Nuovo Masada

giugno 4, 2015

MASADA n° 1654 4-6-2015 POESIA E TEATRO – EMANUELA FERRARI

Filed under: Masada — MasadaAdmin @ 7:45 am

MASADA n° 1654 4-6-2015 POESIA E TEATRO – EMANUELA FERRARI

25 anni, Acquario, laurea magistrale in lettere (indirizzo moderno), tre anni di corso teatrale.

Un nome, una poesia.

VIVIANA

La via della pianta per una vita vera e non vana
E’ presente già nel tuo nome
Viviana:
E’ una falce innamorata
Che recide
Le salde radici
Per perdere l’equilibrio
E
Spiare
La precarietà di se stesso,
Contadino solitario
Che semina speranza
E non teme
La condizione del bocciolo
Ma con vividi occhi
Aspetta.

RECENSIONE DELLO SPETTACOLO TEATRALE “LA PERSECUZIONE E L’ASSASSINIO DI JEAN-PAUL MARAT”

Rappresentato dagli internati dell’ospedale di Charenton sotto la guida del marchese di Sade.
Sabato 26 ottobre 2014. Ore 20.00. Arena del Sole.

Una rete divide noi, spettatori, da loro, attori. Non c’è sipario: il segnale che indica l’inizio della messa in scena è il lento rotolare della luce bianca in un’onirica penombra. E così, ecco che spalle e capelli dinanzi a me divengono ombre statiche pronte a scomparire e tutti ci mutiamo in voyeurs, curiosi di sbirciare il brulichio della seconda vita creata dal teatro.
Dopo pochi istanti mi rendo conto di non trovarmi affatto in una seconda vita, ma in un sistema di scatole cinesi; lo spettacolo è, infatti, metateatrale: il dramma in musica si svolge in un ospedale psichiatrico giudiziario di inizio Ottocento e i suoi attori sono i pazienti di Charenton, manicomio dove Sade venne realmente rinchiuso tra il 1801 e il 1814 ; all’interno di questa cornice il Divin Marchese (interpretato da Nanni Garella) allestisce uno spettacolo che narrerà vita e morte di Jean Paul Marat.
Un’interprete-infermiera introduce i personaggi e viene a sedersi in mezzo al pubblico: come noi, si rende testimone. Il suo compito è riportare l’ordine quando i pazienti di Charenton, al suono della parola “Libertà”, iniziano a vaneggiare e a toccare avidamente la rete. Rappresenta il duro principio di realtà che soggioga i sogni quando le parole di una battuta appresa a memoria mostrano di non essere solo suono, ma di conservare in sé una forte carica esplosiva capace di innescare nei pazienti la consapevolezza. La consapevolezza di essere chiusi in gabbia, di essere privi della liberté proclamata a gran voce dai Girondini della Rivoluzione francese.
Perché questo spettacolo è, prima di tutto, una riflessione sulla libertà. Chi ha ragione, il radicale rivoluzionario Marat o l’aristocratico nichilista De Sade? La disputa rimane aperta, non ci troviamo né all’Inferno né in Paradiso, ma in un Purgatorio, “un luogo in cui le azioni umane possano ancora, prima della catastrofe, cambiare le regole di un mondo sbagliato, possano ancora perseguire l’utopia di guidare gli oppressi verso la liberazione e la salvazione” (Nanni Garella).
Restano delle domande.
Marat, simbolo della rivoluzione, viene ucciso. È la fine della speranza? La libertà affoga forse con lui, in una vasca piena di sangue? Cosa sarebbe accaduto se Charlotte Corday (interpretata da Laura Marinoni) non avesse bussato alla sua porta? Se non avesse alzato in aria il suo pugnale?
E sentiamo il ghigno indifferente dell’aristocratico De Sade, il pensatore libero, colui che va fuori dagli schemi e svela in anticipo a Marat chi è destinato a diventare.
Ma se Weiss terminava il suo dramma con grida e un esercito di attori schierati come in una guerra, Garella conclude con sorrisi, abbracci, balli e la voce di John Lennon che canta All you need is love.
Perché la libertà è tale se siamo consapevoli dell’oggetto per cui combattiamo, come lo sono gli attori dell’associazione Arte e Salute, che recitano in questa pièce.
È tale se ci liberiamo delle catene che disegnano sbarre dentro la nostra mente.
Se ci dedichiamo con amore ad un obiettivo.
Se nel nostro piccolo compiamo un gesto utile a cambiare il pensiero.
Fare teatro con un gruppo di pazienti psichiatrici che combattono per denunciare le condizioni degli internati nei manicomi è, a mio avviso, un atto d’amore rivoluzionario.

Di: Peter Weiss
Adattamento e regia: Nanni Garella
Con: Laura Marinoni, Nanni Garella, Nicola Berti, Giorgia Bolognini, Luca Formica, Pamela Giannasi, Maria Rosa Iattoni, Iole Mazzetti, Fabio Molinari, Mirco Nanni, Lucio Polazzi, Deborah Quintavalle, Moreno Rimondi, Roberto Risi
Musiche originali: Saverio Vita
Luci: paolo Mazzi
Costumi: Elena Dal Pozzo
Regista assistente: Gabriele Tesauri
Assistente alla regia: Nicola Berti
Emilia Romagna Teatro Fondazione in collaborazione con Associazione Arte e Salute onlus

Riporto anche le parole scritte sul libretto di sala da Laura Marinoni perché trovo che siano piene di verità:

L’ATTORE è UN MATTO
di Laura Marinoni

Quando ho accettato di far parte del manicomio di Charenton, immaginavo mi aspettasse una straordinaria esperienza umana, a contatto con persone che vivono quotidianamente la diversità. I primi giorni avevo paura. Paura che le mie fragilità potessero esplodere, paura di dover disimparare a stare in scena per recitare la mia patologia, per trovare un’altra verità nel senso di rappresentarsi. La sorpresa più grande è stata invece la sensazione di accoglienza, di calore umano, la semplicità delle relazioni. Mi sono sentita a casa, fin dal primo momento, tra persone capaci di sensibilità, generosità, ascolto, ironia. Gente che fa il teatro con la pancia, come un gioco. Come piace a me. Che reagisce alle emozioni e si deve emozionare per agire.
Quanto teatro dovrebbe imparare da loro!
Osservandoli da vicino, al di qua della grata, ho capito che non c’è nessuna differenza tra di noi, senza retorica, senza complessi.
L’attore è un diverso, un’anima fragile e magnetica, un essere che fugge la quotidianità, che fa i conti con la solitudine e con la ricerca della verità. Per la società, in poche parole, è un matto a tutti gli effetti.
Il “matto” è una persona speciale, usa il suo corpo interamente, senza sovrastrutture, si esprime con una sincerità senza sconti. E c’è una tale dolcezza che aleggia intorno alle prove, mentre ognuno sente la necessità di affermarsi come essere unico e misterioso, in una commovente solidarietà di gruppo.
Ecco che in un baleno mi è tutto chiaro. Non devo fare niente di strano.
Il matto è un attore e l’attore è un matto.

SOLITUDINE

Al tramonto il cielo si veste
di coppie di colori
e il Sole, stanco di se stesso,
si china sulla Terra
in un abbraccio.
Laggiù due finestre agghindate
timidamente
si accendono d’amore.
Per me quando cala sera
c’è il buio ad abbracciarmi
c’è la luna, anche lei sola,
c’è la notte con i sogni.
Palpebre nel nero finalmente,
si stagliano binomi sullo sfondo:
il gatto spalanca braccia di uomo
e intreccia le dita intorno al collo.
Ma all’alba il sole
invadente
strappa il mio corpo dal sogno;
e il gatto sulla sedia
dorme
nella casa vuota.

PUNTI PAZZI

Sedute in diagonale
tracciamo discorsi obliqui,
paralleli a questa società di sterili “i”
e figli d’azione.
Incrociamo occhi che sono
punti pazzi
guizzati fuori dall’orbita razionale che li conduce avanti.
Arrestiamo il tempo giustificato
di i e di a
e congeliamo sogni di madelaines e alberi di limone.
Impazienti, stormi di punti impazziti si eclissano, intermittenti,
emettendo stridule grida
i-a-i-a-i-a

Tutti vediamo lo stesso cielo, ora.
Una notte di lettere infinite in ascolto,
ferme a godersi finalmente.

POESIA SULLA TESI

Sbuf sbuf
sbuffa
È un treno che
Non riesce a partire
Si arresta sul binario
Numero 55
E cancella
Con il freno
Della sua nera
Tastiera
Il percorso tracciato,
La tabella di marcia,
la bianca freccia
che indica il passato,
la pagina si svuota
di un’altra
la pagina si
svuota
di UNA
TRAGICA
VITALE
riga
55, 54
Ctrl C, Ctrl V
X X X
La stazione annuncia
Il ritardo del treno
E io, pendolare,
incollo e cancello
pagine bianche.
L’orario di arrivo
Si allontana
E io scrivo brutte poesie
Sui binari morti e
sgomenti,
che distesi sotto
pesantissimi sassi
aspettano,
sbuffando,
che il tempo
lento del treno
del binario 55
in una riga
passi.

POESIA LIQUIDA

Sbagli! Sbagli! dice. Poi mi regala
occhi lucidi e neri
e un elefante graffiato,
compagno da sempre
di corni da streghe e gatti fatati.
Sbagli!
(Sbaglio?)

Nel silenzio del testimone offeso
ascolto quegli occhi

(di ricordi stracciati).
Sbagli, ancora, e sempre, sbagli:
ma dietro le sue mani maldestre
(tra le pieghe)
si nasconde
la malinconia di una poesia.
Ci si vuole bene così.
Ci si vuole bene
tra
gli
spazi,
nelle virgole che ci trascinano avanti,
scivolando tra gli elenchi.
E quando dietro ai due punti:
INCOLLERITI!!
la spiegazione è un abbraccio
di parentesi,
i punti esclamativi
tremano di rossore,
quelli interrogativi
chiedono silenzio
e
nonesistonopiùpausetraleparoleenemmenolavoce
ma solo
due paia di neri e lucidi
occhi
pieni di stelle e
ricordi stracciati
che nella Babele dei linguaggi
liquidi e molli
muti si parlano.

La poesia “Temptation” è ispirata alla canzone omonima tratta dal film “Estate violenta” (1959) di Zurlini. Dunque non descrive tanto il film, ma è un’impressione derivata da un insieme di sensazioni date da una musica ipnotica, da un filo invisibile di sguardi e dal mistero creato dalla notte. Nessun effetto speciale, dunque, per creare una grande empatia anche in noi spettatori.

TEMPTATION

Statue semimobili
un po’ distratte,
bisbiglii in dialetto e
rauche risate.
Scende il buio
in questo nostro cinema di paese
siamo un respiro comune
di generazioni divise.
Sfuocati ricordi
di un’estate violenta
violenta
nello spegnere una radio
solo per ballare,
violenta
nella violenza
che è propria dell’amore.
Siamo tutti dentro quegli occhi
in tentazione
siamo tutti ai nostri 20 anni
di passione.
Statue di carne
stagliate in un notturno quadro
dove la vita è
di due infantili aerei che
si inseguono e
si tendono la mano.

Ora, per favore,
balliamo?

SE SOLO TOGLIESSI IL SÉ

Piove e ci scontriamo con le crespe teste dei nostri ombrelli.
Avanti, claudicanti in cerca di un rifugio.
Se solo ci fermassimo un attimo:
una pozzanghera mi guarda con occhi tanto simili ai miei.
Se solo in quegli occhi
tanto simili e grigi e fangosi
non scorgessi riflesso il mio viso
ma un cosmo di raggi di sole!
Solo se sottraessi più volte l’io.
Solo se togliessi i se e i sé.
Allora non vedrei nemmeno
l’ombra del riflesso
allora non ci sarebbe più “lo so”.
Solo sé…
il cielo.

IL CAPPOTTO tratto da Gogol.docx
di Vittorio Franceschi

liberamente ispirato all’omonimo racconto di Gogol’
con Vittorio Franceschi, Umberto Bortolani, Marina Pitta, Federica Fabiani, Andrea Lupo, Giuliano Brunazzi, Matteo Alì, Alessio Genchi, Valentina Grasso
regia Alessandro D’Alatri
Emilia Romagna Teatro Fondazione

Un affresco della città di Pietroburgo nel primo 800: bloccando per un attimo il flusso delle azioni e catturando un’istantanea in un qualsiasi momento della vicenda, avremmo notato che ogni attore manteneva sempre una caratteristica che lo identificava. Anche senza le parole avremmo colto lo stato sociale dei personaggi.
Tac: al centro della scena, dietro ad una scrivania sommersa da libri, un magistrale Vittorio Franceschi interpreta Akàkij Akàkievič, un impiegato del ministero, un Fantozzi ante litteram, un copista che trascorre tutto il tempo a riscrivere testi di altri con cura maniacale, un vero artista dell’imitazione della scrittura. Da ventuno anni indossa lo stesso cappotto grigio slabbrato, pieno di solchi, toppe, fili tirati…altro che cappotto,
è piuttosto una “vestaglina” estiva, ridicola di fronte al terribile Inverno russo che bussa alle porte di Pietroburgo. Per evitare che si crei qualche altro buco, tana degli spifferi, Akakij adotta la tecnica dello “scivolamento”: scorrono i secondi ad osservare la sua fatica per infilarsi quel vecchio straccio, d’altronde unico baluardo contro il freddo.
Tac: istantanea scattata questa volta sulla destra, dove cogliamo un Capitan Uncino che regge in mano una bottiglia di Vodka quasi vuota ed è intento a infilare l’ago in una stoffa. È il sarto Petrovic, sempre ubriaco, ammiratore dei grandi eroi della storia, velleitario artista. Se fosse nato a Parigi, ne è convinto, sarebbe divenuto il più famoso sarto della città.
Sulla sinistra, l’obiettivo cattura un letto singolo e, dietro, una libreria. Una donna dal volto sicuro e dall’aria pragmatica rappresenta la padrona di casa di Akakij, che aspetta da lui l’affitto arretrato di due mesi. Spegniamo ora la macchina fotografica e ritorniamo al movimento, alla voce, alla vita.
Sembra che i giorni del mite copista siano destinati a trascorrere sempre uguali, tra mani imbrattate di inchiostro blu e l’eco dei passi che separano la casa dal luogo di lavoro.
Ecco, però, la svolta: il capo ufficio dona ad Akakij un premio in denaro e questo gli consente, finalmente, di saldare i debiti con la padrona di casa e di acquistare un bel cappotto nuovo, un cappotto color marrone kakhi, provvisto di pelliccia di “gatto di Parrrigi, direttamente dal mare”. Un bel “chappotte nouvelle”, sissignore. Ora Akakij, con il suo cappotto color kakhi, viene invitato alle feste dai suoi colleghi e sogna gatti di Parrrrigi, oltre ad un inchiostro rosso che renderà uniche le iniziali dei suoi manoscritti.
Il sogno, però, dura poco: dopo un rinfresco, mentre il protagonista si aggira solo e un po’ ubriaco tra le strade deserte di Pietroburgo, due ladri si avventano su di lui e gli sottraggono il nuovissimo acquisto. La vittima invoca giustizia presso una guardia che ha visto la scena. Invano. Spogliato del cappotto e derubato una seconda volta dall’indifferenza della sentinella, Akakij sente di aver perso tutto, anche se stesso. A questo punto porta l’identificazione con un oggetto?
Dopo il massimo della felicità, il picco improvviso nella disperazione più nera che lo consumerà fino alla morte.
Tic.
Tac.
Tic.
Tac.
La Vita per Akakij finisce in questo modo: distesa sul suo letto, infreddolita, delirante, disperata.
Ma se il tempo delle persone comuni svanisce così, nell’oblio della memoria, almeno c’è la poesia, che può scattare una foto per noi. E allora ecco una delle ultime immagini, una delle più belle a mio avviso: barcollando, Polkan, “poeta di strada”, raggiunge il centro della scena e declama una poesia in ricordo di Akàkij Akàkievič, un uomo comune che ci ha fatto ridere e piangere,un uomo come la maggior parte di noi, e che si è sgretolato tra le mani come il suo vecchio cappotto grigio e slabbrato.
Visione consigliatissima.
Notare che color marrone cachi ha somiglianza fonica con il nome del protagonista Akakij: non è, secondo me, un caso dal momento che l’identità del protagonista cambia in base al vestito che porta. Prima è modesto e senza pretese come il suo cappotto bucato, dopo è ambizioso come il suo cappotto nuovo. C’è identità tra il protagonista e l’oggetto. Se poi pensiamo che Cachi deriva il suo nome dal persiano kakh che significa polvere, io trovo ci sia ancora maggiore corrispondenza, vista la fine che fa protagonista. Come a dire: dietro l’oro sta la polvere. È molto cinica questa visione del mondo che crede che non vi possa essere riscatto delle classi sociali e che tutti siano destinati a rimanere sempre al loro posto.
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http://masadaweb.org

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