Nuovo Masada

settembre 30, 2014

MASADA n° 1576 30-9-2014 ROMANZO – UNA SECONDA POSSIBILITA’ -CAPITOLO 19

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Viviana Vivarelli

Nostalgia dell’amore perduto – Guarire a distanza – Si può trovare lavoro con una progressione? – Vedere l’aura – Funghi allucinogeni – La ciclosporina e gli gnomi – Silenzio e meditazione – Percepire l’energia in forma allucinatoria – Sentire l’energia con le mani – Leggere i colori con i polpastrelli – Il guscio aurico – Le energia vampiriche

Batte l’orologio e si spengono le luci. Il sonno scende come rugiada sulle ciglia del cadetto navale Gioachino Orla. Dormendo, è entrato nella battaglia navale e una campana l’ha chiamato sulla torretta di comando. Ma tutto è buio, non c’è ammiraglio che dà ordini...”

Si solleva la nebbia e sulla nebbia passa il richiamo degli uccelli. La linfa sale per i tronchi, la rugiada scende dalle stelle. Sta scritto: “Il destino viene gettato in grembo, ma cade come vuole il Signore”. Tommaso rigirava lentamente il bicchiere fra le dita…
L’Angelo mi ha guardato e non esige da me che una vita semplice. Il mio compito di prima non l’ho adempiuto bene. Ma questo saprò assolverlo. Voglio arrivare alla serenità del cuore.

Ernst Wiechert

L’angelo disse: “Devi dare l’entusiasmo!”
E tutto quello che mi si chiedeva era una vita semplice e la serenità del cuore.

Viviana

In questi mesi in cui ho preso a scrivere queste pagine autobiografiche, sono nell’ultima parte della mia vita e anche nella riconfigurazione di questa dopo la morte di mio marito, che si pone come profondo discrimine tra la mia vita di un tempo in cui per 57 anni sono stata vicina allo stesso uomo e gli sono stata materialmente fedele e la rinascita di adesso, ma sono anche in un inizio nuovo e incerto, che vede la perdita dei miei poteri di sensitiva, durati 29 anni, e un tempo nuovo in cui sperimento cose a cui non ho mai pensato: la guarigione a distanza e le regressioni a vite precedenti.
Su mio marito, potrei ripetere le parole di Nazim Hikmet: “ Il più bello dei mari è quello che non navigammo./Il più bello dei nostri figli/non è ancora cresciuto./ I più belli dei nostri giorni/ non li abbiamo ancora vissuti./ E quello che vorrei dirti di più bello/non te l’ho ancora detto”.

Per quella strana incoscienza mista di romanticismo e nostalgia che contrassegna noi donne, per quell’aura di mancanza e imperfezione che sempre ci tormenta, l’amore più bello e più sognato è quello che ci manca, e ora che mio marito non c’è più, è diventato lui l’amore impossibile e lontano a cui penso più spesso e che mi riempie il cuore di desiderio triste e struggente mancanza. Questo amore che ora mi dilania non c’era, o non c’era almeno così, quando lui era nella mia vita in carne e ossa, perché i nostri due caratteri erano così diversi e così oppositivi che la sua vicinanza creava più spesso attrito e aggressività e io mi sentivo più spesso tradita e abbandonata che compresa e amata. Ma ora che la morte ha placato tutto e la memoria costruisce le sue illusioni, la sua figura cambia ogni giorno, si smussa dei suoi eccessi, e il suo amore appare così diverso e così mio che egli sempre più diventa l’amante tanto sognato e si confonde col desiderio e il bisogno del mio cuore. Così io mi ritrovo ad amarlo oggi con più intensità di quanto l’ho amato, tumultuosamente, in più di mezzo secolo e oggi io posso parlargli con più confidenza e profondità di quanto mi sia permessa di fare mai nella sua lunga e scogliosa vicinanza. E’ questo il miracolo della morte. Porta perdono e quiete. Risana le ferite e riporta a memoria solo ciò che ci fu di più bello. E’ vero che quando ora mi parla lo fa ancora col suo stile semplice e pratico e invano io chiedo a lui di dirmi qualcosa di quel mondo dell’al di là di cui ora è signore, ma la sua risposta è sempre uguale: “Non hai gli strumenti per capirlo”, e per il resto le sue frasi sono elementari e pratiche: “Non mangiare la frutta” “Fatti vedere le vene” “Cerca di stare tranquilla”…
Le stesse frasi semplici e brevi mi dice quando gliele chiedo per altri, frasi solide e pratiche, di buon senso. Ma a farmi dire il futuro, che lui cos’ bene vede, ho paura. La sua visione è così chiara e per lui così facile da dire e senza emozioni o coinvolgimenti che le sue parole mi spaventano e, se sono negative, se parlano di morte, spero solo che non si avverino. Però dal suo punto di vista non tutto è visibile, ci sono cose che dipendono solo dalla nostra volontà e che solo quella può cambiare, anche all’ultimo momento. Allora mi dice: “Questo, ora, NOI non possiamo vederlo”. Dice NOI, come se appartenesse, ormai, a una famiglia più vasta.
Dunque ho iniziato questa strada delle guarigioni a distanza, prima con un rapido esame fatto col biotensor, poi con l’imposizione delle mani, ascoltando l’energia che filtra in fuori dalla destra e in dentro dalla sinistra. Curo in questo modo già sei persone, ogni mattina, e mando ad ognuna per e mail il resoconto di quello che ho visto, anche se sono molto imprecisa e vedo solo per zone, senza capire a quale organo preciso mi riferisco, ma devo dire che stanno tutti meglio; due addirittura, il signore di 86 anni e la mia amica sotto chemio, sembrano essersi ripresi in modo miracoloso. Però ho il sospetto che questo lavoro tolga a me ogni energia, mi risucchia proprio, nel momento in cui penso di darla a loro, perché, dopo aver curato così sei persone nelle loro foto, io sono molto stanca e non ho quasi più voce e sono molto irritabile, come esaurita. Ci deve essere un modo per praticare questa cosa senza estenuarmi e spero solo che si generi da sé. Anche quando facevo le prime letture degli altri per immedesimazione aurica, bruciavo come per una febbre, la cosa mi sfiniva e dovevo stare poi due ore in una stanza buia, stesa sul letto per riprendere me stessa, semisvenuta; poi, con la pratica, questo effetto negativo è scomparso. Spero dunque che scompaia anche questo sfinimento di adesso, anche se quello svenimento durato sette ore non è di buon auspicio.

Riguardo alle regressioni, vado avanti con facilità. Ma una stessa persona è tornata alla stessa vita precedente, vista a un’età diversa, aggiungendo altri particolari. E poi ho fatto con lei una progressione, cioè l’ho portata avanti nel tempo, ma, per paura di incappare in eventi sgradevoli che è meglio non conoscere, le ho chiesto di andare in un giorno bello del futuro e lei si è raccontata in una gita con amici sul Monte Bianco e poi l’ho mandata al suo prossimo lavoro e lei si è vista come commessa in una gioielleria di via Saragozza assieme a un uomo giovane, per cui, visto che sta cercando lavoro, le ho detto di andare a vedere in quella via se c’è veramente una gioielleria e di andare a chiedere se occorreva loro una commessa, visto che ha sognato di fare questo lavoro proprio lì. E vediamo ora cosa ne esce.

Oggi è venuta a fare una regressione Giulia la bella. Alta ed elegante, come una indossatrice, ma con qualcosa di morbido e languido nell’incedere come se avesse dietro una amaca che la attende, con la sua massa di capelli scuri e i suoi occhi misteriosi ed intensi. La vedo ogni tanto da almeno otto anni e lei dice che sente con me come un filo che ci lega, come se io fosse ‘un mediatore’ tra lei e qualcosa che la attira o che deve conoscere, per cui mi pensa ogni tanto e mi sente vicina.
Mi ha detto una cosa curiosa. Che la prima volta che entrò nel mio salotto, otto anni fa, e c’era mio marito seduto davanti al computer, e, come in un flash, non lo vide come l’uomo alto e virile che era, ma come una solida donna dal fisico rotondo e potente, come sono certe donne tedesche, dai fianchi ben piazzati e il seno robusto, coi capelli chiari. Insomma Giulia mi dice di averlo visto come lo vidi io a 14 anni, il primo giorno del liceo, quando vidi sovrapporsi a lui l’immagine di una solida e protettiva sorella maggiore.
Chissà se davvero le vite che abbiamo avuto, i corpi che siamo stati, possono proseguire nella vita di adesso come diapositive che ancora conservano la traccia di una sostanza, di un destino, e riaffiorano sotto le nuove immagini. E chissà se noi siamo ancora legati a quelle vite o almeno ad alcune di esse e se veramente a volte quelle vite riaffiorano nei nostri sogni o in stato di grande rilassamento.
Ad una vita passata sembrava rivolgersi la regressione di Giulia, quando è scivolata nella memoria di una donna del passato, Laila, bella, triste e sola. La dormiente ha snodato la sua storia di donna ricca e abbandonata, lasciata sola nella sua bella villa dalla scala marmorea, nel suo giardino di rose, mentre il marito amatissimo, Stefano, che aveva incontrato un giorno presso una fontana, e di cui si era subito innamorata, girava il mondo in attività che la portavano lontano da lei. E questa donna ricca ma dalla vita vuota, senza interessi, senza figli, senza lavoro, riponeva ogni suo senso nell’attesa di questo amore che si faceva vedere ogni tanto riempiendola di felicità per poi sparire poco dopo e lasciarla nella nuova attesa accanto a una finestra sul giardino, con per compagnia solo un lavoro di ricamo. Quante storie di donne abbandonate! Ricche, povere, ma ugualmente sole.
Mi chiedo quante hanno sciupato così una esistenza dedicata al nulla, con un amore che non le proteggeva né le confortava. Io mi sono trovata dopo 15 anni di fidanzamento difficile, negato dalla famiglia e dunque rubato e nascosto, con 30 anni di matrimonio in cui lui lavorava lontano per il mondo e si faceva vedere al fine settimana, e non sempre, nevrotico e a pezzi, e dunque non in grado di presentare il suo meglio, ma pronto a scattare in crisi isteriche immotivate anche senza un pretesto. Irriconoscibile da quel giovane gioioso e simpatico che era stato chiamato da piccolo “il bambino d’oro”, per il suo carattere pacioso e gentile. Ma il lavoro convulso e stressante in IBM gli aveva rovinato il carattere, e il suo desiderio di primeggiare, di vincere, aveva fatto il resto, costringendolo a turni di lavoro intollerabili, che reggeva con forti dosi di alcool e sigarette, riversando poi il nervosismo conseguente in famiglia in scenate assurde e dolorose. Ricordo ancora le prime attese, appena sposata, nella prima casa di Sesto Fiorentino, quasi vuota di mobili, e io, sola, in piedi nel buio che fissavo dalla finestra la strada malamente illuminata, sotto la pioggia battente, e aspettavo, aspettavo… Quando ascolto queste storie di donne in attesa di un uomo che non arriva mai, penso a me e alla mia solitudine, durata 30 anni, ché non è servito nemmeno fare 13 traslochi e cambiare città ogni volta per stargli vicino, ché gli cambiavano continuamente destinazione e lavoro, finché ho detto basta, e a Bologna mi sono fermata.
Così la povera Laila raccontava della sua vita solitaria di bambina pur in una casa piena di rumore e della sua morte per depressione, ma, ancora dopo morta, la poverina non riusciva a sfuggire dalla sua prigione dorata e aleggiava davanti alla propria tomba, nel giardino, continuando ad aspettare che quell’uomo che non c’era mai venisse a portarle dei fiori.
Nel raccontare, Giulia si era emozionata, la sua fronte era aggrottata, tutto il suo corpo era preda dall’emozione e stava per scoppiare in pianto come per una immedesimazione reale. E’ curioso vedere quante emozioni passano su quei visi che dovrebbero essere addormentati. Ma le visioni virtuali sono reali, l’immaginario è emotivo e ci trasforma come il mondo vero. E anche dopo il risveglio, Giulia è rimasta agitata e disperata e insieme abbiamo raccolto i particolari del suo ‘sogno’, il lungo vestito di pizzo color ocra, o il vestito bianco a balze di bambina, la sua pettinatura coi cappelli sollevati e raccolti morbidi in alto, l’aspetto della villa, il caminetto di marmo, lo scalone esterno, il nome del marito, che poi era sempre Stefano come quello del suo sposo attuale.
Mi ha raccontato poi che da piccola andava spesso a dormire nel lettone con la nonna, e, quando si disperava ed era angosciata e nessuno capiva perché, già da piccolissima, a due anni, rispondeva affranta: “Mi dispiace.. senza niente! Senza niente!” Così era passata quella sua vita ottocentesca: ricca e benestante, ma “senza niente.. senza niente!” , perché una donna è niente se non ha l’amore.
E quando lei ha incontrato il suo attuale Stefano, invece di essere eccitata o fremente, come si conviene allo sbocciare di un nuovo amore, gli aveva detto, stupendolo molto: “Ma tu non mi lascerai sola, vero?”
Di questa regressione la cosa che mi ha colpito di più è stata la partecipazione emozionale di Giulia a questa esistenza perduta, la sua angoscia e solitudine. Ma non sempre questa partecipazione esiste, a volte la visualizzazione è vissuta con distacco, come un sogno estraneo.
Il mio in put è sempre: “Vai alla causa del tuo problema!”. Bene, se il problema di Giulia è la paura dell’abbandono, questa esistenza, vera o presunta, traccia l’intera vita di una abbandonata, come se questa fosse reale e come se le tracce di memoria persistessero anche nella Giulia di adesso.
Chissà se tornare a vite precedenti può dare un significato più ampio a certe patologie, a tic, fobie, manie, paure, inconsce disperazioni! C’è un passo in cui Jung parla della tubercolosi e ipotizza che tra le sue cause possa esserci qualcosa che è accaduto in una vita precedente. Non ci sono molti punti in cui Jung parla di questo, ma sul proseguire della vita in tanti destini era più che certo. Io stessa, che nella mia infanzia ho avuto spesso incubi in cui affogavo, e sono nata con 4 bronchi e dunque a rischio di morte per soffocamento nei miei fluidi bronchiali, ho poi avuto due esperienze allucinatorie in cui mi sono viste morire affogata.

Ecco mi sono ricordata, a questo proposito, di una bella e maestosa signora che conobbi tanti anni fa a Cattolica. Eravamo in vacanza al mare proprio alla fine di Cattolica, nella villa che fu di Marconi, prossima alla spiaggia e in posizione elevata rispetto a questa, così che bastava scendere pochi scalini per essere sulla sabbia. Ricordo perfettamente questa bella donna bruna, alta, un po’ imponente, come sono certe belle donne dell’India del nord, con occhi molto grandi e scuri e capelli neri. Il sari da spiaggia completava la somiglianza con una vera donna indiana. Questa signora di cui non ricordo il nome, chiamiamola Maria, aveva una vera ossessione per il fuoco, per cui in ogni hotel chiedeva insistentemente la camera a piano terra, vicina all’idrante anti incendio e all’uscita, così da fuggire rapidamente in caso di incendio. Aveva una vera fissazione per gli incendi. Discorremmo a lungo e tra le altre cose, parlammo molto dell’India, per cui lei aveva un vero innamoramento. Mi disse che aveva una vera fobia del fuoco e che da piccola, quando qualcuno la molestava, gli piazzava contro le mani aperte minacciosamente, gridandogli: “T’affoco! T’affoco!”, minaccia in verità molto curiosa in una bambina. Mi disse pure che per molti anni da bambina aveva rifiutato il proprio nome, Maria, dicendo di chiamarsi Lalla.
Tornata a casa, lessi per puro caso, un libro che riportava la storia di alcuni santi eremiti indiani. Mi colpì immediatamente la storia di una santa indiana, Lalla, donna bellissima e imponente, che era diventata una eremita e usava fare le sue meditazioni in luoghi deserti completamente nuda. Ma la sua bellezza e la sua nudità avevano richiamato la curiosità morbosa dei pastori che venivano a spiarla da dietro le rocce. E se lei li scopriva li scacciava minacciandoli di morte con la stessa frase di Maria: “T’affoco! T’affoco!” Ma accadde che alla fine i pastori riuniti la assalirono e la uccisero bruciandola.

Oggi mi è parso per un momento di vedere mio marito, in cima alle scale, con le sue belle gambe nude e la sua camicia estiva celeste con le maniche corte, com’era quando si alzava da un pisolino del dopopranzo e apriva la porta della camera. Mi sono spaventata. Tra l’altro era una camicia che non metteva molto spesso. Ma è stata una visione breve, come un miraggio. Certo ora si fa sentire molto meno e mi manca sempre di più.
Chissà cos’è che ho visto e cos’era che vedevo in modo più prolungato nel mio tempo di veggenza passare nei punti della casa. Chissà se i morti conservano una loro traccia visibile ancorata alla loro immagine terrena che può essere vista anche dopo la loro morte!
E questa traccia potrebbe essere una parte dell’aura.

La prima volta che vidi l’aura fu 24 anni fa, poco dopo essere arrivata a Bologna, avevo 48 anni, ero in una palestra poco illuminata, seduta per terra e rilassata. Vidi 3 aloni diversi sulla testa e le spalle di 3 donne che non conoscevo.
La prima irradiava una luce tenue arancione chiaro. Le dissi: “Tu hai dei problemi tra cuore e mente” e lei mi rispose con franchezza: “Nemmeno si conoscono”. Quella donna era Laura bionda, una romagnola Scorpione, ed è divenuta una delle mie più care amiche. E’ uno spirito di grande altezza e intelligenza, e tuttavia sempre dibattuta per tenere a freno l’emotività e la passione, tipica degli Scorpioni. La spiritualità combatte in lei con qualcosa di viscerale e passionale che la uccide.
La seconda aura era di un verde dorato, come la luce che filtra tra le foglie fino a uno specchio lacustre nascosto. Un colore che ha a che fare con la vegetazione, con la meditazione. Pensai che quella fosse una persona riservata e tranquilla, silenziosa, abituata a svolgere ricerche in ambienti quieti, poco affettivi, calma in sé, e poco relazionata. Una biologa forse, o comunque qualcuno che lavora isolata in un laboratorio senza aver molti contatti sociali.
La terza aura era bianca come la cenere ed altrettanto fredda. Quella donna era psichicamente morta, con una depressione profonda. Mi concentrai su di lei (si alzò il Velo, come diceva Croiset) e la visualizzai in una piccola cucina di campagna, povera e sguarnita, con un camino spento, fissava la cenere, era disperata e sola, poi guardava fuori da una finestrella con sbarre, fuori c’era un orto pieno di sole ma lei non lo vedeva, era chiusa dalle sue sbarre. Ripeteva nel suo pensiero: “I bambini… non ci sono più i bambini!” La vita era visibile e a portata di mano di là delle finestrella, ma la donna era chiusa in un’inerzia di morte. Seppi poi che quella donna era una maestra d’asilo in pensione, molto sola, era grandemente depressa e con istinti suicidi e ho disperato per la sua vita.

Altre volte, sporadicamente, ho visto qualcosa che poteva essere l’aura.
Una volta, in una conferenza nella Biblioteca De Bono Bozzano, vidi una grossa signora con una trave nera pesante sulla testa, come fosse qualcosa di nebuloso molto forte e negativo. Non la conoscevo, ma sono un’impulsiva. La trave era accompagnata da una sensazione di oppressione molto densa, qualcosa che riguardava la seconda figlia. Così scrissi su un foglietto: “Mi scusi, ho visto una trave nera sulla sua testa, c’è qualcosa di terribile che è successo nella sua famiglia, ma la stessa negatività continua a pesare sull’altra figlia. Deve fare attenzione!”. La signora fu molto contrariata dal biglietto, non mi degnò nemmeno di uno sguardo e vidi poi che lo mostrava al direttore della biblioteca, Ravaldini, molto irritata e insieme schernendomi come fossi una mentecatta. Il tutto sarebbe stato senza senso se non che Elsa mi disse poi che la prima figlia di quella signora si era uccisa impiccandosi e che la seconda figlia era fortemente depressa. Certamente io avevo sentito l’energia di quella signora come fortemente distruttiva per chi le stava vicino. Ma il caso finì lì e non ebbe seguito. Mi restò solo la mortificazione di aver fatto una cosa che mi aveva esposto al ridicolo, ma ho imparato anche a superare questi preconcetti e il timore di quello che gli altri possono dire di me.

Vedere l’aura di qualcuno non è molto difficile e spesso ho insegnato come si deve fare; non è difficile vedere almeno il primo corpo aurico, quello eterico che indica lo stato di salute, l’irradiazione dell’energia fisica. Basta ritrarre lo sguardo come fosse un elastico. Non è difficile e con un po’ di esercizio ci si arriva.
Io questo l’ho scoperto molto presto, come ogni bambino solitario e indotto alla solitudine e ad una riflessione obbligata. Sono stata malata di bronchiectasia così a lungo da bambina e ho passato tanto tempo da sola in una stanza separata della casa, fredda e inospitale, oltre le scale, dove stavo a letto con la febbre, senza radio o televisione, libri o giocattoli, che è stato giocoforza che facessi degli esercizi con la mente, sperimentando le mie percezioni. Dovevo giocare con quello che avevo, e avevo solo la mia mente e i miei sensi. Così, da bambina, passavo tempi lunghissimi a giocare con le mie mani, con lo sguardo, con la luce. Non c’era molto altro. Alzavo una mano verso la luce della finestra e decentravo lo sguardo; è così che ho imparato a vedere l’aura della mano, o le cose che si vedono quando lo sguardo non è concentrato e rientra in sé. Ogni senso che si ritrae rientrando in se stesso apre altri sensi misteriosi nel mondo invisibile.
Nel mio caso la febbre, l’immensa solitudine e la respirazione soffocata funzionavano come un allucinogeno naturale. Ho un ricordo molto quieto delle mie “visioni” e dei lunghi tempi della malattia. Non ricordo che mi annoiassi. Del resto sono sempre stata bene in compagnia di me stessa. Non mi annoio mai quando sono sola. I miei pensieri sono sempre stato una eccellente compagnia e stare sola è una condizione a cui sono abituata. Sono le energie degli altri che mi creano turbamento e scompiglio e, troppo spesso, una grandissima noia. Non sopporto in particolare le lunghe telefonate di persone che troppo lungamente raccontano se stesse in modo ripetitivo e ossessivo, le subisco malamente, come una costrizione inaccettabile. Quando sono presenti, le ascolto anche volentieri, ma sono distratta da tanti particolari, il loro aspetto, la loro energia… ma la sola voce al telefono, distratta dal quadro totale è per me come per un bambino essere legato a una sedia nell’impossibilità di giocare.
Certo la vita mi ha costretto ad essere una persona ben strana fin da bambina, ovviamente diversa dagli altri e sempre leggermente disadattata in compagnia.
Dunque la solitudine mi è stata maestra da subito.
Spesso il bambino che sembra assorto e sembra che non giochi e non faccia niente, compie un suo lavoro misterioso e tranquillo di cui non può parlare, che gli dà serenità e pienezza e lo connette con invisibili forze e forme. I bambini lasciati soli con se stessi sono i primi sensitivi.
Don Juan dice che si possono separare le due immagini monoculari, anche se occorrono anni affinché questo sia facile. Ma io so che i bambini lo sanno fare spontaneamente e con grande facilità. E io per gioco lo facevo.
Occorre forzare gradualmente gli occhi a vedere separatamente la stessa immagine fino ad arrivare a una duplice percezione del mondo…si può cominciare con brevi occhiate con la coda dell’occhio.” Quando le due immagini sono separate si può guardare ciò che sta in mezzo. Questo può essere l’inizio per una nuova visione dell’invisibile.

Quando ero molto piccola, ricordo confusamente che giocavo con “gli omini che stanno sotto le mattonelle”, piccole forme sguscianti che intravedevo con la coda dell’occhio, abbastanza sfuggenti, come un piccolo popolo rapido e silenzioso. Potevo avere tre o quattro anni e di quelle forme non parlavo con nessuno, ero sicura che fosse un mio segreto; per loro nascondevo piccole offerte di cibo nei ditali di mia mamma, sui coperchietti delle bottigline: briciole di dolci o di frutta. E’ incredibile che un bambino molto piccolo possa avere una sua religione privata, con offerte e riti ai suoi piccoli dei. E di questo non una parola a nessuno, come un segreto leggermente inquietante, un po’ triste, un po’ pauroso! Sono stata molto sola, per 29 anni. Chi mi vede come sono adesso, estroversa e loquace, accogliente e pronta ad aiutare gli altri, nemmeno capisce cosa abbia significato per me vivere in una situazione di prigionia obbligata, ore e ore senza mai parlare con nessuno, in un isolamento spaventoso, con una madre pressoché muta e un padre che quando rientrava era un tornado di violenza, imprecazioni, bestemmie, oggetti sbattuti, mortificazioni. Eppure da tutto questo sono sopravvissuta e ora ne sono fuori e posso parlarne come di una cosa accaduta a una persona che non sono io. Sono stata derubata della mia infanzia, della mia adolescenza, della mia giovinezza. E non c’era il computer, non c’era la televisione. C’era solo la radio con Rai tre da cui ascoltavo della musica classica o da camera, quando potevo accenderla. Ma per la maggior parte c’era la solitudine e il silenzio. Compiti da fare. Libri da studiare. Quaderni da scrivere. I lavori di cucito di mia mamma da aiutare. E poi quel silenzio immenso che riempivo col rumore dei miei pensieri.
C’è chi diventa eremita dopo una vita intera passata nella vita, io sono stata costretta da un padre pazzoide a passare i miei primi 29 anni di vita nell’isolamento totale. E poi, quando mi sono sposata, sono andata dietro a mio marito, sempre lontano per lavoro, inseguendolo in 13 traslochi in città diverse, sempre sola, sempre senza amici, sempre con me stessa, sempre ricominciando. E spesso malata fino a 35 anni per quella malformazione bronchiale che doveva portarmi alla tomba e da cui mi sono miracolata.
Se almeno avessi avuto un computer! Se almeno avessi potuto comunicare con e mail con qualcuno! Come sono curiosi i destini! E per quale scopo misterioso vengono obbligati in certe direzioni!
Il silenzio e la solitudine sono stati così obbligati nella mia vita che anche adesso sono i miei compagni abituali, non più imposti ma ormai scelti, per abitudine e difesa dell’io. Ma oggi ho internet e non sono più sola.

Agli omini che vivono sotto le mattonelle vorrei aggiungere una storia. Il mio amico Gianluigi, ex direttore della Ranx Xerox, dopo una vita fatta di intenso lavoro e molta ambizione, si è ammalato gravemente al fegato ed è stato trapiantato. Era uno dei primi trapianti di fegato e sul momento andò molto male con forte rischio di rigetto, tanto da trattenerlo in ospedale per ben due anni, con la moglie Laura che gli rimase fedelmente accanto, nascondendosi ai dottori, come una clandestina. Per combattere il rigetto Gianluigi fu trattato con forti dosi di ciclosporina, un principio attivo a effetto immunosoppressivo, utilizzato per modulare la risposta immunitaria dell’organismo e combattere il rigetto. Quello che l’elenco delle controindicazioni non dice è che la ciclosporina è una sostanza psicotropa e ha effetti allucinogeni. Ora, la ciclosporina deriva da un fungo allucinogeno, la Cordyceps subsessilis Petch, che abbonda nelle foreste tropicali, in Giappone, Cina, Tailandia e Corea ma anche in Norvegia, e alcune delle sue specie sono state utilizzate da un migliaio di anni nella medicina tradizionale cinese. Ricordiamo anche che la Claviceps purpurea non è altro che la segale cornuta, che nei tempi passati ha prodotto anche da noi molti avvelenamenti alimentari e che dalla sintesi di un suo acido (acido lisergico) è stato sintetizzato l’LSD, uno dei più potenti allucinogeni che si conosca. Le Cordyceps sono funghi bizzarri e colorati, capaci di uccidere larve, ragni, formiche ed altri insetti e di utilizzare il loro corpo per propagare le spore. Alcune specie parassitano le formiche che impazziscono. Le altre formiche si accorgono del loro comportamento anomalo e le allontanano dalla colonia per proteggere la comunità, ma esse, come ultimo disperato tentativo di fuga dalla malattia risalgono gli alberi trovando una morte atroce finendo inchiodate sui rami dalle Cordyceps, anche a diversi metri d’altezza. In questo modo lo stroma del fungo si disperderà dall’alto, facendo impazzire altri insetti. Le proprietà medicinali di questo fungo furono scoperte in tempi antichi in Tibet, al punto che da esso dipende il 40% del raccolto rurale del Tibet. Trattato nelle giuste dosi, è un potente rinforzante energetico, e ad esso si devono le performance straordinarie delle atlete cinesi alle Olimpiadi, che, nel 93, stabilirono 9 nuovi record, perché la loro alimentazione era ricca di questi funghi, che aumentavano enormemente le loro prestazioni, perché aumentano l’adenosina trifosfato a livello cellulare che è quella molecola presente in tutti gli organismi viventi, che rappresenta la principale forma di accumulo di energia immediatamente disponibile. Nella medicina tradizionale cinese le proprietà curative delle Cordyceps riconosciute sono molte, dal semplice miglioramento della respirazione, ai problemi polmonari, renali, affaticamento, disfunzioni sessuali e tumori. Ci sono centinaia di società che commercializzano questo prodotto con le più varie proprietà curative. La forma imperfetta della Cordyceps subsessilis è conosciuta con il nome di Tolypocladium inflatum e ha dato origine alla Ciclosporina. In Occidente, malgrado i grandi successi raggiunti in chirurgia, il problema del rigetto degli organi trapiantati sembrava insuperabile. Con la ciclosporina iniziò una nuova era nei trapianti, sostituendo prodotti i cui effetti collaterali erano troppo pesanti. Nel 1981 furono praticati nel mondo 125 trapianti di cuore, nel ’85 erano 440, dopo 30 anni erano diventati operazioni di routine in parecchi ospedali. Ora la molecola della Ciclosporina viene sintetizzata chimicamente ma questo non toglie l’importanza per la farmacologia, e soprattutto, per l’uomo di questo esile funghetto.
Ma ricordiamo che la ciclosporina è un allucinogeno.
Accadde dunque che Gianluigi, sottoposto a forti dosi di ciclosporina, avesse delle allucinazioni. Vedeva ‘gli gnomi’. Non li vedeva solo lui, ma tutto il suo reparto di trapiantati, che aveva lo stesso tipo di allucinazioni. Gli gnomi apparivano a lui sempre come coppie amorose, appollaiati sulle mensola, seduti in ogni dove. Non tutti gli altri trapiantati però ne avevano una visione così idilliaca, per alcuni erano ostili e dispettosi. Sappiamo che l’Irlanda è famosa per le sue leggende su gnomi, fate e folletti, al punto che in certi crocicchi appare il cartello “Attenzione! Attraversamento gnomi!”, ma vederli al S.Orsola di Bologna è un’altra cosa.
Gianluigi non vedeva solo i folletti ma anche i fantasmi. Uno di questi,un anziano signore in pigiama, stazionava lungamente davanti alla porta di chirurgia e Gianluigi chiedeva all’infermiera come mai non lo facesse entrare, viste le attese così pazienti, ma, ovviamente, l’infermiera non lo vedeva.
Una volta, Gianluigi ebbe anche una visione grandiosa in cinemascope: ‘il mondo visto da Dio’. In una panoramica sconfinata gli apparvero le epoche storiche, distese pur con tutti i loro dettagli, persone, case, carrozze… un mondo infinito eppur visto con tutti i suoi particolari, una visione universale.
Poi, sistemandosi finalmente il nuovo fegato e cessando l’uso della ciclosporina, le visioni scomparvero.
In seguito Gianluigi diventò uno dei principali propagatori dei trapianti, costituendo una associazione di cui fu direttore, che aiutava finanziariamente i medici ad andare negli USA a studiare i trapianti, assisteva le famiglie dei trapiantati a trovare alloggio, stava vicino ai trapiantati stessi nel loro soggiorno in ospedale, propagandava le nuove tecniche incoraggiando le persone a donare gli organi per salvare vite, raccoglieva fondi per dotare gli ospedali delle attrezzature giuste ecc. Direi che per lui arrivare vicino alla morte, essere salvato e dedicarsi a una nuova attività utile al mondo ha costituito una eccellente ‘seconda possibilità’.

Ma torniamo alla mia feconda solitudine. A 14 anni mi innamorai di un romanzo della Medusa, ‘La vita semplice’ di Ernst Wiechert. Narrava la storia di un comandante tedesco di marina, Tommaso Orla, che dopo la guerra si era ritirato in totale solitudine facendo il pescatore su un lago tranquillo. Non so perché quella storia mi piacque tanto, non era certo adatta a una quattordicenne, ma forse somigliava alla mia vita. Mi colpì una frase, all’inizio: “Noi passiamo la nostra vita come in vaniloquio”. Mi sentii affratellata a quel capitano, come se anche io avessi avuto una vita troppo agitata e intensa, segnata dalla guerra, ma ora avessi bisogno di uscire dal mondo per ritrovare me stessa, solo che io in quella uscita dal mondo ci ero nata.
Enzo Biagi ha scritto: “Wiechert è forse lo scrittore tedesco che ho amato di più, perché è un incontro della giovinezza. Ormai è quasi dimenticato, e anche i suoi compatrioti lo han messo da parte. Il suo mondo, le sue storie, i suoi personaggi – contadini, servi, pastori d’anime – i suoi cieli prussiani e le foreste, le pianure sterminate, le paludi, le nevi, le torbiere, gli stormi migranti, sono lontani, cancellati da nuove trame, e anche la sua voce rassegnata si perde nel frastuono che ci circonda.”
Ma io il suo silenzioso mondo lo amavo.
I libri sono stati i miei unici amici. per anni e anni. Ne leggevo anche tre al giorno. Chissà se la morte mi coglierà mentre sto leggendo qualcosa.
Sempre Wiechert ha scritto: “Con l’ultima luce l’uomo riaccostò il libro agli occhi, quasi per assicurarsi che un certo passo vi rimaneva ancora, non svanito nel crepuscolo del mondo…

Oggi io do un senso positivo e significante a tutto quanto mi è accaduto. So che senza quel lungo tirocinio di solitudine e di vita silenziosa, non potrei essere quella che sono, in qualche modo devo esser grata a tutti gli ostacoli che la vita ha messo sul mio cammino, impedendomi di diventare una come tanti. So che nella vita siamo portati da una mano misericordiosa a imparare molte cose e che si può imparare a fare molto proprio non facendo o non riuscendo mai a fare quello che si desidera. Quella vita strappata, costretta, prigioniera, la mancanza di tante esperienze ‘normali’ che non ho mai avuto mi hanno fatto soffrire molto nella mia vita, ma oggi io abbraccio la solitudine forzata come un dono e, quando sto troppe ore con qualche amico, a un certo punto comincio a soffrire, sono sfinita, e desidero tornare al mio silenzio, alla mia quiete, alla mia meditazione, a quella vita che ‘altri’ hanno voluto per me e contro cui per tanto tempo ho lottato, ora la considero la mia natura più reale, la mia pace.
Così oggi amo lo mia solitudine e, tra tante cose che soffro, soffro soprattutto il dover stare forzatamente al telefono con qualcuno che mi si attacca e che vuole raccontarsi minutamente e continua a ripetere le sue storie e non si congeda mai. Allora io provo un senso di costrizione, una claustrofobia intollerabile, una vera fobia da prigioniera, e non so come troncare con chi mi tiene stretto a sé, come il bambino che viene bloccato nei movimenti e si divincola per fuggire via, via via, nel luogo più ampio e infinito che posso conoscere: l’interno di me.

Quando ero piccola e malata, la respirazione dava così poco ossigeno al mio cervello che ero facilmente immersa nelle piccole girandole scintillanti e a volte vedevo dei grandi globi luminosi biancastri sollevarsi silenziosi nell’aria ed ero come stordita dalle luci e prossima allo svenimento. A scuola, alle elementari, svenivo spesso, per cause imprecisate, come svengo adesso, sempre per cause sconosciute. Non mi dispiaceva perdere conoscenza, non mi è mai dispiaciuto uscire da questo corpo e affondare in un dolce oblio. Socrate diceva: “Come può esser bello un sogno senza sogni!” e io credo che non possa esservi momento più bello di quello in cui sprofondiamo nel sonno, e spero che morire sia così: un dolce sprofondare.
Ricordo che a scuola, quando c’erano questi svenimenti, mi sdraiavano su una panca sotto i cappotti finché mi riprendevo. Che strano che nessuno si sia mai preoccupato per questo! Ma eravamo nel primo dopoguerra, si mangiava poco, non c’erano ricostituenti salvo l’olio di fegato di merluzzo, io ero anemica, e forse vedere un bambino svenire a scuola era normale, come avviene oggi in Grecia.
In tutti i lunghi tempi della malattia, nella mia camera isolata e silenziosa, vedevo a volte delle sfere luminose che baluginavano presso il soffitto, dondolando, e sembravano guardarmi come avessero una intelligenza loro propria e mi volessero bene. Anche da adulta ho riprovato casualmente qualcosa di simile. Mentre facevo la mia prima tesi, di diritto penale, in grandi momenti di concentrazione, tutto spariva, il mondo diventava silenzioso come sospeso e le luci giravano dappertutto, luci organiche, come presenze misteriose, viventi. E un’altra volta, nelle riunioni dei miei martedì, in mezzo al cerchio, tutta la stanza si riempì di girandole di luce ovattate, come se fossi al centro di una esplosione di fuochi circolari luminosissimi e ogni suono scomparve di colpo. Quella volta Laura Bruna disse: “Quante luci! Vedo luci dappertutto!”. Immagino che il cervello produca delle piccole droghe naturali che hanno un effetto allucinatorio, almeno il mio cervello lo ha sempre fatto. Ora le piccole luci che girano a vortice appaiono raramente quando sono distratta e rallento lo sguardo ma sono piccole e poco significative, come piccoli girini dinamici. Vedo il centro scuro e la piccola coda che ruota rapidamente e poi si spegne sostituita da altre. Forse è solo un modo alternativo per vedere l’energia oppure più semplicemente un effetto fisiologico molto banale di scompenso respiratorio, anche se nessun medico mi convincerà totalmente che le mie impressioni hanno solo una base fisiologica ordinaria.

L’energia può essere percepita ad occhi chiusi o guardando in modo diverso, ma ci sono altri modi di percepire l’energia e altri sensi. Con la mano possiamo sentirla irradiarsi dalla pelle, la tattilità o l’imposizione delle mani senza contatto, “sente” l’energia sana come vento fresco, e quella infiammata come turgore o vibrazione elicoidale, formicolìo; la sensazione calda o umida è collegata alla malattia, quella di freschezza ventilata all’energia che scorre bene. Lo possiamo sperimentare tutti, non è difficile, imponiamo il palmo della mano destra sul corpo di una persona, vicino ma senza toccarla e ci concentriamo su quello che ‘sente’ la mano, poi passiamo ad un altro punto. Con un po’ di pazienza il palmo percepisce delle sensazioni diverse su punti sani o su punti infiammati.
Stranamente ho ricevuto una telefonata di mia figlia che mi dice che, quando verrà coi bambini alla fine di ottobre, vuole imparare da me a sentire questa energia sana e malata e ad imparare a distinguerla. Dico che ciò è strano, in quanto Nico sembra molto razionale e si è sempre rifiutata di partecipare alle mie percezioni, anzi si è tenuta sempre ben lontana da qualunque cosa io potessi dirne, come da ogni cosa che mi caratterizza per un desiderio accentuato di essere lei e non essere me, per questo vorrei tanto che la piccola Sofia mi somigliasse. A volte accede che la sensitività passi da nonna a nipote e in questa bambina affascinante e strana io vedo mondi futuri di misticismo e di magia.
In quanto a mia figlia, non credo fino in fondo alla sua sincerità. Troppe sono le cose che lei ha messo tra me e se stessa, e molte non sono nemmeno in grado di capirle. Jimmi Jonathan che mi fece il tema natale al modo dell’astrologia tibetana kahrmica, disse che io e lei eravamo stati due generali amici-nemici, in una vita precedente, e che in questa vita eravamo destinate ad amarci ma anche a combatterci e mal sopportarci. Disse anche che questo brutto legame kahrmico dovevamo risolverlo in questa vita o nella prossima saremmo state condannate a viverlo di nuovo.

C’è un particolare “fresco fermo” o “tiepido asciutto” che io collego al prana, o forza terapeutica, molto rassicurante. E c’è una energia brulicante e calda, febbrile, percepita come fosse a forma di piccole molle che indica la malattia e ti resta poi attaccata ai palmi delle mani, come se con l’atto stesso del curare il medico si infettasse. Io lavo le mani e le scuoto violentemente, ma, con certi soggetti, quel brulicare mi resta appiccicato ai palmi per un certo tempo in modo sgradevole.
Io non so bene come ci si possa purificare da quella energia malata che ti resta attaccata. In verità io non so schermarmi da nessuna cosa negativa nella vita.
Riguardo all’aura so che, quando l’uomo sviluppa la sua consapevolezza, i veggenti vedono la sua aura come dorata. AURA infatti significa “energia dorata”.
I colori della consapevolezza dell’uomo non sono veri e propri colori ma sfumature ambrate che possono sembrare colori: ambra rosata, verde pallido, ambra azzurra (rara), ambra pura (ancora più rara). Io li vedevo come lampi casuali attorno alla testa o le spalle. I colori erano luminescenze chiare ma intense, come i colori al neon, dove c’è molta luce ma il colore resta pallido. O come la visione di ciò che ci aspetta al termine del tunnel della morte. Come quell’intensa luce palpitante e viva che vidi tra me e mio marito la notte prima che morisse.
Questi colori possono esalare dalla sommità della testa come fumi improvvisi o si possono presentare simili ad aloni rapidi non simmetrici rispetto al corpo e di solito laterali come folgorazioni luminose in genere ovuliformi, o le vedevo di lato o sopra la persona delle macchie sfocate luminose o scure. Kandinskij li dipingeva. Ma io non sono mai stata una grande sensitiva e so che ognuno poi vede le cose a suo modo.
Io non ero in grado di vedere queste luci in maniera persistente e non potevo fare nessuna diagnosi in proposito, solo delle intuizioni generiche.

Rosario era un dentista molto giovane e aveva originali idee sulle relazioni dei denti con gli organi del corpo, mi chiese di guardare la sua aura e io lo misi di fronte a una parete bianca, accorciando rapidamente lo sguardo, cioè staccai la focalizzazione ritraendo lo sguardo verso di me come fosse un elastico, e subito emerse dal suo capo una debole luce giallina palpitante, ma d’improvviso questa crebbe di intensità e si allargò rapidamente. Io non lo sapevo ma Rosario, senza che me ne accorgessi, aveva fatto un’attivazione del Qi Gong, una tecnica orientale di controllo dell’energia. per quanto non sapessi niente di Qi Gong, vidi immediatamente la variazione della sua energia che accentuò la sua luce. Il tutto durò pochi secondi, poi si spense.

Castaneda scrive: “Don Juan mi spiegò che gli esseri umani, per chi sapeva vedere, erano esseri luminosi composti da qualcosa simile a fibre di luce che ruotavano da davanti a dietro formando l’aspetto di un uovo. La parte più stupefacente di queste uova era un fascio di luce che usciva dalla zona attorno all’ombelico, essa era della massima importanza nella vita di un uomo, era il segreto dell’equilibrio”.
“Le persone deboli hanno fibre molto corte, quasi invisibili, le persone forti le hanno brillanti e lunghe e sembrano un alone. Dalle fibre si può capire se la persona è sana, o se è meschina, o gentile o traditrice. Dalle fibre si può anche capire se una persona sa “vedere
”…
Vedere non è così semplice e solo il fumo (del pejote) ti può dare la rapidità di cui hai bisogno per cogliere una breve visione di quel mondo soltanto. Altrimenti guarderesti soltanto”.

Per quel che mi riguarda, io sentivo l’Energia come una vibrazione, la sentivo meglio con gli occhi chiusi e in condizioni particolari, non necessariamente da sola, anzi, il contatto col mio gruppo era facilitante. Se mi concentravo su questo vibrare lo vedevo come onduline rapide o spirali, un po’ quello che si immagine essere un elettrone, un punto scuro e attorno una piccola spirale che come si accende si spegne, ma ci sono anche piccole frecce o schegge un po’ luminose, pulsazioni balenanti come piccole scintille fioche. E’ un formicolare spesso senza direzione, in cui piccole luci appena colte si accendono e si spengono senza cessare di esistere. Se la voglio vedere come insieme, pre-sento un centro che non so nemmeno immaginare, e da essa l’Energia si diparte ad anelli concentrici. Mi sembra che essi divengano sempre più astratti e vaghi via via che si allontanano.
Posso immaginare qualcosa come 5 o 6 anelli attorno ad ognuno, poi la visione diventa sfumata e astratta. Questa immagine ad anelli oscillanti e concentrici è come se fosse la raffigurazione del Tutto e fosse anche la struttura energetica di ogni oggetto o persona. Per cui mi è facile immaginare ogni uomo come una serie di strutture ovoidali semoventi, sempre più rarefatte e sfuggenti alla percezione, fino ad essere invisibili.

Feci un sogno che mi colpì molto. Ero disincarnata e volavo in rettilineo ad altissima velocità in quello che mi pareva un fiume secco o il tunnel della vita, un mezzo tunnel aperto verso l’alto. La visione della realtà era molto diversa da quella ordinaria. Vedevo solo le tonalità alte dello spettro della luce, dall’azzurrino all’indaco, e ogni corpo sulle rive mi appariva come circonfuso da aloni successivi, via via più sottili e di sfumature in scala, sempre dall’azzurrino all’indaco. Questi corpi successivi erano come degli ovali deformati, ondulanti, tipo i Barbapapà, e oscillavano inserendosi nei corpi aurici dei corpi più vicini, così che il mondo intero appariva come un oceano di energie fluttuanti e comunicanti, che si inserivano una accanto all’altra. Fu dopo quel sogno che presi a intravedere un barbaglio dei corpi aurici dei viventi, soprattutto attorno alla testa e alle spalle, dove vedevo balenare luci e fiamme, che interpretavo a mio modo come modalità psichiche, considerando i colori come indicatori del carattere o di passioni temporanee. Queste stessi luci mi facevano apparire visioni mentali simboliche della storia di quelle persone. Presi anche ad insegnare agli altri come poter vedere almeno il corpo eterico, che circonda ogni corpo per 1-2 mm e che è il più facile da individuare, semplicemente cambiando la modalità dello sguardo e ritraendolo in se stesso, come fosse un elastico. La visione del corpo eterico è particolarmente chiara mettendo una mano in pieno sole su un tavolo bianco. Appare allora come un sottile strato azzurro-lilla tipo neon, che circonda il confine della pelle e che è più intenso e leggermente più ampio al mattino, quando siamo in forze e stiamo bene, e si assottiglia e impallidisce la sera, quando siamo più stanchi o stiamo male.

In molti casi l’immagine dell’aura è recepita spontaneamente se siamo assorti nell’ascolto e concentrati. E’ come un lampo pallido che subito si spegne, un alone luminoso ma non vivido, a volte un globulo luminescente o oscuro a lato della persona o che prende il suo posto quando questa si muove.
Anche un essere inorganico ha un’aura ma questa non contiene il movimento dei “girini” di luce. Del resto anche nei livelli aurici umani ci sono forse campi dove la luce è statica e non crea scorrimento. La mia amica Katrina che è stata la persona più santa che h conosciuto, vedeva da bambina l’aura degli alberi. Viveva in Germania, e la mandavano a pascolare le mucche in campagna. Lei adorava la natura e si stendeva nell’erba, tra gli alti steli, i fiori di campo e il ronzare delle api e, anche così piccola, cadeva in estasi. Vedeva, allora, attorno agli alberi allargarsi un’aura rosata, l’aura degli alberi.
E’ l’aura che fa fluire il legame sottile tra le nostre parti o ci connette invisibilmente tra noi, essa è un sistema comunicativo formato da molte parti, in cui i vari campi fungono da linguaggi o gradi. Essa è un concetto molto diffuso o comune in Oriente e in Tibet i medici vengono addirittura allenati a percepirla per capire le malattie del paziente o il suo temperamento. Ma, curiosamente, i nostri materialisti ricercatori del paranormale la ignorano, la disprezzano o la misconoscono, con un piede nella scienza e l’altro nella curiosità tipicamente occidentale, non abbastanza curiosi per provare e sperimentare, troppo grezzi e rigidi per essere possibilisti e aprirsi a una conoscenza nuova. Qualche volta ho l’impressione che essi continuino a parlare della foresta senza esserci mai stati e ben attenti a non entrarci, ma cosa darà la conoscenza dell’esperienza se non l’esperienza stessa?

Quando dicevo che non vedevo solo colori o luci, ma ricevevo da questi delle visioni del vissuto, spesso in forma simbolica, mi riferisco, forse a quello che viene chiamato ‘guscio aurico’ e che dicono sia la parte esterna dell’aura che conserva in sé, come in un DNA psichico, informazioni sulla vita passata o futura della persona, come un destino scritto in modo embrionale e che tuttavia il libero arbitrio può sempre modificare. Ed è forse quello che io vedevo quando avevo qualcuno davanti, nel mio periodo paranormale, e che fluiva al centro della mia vista interna, come un insieme di filmati televisivi, contenenti informazioni su quella persona, informazioni di cui non sempre egli era a conoscenza e che riguardavano la sua vita e le persone con cui aveva a che fare e anche alcune vite precedenti o il futuro ancora da conoscere. Di tutto io facevo una registrazione su cassetta, affinché potesse fare riscontri sulle cose a venire. E la quantità di persone che da tutta Italia venivano, col passaparola, ad ascoltarmi parlare di loro, testimonia che forse quello che dicevo aveva una qualche attendibilità.
L’aura possiede alcune caratteristiche che pongono certe sue informazioni (o formazioni) al di fuori delle coordinate tradizionali di spazio, tempo e causa. Questo non vale solo per l’aura delle creature viventi ma anche per gli oggetti che co-implicano, nella loro esistenza istantanea, relazioni e inferenze che ci riportano al mondo interrelato della comunicazione-azione tra uno e intorno. L’aura di un oggetto funziona come un archivio della memoria che conserva le tracce di tutto quello che l’oggetto ha contattato. In particolare esso sarà in grado di riferire secondo codici mirati, di ordine simbolico, a colui che comunica col suo archivio di informazioni, scegliendo quelle significative per il suo ordine di valori.
Quando vidi l’aura grigia della signora depressa, guardai forse per un istante nel suo guscio aurico, una specie di file esterno che contiene le informazioni presenti o future che danno il senso del suo essere proprio, a volte in forma simbolica come nei sogni, a volte con rappresentazione diretta.
Abbiamo visto che nella psicometria è come se la relazione uomo-oggetto creasse una interazione significativa, per cui l’oggetto parla all’uomo secondo quell’informazione che egli è in grado di ricevere in base alle sue esperienze e aspettative, così come accade normalmente nell’ambito relazionale umano per cui i ruoli e i rapporti selezionano la comunicazione.
Per dirla più semplicemente, se sarò in veste di insegnante mi rapporterò a un allievo secondo un codice di comportamento e un contenuto informativo, con un vigile sarò diversa, di fronte al mio superiore anche, e così via. Ogni situazione è sempre interattiva e produce un risultato di forme e contenuti che è la comunicazione mirata.

Una sensitiva descrisse una penna di colombo come se fosse lei stessa il colombo, vide la stia col mangime, sentì il viaggio nell’aria e le correnti ascensionali particolari che dirigevano il volo. Queste correnti magnetiche furono descritte con molte precisione prima che la scienza ne sapesse qualcosa.

Un altro esercizio facile, ma ci vuole pazienza, è quello di leggere con i polpastrelli. Noi crediamo che sia l’occhio l’organo deputato alla vista. Ma i ciechi vedono, anche se non con i coni e i bastoncelli dell’occhio. Un cieco sa quando c’è luce o buio, quando un ostacolo è davanti a lui ecc.. Questo esercizio prova che si può leggere anche con le mani.
Si ritagliano da una rivista patinata delle figure geometriche di vari colori (o si compra un album di pagine colorate), per es. un quadrato nero, un triangolo rosso, un cerchio giallo ecc. Poi, a occhi chiusi, ci si allena a distinguere i vari colori dalle vibrazioni particolari di ognuno, che i polpastrelli riescono a identificare senza toccarli, stando a uno o due cm di distanza. Ogni colore ha la sua vibrazione, è formato da una precisa lunghezza d’onda, e dà una sottile percezione tattile diversa, per es. alcun colori danno il senso di un brulicare, un vibrare, di freddo o di caldo, di leggerezza o di spinta ecc. Con pazienza si può imparare ad associare a ogni percezione sottile il colore corrispondente. Poi si impara a muovere leggermente le dita per capire dove il colore finisce e dove comincia il tavolo. Infine seguendo il contorno percepito della figura si può capire se è un cerchio o un triangolo. Mi ricordo che alla fine dell’allenamento ero in grado di leggere delle lettere o dei numeri colorati abbastanza grandi a occhi chiusi passando la mano sopra il testo a pochi cm. Ci vuole un po’ di pazienza ma non è difficile. Praticamente noi possediamo un certo uso della sensorialità, ma con pazienza potremmo anche variarlo e imparare usi nuovi. Questi esercizi danno il senso di quanto relativi siano i nostri parametri e di quanto essi siano il risultato di un apprendimento guidato conscio o inconscio, sia da parte di chi guida che di chi riceve.
Credo che questo esercizio del riconoscimento dei colori che affina la percezione dell’energia attraverso i palmi delle nostre mani possa essere utile per chi vuol fare il guaritore, perché la pranoterapia forse richiede un uso attento delle mani e la capacità di concentrarsi su di esse per fare diagnosi dell’energia e curarla.

Molte sono le cose da imparare. Continuamente. Tutta la nostra vita non è che un lungo apprendimento selettivo in cui sviluppiamo certe specificità, deprimendone altre.
La magia, spesso, è solo la destrutturazione delle nostre categorie organizzative per ristrutturare categorie diverse che producono realtà diverse. Tutto questo è possibile ma spesso non è proprio un gioco. C’è sempre del rischio nell’uscire dalla propria pelle come se essa costituisse il confine tra il noto e l’ignoto. Per questo io posso solo insegnare dei piccoli giochi, ma per altro metto in guardia. I poteri non sono il Potere e spesso annientano chi sfida i propri confini senza un giusto riguardo.

Il percepire può comprendere molte facoltà e può elevarsi secondo progressioni incredibili, oltre lo spazio denso, oltre il momento colto, oltre il nostro corpo, oltre la realtà normale, oltre la percezione ordinaria. Possiamo allora affermare che il “sopra-vedere” sia un atto sensoriale che appartiene al livello corporeo? Sì e no. E’ solo l’esperienza di ognuno che può decidere.
Chi non ha avuto un certo tipo di esperienza sarà portato a negarla, chi l’ha avuta e non se la sa spiegare si spaventa o diventa possibilista o cerca delle risposte come ho fatto io. Ma anch’io resto scettica poi riguardo ai fenomeni che non ho sperimentato direttamente e credo che un po’ di sano scetticismo e un po’ di senso critico facciano bene a chiunque. Non si può credere a una cosa solo perché uno ce la racconta, ma si possono sperimentare personalmente modi e stati e oggetti nuovi, si può essere curiosi ed accettare anche la possibilità di varcare i propri limiti. Andare anche solo un poco oltre noi stessi è sempre una grande avventura che vale la pena di provare. Senza diventare maghi o veggenti, possiamo raggiungere un po’ di parapsicologia quotidiana alla portata di tutti, che discende solo da un uso diverso delle nostre modalità relazionali, un affinamento delle nostre percezioni, una analisi più concentrata della nostra corporeità, un uso alternativo della mente, una liberazione dell’intuizione.

Il mondo è sempre come noi lo facciamo, ma sempre potremmo sfuggire alla presa del guardiano interiore per forgiarci il mondo in un modo diverso, non solo nel campo del percepire ma in quello, più profondo, dell’essere.
Le fiabe, in fondo, non dicono che questo. Esse ci chiamano all’impresa di uscire dai confini del nostro villaggio personale, percorrere sentieri inusitati, vie sconosciute, forse pericolose, ma che ci faranno conoscere nuove prospettive del vivere e dell’essere.

Il 6.6.95 vado dal ragazzo sensitivo Sergio Bonicelli, 22 anni, introverso, parla poco. Soffre di epilessia e ha avuto uno sviluppo ritardato. Gli antichi ritenevano che l’epilessia fosse un male sacro, che indicava la comunicazione col mondo delle essenze. Sergio è studente universitario, credo di economia e commercio. Benestante, ha una famiglia numerosa ed eterogenea. Non assomiglia ai fratelli che sono estroversi e vivaci, mentre lui sembra portarsi appresso una lentezza meditativa. Sembra che anche il padre abbia certe facoltà ESP e fa da manager al figlio, che è sotto osservazione medica anche per le sue doti. La madre, Maddalena, è una insegnante di lettere estrosa, molto simpatica e franca, dinamica, con scarso senso dell’ordine. Ha fatto meditazione presso Don Arrigo alle Pioppe di Salvaro, un sacerdote che pratica meditazione dopo letture dei Veda e dei Vangeli. Durante questi stati, lei ha visualizzato il terzo occhio. Mi dice: “E’ proprio come un occhio, rotondo e cigliato!” . Ma poi questa visualizzazione l’ha stancata, perché le sembrava non approdasse a nulla.
Il ragazzo mi fa sdraiare sul suo lettino in mansarda. Allunga il braccio destro con la mano parallela al mio corpo a 70 cm di distanza e non mi guarda ma fissa dentro di sé, assorto. Parla pochissimo per cui ho difficoltà ad avere delle risposte, ma continuo a interrogarlo per capire cosa vede: “Luce chiara o nero”, ma a volte parla anche di colori. Io sento effetti termici e a volte vento. Lui vede colori. La luce chiara corrisponde all’energia e alla salute, dove ci sono zone oscure c’è la malattia. Non vede l’aura come irradiazione attorno al corpo, ma linee di luce dentro il corpo, quel poco che dice mi sembra che somigli alla concezione dei meridiani dell’agopuntura cinese. Non conosce l’anatomia, né gli organi, né le malattie, per di più parla poco e dal punto di vista diagnostico il contatto è un po’ carente. Sicuramente ha forza pranica, perché sento le vibrazioni della sua mano anche da un metro di distanza. Licia, che ha fatto 4 sedute per un forte dolore al braccio (soffre di varie malattie croniche alle ossa, per le quali prende spesso sedativi potenti), è guarita dal suo dolore. Ha fatto con lui delle visualizzazioni molto curiose, che l’hanno coinvolta emozionalmente. Dice che il ragazzo, che parla pochissimo, compila delle vere cartelle cliniche. Con grande fatica e molti silenzi, visualizza varie macchie nella mia gamba sinistra (che in effetti mi duole), una macchia all’altezza del cuore (ma credo sia la mia malformazione al polmone), e una linea luminosa curva all’altezza dell’L 6 da cui esce una macchia nera (la mia ernia al disco), il punto è esatto. Mi sente come una persona molto strana, dice che la mia voce al telefono è diversa da quella che io sono. Dice questo perché è in grado di fare delle diagnosi anche solo attraverso la voce o per persone non presenti. Grosso modo, ha indicato i miei disturbi, la cosa non mi è molto utile in quanto conferma solo quello che so, ma è interessante studiare il suo modo di lavorare. In genere dice: “E’ difficile spiegarlo.. non so se posso dirlo con parole…mi vede divisa in due metà, una razionale radicata nella mia vita, e una irrazionale che cerca vie di fuga perché non sopporta la situazione ambientale (famiglia). Quando il desiderio di evasione di questa parte diventa troppo forte, ho disturbi da alienazione o OBE, è una via di fuga a livello paranormale. In realtà ha detto solo tre parole in croce, il resto è interpretazione mia. Cura: prendere la soluzione del “Menefreghismo” e sorridere di tutto quello che mi capita.
Anch’io gli esprimo le mie impressioni su di lui. Mi chiede come lo vedo in mezzo agli altri: “E’ un gatto. E’ notte blu, il gatto lunare sta sul davanzale della finestra, prima del vetro e guarda fuori con occhi brillanti. Dietro c’è la luna. Il gatto accetta il suo ambiente perché l’ambiente gli dà protezione ma è separato dall’ambiente e difeso nella propria autonomia e nella propria riservatezza. Così lui ha bisogno della famiglia e questa gli dà protezione e lo assiste, ma è separato e isolato da tutti. Il padre è prevaricatore, lo protegge ma anche lo controlla, ha una vivacità invasiva che può diventare sgradevole. Gli dico che non dovrebbe stargli troppo accanto e non dovrebbe lavorare con lui. Vedo che ha un fratello atletico, portato alla cura del corpo, alla forza. Assomiglia alla madre, che però lo batte in velocità, lo previene ma senza la sua profondità. Dico che forse ha una sorella più piccola (e in effetti c’è, di tre anni minore) ma mi sembra che il suo esatto contrario e che forse l’ha rimossa, perché non riesco nemmeno a immaginarla, è come se fosse fuori campo. (Mi dice sorridendo che è molto estroversa e sta sempre fuori casa). Vedo che lui non assomiglia a nessuno dei membri della sua famiglia. Secondo me dovrebbe essere come un nonno o una nonna della linea materna. (Mi dice che assomiglia al bisnonno materno). Quando è in mezzo agli altri, è come un osservatore, non partecipa, non è coinvolto, guarda gli altri da una posizione di isolamento. Gli pronostico che andrà via di casa e abiterà con amico piccolo e bruno, silenzioso. Non è portato a formarsi una famiglia. Ma lo aiuterà una donna più grande di lui, grassoccia, bruna, con capelli semilunghi, non bella, sarà più una madre che una moglie, lo aiuterà col suo rispetto e col suo silenzio. Lui ha bisogno di silenzio. Non credo abbia scelto studi giusti. La figura paterna è prevaricatrice e forse lo ha forzato, ma dovrebbe liberarsi dal suo giogo. La protezione in cui è immerso potrebbe diventare molto pesante per la sua autonomia..” Poi lo vedo di colpo come un vecchio cinese, molto vecchio, scarno, con la barbetta sottile e lunga, bianca, e capelli radi lunghi bianchi. Solo in una casina su una collina. Sono morti tutti i suoi. Quanto dolore! Quante morti! E’ molto serio e triste. Pensa a tutti i suoi morti, con tanta solitudine, ma c’è anche saggezza. Lo vedo poi cambiare, ora è un guerriero della parte nord dell’India. E’ chiaro di pelle, molto bello e dignitoso. E’ sopra un carro da guerra e attorno ha i morti di una battaglia. Il guerriero è molto stanco, la sua anima è dolente. Quanti morti! Non è possibile vedere tante morti! Entrambe le figure pensano: “Nella mia vita futura non voglio vedere più tante persone morire accanto. Starò lontano da tutti, cercherò di stare in disparte e di non essere coinvolto negli affetti e nelle perdite. Dovrò scavarmi una nicchia di solitudine e ogni tanto prendere riposo dal coinvolgimento della vita”

Così la mia mente lavorava a contatto con le persone.

Adesso, quando ricevo qualcuno molto agitato, sto male. La signora di oggi era un vortice di sensazioni negative. Nonno suicida, padre suicida, ondate di depressione, una situazione presente drammatica, reale o presunta, somatizzazioni che affiorano dappertutto e sembrano tenacemente inguaribili. Io cerco, in questi casi, di dare il massimo conforto, di dare quasi fisicamente energia positiva, faccio anche della pranoterapia. Ma non vedo i segni di miglioramento. Quando questi soggetti se ne vanno, sono sfinita, mi sento risucchiata. Se posso, mi addormento, cado in un sonno pesante popolato di incubi, da cui esco ed entro a ondate, come in un gorgo, un sonno che sembra quasi uno svenimento, poi cerco di mangiare qualcosa, di bere, di distrarmi. Ipotizzo di aver dato proprio la mia energia in senso fisico per come resto spossata. E la cosa peggiore è che mi sento a pezzi come se, malgrado il mio dare, io non avessi nemmeno sfiorato l’orlo del problema.

Ieri invece la regressione di Yuri lo ha portato in una luce infinita, piena di pace, una luce popolata di onde luminose, come in una delle visioni che aveva da bambino. praticamente una estasi naturale. Da quella luce Yuri non usciva, ne era totalmente assorbito, non andava né avanti né indietro. Quella luce si irradiava su di me come se mi investisse beneficamente e mi ritemprasse. Dopo abbiamo discusso pianamente per un’ora e mezzo. E’ come se lo conoscessi da sempre. E’ un figliolino in seconda. Le cose di cui parliamo non sono importanti ma io sto bene e anche lui sta bene. E’ come se le nebbie dell’inquinamento si allontanassero tutte per una grande pace. Dopo, ho dormito benissimo.

“Tommaso, condusse a fine il suo libro: “Non si può predicare Iddio, come non si predica la vita, il lavoro e l’amore. Bisogna attuarli: già per sé mandano luce, se in essi c’è luce..”

Ernst Wiechert

1 commento »

  1. Carissima Viviana,
    è sempre un piacere leggere i tuoi scritti, a volte rido, non perché sia buffo ciò che scrivi,ma perché se dovessi scrivere della mia vita tagliando le parti straordinarie della tua sensitività, potrei fare un copia e incolla. Circa due anni fa durante un momento “meditativo” ti ho vista con una gran pancia e mi sono detta ” Toh, se non sapessi che non è più in età direi che è incinta,una donna partoriente…”forse questo dono di farci partecipi della tua vita in toto è quel parto, chissà non voglio attribuirmi meriti che non ho.Qualche spiraglio verso l’ignoto mi si è aperto a volte e questo porta il vantaggio che ci si pone per forza di cose a curiosare in quella sconosciuta meraviglia che chiamiamo “noi stessi”. Il vero ignoto, pieno di possibilità insite nella nostra natura ma avulse dalla quotidianità, un cielo dimenticato. Mi piace molto sentire che tuo marito quando parla dice Noi, parola desueta che dovremmo pronunciare più spesso, e che chi non è più al di qua ne ha penetrato il significato, ha dimenticato il presuntuoso io terreno per partecipare al noi. Ci sarebbero così tante cose da dire e da commentare che ci vorrebbe una vita…..
    Ho una cosa da chiederti, sarebbe possibile incontrarti? Ho un problema grosso, quasi irrisolvibile e se fosse possibile mi piacerebbe avere un spiegazione attraverso una regressione se ne hai il tempo e la voglia. La cosa che posso garantirti è che non ti lascerò svuotata e stanca. Questo non dovrebbe succederti comunque nel tuo lavoro di terapeuta, anche se l’empatia è necessaria all’inizio la tua intenzione di dare c’è, non dare del tuo, comunque ti do un piccolo suggerimento, tieni in tasca,una piccola tormalina è una pietra particolare scarica e si ricarica ti dovrebbe aiutare. Mettila anche sul computer visto che ci stai spesso. ringraziandoti ti saluto.
    Mery l’eremita

    Commento di MasadaAdmin — ottobre 1, 2014 @ 10:03 am | Rispondi


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