Nuovo Masada

settembre 3, 2014

MASADA n° 1568 3-9-2014 TRAVAGLIANDO

Filed under: Masada — MasadaAdmin @ 5:21 pm

Continuano le balle di Renzi – Marco Travaglio: Cosa loro; Renzi con-gelato; Travaglio smonta Renzi; Sturmtruppen; La schiforma psichiatrica; Ma mi faccia il piacere; Sotto il secchio niente; Armiamoli e partite; Alla fiera dell’est – Islam – Fallito il piano sbloccaitalia di Renzi per mancanza di fondi – Intercettazioni – Grave responsabilità della Bce per la deflazione – Autunno caldo- Truffa delle armi ai Curdi – Islam

Riforma? È lo strapotere assoluto della maggioranza” (Silvia Truzzi).
.
Incongruenze Bce: Draghi offre un patto per lo sviluppo, sì agli investimenti ma la spesa va tagliata. E con che li facciamo gli investimenti? Con l’aria fresca?
.
Non vi può essere vera democrazia a meno che i cittadini di un Paese comprendano che essi sono i sovrani e i protagonisti principali,agendo di conseguenza con saggezza e responsabilità .La democrazia non adempirà la sua missione a meno che gli individui si alzino con maggiore informazione e coinvolgimento e,uniti,lottino in favore della giustizia controllando le attività dei potenti.
(D. Ikeda)

SERGIO DI CORI MODIGLIANI

29 agosto 2014. Renzi dichiara: “Abbiamo creato ben 100 mila nuovi posti di lavoro”. Non ha specificato dove e come.
48 ore dopo l’Istat comunicava che la disoccupazione ha raggiunto il livello di 12,6% ed è aumentata a Luglio del 3,8%,toccando il livello più alto mai raggiunto dal 1954.

Sempre il 29 agosto, Renzi dichiara: “Grazie agli incentivi del governo sono nate in questi ultimi mesi nuove startup di giovani che si lanciano con ottimismo nel mercato”. Il giorno dopo l’ufficio statistico del Ministero del Lavoro annunciava che da quando Renzi si è insediato si sono persi 1000 posti di lavoro al giorno. Finora ha provocato la perdita di lavoro per ben 212.000 unità lavorative. La disoccupazione giovanile ha raggiunto il 48%.

1° settembre 2014, Renzi dichiara: “Devo sottolineare la buona notizia degli esperti che ci comunicano che i consumi in agosto sono aumentati anche se di poco, appena un +0,2%. Ma ciò che conta è segnalare la ripresa dell’economia italiana e dell’ottimismo da parte dell’industria. Sarà l’Italia la locomotiva d’Europa!”.
Neppure 6 ore dopo, il presidente di Confindustria Squinzi dichiara: “Siamo in una situazione drammatica, forse il governo non si rende conto che il paese sta affondando”. Dopo 12 ore l’ufficio statistico di Confcommercio dice che i consumi interni in agosto sono diminuiti del -3,8% raggiungendo il livello del 1959 e provocando l’effetto deflazione.

Riporto un po’ di editoriali di MARCO TRAVAGLIO sulla politica interna ed estera:

COSA LORO

Tecnicamente si chiama “eterogenesi dei fini”: quando un’azione produce l’effetto opposto a quello sperato dal suo autore. È quel che accade ai nostri politici che tentano di negare o sminuire la trattativa Stato-mafia, e più ci provano più ne confermano l’esistenza e l’importanza. L’altro giorno sono state depositate e rese note alcune conversazioni fra Riina e il suo compare di 41-bis, in cui il boss delle stragi augura la morte a don Luigi Ciotti. Napolitano e Renzi hanno subito telefonato al sacerdote per dargli la solidarietà delle istituzioni, com’è giusto, doveroso e normale che sia. Purtroppo non hanno fatto altrettanto 9 mesi fa, quando furono divulgate le frasi di Riina che non si limitava a voler morto il pm Di Matteo, ma aggiungeva ripetutamente, ossessivamente che va eliminato con una strage tipo Capaci e via D’Amelio, e che “dobbiamo farla subito”. Da allora, era la fine del 2013, si attende che Napolitano e Renzi chiamino Di Matteo o almeno pronuncino il suo nome e cognome accanto alla parola solidarietà, ma in quasi 300 giorni non han trovato un minuto per farlo. Perché? Non è un’illazione dedurre dal loro silenzio che Di Matteo è un condannato a morte di serie B, anzi di serie C perché ha il grave torto di indagare sulla trattativa, ha osato ascoltare Napolitano a colloquio con Mancino (nelle 4 bobine poi fatte distruggere nel giorno del suo reinsediamento al Colle), addirittura di convocarlo come testimone al processo in Corte d’Assise. Chissà la soddisfazione di Riina nell’apprendere che il suo nemico pubblico numero uno è anche il nemico pubblico numero uno dei vertici dello Stato.
Per fortuna, là dove non arriva la politica, osa il cinema. Al Festival di Venezia sono due i film che parlano di trattativa: due gioiellini firmati da Franco Maresco (Belluscone) e da Sabina Guzzanti (La trattativa ). Prima ancora che venissero proiettati, avevano già attirato un mare di critiche: non dal punto di vista artistico o storico (nessuno li aveva ancora visti), ma da quello politico. E qui l’aggettivo “politico” è sinonimo di “omertoso”: di mafia, peggio se associata allo Stato, è meglio non parlare. È quel che sostiene anche il vero protagonista del film di Maresco, che non è B (il titolo col cognome storpiato è pura satira), ma un palermitano piccolo piccolo: Ciccio Mira, impresario di cantanti neomelodici e di feste popolari nei quartieri più mafiosi di Palermo, come Brancaccio, feudo dei fratelli Graviano e base di partenza delle stragi di via D’Amelio nel ’92 e di Firenze, Milano e Roma nel ’93. I palchi dei concerti sono posizionati dinanzi alle case dei boss, a mo’ di inchino. E al termine il cantante rivolge un commosso e deferente saluto “agli amici ospiti dello Stato”, i mafiosi detenuti al 41-bis, augurando loro “un presto (sic) ritorno a casa”. La storia è quella del sottoproletariato palermitano, rigorosamente filomafioso e berlusconiano (ma chissà che non stia diventando renziano). Peraltro speculare ai figli della buona borghesia che, intervistati in discoteca, parlano di mafia esattamente come i figli di Brancaccio: “Il 23 maggio? Un giorno come un altro”, “Il 19 luglio? Si sposò mia sorella”, “La trattativa Stato-mafia? Niente so, ma non penso ci sia stata”, e comunque “meglio la mafia che lo Stato, no?”. Il film di Maresco non è un film su Brancaccio, e nemmeno su Palermo, e neppure sulla Sicilia: ma sull’Italia. Al di là delle declamazioni retoriche, quelle risposte in discoteca corrispondono perfettamente al pensiero di gran parte della nostra classe politica, della Prima e della Seconda e della Terza Repubblica (si fa per dire, ovvio).
Infatti ieri, per non farci mancare nulla, il forzista Lucio Malan – valoroso esponente della maggioranza che sta riscrivendo, cioè devastando la Costituzione – ha chiesto il sequestro del film per l’“immagine negativa” che dà di B (forse quando mostra la faccia di Dell’Utri, o la foto di Mangano, o la tomba di Bontate) e dell’Italia. Testuale: “Il cinema può essere un veicolo eccezionale di promozione non solo turistica, ma anche economica” e non dovrebbe “indulgere sulla mafia”. Bravo Malan, e grazie. Sei tutti loro.

RENZI CON-GELATO (Travaglio)

Oltre ai suoi difetti, che non fa nulla per nascondere, Matteo Renzi ha mostrato finora almeno 3 pregi: intelligenza, coraggio e abilità nella comunicazione. Venerdì, nella conferenza stampa sul consiglio dei ministri del Big Bang che doveva rivoluzionare l’Italia, il premier con gelato e congelato ha fatto di tutto per smentirli tutti e 3.
Soltanto uno stupido può inscenare quegli spensierati sketch da cabaret o da villaggio vacanze mentre il Paese sprofonda sempre più in una crisi senza fine. Solo un pavido può rinviare a data da destinarsi misure urgenti come quelle – da lui stesso peraltro annunciate – sul disboscamento delle partecipate comunali, la prescrizione, il falso in bilancio, l’autoriciclaggio e la corruzione.
Solo un pessimo comunicatore può offendere e provocare milioni di italiani che faticano a campare con battutine e sceneggiate da “tutto va ben madama la marchesa” e con bugie dalle gambe cortissime tipo gli annunci sull’alta velocità Messina-Palermo, la “cantierabilità” (ma come parla?) di opere pubbliche per 43 miliardi (che poi sono 3,8 e stanziati dai governi precedenti), il processo telematico (avviato 15 anni fa, quando lui era all’università) e il dimezzamento dei tempi e degli arretrati nella giustizia civile.
Finché racconta palle su materie tecniche e poco verificabili, la gente magari ci casca un altro po’. Ma quando sostiene di aver creato 100mila posti di lavoro in due mesi, mentre l’occupazione continua a scendere a botte di 1000 disoccupati al giorno, c’è pure il caso che s’incazzino in tanti. Poi c’è la giustizia: dopo mesi di annunci, si sperava di vedere finalmente –oltre alle slide- qualche testo di legge. Ma era troppo pretendere: la tradizione orale continua.
Per sapere come pensano Renzi e il povero Orlando di dimezzare i 5,2 milioni di processi civili arretrati e la durata delle cause di primo grado, bisogna tirare a indovinare. Sperano che 2,6 milioni di fascicoli evaporino o si smaterializzino con la macumba? Diramano una circolare ai cancellieri perché si mangino o gettino nel cassonetto un fascicolo sì e l’altro no? Allestiscono pire di dossier nel cortile di via Arenula come fece Calderoli col lanciafiamme per 250mila presunte “leggi inutili”?
Dalle prime indiscrezioni, pare che tenteranno di convincere 2,6 milioni di cittadini che han fatto causa e attendono da anni giustizia a lasciar perdere o ad accordarsi con chi li ha danneggiati fuori dal tribunale, sostituendo il giudice con un avvocato (tanto ne abbiamo da vendere: 250mila e passa). In alternativa, le parti potrebbero sempre giocarsi la causa a pari e dispari (bim-bum-bam), a braccio di ferro, o magari a briscola, tressette, poker e sette e mezzo. Oppure rivolgersi a Previti, che già dei giudici faceva a meno perché se li comprava e le sentenze, per sicurezza, se le scriveva da solo: un precursore.
C’è poi il meraviglioso “chi sbaglia paga”, da applicarsi esclusivamente ai giudici (se valesse anche per Renzi, con tutte le stime del Pil che è riuscito a cannare in 6 mesi finirebbe all’ergastolo). Lo slogan è molto popolare, specie in un paese con milioni di criminali che votano e fanno votare, e le rare volte che si riesce a condannarli si sentono tutti Enzo Tortora.
Ma anche questa è pura chiacchiera: l’errore giudiziario presuppone il dolo (cioè che il giudice lo faccia apposta) o la colpa grave (un abbaglio tale da sbagliare persona o ignorare una prova gigantesca dell’innocenza o della colpevolezza dell’imputato), cose che capitano in casi eccezionali.
Infine le intercettazioni: per dare un contentino ad Alfano, cioè a B, il premier annuncia che in caso di tangenti la conversazione si pubblica ancora, mentre “se c’è del tenero tra me e il ministro Martina” non più. Purtroppo, fra tutti gli esempi che poteva fare, gli è uscito il peggiore. Se il premier andasse a letto con Martina, i cittadini avrebbero il diritto di sapere se l’ha portato al governo perché è un bravo ministro o perché è bravo a letto. Ma forse Renzi pensava a qualche altro ministro”.

TRAVAGLIO SMONTA RENZI

In 6 mesi abbiamo avuto:
1. la legge svuotacarceri (la terza in 3 anni, quella che lascia liberi tutti gli spacciatori e non solo quelli),
2. la riforma del voto di scambio politico-mafioso (che l’altro ieri ha regalato a un politico siciliano Udc l’annullamento della sua condanna a 6 anni per aver comprato voti da un boss),
3. la rivoluzionaria, epocale Riforma della Giustizia.
Travaglio ricorda la conferenza stampa di Matteo Renzi, a fine luglio, con le 12 linee guida, le slide sberluccicanti e l’invito del premier “Scriveteci le vostre idee a rivoluzione@governo.it  ”?
Devono avergli scritto Berlusconi, Verdini, Dell’Utri, Alfano e Schifani. Infatti ieri il premier col gelato ha annunciato un bavaglino sulle intercettazioni per avvocati, giornalisti e cittadini.
Quanto alla prescrizione, che falcidia dai 100-150 mila processi all’anno e l’Europa ci chiede di bloccare al momento del rinvio a giudizio come in tutti i paesi civili, è tutto un faremo, vedremo, delegheremo: zero assoluto.
Così come su falso in bilancio, frode fiscale, autoriciclaggio e anticorruzione. Dare la colpa a B o Alfano è giusto, ma riduttivo:
Renzi, quando vuole, fa come gli pare (ne sanno qualcosa i suoi ministri, Giannini in primis). La boiata di ieri porta dunque il suo nome e la sua responsabilità.
Diciamola tutta, allora, fuori dai denti: la rottamazione, la rivoluzione, l’innovazione sono annunci vuoti, promesse vane, parole al vento.
Il bulletto di Rignano s’è messo prontamente a cuccia e protegge come i suoi predecessori una classe dirigente che campa sulle prescrizioni (senza, sarebbe decimata dalle retate), sugli scambi e le trattative con le mafie, sui bilanci falsi, sulle frodi fiscali e sulla speranza di non essere intercettata (o, nel caso lo fosse, almeno di non finire sputtanata sui giornali).
Una riforma della giustizia che non limiti le intercettazioni e la loro conoscibilità, non intimidisca i magistrati, ma anzi li aiuti a scoprire corruzioni, voti di scambio, falsi in bilancio e frodi fiscali sarebbe cannibalismo puro.
Renzi ha fatto la sua scelta, premeditata. Non ha ceduto a un diktat di B o di Alfano. Continua a fare accordi con B e Alfano perché la pensa come loro. È ora di prenderne atto, onde evitare future sorprese, delusioni e prese in giro.
Ricordate il nuovo reato di voto di scambio (416 ter Codice penale) approvato in Senato il 16 aprile dopo 3 passaggi parlamentari? È la prova della premeditazione.
Mentre il Fatto, alcuni magistrati (Di Matteo, Gratteri, Ingroia) e i 5Stelle gridavano al colpo di spugna o almeno al pastrocchio, lorsignori (politici di ogni colore, ma anche purtroppo i pm Cantone e Roberti) giuravano che la riforma era perfetta o almeno molto migliore della precedente.
In apparenza era così, visto che finalmente puniva il politico e il mafioso che scambiano voti o promesse di voti non solo per denaro, ma anche per “altre utilità” (appalti, assunzioni, favori). In realtà riduceva le pene, che prima andavano da 7 a 12 anni e ora vanno da 4 a 10. E – come subito avvertì il Massimario della Cassazione – era scritta apposta per risultare inapplicabile e mandare assolti i colpevoli. È il Renzi-style: pacchetti ben infiocchettati e, dentro, il nulla o il peggio.
Vediamo come e perché.
1) Nel primo passaggio al Senato, su impulso dei 5Stelle, il Pd aveva accettato di inserire fra le altre utilità promesse dal politico al mafioso in cambio di voti la “disponibilità a soddisfare gli interessi o le esigenze dell’associazione”. Poi però quella frase fu cancellata. Dunque se il politico promette al mafioso di mettersi a disposizione della sua cosca in cambio di voti, è molto improbabile che commetta reato.
2) Perché il voto di scambio sia reato non basta che il politico accetti la promessa di voti dal mafioso: grazie a un altro codicillo appositamente aggiunto in extremis al testo base della riforma, bisogna pure dimostrare che il mafioso si è impegnato a procurarglieli “mediante le modalità di cui al 3° comma dell’art. 416 bis”, cioè con “la forma di intimidazione del vincolo associativo e della condizione di assoggettamento e di omertà”. Se invece il mafioso chiede i voti gentilmente, o non si riesce a dimostrare che abbia promesso di chiederli con minacce, l’accordo col politico non è reato.
È questa la scappatoia che ha salvato l’Udc Antonello Antinoro, Mister Preferenze di scuola cuffariana: incontrò due volte il boss di Resuttana, gli consegnò una busta di 5 mila euro in cambio di voti per le Regionali 2008, un picciotto chiamò il suo cellulare il giorno prima delle elezioni per comunicare che “tutte le cose stanno andando nel modo migliore” e l’indomani l’“onorevole” fu eletto con 25 mila preferenze.
Però, scrive la Cassazione, il “nuovo articolo 416 ter” rende “penalmente irrilevanti condotte pregresse consistenti in pattuizioni politico-mafiose che non abbiano espressamente contemplato… il concreto dispiegamento del potere di intimidazione proprio del sodalizio mafioso e che quest’ultimo si impegni a farvi ricorso”: “ai fini della punibilità, deve esservi stata piena rappresentazione e volizione da parte dell’imputato di avere concluso uno scambio politico-elettorale implicante l’impiego da parte del sodalizio mafioso della sua forza di intimidazione e costrizione della volontà degli elettori”.
Chi ha infilato quella frasetta nella legge ne conosceva benissimo gli effetti impunitari. Noi, e non solo noi, l’avevamo scritto e detto per tempo, non solo sul Fatto (sul sito di Servizio Pubblico c’è un dibattito fra il sottoscritto e la sempre ignara Picierno, a imperitura memoria).
Dunque non fu un errore o una svista: fu un delitto legislativo premeditato per salvare chi, in certe zone d’Italia (e non solo al Sud), non sa come prendere voti se non comprandoli dalle mafie. La trattativa Stato-mafia è un format inossidabile, che sopravvive a ogni rottamazione vera o presunta. Sarebbe ora di depositarlo alla Siae”.

STURMTRUPPEN (Travaglio)

Ricordate le armi ai curdi? La settimana scorsa gli annunci tonitruanti del governo e dei giornaloni al seguito ci avevano quasi convinti che fossero partite per il Kurdistan iracheno. Le ministre Pinotti e Mogherini avevano interrotto le ferie di un centinaio di parlamentari, peraltro ignari dell’esistenza del Kurdistan, per deportarli nelle commissioni Difesa ed Esteri e comunicare al mondo che il Califfato aveva le ore contate: l’Italia, nota superpotenza militare, stava inviando ai nemici del califfo al-Baghdadi alcuni aerei cargo stracolmi di kalashnikov, razzi katiuscia e missili anticarro “perfettamente funzionanti” (parola della Pinotti, che li aveva personalmente oliati e collaudati al poligono di tiro di Arma di Taggia). Si tratta, com’è noto, di vecchie ferraglie di fabbricazione sovietica (anni 70), sequestrate vent’anni fa dalla Procura di Torino a miliziani croati e destinate alla distruzione per ordine dei giudici, ovviamente disatteso dai nostri governi che le tennero ad arrugginire nei magazzini, senza che nessuno le usasse, nemmeno il nostro scalcinato esercito. Lo stesso giorno Renzi si recava sul posto, prima a Baghdad poi a Erbil e, nella migliore tradizione italiana, prendeva impegni contraddittori per non scontentare nessuno: al premier iracheno prometteva di rispettare la sovranità nazionale del Paese, cioè di inviare le armi al governo legittimo (si fa per dire); poi rassicurava i capi curdi, ansiosi di riceverle nelle proprie mani. Ieri abbiamo chiesto se il formidabile arsenale abbia poi preso il volo, e in quel caso per dove. Risposta: tutto fermo.
Non che le sorti della guerra ne risentano, anzi: finché i curdi non le vedono, ci risparmiamo il rischio che ci rispediscano indietro le armi e ci dichiarino guerra per lo sfregio. Ma la partita si fa avvincente, perché qualunque decisione prendano le nostre Sturmtruppen sarà un disastro: se spediamo le armi ai curdi, il governo di Baghdad – teoricamente nostro alleato – s’incazza, mal sopportando l’indipendentismo di quel popolo; se le spediamo alle autorità irachene perché le girino ai curdi, è difficile che queste lo facciano, per non favorire la disgregazione del Paese, così s’incazzano i curdi, teoricamente nostri alleati. Par di vederli, i nostri strateghi, riuniti davanti al Monopoli per uscire dal vicolo stretto. Idea: mandiamo metà armi a Baghdad e metà al Kurdistan. Anzi no, spediamo fucili, razzi e missili ai curdi e le munizioni agli iracheni. Meglio ancora: paracadutiamo il tutto nel deserto, e il primo che arriva prende tutto, come al gioco del fazzoletto. C’è poi l’eventualità che, ammesso e non concesso che le armai arrivino e funzionino, i curdi le cedano agli attuali alleati sciiti, che oggi sono amici nostri in funzione anti-Isis, ma domani potrebbero diventare nemici e costringerci a una nuova missione di pace, cioè di guerra, per levargli le nostre armi. Anche in politica estera, insomma, la rottamazione tarda ad arrivare. Nell’attesa ci si barcamena con i doppigiochi di sempre: quelli della solita Italietta che non è mai riuscita a terminare una guerra dalla stessa parte in cui l’aveva iniziata. Si parte con un alleato, poi si vede come butta e se marca male si passa al nemico per partecipare alla festa sul carro del vincitore. Fu così nelle due guerre mondiali, ma anche nella Prima Repubblica: l’Italia stava con la Nato, ma anche con Mosca (Andreotti la Germania la preferiva divisa in due); con Israele, ma anche con i terroristi palestinesi che volevano annientarlo; con l’Inghilterra, ma anche con i generali argentini che occupavano le Falkland. Quando Reagan bombardò Gheddafi per farla finita con i fondi libici all’internazionale del terrore, avvertì Craxi e Andreotti che corsero ad avvertire il colonnello per farlo scappare. Poi venne Berlusconi, che stava con tutti e col contrario di tutti: con Bush, ma anche con Putin, ma anche con Gheddafi. Che poi il governo B. contribuì a bombardare, ma solo un po’ (“non lo chiamo per non disturbarlo”), e a far massacrare da quegli stessi ribelli che ora sono nostri nemici. Passano le ere geologiche, ma resta inevasa una domanda di Otto von Bismarck: “Sapete per caso con chi stanno oggi gli italiani?”.

LA SCHIFORMA PSICHIATRICA (Travaglio)

Questa volta Calderoli ha esagerato per difetto. La schiforma costituzionale approvata l’8 agosto dal Senato non è una merdina, come graziosamente l’ha definita nelle sue vesti di relatore, cioè di esperto. È una merdaccia sesquipedale. E non solo per il contenuto (i senatori non più eletti dai cittadini, ma nominati dai consigli regionali, l’immunità, l’innalzamento delle firme per le leggi popolari da 50 a 150 mila e le altre boiate denunciate nell’appello del Fatto). Ma anche per la forma. Che, com’è noto, è anche sostanza: una prosa che pare uscita dalla penna di un malato di mente in avanzato stato di ubriachezza, in un dedalo di rimandi, rimpalli, commi, cavilli, circonlocuzioni, supercazzole burocratesi che deturpano anche l’estetica della Costituzione, nota finora per la cristallina chiarezza e la sintesi tacitiana. Prendiamo solo tre dei 47 articoli “riformati” da questi squilibrati: il 70, il 71 e il 72, che illustrano l’iter di formazione delle leggi.
L’attuale art. 70 conta 9 parole: quello nuovo 363. L’art. 71 quadruplica, da 44 a 171 parole. Il 72 le raddoppia: da 190 a 379. Roba da regolamento condominiale, non da Carta costituzionale. Si dirà: ma d’ora in poi finisce il bicameralismo perfetto. Sì, buonanotte: il palleggio Camera-Senato (e di nuovo Camera e di nuovo Senato, in caso di leggi emendate strada facendo) sopravvive “per le leggi di revisione della Costituzione e le altre leggi costituzionali, per le leggi di attuazione delle disposizioni costituzionali in materia di tutela delle minoranze linguistiche, di referendum popolare, per le leggi che danno attuazione all’articolo 117, 2° comma, lettera p), per la legge di cui all’articolo 122, 1° comma, e negli altri casi previsti dalla Costituzione”. E le altre leggi? “Sono approvate dalla Camera dei deputati”. Quindi il Senato non le tocca più? Magari: “Ogni disegno di legge approvato dalla Camera dei deputati è immediatamente trasmesso al Senato della Repubblica che, entro 10 giorni, su richiesta di un terzo dei suoi componenti, può disporre di esaminarlo. Nei 30 giorni successivi il Senato della Repubblica può deliberare proposte di modificazione del testo, sulle quali la Camera dei deputati si pronuncia in via definitiva. Qualora il Senato della Repubblica non disponga di procedere all’esame o sia inutilmente decorso il termine per deliberare, ovvero quando la Camera dei deputati si sia pronunciata in via definitiva, la legge può essere promulgata”. Cioè la Camera, a maggioranza semplice, può infischiarsene delle modifiche proposte dal Senato. Ma non sempre: fanno eccezione “i disegni di legge che dispongono nelle materie di cui agli articoli 114, 3° comma, 117, commi 2°, lettera u), 4°, 5°, 9°, 118, 4° comma, 119, 3°, 4°, limitatamente agli indicatori di riferimento, 5° e 6° comma, 120, 2° comma, e 132, 2° comma, nonché per la legge di cui all’art. 81, 6° comma, e per la legge che stabilisce le forme e i termini per l’adempimento degli obblighi derivanti dall’appartenenza dell’Italia all’Ue”: in questi casi, per snobbare le indicazioni del Senato, la Camera deve votare a maggioranza assoluta. Senza dimenticare che “i disegni di legge di cui all’art. 81, 4° comma, approvati dalla Camera dei deputati, sono esaminati dal Senato della Repubblica che può deliberare proposte di modificazione entro 15 giorni dalla data della trasmissione. Per tali disegni di legge le disposizioni di cui al comma precedente si applicano nelle medesime materie e solo qualora il Senato della Repubblica abbia deliberato a maggioranza assoluta dei suoi componenti”. E non è mica finita, perché “il Senato della Repubblica può, con deliberazione adottata a maggioranza assoluta dei suoi componenti, richiedere alla Camera dei deputati di procedere all’esame di un disegno di legge. In tal caso, la Camera dei deputati procede all’esame e si pronuncia entro il termine di 6 mesi dalla data della deliberazione del Senato della Repubblica”. Tutto chiaro, no? Quindi, ricapitolando. Il disegno di legge parte dalla Camera, che lo approva. Il Senato può metter becco su richiesta di almeno 1/10 dei senatori entro 10 giorni. Poi può votarlo uguale o emendarlo entro 20 giorni. A quel punto la Camera lo riapprova come pare a lei (recependo o ignorando le modifiche del Senato) a maggioranza semplice. Ma non sempre: per una lunga serie di materie, se vuole fregarsene del Senato deve farlo a maggioranza assoluta. Per chi fosse sopravvissuto fin qui, c’è poi il caso delle leggi di bilancio e dei rendiconti annuali: il Senato ha solo 15 giorni per rimaneggiarli, e deve farlo a maggioranza assoluta; nel qual caso la Camera, per ignorare le modifiche senatoriali, vota a maggioranza assoluta, mentre per recepirle le basta quella semplice. Sempre più difficile: che succede ai ddl di conversione in legge dei decreti del governo? Il Senato deve cominciare a esaminarli entro 30 giorni da quando arrivano alla Camera, pure se questa non ha ancora finito di vagliarli: anche perché il governo può imporre alla Camera di votarli entro e non oltre 60 giorni, all inclusive. Tutto questo, si capisce, allo scopo di snellire, semplificare e accelerare secondo i dettami del pie’ veloce Matteo. Otto giorni fa il Sole 24 Ore ha tentato di illustrare graficamente il nuovo percorso delle leggi: ne è uscito una specie di gioco dell’oca per repartini psichiatrici che, se tutto va bene, moltiplicherà i tempi, paralizzerà le procedure, arroventerà le risse e aumenterà i contenziosi fra governo e Parlamento e fra Camera e Senato. L’Ucaf, Ufficio Complicazione Affari Semplici, ha colpito ancora. Chiamate l’ambulanza.

MA MI FACCIA IL PIACERE (Travaglio)

Il solito ignoto. “Bisogna togliere il Paese dalle mani dei soliti noti, quelli che vanno in tutti i salotti buoni a concludere gli affari di un capitalismo di relazione ormai trito e ritrito. Questa è la rivoluzione culturale che serve all’Italia: spalancare le finestre e fare entrare aria nuova” (Matteo Renzi, Pd, presidente del Consiglio, Tempi, settimanale vicino a Cl, 24-8). Tipo Berlusconi? O la Marcegaglia? O Cl? Il solito gnorri.

“Contrariamente a quel che si dice, io nei salotti non ci sono mai entrato” (Sergio Chiamparino, Pd, presidente della Regione Piemonte, la Repubblica, 24-8). Lui entrava direttamente nei caveau.

Saldi e ribassi. “Berlusconi avverte il premier: sul fisco non facciamo sconti” (il Giornale, 19-8). Senza parole, ci arrendiamo.

Libera docenza. “Berlusconi si mette a dieta e si prepara a fare il prof. Da metà ottobre terrà un ciclo di lezioni” (Libero, 20-8). Ha avuto la cattedra di furto con scasso.

Voce del verbo inserire. “Non serve abolire l’articolo 18. Basta il contratto di inserimento” (Giuliano Poletti, Pd, ministro del Lavoro, Corriere della sera, 17-8). Inserimento di cosa, non osiamo immaginarlo. Ma è meglio se intanto i lavoratori camminano rasente ai muri.

Alla memoria. “Togliatti fu uno dei padri della Costituzione: la Camera ospiterà una mostra a lui dedicata in autunno” (Laura Boldrini, Sel, presidente della Camera, 21-8). Prima che Renzi, Boschi, B. & Verdini distruggano anche quella.

La stratega. “Di Battista è un fanatico esaltato con la sindrome del pene piccolo” (Licia Ronzulli, eurodeputata FI, La Stampa, 23-8). Vuoi mettere invece la pompetta di Lui.

Prima o poi. “Io penso che la luna di miele del governo potrà durare ancora un po’, grazie alle indubbie qualità di comunicazione del nostro giovane premier. Ma gli italiani sono un popolo concreto e prima o poi si accorgeranno che questo governo e questa maggioranza non sono in grado di tener fede alle tante, troppe promesse” (Paolo Romani, capogruppo FI al Senato, La Stampa, 18-8). Di solito se ne accorgono dopo una ventina d’anni.

Sacconi di fesserie. “L’obbligo di reintegro di un lavoratore licenziato senza giusta causa è una cosa assurda” (Maurizio Sacconi, Ncd, presidente commissione Lavoro del Senato, la Repubblica , 18-8). In effetti non si capisce per quale giusta causa gli italiani debbano mantenere ancora Maurizio Sacconi.

La grande riforma/1. “La polizia ad Alfano: ‘Con lo svuotacarceri dimezzati gli arresti degli spacciatori’” (la Repubblica, 18-8). Renzi aveva promesso di dimezzare i processi arretrati: fatto!

La grande riforma/2. “Il senatore Caliendo (FI) ha chiesto al ministro Orlando di inasprire la responsabilità civile dei magistrati” (Corriere della sera, 22-8). O almeno di abolirli.

La grande riforma/3. “Nessun patto segreto sulla giustizia con Berlusconi” (Andrea Orlando, Pd, ministro cella Giustizia, la Repubblica, 22-8). Infatti è palese.

Vivi o morti. “È caccia al giornalista: Grillo mette nel mirino pure chi è appena morto. Dal blog fango anche su Orlando, deceduto pochi giorni fa” (Il Giornale, 18-8). Lo stesso che il Giornale metteva nel mirino del fango quando era vivo.

Il detassatore. “Meno tasse ma tagli di spesa” (Matteo Renzi, Pd, presidente del Consiglio, La Stampa, 22-8). “La Tasi sarà più cara dell’Imu per una famiglia su due. E per oltre due terzi di quelle che vivono in case modeste e hanno figli” (la Repubblica, 23-8). Ah, ecco.

Lavoratori! “Prima di entrare in Parlamento lavoravo” (Andrea Romano, deputato Scelta civica, Canale5, 17-8). Poi per fortuna ha smesso.

Canti Orfinici. “Il Pd stia vicino a chi fatica” (Matteo Or-fini, presidente Pd, la Repubblica, 23-8). Tipo lui, che non ha mai lavorato in vita sua.

Piccoli Solgenitsin crescono. “Una volta nei circoli del Pci – e negli altri partiti – si dibatteva, anche se poi c’era il centralismo democratico. Da noi no. Nel M5S non è permesso alcun dibattito” (Tommaso Currò, deputato M5S, la Repubblica, 23-8). Fortuna che Repubblica è riuscita a contattarlo nel gulag in cui è recluso, altrimenti nessuno l’avrebbe saputo.

Etica pussa via. “Codice etico ? Certe parole mi fanno venire in mente gli avvocati. Preferisco definirlo comportamentale e sarò io il giudice in base alla mia testa e alla mia mentalità. Non ci saranno punizioni standard” (Antonio Conte, nuovo ct della Nazionale di calcio, Corriere della sera, 20-8). Scommettiamo?

SOTTO IL SECCHIO NIENTE (Travaglio)

Nell’estate del coatto trionfante, del presidente del Consiglio dei ministri che si prende a secchiate d’acqua per fare beneficenza a favore di telecamera e soprattutto a costo zero, delle ministre ritratte in retrospettiva col photoshop che fa quello che può, della riforma costituzionale in quattro e quattr’otto col trolley dietro la porta, delle vecchie armi arrugginite inviate ai curdi come le perline colorate agli indios e i farmaci scaduti agli africani, per giunta da parte di politici che confondono il Kurdistan col cardigan, va rovesciato il vecchio adagio “un popolo ha la classe politica che si merita”. Semmai è vero il contrario: una classe politica ha il popolo che si merita. I turisti italioti che sfoderano il pisello a Barcellona sono l’effetto collaterale degli auto-gavettoni e dei tweet tamarri del premier a base di “maddeche”. Ve li immaginate De Gasperi, Einaudi, Togliatti, Fanfani, Moro, Berlinguer, Almirante, La Malfa che s’infradiciano d’acqua gelida su richiesta di Fiorello? Poi uno si meraviglia se il presidente del maggior partito è Matteo Orfini, che non avrebbe sfigurato con Totò sul wagon-lit: “Onorevole lei, con quella faccia? Ma mi faccia il piacere!”.
L’altro giorno Orfini, nel penoso tentativo di nascondere il patto Pd-Berlusconi sulla giustizia, non ha trovato di meglio che twittare (comunica solo così, come i ragazzini ipnotizzati dall’iPhone): “I grillini rifiutano il confronto sulla riforma della giustizia… coi terroristi bisogna interloquire, ma guai a farlo col governo…”. Solennissima sciocchezza, visto che Di Battista non s’è mai sognato di affermare che i 5Stelle debbano dialogare con l’Isis: semmai le diplomazie. Renzi, altro compulsivo dell’hashtag, ha subito ritwittato l’orfinata, salvo poi accorgersi che era troppo grossa persino per i suoi standard. Allora ha precisato che non era sua intenzione accusare la forza politica più votata in Italia nel 2013 di parlare solo coi terroristi. Ma Orfini ha ribadito il concetto a Repubblica, che proprio non sapeva come riempire una pagina: “I 5Stelle vogliono aprire il dialogo con i jihadisti dell’Is e poi rifiutano di parlare col governo del loro paese”. Non è ben chiaro che cosa c’entri un’analisi sul Medioriente con la presunta riforma della giustizia in Italia. Ma la domanda è oziosa: le parole, per Orfini, sono riempitivi accidentali per dimostrare la propria esistenza in vita. Alla tenera età di 40 anni, l’altro Matteo è già riuscito a essere dalemiano, bersaniano, giovaneturco e renziano. Nell’aprile 2013 giurava: “Fra Marini e Rodotà scelgo Rodotà”. Poi votò Napolitano. Larghe intese con B.? Giammai: “Un governo Pd-Pdl e senza Grillo è impensabile, non esiste in natura. Al governo con Berlusconi ero e resto contrario”. Poi votò il governo Letta, con B. e senza Grillo. Il 26 agosto disse all’Unità: “Se il governo Letta cade non vedo altra strada che il voto”. Poi Renzi iniziò la fronda a Letta e Orfini lo ammonì: “Basta provocare, faccia il segretario e la smetta con certe guasconate”. Poi Renzi pugnalò Letta e prese il suo posto con l’appoggio di Orfini, promosso a presidente. Lui che due mesi prima aveva votato Cuperlo contro Renzi, “sedotto dalle sirene liberiste di questi ultimi venti anni”. Infatti – tuonava – “Renzi premier sarebbe una follia”, “è l’ultimo giapponese di una linea abbandonata in tutto il mondo”, “mi ricorda i Righeira e gli Europe, fa scelte estetico-musicali da paninaro. La sua idea della politica spettacolo è figlia di quegli anni”. “È passato dalla rottamazione al riciclo. L’allegria con cui si passa da veltroniani a bersaniani a renziani senza provare a giustificare i propri cambiamenti è un male storico del Pd. E questa ipocrisia è un problema per chi si candida a cambiarlo: non si può pensare di rivoluzionare il Pd con Veltroni, Bettini, Franceschini e Fassino, che tentano di abbracciare chi è ritenuto il vincitore pur essendo l’opposto della rivoluzione di cui parla Renzi. Non si possono premiare opportunismo e trasformismo. Altrimenti portiamo nel nuovo partito tutti i vizi e i difetti del vecchio Pd. Renzi doveva cambiare il partito, ma forse il partito ha cambiato lui.L’abbraccio mortale lo sta portando sempre più verso un patto di oligarchi”. Mancava solo Orfini. Poi è arrivato.

ARMIAMOLI E PARTITE (Travaglio)

Ha fatto bene Renzi a visitare Baghdad, dove ha incontrato il governo di quel che resta dell’Iraq, e poi anche il campo profughi di Erbil, dove ha parlato con i capi dell’enclave autonoma curda. Ha fatto male invece a non telefonare subito a Roma per bloccare le allegre ministre Mogherini & Pinotti che stavano incassando l’ok delle ignare commissioni Esteri e Difesa all’invio di armi ai curdi. Ciò che il premier ha visto e sentito in Iraq era più che sufficiente per indurlo ad archiviare l’idea balzana di spedire una carrettata di vecchi kalashnikov, missili e razzi anticarro di fabbricazione sovietica sequestrati nel lontano 1994 alle milizie croate e da allora giacenti nei magazzini del nostro esercito. Che si guardava bene dall’usarli, il che la dice lunga sulla loro efficienza. Qui non si tratta di fare del pacifismo a buon mercato: anche le missioni di pace e i corridoi umanitari esistono grazie alla protezione armata. Qui si tratta di domandarsi chi stiamo armando, con quali armi, con quali procedure e contro chi verranno usate non solo oggi, ma anche domani.
1) Chi stiamo armando? I guerriglieri curdi, che si oppongono alle milizie jihadiste sunnite del Califfato (Isis), anch’esse dotate di armi occidentali ereditate dagli arsenali di Saddam Hussein, e animate da spirito di vendetta dopo l’umiliazione subita dai sunniti con la sconfitta saddamita e la salita al potere di un regime sciita. Dunque al momento i curdi che andiamo ad armare sono alleati degli sciiti, sostenuti dall’Iran, che fino a qualche anno fa erano la bestia nera dell’Occidente. Chi ci garantisce che le nostre armi non passino dai curdi agli sciiti che fra qualche anno ci toccherà disarmare quando decideremo di reiscriverli all’albo dei terroristi? 2) Con quali armi? Il capo di gabinetto del presidente della regione autonoma curda Fuad Hussein spiega al Corriere che ai suoi soldati occorrono “blindati anti-mina, armi anticarro nuovo modello, visori per la guerra notturna ed elicotteri da guerra”. Noi, per tutta risposta, inviamo i ferrivecchi di cui sopra: c’è da sperare che i curdi non ce li rimandino indietro con spedizione a carico del destinatario. La Germania, che è la Germania, ha deciso di inviare caschi e giubbotti antiproiettile, che almeno servono a qualcosa. E la Svezia ha comunicato: “Non siamo una potenza in campo militare, mentre lo siamo in campo umanitario, quindi invieremo cibo, medicinali e soccorsi”. Un discorso serio che avremmo dovuto fare anche noi: invece due mesi fa il governo ha tagliato i progetti umanitari all’Iraq e ora se la tira da superpotenza militare con i fondi di magazzino per soddisfare gli uzzoli interventisti della Pinotti, in corsa per il Quirinale, e della Mogherini, ansiosa di accreditarsi in Europa per l’inutile poltrona di Mister Pesc (lesso). 3) Con quali procedure? Il premier dimissionario iracheno al Maliki e quello incaricato al Abadi han chiesto a Renzi di non consegnare le armi ai curdi, ma al governo di Baghdad, mentre il presidente dell’enclave curda Barzani gli ha chiesto di spedirle direttamente a lui. Il perché è semplice: il governo filosciita iracheno detesta cordialmente i curdi, che ricambiano con interessi, rivendicando la propria indipendenza e profittando della guerra al Califfo per farsi il proprio stato. “Una soluzione di compromesso – dice Renzi al Corriere – potrebbe essere far arrivare le armi a Erbil, ma consegnarle a un inviato di Baghdad”. La classica farsa all’italiana: per armare i curdi, diamo le armi a un inviato del governo che odia i curdi, e poi se la vedano loro. Ma non si esclude un’altra furbata: io le armi le lascio qui, per non saper né leggere né scrivere, e il primo che passa se le prende. Del resto – secondo le cronache, depurate dalla retorica sulla “storica visita” e sullo “scout Matteo” – Renzi ha promesso ad al Maliki “il rispetto della sovranità irachena”. Impegno che fa a pugni con le armi alla regione curda che Baghdad non riconosce, anzi osteggia. Finirà come al solito, con l’Italietta alleata contemporaneamente di due nemici che si odiano. Così ci guadagneremo la prestigiosa carica di Mister Pesc In Barile.

ALLA FIERA DELL’EST (Travaglio)

La politica dell’Occidente in Medio Oriente ricorda sempre più la filastrocca di Branduardi Alla fiera dell’Est. E venne l’acqua che spense il fuoco che bruciò il bastone che picchiò il cane che morse il gatto che si mangiò il topo che al mercato mio padre comprò. Ieri con la frettolosa, quasi furtiva decisione delle commissioni Esteri e Difesa di allinearsi – senza il voto del Parlamento – agli Stati Uniti inviando armi ai peshmerga curdi contro i jihadisti sunniti dell’Isis, si aggiunge un’altra strofa al macabro calembour. Tutto cominciò nel 1979, con l’invasione sovietica dell’Afghanistan: americani e occidentali armarono e foraggiarono i mujaheddin, considerati partigiani per una giusta causa, la resistenza all’Armata Rossa. Coi resti di quei soldi e di quelle armi, una volta respinti i russi e attaccati dall’Occidente con la scusa della lotta ad al Qaeda dopo l’attentato alle Twin Towers (commesso non da talebani, ma per lo più da sauditi), gli afghani presero a combattere gli occidentali e diventarono terroristi.
Risultato: anziché portare la democrazia a Kabul, abbiamo consegnato l’Afghanistan a talebani, che prima del nostro arrivo stavano sui coglioni a gran parte della popolazione, mentre ora sono popolarissimi. Intanto un po’ più in là, tra il 1980 e l’88, si era combattuta la guerra tra l’Iran degli ayatollah sciiti e l’Iraq di Saddam Hussein, tiranno laico ma filo-sunnita. Usa e Occidente stavano ovviamente con Saddam. Lo armavano fino ai denti contro i terroristi iraniani. E chiudevano un occhio, anzi due quando sterminava – anche con le nostre armi – i curdi iracheni in combutta con la Turchia, nostra alleata di Nato. Poi decisero che anche Saddam era diventato un terrorista: nel ‘90 l’attaccarono con tutta la Lega Araba per costringerlo a ritirarsi dal Kuwait, nel 2003 lo riattaccarono per levargli le “armi di distruzione di massa” che noi stessi gli avevamo fornito, recidere i suoi legami con Bin Laden (inesistenti: i due si erano condannati a morte a vicenda), destituirlo, impiccarlo e riportare la democrazia pure a Baghdad. Lì, fra l’altro, svernava suo gradito ospite il terrorista palestinese in pensione Abu Abbas, che nel 1985 aveva sequestrato la nave Achille Lauro e assassinato l’ebreo paralitico americano Leon Klinghoffer e che il governo Craxi aveva gentilmente sottratto alla giustizia italiana e americana a Sigonella per riconsegnarlo alla chetichella al suo padrone Saddam.
I risultati della democratizzazione forzata dell’Iraq sono noti: gli sciiti rialzano la testa, scoppia la guerra civile con i sunniti e, per contagio, esplode anche la Siria con stermini ordinati dal tiranno Assad. Che però è laico e dunque buono per noi, che infatti non muoviamo un dito. Effetto collaterale multiplo: tra Siria e Nord Iraq nasce il Califfato Islamico col braccio armato Isis, una legione straniera di 30 mila uomini reclutati fra i più estremisti degli estremisti sunniti di Iraq, Siria, Libano, Somalia ed Europa, ferocissimi contro le altre confessioni: cristiani, ebrei, sciiti, curdi e yazidi. Per difenderli, idea geniale: armarli contro chi avevamo armato o non avevamo disarmato prima. Ricordate Abdullah Öcalan? Sbarcò in Italia dalla Russia nel ‘98, sotto il governo D’Alema con l’appoggio dei Comunisti italiani: leader del Pkk, il partito indipendentista dei curdi di Turchia, chiese asilo politico a Roma. Ma, su pressione di Usa e Turchia che lo consideravano un terrorista, fu spedito in Kenya e lì catturato dai servizi di Ankara che lo rinchiusero in galera, dove fu condannato a morte, pena poi commutata in ergastolo. Ora altro contrordine: i curdi non sono più terroristi, ma di nuovo combattenti per la libertà (…)

RIFORMA DELLA GIUSTIZIA? MA QUALE?
DI PIETRO

In sintesi:
Le vanterie di Renzi su una valida riforma della Giustizia sono una truffa. Fingono di aver reso reati il falso e il bilancio e l’autoriclaggio e di aver ridotto la prescrizione, come ordina l’Europa, ma è falso. Intanto non sono leggi ma proposte, che resteranno sospese come migliaia di altre che già occupano i magazzini del Parlamento. Poi hanno accontentato ogni forza politica facendo un gran pasticcio. Se pure diventassero leggi, non colpiscono i colpevoli ma la giustizia stessa.
Il reato di concussione per induzione è sparito, resta quello per costrizione come se i politici minacciassero di morte o di estorsione i concussi e non agissero su di loro per vie burocratiche, bloccando pratiche,appalti o carriere. In tutta Mani Pulite c’è sempre stata la concussione per induzione, mai con minacce violente. Invece è stata aumentata la responsabilità civile dei magistrati per intimidirli. Sono stati posti limiti alle intercettazioni e non basta più che ci siano sufficienti indizi di reato ma devono essere gravi, come se i crimini dei pubblici ufficiali facessero meno danni di quelli mafiosi.
Orlando si è vantato di aver portato a casa la nuova prescrizione ma ha previsto solo brevi interruzioni tra un grado del giudizio e l’altro, quando bastava che dopo il rinvio a giudizio, la prescrizione si interrompesse.
Si sono vantati di aver accorciato i tempi del processo ma lo hanno solo troncato dopo un tot, mentre ogni processo può e deve farsi entro un termine ragionevole, come in tutte le moderne democrazie, eliminando un grado di giudizio, per cui la pena scatta dopo la prima sentenza e al più c’è il giudizio di legittimità della Cassazione.
Il voto di scambio non è più reato (tutti unanimi meno il M5S), per cui i politici che chiedono voti alla mafia si salvano. E decade il processo al cuffariano Antinoro (mister Preferenze) in quanto, pur avendo dato 5000 € a un boss per avere voti, ora, grazie al 416 ter, non è più punibile, in quanto non c’è la prova che il boss abbia estorto quei voti con minacce di violenza.

GRAVI RESPONSABILITA’ DELLA BCE PER LA DEFLAZIONE
berluscameno

“Così è se vi pare”. Luigi Pirandello nella sua commedia e dramma teatrale affronta il “tema della verità”. La verità non esiste, ci dice. Noi invece sappiamo –già adesso –che la verità implacabile della nostra prossima distruzione economica rappresenta un dramma autentico tratteggiato come una rovina sociale!
E i “tagliagole” non sono solamente quelli che usano il coltello. Ma anche quelli che fanno uso dei “Trattati UE Fasulli” per ridurci in miseria! La Merkel deve capire e far comprendere anche a Draghi che la Bce (ossia Draghi) sta sbagliando a non combattere (da subito) la deflazione in UE. “La lowflation (inflazione molto bassa) soffoca la ripresa e chiama in causa la Banca centrale europea (BCE), l’unica istituzione in Europa libera di fare politiche macroeconomiche. Ad avviso di molti c’è troppa poca discussione intorno alle sue scelte e troppo conformismo nei giudizi degli osservatori. Le sue colossali responsabilità sono molto sottovalutate.
Le responsabilità della Bce vanno oltre la politica monetaria. Promuove austerity e deregulation del mercato del lavoro, forte del suo status e dell’assenza di “check and bilance” democratici europei. Influenza persino la composizione dei bilanci pubblici (Francia), sostenendo che l’austerità è “growth friendly “(crescita facile) se taglia la spesa invece di alzare le tasse:
il contrario di quanto insegna l’economia (Th. di Haavelmo) quando il vincolo alla crescita proviene dalla domanda! Altrove, le banche centrali si coordinano con la politica di bilancio: dichiarandosi senza riserve” lender of last resort “(prestatori di ultima istanza)consentono ai governi di indebitarsi a tassi bassissimi; o comprano titoli pubblici e girano loro gli interessi.
La Bce è il centro ideologico dell’ Eurozona: senza una discontinuità politica non diventerà mai una banca centrale” normale”. La retorica dell’austerità con riforme strutturali è ormai separata dall’analisi della crisi che ha prodotto la “svolta” del 5 giugno: e però, la Bce ha grandi difficoltà a capire e applicare le politiche keynesiane. L’assetto istituzionale è strutturalmente carente: l’interpretazione dei Trattati (truffaldini) non è affidata a un organo terzo (Parlamento Ue), né vi è controllo sulla performance dei banchieri centrali (e delle Lobby che li dirigono), che sono istintivamente avversi all’inflazione più che alla disoccupazione. Per uscire dal disastroso paradigma vigente nell’ Eurozona urge un negoziato – discreto, ma di alto livello – sulla Bce.
Le politiche monetarie “non convenzionali” sono essenzialmente di due tipi: la Forward Guidance e il “Quantitative Easing” (QE). La prima mira ad alzare le aspettative di inflazione per abbassare i tassi reali “percepiti”, stimolare il credito, e la propensione all’investimento. Si fa alzando l’obiettivo d’inflazione; i Trattati europei non frappongono ostacoli. Ma la BCE si limita (invece)ad annunciare “tassi bassi” per lungo tempo. Essa continua inoltre a rimandare il “QE” perché non vuole comprare titoli pubblici: attende lo sviluppo del piccolo mercato europeo degli Abs (meno rischiosi?). Potrebbe intanto acquistare titoli americani, inglesi, svizzeri, ecc., svalutando l’euro en passant. È difficile, invece, che i fondi TLTRO(mille miliardi di euro), da settembre a disposizione delle banche per prestiti alle PMI, aiutino la ripresa. Le banche europee hanno sofferenze elevate: perché dovrebbero offrire nuovo credito, oltre a quello già offerto ai clienti migliori, aumentando ancora i rischi in portafoglio?
Perché le imprese dovrebbero fare nuovi investimenti (con nuovi crediti)se le vendite non ripartono? Tanto più quelle italiane, con debiti “in eccesso” per 400 miliardi (Visco). La “lowflation “ (così la deflazione)indica che per rilanciare la domanda occorre innanzitutto alzare l’offerta di moneta e le aspettative sui prezzi, e ridurre i rischi di disoccupazione.
Ma nel contesto attuale di problemi generalizzati di indebitamento, essa sta lavorando nell’ area euro a danno della ripresa, specialmente nei paesi più fragili, nei quali vanifica gli sforzi per ridurre il debito, riguadagnare competitività e contrastare la disoccupazione. La Bce deve essere certa che le politiche siano adeguate agli obiettivi di invertire la deriva verso il basso nell’ inflazione e di prevenire il rischio di uno scivolamento nella deflazione. Dovrebbe di conseguenza prendere in considerazione tagli ulteriori al tasso di riferimento e, ancora più importante, cercare i modi per un incremento sostanziale dei suoi assetti patrimoniali, che si definiscano come TLTRO o come “facilitazioni quantitative”, Q.E.(acquisto di asset pubblici e privati).” La coppia Merkel e Draghi giocano un ruolo molto importante nella prossima tragedia economica europea. Draghi è il regista economico e la Merkel è la stratega politica nella attuale conduzione ed interpretazione dei Trattati Europei truffaldini(Patto di stabilità e Fiscal compact).
Nel gioco al massacro che hanno messo insieme questi due autentici mestatori di disordini internazionali, noi italiani ,assieme ad altri popoli dell’UE ,abbiamo solo il ruolo delle vittime designate. Ma siamo ormai alla conclusione. Possiamo immaginare che vittime e carnefici periranno assieme in questa autentica “tragedia shakespeariana”. Ma nulla sarà più come prima!

AUTUNNO CALDO
berluscameno

Arriva l’autunno caldo, ma Renzi spera in Berlusconi per evitare la Troika. Dopo i dati negativi sulla disoccupazione a luglio e la deflazione in agosto, l’Italia rischia di vivere un autunno molto teso sul fronte dell’economia e dei conti pubblici. Anche se politicamente Matteo Renzi ha più di una carta da giocare, lo spettro della Troika si fa più concreto.
Disoccupazione in crescita e quasi ai massimi storici toccati a maggio, l’Italia entrata in “deflazione” ad agosto, mese in cui per la prima volta dal lontanissimo 1959 registra un calo tendenziale dei prezzi. A ciò si aggiunge un’economia in pieno stallo, tornata tecnicamente in recessione nel periodo aprile-giugno, quando il PIL è scivolato dello 0,2% sui tre mesi precedenti.
I consumi sono diminuiti a giugno del 2,6%, mentre la produzione industriale continua a scendere e con essa la fiducia delle imprese, riportatasi ai livelli del mese di dicembre 2013.
La Confindustria implora misure energiche per uscire finalmente dalla recessione , deflazione ed alta disoccupazione.
A queste difficoltà si sommano quelle relative alla gestione dei conti pubblici. Il debito pubblico è già salito al 135,6% del PIL, mentre il deficit sarebbe già al 3% del PIL, ossia al massimo del tetto consentito dal Patto di stabilità.
L’unico aspetto positivo è la tregua, o meglio, la grazia concessaci dai mercati finanziari, che ieri ci hanno consentito di emettere BTP a 10 anni al rendimento del 2,39%, il nuovo minimo storico.
I BOT a sei mesi sono stati piazzati allo 0,136%, quando nel novembre 2011 erano esplosi al 6,4%.
Eppure, in quel momento avevamo fondamentali economici di gran lunga migliori. Cosa ci aspetta in autunno?
Scherzandoci su, il premier Matteo Renzi ha risposto alla domanda di un giornalista, la scorsa settimana, sostenendo che se i sindacati vorranno un autunno caldo, sarà anche un bene, data la stagione estiva un po’fredda e deludente. C’è poco da ridere, però. Anzi verrebbe da piangere nel vedere certi economisti tra cui Padoan) che sostengono la politica “delinquenziale” dell’ Austerity (già bocciata dal FMI) in un periodo economico di forte recessione, deflazione ed alta disoccupazione. I prossimi mesi si annunciano infernali, ma non sul fronte sindacale,dove le varie sigle appaiono ormai del tutto screditate tra i lavoratori. Saranno l’Europa e i mercati finanziari – sì, proprio quelli dei rendimenti ai minimi storici – ad accrescere le proprie pressioni sull’Italia, affinché faccia qualcosa per contrastare la crisi recessiva ormai cronica.
Matteo Renzi come Silvio Berlusconi? Un po’meno bistrattato in Europa e nel mondo, ma non certo politicamente più stimato o ritenuto più credibile. L’isolamento in cui il suo governo si sta imbattendo a Bruxelles è evidente. Sono trascorsi due mesi dall’assunzione della presidenza europea e il nulla di fatto è sotto gli occhi di tutti.
Finita l’estate, si dovrà mettere mano ai conti pubblici. Volente o nolente, se si vogliono rispettare gli impegni con la Commissione europea, una piccola manovra correttiva dovrà essere varata. Renzi proverà a resistere, mentre l’assenza di riforme strutturali (concrete )gli alienerà le simpatie del mondo imprenditoriale, della grande stampa, della Germania, della sua stessa maggioranza e, infine, degli stessi mercati.
In queste settimane si è fatto un certo parlare di Troika (UE, BCE e FMI), ossia di un commissariamento dell’Italia, similmente a quanto avvenuto nella sostanza a fine 2011, quando il governo Berlusconi dovette cedere il posto a Mario Monti, sotto i colpi dello spread.
Ma Renzi ha un asso nella manica, politicamente parlando: se perdesse anche pezzi della sua maggioranza, troverà il sicuro sostegno di Silvio Berlusconi e della sua Forza Italia, che non hanno intenzione di tornare alle urne o di affrontare la sfida di un ennesimo governo tecnico. Sarebbe una carta apparentemente vincente sul fronte politico l’alleanza con l’amico-avversario di Arcore, ma non si reggerebbe su un programma omogeneo. Il PD sosterrebbe mai una simile operazione?
E non riscontrerebbe la fiducia dei mercati e dell’Europa, trattandosi della somma tra personalità e partiti che hanno già dato e con risultati sotto gli occhi di tutti.
In alternativa, Renzi potrebbe realmente dimettersi per andare al voto anticipato e vincere -con ottime probabilità- le elezioni. Ma il presidente Napolitano non lo consentirebbe, se i mercati ci attaccassero.
Sarebbe pronto a nominare un nuovo premier, magari non un tecnico tout court, ma una personalità condivisa dalle due coalizioni e dal profilo misto, come di un tale Giuliano Amato, quello del prelievo forzoso dello 0,6% sui conti bancari e postali degli italiani nel 1992.
In tutto ciò, potremmo anche assistere allo scontro tra il premier e il ministro dell’Economia Padoan, che forse non ci starebbe a passare per uno scriteriato contrario al necessario risanamento dei conti . Insomma, sarà un prossimo autunno caldo per Renzi !

ISLAM
Nunzio Miccoli

Dopo il dissennato bombardamento della Libia, voluto dalla Francia e appoggiato dagli Usa, in Libia c’è la guerra civile e il paese si sta spaccando, con due parlamenti, due governi e due eserciti in lotta tra loro, uno islamista e uno laico; il partito islamista domina a Misurata e Tripoli e nel parlamento di Tobruk dominano gli islamisti che in precedenza avevano combattuto con i laici contro Gheddafi.
In sostegno del fronte laico sono intervenuti Egitto ed emirati, che hanno bombardato la fazione Islamista di Misurata e aiutano anche finanziariamente il fronte laico; i laici erano prevalenti in Cirenaica, ma sono stati sconfitti, hanno abbandonato Bengasi, controllata al 70% dagli islamisti, e si sono ritirati a Tobruk; perciò hanno preso prevalenza gli islamisti di Misurata e Tripoli che hanno come sponsor Qatar e Turchia.
L’Isis di Siria e Irak è più letale di Al Qaeda, perché armato di armi pesanti e perché internazionalizzato, esso opera in tanti paesi e potrebbe intervenire anche in Europa, con uomini di tutto il mondo di fede islamica; i suoi mezzi derivano dai sequestri di persona, dal petrolio, da una fondazione privata, da donatori del golfo arabo, dalla Turchia e dall’emiro del Qatar. Gli europei islamici, che partecipano alla sua jihad, hanno il passaporto europeo, quindi si possono muovere agevolmente in Europa e alcuni di loro sono già rientrati in Europa ma, per il momento, operano solo in Irak, Siria, Libia, Gaza e Afganistan, combattono contro governi locali e predicano la guerra santa e il califfato.
Contro Gheddafi e Assad, gli islamisti sunniti sono stati aiutati dai paesi del golfo arabico e dall’occidente e lo sono tuttora dalla Turchia e dal Qatar, hanno rimproverato agli Usa di non aver voluto attaccare Assad, ma ora l’Arabia afferma di dissociarsi dall’ISIS, da Hamas e dai Fratelli musulmani egiziani, sostenuti dal Qatar. In Qatar sono interessi petroliferi americani e gli Usa, fino a oggi, gli hanno fornito le armi.
Blear affermò di avere il dover di sostenere i musulmani inglesi che lottavano contro Assad, che poi hanno in parte alimentato l’ISIS, il Qatar ha finanziato l’agenzia giornalistica italiana Ansa e Inghilterra e Germania hanno premuto per una cessione di Unicredit al Qatar; in queste operazioni commerciali e finanziarie l’occidente può essere stato ambiguo, cointeressato economicamente, ingenuo, connivente o omertoso; in genere, spesso l’interesse economico trascura gli altri aspetti delle questioni.
Il Qatar ha finanziato l’ISIS con due miliardi di dollari, anche tramite suoi uomini d’affari, mentre il Kuwait finanzia il gruppo terroristico Al Nusra di Siria; tra i loro obiettivi sono sciiti, ebrei e cristiani, ma poi verrà il momento degli occidentali in genere; i paesi arabi fondamentalisti usano il terrorismo, come fatto varie volte nella storia, anche dai paesi occidentali, creeranno molti lutti, ma non potranno prevalere contro un occidente unito, contro Russia e Cina, che hanno minoranze islamiche, perciò, dal comunismo a oggi, hanno cercato anche di alimentare la guerra tra Russia e occidente.
Ufficialmente Arabia, Qatar e Kuwait sono alleati degli Usa, però il Qatar, diversamente dagli Usa e apparentemente dall’Arabia, sostiene i fratelli musulmani e non voleva la tregua a Gaza, inoltre sostiene l’ISIS; secondo Al Maliki, ex presidente dell’Irak, il Qatar e l’Arabia saudita sostengono assieme l’ISIS. Anche Kuwait e Bahrein sono coinvolti, cioè tutta la parte della penisola araba integralista, questi stati, con l’aiuto della Turchia, comprano armi dismesse nei Balcani e reclutano e addestrano volontari, lottano contro i governi arabi moderati e laici, anche se non troppo democratici, e contro l’odiato e corrotto occidente.
L’Islam, ricco di petrodollari, non pensa, come la Cina, di favorire il progresso tecnico e scientifico, vuole solo le armi più potenti occidentali, l’arma nucleare pakistana è stata finanziata dall’Arabia che finanzia la costruzione di moschee in Albania; per estendere il califfato al mondo intero, l’Islam non adotta la politica graduale del carciofo di Cavour, ma vuole l’espansione partendo dai punti di crisi, che naturalmente alimenta. L’occidente, con il plauso dell’Islam militante, si è diretto contro Libia e Siria e poi, secondo le sue aspirazioni, doveva dirigersi contro Russia e Iran; saranno capaci gli Usa, per rappresaglia e sanzione, di congelare i fondi privati degli emirati del golfo e dei sauditi, come hanno fatto con quelli russi? Per il momento pare si stiano riavvicinando a Siria e Iran.
Anche l’Europa ha avuto una realtà tribale e non nazionale, però ancora oggi l’Islam è caratterizzato da una litigiosità tribale, reclama pizzo e riscatto in cambio di protezione, che sono state le molle che hanno fatto nascere gli stati nazionali che impongono le tasse; per i suoi disegni, come hanno fatto gli stati con i servizi segreti, contro altri stati e contro il proprio popolo e contro altri popoli, oggi l’Islam integralista ricorre all’arma del terrorismo, delle infiltrazioni militari e dei mercenari o combattenti volontari, ricorre al terrorismo, l’Italia ne ha sofferto molto, dal 1969 a oggi.
I paesi islamici sono stati spesso alleati dell’Unione Sovietica contro l’occidente e nel 1989, con la caduta del muro di Berlino, Saddam Hussein affermava che il mondo arabo non voleva pagare il costo della distensione e della fine della guerra fredda; certi stati arabi, utilizzando una visione laica, sognavano il panislamismo e il panarabismo, mentre oggi preferiscono usare la visione religiosa perché favorisce il sacrificio dei combattenti; tuttavia, i dirigenti politici, che sono capaci di trasformarsi da comunisti in liberisti o islamisti, non sono dei veri credenti, ma usano le ideologie solo per un disegno di potere e di egemonia.

Nunzio Miccoli http://www.viruslibertario.it; numicco@tin.it.

GLI SPRECHI DI RENZI

Il cittadino Maiorano ha deciso di fare un esposto in procura: “Per 12 giorni il nostro amatissimo premier Matteo Renzi con moglie e tre figli ha soggiornato in un lussuoso albergo di Forte Dei Marmi, il Roma Imperiale, a Forte Dei Marmi (Lucca). Le tariffe di tale albergo riguardanti 5 persone con pernottamento e colazione (esclusi i due pasti principali) oscillano tra i 1300-1600 euro giornalieri … Da cittadino che paga tutte le tasse e non fa spesso furbate come Renzi (vedi affitti pagatigli da Carrai riguardo la sua ex abitazione in via degli Alfani a Firenze) vorrei sapere come Renzi si sia potuto pagare tale faraonico soggiorno oppure se lo stesso albergo gli abbia fatto sconti o se abbia addirittura regalato a Renzi l’intero soggiorno, perché nell’una o nell’altra cosa la legge sul finanziamento pubblico dei partiti IMPONE una dichiarazione congiunta per motivi di trasparenza (Renzi non è parlamentare) e quegli obblighi Renzi è tenuto a rispettare come segretario del PD. Non di meno il codice di condotta adottato per tutta l’amministrazione pubblica con norme più severe inserite a palazzo Chigi vieta a chiunque lavori, Renzi compreso, alla Presidenza del Consiglio dei ministri, di non accettare doni di tale natura che si tratti come in questo caso di uno sconto di centinaia di euro o di offerta natura della vacanza stessa.
Faccio presente alla Procura della Repubblica di Lucca che l’albergo è di proprietà della famiglia Maestrelli proprietari della società PI.DA spa, già finanziatore di Renzi nelle sue campagne elettorali. Chiedo all’Ag di indagare in relazione a tutti i reati che ravviserà e di informarmi in caso di eventuale archiviazione attraverso l’avvocato romano prof. Carlo Taormina”.

FALLITO IL PIANO SBLOCCAITALIA DI RENZI PER MANCANZA DI FONDI

Quale sarà il nuovo piano di REnzie dopo quello fallito di oggi???
Sbocca Italia, sbrocca Italia, sbronza Italia, sbrodola Italia, sbruffa Italia, sbuccia Italia, sbuffa Italia, sbaffa Italia, sbadiglia Italia, sballa Italia, sbalestra Italia, sballotta Italia, sbanca Italia, sbanda Italia, sbaracca Italia, sbaraglia Italia, sbarca Italia, sbatti Italia, sbava Italia, scrocca Italia, scoccia Italia, ecc…………
.
Marco Palombi
Questo “Sblocca Italia”, venduto da Matteo Renzi come lo strumento che avrebbe scosso la sonnacchiosa economia italiana, s’iscrive di diritto nella lunga lista dei vari “Semplifica Italia”, “Cresci Italia 1” e “2.0” partoriti dalla fantasia di Corrado Passera e Mario Monti, i cui fasti furono rinverditi dal “Decreto del Fare” di Enrico Letta. Ora Renzi e i suoi ministri si mettono in colonna dietro quei grandi cultori del tutto fumo e niente arrosto. Con un di più: Renzi non segue la buona regola di tenere basse le aspettative e dunque la delusione è più cocente quando ci si trova di fronte all’ennesimo testo di semplificazioni più o meno lambiccato. “Aria fritta”. Le risorse nuove di cui si serve un decreto capace – a stare al premier – di sbloccare “appalti per 43 miliardi” – sono spiccioli: circa duecento milioni di euro quest’anno, poco più di 500 il prossimo. Il resto dei roboanti annunci sono solo soldi presi da un capitolo e spostati su un altro nell’illusione – si spera confermata – di far partire più in fretta i cantieri, magari già nel 2015
.
Luigi
Camera dei deputati… rinnovo del vestiario dei dipendenti… 1, 5 milioni di euro…
Un commesso percepisce 60.000 euro di stipendio ‘base’, ma può arrivare anche a prendere 400.000 euro l’anno… e non hanno soldi per vestirsi !!!

Geronimo68
“Il nostro Paese non è solo in recessione, ma è anche in deflazione. Il combinato disposto di queste due realtà rende la situazione economica al limite del sopportabile. E se la deflazione non viene combattuta rischia di innescare una spirale pericolosissima che aggraverebbe ancora di più la recessione.” (Panorama).
Quando il PIL non cresce a paesi con un altissimo debito pubblico come l’Italia può accadere: il rapporto debito/PIL è formato da un numeratore, il valore del debito, e un denominatore, il PIL. Più è alta l’inflazione più il denominatore sale, anche in assenza di crescita “reale”, per il solo fatto che i prezzi aumentano. Nella stessa situazione, con il PIL reale fermo o in crescita molto bassa, se non c’è inflazione, o addirittura con deflazione, il PIL nominale cala, rendendo il rapporto debito/PIL sempre più elevato e potenzialmente ingestibile.

INTERCETTAZIONI
Come ci aspettavamo, Berlusconi l’ha avuta vinta sulle intercettazioni. E non solo Berlusconi ovviamente, ma tutti quei politici che hanno scheletri nell’armadio. Ha messo lo stop alla pubblicazione delle intercettazioni con la scusa che violerebbero fatti di privacy, mentre si contano sulle dita di una mano le volte in cui la vita privata di qualcuno è davvero finita sui giornali attraverso gli atti d’indagine. Eppure il bavaglio è diventato un punto fermo della riforma della giustizia concordata da Renzi e Berlusconi.
Ovverride: Cioè cosa fanno adesso, rendono gli atti giudiziari riservati? Se non erro quando tutti gli atti sono a conoscenza di entrambe le parti sono atti pubblici, quindi cosa non si dovrebbe pubblicare?
Ma possibile che con il paese in deflazione questi continuano a parlare del nulla?

RIDIAMARO : – D

Ordinary Madless
Renzi ha annunciato il contenuto del `pacchetto giustizia’: perlopiù è antrace.
.
Pirata 21
Renzi: “Abbiamo riformato la giustizia per favorire gli investitori”. Mafia, ‘Ndrangheta e Camorra.
.
Miguel Mosè
“Non serve una legge per cambiare il Paese”. E’ il momento di avviare la fase mistica.
.
Cobra89
– Renzi il 23 maggio: “Dal 2015 gli 80 euro anche a pensionati e partite IVA”… adesso non garantisce più.
– Renzi il 23 luglio: “Metteremo in campo 43 miliardi per infrastrutture”… ce ne sono solo 3,8.
– Renzi nella presentazione del DEF: “Entro la fine dell’anno il PIL sarà a + 0,8% ma spero di essere smentito positivamente”… il PIL è a – 0,2% nel secondo trimestre e a – 0,3% su base annua.
Renzi il 31 luglio: “Cottarelli faccia come crede, i tagli li facciamo anche senza di lui”… la forbiciata sulle partecipate è slittata.
– Renzi il 1° agosto. “Italiani andate pure in vacanza tranquillamente, a settembre ci sarà una grande ripresa col botto”… il Paese è in deflazione per la prima volta dopo 55 anni.
– Renzi il 24 agosto: “Il 29 agosto vi sorprenderemo con la riforma della scuola”… la riforma non è stata nemmeno presentata.
.
Nuovo slogan del Governo: Dopo “Cambiare verso”, “Passo dopo Passo”. Il prossimo sarà “Scusi, vado bene per la Grecia?”
.
In risposta alla vignetta dell’Economist che rappresenta Renzi col gelato in mano, Il premier ordina un carrettino di gelati per mille euro

qwfwq
Questa mattina si è presentata da noi in negozio una delle responsabili del cerimoniale di Palazzo Chigi…». Stefano De Bortoli, astigiano, anni 26, è l’uomo che per conto della gelateria «Grom» ha organizzato il carretto di gelati a Palazzo Chigi. Il capo della catena, Guido Martinetti, lo descrive come uno dei nostri «dipendenti migliori». «Saranno stati quattro-cinque chili di gelato, tutto crema e limone», dice lui. Costi? «Ancora non abbiamo fatto il consuntivo», risponde. Più o meno? «Considerando il gelato e l’utilizzo del carretto, non credo che arriviamo a mille euro». Una volta fatti i calcoli, probabilmente oggi, «faremo fattura e il conto lo salderà Palazzo Chigi
Mi rendo conto della difficoltà, ma provate ad immaginare cosa sarebbe successo se una pantomima del genere fosse stata inscenata da Obama, Merkel, Hollande o dal presidente del Burundi, Nkurunziza
.
Renzi: Preferisco il gelato artigianale.
Economist: Anche noi preferiremmo un leader autentico
.
Angelo sterminatore
Sull’Economist, Renzi assieme alla Merkel, Draghi ed Hollande, con un gelato in mano. Quando leccare diventa una professione.
.
Pensa all’hotel (solo dormire) di Renzi al mare da 1600 euro a notte!
70.000 euro per i due viaggi “di rappresentanza”. E c’è pure una cifra “strana”, pari a 3.000 euro pagati con la carta di credito in un albergo di Boston, senza alcuna voce di spesa né giustificativi. Cosa può costare 3.000 euro, di notte, in un albergo?
Le spese in bar ed enoteche spesso sfiorano il clamoroso, con conti pari a 600 euro.
Pensa ai 20 milioni di euro da presidente della provincia. Pagati dal contribuente
E sarebbe costui quello in grado di far fare economie all’Italia?
Abbiamo un altro magna-magna affiancato a quelli vecchi.
Quando aveva solo 29 anni riuscì a spendere qualcosa come 50mila
euro per il cibo. Con conti singoli che spesso superano i mille euro. Il
31 ottobre 2007 la provincia paga 1300 euro alla pasticceria Ciapetti di Firenze. Il 5 luglio alla Taverna Bronzino viene saldato un conto di 1.855 euro.
E ora è cresciuto…..
.
Pirata 21
Renzi a Parigi:”Io non sto facendo una battaglia per l’Italia”. Ah ecco mi sembrava.
.
Lo smantellamento della Costa Concordia darà lavoro a migliaia di persone. Finora Schettino ha fatto più di Renzi. [@leomorabito]
.
Il violino c’è
il piano
violoncello
oboe
archi
chitarra fiati
tromboni
batteria
coristi:
RENZI HA FATTO LA BANDA LARGA
.
http://masadaweb.org

Lascia un commento »

Non c'è ancora nessun commento.

RSS feed for comments on this post.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: