Nuovo Masada

febbraio 4, 2015

MASADA n° 1620 4-2-2015 IL LAMENTO DEI MORTI

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MASADA n° 1620 4-2-2015 IL LAMENTO DEI MORTI- SUL LIBRO ROSSO DI JUNG
Viviana Vivarelli

Conversazioni pubbliche e private sul ‘LIBRO ROSSO’ di Jung, di James Hillman e Sonu Shamdasani (1).

(Poiché le cose non avvengono a caso, ritengo giusto che il libro “IL LAMENTO DEI MORTI” mi sia arrivato dopo che avevo fatto esperienza visionarie estremamente sconvolgenti attraverso l’ayahuasca, il succo della liana degli dei. Senza la pregnanze dell’esperienza diretta di queste allucinazioni, che sono rimaste indelebili nella mia mente trasformando la mia vita, non credo che avrei capito a fondo il LIBRO ROSSO, che pure avevo sfogliato. Ho visto il plauso generale a questa opera di Jung uscita postuma. Francamente mi chiedo che cosa ne capiscano i lettori, sia pure junghiani, se nella loro vita non hanno mai avuto l’esperienza diretta della ‘comunicazione con gli dei’, cioè i fenomeni visionari e allucinati di cui Jung parla. Cosa credono che sia questa opera? Un libro artistico? Un diario personale? La publicizzazione molto propagandata di un testo oscurato? Gli stessi autori di queste conversazioni sanno di cosa stanno parlando? Ne hanno mai fatto prova? Si rendono conto appieno del significato di allucinazioni che sono rivelazioni, sono cioè impregnata col sacro? Credono che si tratti soltanto di immagini oniriche come quelle che ci vengono nei sogni straordinari? Riescono a cogliere la valenza misterica di queste immagini? Il termine ‘rivelazione’ vuol dire: ‘il dio appare’. Riesce Hillman a capire cosa è l’epifania? Rivelare vuol dire togliere il velo, togliere il velo che ci separa dall’intuizione diretta del dio.

Mi limito tuttavia a riassumere quanto i due commentatori dicono. Ho trovato nel testo di Hillman e Shamdasani alcuni riferimenti giusti, come l’Io che diventa una figura tra figure, spettatore di un teatro dove va in onda se stesso. Ma ritengo peraltro che, malgrado la bellezza di molte frasi, nessuno dei due commentatori sappia di che cosa sta parlando).

Il ‘LIBRO ROSSO’ fu un grande manoscritto di 205 pagine, con figure accuratissime simili a miniature medievali e un testo gotico di difficile lettura, che Jung compose in una quindicina di anni, tra il 1914 e il 1930, dopo la crisi con Freud, crisi provocata dalla pubblicazione di “La libido: simboli e trasformazioni” con cui Jung separò nettamente il suo pensiero da quello di Freud, investendo la libido di contenuti simbolici e mitologici. Questo libro segna la rottura teorica tra Jung e Freud, segna la fine della loro amicizia conflittuale e appassionata. Quando la rottura avviene, Jung ha 39 anni, Freud 58.
Il LIBRO ROSSO comincia in quel momento, come un diario compensativo che viene direttamente dall’inconscio. E’ stato considerato una manifestazione artistica e terapeutica dell’Immaginazione Attiva, il canale che comunica direttamente con le parti più profonde della psiche. L’opera rimase inedita per 79 anni, fino alla sua pubblicazione nel 2009, oscurata dal volere degli eredi di Jung che negarono l’accesso al testo fino al 2001.
La prima pubblicazione in tedesco fu nel 2009. I riferimenti alle 1.500 note sono di Sonu Shamdasani.
Il LIBRO ROSSO è formata essenzialmente da immagini, ma non sono disegni normali, sono immagini straordinarie che appartengono al regno delle ‘Rivelazioni’. Ritengo sia difficile per un uomo comune capirne la potenza e il valore, ma immagino che ciò sia più chiaro per chi ha avuto messaggi diretti dall’inconscio sotto forma di allucinazioni: gli artisti, i santi, i profeti, i poeti, o chi ha assunto droghe psicotrope all’interno di un contesto rituale (per es. l’ayahuasca) e ha avuto visioni del genere mistico. Il LIBRO ROSSO è un diario nel paranormale.

Hillman è forse il più noto successore di Jung, eretico nel senso che se ne discosta con apporti originali e una propria concezione sia dell’anima che del mito che del principio di individuazione. Come tutti gli junghiani presenta una vivida intelligenza e uno stile affascinante. Shamdasani gli fa da contr’altare come compilatore delle note.
Hillman commenta ‘Il lamento dei morti’ nel 2009, dopo aver studiato i 18 volumi delle opere junghiane e subito dopo la pubblicazione sconvolgente del LIBRO ROSSO, che era rimasto bloccato nell’ombra per un tempo così lungo. L’iter è stato lungo perché tutti i discendenti di Jung dovevano dare il consenso per la pubblicazione e anche un solo voto contrario l’avrebbe impedita, era necessaria l’unanimità.

Le opere di Jung costituiscono un’avventura dello spirito, che Jung percorre inizialmente solo per se stesso, un percorso che non permette di circoscrivere il pensiero in definizioni precise ma si approfondisce tumultuosamente, attraverso le visioni, scavandosi un cammino verso profondità abissali. Hillman definisce ‘concettuali’ le precedenti opere junghiane, rispetto alla deflagrazione non conseguente ma anomala del LIBRO ROSSO, con lo sfolgorio delle sue immagini che riferiscono direttamente all’invisibile e superano ogni lavoro logico penetrando direttamente lo splendore dell’anima. Le due personalità, n° 1 e n° 2 scorrono parallele nella vita di Jung, senza rimandi comuni. Jung scrive:
Abbiamo ucciso i morti, e adesso ci aggiriamo in una vita che è poco più di un pregiudizio, lontani dalla pienezza dell’esistenza”.
Cosa sono i morti? Abbiamo trovato più volte questa parola nei “Sette sermoni dei morti”, dettato medianico di 14 pagine scritto di getto da Jung in tre sere (la prima Guerra Mondiale era iniziata da due anni). Proseguivano ormai da tempo le immersioni nella Nekuya (o Nekya), il mondo infero, e le capacità paranormali di Jung si dilateranno entro un periodo di massima espressione di 29 anni (tempo di Saturno), con voci dirette, visioni, modificazioni ambientali e altri segnali che attestavano che si era ancora più aperto il suo canale diretto con altre dimensioni. La scrittura automatica si palesò all’interno di queste aperture della mente inconscia e volse l’attenzione di Jung allo Gnosticismo, uno dei primi tentativi di sistemare filosoficamente il pensiero cristiano. Jung studiò lo Gnosticismo per otto anni. Il dettato automatico sembrava rifarsi al pensiero di Basilide, che era stato il primo filosofo a sistematizzare la visione cristiana. Ora che i 2000 anni dell’era cristiana volgevano al termine, Basilide ricompariva nel dettato automatico di questo psicoanalista svizzero dotato di capacità medianiche per richiamare l’uomo moderno alla sua vocazione spirituale.
Jung era entrato in comunicazione con presenze invisibili fin da bambino e si era sempre sentito circondato da entità soprannaturali, ma dopo i 40 anni queste invasero la sua vita.
I Sette Sermoni dei Morti convogliarono queste energie invisibili, dando loro voce come “una costellazione inconscia, la cui atmosfera è il numen di un archetipo che gira qui attorno, nell’aria”. L’archetipo non è solo una matrice psichica, può essere una energia che esiste in un altro tempo e in un altro spazio, o una memoria storica del passato che si riattiva canalizzandosi in un ricevente attuale e riprendendo voce, anche dopo tempi lunghissimi, per richiamare l’uomo ai suoi compiti dimenticati.
Nei giorni che precedettero questo dettato automatico, presenze invisibili si erano manifestate nella casa di Jung ed erano state avvertite anche dai figli. Jung chiese a queste entità cosa volevano ed esse risposero: “Ritorniamo da Gerusalemme, dove non abbiamo trovato ciò che cercavamo“. I sette sermoni cominciano con queste parole. Gerusalemme è il centro del Cristianesimo, lo spirito dice dunque che è andato al cuore della religione tradizionale a cercare qualcosa che non ha trovato nel tempo presente, perché in duemila anni il Cristianesimo ha cambiato il messaggio primitivo, le parole e il pensiero del Cristo sono stati manipolati, l’anima si è dimenticata di se stessa.
Gerusalemme è il punto di partenza della storia della Chiesa, la città spirituale che deve essere liberata. Anche Hillman dirà che nella società moderna i miti sono andati perduti e gli dei sono diventati malattie. Si è perso il senso del sacro, ma con esso il senso dell’uomo. Gli dei non sono scomparsi, noi abbiamo creduto di liberarcene ma essi sono diventati le nostre patologie. Abbiamo persi i nostri miti. “Cerca il tuo mito e troverai la tua guarigione”. Un tempo l’uomo era immerso nel senso del sacro, ma ora ha perso ‘i morti’, cioè si è allontanato dall’invisibile, ha perso la propria anima, è un uomo dimezzato. Questa è la sua sofferenza, la sua deprivazione. Fare psicologia non sarà solo fare terapia, ma ‘fare anima’, andare cioè alle radici dell’inconscio, ‘aprire la bocca ai morti’, farli di nuovo parlare, riconnettere l’uomo col mondo del sacro, attingendo alla fonte degli archetipi, aprendo la comunicazione con l’invisibile al di là della realtà contingente.
Nell’antico rito egizio, all’entrata della tomba, avveniva la cerimonia dell’apertura della bocca del morto; la cassa veniva messa verticalmente e un sacerdote toccava gentilmente, con un’ascia in miniatura, i punti corrispondenti a occhi, naso, labbra, orecchie, mani e piedi come per renderli di nuovo attivi nel mondo dell’al di là. La frase rituale era: “La mia bocca è aperta! La mia bocca è spaccata da Shu (dio dell’aria) con quella lancia di metallo che usava per aprire la bocca degli Dei. Io sono il Potente, siederò accanto a colei che sta nel grande respiro del cielo”.
Nei Sette Sermoni Jung, sotto dettatura medianica, scrive:

I morti erano di ritorno da Gerusalemme, dove non avevano trovato ciò che cercavano. Mi pregarono di lasciarli entrare e implorarono il mio verbo, e così iniziai il mio insegnamento…”
“Nella notte i morti stavano lungo i muri e gridavano: Vogliamo sapere di Dio. Dov’è Dio? Dio è morto?..”
“Come brume sorgenti da una palude i morti si accostarono e implorarono: parlaci ancora del Dio supremo…”
“I morti invasero il luogo mormorando e dissero: Parlaci degli dei e dei demoni, maledetto!..”
“I morti urlarono in tono di derisione: Insegnaci, folle, la tua dottrina sulla Chiesa e sulla santa comunione..”
“Ma quando la notte scese i morti tornarono ad accostarsi con gesti lamentosi e dissero: C’è una cosa ancora che abbiamo dimenticato di discutere. Parlaci dell’uomo. L’uomo è una porta attraverso la quale, dal mondo esterno degli dei, dei demoni e delle anime, voi passate nel mondo interiore; dal mondo grande al più piccolo…

Appena Jung comincia a scrivere in stato di trance, le energie cessano di manifestarsi nell’ambiente, perché hanno trovato la loro canalizzazione. Jung compone così un piccolo libro che fa pubblicare privatamente e regala agli amici.
Il testo riporta a BASILIDE, filosofo gnostico del secondo secolo. La scrittura automatica di Jung conserva i suoi concetti e il suo stile ermetico.
All’ignoto dava Jung il nome di ‘regno dei morti’. Se questa bolla di esistenza che ci appartiene è il mondo dei vivi, tutto l’ignoto che ci circonda è il mondo dei morti. Morto è ciò che per noi non ha luogo o senso o vista. E tuttavia accade, a volte, che il mondo di fuori invada la nostra piccola bolla coscienziale. Molto poco allora di quello che entra è per noi comprensibile e tutto resta oscuro ed inquietante, come un segno indecifrabile. Non si dà in tal caso alcuna spiegazione possibile come all’eco confusa di un suono troppo lontano. Così l’uomo che vive nel mondo terreno è lontano dal mondo ultraterreno ed ha dunque perso la pienezza di se stesso.
Quando Jung usa il termine ‘morti’ non si riferisce dunque a defunti o fantasmi. Pensa a una realtà globale che contiene cose che vediamo e cose che non vediamo, indica il Tutto in modo induista come un intero coeso, in parte manifesto e in parte latente.
Il ‘Lamento dei morti’ è il mondo invisibile che piange la nostra indifferenza, la nostra cecità, e reclama di essere visto.
Jung era convinto che la nostra realtà conosciuta fosse immersa in una realtà più grande, di cui non possiamo dire niente, possiamo solo, se ne abbiamo le capacità, ricevere i suoi segnali. I ‘morti’ stanno a indicare ‘cose non di questo mondo’. L’uomo è a metà tra il mondo tangibile e il mondo invisibile e la sua mente può captare segnali che vengono dall’universo intero. Essendo un artista e un medium, Jung espresse questi segnali nel modo pittorico delle visioni. L’espressione artistica fu il linguaggio che accompagnò il lavoro della sua intuizione e del suo intelletto, così che si ebbero due opere: IL LIBRO ROSSO delle immagini, e il LIBRO NERO delle note esplicative con cui la sua mente concettuale lavorò sulle immagini stesse.
Il LIBRO ROSSO fu la sua risposta artistica al mondo rutilante delle visioni. Anche senza assumere droghe, egli era in grado di produrre immagini psicotrope, come quelle che appaiono durante le estasi mistiche o sotto l’assunzione di allucinogeni.
Per quanto Jung avesse sempre praticato lo yoga, possiamo dire che, a differenza di Freud, non fece mai uso di sostanze tossiche, in quanto le facoltà naturali della sua mente medianica lo mettevano spontaneamente a contatto col mono delle visioni. Era uno sciamano naturale che non aveva bisogno di sostanze per produrre una ricca messe di immagini interiori.
A partire dai 41-42 anni, Jung sperimentò, dunque, la ‘discesa agli Inferi’, quella che gli antichi Greci chiamavano Nekuia o Nekya, comunicazione diretta con l’al di là, introversione della mente conscia che sprofonda nell’inconscio. Jung si rilassava totalmente e immaginava che la sua mente facesse dei balzi verso il basso, nelle profondità di un pozzo, “il viaggio notturno sul mare nell’ombelico del mondo”. Era a quel punto che le immagini apparivano. Era l’al di là stesso che lo chiamava al suo compito.
Hillman, diversamente da Jung, non aveva doti medianiche, non sentiva così fortemente l’afflato religioso, era più nitido e logico. Valutava queste immagini come richiami provenienti dal mondo dei sogni, che ci creano così come noi creiamo i sogni, con un continuo rimando dal mondo invisibile a quello visibile e viceversa.
Per Hillman i morti sono i nostri antenati, il passato della nostra civiltà, i residui degli archetipi che in qualche modo creano futuro. Il suo è il punto di vista di chi non ha mai fatto esperienze paranormali e dunque cerca di tradurle in un linguaggio concreto, perdendone l’afflato e il mistero. Per Hillman i morti sono le orme dell’Umanità, che possono riemergere dalla memoria collettiva e giganteggiare su di noi oltre ogni umana comprensione, una eredità storica e culturale. Ma per Jung la situazione era più complessa. Aveva comunicato con defunti reali come con figure simboliche, archetipiche, che potevano sintetizzare l’aura di energie sparse in quel preciso momento storico o come sub personalità di Jung stesso.
In Jung conscio e inconscio comunicavano inestricabilmente in un mondo ‘ritualistico’ e ‘inebriante’. Era il linguaggio dei sogni, ma anche del tempo contingente e del tempo senza tempo. A volte le immagini parlavano “con un linguaggio barocco che gli faceva stridere i denti”, a volte con parole desuete.
Jung si offriva docile a queste esperienze, come uno ‘scrivano dell’anima’. Non le interpretava, non le commentava, si limitava a trascriverle fedelmente come un osservatore neutrale. Appena l’evento medianico si realizzava, lo metteva per scritto.
Stranamente non scrisse mai i propri sogni e non dava importanza a quelli dei figli, che pure gli venivano raccontati ogni giorno. Tenne le sue allucinazioni medianiche ben distinte dai sogni personali, come un mondo a parte. Era il canale attraverso cui il mondo invisibile lo raggiungeva direttamente.
Mentre componeva lo sfolgorante LIBRO ROSSO, Jung continuava a scrivere di psicologia. Erano due fiumi che scorrevano paralleli, un mondo concettuale e un mondo visionario.

Quando il LIBRO ROSSO apparve, dopo 90 anni di oblio, l’effetto fu dirompente.
Nessuno sapeva come definirlo o catalogarlo o come metterlo in relazione al resto delle opere. Era come se l’inconscio di cui pure Jung aveva sempre parlato si manifestasse in tutta la sua potenza fantasmagorica, ignorando ogni strumento della mente umana, a tal punto che Hillman dichiarò che, se avesse dovuto prendere dalle fiamme una sola opera junghiana, avrebbe preso questo ma la psicoanalisi sarebbe scomparsa. L’impressione di Hillman fu che il LIBRO ROSSO fosse l’essenza primaria di Jung, mentre le opere concettuali erano il ripiego medico-scientifico che tradivano, perché la limitavano, la potenza dell’energia, che veniva totalmente bruciata “dall’immediatezza dell’esperienza”.
Mentre la definizione tenta di tenere stretto qualcosa, “le immagini sono evocazioni liriche che non hanno bisogno di parole per risuonare”.
In realtà, specie nella comunicazione orale, Jung era spesso poetico, lirico, immaginifico, portato alle storie e alle metafore. Diceva per esempio: “Ho incontrato un vagabondo con un solo occhio. Voleva essere accettato da me, ma è morto nella notte. Sono io quel vagabondo. Solo io che vedo a metà e che muoio nell’oscurità”. Questa era poesia pura. Jung cercava il segreto della vita ma non lo trovava nei concetti.
Il LIBRO ROSSO ci parla dell’anima senza parole. Sono le figure che urlano la verità.
E’ vero che la psicoanalisi usa spesso le immagini, i miti, le metafore per trasmettere conoscenza, ma qui i dipinti hanno la funzione di una comunicazione immediata, che può essere compresa solo da chi ha fatto grandi esperienze mistiche o ha avuto allucinazioni psicotrope in contesti rituali. L’impatto esperienziale delle immagini è profondissimo, modificativo, destrutturante.
Di fronte a una tale vividezza trasformativa, i concetti sembrano una realtà di secondo livello, ma l’allucinazione ci immette di botto nella realtà della realtà, senza mediazioni culturali.
Ricordiamo che ogni opera che Jung scrive (salvo due: la sua biografia e ‘L’inconscio e i suoi simboli’) è scritta per se stesso, anche se poi sente la necessità di pubblicarla per un dovere verso il mondo, ma nasce come colloquio introspettivo dell’Io. Ma nel LIBRO ROSSO scompare anche l’Io, diventa una figura al pari di tante nel teatro di un inconscio che irrompe senza alterità.
Dice Hillman, con un senso quasi doloroso, che la psicologia usa il linguaggio in modo apotropaico, cioè esorcizzante “per scacciare i demoni… per non affrontare l’ignoto, per nascondere l’angoscia di fondo che ci dice che non sappiamo niente della psiche, che non abbiamo un sistema protettivo..”. “I concetti sono un baluardo contro l’inconoscibile”. Questo concetto Hillman lo ripete spesso, quando dice che non siamo in grado di fare una psicologia, che al più potremmo scrivere una storia delle varie psicologie, ma che queste, anche prese tutte insieme, non dicono ancora niente. E anche Shamdasani conferma che dopo un secolo gli psicologi non si sono trovati d’accordo su nulla, non sono riusciti a trasformare la psicologia in una scienza. Forse la psicologia è solo una forma di esperienza. E, in tal senso, il lirismo può essere una sua chiave interpretativa, come nella narrativa, per cui il mondo concettuale dovrebbe tirarsi indietro, in una specie di atarassia, osservazione fedele ma imperturbabile.
Forse per questo tanti nascondono dietro la mente logica “la paura di riconoscere che l’ignoto esiste e ci circonda”. Jung riconosce una funzione terapeutica al linguaggio concettuale, perché “senza di esso cadremmo nella paura della follia”, ma nella follia delle proprie immagini inconsce ci sprofonda, sicuro di poter tornare alla solidità del proprio quotidiano, la famiglia, il lavoro, i pazienti, il mondo delle certezze quotidiane.
Jung era un uomo molto realizzato, che trovava gioia in piaceri immediati, come spaccare legna, pescare, accendere il fuoco, cucinare, lavorare pietre, dipingere… Nella sua vita quotidiana poteva vivere in modo molto semplice, quasi primitivo, ma, quando esplorava il mondo dei morti, esplodeva in lui una vena lirica, barocca, a volte tragica…
Ci si chiede se le allucinazioni non fossero un modo per tornare a quei primitivi che eravamo, a quel mondo brulicante e tumultuoso che la mente concettuale ha cercato di sotterrare, il mondo epico, selvaggio, dell’uomo primitivo, pronto a insorgere contro l’apollineo ordine della mente superiore.
Jung era contrario, per principio, ad ogni sistematizzazione, non voleva che gli junghiani diventassero junghiani, cioè aderissero ad un sistema. Nessun uomo può essere ingabbiato in un sistema posto a priori. Non voleva insegnare strade o imporre soluzioni, voleva accompagnare l’uomo nel suo sognare. Ma ognuno doveva sognare a suo modo, col suo cammino e il suo linguaggio. C’è costantemente in lui questo doppio registro, per cui da una parte scriveva per se stesso, seguendo il proprio iter evolutivo, dall’altra si sentiva in obbligo di pubblicizzare le sue ricerche così da non estraniarsi dal mondo, sapendo che in ciò rischiava di diventare modello e guida, vincolando la liberazione degli altri.
Ci sono tre Jung: quello visionario, quello concettuale e quello terapeutico. E non coincidono. Anche se ognuno doveva essere “il poeta della propria psiche”.
Non può esistere un linguaggio psichico per eccellenza, esistono infiniti linguaggi e approcci secondo l’infinita varietà del reale.
Ma se ognuno poteva raggiungere la pienezza di sé a suo modo, che cosa gli impediva poi di realizzarla?
Il poeta Blaise Cendrias, quando sentì Duke Ellington suonare disse che quella non era solo una nuova musica, ma una nuova ragione di vita.
Noi non cerchiamo solo la ragione della nostra vita ma vogliamo anche che sia bella.
Ecco il valore estetico delle immagini! Costruiscono per ognuno una cosmologia di bellezza. Già la parola ‘kosmos’ in greco non vuol dire solo ordine, ma ordine bello. Per i Grecia la razionalità coincideva con la bellezza. La parola ‘kalón’, che noi traduciamo con ‘bello‘, aveva in realtà un significato più ampio rispetto a quello attuale: comprendeva non solo ciò che risultava gradito all’occhio e all’orecchio, ma anche qualità del carattere e della mente. La bellezza ha un carattere ontologico. Un sistema cosmologico è sistema fondativo di ordine e di armonia.
Da un lato Jung era restio a pubblicare il LIBRO ROSSO e continuò a lavorarci per quasi 16 anni, sentiva infatti che era la propria cosmologia, da un altro lato era portato a pubblicizzare tutto ciò che trovava per un compito di servizio per cui nulla doveva restare limitato alla sua persona. “Quello che vi do non è una dottrina o un insegnamento. Questa è una via. Non è la vostra via. Guai a chi si pone come modello!” Jung sa benissimo che l’archetipo è universale e che giungere all’inconscio significa toccare un luogo collettivo. L’archetipo riguarda tutti, per cui la storia di Jung può essere considerata come una storia universale, una esperienza collettiva.
Jung aveva esaminato esperienze analoghe alla sua, come Il libro tibetano dei morti, il libro dei morti egiziano, i testi di Ignazio di Loyola, il Kundalini yoga. E il suo lavoro proseguì con i Taccuini alchemici dove alternò le sue allucinazioni alla tavole dell’alchimia. In condizioni visionarie simili, Steiner, suo contemporaneo nella vicina Dornach, si proclamava profeta, riversando le sue visioni in una filosofia spirituale. Ma non era il caso di Jung, che mantenne sempre un senso di scetticismo verso le proprie visioni. Ad un livello della mente si compenetrava con loro, restandone sconvolto, ad un altro si disidentificava da loro, cercando di dominarle.
Sullo sfondo restava la cornice della cultura cristiana che aveva permeato profondamente Jung, non tanto per la presenza di 11 preti in famiglia, ma proprio per la sua vocazione animica. Il Cristianesimo, tuttavia, aveva selezionato alcuni aspetti del reale, rigettandone altri. In Jung, invece, era fondamentale la ricerca di una totalità che avrebbe potuto trovare solo in religioni orientali.
All’inizio del libro dice di aver perduto l’anima e che, per trovarla, è sceso agli Inferi.
Quando il LIBRO ROSSO fu pubblicato, la reazione fu sconvolgente, perché rompeva l’immagine che tanti si erano fatti di Jung, ma uscì anche in un momento in cui molti cercavano la verità totale di se stessi al di là del conforto delle religioni confessionali in un mondo che aveva perso i contatti con la propria anima, le chiese di pietra risuonavano ormai a vuoto e molti cercavano modi nuovi di introspezione come le droghe. In questa civiltà tutta proiettata al denaro e al potere, all’edonismo e alla superficialità, vivendo falsi miti di eterna giovinezza, la paura della morte e del vuoto incombono sinistramente. In questa realtà nessuno parla mai della morte. Nel LIBRO ROSSO, invece, la morte viene vista come una via, un mezzo per aprire la porta (nei miei incubi i morti premono urlando dietro una porta chiusa e io mi sveglio atterrita perché vogliono entrare).
Se vogliamo vivere, dobbiamo affrontare la nostra morte, perché solo così ognuno può rinascere all’uomo nuovo, e dobbiamo affrontare il mistero dentro di noi e fuori di noi. Dunque, anche se Jung vive una esperienza eccezionale e personale, tuttavia questa può essere una esperienza universale. Allo stesso modo, quando parla della prima guerra mondiale (14-18). dice che. “Siamo tutti coinvolti. Prendiamo parte ad ogni assassinio. Siamo corresponsabili”.
Sprofondare nella nostra solitudine vuol dire abbracciare il mondo. E’ l’unico modo con cui l’uomo morto abbraccia il vivo. Vita e morte non sono contrapposte ma comunicanti. E la meditazione profonda è l’unico modo per farle riconoscere. Lo intuì bene Eraclito, l’uomo della notte: “L’uomo accende a se stesso una luce nella notte, quando essa è spenta ai suoi occhi: vivo è a contatto col morto quando dorme, desto è a contatto col dormiente.» Ovvero con altra traduzione: «Nella notte l’uomo accende una luce a se stesso, quando spegne lo sguardo, e vivendo si afferra al morto; sveglio si afferra al dormiente.» Conscio e inconscio, mondo vigile e mondo onirico, tutto comunica col tutto. La via della vita potrebbe essere una ulteriore via della morte e viceversa. “I morti dimorano sotto il nostro tetto. Bisogna riconoscere che sono qui. Noi dimoriamo già nel regno dei morti ed essi dimorano in noi. Non siamo noi a manovrare il timone, ma qualcun altro. Ci facciamo mentre siamo fatti. E solo riconoscendo la loro realtà possiamo sfuggire al loro possesso”.
Shamdasani ricorda che Franz, il figlio di Jung, sentiva il padre aggirarsi per casa dopo la sua morte. In realtà ognuno di noi è e sa più di quanto crede. Ci accorgiamo di momenti sincronici, abbiamo le nostre preveggenze, di tanto in tanto un’idea inaccettabile ci guida, qualche volta crediamo di parlare agli altri ma parliamo all’invisibile o sentiamo che per fili sottili qualcosa di invisibile ci guida, e capita a volte di rivolgersi a questi interlocutori misteriosi per chiedere aiuto.
In qualche modo il LIBRO ROSSO è l’opera incompiuta dei morti, Jung ci lavora lungamente ma lo lascia non finito e lo consegna a noi come il messaggio della bottiglia. Evita di interpretare il testo e le 1500 note del LIBRO NERO non spiegano in realtà nulla. Ognuno ci vedrà quel che vorrà.
Nel 1917, quando Jung faceva il servizio militare, riempì un taccuino di mandala semplificati con rassicuranti fossati, fortezze, castelli… ordinati e ben diversi dal caos del LIBRO ROSSO, dove le immagini sono bizzarre, fantastiche rutilanti e le si vede cangiare nella transizione da una immagine all’altra, come in una ricerca a spirale che non arriva mai alla meta.
Possiamo iniziare dal mandala del sogno di Liverpool (“In alto c’è una larga piazza con lampioni, ad essa confluiscono varie strade. In mezzo alla piazza c’è un laghetto rotondo, nel cui centro c’è un’isola. Mentre tutto attorno è tenebra e pioggia, l’isola è piena di sole, con un grande albero di magnolia al centro con germogli rossicci, come una sorgente di luce.”). Non siamo ancora nella fortezza, siamo ancora nel dramma della transizione, nel cammino verso una bellezza ineffabile.
Si noti una cosa: quando vengono creati i personaggi di un romanzo, a un certo punto questi cominciano a parlare per sé. Allo stesso modo le figure del LIBRO ROSSO sembrano esistere e parlare di per sé. James diceva: “Il pensiero tende a una forma personale” e queste figure hanno una forma drammatica, sono l’epos della vita, forme dionisiache vive ognuna nel proprio teatro. Esse sfondano il recinto del nostro mentale con la forza delle loro passioni. Sono natura dionisiaca dentro e fuori di noi in un universo panico. Jung le chiama “misterium” e sa che rappresentano il suo dramma interiore. Il LIBRO ROSSO è un copione teatrale di un dramma, che va dal tragico al non sense.
Avevamo le visioni dei santi, le esperienze dei tossici, le allucinazioni degli sciamani, ma qui la psiche si presenta nella sua immediatezza come una rivelazione.
Se la storia della psicologia è storia degli approcci all’anima, anche questo libro fa parte della sua memoria. Jung aveva studiato religioni comparate, psicologie comparate, mitologie comparate, ora tutto questo non gli bastava, gli si rivoltava contro. Chiaro che Freud non poteva accettare nulla di ciò, ma lo accettava a stento lui stesso, dominato dallo scetticismo e dal senso critico.
“Libido, simboli e trasformazione” fu il libro che segnò la sua rottura con Freud. L’opera poteva dirsi “un testo razionale sul pensiero fantastico”, era un testo di figure ma di figure spiegate, ed ecco che quelle figure gli si rivoltavano contro, si erano insediate dentro di lui e lavoravano in modo autonomo. Ed è sotto il loro richiamo che Jung si mette a lavorare sul LIBRO ROSSO alla ricerca della sua anima. Aveva scoperto come funziona la sua psiche ma aveva perso la propria anima.
Scrive Hillman: “Ha lavorato su una equazione oggettiva, ma ha lasciato fuori se stesso. Ora questa richiede la sua presenza.”
Il LIBRO ROSSO è intensamente personale, eppure manca la storia di Jung, la sua infanzia, i suoi genitori. Sprofondando in sé scopre qualcosa di universale. Nella desolazione della propria solitudine scopre la totalità. I propri conflitti profondi diventano conflitto ‘tra’ le figure, come se agglomerati di energia interagissero tra loro. Eppure essi non sembrano far parte di Jung. Hanno una vita autonoma. Esistono profondamente di per sé. Non rappresentano la vita di Jung. Auden diceva: “Siamo tenuti in vita da pensieri che fingiamo di capire”.
Altrove Jung aveva detto: “Puoi essere abitato da pensieri che non hai pensato tu stesso, che sono come uccelli che entrano in una stanza”.
Jung si è accorto che nel suo lungo lavoro sulla psiche ha sezionato l’anima e l’ha trasformata in formule vuote. Nella logica concettuale l’Immaginazione Attiva è morta. Jung pensava che l’attività fantastica fosse fuori dalla realtà. Invece vede adesso che ‘è’ la realtà.
Nel 1914, alla vigilia della prima guerra mondiale, Jung si accorge che le sue immagini più potenti non sono solo epiche, sono profetiche. Prevedono l’imminente guerra e quello che accadrà. Prevedono la distruzione europea e la sua trasformazione. Poiché le immagini sono fuori dal tempo, possono leggere tutti i tempi.
Nell’ottobre del 1913 è in treno e accade che… “Mentre guardavo la carta dell’Europa, vidi il mare sommergerla tutta, un paese dopo l’altro, a cominciare dalla Francia e dalla Germania. In breve l’intero continente era sommerso a eccezione della Svizzera. La Svizzera era come una montagna così alta che le onde non potevano sommergerla. E vidi me stesso seduto sulla montagna. Poi, guardandomi attorno, compresi che il mare era un mare di sangue, sulla cui superficie galleggiavano cadaveri, tetti divelte, travi bruciacchiate. Questa visione durò un’ora. Rimasi sconvolto. Due settimane dopo la visione si ripresentò e una voce mi disse: “Guarda bene, è tutto vero, sarà proprio così. La stessa fantasia si ripeté tre mesi dopo, nel dicembre del 13, sempre mentre andavo a Shaffhausen, sempre all’imbocco della galleria (era come se mi immergessi nell’inconscio collettivo) “ .
Come fa un poeta, Jung ci trascina con le sue immagini. Ma il poeta ha le sue regole. E così il LIBRO ROSSO: l’accurata scrittura gotica, il rilievo calligrafico impeccabile delle icone che ricordano le miniature medievali… Il flusso dell’anima si inserisce in una estetica arcaica, come un calligrafo giapponese che esprime l’osservanza della vita e insieme la trasvaluta nell’impeccabilità degli stilemi. Jung si trova a dover reinventare un linguaggio nuovo, una nuova (o antica) modalità espressiva che delimiti il flusso travolgente delle immagini. Il vulcano deve essere stilizzato. E’ come un musicista che si sente inondare da un flusso inarrestabile di musica e sa che può esprimerla solo nella funzionalità rigida del pentagramma.
La voce dice: “E’ arte!”, ma non gli basta. Dicendo che non lo è, è come se respingesse ogni forma passata di arte. Non è arte. E’nascita.
Siamo al tempo dell’astrattismo che respinge ogni elemento figurativo, del surrealismo o dadaismo che rifiutano ogni modalità del passato, rovesciando ogni stilema. Le nuove forme si creano in una vivificazione immediata.
Jung ha inventato l’arte spirituale ma non se ne accorge.
Ha oltrepassata la dimensione estetica ma non se ne avvede.
Il LIBRO ROSSO straripa di bellezza e la bellezza per lui si identifica col significato.
E nessuna figura è trasferibile dal contesto, ognuna sussiste solo nel flusso totale dell’intera opera. Non la singola figura è arte. L’opera intera è arte.
Ma perché Jung non dipinge dei quadri e compone invece un immenso diario? Perché dipinge il cammino di se stesso. Trova le sue fonti nei testi miniati dei codici medievali, nella tavole alchemiche, nei simbolismi dei sogni. Pagina dopo pagina, percorre il diario della sua anima, il libro magico delle sue metamorfosi. Riproduce come un discepolo claustrale le sue allucinazioni. Produce l’iconografia di se stesso. Contempla le figure come “Affermazioni della sua anima di cui deve capire il significato”. Gli oggetti che dipinge non sono estetici, sono rituali. Ma ognuno ha il proprio mondo, e quando Jung guarda ai prodotti di Joyce o di Picasso, non li capisce, non li vede come analoghi alla sua discesa nella Nekya, anche se, come lui, quegli artisti sono scesi nel mondo infero incontrando le proprie allucinazioni.
Ma essi vivono l’esperienza con un baccanale, atto che a Jung sembra sacrilego. L’artista segue il numen della sua natura senza cercare di capirlo, ma questo a Jung non basta. Lui cerca di significato.
Barbara Hannah diceva che per Jung l’unica tortura davvero insopportabile era quella di non riuscire a capire. Gli resta sempre attaccato un atteggiamento scientifico. Aveva paura che “se fosse restato troppo in Africa, sarebbe diventato nero”, cioè gli Inferi lo avrebbero inghiottito e lui avrebbe perso il senso di ogni realtà (psicosi). “Restare là sotto è da vili” ed è quello che avevano fatto Picasso o Joyce. Jung non tollerava chiunque perdesse l’appartenenza al proprio mondo, al punto che aggredì emotivamente il dottor Schweitzer perché non era tornato in Europa e si era lasciato inghiottire dall’Africa. Allo stesso modo attaccava gli Europei che praticavano la meditazione orientale perdendosi in essa, pur essendo questa aliena alla loro cultura.
Quando andò in India, interrogava i santoni sul loro simbolismo, scoprendo esterrefatto che non ne avevano o si erano sciolti dell’Universo, cosa a cui Jung stesso tendeva ma che rischiava di perdere per la sua ossessiva ricerca del significato.
Il suo paradosso era che da una parte viveva coma un eremita, costruiva la sua torre, scolpiva nella pietra i suoi enigmi, viveva immerso nella natura, dipingeva murali nella sua cappella, fuori dal mondo…. dall’altra parte si lamentava perché in Occidente nessuno capiva il suo lavoro. Voleva trovare autonomamente se stesso, ma voleva anche essere di aiuto agli altri. Così stava a metà tra l’anacoreta e la guida spirituale.
Dopo 16 anni di stesura del LIBRO ROSSO, sentì il dovere di pubblicarlo ma era incerto. Cosa sarebbe sembrato? L’opera di un solitario nella sua torre privata o la necessità di chi sente che la sua opera appartiene al mondo?
La luce che ha prodotto quelle immagini chiedeva di essere vista ma Jung non vuole diventare “un giullare che viene deriso” come non può cadere nell’autoindulgenza di aver fatto una cosa solo per sé. I dipinti sono compiuti quando qualcuno li guarda. L’autore ha una responsabilità sociale. L’arte deve collegarsi alla società. Esporre la propria arte è il modo per restituire al mondo ciò che si è avuto, per cui la pubblicazione diventa necessaria, ma Yung esita. Ecco dunque il lungo lavoro sull’alchimia, sul processo di individuazione, sulla teofania. Ma poi avviene come per Goethe che chiuse in un cassetto la seconda parte del Faust così che venne pubblicata solo dopo la sua morte. Il LIBRO ROSSO non avrebbe mai potuto essere terminato. Il suo compito non era di essere un’opera compiuta ma di aprire ad altri la possibilità di scrivere il proprio mito.
Yung viveva come uno sciamano moderno, un uomo medicina dell’Occidente. Cambiò il modo di fare psicologica. Ma anche Joyce e Picasso furono rivoluzionari, Joyce cambiò il modo di fare scrittura, Picasso il modo di fare pittura.
Il mito è l’eroe, ciò che ravviva la vita, l’energia che si riconosce ma, insieme, si riconosce in un universale. Il processo di individuazione deve avere un significato sociale. Il LIBRO ROSSO lo aveva ma chiunque conobbe Jung disse che l’impatto diretto con la sua persona era ben più alto. Jung esprimeva qualcosa di più col suo contatto personale, qualcosa che non usciva dai suoi libri, perché solo il contatto diretto trasmetteva il suo fuoco, la sua energia interiore.
Restituire la propria esperienza al mondo significava far parlare i morti. Non solo portare a galla i contenuti rimossi ma accogliere l’intera storia dell’anima, fare archeologia della vita.
Nel mezzo dell’esperienza Jung non cercò di analizzare le sue figure con metodo psichiatrico o di inserirle nel suo sistema concettuale.. non le definì ‘sistemi”.
I concetti erano “un parapetto di sicurezza” per tenere sotto controllo esperienze sconvolgenti. Barbara Hannah diceva che l’Immaginazione Attiva doveva essere controllata, era pericoloso scatenarla se l’io non era forte. Immergersi nelle immagini interiori in modo eccessivo poteva scatenare psicosi latenti. Jung usava per difendersi dal vortice delle proprie immagini interiori la solidità della sua vita quotidiana, della famiglia, delle abitudini, del lavoro.
I suoi pazienti furono tra le persone più svitate ed eccentriche dell’Occidente. Arrivavano a Zurigo da lontano ed Emma aveva la funzione di accoglierli e aiutarli, affinché non si sentissero troppo soli, per cui Jung, nel 1916, costituì un club psicoanalitico perché avessero un posto dove andare.
Jung non curava i suoi pazienti, li considerava solo dopo che erano stati trattati da altri. Non gli interessavano le loro patologie, gli interessava solo il viaggio per l’inconscio. Non voleva chiudere il paziente in una gabbia. E’ vero che il linguaggio psicoanalitico usa molte metafore (l’Edipo per es.) ma ognuno ha il diritto di restare libero, di non essere ingabbiato in una patologia predefinita, e ha il diritto di raccontare se stesso come meglio crede, con le immagini in cui si riconosce.
Jung comincia a scrivere il LIBRO ROSSO al tempo della sua spaventosa rottura con Freud, una crisi che gettò nella depressione entrambi, perché il loro rapporto era stato molto forte, simile a un innamoramento. Erano tra le persone più intelligenti del mondo, si facevano pionieri di una mondo nuovo, di una disciplina nuova, e specie all’inizio l’interesse reciproco fu acutissimo. Poi le forti divergenze di pensiero dovevano metterli uno contro l’altro. In Freud è possibile che si scatenasse l’Edipo (aveva 18 anni più di Jung e anagraficamente avrebbe potuto essergli padre), la ribellione di Jung che amava come un figlio e che aveva nominato erede della scuola di Vienna lo sconvolse come un tradimento inaccettabile. Questo era accaduto altre volte, forse anche perché le forti amicizie maschili di Freud potevano essere sospettate di una omosessualità latente.
Jung cadde in una forte depressione che durò alcuni anni.
Nel 1913 la rottura è consumata ed è dolorosissima per entrambi. Freud entra in una situazione d’angoscia che gli cambiò il carattere. Jung precipita in un disorientamento e in una solitudine così forti che ancora da vecchio ne parla con amarezza: “Cominciò per me un periodo di incertezza, di disorientamento. Mi sentivo letteralmente sospeso, perché non avevo ancora trovato un punto d’appoggio”.
Fu un periodo difficile. Jung aveva 38 anni; voleva scrivere un libro contro Freud ma scoprì che era bloccato e impotente. Per due mesi fu tormentato da un blocco della scrittura. Fra il ‘14 e il ’19, si allontanò anche dall’università e rischiò una forma di psicosi. Nella depressione l’uomo si sente perduto, come venissero a mancare tutte le sue basi, le sue certezze e il LIBRO ROSSO racconta come Jung ritrovò la sua anima.
Quando Jung dice ‘anima’ non intende qualcosa di concettuale, ma un contenuto sostanziale che deve essere integrato nell’essere totale perché costituisce la ragione della vita, il senso stesso del vivere. Per questo molti sciamani dicono che nella malattia l’anima esce dal corpo del paziente e se ne va in giro e lo sciamano ha il compito di cercarla e riportarla al suo posto. Jung sta male. Cura se stesso come uno sciamano. Torna al sogno perduto, al mito, e lo fa rivivere con la pittura.
Ma l’anima di Jung come quella di Freud erano fortemente impregnate dal pensiero cristiano.
Se il processo di individuazione è un cammino evolutivo, tornando alle proprie radici si trova tutto ciò di cui abbiamo bisogno. La psiche parla per metafore e le immagini sono metafore. In tal senso le immagini richiedono la sensibilità di un artista per essere comprese. Come diceva Eraclito: “Il dio non parla, accenna”.
Nel LIBRO ROSSO il serpente-anima si rivolge a Jung e gli dice: “Ti do il mio dono in forma di immagine”. L’uomo è un essere imaginale. L’immagine non ha bisogno di parole, parla da sola.

L’immagine insegna ma può uscire anche in forme sconvolgenti, come quando Jung bambino vede Dio defecare su una enorme cattedrale e mandarla in pezzi, o come nel LIBRO ROSSO vede Dio come re dei ranocchi. Jung non sempre ama le proprie immagini, così come non sempre ama il proprio io. Ma le immagini sono trasformative dell’Io, proprio perché l’Io è una realtà imaginale. Jung viveva i suoi sogni e viveva spesso la vita come un sogno.
Nel LIBRO ROSSO l’Io è una figura alla pari delle altre, è a disagio nel mondo infero, è un elemento del dramma, non è più Jung. Un Me. “Ciò che chiamo ‘Io’ è un insieme composito di tante persone che vivono nella mia stessa casa” (“Sono un baule di suoni”, come diceva Pessoa).
Il LIBRO ROSSO cerca dunque di aprire la bocca dell’inconscio, fa parlare la parte più profonda di noi, quella che è stata rimossa assieme a tutto il nostro passato. Quei contenuti emarginati urlano per tornare alla luce (nel mio incubo i morti urlano dietro la porta e spingono per entrare). Noi viviamo come se fossimo in parte morti, per questo siamo soli e disperati. Viviamo in un deserto arido dove abbiamo spazzato via i nostri sentimenti e dove ci siamo separati dal mondo. Per paura della morte abbiamo ammazzato la vita. Il LIBRO ROSSO ci dice che per ritrovare la vita dobbiamo affrontare la morte; i contenuti morti, quelli a cui abbiamo tolto la voce devono ricominciare a parlare. Questi morti sono estremamente potenti, sono straordinari, imperiosi. Non tollerano di essere stati ammutoliti, rivendicano la loro voce. Ma questa può essere vivificata solo con una pericolosa immersione nell’inconscio. Non c’è altra via. Dentro di noi o fuori di noi, ciò che non vogliamo riconoscere va affrontato.
Occorrerà una redenzione dei morti. Farli risorgere. Dobbiamo capire che il nostro compito non è stare meglio ma essere interi. Occorre resuscitare l’anima. Ci siamo chiusi in gusci difensivi e, pensando di essere più forti, abbiamo chiuso fuori la realtà, i segnali, i sogni, le paure, le debolezze. Non esiste un presente che non sia illuminato dal passato. Tutte le cose esistono in questa luce o non esistono affatto.
I sogni possono provenire dal mondo infero e avere una loro sostanza che può non essere intuita dalla scienza ma essere rappresentata dall’arte. Hillman nota spesso che il linguaggio psicoanalitico non ha bisogno di essere scientifico ma letterario, i romanzi colgono meglio la vita, la scienza la uccide. La vita è un racconto, non va definita, ma raccontata. I grandi romanzi hanno insegnato alla gente a raccontarsi, quindi a individuarsi. E lo hanno fatto cogliendo quei sentimenti che la scienza ignora.
Ecco perché Jung, nei suoi seminari, raccontava sempre storie. Era un grande affabulatore, storie che venivano dal miti, dal folklore, dall’esperienza personale o anche dalla sua invenzione, storie in cui ognuno poteva rispecchiare se stesso.
Nel LIBRO ROSSO l’anima è rappresentata da un serpente. Perché? “Perché – dice Hillman – il divenire dell’anima è una linea a serpentina, non è un percorso lineare, si muove tra vari modelli evolutivi” (In verità nei sogni il serpente indica l’energia della vita e la maggiore energia della vita è l’anima. Il serpente è un animale ctonio, sotterraneo, ed è in relazione con l’acqua, principio femminile di vita, tanto che in India i fiumi sono divinità femminili rappresentate da serpenti). Jung è solito prendere gli elementi dei sogni o delle visioni e li tratta col metodo dell’‘amplificazione’, cercando cioè analogie nel mondo della cultura. Jung dice: “Questo mi fa venire in mente qualcosa”. Ma anche l’amplificazione è un espediente narrativo. La narrazione è terapia. Come dicono in India, “Le storie guariscono”.
Ma quando il paziente racconta la sua storia, ha bisogno solo della sua voce, vuole essere ascoltato. Raccontare altre storie lo sminuirebbe. Mentre Freud riporta tutto alla trama posticcia dell’Edipo, in Jung non c’è nessuna trama dominante.
Quando l’uomo cambia la sua storia, ecco che cambia l’immagine di sé.
Jung rispetta ogni storia ma la porta avanti, cambia l’esito, la apre a nuove possibilità. Questo toglie la persona dal suo solipsismo e lo ricollega alla vicenda umana. Tutti siamo angosciati perché siamo soli ma occorre allargare i legami col mondo fuori e col nostro profondo dentro.
A Hillman non piace che in questi percorso Jung usi il termine ‘’ né che parli dell’Altro. Il Sé junghiano non ha niente di personale, entra nella trascendenza, è al di là di qualsiasi spiegazione razionale. E nemmeno piace a Hillman che negli junghiani l’individuazione diventi imitazione di Cristo, cioè percorso di salvezza. Hillman è a un gradino più basso quando dice che basta l’ecologia a fare di ognuno di noi il salvatore del pianeta. A volte la concretezza di Hillman è davvero irritante. E’ vero, come dice che “l’uomo moderno vive in una condizione di separazione dal mondo, dagli altri, dalla natura” , ma questo è abbastanza banale. Non ha la visione kahrmica sociale di Jung, per cui ognuno di noi deve adempire a un suo compito in nome del bene dell’intera umanità. Non ha il senso del sacro.
Per Jung le immagini non sono solo figure, sono ‘poteri’ catartici. Il viaggio visionario non è solo dentro Jung ma oltre Jung. E’ uno ‘spettacolo’, da ‘spectare’, contemplare. In questo spettacolo l’Io è una figura come le altre con cui Jung deve confrontarsi. Sulla scena l’io si relativizza. “Ma chi si rivolge a chi?”.
Assistiamo a una evocazione; l’Io non è più l’osservatore per eccellenza, ma lo scrivano, la penna che registra l’evento. L’Io è ridotto sulla scena al pari delle altre figure. Centrale è invece il flusso della vita, un flusso che sostiene Jung per 15 anni, che si affianca alla normalità del suo quotidiano e gli dà ragione di essere e vita.
Le figure gli dicono dove sta andando mentre va, la sua coscienza può solo lasciar accadere. Le figure sono un insegnamento in cammino e Jung è spesso impreparato al loro messaggio e può solo scartare ciò che risulta finzione. A volte l’impresa sembra folle, disperata. L’anima è ascesa al Cielo, il dio è diventato il dio dei ranocchi. Tutto appare insensato. Ridicolo anche, fino a negare gli insegnamenti di Filemone. Jung vive una esperienza interiore che non è sua ma delle sue figure. Ciò che gli appare è intensamente personale eppure non lo è. E’ disperato. Scrive ai vecchi pazienti, chiedendo aiuto. Vuol sapere se agli altri è accaduto lo stesso. E’ passato dall’illuminazione allo scetticismo. Potrebbe fare di sé un profeta, come Eckart, come Steiner, ma non vuole vincolare nessuno alle sue visioni, non vuole assolutizzarle.
Hillman cita Gopi Krishna, che fu appagato dalla sua visione ma poi non gli piacque quando il mondo la relativizzò e non accettava che fosse messa in dubbio. Ma la tradizione protestante di Jung apre la mente al dubbio. Jung non impone le sue visioni a nessuno. Cerca di disidentificarsi dalle voci. Dice che non occorre crederle anche se sono suadenti.
Abbiamo dunque il LIBRO ROSSO con le figure e il LIBRO NERO con 1500 annotazioni, ma non è facile nemmeno correlarli. Jung scrisse il LIBRO ROSSO a mano, poi lo copiò a macchina, poi lo riscrisse a mano. Fu la sua opera più laboriosa e tormentata.
Ha scoperto una nuova facoltà: l’IMMAGINAZIONE ATTIVA, lo strumento con cui comunichiamo direttamente con l’inconscio e con essa possiamo arrivare alla nostra anima. Come dice Blake: “Le figure sono i nostri maestri. Sono loro gli abitanti delle profondità”.
Il LIBRO ROSSO non è stato capito, nemmeno dagli estimatori, per non parlare di coloro che ci videro una malattia mentale, il frutto di una psicosi. I giudizi fuori luogo dipendono dal fatto che normalmente, junghiano o no, l’uomo non ha alcuna conoscenza delle visioni, per cui anche Hillman parla di cose che non conosce. Occorre avere le capacità medianiche di Jung per capire di cosa parla, o almeno aver fatto delle esperienze allucinatorie con sostanze psicoattive in un contesto sacro. Ma non penso che questo sia stato il caso di Hillman o di Shamdasani, che dunque non sanno di cosa stanno parlando. Jung ricorda che Cristo scese tre giorni agli inferi, dunque parlò anche ai pagani. Ma in Jung c’era l’intento di accogliere tutti gli opposti, era ecumenico, nel senso di accogliere ogni fede sia pure entro una cornice cristiana. In fondo un flusso di grandi immagini è alla base Secondo Jung, provengono da una stessa matrice comune, l’inconscio collettivo. Da questo il suo interesse per le religioni comparate e lo studio di ciò che sta alla base dell’esperienza religiosa. Ma in Jung troviamo anche, come motivo costante, la spinta a ricercare la sintesi di tutti gli opposti, il dio totale come l’Abraxas dei Sette Sermoni, che raccoglie bene e male.
Col Libro Rosso Jung mostra come la sua religione sia diversa da quella di famiglia. Quando nell’intervista di John Freeman gli viene chiesto se crede in Dio, risponde: “Io non credo. Io so”. Credere implica la volontà di aderire a un oggetto esterno, implica una dualità. Sapere implica l’essere uno con l’oggetto considerato, come una verità che nasce dall’interno. Ma la sua asserzione scatenò furibonde polemiche.
Le figure irrompono in un momento preciso e drammatico della storia di Jung: la sua rottura con Freud, e in un momento tragico della storia d’Europa: la prima guerra mondiale. E’ nei momenti di grande crisi che il sacro irrompe. Jung non si pone nemmeno il problema di credere o non credere in Dio.
In quel momento finiva un mondo e ne nasceva un altro. Fiorivano le avanguardie, nell’arte, nella scienza, nell’architettura. Il mondo cambiava rapidamente. Esplode il mito del Superuomo di Nietzsche che non accetta. Mentre Nietzsche parla di ‘Crepuscolo degli dei’, reinventando il mito dell’uomo dominatore, Jung vuole rifondare il sacro.
Nel LIBRO NERO vengono analizzate le sequenze delle figure, la ragazza dai capelli rosso oro, Salomé, il serpente, Kalì.. molte ma pur sempre una cosa sola.
Il processo di individuazione è progressivo, procede verso una meta, ma Jung sa che la meta è tale in quanto non viene raggiunta.
Le tappe della sequenza sono chiamate ‘avventure’, come in un romanzo picaresco.
La sequenza è diversa dal processo. Ogni figura è finalizzata a se stessa. Le mete vanno viste come semplici indicazioni. Jung parla continuamente di via, di strada.
I due terzi dell’opera sono composti in soli 5 mesi (dall’ottobre 1913), eppure continua a lavorare al LIBRO ROSSO per quasi 16 anni.
Ogni tappa è una esperienza, senza prima né dopo. Abbiamo così una sequenza di incontri drammatici.
Il LIBRO ROSSO è stato sconvolgente per alcuni, intanto ha messo in crisi molti junghiani che avevano sistematizzato Jung a loro modo, lo avevano mummificato. Ma con quest’opera Jung usciva dalla tomba e si metteva a parlare. Questo mandava in pezzi alcuni sistema costituiti. Il fatto è che ogni junghiano ha il ‘suo’ Jung. E ora tutto questo veniva rimesso in discussione. E ciò era scandaloso. Il LIBRO ROSSO mostrava la cosmologia nascosta di Jung che non corrispondeva alle opere concettuali. Gli junghiano avevano sistematizzato Jung che odiava ogni sistema, che non pensava nemmeno che la psicoterapia fosse una scienza né che ci dovesse essere un metodo e che, quando nel ’48 fondò l’Institut non lo vide come un centro di terapia ma volto alla ricerca nell’antropologia e nel folklore. Ma l’idea degli archetipi era ormai uscita dagli studi di analisi e permeava tutto il mondo, era rilevata nei film, nelle pitture, nella letteratura, nei bambini… Gli archetipi erano ormai strumenti culturali. La funzione dell’analista si riduceva a quella di un terapeuta culturale.
Secondo Hillman, noi soffriamo quando perdiamo un significato, ma è lo stesso mondo vuoto attuale che ci fa smarrire i significati. Viviamo in una cultura povera che ignora molte parti di noi. “Siamo poveri d’anima”, come diceva Jung, e le chiese e le scienze non hanno nulla da offrire. Per questo Jung amava tanto gli incontri di Eranos, dove le più belle menti del tempo si stimolavano a vicenda. Ognuno di loro era il pioniere del suo tempo. Ognuno ricostruiva, nel suo ambito, ciò che era andato distrutto. Ognuno rifondava il mondo.
Un buon analista rigenera nel suo paziente la cultura dimenticata e l’equilibrio del mondo dipende dall’equilibrio di ognuno. Ma la cosa ha senso solo se parte dall’interno e si rivolge a una socialità totale, oltre ogni individualismo. Riesce solo se ciò che avviene nel singolo incontra qualcosa di più grande di lui. L’esperienza personale è significativa solo in quanto porta a qualcosa di collettivo. La catarsi individuale non ha senso se non è catarsi universale.
Jung usa il termine tedesco ‘Zeitgeist‘, lo spirito del tempo. Anche le fantasie personali sono valide se coincidono con lo Zeitgeist. Ed è appunto questo spirito che Jung incontra con le sue profezie sulla guerra imminente. E’ questa coincidenza con lo Zeitgeist che gli permette di sfuggire il solipsismo paranoide.
Kosmos‘ è una splendida parola greca che vuol dire ordine. E’ analogo al Dharma induista, la giustizia universale. “L’essere umano ha assolutamente bisogno di stare nel cosmo”. Se cura se stesso è per curare il mondo, per essere a servizio dell’umanità per aumentare l’ordine nel mondo per tutti. L’individuo deve essere il varco che porta all’umanità. Ma deve esserlo nel senso della totalità, senza sopprimere il sacro dentro di sé. Ecco perché per Jung la soppressione della voce dei morti, del sacro dentro e fuori di noi, è il maggior problema collettivo. Ma per poter ascoltare i morti, occorre attraversare la morte.
Il LIBRO ROSSO non chiede di essere capito, è una testimonianza. Può essere capito se c’è empatia, se il lettore ha avuto esperienze simili, altrimenti resterà un oggetto misterioso. Ci dice che Jung è sceso nel proprio profondo per recuperare la propria anima e che possiamo farlo anche noi, ma non dice come. Dobbiamo arrivare alla fonte delle nostre immagini interiori, dei nostri dei, e accettarli senza capirli, perché non è natura degli dei essere capiti, ma sapendo che attingere alle immagini archetipiche guarisce, mentre che sono le idee che ci fanno ammalare.
Le rivelazioni sono scintille che aprono vie, ci fanno capire che è bene avere un senso religioso, cioè religante, accogliente dell’intero, “l’accoglienza incondizionata”, ci suggeriscono un senso più alto e collettivo del nostro essere, ci dicono che la nostra cultura è malata e che bisogna sanarla.
Il problema dunque non è personale ma ci attraversa per manifestarsi nel collettivo.
“I morti rappresentano tutto il fardello che l‘anima porta con sé”. “La vita – come diceva Jung – è un mistero sospeso tra due misteri”. La psicologia esiste ma non riguarda me, riguarda tutti.
In effetti Jung non faceva psicoterapia, faceva assoluto. La terapia era la fase preparatoria svolta da altri, la moglie, i suoi allievi e veniva prima del suo lavoro. Prima si sbrigavano i contenuti che riguardano la storia del paziente e i suoi sintomi, poi cominciava il lavoro vero e proprio.
Jung non è succube delle figure, le osserva, le dipinge, ma conserva il proprio spirito critico. E allo stesso tempo guarda all’Io come a una finzione in un mondo di finzioni.
Quando Jung libera l’Immaginazione Attiva, lascia entrare il caos, ma non al modo di Picasso o di Joyce. Nel caos Jung vuole trovare l’ordine. I morti non ci portano in una notte oscura, hanno qualcosa da dirci sul mondo del divino, altrimenti cadremmo nella psicosi, affondando nelle esperienze straordinarie come un tossico nella sua droga, senza diventare migliore. Dobbiamo trarre la saggezza dal caos. Costruire su di esso una cosmologia. Dobbiamo trovare il nostro posto nel mondo per il mondo. In questo senso la psicologia è solo strumentale. E la cosmologia è ordine e bellezza. E’ la bellezza del mondo. Nessuna scienza può darci una cosmologia. Per questo “dobbiamo trovare un posto ai morti (cioè al sacro) per essere in grado di vivere”.
Come dice Eraclito: “Con gli occhi aperti tocchiamo il morto, con gli occhi chiusi tocchiamo il vivo”.
La nostra cultura ha sotterrato tutto ciò che riguarda la storia dell’anima. Occorre ritrovarlo di nuovo. Le immagini che ci appaiono durante la meditazione o le trance psicotrope non vengono dalle esperienze della nostra vita, vengono dall’altrove.
Quelli che ci sembrano vivi sono solo una parte del totale.
Ricordiamo che a 69 anni Jung ebbe un infarto, fu dichiarato morto, poi tornò in vita, ebbe esperienze fuori del corpo, disse di essere tornato “a quella famiglia di anime a cui era sempre appartenuto”. Le cose che ci sembrano reali sono solo una parte della realtà. L’esperienza di pre-morte cambiò totalmente Jung, cambiò la sua concezione della vita e della morte, aprì lo spazio a un continuum più grande.
La cultura tibetana insegna a vivere la vita come un preludio alla morte, perché la vita è solo un frammento di un insieme più grande: “C’è come un senso di sospensione tra due misteri che relativizza la vita”.
Prima e dopo questa esistenza che molti ritengono unica ci sono tempi infiniti, serie di vite, di cui non sappiamo nulla, salvo che ne serbiamo sporadici ricordi, ma noi apparteniamo anche a tutte quelle esistenze e al loro scopo. In qualche modo la vita attuale è una parentesi relativa, all’interno di un flusso più grande. Chi ha queste riflessioni vive la vita in un modo diverso. Passa dall’assoluto al transitorio.
Avere una prospettiva più ampia non vuol dire perdere il senso della propria vita, ma anzi acquistarne uno più profondo.
Ciò non significa necessariamente acquisire un ordine razionale, ma adeguarsi a un ordine esistente, senza sapere cosa sia e perché sia come è. E’ la risposta che l’artista ha di fronte alla bellezza, non cerca spiegazioni. Contempla.
Nel LIBRO ROSSO Jung evita il linguaggio concettuale perché esso non sarebbe in grado di racchiudere il linguaggio dell’anima, non è capace di evocare i contenuti emozionali. Esso presenta la sua catarsi come faceva il teatro greco. Occorre apprezzare la vita, accogliere il mondo, accettare l’esistenza in tutte le sue forme nel bene e nel male. S. Agostino diceva: “Tutto comprendere è tutto perdonare”.
Non è come Hegel “Il reale è razionale”. Il reale è anche irrazionale. Il mistero è appunto la presenza dell’irrazionale nel mondo. Dobbiamo accettare tutto, anche la follia. Ciò che conta non è il reale ma il modo con cui lo vediamo. Etica è non scansare nulla.
Le statue degli dei sono state rovesciate con violenza. Occorre restaurarle. Dobbiamo ridimensionare l’Io di fronte alla contemplazione dell’ampiezza della vita, scrivere una psicologia che tocchi l’anima, usare tutto il pianoforte esistenziale, non una tastiera ridotta al concettuale.
Un tempo era la psicologia a interessarsi dell’essere umano, oggi la psicologia si affianca alla letteratura, all’arte, ma la psicologia da studio della psiche deve trasformarsi in generazione d’anima. Ovviamente questo non vale per tutti. Milioni di persone non sanno nemmeno di averla, un’anima, e neppure un inconscio. L’inconscio è una scoperta del tutto occidentale. Le religioni hanno scavalcato il problema offrendoci la fede, cioè l’adesione a una credenza, in cui le immagini sono state profanate. Le varie psicologie occidentali, per altro verso, hanno tentato di minimizzare l’uomo, eliminando il mistero.
La strada di Jung, dunque, è una strada religiosa, anche se non coincide con nessuna delle religioni ufficiali.
Jung torna al Cristianesimo primitivo, agli Gnostici, ma nemmeno questo lo interessa. Lo interessa l’istinto religioso. Non a caso tra tutti i dottori della Chiesa sceglie S. Agostino.
Al termine del libro, Cristo dice: “Io ti porto la bellezza della sofferenza”. Questo è il Cristo dell’accettazione. L’accoglienza incondizionata. La ricerca dell’anima porta al Cristo come grande pacificatore. Jung ha accettato tutte le differenze per giungere al Cristo che unifica tutte le differenze, il Cristo totale.
E’ assurdo accettare anche l’errore”, ma Cristo esige proprio questo“.
Il sacerdote che celebrò il funerale di Jung disse che era eretico. Io credo, invece, che Jung sia stato una delle figure più religiose del nostro tempo.


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1) Sonu Shamdasani (Singapore, 1962) è uno scrittore e storico inglese operante presso il Centre for the History of Medicine dell’University College London. Le sue opere vertono sulla storia della psichiatria e della psicologia dalla metà del XIX secolo ai nostri giorni. Ha curato la pubblicazione dell’atteso LIBRO ROSSO scritto da Carl Jung fra il 1914 ed il 1930. È cofondatore ed editor generale della Philemon Foundation, un’organizzazione costituita allo scopo di promuovere una nuova edizione storico-critica delle opere complete di Jung, comprensiva anche di tutti i testi (manoscritti, seminari, carteggi) ancora inediti.

James Hillman (Atlantic City, 12 aprile 1926 – Thompson, 27 ottobre 2011) è stato uno psicoanalista, saggista e filosofo statunitense. Portò avanti una psicologia archetipica.
Considerava gli archetipi “i modelli più profondi del funzionamento psichico, come le radici dell’anima che governano le prospettive attraverso cui vediamo noi stessi e il mondo; le immagini assiomatiche a cui ritornano continuamente la vita psichica e le teorie che formuliamo su di essa.” Essi possono essere raggiunti anche attraverso l’analisi dei sogni, il cui “mondo infero” ci ricollega alle “ombre universali” dell’inconscio collettivo. Hillman considera l’anima la base del mito e studia le sue manifestazioni nella società moderna. Un flusso di immagini è alla base di qualunque religione.
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http://masadaweb.org

5 commenti »

  1. L’ha ribloggato su Domodamae ha commentato:
    Molto interessante questo articolo di Viviana Vivarelli che vi proponiamo.

    Commento di samina — febbraio 4, 2015 @ 6:01 pm | Rispondi

  2. Cara Viviana è da molto tempo che desidero comprarmi il Libro Rosso di jung..e leggere questo tuo articolo mi ha gratificato ed incuriosita ancora di piu’….sono anch’io nel Tempo di Saturno ,fra poco il Saturno di transito si congiungera’ col mio Saturno Natale ,e gia’ sto vedendo le prime avvisaglie di un’apertura verso la Morte come guarigione dell’Anima ….chiaramente una Morte simbolica alla quale mi sto preparando con grande rispetto verso me stessa …le tue Parole ..leggere quello che scrivi mi sta accompagnando verso una presa di Coscienza notevole …sono Nettare …ti ringrazio veramente ..non è facile trovare qualcuno cosi’ lontano eppur cosi’ vicino a quella che senti essere la tua vera Essenza …Grazie di Esserci
    Emanuela

    Commento di MasadaAdmin — febbraio 4, 2015 @ 8:08 pm | Rispondi

  3. ciao Viviana,
    come sempre molto bello, toccante ed interessante il tuo scritto… ma mi permetto un appunto: inizi chiedendoti cosa possano capire i lettori se non hanno avuto esperienze analoghe a quelle avute da Jung e di cui tu poi parli diffusamente nel testo. Mah, perdonami, mi pare un pochino presuntuosa questa affermazione ed in fondo in contrasto con quello in cui tu credi (perchè nei hai fatto ampiamente esperienza) e in cui credo anche io. Tutti facciamo esperienze simili: poi magari non ne parliamo o non ci soffermiamo con la coscienza a rifletterci, non le espandiamo, non le interroghiamo, le limitiamo insomma. credo che chiunque sia in grado di sentire le immagini del Libro Rosso: sì, non le capisce, ma le sente, ne viene toccato, colpito. Anzi, è più diretta quell’esperienza lì dei commenti che si fanno del testo o delle immagini. Credo che siano più capaci i non addetti ai lavori di noi che facciamo questo mestiere, e ci dobbiamo confrontare magari con l’invidia o l’hybris… per esempio ad una serata ho incontrato la traduttrice italiana: al termine del suo orgoglioso discorso le ho chiesto come si era fatta guidare dalle immagini nel suo lavoro. Risposta: ” Non le ho considerate”… per questo penso che tutti siano in grado di fare esperienza di quanto tu ci racconti, guardando le immagini del Libro. Certo, se sono disposti a lasciarsi toccare…
    Ti invio un caro abbraccio…
    barbara alessio

    Commento di barbara alessio — febbraio 9, 2015 @ 10:26 am | Rispondi

  4. Cara Barbara
    non voglio togliere niente a nessuno, ma da quando ho fatto esperienza dell’ayahuasca le mie visioni si sono situate in una scala molto vasta che ha al primo punto le visualizzazioni, poi, salendo, le immagini dei sogni, poi le allucinazioni casuali e infine l’esplosione delle allucinazioni mistiche dovute ad allucinogeni in un contesto sacro, e queste ultime hanno talmente cambiato la mia scala di valori da lasciare sullo sfondo tutte le esperienze precedenti. Credo pertanto che la qualità e l’altezza delle immagini ricevute da Jung sia molto al di sopra di quanto una persona di media esperienza possa immaginare, ipotizzo che sia al di sopra delle esperienze che hanno fatto parte della vita di Hillman come di Shamdasani e traggo questa ipotesi proprio dal modo con cui ne parlano. Magari mi sbaglio ma il modo superficiale con cui ne parlano mi fa venire questa idea. Non ci sono ‘addetti ai lavori’ quando si parla del sacro. Ci sono ‘rivelazioni’. E chi ne ha avute non è in grado di trasmetterle a chi non ne ha mai avute. Volevo dire solo questo, senza togliere possibilità o capacità a nessuno. E poiché il sacro ti visita per un incredibile atto di grazia, che non dipende nemmeno da ciò che tu sei o tu vuoi, mettere in campo categorie come l’invidia, la presunzione o simili mi sembra piuttosto inadeguato. C’è solo una scala di valori in cui di botto si passa dall’umano al sovrumano. Poi pensa come credi. Far scendere il sacro a un campo di mediocri valutazioni psicologiche vuol dire non conoscerlo come esperienze diretta, altrimenti si capirebbe la venerazione e lo sbigottimento che suscita. Hillman e Shamdsani mi sono sembrati inadeguati a tanto argomento, comunque li ho letti con interesse e ho cercato di riassumerli lo stesso. Ho fatto del mio meglio, raccogliendo le frasi migliori e più belle col massimo rispetto per i due autori.
    Ma credo che Jung sia un’altra cosa
    saluti
    viviana

    Commento di MasadaAdmin — febbraio 9, 2015 @ 1:24 pm | Rispondi

    • mhm, sì, forse adesso ho capito meglio cosa intendi. Infatti non tutti possono stare al livello esoterico, che rimane segreto e faticosamente limitato alla via iniziatica. Non tutti possono reggerlo: se ne parli a questo livello sono d’accordo. Non tutti sopportano la rivelazione del sacro. E credo anche io che Jung sia stato “oltre” e ci parli di un “oltre”. E che chi lo commenta non consideri questo livello, e lo appiattisca nella dimensione del quotidiano e del funzionamento psicologico, mentre appartiene proprio ad un altro funzionamento. Tuttavia… non so… penso che le sue immagini permettano a tutti di intuire, se non sono troppo accecati dalla razionalità o da altro. Almeno intuire… sai che mio figlio piccolo, per esempio, dice delle cose guardando le immagini che mi hanno basito. Non so… io lavoro in psichiatria e anche alcuni pazienti mi lasciano interdetta. Ma mi è capitato anche con umili persone che semplicemente transitavano dal mio studio. Mi dici qualcosa su cosa pensi dell’uso delle immagini in quanto apertura al sacro? So che è metodo mediato, nulla di paragonabile ai rituali di cui tu ci hai parlato… ma da un po’ penso che sia una via, una via protetta, che permette solo di intuire, ma che concorre a spalancare la coscienza sull’altrove.
      grazie di tutto, sei un’interlocutrice rara e preziosa.

      Commento di barbara alessio — febbraio 12, 2015 @ 12:01 pm | Rispondi


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