Nuovo Masada

febbraio 21, 2015

MASADA n° 1626 21-2-2015 ALCHIMIA (SINTESI)

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MASADA n° 1626 21-2-2015 ALCHIMIA (SINTESI)

Prof. Viviana Vivarelli

Il termine ‘Alchimia‘ evoca contenuti esoterici, operazioni segrete in laboratori oscuri, oggetti strani e inquietanti: la pietra filosofale, l’elisir di lunga vita, l’homunculus in provetta, alambicchi dove si distillano essenze misteriose, crogioli dove i metalli fondono cambiando proprietà. I termini stessi alchemici hanno un’eco favolosa: l’araba fenice, la tavola smaragdina, la scala degli angeli, l’opera al rosso, l’ermafrodita, il corvo nero, il Rebis…
Jung è un personaggio altrettanto misterioso, uno psichiatra svizzero, di cui molti parlano con vaghezza ma di cui pochi sanno qualcosa, perché i suoi testi sono difficili e asistematici. E’ un contemporaneo di Freud, più giovane, maestro di una psicoanalisi spiritualista che sfocia nell’esoterismo e nella metafisica. Dedica all’alchimia gli ultimi 30 anni della sua vita.
Jung parte dall’inconscio individuale, il mistero di ognuno, la nostra parte ombra personale, per allargarsi all’inconscio collettivo, il mistero dell’intera specie umana, fino all’ignoto più grande, che è Dio.

C’è un Dio trascendente, l’Ignoto Celeste, che si può intuire su una via mistica o nell’al di là, e un Dio immanente che pervade ogni cosa, il Dio della creazione, che può essere conosciuto attraverso la ricerca sulla Natura. Il dio dell’alchimia è questo: l’energia interna alla creazione.
La vita di Jung è un lunghissimo percorso di conoscenza in cui egli stesso progressivamente si trasforma, come avviene a chi procede su una via di conoscenza profonda. La trasformazione delle energie da un grado più basso a uno più alto, dal mondo dell’ego al mondo del tutto, e’ anch’essa, una alchimia.
Nell’ultima fase della sua vita Jung si occupò essenzialmente di questo tema, raccogliendo una quantità enorme di testi antichi di icone.
La ricerca sull’alchimia fu preceduta da sogni premonitori che gli mostrarono un’ala nuova della casa (la nuova parte della psiche e dell’opera). Nell’ala nuova Jung vedeva una bellissima biblioteca di libri del 1600 e 1700, con strane incisioni e illustrazioni simboliche. I sogni indicavano che stava per iniziare una nuova fase conoscitiva e preannunziavano la raccolta dei i rari e ardui testi ermetici che per 30 anni occuparono la sua ricerca. Poco anni dopo, la biblioteca del sogno era realizzata, Jung aveva messo insieme la piu’ grande messe di testi alchemici esistente, sia orientali che occidentali, e poteva studiare tutte le forme in cui l’alchimia si era manifestata fin dai tempi più remoti.
Storicamente, l’alchimia appare in tempi e luoghi diversi, ma Jung cerca ciò che accomuna la specie umana in senso universale, cerca cioè gli archetipi, le grandi forme della psiche collettiva, il sostrato psichico comune a tutti gli uomini della Terra. Per cui non considera l’alchimia un fenomeno storico o temporale ma una categoria psichica, universale e perenne, che affiora sempre nello stesso modo con simboli e modalità comuni, e non riguarda tanto precise operazioni materiali quanto qualunque attività uno intraprenda: scienza come terapia, insegnamento o arte, filosofia o religione, insomma ogni aspetto della vita stessa.
Per intendersi, anche il lavoro che l’analista fa col paziente può essere un processo alchemico, ‘se’ il medico scende dal suo piedestallo di potere e diventa tutt’uno col malato. Fanno alchimia Patch Adams, il medico clown, che celebra riti ludici dalla magia lieta per allontanare il dolore, o le suore di Madre Teresa di Calcutta che usano l’amore e la compassione come forze taumaturgiche per i malati terminali.

Limitandoci alla stretta analisi storica, l’alchimia si occupò di quattro cose: la terapia attraverso erbe e minerali, la pre-chimica, la distillazione e la metallurgia. Ma nella sua essenza l’alchimia fu una filosofia.
E’ vero che gli alchimisti ci hanno lasciato centinaia di ricette e procedimenti, alcuni incerti, altri assurdi, ma nessuno ha prodotto mai oro dal piombo o elisir di lunga vita o panacee di tutti i mali; se lo scopo fosse stato quello, avremmo nell’alchimia una ricerca eterna e disperata. Il loro valore sta altrove. Vediamo anche che molti loro scritti sembrano esperienze allucinatorie ma un motto alchemico dice: “Tam ethice quam fisice” , “ciò che si mostra nel cuore si manifesta nel mondo”.
Quello che a noi qui interessa non è ripetere fusioni o distillati, ma studiare alcuni principi alchemici fondamentali, prendendo come regola che nella conoscenza vale ciò che trasforma il nostro cuore e si fa trasformazione del mondo.
Jung usò l’alchimia in un senso molto particolare, come metafora sia della terapia analitica che dell’evoluzione umana, considerandola una disciplina mistica e un’arte esoterica. ‘Alchimia’ vuol dire metamorfosi, non trasformazione, si badi bene, ma proprio’ metamorfosi‘ cioe’ cambio in qualita’ superiore. ‘Esoterico’ significa segreto, nascosto, rivelato solo agli iniziati, teso a elevare il livello della conoscenza profonda e quindi dell’essere del soggetto iniziato. L’alchimia è dunque una via di trasformazione sottile che si attiva solo per alcuni eletti, ciò indica in primis che non è qualcosa di facilmente comunicabile, divulgabile e trasmissbile e che implica un cammino interiore che non è aperto a tutti.
Gli alchimisti storici non sono scienziati ante litteram, ma partecipano di un mistero per pochi, che non chiarirono in alcun modo e che nascosero in simboli e metafore. La Chiesa li attaccò, li torturò e li bruciò, considerandoli eretici o stregoni. Lo stato li sospettò in ogni modo e tentò di rubare i tesori che si favoleggiavano attorno alla loro opera. Ovunque si presentassero, in qualunque tempo e luogo della Terra, furono malvisti, dileggiati o calunniati, e restarono degli isolati, guardati con sospetto dal popolino superstizioso, dalle chiese e dalle istituzioni del potere. Spesso furono minacciati, aggrediti, derubati, imprigionati, così lavorarono nell’ombra, con pochi o nessun allievo, senza lasciare testi chiari o procedimenti ricostruibili e mascherando le loro scoperte dietro codici ermetici interpretabili solo da altri iniziati ma oscuri ai profani.
Che cosa li faceva persistere su una via tanto obliqua e pericolosa? Un fuoco sacro, una sapienza non trasmissibile, una vocazione spirituale, a cui dedicarono la vita.
Nell’interpretazione di Jung, l’alchimia è vista come una ricerca analogica. Questo si attaglia a Jung, che legge sempre il mondo attraverso analogie, egli è il maestro del pensiero analogico, la funzione dell’emisfero destro che collega in modo frequenziale le cose di questo mondo e dell’altro. La scienza positiva al contrario utilizza la percezione tangibile e il pensiero logico, funzione lineare, che unisce gli enti per causa ed effetto e si basa sul numero, mentre il pensiero analogico invece correla le cose per somiglianze figurative e simboliche e si basa sul significato. Questi sono i due modi polari di funzionamento della neocorteccia e ognuno arriva a delle scoperte diverse. In effetti potremmo dire anche che c’è un livello empirico in cui le cose appaiono, in quanto presenze percepite materialmente (realtà fenomenica) e un livello non empirico in cui le cose sono, in quanto essenze percepite idealmente (realtà ideale). Ci si può muovere sulle apparenze del reale o si può cercare ciò che sta dietro il primo reale tangibile. L’alchimia intende oltrepassare le apparenze visibili per penetrare il piano dell’energia pura, energia in quanto vibrazione.
Il primo principio della vita è ‘la trasformazione’. L’alchimia è trasformazione. Tutto ciò che esiste si trasforma; i Greci dicevano: panta rei= tutto scorre, tutto diventa. Il mondo fu intuito come ‘divenire’ da tre pensatori: Eraclito, filosofo greco dell’Asia Minore, VI° sec. a.C., che apre alla filosofia occidentale; Lao Tzu, pensatore ancora del VI° secolo ma in Cina, che apre alla filosofia orientale, e Jung, psicologo e filosofo svizzero moderno, che inizia la visione spiritualista della nostra era.

Dunque: tutto si trasforma; la trasformazione è signora del tempo, nella psiche come nella natura. La conoscenza vera non è studiare il mondo come oggetto morto ma cercare il segreto delle trasformazioni. L’alchimia è una via molto particolare che studia le trasformazioni della natura rapportandole a trasformazioni parallele che avvengono nella psiche. Nel contatto tra ricercatore e natura avviene un doppio processo con la metamorfosi di entrambi. La ricerca non e’ dunque devastante e predatoria ma crea una sintesi ‘spirituale’ tra le essenze di entrambi, portandole a un livello frequenziale più alto. Da questo punto di vista, l’alchimia diventa una strada per avvicinarsi all’essere supremo.
Dicono in India che molte sono le scale per scendere al Gange, cioè molte sono le vie per arrivare a Dio ovvero alla massima conoscenza. L’alchimia è una di queste vie, con essa si giunge al Dio immanente, l’energia che è nella natura, agendo sulle cose, cioè attraverso operazioni sulla materia senza opporsi alla materia. Per questa premessa filosofica, l’alchimia non è una scienza e non somiglia a nessuna delle nostre scienze, proprio perché pone, come dogma fondamentale, oserei dire ‘rituale’, l’identità tra il soggetto e l’oggetto, unione che può avvenire solo a un livello molto sottile. L’unione di soggetto e oggetto è una esperienza derivabile dalla mistica, un concetto accessibile alla santità, che non può in alcun modo essere compreso dalla mente razionale. Possiamo dire che esso è l’intuizione fondamentale di ogni iniziato, quando egli diventa un ‘mistes‘, cioè si fonde con a ogni particella dell’essere. E’ un concetto non facile da capire, ma possiamo attingere alla mistica, che fornisce molti Grandi Maestri all’alchimia: Jacob Bohme è un calzolaio tedesco di 25 anni, del 1600; un giorno, colpito dal riflesso del sole su un piatto di peltro in una illuminazione totalizzante intuisce Dio. Sconvolto, esce di casa, guarda le piante e di colpo, in modo diretto, ‘conosce’ i loro poteri di guarigione, ‘vede’ le loro essenze. Non c’è più nessun diaframma tra lui e la natura, è caduto il velo che lo separava dalla conoscenza ‘essenziale’ delle cose, perché è uscito dal mondo separato ed è entrato nel mondo ‘totale’. Notiamo che questa distinzione tra mondo virtuale in cui viviamo come separati dall’essenza divina e mondo totale in cui il soggetto non è più separato dall’oggetto, è un punto fermo della mistica indiana come della pratica taoista.
Allo stesso modo l’alchimia dice che il mondo è uno e che solo l’inganno della nostra coscienza parziale a separa le cose tra loro e separa noi stessi dal mondo. Se potessimo rientrare nella visione totale, conosceremmo tutto e vedremo la nostra identità col tutto. E’ chiaro che questi momenti di assoluta totalità sono una esperienza bellissima e rara, possibile solo ad alcuni prescelti in situazioni eccezionali. Il che fa degli alchimisti personaggi analoghi ai mistici, tant’è che nella storia dell’alchimia ci imbattiamo in molti santi.

La seconda legge dell’alchimia è di conseguenza che “tutte le cose si corrispondono“. L’energia divina trascorre in ogni cosa, oggetti e creature non sono separati ma vivono in una sintonia comune, secondo flussi comunicanti. Mondo degli uomini e mondo delle cose sono tutt’uno, forme parallele in risonanza.
Per percepire questa unità non servono sensi e intelletto, occorre un canale superiore, che Jung chiama ‘immaginazione attiva‘, intendendo non una declinazione dell’immaginario ma una funzione che avvicina l’uomo al sacro, quella che si accende nei mistici, nei santi, nei guru, negli artisti, negli sciamani, essi possono intuire la simbiosi universale tra soggetto e oggetto e penetrare la vita segreta dell’esistente. Paracelso chiama questa funzione ‘la piccola stella interiore‘. Come dice il mistico Iacob Bohme, “Vasti eravamo e di un’unica sostanza./ Eravamo un’unica testa, un’unica cosa,/ come il raggio del Sole./ Senza nodi eravamo e limpidi come l’acqua.”
La conoscenza è un compito spirituale. Sri Aurobindo, il più grande mistico indiano, dice: “Ciò che sta dentro di voi e cerca di conoscere e progredire, non è la mente ordinaria, ma qualcosa che sta dietro e ne fa uso”.
Oggi la teoria dei quanti mostra che, scomponendo la materia, essa si annulla in una rete di flussi energetici. Tutto è movimento. L’elettrone è un movimento. E sappiamo che l’osservatore è immerso in questa rete, mai esterno, ed è concausa di ciò che osserva e che persino la sua osservazione modifica il campo osservato. La teoria del caos afferma decisamente che tutto è collegato, al punto che una piccola causa può avere effetti globali: “Basta il battito di ali di una farfalla in Occidente per scatenare un tifone in Oriente”. Basta il crollo di una società in Borsa per generare una catastrofe finanziaria mondiale. Basta una diga in una regione per cambiare il clima di un continente. Il mondo è sempre uno, come dicono i canti degli indiani Lakota: “Tutto è legato insieme“. La grande legge dell’alchimia è che, qualunque cosa si fa, non si è mai separati.
La vecchia fisica determinista trattava il mondo come fosse materia inerte, da frammentare in parti, come una macchina; l’alchimia intuisce una natura intelligente globale con cui si può comunicare interamente.
C’è un famoso testo alchemico di cui abbiamo solo frammenti, che contiene i principi fondamentali dell’alchimia ed è la Tavola Smaragdina, o Tavola di Smeraldo. Lo Smeraldo indica un grado alto di vibrazione, come l’Oro, la Giada o il Diamante. La prima legge dice: “Tutto ciò che è in alto è in basso. Tutto ciò che è in basso è in alto”. Cioè microcosmo e macrocosmo si corrispondono, il mondo è basato su analogie; l’uomo è un frammento di specchio che riflette l’universo e resterà in vita finché saprà fare questo bene. Quando la sua separazione dalle cose e dalle altre creature sarà totale, una catastrofe planetaria ci spazzerà via, non più come la specie più intelligente, ma come il parassita più pericoloso. Dobbiamo ritrovare questa sintonia col tutto.
Ai nostri tempi la guerra permanente e la scienza al servizio del mercato non fanno ben sperare. Eppure mai come oggi si levano tante voci spirituali.
L’alchimia dice che il mondo è spirito. Cerca le essenze, le quintessenze, che messe tutte insieme formano l’intera creazione. Oggi parliamo di onde e diciamo che ogni cosa ha una frequenza distintiva e irradia campi di onde formando famiglie a vibrazione simile. Il mondo è formato da fasce di simili a uguale risonanza. L’universo è un immenso spartito, dove l’energia degli esistenti si sviluppa in risonanze multiple.
Jung legò in serie i simboli della psiche individuale, poi di quella collettiva, infine contemplò il mondo intero come una musica formata da note diverse, e questa musica era ordine, cosmos, bellezza.
Nel 1930 la nuova fisica, contestata da Einstein, sostituisce alla visione corpuscolare dell’universo una visione ondulatoria, e, dicendo che l’universo è formato da onde invece che da atomi, sposta la fisica dalla materia alla relazione, dai corpi alle forze, ma l’alchimia aveva già anticipato tutto questo, e in più aveva considerato la natura ‘animata’ cioè intelligente, percorsa da intelligenze invisibili con cui si può comunicare. L’alchimia dice che la Terra è un organismo e un organismo è l’Universo; la nuova fisica vede oggi la Terra come un organismo e rileva le connessioni fra le parti, l’esistente diventa un oceano di campi di energia interferenti, connessi ai campi gravitazionali del cielo. Tornano i concetti di interrelazione e globalità. Ma l’alchimia sta in un luogo di mezzo, tra la magia antica e la scienza moderna, consegue risultati che passano a chimica, fisica e medicina, ma conserva la concezione animistica degli antichi sistemi magici.
L’alchimia parte dalla convinzione che sia possibile una identità tra operatore o natura e questo nella scienza moderna si è perduto. Gli alchimisti pensavano di poter realizzare giuste trasformazioni sulla natura solo se si sintonizzavano con la sua energia, non da uomo a cosa ma da spirito a spirito, da intelligenza a intelligenza, stabilendo contatti tra l’anima dell’uomo e l’anima del mondo. Essi erano convinti che esisteva un mondo indiviso, una sola energia comunicante e che la natura fosse un oceano di energia dove l’uomo era energia anch’esso, legato da rapporti sottili a tutto l’esistente.
In questo quadro globale il criterio quantitativo diventa insufficiente, l’intelletto non basta, entra in gioco la funzione analogica del cervello, che cerca la via della relazione e della comunicazione e accoglie anche le realtà paradossali rifiutate dalla fisica classica, quella che la pura logica deve respingere. Oggi la fisica del caos studia proprio gli eventi paradossali, scoprendo in essi forme costanti stupefacenti, per esempio che tutti i cervelli schizofrenici funzionano secondo una stessa forma o che tutti gli anfratti di una costa ripetono il motivo della costa. Nella teoria del caos le forme prendono il posto dei numeri e si scoprono le ‘figure’ della trasformazione, le danze dell’energia, le sue coreografie di bellezza, gli ‘attrattori strani’, puri disegni che manifestano il ritmo della vita per cui tutti i maremoti tendono a una stessa forma bellissima, uno stesso disegno hanno i movimenti di Borsa o le variazioni meteorologiche o la forma delle nuvole. Dietro al mondo numerato appare una bellezza immateriale figurativa, simile a un gioco o a una pittura o a una poesia, tanto che il fisico Prigogine diceva: “Al posto della descrizione classica del mondo come meccanismo, sarebbe meglio vedere il mondo come opera d’arte“. Ecco che l’universo non sembra più una macchina ma un enorme pensiero (la frase è di un fisico), dove la differenza tra coscienza e materia si annulla. Ma tutte queste sono frasi alchemiche.

Oltre la mente logica e la mente analogica, Jung postula una ‘mente simbolica’, con una visione diretta del reale, la mente del visionario, del sognatore, del mistico, del poeta… con un proprio codice e una grammatica visuale. L’alchimia è qui, le icone sono le sue visioni, non accessibili all’intelletto ma trasformative dello spirito, propulsive di vita. Paracelso dice addirittura: “Chi vive secondo la ragione, vive contro lo Spirito” e ricerca l’intuizione diretta delle forme universali attraverso la sua ‘stella interiore‘”.
Dunque l’alchimia non guarda alla materialità delle cose ma alle loro essenze. Gli oggetti non sono per come appaiono ma ognuno esiste in quanto è una frequenza. Siamo nel mondo della vibrazione, delle ‘qualità’ dell’energia.
Si dispongano dunque gli enti su una scala di frequenze, qui enti diversi possono corrispondersi per avere frequenze simili. Si ha una trasmutazione quando un ente passa da una frequenza inferiore ad una superiore. Nel percorso completo, la frequenza più bassa arriva al vertice, il piombo si trasforma in oro, il carbone in diamante, l’uomo materiale in uomo di giada, la psiche inconscia in spirito illuminato. Avere una trasmutazione vuol dire attivare un mutamento non sulla materia visibile ma sulle frequenze invisibili. Ecco la differenza dell’alchimia dalla scienza! Le operazioni fisiche si uniscono a quelle simboliche, elementi materiali e immateriali operano insieme.
Per realizzare questa trasformazione sottile occorrono operatori particolari che possiedano particolari qualità della mente. Secondo Jung, misticismo, magia, arte, sciamanesimo e alchimia sono forme eterne dello spirito, forme cognitive alte, modalità psichiche o antropologiche, coordinate sottili della mente, in cui si manifesta una particolare intuizione che si ripete inalterata nei secoli. L’alchimia non è un dunque un fenomeno storico quanto una categoria psichica, che esprime una rivelazione profonda ed eterna, aperta ad alcuni ma non possibile a tutti.
In un senso più lato e meno iniziatico potremmo dire però che è in qualche modo alchimia non solo quella storica dei laboratori e degli alambicchi o delle intuizioni magico-mistiche, si può realizzare opera alchemica in ogni attività che non separi l’io dal non io ma li unisca, e in cui l’operatore che trasforma e l’oggetto trasformato siano portatori di una stessa intelligenza, riescano a comunicare fra loro ed evolvere insieme. Per questo ci sono e ci saranno sempre alchimisti potenziali, cioè persone che intuiscono il comune ed universale flusso dell’energia ed entrano nelle sue trasformazioni. Essere un alchimista è dunque una condizione dell’anima, una predisposizione dello spirito umano.
Enti apparentemente distinti, uomo e uomo, o uomo e cosa, si uniscono in una metamorfosi parallela. Colui che trasforma è trasformato, colui che guarisce è guarito, colui che insegna è educato…
Certo capire cos’è l’alchimia non è facile, proprio perché essa non è una definizione ma un atto di esperienza, simile ad una illuminazione, come l’amore, perfettamente chiaro quando lo si prova, oscuro e incomprensibile quando non ne siamo illuminati.
Per Jung l’alchimia è sogno, una grande proiezione dell’inconscio collettivo. Egli stesso si ritenne un alchimista della psiche e come tale fu visto dai suoi contemporanei che lo chiamarono ‘il grande stregone di Kusnacht’. Lo stesso procedere nella vita è la Grande Opera alchemica. Jung dice: “La Grande Opera esige sforzi costanti. Gli alchimisti proiettano la coscienza su un piano intermedio tra veglia e sogno, producendo l’ascensione della materia fino alla Luce Ignota che ne costituisce il limite.”
Sicuramente il viaggio nell’alchimia è un viaggio iniziatico. Si legge l’universo come una scala musicale, in cui serie di enti stanno sulla stessa nota o frequenza e la trasmutazione consiste nel passare a una nota più alta. Nella grande metafora astrologica, i livelli dell’energia sono proiettati nel cielo, nelle orbite dei pianeti; quelli più lenti e pesanti, di vibrazione bassa, percorrono orbite lontane dal Sole; quelli più veloci a vibrazione alta orbite centrali. Il più lontano è Saturno, collegato al Piombo, ultimo nella scala dei metalli, simbolo dell’uomo inconscio, calato nella pesantezza della materia. Al centro è il Sole, la vibrazione massima, l’Oro, che rappresenta Dio, la massima luce. Passare dal Piombo all’Oro è la metafora perfetta, l’uomo materiale che si spiritualizza, tendendo a Dio. La trasmutazione è un avanzamento progressivo o a balzi, nella natura come nell’anima.
Tra tutti gli alchimisti Jung ammira PARACELSO, il grande medico di Zurigo del 1500, di cui sente successore spirituale o kahrmico, personalità eclettica, figlio di un medico e allievo di un alchimista, seguace del sapientissimo Tritemius. La sua opera è sterminata: farmaci vegetali e minerali, concetti mistici e filosofici, elementi cabalistici e astrologici, tecniche psichiatriche, che scopre l’etere solforico, isola l’idrogeno, cura il ‘ballo di san Vito’, inventa la iatro-chimica, la preparazione di farmaci minerali secondo astronomia e astrologia…

Gli alchimisti sanno che le energie dei pianeti influiscono sulle preparazioni, ma in agricoltura si è sempre saputo che la semina e il raccolto sono relazionati ai tempi dell’anno, al moto del sole, alle fasi lunari, i luoghi, le interferenze… lo stesso vale per l’allevamento degli animali, le api, la distillazione di liquori o l’imbottigliamento del vino.
Paracelso lega tutti i fattori dell’esistente nella preparazione di rimedi omeopatici. Pensa che in ogni pianeta e metallo ci sia un ARCANO, o quintessenza, e cerca di isolarla, per ricreare le frequenze fondamentali dell’universo. Nessuna sostanza è negativa in assoluto; da un veleno, si può, riducendo le dosi, ricavare un antidoto o un vaccino. Paracelso cura ogni male col suo simile, scoprendo che, diluendo un prodotto, si può arrivare a dosaggi così bassi da rovesciare la sua qualità, per esempio si può combattere un avvelenamento da belladonna usando la stessa belladonna in soluzione omeopatica. Scopre che, diminuendo la dose, si amplifica l’effetto, cioè, diminuendo la parte materiale, aumenta quella essenziale, fino a entrare in livelli di energia pura dalla massima efficacia. Paracelso studia la ‘MEDICINA SPAGIRICA’, che precorre l’omeopatia (‘spao‘ e ‘agheiro‘, ‘separo’ e ‘riunisco’) e fa tinture vegetali e minerali, in cui isola l’energia e separa le essenze, non solo per il corpo ma anche per l’anima.
Gli alchimisti sanno che le energie sono cicliche, hanno una loro vita in cui crescono, raggiungono un massimo e decrescono, con tempi fissi e moti costanti, per cui cercano la combinazione ottimale. Così una pianta sarà raccolta quando ha energia massima e circostanze esterne favorevoli. Scoperti i cicli e le frequenze, si possono ordinare serie corrispondenti di enti e studiare dinamismi multipli. Le cose si influenzano, ognuna col suo ritmo, per cui, accostandole, si devono conoscere armonie e disarmonie; energie analoghe si amplificano come due onde in fase, energie discordanti si elidono. Ma, poiché anche l’uomo è una fonte di emissione energetica, anch’egli avrà la sua vibrazione e si accorderà o no alle cose che tratta.
L’alchimia studia le energie sottili e collega ogni cosa al suo analogo. Dispone in modo seriale gli analoghi, unendo vivente e non vivente, animato e inanimato, secondo una concezione antichissima che ha dominato tutte le culture del mondo e tutti i sistemi religiosi. Collega il piano visibile con l’invisibile, studia i rapporti tra le energie, e cerca di capire come si sviluppino e reagiscano tra loro. L’uomo è una energia come le altre e modifica il risultato, in quanto è un fattore di un processo globale. Vediamo oggi che anche gli studi di microfisica hanno finito per arrivare a questa conclusione: operatore e natura danzano insieme, come direbbe il Tao. Non esiste una percezione soggettiva separata dal dato di fatto, ma soggetto e oggetto sono sempre interconnessi.
Ma se il mondo danza insieme, se è un flusso di relazioni, ridurre tutto a misura e a meccanicismo non basta. Una scienza solo quantitativa è una scienza povera, limitata. L’alchimista considera tutto: il luogo, il tempo, le irradiazioni della terra e del cielo, l’operatore col suo campo energetico… e cerca la giusta combinazione fra tutti i fattori, come avviene in un’orchestra dove ci sono gli esecutori, gli strumenti, il teatro, il tempo, il luogo, l’acustica, il direttore… nella ricerca della
massima risonanza, Quando si realizza la perfetta sintonia abbiamo il risultato perfetto che supera la somma delle parti, l’esecuzione ideale, a suo modo irripetibile. Allora il risultato alchemico è raggiunto.

Oltre ai fattori in gioco interviene poi un quid sottile che possiamo chiamare energia divina, intelligenza superiore, natura, spirito o forza e che gli alchimisti chiamano PIETRA FILOSOFALE, intendendo qualcosa che è in ogni parte del rapporto, alchimista, metallo, pianta, crogiolo, fiamma, procedura, tempo, luogo, evocazione… e tutte queste cose insieme. Ma se la pietra filosofale non si realizza, tutto è niente. La pietra filosofale è lo spirito della vita, evocato dall’unione di tanti fattori che creano unità. Alcuni alchimisti pensarono che fosse un qualche elemento o procedura specifici, ma i più saggi capirono che era l’armonia di tanti fattori, primo fra tutti l’atteggiamento spirituale, la sintonia tra uomo e natura, che entra in contatto con un’energia che sta al di là del soggetto e dell’oggetto.
C’era, nell’alchimia, una Piccola Opera, che era trasformazione della natura visibile, e una Grande Opera, che era trasformazione delle energie invisibili. Nella Grande Opera soggetto e oggetto si incontrano quando si sintonizzano e diventano una energia sola.
L’alchimia aveva scopi che sembravano anche assurdi eppure stranamente la scienza ha realizzato proprio quelli, come l’uomo in provetta o la clonazione di un essere vivente, e anche la famosa trasformazione del piombo in oro agendo sulle forze nucleari, sappiamo oggi modificare i legami molecolari ed entrare nell’architettura del DNA, ma l’alchimia era qualcosa di più, era una scienza ‘qualitativa’ mirata all’evoluzione spirituale, mentre la scienza attuale è quantitativa e mirata al profitto materiale. Anche la famosa comunione e comunicazione con la natura sono diventate oggi depredazione e prevaricazione incontrollate sulla natura stessa.
Non possiamo guardare all’alchimia come a una pre-chimica, è vero che essa ha fatto anche molte scoperte fisiche o chimiche, ma esse sono state superate dalle scienze moderne; a noi resta il suo spirito filosofico, il modello concettuale globale, l’interazione uomo-natura, il mondo visto come ecosistema in cui tutte le energie comunicano… e questo spirito anima anche molte espressioni del nostro tempo, il volontariato, il pacifismo, l’ambientalismo, l’ecologia moderna, i nuovi modi di coltivazione e allevamento, le terapie alternative che legano corpo e mente, la fisica quantistica, la teoria del caos, il nuovo pensiero filosofico-sociale del mondo, la nuova globalizzazione dei diritti, il rispetto della sostenibilità planetaria… mentre si fa pressante l’esigenza di una scienza che salvaguardi la natura e la vita e ponga l’azione dell’uomo in una situazione di armonia e non di conflitto con la natura, mentre cresce la necessità di una politica e di una economia a misura umana per il progresso generale e il rispetto della vita e dei diritti universali delle sue creature.
Oggi una specie di follia perversa ha ottenebrato la scienza, l’economia, la politica e dunque più che mai abbiamo bisogno dei valori filosofici dell’alchimia. Essa poggiava su una concezione spiritualista dell’uomo e della natura, mentre oggi la scienza si sta alienando dalla propria anima e allontanando da una visione globale del mondo.
Eppure, malgrado tante desolazioni, si aprono nuove speranze: dopo i quattro secoli del materialismo meccanicistico e ora dopo pochi decenni di una globalizzazione economica, selvaggia e distruttiva, che sta portando il pianeta sull’orlo dell’estinzione e l’umanità in una serie di guerre senza fine, ricominciamo a credere che un nuovo pensiero filosofico, umano e sociale, possa informare la vita umana e possa riportare l’uomo a comunicare con la parte migliore di sé e con le energie migliori dell’universo.
Sappiamo che le leggi fondamentali della vita sono ‘costruzione’ e ‘distruzione’. In alcuni momenti della storia umana, come adesso, la distruzione sembra avere il sopravvento come se ciò fosse fatale. Ma nulla è destinato che noi non vogliamo. Solo arrendersi passivamente alla distruzione la rende irrimediabile.
O lavoriamo per la vita o siamo paladini della morte. Ma la vita vuole rispetto e responsabilità, impegno etico e senso del futuro; questo gli alchimisti lo sapevano. Oggi molti sembrano aver smarrito se stessi e vivono l’istante per l’istante, mirando solo al proprio profitto o potere immediati, incuranti di ogni conseguenza sugli altri o sull’ambiente.
I filosofi del divenire sapevano che c’è la guerra e c’è l’integrazione. Il Tao ci dà due energie non contrapposte ma complementari. Finché l’uomo agirà ‘contro’ e non ‘insieme’, abbiamo poca speranza. Finché gli scopi saranno il potere materiale e non la conoscenza, avremo un mondo disperato. E tuttavia noi siamo parti in causa e partecipiamo dell’accadimento universale e anche questa è alchimia. Un principio alchemico, che si ripete nel Taoismo, dice che solo una visione limitata ci porta a vedere le cose come opposte, in una visione superiore gli opposti possono coesistere perché sono complementari. Se possono coesistere gli elementi, a maggior ragione possono coesistere uomini e donne, classi e popoli, ideologie e propositi… Jung è perfettamente centrato su questo, la coesistenza degli opposti è una delle mete del suo cammino, sia nella psiche, che nella visione spirituale, che nella palingenesi sociale. Cercare l’unione e non la disintegrazione.
Se si vuole cercare l’unione, la sola logica non basta. Il codice dell’alchimia è simbolico, il simbolo riporta a un pensiero analogico. La mente della scienza è logica e separativa, focalizza i dettagli, perde di vista l’insieme, può perdere anche il rispetto e l’amore per l’insieme.
L’alchimia è globale, vede la Terra come un organismo, sa che operare su una parte ha ripercussioni sul tutto. E’ una visione da riprendere perche’ è una visione etica. La scienza o l’economia o la politica, focalizzate sul particolare, che eludono le implicazioni totali nello spazio e nel tempo, rappresentano oggi un agire irresponsabile con effetti inquietanti: assurdo per esempio costruire una diga o una centrale nucleare senza curarsi del resto, assurdo imporre alimenti geneticamente modificati senza conoscerne gli effetti di lungo periodo, assurdo travolgere le economie locali per un mercato centralizzato. Procedendo ognuno centrato sul proprio scopo singolo e materiale, rischiamo di distruggere tutto, anche la vita stessa.
Nel mondo orientale furono predilette le vie analogiche, in quello occidentale quelle logiche, ora i due modi dovrebbero integrarsi, se non fosse che le finalità sono spesso divergenti, infatti la via analogica corrisponde a un’etica globale di rispetto e cooperazione, quella logica porta spesso a progetti di guerra e depredazione. L’alchimia sa che nessuna cosa è isolata e nessun effetto circoscritto e tende perciò all’aumento della responsabilità. Oggi la noncuranza per l’insieme ci sta portando alla catastrofe. Una visione alchemica è una visione totale.
Non importa quale cammino intraprendiamo, se siamo sul cammino del cuore, avremo sempre una trasformazione totale. Compiendo al meglio il lavoro visibile, procediamo su un cammino più grande, invisibilmente. Il compito non è solo guarire dal dolore, ma salire in alto, attuare cioè la sottile trasformazione che ci porta dal rettile all’angelo.
Alchimia implica rispetto per la vita e intuizione che la natura non è sotto di noi o fuori di noi ma che noi siamo dentro la natura perché lei è il nostro corpo più grande.
Quando i gradini sono risaliti e l’uomo si stacca dai suoi legami materiali e procede verso l’universale, intuisce di colpo il progetto del cosmo, vede il mondo come esso è: UNO, diventa partecipante. Le cose non sono più slegate ma in armonia e si corrispondono in un disegno unico. Egualmente l’uomo ‘vede’ che egli è il mondo, che non c’è differenza tra lui e l’altro. Realizza un’unione mistica, un atto d’amore.

Certo l’alchimia è uno dei più grandi misteri della conoscenza; non sappiamo cosa sia, dove sia nata, come e perché, ma sappiamo che è sempre esistita come ricerca universale perenne. Le immagini la fanno crescere e, danzando le immagini, danziamo la vita. E’ una via del sogno, collegata a un segreto, per cui i tentativi di spiegazione razionale la perdono, mentre chi si impegna nella simbolica delle immagini la vive come un rito. A volte le intuizione alchemiche appaiono improvvise come rivelazioni. La più bella è questa di una mia allieva adulta che mi scrisse: “Una sera, mentre ero seduta sul divano, ho guardato il tappeto che avevo davanti a me e ho visto non il solito tappeto ma una formazione di uno spessore di circa 30 cm, nella quale i colori non erano più ben definiti ma si mescolavano, si compenetravano uno nell’altro e questo spessore aveva una propria vita. Ho capito così, perché l’ho visto con i miei occhi, che la forma “normale” delle cose dipende da un nostro modo di vederle e che noi non siamo sopra il tappeto, ma dentro il tappeto, così come siamo continuamente mescolati con quanto ci circonda.
Il primo principio alchemico è ‘l’universo globale‘. Dio non crea cose singole separate ma un cosmo, un universo di assoluta bellezza e ordine, dove ogni cosa esiste in quanto si rapporta alle altre e dove tutto è insieme. Non dobbiamo separare l’anima che è dentro di noi dal mondo fuori di noi, o separeremo la vita dalla Vita, restringendo le nostre capacità di salvezza. Nessuno si salverà se non ci salveremo tutti insieme. Il futuro del mondo sta tutto nella speranza della resurrezione dello spirito. Se Dio è ordine e unione, il Male è disordine e separazione. Il nostro mondo sembra l’apoteosi del Male, la vittoria della separazione: nei rapporti con la natura, in quelli sociali, tra popoli, ideologie, scienze, religioni, filosofie, nei rapporti con noi stessi… Ma l’esaltazione della divisione porta alla catastrofe. Alla separazione dobbiamo contrapporre elementi di unione che portano naturalmente a Dio. Chi ha perso la coscienza di sé ha perso la coscienza del mondo, è un alienato, anche quando tenta di trascinare gli altri nella propria alienazione, controllando la psicologia delle masse o il sistema finanziario o la diffusione delle informazioni o la gestione delle risorse. La fusione con l’altro è l’unico modo per praticare alchimia, come è l’unico modo per praticare Vangelo.
Il concetto di globalità comunicante passa oggi all’ecologia, che studia gli ecosistemi, equilibri societari dove ogni elemento si lega agli altri e ne è responsabile, o al moderno concetto di ‘Ganzfeld’, campo totale, visione ideale di un mondo interconnesso, all’ambientalismo e a tutta la visione sociale ed economica new-global, ed è il fondamento del mondo nuovo.
Partecipare alla vita della Terra e dei suoi abitanti vuol dire entrare in una visione di grande bellezza e comunanza, ma anche caricarsi della responsabilità di tutto quello che succede.
Dice Gibran:“E l’uno all’altro, e ognuno a se stesso/ Fino al giorno in cui tu parlerai e io ascolterò/ E penserò che la tua voce sia la mia/ E quando mi alzerò davanti a te / Penserò a me stesso di fronte ad uno specchio“.
Chiudo con una frase che mi è appena arrivata su Internet ed è molto bella: “Il nostro compito è guardare il mondo e vederlo intero. Occorre vivere più semplicemente per permettere agli altri semplicemente di vivere.”
Anche questa è una frase alchemica.

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http://masadaweb.org

4 commenti »

  1. Ciao Viviana, come sempre bellissime e intelligenti le tue “storie”
    “storie” perche’ le racconti come mio padre mi raccontava le favole.
    Ennio

    Commento di MasadaAdmin — febbraio 21, 2015 @ 9:05 am | Rispondi

  2. Ti sembrano delle ‘storie??
    In realtà molti sono eventi, passaggi della nostra storia che non si insegnano nella storia scolastica
    In effetti, la mia prima natura è di essere una visionaria
    la seconda è di essere una affabulatrice
    saluti
    viviana

    Commento di MasadaAdmin — febbraio 21, 2015 @ 10:26 am | Rispondi

  3. sono sempre le tue storie interessanti. le stampo sempre per rileggere questa cose che mi piacciono.

    Commento di emilia — febbraio 21, 2015 @ 11:38 am | Rispondi

  4. Grazie
    Domenico

    Un’aurea massima degli antichi romani:

    Ducunt fata volentem, nolentem trahunt

    Il fato conduce dolcemente chi lo segue, trascina chi gli resiste.

    Commento di MasadaAdmin — febbraio 22, 2015 @ 7:42 am | Rispondi


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