sognare di essere un bambino, tornare a quel periodo semplice e privo di complicazioni creava una regressione benefica, ricordavo come erano mio padre e mia madre allora, come stavo bene sul fianco della collina…. e queste sensazioni prendevano il posto del dolore. Ognuno può fare una cosa simile e rievocare ricordi belli visivi se è un tipo visivo, o uditivi se è un tipo uditivo…

Erickson non parlava mai di energia, parapsicologia, miracoli e simili ma di processi psichici precisi come: ricordo, dimenticanza, dissociazione, reinterpretazione…C’era una grande preparazione dietro a questo, che portava a quel risultato finale che apparentemente sembrava leggero e spontaneo, come un miracolo.

Ripresosi dal secondo attacco di polio, Erickson intraprese un periodo molto fruttuoso della sua ricerca, malgrado le infermità che i suoi visitatori finivano per ignorare.
Durante le sue lezioni e conferenze conobbe Huxley e con lui studiò alcuni affascinanti fenomeni ipnotici ma i loro manoscritti scomparvero in un incendio.
Nel 1950 Linn Cooper si interessò al modo con cui con l’ipnosi si poteva manipolare la percezione del tempo e i due fecero degli studi sulla ‘distorsione temporale’ impiegando universitari dell’Arizona. In seguito Erickson studiò con la moglie il fenomeno della ‘dilatazione temporale’.
Il tempo ebbe sempre molta importanza nella terapia di Erickson. Contro Freud, che aveva inventato la ‘cura interminabile’, egli divenne famoso per le ‘terapie brevi’. Si rendeva conto che i problemi dei pazienti potevano essere molto lunghi, complessi e sofferti, ma lo stesso non doveva essere necessariamente per le terapie. E non era obbligatorio rimestare tutto l’inconscio del soggetto e rivedere tutti i suoi traumi passati per aiutarlo ad avere una vita migliore. Nel passato non c’è nulla che si possa cambiare; sta lì come un monumento. Si vive nel presente e per il futuro. Il passato è ormai quello che è, lo si può esaminare in molti modi ma non riuscirà mai ad essere diverso. Invece, anche per un problema complesso o cronico, la terapia può essere breve. Il paziente sta male. Occorre fare subito qualcosa, trovare rapidamente qualcosa che sia alla sua portata e lo aiuti velocemente a stare meglio. I casi di Erickson mostrano infiniti esempi di persone a cui sono state chieste cose che non sembravano nemmeno in rapporto col problema originario ma che sono state subito meglio. Così non solo le sue tariffe erano modeste, ma le sue terapie erano brevi.

Ad es. un uomo soffriva da 29 anni di enuresi notturna. Viveva in una dependance, non poteva andare in vacanza, non passava una sola notte in hotel, non andava a trovare parenti e amici. Io gli dissi “Posso fare qualcosa, ma non penso le piacerà”. Dopo 3 mesi tornò e disse che era pronto, Gli dissi: “Ho scoperto che lei odia camminare, anche solo attraversare la strada, è dipendente dalla sua auto e odia camminare. Lei bagna il letto ogni notte in un’ora compresa tra mezzanotte e l’una. Per le prossime tre settimane si procuri una sveglia e la punti a mezzanotte, o mezzanotte e mezzo o all’una. Quando la sveglia suonerà, lei si sveglierà, e indipendentemente dal fatto che il suo letto sia asciutto o bagnato, si vestirà, uscirà e camminerà per 30 isolati, ogni notte per tre settimane. Alla fine delle tre settimane, potrà prendersi una vacanza di una settimana, ma, la prossima volta che trova il letto bagnato, dovrà rifare altre tre settimane di camminata notturna”.
Dopo le prime tre settimane il paziente era guarito.

Erickson sapeva che il tempo è una variabile psicologica. Facciamo sogni lunghissimi che in realtà durano pochi minuti. Le persone in pericolo di vita hanno una panoramica rapidissima dei fatti salienti della loro vita. Nevrotici e psicotici hanno distorsioni temporali. Ci sono droghe che accorciano o allungano la percezione del tempo. Quando proviamo dolore il tempo si allunga. Per un neonato il tempo di attesa della pappa quando ha fame è interminabile ecc.
Erickson analizzò la distorsione temporale e la usò in terapia.

Fino allora Erickson aveva fatto le sue ricerche da solo e da solo aveva pubblicato, ma dal 1960 egli si applicò esclusivamente agli esperimenti e alle lezioni, per cui i libri successivi furono scritti dai collaboratori alla disperata ricerca di capire come aveva fatto Erickson.
Fino al suo apparire sulle scena medica, nessuno sapeva nulla sull’ipnosi. Erickson colmò un vuoto dando origine a una grande ricerca su questo tema. Per es. insegnava ai suoi pazienti afflitti da dolori periodi di data durata ad accorciare i tempi della sofferenza. Fissando nel paziente l’idea che il dolore sarebbe stato breve, diventava realmente più breve.

I capisaldi del suo lavoro furono:
– Ognuno agisce secondo la propria mappa interna, e non secondo la propria esperienza sensoriale
– In ogni momento, la scelta che la persona compie è per lei la migliore
– Qualunque teoria a cui si ricorre per dire qualcosa su una persona non esaurisce la totalità della persona
– Rispettate tutti i messaggi del cliente
– Insegnate a scegliere, non cercate mai di limitare la scelta
– Le risorse di cui il paziente ha bisogno risiedono nella sua storia personale
– Entrate nel suo modello di mondo
– L’elemento più forte di un sistema è la persona che dispone della maggiore flessibilità o possibilità di scelta
– Non è possibile non comunicare
– Se una cosa è troppo difficile, suddividetela in pezzi
– Il risultato è determinato a livello inconscio

Quando cominciò il periodo più ricco della sua vita, Erickson aveva ormai fama e celebrità. Aveva avuto due mogli. Aveva otto figli e una schiera numerosa di cani. Aveva scritto alcuni libri e fatto un numero incalcolabile di ricerche e di lezioni. Si interessavano di lui le società più varie. Le sue conferenze a professionisti lo portavano in tutte le parti d’America. E in queste conferenze sviluppò ‘la tecnica dell’ipnosi mimata’.
Cominciò davanti a un folto pubblico a Città del Messico nel 1959 mettendo in ipnosi una infermiera spagnola che non sapeva nulla della sua lingua né dell’ipnosi. Doveva usare solo la mimica.

La malattia di Erickson gli produceva spesso degli stati confusionali, vertigini, disorientamento sensoriale. Egli dunque prese proprio ‘la confusione’ come principale strumento di lavoro. Usò il suo handicap come una ‘occasione’,una ‘opportunità’, una ‘fortuna’.
Aveva una grande acutezza mentale ed era in grado di mettere ‘in confusione’ il suo paziente, così da infrangere il suo schema mentale conscio e da permettere al suo inconscio di manifestarsi.
Li manipolo-diceva- così come, mettendo del sale nel cibo, si manipola il suo gusto”.
Era però convinto che l’inconscio proteggesse il soggetto, accettando ciò che gli era utile e rifiutando ciò che gli era dannoso. Erickson credeva fermamente in questi meccanismi di autodifesa dell’inconscio.
Usava spesso il doppio legame (come era successo da ragazzo col vitello tirato dalla testa e dalla coda), per cui il soggetto, per rifiutare una suggestione, ne accettava un’altra.
Abbiamo un filmato di una interessante dimostrazione alla Stanford University in cui in modo apparentemente causale Erickson crea confusione, stimoli minimi e movimenti ideomotori per spingere un soggetto a riconoscere di essere in trance mentre crede di non esserlo. Per es. una volta davanti a un pubblico che non esprimeva nessun volontario, chiese a una infermiera di partecipare ma quella precisò che non si sarebbe fatta ipnotizzare. “Va bene– disse Erickson- Mi dica, quel quadro laggiù su quella parete è di un suo amico”. Lei guardò- non c’era nessun quadro- e disse “Sì”.
Aveva generato un allucinazione visiva inaspettata. E’ la tecnica della ‘sorpresa’. Un’idea nuova entra in una mente aperta e quella nemmeno se ne accorge. “E’ la stessa cosa di quando dico: “Questo sintomo sarò risolto mercoledì? No, mercoledì è oggi, e domani è solo giovedì, ma succederà venerdì”.

Lo studio-casa di Erickson era una interessante esperienza umana: c’erano molti cani, in particolare un bassotto sdraiato in mezzo al soggiorno che già per la sua rilassatezza spingeva alla trance, c’erano bambini che si facevano fare disegni dai pazienti o scambiavano con loro piccoli regali. La vita della famiglia si mescolava a quella dello studio. I trattamenti erano dei più vari: un paziente alcolizzato venne assunto per badare ai cani e tenuto senza stivali perché non scappasse. A un altro fu regalato un cane che però restò in famiglia e che il paziente veniva a trovare tutti i giorni.
Erickson appariva come il classico padre di famiglia portatore dei valori dell’americano medio e i compensi che chiedeva erano proprio modesti.
I professionisti che venivano a visitarlo restavano stupefatti davanti alla sua casa piena di bambini, di cani, di cianfrusaglie e mobili scompagnati.

Erickson era un naturalista puro, alieno dai concetti junghiani di anima o orientalisti di coscienza cosmica.
Una delle sue tecniche era quella della ‘tortura benevola a breve termine’, in cui il paziente era incoraggiato a continuare il proprio comportamento sintomatico, però in un modo che lo metteva in svantaggio rispetto al terapeuta severo, così che alla fine il comportamento sintomatico si affievoliva fino a svanire.

Pur partendo dalla teorie di Freud, Erickson se ne distaccò con una considerazione diversa e positiva dell’inconscio, ritenuto non la cantina dei contenuti rimossi, ma il guardiano e l’aiutante dell’io, quello che può rimetterlo sulla via della guarigione,
A tal fine sviluppò una forma di ipnoterapia che permetteva di comunicare con l’inconscio del paziente. Questo tipo di ipnosi, molto simile ad una normale conversazione, che spesso faceva uso di metafore, di storie e di un linguaggio suadente e poetico, induce, rilassando il paziente, ad una sorta di trance ipnotica, uno stato a metà tra il sonno e la veglia. Ciò è visibile dagli indicatori di trance: pupille fisse o occhi chiusi, lievi stati di alterazione della coscienza (come allucinazioni “semplici” – in genere suoni o colori – simili a sogni o percezioni del dormiveglia), rilassamento dei muscoli, respiro rallentato, possibile amnesia, analgesia, leggero sonnambulismo, ecc. In questo modo, il terapeuta può suggerire delle vie di soluzione all’inconscio, aggirando le resistenze e la rimozione che la coscienza opporrebbe al cambiamento. Se, sentendo la storia o ascoltando le parole del terapeuta, il paziente manifesta alcuni segni di trance, si è nelle condizioni necessarie per intervenire.
Erickson, come Bateson, credeva che ognuno avesse una propria personale realtà autocostruita, e che entrarvi e modificare le percezioni del paziente, parlando con l’inconscio, fosse l’unico modo di cambiarla. Ad esempio, se il soggetto era scettico verso i fenomeni religiosi e paranormali, Erickson assecondava il paziente, come se al contrario vi credeva, poiché le convinzioni dell’individuo non andavano contrastate ma aggirate e per far questo usava storie suggestive.

Se pure ognuno di noi è la pianta che cresce dal proprio seme, c’è tra il lavoro di Erickson e le esperienze di sofferenza e limitazione della sua vita un legame così forte da far pensare che nulla avrebbe potuto essere senza la sua malattia, così che questo processo di causalità ci fa capire che non è quello che ci capita di doloroso la cosa più importante, ma il modo con cui lo elaboriamo, traendo da esso il meglio che inizialmente non è nemmeno visibile. In questo si gioca lo sforzo dell’uomo. La lezione, ancora più grande dei suoi studi sull’ipnosi, è questa. Fu davvero il medico sofferente che aveva imparato a guarire gli altri guarendo se stesso.

Erickson passò gli ultimi anni della sua vita sulla sedia a rotelle. Morì nel 1980, a 79 anni per insufficienza respiratoria, a causa di uno shock settico dovuto ad una peritonite da streptococco-B, che non fu diagnosticata in tempo. Il suo corpo fu cremato e le ceneri sparse da una montagna dell’Arizona.

Per spiegare la tecnica ipnotica, una volta raccontò che mentre aspettava il suo aereo si era messo a guardare una bambina di due anni che aveva adocchiata in una vetrina un giocattolo che voleva e che cominciò a fare tanti di quei salti che alla fine la madre pensò che dovesse comprarglielo per farla calmare. La bambina non aveva chiesto direttamente quel giocattolo ma aveva manovrato la madre spingendola a ‘decidere di comprarglielo’. Ottima tecnica ipnotica!

Gran parte del comportamento umano è inconscio. Noi compiamo molti gesti automatici, altri sono reazioni riflesse, altri infine nascono dall’inconscio. Notiamo tutto che se la nostra attenzione è presa da un film molto emozionante, non sentiamo più il mal di testa. L’inconscio è pieno di sorprese. Può contenere di tutto, in senso positivo come negativo. L’inconscio conosce una quantità enorme di cose. Ma il paziente va rispettato, bisogna onorare quello che vuole e quello che non vuole. Non si deve instillare in lui nulla di nuovo, ma utilizzare quello che c’è già in lui. Si deve andare incontro alle sue ansie, alle sue paure. Conciliare con lui su tutto.

L’ipnosi è un processo che avviene nell’interno di un soggetto in cui sono alterati i suoi rapporti con l’ambiente esterno. Gli fa dimenticare temporaneamente ciò che dirige i suoi comportamenti quotidiani, può alterare i suoi schemi abituali. Il soggetto può ignorare l’ambiente in cui si trova, può oscurare il dolore che eventualmente lo tormenta, può focalizzare la sua attenzione su un solo punto della realtà esterna o interna, reale o immaginaria. Questa focalizzazione della mente su un solo punto con oscuramento della realtà circostante può avvenire in ogni situazione critica, pensiamo a una partoriente che non fa assolutamente attenzione a quanto la circonda durante il travaglio. Il suo orientamento verso la realtà sarà focalizzato in un ambito molto ristretto che riguarda ciò che le accade dalla vita in giù.

Immaginiamo un paziente sotto le cure del dentista. E il dentista gli dice di andare con l’immaginazione su una bella spiaggia e di passare lì una bella giornata. La spiaggia è un posto sicuro dove stare e tutto quello che accade nello studio del dentista sarà messo fuori. Se il dentista è in grado di effettuare questa variazione nell’orientamento mentale’ del paziente, l’intervento può essere senza dolore, l’ipnosi produrrà analgesia.
Nella trance ipnotica possiamo sostituire la realtà con un ricordo, possiamo distrarre l’attenzione del soggetto dai fatti concreti, dallo stato di sofferenza e dirigerla verso uno stato di piacere.
Ora, non è facile dire a un paziente di rilassarsi e vederlo cadere in stato di relax. Se ha un dolore molto forte è assurdo dirgli di rilassarsi. Gli si dirà invece che il suo dolore è molto forte ma circoscritto. Per es. immaginiamo che il suo dolore sia nel braccio. Gli diciamo che ha un forte dolore al braccio e lui sarà attento a quello, intanto dimenticherà tutto quello che gli sta attorno e focalizzerà la sua attenzione solo sul suo braccio. Gli ricorderemo come stava bene in quel braccio prima che ci fosse quel dolore. E così penserà anche al benessere passato oltre che al dolore presente. Se gli diciamo che ha tutto un passato di benessere là dove ora ha dolore, lui rispetterà l’affermazione come vera e intanto creerà dentro di sé l’astratta realtà mentale del benessere. Non appena voi introdurrete ricordi di benessere, la sofferenza diminuirà perché la quantità di attenzione che è possibile dare a qualcosa è limitata. A quel punto potrete dare sempre più attenzione al benessere e sempre meno al dolore.
Dovete immedesimarvi col paziente. Se è agitato, tentare subito di farlo rilassare non va bene. Se il paziente è un bambino la cui realtà è correre su e giù, va bene. E’ bene che continui la sua attività motoria. Io gli dico: stai correndo fino a quella porta. Poi stai correndo fin qui. Stai correndo da qui a quella porta”. Lui aspetta allora che gli dica dove deve correre. Se combatte con me, io gli dico: “Stai colpendo con la mano destra. Ora stai colpendo con la sinistra. Ora il bambino si aspetta che gli dica: “Dai, colpiscimi con la destra. E ora colpiscimi con la sinistra!” Insomma la terapia userà l’orientamento personale del soggetto alla situazione. Ricordate sempre che sono i suoi processi mentali a permettergli di farlo. E a più cose irrilevanti che gli direte consentirà, più sarà suggestionabile a ciò che è importante ”.

Per l’ipnosi non esiste un metodo standardizzato. La persona entra in ipnosi spontaneamente se solo le viene data questa possibilità. Ogni bambino o persona ha memorizzato un proprio schema di comportamento.

Per es. c’era una signorina, figlia unica e viziata, che per averla vinta metteva in atto una sceneggiata da bambina isterica: entrava, pestava i piedi davanti alla madre, faceva le sue richieste, si faceva venire una crisi e correva su per le scale verso la sua camera da letto. Una lunga esperienza le aveva insegnato che così poteva averla vinta sui genitori. Così, durante un seminario, le chiesi se poteva far vedere anche agli altri. Le proposi di entrare, battere i piedi a terra, presentare la sua richiesta, fare una bella bizza e correre su per le scale. Lei acconsentì. Fece tutta la trafila. Poi mi rimproverò e attaccò gli spettatori in una vera crisi. Quando si calmò, disse che era molto arrabbiata. Sembrava più sorpresa di noi. Le chiesi quando aveva cominciato a sentirsi arrabbiata. Non ricordava. Allora le chiesi di rifare tutto da capo e lei lo fece. Imprecò contro di me e contro il gruppo. Le chiesi di nuovo quando aveva cominciato a sentirsi arrabbiata e lei ci aveva fatto caso: a metà della scala. Perché non ci rifà tutto da capo? Disse che non c’era bisogno di rifare le scale e ripeté la terza crisi. Ripetemmo questo schema con altre persone che avevano reazioni fisse e accadde tutto nello stesso modo. E’ uno schema fisso che si ripete e ripete. Con l’ipnosi è lo stesso”.

Una volta Erickson fece un esperimento con degli universitari. Dovevano stare tranquilli in poltrona, visualizzare un cesto di frutta immaginario, immaginare di alzare il braccio per prendere un frutto e cercare di capire quanti pensieri attraversavano loro la mente durante questo gesto. Molti si stancarono presto, dicevano che calarsi in una realtà concettuale astratta rendeva il compito impossibile, si sentivano strani e alla fine se ne andavano. Il fatto è che, a causa della realtà virtuale, cadevano uno stato di trance con perdita di orientamento verso la realtà esterna. Si sentivano strani perché analizzare troppo un dato di realtà finisce col farci perdere il senso di realtà. E’ come quando si ripete troppe volte una parola e diventa priva di senso.
Erickson li riprese e fece loro una induzione ipnotica ed essi dissero che la sensazione era stata uguale. E’ un po’ quel che avviene agli astronauti in mancanza di forza di gravità, non sanno più come orientare il proprio corpo. Con l’ipnosi avviene questo: si toglie a un soggetto l’orientamento alla realtà. Come l’astronauta, dopo una ventina di minuti non saprà più se è seduto sulla sedia, per aria o sul pavimento.
E’ questo orientamento che permette al soggetto di affrontare le sue ansie e le sue reazioni muscolari. Occorre dunque conoscerlo se si vuole agire su di lui.

Ebbi in cura una donna che aveva dolori cronici in tutto il corpo ma senza una base organica. Aveva sperimentato inutilmente l’ipnosi e non aveva fede in essa. Mi chiese subito se l’avrei usata e risposi: “Useremo tutto ciò che è necessario. Non useremo nulla che non sia necessario”. In tal modo la facevo riconoscere che tutto ciò che avrei fatto sarebbe stato adeguato. Dovevo usare l’ipnosi senza che se ne accorgesse. Attirai la sua attenzione sul dolore al nervo sciatico e le chiesi di osservarlo attentamente. Lo feci aumentare e chiesi com’era. Bruciante? Tagliente? Lancinante? Glielo feci descrivere con le sue parole. Così se ne stette seduta tranquilla osservando attentamente il suo dolore e isolandosi da qualunque cosa succedeva intorno. Questo era già una trance leggera. Era capace di notare se mi muovevo, prendevo appunti ecc. e nello stesso tempo era totalmente concentrata su se stessa. Spiegò tutto quello che poteva sul suo dolore. Allora le dissi che le avrei spiegato lentamente l’origine, la genesi, lo sviluppo di quel dolore. Le dissi cose dure e molto poco scientifiche… che si possono avere abitudini legate al cibo, al linguaggio… e allo stesso modo si potevano avere abitudini legate al dolore. Si prendono degli stimoli, si traducono in dolore.. e si può fare anche il contrario. Pensiamo solo al piccante cibo messicano, la prima volta che lo si mette in bocca è una tragedia, la bocca va a fuoco, eppure ogni bambino messicano trova quel cibo squisito.
Le dissi che se andava in giardino a zappare per un’ora le sarebbero venute le vesciche ma se lo avesse fatto ogni giorno per un minuto sarebbe stata presto in grado di zappare perché le sarebbero venuti i calli. C’è anche un callo che blocca il dolore sui nervi del dolore (non è un discorso scientifico, ma è un discorso che lei poteva capire). Le dissi che poteva essere disposta a farsi venire un callo sul nervo sciatico. Lei assorbiva questa idea. Cos’è successo poi? Che in poco tempo si è fatta venire questi calli. Un po’ alla volta si è liberata dal dolore. Ora è molto orgogliosa di aver trasformato il dolore in benessere. Ho cambiato il suo orientamento alla realtà e poi lei ha fatto tutto da sola.
”.

Mi mandano un paziente dal cuore sano ma con una nevrosi cardiaca. Non ha niente ma è convinto di morire per un attacco di cuore. Appoggio la sua percezione di realtà e gli dico di sedersi di traversi in poltrona così nel caso che arrivi questa crisi non sbatterà contro l’armadietto. E’ terrorizzato. Non ha nessuna importanza che la causa del suo terrore non esista. Solo se prendo per buono quello che dice, mi ascolterà. Gli dico che ha un’ora di tempo e può notare che per ora la sua respirazione è molto buona. E lui fa attenzione a questo. Ma noto anche che ha anche ‘maggiore’ facilità cardiaca. E lui fa caso a quello. Non nego i disturbi che dice di avere, perché sarebbe come negare quello che lui è. So che ciò che dice di avere per lui è reale e, se lo nego, nego lui stesso. Non appena il paziente si rende conto che voi capite i suoi problemi, che state dalla sua parte, che guardate le cose dal suo punto di vista, in quel momento il paziente può prendere il suo orientamento verso la realtà e metterlo a fuoco dove dovrebbe essere.”

Arriva una bambina di una vicina, spaventata e in lacrime con un graffio di 2 cm nel ginocchio e lei pensa che sia una cosa terribile. Io le dico: “Fa un male terribile in quel punto preciso. Non fa male qui a un cm a dx, né qui, a un cm a sx, né qui, un cm sopra, né qui, un cm sotto. Solo qui. (La bambina si sente ascoltata. Io sto dalla sua parte). “E fa un male terribile, adesso dobbiamo passare al lavoro per far passare questo dolore”. Mi sono guadagnata la sua fiducia totale. Fa male in questo punto ‘preciso’ da qui a qui. Ora possiamo metterci al lavoro e far passare questo dolore. Già bastava, la paura le era passata. Non volle nemmeno il cerotto anche se le avevo dato da scegliere tra tanti colori bellissimi”!. E’ una trance anche questa, anche se molto leggera. Non screditate mai il paziente. Non negate quello che sente. Riconoscete la sua realtà. A volte basta solo questo per fargli passare la paura ”.

Se pure il paziente ha una realtà popolata di allucinazioni, si deve prenderle sul serio senza negarle, perché sono vere e serie nella sua realtà. Bisogna rispettarle.

C’era un bambino che si succhiava il pollice, aveva sei anni e il padre dentista non riusciva a farlo smettere malgrado lo minacciasse con tutti i mali che gli sarebbero venuti. Io dissi a Jimmy: “Il tuo pollice è il tuo pollice, la tua bocca è la tua bocca; se vuoi succhiarti il pollice fallo pure. Tuo padre non può darmi ordini. Tua madre non può darmi ordini. Io non intendo darti ordini. Ma se lo vuoi, puoi dare ordini al tuo pollice, puoi dare ordini alla tua bocca e puoi continuare a succhiarti il pollice quanto ti pare.” Lui non si aspettava che dicessi questo. Dunque rimase molto stupito. Ma aggiunsi che trovavo ingiusto che succhiasse solo il pollice destro e non anche il sinistro, e, siccome era un bambino bravo e intelligente, avrebbe dovuto succhiare entrambi i pollici. Ma se lo faceva riduceva del 50% il fatto di succhiarsi il pollice destro. E che facciamo del dito indice e di tutti gli altri? Quando cominciate a dividere, cominciate a vincere.
Poi gli feci notare che tra due mesi avrebbe compiuto 7 anni, avrebbe fatto parte dei bambini grandi. Gli conveniva fare il pieno finché aveva sei anni e succhiarsi bene il pollice prima di entrare fra i bambini grandi. Ora, ogni bambino di 6 anni vuole avere 7 anni. Il più era fatto
”.

Ogni volta che il medico comincia a isolare una cosa o a dividerla, la indebolisce. Ne distrugge il valore. Per correggere l’orientamento di realtà di un soggetto bisogna prima riconoscere quell’orientamento di realtà ed entrarci dentro col soggetto stesso, esaminando ciò che è e ciò che non è. Nel momento stesso in cui si comincia a fare questo, il paziente si sente riconosciuto ma il suo orientamento di realtà comincia a modificarsi.

Viene da me uno che dice di non riuscire a imparare a ballare per questi sforzi faccia. Comincio facendogli fare attenzione al piede sx, gli chiedo di descrivermi le sue sensazioni quando lo porta avanti, indietro, di lato ecc. Alla fine imparò a ballare. Gli avevo chiesto solo di analizzare le proprie sensazioni muscolari”.

Se voglio che un paziente dimentichi ciò che viene detto durante la seduta, comincio parlando per es. del traffico sulla strada esterna, del caldo fuori ecc. e, quando sta per andarsene, riprendo il discorso sul traffico di quella strada esterna, del caldo ecc.
Così il paziente dimenticherà la seduta e collegherà il suo inizio con la sua fine
”.

Occorre ascoltare con molta attenzione il paziente che descrive i suoi sintomi, chiedere su di essi tutto quanto si può chiedere, poi fare una domanda come: “E l’estate scorsa? Stava bene l’estate scorsa?” e guidare la sua attenzione e memoria a un periodo di benessere in cui il problema non c’era o c’era una problema piccolo, per es. le vesciche remando, che sono guarite rapidamente, si crea così per associazione il pensiero che anche questo dolore sparirà rapidamente. Si devono guidare i pensieri lungo vie di benessere e di speranza.

La paziente ha il terrore del dentista. Le chiedo se anche da bambina faceva così, poi le chiedo anche quali erano le cose che le piacevano di più da bambina. Spingo la sua mente a passare da pensieri di dolore e paura a pensieri di piacere e attrazione. Ovviamente per lei è più piacevole parlare dei suoi ricordi piacevoli che pensare alla paura del dentista. Le suggerisco allora quando è dal dentista di sentire bene il sedile della sedia, la schiena bene appoggiata, le braccia sui braccioli, e a quel punto sarebbe stata sopraffatta dai ricordi belli di quando era bambina che avrebbero dominato assolutamente tutta la situazione. Il suo gioco preferito era stato giocare con le foglie d’autunno, con cui si possono costruire strade o tane. Così lei portò avanti la sua leggera trance anestetica. Pensava alle foglie. E questo la distrasse dal dolore e le tolse la paura.”

Se la mente è occupata interamente da un pensiero piacevole, non ne può entrare un altro. La mente può pensare a una sola cosa per volta in modo completo. L’anestesia è stata provocata in maniera indiretta.
Qualunque dolore è solo un contenuto mentale, che può essere sostituito da un altro contenuto mentale. Se la mente viene portata a concentrarsi su un’altra cosa, il dolore scompare. Si pensi a quei soldati feriti in modo grave che non se ne accorgono se non ore dopo la fine della battaglia. Si pensi a quei dolori cronici che possiamo avere ogni giorno e che scompaiono se, per es., un congiunto di ammala gravemente e dobbiamo accudirlo.
L’ipnosi agisce nello stesso modo sia per un dolore piccolo che grande.
Il dolore non è un dato isolato, è un insieme, un complesso, formato dal dolore passato che viene ricordato, dal dolore attuale e dall’anticipazione del dolore futuro. Lo stimolo doloroso immediato è solo un terzo del totale. Si può agire sostituendo quello passato con un ricordo piacevole e quello futuro con una aspettativa positiva. E avremo immediatamente una riduzione del dolore.
Il dolore è un meccanismo somatico protettivo che ci spinge a curarci, ma non è solo un dato fisiologico, è un dato psicologico, psicosomatico, che coinvolge la mente, la memoria, l’abitudine, l’aspettativa, il timore.

Come si vede dagli esempi fatti, Erickson non affronta mai il dolore direttamente, si rivolge piuttosto agli aspetti secondari del dolore. Se lo fa descrivere dal paziente con le sue parole, fa molte domande per capire cosa è e cosa non è. Sta attento agli aggettivi usati e ne chiede altri. Insomma ascolta come il paziente interpreta il suo dolore perché ogni interpretazione conduce a quadri di riferimento psicologico diversi e dunque permette associazioni diverse. Dopo di che è bene ricordare che qualunque variazione ipnotica delle caratteristiche anche secondarie del dolore, ne cambierà la percezione. Basta dividere un dato dolore nelle sua componenti, per es. per un dolore descritto come monotono, lancinante, tagliente… Erickson chiedeva quale doveva essere trattato per primo. Così facendo, il paziente lo suddivideva in tante parti e già questo era terapeutico. Sezionare una esperienza vuol dire indebolirla. Se qualcuno, anche un bambino, si mette ad analizzare il proprio dolore, isolandone tutte le caratteristiche, in quel momento stesso lo sente meno fino a non sentirlo di più. Anzi la parola ‘dolore’ non andrebbe nemmeno usata o lo ricorda.
Il paziente dice subito qual è il suo problema. Ammettiamo che sia ‘letto bagnato’, sentito la prima volta, non sarà ripetuto mai più. “Bisogna stare molto attenti a evitare le parole che fanno male.” Posso associare una esperienza positiva a una negativa, per es. “Quando mangiamo un dolce, il primo boccone è molto buono, poi è buono, poi se continuo a mangiarlo è sempre meno buono, alla fine il suo gusto iniziale è svanito. Ho trasformato il suo dolore in un’altra sensazione per fargli capire che qualsiasi cosa può cambiare”.

Allo stesso modo si può trasformare una sensazione insopportabile in un’altra molto più sopportabile. Nei bambini ciò si produce con facilità perché sono avidi di novità e se siamo loro modi migliori di affrontare una ferita, se ne avvantaggeranno. Ma anche un malato di cancro la prenderà al volo perché ha una forte motivazione. Così può spostare tutto il dolore in un solo punto del corpo e non badarci. Il dolore c’è sempre ma è stato trasferito e ridotto, così che può non farci caso.
“Dico al bambino: fa male qui, ma dovrebbe far male anche qui, un pochino qui e un pochino in quest’altro punto preciso. Così lentamente distolgo la sua attenzione dal punto doloroso a un punto sano. Così il primo dolore comincia a stare meglio”.

Ma possiamo trasferire il dolore non solo su un’altra parte del corpo addirittura su un’altra parte dello spazio.
Venne da me una signora con un cancro e varie metastasi e dolore ovunque. Era del tutto scettica sull’ipnosi e aveva accanto la figlia, molto preoccupata e desiderosa di aiutare in qualsiasi modo la madre. Allora pensai di ipnotizzare la figlia. La fece sedere, la mandò in trance e poi le disse di spostarsi mentalmente e di andare in fondo alla stanza. Poi le feci tirare su la gonna a tirai un pesante ceffone prima a una coscia e poi all’altra. Ma la ragazza non sentì nulla, perché era in fondo alla stanza. La madre rimase impressionata. Così le spiegai che quando le venivano gli attacchi, sarebbe stato bello se avesse trasferito se stessa in un altro letto, lasciando il suo corpo dolorante da solo. Quando tornai a vederla, l’infermiera mi disse di fare piano. Sembrava dormisse e, quando riaprì gli occhi, disse che, quando il dolore era arrivato si era trasferita mentalmente sulla sedia a rotelle ed era andata in salotto a vedere la televisione.”

C’è un ostetrico a cui piace mandare la pazienti in riva al mare a osservare le onde e i gabbiani, mentre lui aiuta il corpo a partorire. Quando la paziente torna dal mare, lui le mostra il bambino.
E’ una cosa semplicissima!

La suggestione deve essere sempre ‘positiva’. Non si dice: “Dimentica il dolore!” perché questo farebbe solo ricordare il dolore. Si dice. “Ricorda una cosa bella”, così sarà ricordata la cosa bella e sostituirà il dolore.
Il terapeuta deve solo dare il via a una catena di ricordi piacevoli e la mente seguirà quelli. In tal modo sarà variato l’orientamento di realtà.
Ma quando cambia il nostro orientamento di realtà ci sentiamo strani e abbiamo voglia di scappare, per questo bisogna ancorare l’altro alla realtà dicendo per es. che avrebbe sentito sempre più benessere o che sarebbe stato più comodo o rilassato o che, andando avanti, le luci della stanza si sarebbero abbassate (o alzate).

La trance può essere più o meno profonda. Ma i pazienti si aspettano trance leggere e si deve elogiarli per aver conseguito validi risultati con quelle. Anzi dubitate addirittura che essi siano in trance. Di solito basta quelle perché la trance sia più profonda. Potete accertarvene lasciando cadere a terra una matita e osservando se se ne accorge. Ditegli che va bene così e che resti in quella ‘profondità’ di trance. Non dite ‘leggerezza’, dite: ‘profondità’. Le parole sono molto importanti.
Ma il medico starà attento anche al linguaggio del corpo, perché il soggetto può dire una cosa mentre la nega col linguaggio corporeo (incrocia le gambe o le braccia e si ritrae indietro, volta il viso ecc). Proverete su ognuno il livello di trance che gli occorre e che meglio si adatta alla sua personalità. “Gli dirò: “Lei vuole entrare in trance. Lei vuole ottenere certi risultati. Lei non sa se è in trance leggera, media o profonda e nemmeno io. Io penso che sia lei che io dobbiamo lasciare che la sua mente inconscia utilizzi la quantità di trance di cui ha bisogno”.
Se a metà operazione si sveglia e si guarda attorno, ciò è naturale e gli diremo: “Adesso che si è guardato attorno e si è riorientato, può tornare subito alla sua trance profonda”.

Approfondiamo il ‘doppio legame’.
Nessun bambino ama andare a letto la sera. Se gli dite bruscamente: “Alle 8 devi andare a letto!” si ribellerà. Ma voi gli proponete una scelta: “Ti piacerebbe andare a letto alle 8 meno un quarto o alle 8?” Risponderà subito: “Alle 8”
Ugualmente non ordino a un bambino di mangiare le verdure. Gli chiedo: “Vuoi una porzione media o piccola di verdure?”
Lo stesso si fa con i pazienti.
Per es. per l’anestesia dal dentista chiediamo: “Vuoi che faccia male molto? O vuoi che faccia male poco? Vuoi che l’ipnosi tolga tutto il dolore o che lasci un poco di dolore’” Notiamo che non abbiamo chiesto se vogliono l’ipnosi, ma avete loro proposto una falsa scelta
.”
“Se il paziente ha una cattiva abitudine, gli chiediamo: “Vuole vincere questa cattiva abitudine domani o la prossima settimana? Non sarebbe meglio prendersi tre settimane?’” Non chiediamo: “Vuole superare questa brutta abitudine’? Diamo per scontato che la lascerà, ma spostiamo la scelta su qualcosa di diverso.
Se il paziente dice: “Io non sono proprio in grado di raccontarle la mia storia”, risponderemo: “Non c’è nessuna fretta, può raccontarmela oggi o se preferisce alla prossima sedute o tra tre sedute”. Ciò dà per scontato che prima o poi lo farà
.”
Insomma, si dà al paziente la possibilità di collaborare, di scegliere, di controllare la situazione.
Se il soggetto scelto tra il pubblico e condotto sul palco da un assistente non vuol essere ipnotizzato, Il medico chiederà quale dei due vuole essere ipnotizzato per primo. Questo toglie valore a una opposizione. Occorre fare domande che facciano sentire il soggetto sicuro e rilassato, a proprio agio per fare le scelte giuste. Non ci deve essere un approccio autoritario e si deve sempre lasciare una ‘illusoria libertà di scelta’. A nessuno piace essere costretto. Non si deve forzare il paziente, deve sentirsi libero di prendere le sue decisioni. Per questo si usa il doppio legame ma esso va utilizzato nell’interesse del paziente o fallirà.
E il doppio legame può essere usato in situazioni di ogni tipo.

Mio figlio Allen di 8 anni cadde su un bottiglia rotta ferendosi profondamente il davanti di una gamba e arrivò urlando a pieni polmoni. Gridai: “Usa l’asciugamano grande, non quello piccolo”. Non c’era nessun asciugamano ma questo lo distrasse. Arrivò l’asciugamano e lo diedi ad Allen dicendo: “Fasciati in questo modo, non in quello. Più stretto, non così stretto. Ancora un doppio legame. Per tutta la strada verso il medico gli dissi: “Non permettere che il medico faccia cose sbagliate, non deve darti meno punti di tua sorella. Non permettere che ti dia meno di 50 punti”. Allen riepilogò tutte le richieste e appena arrivò dal dottore gridò: “Voglio 100 punti!” poi continuò protestando che i punti erano troppo distanziati perché voleva battere sua sorella Alice. Non gli fu detto di non sentire dolore. Il doppio legame lo distrasse e non gli fece sentire dolore“.

Per mandare qualcuno in trance non occorre toccarlo e farlo stendere su un lettino o ordinargli la trance. Basta dirgli: “Riconosci che sei in una trance leggera? Pensi che puoi andare più in profondità? Devi solo alzare la mano per toccarti il viso, fare un respiro profondo e lasciarla andare. Benissimo. Chiudi semplicemente gli occhi e rilassati”.
Quando qualcuno è in trance non si può capirlo dal battito delle palpebre ma accade che le parti del corpo siano dissociate. Se il problema riguarda una parte del corpo, basterà una trance leggera. Ma in tutti i casi il soggetto si sentirà dissociato dal proprio corpo e malgrado penserà di non essere affatto in trance, eppure sono spariti i suoi normali movimenti del capo e il soggetto si sveglierà con una distorsione temporale.
In genere l’ipnosi comincia con l’induzione di chiudere, gli occhi, fare un respiro profondo e rilassarsi. E finisce chiedendo di fare un respiro profondo e svegliarsi.

La trance avviene dentro il paziente. E’ lui che la produce. Le tecniche possono essere molte ma l’importante è rivolgere l’attenzione del soggetto dentro di sé, a quel punto la sua mente può produrre i mutamenti che vuole: psicologici, fisiologici, neurologici… Potete dirgli di chiudere piano piano gli occhi e di rilassarsi, o di sollevare una mano e lasciarla levitare più in alto, più in alto… Ma prima di ogni cosa dovrete chiedere al paziente di collaborare con voi. Se il soggetto si sveglia a metà della trance, gli direte: “Ora che ti sei svegliato e hai visto che va tutto bene puoi continuare a dormire”.
Dovete essere interessanti, assorbire tutta la sua attenzione, riscuotere la sua piena collaborazione. Chiedetegli solo ciò di cui ha bisogno. E dategli sempre l’impressione di scegliere. Il rapporto non deve essere mai una lotta o la perderete.

Quando arriva un soggetto che è avverso all’ipnosi e proprio non vuole farla, gli dico che non la faremo e lo prego di fare molta attenzione a qualcosa, per esempio un orologio e di fissarlo continuamente. Intanto io parlo del suo problema e lui nemmeno si accorge che sta scivolando in una trance.”

Il medico utilizza quel che trova, se trova un’ulcera utilizzerà quell’ulcera, se trova una resistenza utilizzerà quella resistenza.
In questo modo Erickson riusciva a diminuire il dolore anche in malati terminali.

Mi portarono da una malata terminale di tumore, le era stato asportato un tumore dal seno sinistro ma il tumore ero dilagato ovunque. Stava rannicchiata nel letto cantilenando: “Non farmi male, non farmi male…” Le restavano due mesi di vita ma il dolore era ovunque e, appena era sveglia, attaccava la sua cantilena. Allora cantilenai anch’io col suo stesso ritmo: “Ti farò male, ti farò male…”. Dopo dieci minuti aprì gli occhi e mi chiese perché volessi farle male. “Voglio aiutarti anche” ma lei riprese la sua cantilena e io la mia. Di nuovo lei domandò. Le dissi che era distesa sul fianco destro ma io l’avrei fatta girare mentalmente sul sinistro. Doveva pensarci a fondo, immaginare ogni movimento. Poi la feci girare di nuovo mentalmente sul fianco destro.
“Ho voluto insegnarti che posso farti del male ma posso anche smettere di farti del male”. “Morirò – disse – tra dieci mesi e non possono farmi niente, medicine, cure, niente”. Le dissi che le avrei fatto fare qualcosa che non avrebbe capito e che doveva farsi venire sotto l’alluce destro un terribile prurito. Ma tutto quello che riuscì a produrre fu un intorpidimento. Allora usai quell’intorpidimento e le dissi di farlo salire su per il piede, la caviglia, il ginocchio, l’addome ecc.. fino a coprire tutto il corpo meno il punto in cui era stata operata. Qui confessai, con molte scuse, il mio completo fallimento. Non sarei stato capace di eliminare il dolore dove aveva la cicatrice dell’operazione. Il meglio che potevo fare era lasciare lì una sensazione come di puntura di insetto, ‘Però sarebbe stata sopportabile.’
Ci misi 4 ore per fare questo lavoro. Le ricordai anche quanto era buona una bella bistecca e la incoraggiai a mangiare. Il dolore sparì meno quella noiosa ma sopportabile puntura di insetto (spostamento). Non capì mai perché fossi riuscito a toglierle quel grande dolore e non ero riuscito a toglierle quella piccola puntura di insetto. Morì sei mesi dopo mentre parlava con un’amica perdendo di colpo conoscenza
”.

Ero all’aeroporto di Denver alle due di notte e c’era una madre distrutta con 5 bambini che smaniavano e facevano i noiosi. Per un po’ osservai la scena, poi comprai un grosso giornale. Mi misi di fronte a quei bambini e lentamente strappai una strisciolina di carta che distesi sul pavimento. Poi ne strappai un’altra e la misi a croce su quella. Tutti e sei mi fissavano. Poi altre ancora e feci un disegno di striscioline sul pavimento. Infine mi sedetti sulla panca vicino a un bambino e strappai piccole striscioline che disposi sul sedile accanto a lui: “E’ quello che faccio sempre prima di addormentarmi”, dissi. Gli presi la mano e la sollevai generando catalessi. Poi gli posai delicatamente la mano sulla gamba passando la mano davanti agli occhi che si chiusero. Passai al bambino successivo. Alla fine tutti e 5 i bambini dormivano. Incontrai quella madre alcuni anni dopo e mi chiese: “Va ancora in giro a ipnotizzare i bambini coi giornali?”.

Bambino di 12 anni con enuresi notturna. 12 anni che non teneva il letto asciutto. Le avevano provate tutte inutilmente.
Dissi: “Va bene. Ora il paziente è mio. Giù le mani dal mio paziente. Tenetevi alla larga da me. Dissi a Joe: “Oggi è il 2 di gennaio. I tuoi genitori mi dicono che sono 12 anni che bagni il letto. Tu lo sai. Io lo so. Scordiamocene. Non mi sembra ragionevole che tu tenga il letto asciutto entro due settimane, e nemmeno entro la fine di gennaio, Febbraio è breve. Io non posso ragionevolmente aspettarmi che tu smetta di bagnare i letto entro marzo. Però ti dico che cosa sarebbe interessante fare. Tra un paio di settimane da adesso vorrei che ti arrovellassi su questa domanda: “Tra due settimane a partire da oggi, sarà di mercoledì o sarà di giovedì che terrai il letto asciutto per la prima volta?” e per saperlo con sicurezza dovrai aspettare fino a venerdì mattina e poi verrai a dirmelo”. Quello stesso venerdì Joe venne da me a dirmi: “E’ stato entrambe le notti”.
L’avevo messo in un doppio legame. Doveva aspettare le notti di mercoledì e di giovedì per tenere il letto asciutto. Non sapeva proprio in quale notte sarebbe avvenuto e restò sorpreso. Cominciò a tenere il letto asciutto. Alla fine di febbraio gli dissi: “Ora io non so quando lo terrai sempre così, ma sei irlandese e San Patrizio è un bellissimo giorno ma il primo aprile mi sembra un giorno ottimo. O San Patrizio o il primo aprile, o un giorno in mezzo a questi smetterai di bagnare il letto. “Ma quel giorno è una cosa che riguarda solo te e nessun altro”. Il giorno in cui tenne il letto asciutto è un segreto che sa solo lui. Inutile dire che è guarito
”.

Mio figlio Robert di 3 anni cadde giù dalle scale e si conficcò un dente nella gengiva.
Si spaventò molto, sentì molto dolore e urlò terrorizzato. E’ inutile parlare a un bambino quando urla perché non sente niente, per cui aspettai che riprendesse fiato e dissi “Fa un male proprio orribile, non è vero, Robert?”
Alla seconda ispirazione aggiunsi: “E continuerà a far male”. Questo era proprio ciò di cui si preoccupava.
Alla terza pausa: “Forse il dolore se ne andrà tra un minuto o due”.
Poi io e sua madre ci mettevo a guardare le macchie di sangue sul selciato: “Mamma-osservai – è sangue buono, rosso, forte”.
“Senti Robert il grigio del selciato non ci fa vedere se è proprio sangue buono, forte, forse sul bianco lo vedremmo meglio”. E andammo in bagno. Poi chiesi se il sangue mescolato ad acqua sarebbe diventato il giusto color rosa. Lavai il viso di Robert dal sangue e venne proprio il giusto color rosa.
Poi arrivò la notizie brutta: “Robert, tu sai contare fino a 20 ma quando il dottore ti metterà i punti sul labbro, non penso che ti metterà qui venti punti. Li puoi contare. Tu comunque conta i punti e vedi se arriva almeno a dieci”. Così andammo dal dottore e Robert cominciò diligentemente a contare: “1, 2, 3…”. alla fine ebbe solo 7 punti. Il dottore non riusciva proprio a capire perché quel bambino volesse ‘più’ punti
”.

Un uomo venne e disse: “Morirò la mattina di sabato prossimo”. Lo visitammo. Non aveva niente. Gli guardammo tutti i dati fisiologici. Erano normali. Lo tenemmo in osservazione. E la mattina di sabato morì. L’autopsia non rivelò nessuna causa di morte. La medicina psicosomatica racconta spesso casi simili. I popoli primitivi possono attribuire la morte a una fattura, a una magia, ma ciò prova solo quanto sia potente la forza delle mente. E, se può far morire, può anche far guarire.”

Sarebbe assurdo pensare che l’ipnosi è una qualche forma di magia. E’ solo il risultato nei meccanismo mentali. Ma noi sappiamo poco di come funziona il cervello.
L’ipnosi è un mezzo per comunicare idee, per presentare un’idea a qualcuno, fargliela esaminare, fargliela scegliere.
La maggior parte di noi non sa davvero cosa è capace di fare. Quando la nostra attenzione è fissa su qualcosa di importante, il dolore viene dimenticato. Un’altra esperienza prende il posto della prima.
A volte Erickson diceva al paziente: “La prego di non entrare in trance sino a che non si sarà seduto comodamente sulla sedia”. Sedersi e stare comodo sono già nei suoi desideri, lui ne aggiungeva un terzo, la trance, e lo presentava in forma negativa. In tal modo disattivava qualsiasi resistenza.
Non usava mai la parola ipnosi. Portava il paziente e riflettere sui propri problemi ma lo induceva a farlo in modo tranquillo, mettendolo estremamente a suo agio.

Se il paziente aveva una patologia aggravata dalla paura di quella patologia (per es. un asmatico terrorizzato dall’idea di morire per difetto respiratorio), poteva portarlo a discutere della sua malattia e della possibilità di vivere riducendola un po’, un altro po’, ancora un po’ e così via… Dunque poteva esserci una riduzione graduale e progressiva del problema senza pensare di combatterla o eliminarla. Apparentemente col paziente non affrontava nemmeno il problema. Dava per scontato che egli non conoscesse nemmeno il funzionamento del proprio organismo e discuteva con lui di cose apparentemente irrilevanti.

Per es. il paziente dice di non avere affatto appetito. E voi gli dite che oggi è mercoledì. Cosa c’entra? E che dopo mercoledì viene giovedì. Questo lo sa benissimo. E gli chiedete se pensa che l’appetito gli tornerà venerdì o sabato mattina presto. E discutete con lui di questo. Facendo ciò è come se lui avesse accettato implicitamente che l’appetito gli sarebbe tornato. Avete riorganizzato il campo portando lui a riorganizzare il suo. Dopo di che il gioco è fatto. E lui si metterà a pensare se l’appetito gli tornerà venerdì o sabato mattina. Con tutte le vostre domande assurde e irrilevanti avete distolto il paziente dalle sue rigide convinzioni. E’ una tecnica di ‘confusione’ ma serve a indicargli che può arrivare a certi risultati. L’idea che aveva all’inizio non esiste più, gli avete trasmesso una nuova idea e lavorerà su quella. Può essere un argomento di nessuna importanza che non interferirà con l’adeguato funzionamento del paziente, il mese, l’anno, il giorno, il colore del cibo, una certa sensazione.. ma senza accorgersene l’altro lo accetterà distogliendosi dalla sua idea fissa.”
La trance di tutti i giorni si ha quando perdiamo il controllo della situazione. Può essere prodotta da manipolatori, propagandisti, politicanti, persone abili… Ma può dipendere anche da una situazione in cui viene introdotta una frase inaspettata che fa perdere il senso alla situazione.

Faccio un esempio comico preso dalla mia vita.
In un caldo dopopranzo estivo mio marito fa una pennichella in cui fa anche all’amore. E’ nudo. Fatto l’amore, si addormenta. A un certo punto si sveglia e, nudo, esce dalla camera per andare in bagno. Ma si imbatte in un ladro che è entrato dalla porta di casa. Mio marito, istintivamente, abbassa le mani sui genitali per nasconderli. Il ladro, con perfetta naturalezza, gli chiede: “Abitano qui i Rossi?”. “No- risponde mio marito in totale stato di trance, stanno di sopra”. E alza una mano dai genitali per indicare il piano superiore. Questo è un esempio di trance leggera, indotta abilmente con una frase talmente fuori dal contesto da mandare in confusione.

Leggete questa relazione su Erickson perché è interessante, è stata scritta dalla sua seconda moglie.

http://www.academia.edu/9112944/Milton_Erickson_un_guaritore_americano
.
http://masadaweb.org

1 commento »

  1. Ho letto con molto piacere ed attenzione… Grazie

    Fiorechesboccia

    Commento di MasadaAdmin — agosto 9, 2015 @ 3:43 pm | Rispondi


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