Nuovo Masada

ottobre 1, 2014

MASADA n° 1577 1-10-2014 ROMANZO. UNA SECONDA POSSIBILITA’-CAPITOLO 20

Filed under: Masada — MasadaAdmin @ 5:44 pm

Viviana Vivarelli

Perdere e ritrovare la speranza- Combattere la depressione- Uccidere la morte e riaccendere la luce- Cambiare l’Io con un Noi

Ci vuole molta vita per vivere la vita” (detto da una centenaria)

In questo ritrovarci
nell’assenza
saremo
ancora vicini,
saremo noi.
Danzando,
per altri pianeti
.”

Mandragora51

Come il serpente cambia la sua pelle, noi dobbiamo ogni tanto cambiare la nostra veste. E’ la vita che ci impone di abbandonare quello che abbiamo e quello che siamo per diventare ciò che non siamo ancora e trovare qualcosa che ancora non abbiamo. Ma c’è un momento tra la vecchia pelle e quella nuova dove tutto trema, dove siamo nudi, senza pelle, rosei e vulnerabili. Quel momento non è rimandabile perché fa parte dell’intero e senza di esso nulla può avvenire. Ma in quel momento possiamo essere feriti anche da una piccola cosa, come fossimo oltremodo indifesi e attaccabili, e in quel punto fragile dello spazio la depressione può insinuarsi, come un mostro subdolo e astuto, e impedire per sempre la nostra evoluzione futura. Con che si difenderà il soldato che viene attaccato proditoriamente quando ha messo a terra le sue difese e il suo corpo è tenero e nudo offerto al lambire dei venti? C’è una situazione topica di cui parla Jung, che viene chiamata ‘il guado’. Il guado è quel punto del fiume tra una sponda vecchia e una nuova, quando la carovana è in mezzo a una corrente bassa ma insidiosa e tutto è a rischio e i carri si muovono con difficoltà sul fondo invisibile e insidioso, la corrente rischia di travolgerli, le ruote stanno per incagliarsi o spezzarsi, tutto trema ed è in pericolo. La sponda vecchia è alle spalle. Bastano pochi metri e tutti saranno in salvo sulla sponda nuova. Ma è esattamente in quel momento che il nemico li assale.

Ho estratto una runa, si chiama OTHILA, è la separazione.
Dice la mantica:
Questo è il momento delle separazioni. Dovete spogliarvi della vecchia pelle ed eliminare tutto ciò che è stagnante. Quando compare questa runa, è il segno che dovete rinnovarvi. Nel ciclo dell’iniziazione, questa è una runa di perentoria rottura. Non potete far altro che accettare la sorte e sottomettervi. I benefici e i beni che state per ricevere saranno la conseguenza di qualcosa a cui dovrete rinunciare. Questa rinuncia può essere molto dolorosa perché riguarda un aspetto culturale a cui tenete molto. Dovrete perciò considerare con la massima attenzione quello che fino a ora avete sempre considerato un vostro orgoglioso diritto. Questa separazione potrebbe riguardare il vostro lavoro e il vostro prestigio sociale ma non abbiate paura, dopo sarete più liberi e in grado di diventare veramente voi stessi.

Ha suonato il citofono, era Roberto, l’amministratore condominiale di prima, un giovane brillante e anche bello ed elegante, molto simpatico e cordiale, che ha dovuto interrompere il suo lavoro e ha visto anche franare la sua famiglia, perché una malattia ha stroncato la sua energia riducendolo a un vegetale incapace di alzarsi dal letto e di prendere in collo i suoi bambini, finché la moglie se ne è andata coi figli e lo ha lasciato solo, perché non tutte accettano di stare vicine a un vegetale, sia pure dotato della capacità di amare e di soffrire, non tutte accettano di passare la vita vicino a qualcuno che non gode dell’interezza della vita.
Non lo sentivo da tempo, era grande amico di mio marito, facevano lunghe chiacchierate insieme attorno a un bicchiere di vino, anche quando si stava riprendendo dalla terribile malattia, tutti adoravano mio marito che riusciva ad accogliere confidenze incredibili da uomini che non si erano aperti con nessun altro e sa il cielo se per un uomo sia difficile aprirsi, era per loro l’amico che non dice mai di no, che ascolta ed aiuta, quella cosa che con me non sapeva fare mai. Non so come stia adesso Roberto e non voglio saperlo. Ha suonato al citofono e chiesto di mio marito e io ho detto rigida come un sasso: ”E’ morto da due anni”. Punto. Siamo rimasti tutti e due muti. Poi io ho salutato. Non ho avuto il coraggio di farlo salire, di rievocare con lui cose strazianti. Di sapere altre cose strazianti sulla sua difficile storia. Semplicemente non potevo. Ci sono dei limiti dopo cui si dice: “Basta. Vade retro. Caput. Da qui in poi io non ci sono”. Dopo, sono rimasta con lo stomaco o rovescio, come quando si fa qualcosa di tremendo, pur sapendo che, se potessimo riavvolgere il nastro, rifaremmo esattamente quello che abbiamo fatto.
Noi vorremmo che la nostra vita fosse un bellissimo film dove tutte le sequenze sono in armonia e tracciano una bellissima storia. Ma ci sono dei giorni in cui la disarmonia regna sovrana. Non c’è musica di sottofondo. Le scene emozionanti sono state tagliate. Un vento gelido ha invertito le pagine così che il senso è scomparso. Gli attori sbagliano le battute. Noi stessi abbiamo dimenticato la parte. Anche se l’immagine è scontata, piove sui nostri cuori ma siamo senza ombrello e una immagine migliore proprio non mi viene. Il film, diciamo, è una cagata. Ma ci tocca andare avanti lo stesso. E a quel punto ogni costrizione ulteriore, fosse anche ascoltare la tragica storia di uno che era amico di qualcuno di famiglia e ha una storia altrettanto triste diventa insormontabile, e non vogliamo proprio rievocare storie di agonie, perché per quella vita a quel punto, o per quel che resta, non ce la facciamo più.

Non ho paura di morire. Ho paura di smettere di vivere.
Ho voluto fare la storia del mio paranormale per sfuggire alla mia vita normale. Ma in qualche modo questo bilancio, una voce dopo l’altra, è stato come un congedo che mi ha lasciato più povera di prima, come se ogni contenuto di cui parlavo se ne andasse subito dopo, mi abbandonasse, andasse a far parte di un passato ormai morto da gettare in discarica.
Piano piano, temo di aver cominciato a perdermi e la nuova me non si vede a nessun orizzonte. Dopo il trauma terribile, ho cercato di fare tutto come un tempo, di ricominciare i miei corsi, di riprendere i miei comportamenti, di riallacciare le mie amicizie, di realizzare una più compiuta libertà, di diventare padrona di me stessa… Ma la morte di mio marito e l’essere rimasta sola mi hanno cambiata più di quanto credessi. Questi anni di lotta contro la sua malattia e di risistemazione della mia vita dopo di lui non sono stati senza prezzo. Mi sento improvvisamente fragile come un calice a stello, sottilissimo, come se rischiassi di colpo di andare in pezzi. E’ come se con lui se ne fosse andato l’albero maestro della mia barca, lo scopo della mia vita, il mio senso e la mia direzione, il mio porto sicuro. Ho sempre combattuto con la sua energia imperiosa e prevaricante, credevo che lui, come mio padre, fosse il mio impedimento e la mia lotta, invece era quello che mi dava un significato e un valore. Non si può vivere solo per se stessi. So di una amica che è andata a riprendere il vecchio padre al pensionato per riportarselo a casa, per avere qualcuno con cui cenare e parlare la sera. Ma la futilità del tutto è che ciò che mi ha fatto andare in frantumi non è stata la tragedia in cui sono stata immersa per sei anni ma è stata una stupida e insignificante sciocchezza, sono state delle critiche immeritate che hanno ferito il mio orgoglio di insegnante. Per la prima volta, dopo una vita passata a riscuotere, coi miei corsi, consensi ed affetto (e la mia casa è piena dei segni di stima e tutti i miei più cari amici sono ex allievi rimasti vicini a me nella mia vita), ecco che in questo mio ultimo corso le mie lezioni hanno ricevuto commenti negativi, e per me è stata una spiacevole novità e la cosa mi ha stroncata più di quanto dovesse e mi ha fatto perdere la voglia di continuare, proprio nell’attività che sento più mia e in cui ho avuto sempre la mia realizzazione migliore, ma non sono abituata all’insuccesso, a parole di noia, a rifiuti, e questi commenti negativi e un po’ maleducati di adesso hanno toccato un mio punto narcisistico di debolezza e hanno avuto su di me un immediato effetto distruttivo. Dunque dovrei smettere di insegnare? Ma se smetto di insegnare, cosa sono?
Ecco che, per la prima volta, dopo sei anni convulsi, mi trovo lunghissime giornate vuote che non so come riempire ma in cui nulla vale la pena di essere fatto o sembra potermi dare successo o procurarmi piacere. Per la prima volta mi sono ritrovata sdraiata per ore davanti al televisore per riempire un mondo diventato improvvisamente vuoto e privo di senso.
Come fosse una droga, i film che mi intrigano mi tolgono dal mio mondo, mi fanno sognare per un po’ vite diverse, mi fanno esulare dal mio senso perduto. Ma non avere più una persona da amare e per cui vivere, è terribile. Un uomo forse può farcela perché punta la sua realizzazione anche su altre carte: lo sport, la lotta, il successo, il danaro, il sesso… Ma per una donna essere privata di una persona da amare è fuori dalla possibilità di concepire la vita.
La solitudine non è essere soli, è non avere più qualcuno per cui vivere. E io non mi ero mai accorta che nel mio universo lui contasse così tanto. Se avessi i nipotini vicino, mi darebbero sicuramente nuova vita, mi sentirei di nuovo utile e necessaria, ma crescono lontano, a Londra e quando li vedo, ogni due mesi, per pochi giorni, è tutta una gimkana frenetica in cui non riesco nemmeno a godermeli, ci sono sempre troppe cose da fare, loro hanno sempre troppi impegni fuori casa, non c’è mai abbastanza spazio per ritrovarci, mia figlia mi sente come una estranea, una intrusa, una che irrompe da fuori in una routine che non mi prevede, così che io sono solo una figura fugace che porta loro un sacco di doni ogni tanto, come una specie di saltuario Babbo Natale, ma non partecipo del loro crescere, delle loro scoperte, del loro andare incontro alla vita. Io non sono necessaria per loro. Li lascio sempre sfinita, come uno che si sia seduto affamato a una tavola imbandita senza poter nemmeno assaggiare nulla, e, dopo, mi sento ancora più affamata.
So che non devo pensare questi pensieri. Del resto sono stata brava finora e ho resistito alla tentazione di cedere alla tristezza. Non ho celebrato nessun lutto. Non sono caduta in nessuna depressione. Ho continuato a darmi da fare al limite delle mie possibilità ed, essendo sola, ho affrontato da sola tutti i problemi della successione, del dopo morte, della nuova sistemazione della mia vita, della vendita di tutto ciò che avevamo, del cambiamento enorme di tutto, e sa il cielo che di problemi e pratiche ne ho dovuti affrontare con banche, burocrazia, aziende, ospedali, condomini, artigiani acquirenti…. Ma il bisogno aguzza l’ingegno e quello che non si è mai fatto si può imparare a farlo alla svelta sotto l’urto della necessità. Il fatto è che, quando mio marito si è ammalato, erano già tre anni che non uscivo di casa e vivevo come una invalida, rilasciando tutto a lui. Con lui bloccato in un letto, ho dovuto svilupparmi di colpo, e dover affrontare tanti problemi nuovi e per me enormi mi ha sveltito, ha sanato la mia schiena e le mie gambe, mi ha dato un vigore e una lucidità nuove, mi ha insegnato ad affrontare sanità, burocrazia, società, stato.. Direi che me la sono scavata in tutto e meglio di quello che avevano temuto i comuni conoscenti che pensavano che ero brava solo per i pensieri teorici ma non per la vita pratica. In qualche modo affrontare e risolvere tanti problemi contingenti mi ha fatto bene alla salute e mi ha rimessa al mondo. Ma poi ho sperato di ricostruire la mia vita come era prima della malattia di mio marito, amicizie, lavoro, svaghi, necessità e oggi vedo improvvisamente che questo non è più possibile. Sono cambiata io. E’ cambiato il mondo. L’orizzonte non è più quello di un continente conosciuto. Non ho più la mappa o le carte geografiche che offro sono incomprensibili agli indigeni. E’ come se avessi fatto un salto non di pochi anni ma di secoli. Sono tornata nel mondo ma non ho trovato più il mondo che conoscevo. Tutto è peggiorato. Si è deteriorato. Non c’è più lavoro. Non ci sono più interessi. Non c’è più gentilezza. Non c’è più amicizia. Non c’è più cultura. Il mondo si è improvvisamente rotto e io non sono più di moda, sono diventata di colpo un vecchio relitto, come se mille anni mi avessero coperto con una patina che io non vedo ma da cui lancio piagnucolii che nessuno capisce. E allora, di fronte al nuovo fronte di vita, nel mondo fatto di colpo estraneo, con i miei 72 anni che vorranno anch’essi pur dire qualcosa, dopo questi sei anni di lotta e di grinta anche immotivata, anche eccessivamente aggressiva, le mie energie di colpo hanno ceduto.
So che non è salutare avere pensieri negativi, so che non serve a niente, e che è facile lasciarsi andare alla depressione come sprofondare in un pozzo profondo. So che si deve occupare la propria vita immediatamente con qualcosa di utile ed estroverso e sociale da accendere immediatamente appena il buio si avvicina. Ma di colpo mi sono sentita così stanca. E forse quello svenimento improvviso durato sette ore era solo un allarme, un tentativo di fuga dal reale.
Come ha detto la mia Sofia di sei anni quando è andata alla grande manifestazione nel centro di Londra per il cambio climatico, col suo bravo cartello di protesta: “C’era tanta gente ma io ero così piccola!” Così mi sono mi sono sentita di colpo anch’io, tanto piccola davanti alla vita, come se fosse diventata una montagna altissima che mi sovrastava e che io non ho più la forza e la voglia di scalare.

Stasera ho visto un film bellissimo, messo insieme da Salvatores: “Italy on a day”, tanti Italiani in un giorno. E’ un collage incredibile di tanti pezzettini di video mandati da italiani che vivono ovunque e che descrivono la loro giornata dall’alba al tramonto, un collage di piccoli pezzi di vita, con tanti bambini, tante storie che si intravedono, tanto cuore. Mi ha commosso profondamente, come nella visione di Gianluigi sul “mondo visto da Dio”, quell’umanità viva, pulsante, tenera a patetica, un film costruito partendo da 45.000 video girati da sconosciuti che hanno risposto all’invito del regista e hanno offerto l’immagine di un’Italia sofferente, emozionale, amorosa, piena di speranza, con un senso poeticissimo di amore per la vita e di amore per la bellezza. Tutte quelle vite, tutta quella vita mi hanno strappato il cuore, commovendomi profondamente. Il mio cuore riprendeva l’ombrello. E non pioveva nemmeno. E’ come se avessi perso il senso di essere una persona e tutte quelle persone che dormivano, si svegliavano, si lavavano i denti, abbracciavano i loro bambini, curavano i loro anziani, spegnevano le loro candeline, lavoravano o erano lontane dalla loro patria o filmavano le cose belle che avevano davanti, mi avessero reso il senso della preziosità della vita, in ognuno dei suoi momenti, in ognuna di queste persone.
Quella preziosità io temo di buttarla via. Quella preziosità io temo di perderla, e, se succedesse, non avrei più il tempo di recuperarla. Se mi ammalassi di tristezza, non avrei più tempo per guarire.
Lo so che la morte può essere vicina anche se si hanno vent’anni, ma averne 72 fa capire in modo acuto che non c’è più molto tempo per godere, per amare, per stimare la vita. E la depressione è l’affronto più grave che possiamo fare all’universo e che possiamo fare anche a noi stessi. Non un solo attimo deve essere perduto. Non una sola stilla di vita deve essere buttata.
Capisco anche meglio di quando ho iniziato questo libro che il piacere delle piccole cose deve tornare e che ogni ora della giornata è sacra, come nel film di Salvatores, quando apriamo gli occhi al mattino, quando ci laviamo i denti, quando guardiamo il cielo o l’erba, quando sorridiamo a un bambino, quando ci diciamo che ci vogliamo bene. Noi dobbiamo impastare d’amore ogni più piccolo atto.
Anche se a volte è difficile.
Ma, mentre facevo questi faticosi pensieri, skape ha suonato ed erano i miei bambini da Londra, molto indaffarati a spiegarmi che a fine ottobre verranno con mamie a Bologna e che sarebbe stato Halloween, festa molto celebrata a Londra, ma loro non se la volevano perdere e la volevano festeggiare anche a Bologna, per cui dovevo darmi da fare per preparare il loro Halloween, avvertire i vicini che sarebbero passati vestiti da mostri a chiedere loro dolcetto o scherzetto, ad addobbare la casa con festoni e zucche, ad ospitare altri amichetti italo-inglesi di Bologna, a preparare una merenda orrendissima di cose che fingevano di essere torte di fango (cioccolata), dita di morti (cannoli), panini al sangue (pommarola) con denti di morto (mandorle). E Sofia mi ha fatto vedere almeno tre volte un grande cartello scritto da lei con le parole HALLOWEEN HA HA HA, che doveva essere assolutamente portato in giro. E mi ha dettato l’elenco delle cose che dovevano essere fatte ASSOLUTAMENTE!
Mia figlia si è accorta che io ero proprio in buca, e allora ha incoraggiato i bambini a dire alla nonna che le vogliono tanto bene, e loro si sono messi a strillare su comando il loro affetto e mi hanno abbracciata e baciata sul video del pc, e così la mia depressione è volata via.
Beh non è divertente? Io penso alla morte e i miei bambini, che il Cielo li benedica, mi chiamano per farmi festeggiare Halloween, la festa dei morti! E così mi ritrovo a dover pensare alla festa della morte come se fosse la festa del mio cuore che rivive ancora.
Dolcetto o scherzetto?

Uno strano miscuglio di morte e vita è la vita
E noi celebriamo la morte
E sotterriamo la vita
E dovremmo celebrare la vita
E sotterrare la morte

.
Notte buia notte scura
ora devi aver paura!
Notte buia di spavento
fuori soffia forte il vento!
Sulle ali di un pipistrello
io ti succhierò il cervello…
Coi denti di barracuda
mangerò la tua carne cruda,
con le spire di un pitone,
io ti mangio in un sol boccone.
Mentre serpi e sanguisughe
ti faran venire le rughe,
Se ti mordono i serpenti
ti verrà il mal di denti…
E coi morsi degli scorpioni
ti verranno dei bubboni.

I mostri esistono. Oh, se esistono! Siamo pieni di mostri! Si insinuano non desiderati, ci occupano come solo sanno fare le presenze mostruose. Si sentono i nostri padroni. Non dobbiamo permetterglielo. Dobbiamo solo cacciarli via.
Quante volte in passato ho permesso alla depressione di invadere il mio territorio! E quanto orrendi sono stati i sette anni che ho passato a Pavia sempre preda di quell’arpia che mi afferrava alla nuca con le sue grinfie artigliate e non mi permetteva di andare da nessuna parte, non di permetteva di fare nulla, di amare qualcosa, di volere qualcosa, irrigidendomi in una inerzia mortale e oggi l’ho sentito di nuovo il vento che mi soffiava dietro l’orecchio come una presenza malvagia, cercando di stringermi a sé. Il mostro l’ho vinto quando ero più giovane, ma la lotta è stata lunga, è durata sette anni. Ora non avrei nemmeno così tanto tempo. Un’altra depressione semplicemente non posso permettermela.
Qualche sera fa, per la prima volta, dopo 19 mesi dalla morte di mio marito, mi è sembrato che lui se ne fosse andato e che in casa ci fosse un pericolo. Ho sentito la casa come una caverna vuota, senza più il suo protettore. L’ho chiamato ma non ha risposto. Non sempre possono rispondere i morti. E allora di colpo mi sono sentita abbandonata, come se lui fosse morto davvero, come se mi avesse abbandonata del tutto. Ho sempre pensato che l’energia di mio marito mi proteggesse dal male, da vivo e da morto, ma per la prima volta mi sono sentita una terra desolata.
Ma il buio non è fuori di noi, ci arriva dentro e se si insedia tutto è perduto.
Noi questo non lo permetteremo.
Se nel nostro compito esistenziale c’era anche la lotta contro la depressione, dobbiamo considerare questa lotta come il nostro compito primario e uscirne vincitori.
Non è lecito lasciarsi andare quando milioni di persone stanno molto peggio di noi, e vivono faticosamente e combattono con tutte le loro forze e amano anche quando sembra ci sia molto poco di bello da amare e cercano con tutti loro stessi di guardare al meglio, di esaltare ogni piccola cosa delle loro giornate, perché quel che ci fa grandi non sono i regali della vita quanto quello che alla vita noi riusciamo a dare.
Ed è pensando a questo che voglio farvi leggere quello che mi ha scritto Miriam, quando la sua bambina è stata male.
.
La possibilità dell’amore – Noi

Vorrei condividere con te uno spaccato di vita.
Alla mia piccola si sono gonfiati dei linfonodi nel collo.
Siamo corsi al pronto soccorso .
Qui sotto quello che ho vissuto la notte.
In ospedale.
Bologna, ospedale pediatrico Gozzadini 9 Settembre 2014
Le due e mezza.
La porta scorrevole si apre al mio passaggio, compiacente. La pioggia batte e dispettosa una goccia spegne una sigaretta ormai vissuta. La bocca dell’uomo si ritrae. Lei ride.
Mi accendo una sigaretta anch’io e assaporo il tabacco .. Aspiro lungamente e non so se sia senso di libertà o di dipendenza, ma mi piace. Lui abbraccia lei e lei ride. Ride con tutto, anche con le scarpe. Lui. Lei.
Un uomo. Una donna.
Un marito. Una moglie.
Un padre. Una madre.
Non so ancora il perché ma guardandoli sento di capire il vero senso della parola “NOI”.
Ci sorridiamo a vicenda. Un triangolo di forza e mistero. Di silente complicità.
Non mi ricordo come ma mi ritrovo in mezzo a loro. A parlare di quanto lui fosse bravo fino a tre anni fa a ricordare tutti i numeri della rubrica del cellulare a memoria. Un vero talento. Sì, perché in tanti si ricordano i numeri di telefono a memoria ma nessuno ne parla con quella luce. E lei lo ama…. Ohhh sì!! E quanto! E’ il suo campione. E diventa un po’ anche il mio. Per un attimo.
Continua a battere insistente quella pioggia così pesante. Pesante come la realtà di quell’uomo e quella donna, di quel ” NOI” infinito.
Pesante come la condanna della loro creatura. Tre anni.
Non può mangiare e non può deglutire. Per venticinque volte le mani di un Cristo fattosi carne le hanno salvato la vita. Venticinque vite. E ha solo tre anni!
Ma ha un “NOI” così vicino e potente che anche la morte si vergognerebbe.
Quei due, quel”NOI” stanotte entravano e uscivano dalla stanza mia e di mia figlia.
Entravano come la luce. In silenzio, delicatamente, come se quella stanza fosse una chiesa. Mi accarezzavano, quei due. Mi dicevano parole così belle che nessun filosofo potrebbe competere.
Mi prendono la mano. Me la tengono stretta. O forse sono io che gliele stringo.
Mi parlano di Altamura, dove vivevano fino a tre anni fa. E mi viene subito in mente l’odore del pane.
Vivono in camper perché non possono permettersi il lusso di una camera in affitto. Lui, quando non e’ in ospedale con la sua creatura, consegna pizze…ma non si ricorda più i numeri della rubrica del suo cellulare a memoria.
Lei gioca ad impastare un pane che non conosce più, con la sua vita.
Grazie Lorenzo.
Grazie Miriam
Abbiamo solo il nome in comune…. tu sei meravigliosamente migliore di me.
L’unica cosa da dire e ribadire è il coraggio. Che non è vero che si diventa per forza cattivi dentro ad una esperienza simile. E nemmeno deboli, data la forza che ho visto con i miei occhi. Che si puoi essere altruisti e generosi pur non avendo nulla, ma in quel nulla avere tutto quello che cerchiamo disperatamente.

La depressione potrà prenderci sempre se siano un io
ma non potrà toccarci mai se diventiamo un noi.

Cara Miriam….

Ci sono persone
che guardi appena per pudore
e sei tutta avvolta da una cara
fragranza
come se l’anima entrasse
nel palmo di una mano
Dolce sorriso
occhi cari e profondi
Siano benedetti i fati
che ti hanno portato sulla mia strada
Il cielo è azzurro
l’ala della colomba
trema appena nel sole.”

Viviana

La notte tra un tempo consunto
E un tempo nuovo che arriva
Ho fatto un sogno
Una maestra in cattedra
E tanti pennarelli
Di tanti colori
Poi di colpo quei colori erano solo nero
Nero di macchia che macchiava
La cattedra
I vestiti, il collo, le mani, i bordi, le essenze
Macchie nere che deturpavano ogni cosa che vedevo
Che esplodevano nei luoghi più impensati
In un mondo che si colorava tutto di nero
Ma avevo dell’ovatta e un liquido
Magico
Non era così difficile da pulire e asciugare quel nero
Quelle macchie
Venivano via se solo si strofinava tutti insieme
Con cura e allegria
Tentava il nero di riemergere
Come sua natura
Tentava e tentava
Ma tutti insieme si strofinava e puliva e asciugava
Con allegria e costanza
Ridendo delle macchie nuove che affioravano
Senza mai dar loro vittoria
E il mondo tornava lindo
Come per sempre dovrebbe essere
Il mondo tornava ad essere bellissimo
Come da sempre dovrebbe essere

Viviana

fragilità

quando proprio non ne posso più
e ho provato tutte le strade
ma troppe si affollano le ombre
l’angelo è l’ultima chance
che temo e sfuggo
proprio in bordo al pianto:
“La tua fragilità ti conduce
sempre uguale
dopo che credi di essere di ferro
e spezzi gli altri con finta sicurezza
L’onda ti si ritorce sempre contro
per provare che sei inconsistente
e debole
Come un’eco
lo smarrimento è la contro faccia
dell’arroganza
della fretta ciarlona
del giudizio
che ti si ribalta
insostenibile
Piccola montagna umana di insipienza
montagna di niente
che ti devi ricostruire ripartendo ogni volta
da meno di niente…
Questa pausa è la necessità forzosa
di una coscienza infelice e imperfetta
dove le ali si mozzano al mattino
senza più luce
Il noi è l’io
E sempre ti attraversa
il riflusso dell’incomprensione
quando l’io è l’io
Oltre di questo. Niente.

Domani
……………..
certo la vita è anche l’amico che quando ti senti sola non ti scrive
o è il dolore che non ti fa dormire la notte
o la lontananza di chi ti è più caro
o l’impotenza quando sei impotente
ma la vita è anche molte altre
bellissime cose
che, se oggi ti sei dimenticata,
rincontrerai domani

..

Tregua

ed ecco nei campi del nostro cuore
torna la pace
Il sereno si specchia nei laghi
tranquilli
Se pure disgiunti camminiamo
per mano
Il roveto risplende purpureo
Le due parti spezzate
formano ancora
un pane.

Viviana

Ivan
noi che si rema contro la notte
giovani figli del primo pomeriggio
piantiamo un chicco in questa sincope del giorno
strappandola al ricordo del sogno
alla quiete di due occhi svenuti
all’immobile rigirarsi del sonno

noi che si rema contro la notte
si vede quasi l’alba la sera
il sole tra le stelle
il tram tra le guglie
mentre il buio t’ammicca
con uno sguardo sprofondato di seduzione disperata

noi che si rema contro la notte
si sta la sera a letto a sognare di sognare
non ci si ricorda di tirar su i remi in barca
il mondo ci sfugge al contrario cascandoci addosso
ma la nostra forza è una scintilla che brucia
soffocata dalla luna più testarda
ai piedi delle cascate del cielo
.

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9 commenti »

  1. avrei voglia di rileggere subito quello che hai scritto, per rievocare le sensazioni provate durante la prima lettura.
    ma è più urgente la voglia di abbracciarti.

    le mie parole non riescono a rendere ciò che sto provando e che non sono mai riuscito ad esprimere in parole.
    non voglio credere che senza parole non riuscirò a farti capire la vicinanza che sto avverto leggendoti da poco più
    di una settimana a questa parte.

    ma che egoista che sono… tu ce l’hai fatta ed è grazie alle tue di parole che io ora sono qui ed ho avvertito la tua vicinanza.
    per questo cara, ora ci sto provando a scriverti.

    a volte mi avvilisce una sensazione di estraneità.
    non so bene come raccontarlo e nemmeno perché.
    il dolore sta trovando nuove strade dentro la mia anima ed io voglio pur arrendermi a lui, farmi trasformare.
    talvolta ho paura perché non so dove mi potrà mai condurre.
    talaltra realizzo che ovunque mi condurrà sarà pur sempre una forma di vita,
    spero una testimonianza di amore.

    vorrei saper amare.

    ti accorgi che avresti potuto amare diversamente e ti sembra che non ne avrai più l’occasione.
    ti accorgi che rivolgi il tuo amore ad una persona in particolare e ti manca non poterglielo più dimostrare attraverso quelle gesta,
    quei modi che erano così praticabili solo fino a poco tempo fa.

    non riesco a raggiungerti con le parole nella profondità che mi hai fatto provare.
    eppure queste parole vorrei scrivertele: sento che ci sono vicino a te.
    come essenza senza forma, non un viso, ma forse conosci gli occhi.

    ora rileggerò le tue parole, cercherò di farmi accarezzare di nuovo. ne ho bisogno.

    Commento di Mauri — ottobre 1, 2014 @ 9:14 pm | Rispondi

  2. Cara Viviana,
    E’ solo da pochi minuti che leggo le tue pagine. Da un cellulare. Ho letto questa tua pagina del 1 ottobre e l’altra sulla “casa infestata”. Io non so scrivere bene ciò che sento. E’ immensa la vita che scorre in te. Davvero tanta. Hai tanto da dare e trasmettere. E lo dico egoisticamente: perché ora che ho visto il tuo blog, mi dispiacerebbe vedere un’altra anima bella cedere.
    Una carezza. Gilda

    Commento di Gilda — ottobre 2, 2014 @ 8:22 pm | Rispondi

  3. Grazie Gilda
    oggi non vado molto bene. Sono in buca
    viviana

    Commento di MasadaAdmin — ottobre 2, 2014 @ 8:35 pm | Rispondi

  4. Con il cuore; grazie,
    Tu mi confermi che lo Spirito esiste,
    Insegni che imparare è vita.
    mario

    Commento di MasadaAdmin — ottobre 3, 2014 @ 6:46 am | Rispondi

  5. Viviana cara
    Quante emozioni che trasmetti! stai lentamente srotolando il papiro della tua vita e ti condividi con il mondo.
    E’ un’espressione di grande fiducia e amore.

    Un titolo. Una seconda possibilita’.
    Ritengo che un Grande Piano preveda di dare ad ognuno tante possibilita’ quante ne ha bisogno. Penso che tu ne abbia avuto tante e con tanto dolore, ci sei passata attraverso, strappando la coltre ed anche quando ti sembra d’averle perse, hai invece saputo trasformarle con la tua forza.
    Ecco, dicevi un giorno che vorresti sapere come e’ la vita a 70 anni, che hai cercato qualcosa in proposito su internet ma non hai trovato nessuna testimonianza.
    Forse lo stai facendo tu, esorcizzando il passato svelandolo, lasciando cosi’ il posto al nuovo. e cosi’ facendo ti stai costruendo tu stessa una ennesima possibilita’. La vita stessa e’ possibilita’.
    Lo scopo della vita e’ sopravvivere, recita la filosofia orientale, e la gioia e’ un tuo diritto di nascita.
    L’Angelo dice che il male non esiste. Esso non e’ che il bene non ancora trasformato. Cosi’ dicasi per il dolore, aggiungo io.
    Grazie di tutto.
    Aurora

    Commento di MasadaAdmin — ottobre 7, 2014 @ 2:45 pm | Rispondi

  6. Grigino eh!
    Cara Viviana ti dedico con il cuore questa poesia di Bruno Vilar :

    “Non c’è buio quando scende la notte in me,

    c’è buio notte quando sono solo”.

    Commento di thread — ottobre 7, 2014 @ 3:00 pm | Rispondi

  7. Ciao carissima
    …ho letto alcuni tuoi capitoli…mooolto troppo densi!!! che bisogna leggerli e rileggerseli;
    Colpisci sempre al cuore!!! Tutti penso ci ritroviamo totalmente nel tuo vissuto!!!
    e tutti ne traiamo, in questo suo “svelarsi” sotto i nostri occhi…grande beneficio!!!…
    già la condivisione viene vissuto come un bene!!!
    Il ricordo di tuo marito…mi ha fatto pensare a quanto io sia, per ora!!! molto fortunata, anche per questa nuova vita parallela che mi ha spinto a vivere!!! e che ci aspetta al nostro ritorno!
    Ti saluto carissima e ti ringrazio tanto per come sei e per quello che stai facendo…donare
    la tua storia…la tua vita!!!
    un caro saluto!
    annarita

    Commento di MasadaAdmin — ottobre 7, 2014 @ 5:46 pm | Rispondi

  8. Viviana cara,
    E’ un capitolo struggente.
    Mi dispiace. Continuo a pensare che ti debba succedere quell’unico qualcosa che ti ridarebbe la carica, o qualcosa di equivalente.
    Ti penso spesso con molto affetto, ma da molto ormai vivo il tempo del silenzio, non riesco a scrivere e a pensare in modo costruttivo
    Passera’, ho molta fiducia in quegli esseri invisibili che si chiamano Angeli, i messaggeri e tramiti di un Creatore che sento troppo lontano, e pensare che e’ dentro ognuno di noi.
    Da soli nessuno ce la puo’ fare e gli unici appigli solidi sono lassu’ invisibili ma pieni di luce.
    Non stancarsi mai di cercare.
    Non stancarsi mai di chiedere e sperare.
    Ogni tanto mi vien voglia di telefonarti ma poi aspetto di avere qualcosa di bello da raccontare.
    Vale la pena di viver per un gattino, per un cagnolino, per una pianta… il compito del piccolo principe nel suo pianeta era di innaffiare la rosa … Anche avere la pretesa di essere sempre utile, a qualcuno, a qualcosa, e’ presunzione …. e tu? chi si cura di te? Mi sembra di parlare a me stessa. e anche tutto il tuo capitolo.
    un forte abbraccio
    buona vita
    Aurora

    Commento di MasadaAdmin — novembre 12, 2014 @ 8:32 pm | Rispondi

  9. Ho letto i tuoi capitoli con meraviglia, interesse, stupore a volte incredulo. Coraggio. coraggio di gettare i veli, affrontare i mostri, confronto con cio’ che é, è stato e che avrebbe potuto essere e cio’ che ancora puo’ essere perche’ un uomo non re’ solo quello che noi possiamo conoscere di lui, ma e’ sempre anche altro e altro in molteplici dimensioni.

    Coraggio e amore non ti verranno mai meno e te li invidio. Sii serena e gioiosa di tutto quello che sei e hai.

    Questo mio spezzone di cammino verso la vita e’ difficile, la salute non regge, il morale neanche. Certamente che nessuno si puo’ permettere di cadere in depressione e neanche di lasciarsi andare. Rifuggo dal lavoro, prego e dormo e non voglio troppo pensare. E’ incredibile che la mente possa restare tanto tempo senza elaborare pensieri, con figure fugaci senza peso. E non e’ quella mente vuota che permette di meditare, non so definire.
    Aurora

    Commento di MasadaAdmin — dicembre 16, 2014 @ 2:24 pm | Rispondi


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