Nuovo Masada

settembre 2, 2014

MASADA n° 1567 2-9-2014 STORIA DI UNA SENSITIVA- OVVERO: UNA SECONDA POSSIBILITA’ -CAPITOLO 14

Filed under: Uncategorized — MasadaAdmin @ 5:43 pm

Viviana Vivarelli

Entrare in pensione – L’arte dell’ospitalità – La meraviglia del cucinare – Metti la passione in ogni cosa che fai e supera te stesso a la vita diventerà meravigliosa

In realtà nessun essere umano indifferente al cibo è degno di fiducia.“

Manuel Vázquez …

Le stelle sono venute più vicine.

Forse verranno più vicine ogni sera.”

Dopo vari anni, praticamente dall’inizio della malattia di mio marito, ho potuto fare di nuovo un pranzo con gli amici ed è il primo che faccio da quando sono rimasta sola.

E’ stata una grande gioia, come riprendere la vita normale. Mio marito era solito fare dei pranzi meravigliosi ed era lui il cuoco della portate principali, a cui dedicava gran tempo e una cura infinita sia nella ricerca delle materie prime migliori. (“Un buon piatto – diceva- nasce già nella cura di quello che compri per farlo”. I suoi pranzi erano magnifici, sia per la cottura e presentazione. Io curavo solo i particolari secondari, i contorni, la tavola, la sala, ma era lui l’artefice e l’incantatore.

Mio marito era un iperattivo e, ora che è vicino a me solo in spirito, me lo ha detto chiaramente: “Io mi sono ammalato di eccesso”. Aveva lavorato tutta la vita in IBM come dirigente alle vendite, grosse vendite, per miliardi, che hanno procurato forti guadagni all’Ibm, tanto da farle ignorare che lui non riusciva a imparare una parola di inglese, e quel lavoro, che lo portava sempre lontano in giro per il mondo, lo aveva assorbito con una totalità assoluta, quasi inaccettabile per una moglie e una figlia che lo vedevano solo nei fine settimana e sistematicamente sfinito e nevrotico. Ma nel suo campo era diventato uno dei cinque migliori d’Italia, era stato riempito di premi, molto apprezzato e molto amato e questo lo riempiva di soddisfazione.

Per gli hobby, nei tanti anni di professione accanita, non c’era stato mai molto tempo. Da ragazzo avrebbe voluto fare la scuola di arti e mestieri e imparare a fare il muratore o il falegname, ma il padre architetto e la madre professoressa di lettere non lo avevano permesso e lo avevano voluto ingegnere, così aveva studiato a forza e malvolentieri, andando avanti solo grazie a una enorme intelligenza e memoria ma amando poco lo studio, mentre io ero una sgobbona. Per decine di anni, poi, si era trovato a dover fare un lavoro che non aveva scelto e che implicava un aggiornamento continuo, dunque uno studio costante, ma lo portava avanti comunque col massimo della volontà, sognando sempre un tempo in cui avrebbe potuto dedicarsi ai suoi hobby manuali. E così aveva comprato nel tempo vari attrezzi di lavoro, da falegname, da fabbro, da muratore.. (ricordo che il primo regalo che gli feci che eravamo ancora due ragazzini fu un grosso martello, che tenne sempre con sé) e nel poco tempo in cui veniva a casa andava in garage e ‘riordinava’ i suoi attrezzi, sapendo che purtroppo non avrebbe avuto il tempo di usarli. Malgrado questo, era riuscito, miracolosamente, a costruire varie cose. Agli inizi del suo matrimonio e lavoro, quando eravamo a Milano con pochi soldi, in una piccola orribile abitazione stretta e buia, era riuscito a portare a casa delle pesanti assi di pallet da imballaggio (al tempo i computer erano enormi) e ci aveva costruito una fratina con le gambe a ciabatta, bella e spessa, di color noce che abbiamo usato per tanto tempo. In genere io gli facevo i disegni e lui poi li riportava al legno. Non aveva, allora, un banco da lavoro, non aveva nemmeno una morsa e aveva costruito questo tavolo ‘in bagno’, assemblando le assi con degli stracci. Mia figlia, che era una bambina di 4-5 anni, quando le chiedevano che lavoro faceva il suo babbo, rispondeva: “Fa le segature”.
Poi per la casa di montagna, fece vari mobili i cui progetti aveva trovato su una rivista di falegnameria e lavoretti vari che si chiamava “Fai da te”: un grosso divano squadrato a sponde di legno, un tavolo, due panche, delle mensole…tutto in legno chiarissimo e venato, che io avevo completato con materasso e cuscini di grosso cotone bianco a mimose gialle.
Ma i suoi hobby erano arrivati soprattutto quando era venuto in pensione, e, dopo, lo avevano assorbito con la stessa intensità che aveva dedicato all’IBM, diventando delle vere arti, perché qualunque cosa facesse, voleva essere il migliore e a qualunque cosa si dedicasse, lo faceva a 360°, in gara con se stesso e facendosi insegnare dai più bravi, che erano in genere artigiani timidi e silenziosi, tutti suoi amici, che lo adoravano. Si cimentava in qualsiasi cosa. Quando cominciò a saldare si protesse male producendosi una dolorosa bruciatura alle braccia ed al viso.
Ricordo una volta che si ruppe una caviglia scendendo di macchina e infilando malamente il piede tra l’auto e il marciapiede e, nel tempo in cui dovette stare a casa col gesso, cucì dei cuscini con dei rombi di pelle colorata di un campionario di sua sorella che aveva una azienda di pelletteria. Li cuciva con una normale Singer da tessuti ma, mentre li assemblava, questi slittavano leggermente, per cui non combaciavano poi in modo perfetto, e ogni volta li scuciva con pazienza ricominciando da capo. Comunque riuscì a farmi due cuscini di pelle a losanghe colorate. Poi la tortura di stare a casa finì e tornò a lavorare ancora col gesso al piede.
Quando arrivò alla pensione, non riuscivamo a capire come avrebbe potuto fare senza il suo lavoro di dirigente, quel lavoro che lo gratificava così tanto e in cui si sentiva un dio in mezzo ai suoi collaboratori, e per un anno e mezzo soffrì molto per la differenza di vita, al punto da voler tornare a lavorare a Verona per uno dei vecchi clienti, come professionista autonomo, ma era troppo faticoso e le tasse lo divoravano, così capì da solo che doveva inventarsi una vita nuova e ci riuscì perfettamente.
Furono mille gli hobby a cui dette tutto l’entusiasmo dei neofita, ma uno di questi fu il cibo e ne fece una vera arte.
La sua esclusività era che, in qualunque impresa si impegnasse, ci metteva tutto se stesso, senza contare la fatica o il tempo. Era un uomo che viveva nella passione. E, quando parlava con estranei o amici, raccontava tutte le sue scoperte e i suoi progressi e trasmetteva tutto il suo ardore così da risultare affascinante. Non c’è nulla di più bello al mondo che godere di qualcuno che gode di quello che fa. La lezione di amore alla vita che ti trasmette vale più di una sferzata di energia, più di qualunque esempio esaltante.
Gli avevano dato un nome giusto: Fabrizio, che vuol dire ‘colui che fa’, faber, il costruttore, e, se c’era una cosa che ignorava era il tempo vuoto, il tempo della noia. In molte cose mia figlia gli somiglia, anche lei è una iperattiva, e credo che la lezione splendida che ha ricevuto da questo splendido padre, che era pochissimo presente di persona ma moltissimo presente come esempio di forza e vitalità, sia questo lato appassionato del suo carattere, per cui io lo dico sempre alle madri che temono di trascurare i loro figli se lavorano, se seguono una propria passione o se hanno poco tempo materiale di stare con loro, che non è la quantità del tempo con cui stiamo con i figli, ma la qualità che vale, e una madre che fa bene il suo lavoro, che ha un progetto di vita, una sua realizzazione, un suo ideale, e trasmette ai figli l’esempio di una persona appassionata e utile alla vita, li crescerà meglio di una casalinga annoiata e depressa che passa tutto il suo tempo in casa con loro, lamentandosi perché non è soddisfatta di sé.

Tra i vari hobby e le varie passioni, mio marito aveva un vero culto per il cibo e faceva del cucinare una vera arte e una gioia infinita. Aveva seguito anche dei corsi presso le sorelle Simili, gli ultimi che tenevano, perché ormai, quando le conobbe, le due signore erano già anziane. Erano due celebrità bolognesi che avevano tenuto corsi di cucina in tutto il mondo, a New York, a Parigi, a Tokio… Margherita a Valeria Simili, partite con un forno in Via San Felice, che era diventato un punto di ritrovo, prima dei buongustai di Bologna, poi di persone che arrivavano da tutto il mondo. Quando si iscrisse mio marito, c’erano giapponesi, indiani, americani che venivano a Bologna apposta per imparare, ristoratori, cuochi e anche amanti della buona cucina come lui. Credo che, quando lui le conobbe, fosse l’ultimo anno della loro scuola perché la chiusero nel 2001. Così si appassionò alle loro ricette, che rilegò in accurati fascicoli, e arrivava a creare cose magnifiche: corsi sul pane, sulla pasta… sulle polpette perfino. Mio marito ripeteva a casa con grande zelo le ricette imparate. Ricordo il corso di polpette, lui andava matto per le polpette e ne gustai di stranissime, ai carciofi, di agnello… Ricordo anche il corso sul pane che lo appassionò veramente. L’Italia è il paese del pane, ne abbiamo più di trecento tipi, e ognuno è un piccolo capolavoro di storia, di cultura, di radici ambientali. Quando un Italiano va all’estero il pane è la cosa che più gli manca, è il sapore di casa, e spesso proprio il pane del suo paese è quello che più gli dà il senso della sua patria, più della pasta. Quando io, che sono cresciuta a Firenze, sono a Londra o quando ero a Vienna, a Parigi, a Barcellona, sognavo il pane toscano, non raffinato, insipido, che quando lo mastichi ti lascia in bocca il sapore dolce del grano, che è come masticare una spiga ricolma. E non solo il pane sciocco toscano è unico ma unici sono i vari tipi di pane nei vari punti della Toscana: quello di Prato, di Pontassieve, di Marradi, del Mugello…ognuno con la sua specificità, introvabile altrove, pane di casa tua.
L’insipido pane toscano ben si lega ai sapori forti degli affettati, il prosciutto crudo e salato, la prosciuttella, la sbriciolona, la soprassata, la finocchiona, le salsicce di cinghiale… e tutte tagliate a mano, alte, perché la lingua ha da trovare il gusto pieno e forte, ché nel sottile si sperde. E quel pane sta benissimo nei crostini di fegatini di pollo, nella bruschetta, nella panzanella, nella ribollita, nella pappa al pomodoro… E quando il pane è fatto bene, dura una settimana e non un giorno e mezzo, come questi falsi pani precotti che ci ammaniscono le Coop.
Così mio marito imparò a fare il pane alla maniera delle sorelle Simili, le focaccine, i cornetti, la treccia, i panini dolci, la ciambella pasquale farcita di uova sode… Il più difficile a farsi fu il panettone salato, quello che si taglia a strati orizzontali per farcirli poi diversamente a ogni strato, con funghi, formaggio, prosciutto, maionese.. Si deve farlo cadere con una lievitazione che gioca sulla forza di gravità, per cui il panetto deve essere ben sospeso, in precario equilibrio, a capo in giù, tra le spalliere in bilico di due sedie, così che si allunghi prendendo la forma voluta.
Comprò anche un sacco di piccoli arnesi da cucina, pinze, termometri da forno a secco o per immersione, wok, grattugie di ogni tipo, miscelatori, frullatori, macchine che facevano la julienne… persino un doppio colino a rete che serviva per friggere i nidi di patatine fritte al modo trentino. Aveva anche le formine per fare le uova di cioccolata.
Preparare piatti perfetti era uno dei suoi tanti hobby e gli permetteva di farne godere gli amici. Ma amava anche fare i liquori e aveva fatto una ricerca nelle campagne per trovare vecchie ricette che sembravano formule magiche “Il giorno di San Giovanni a mezzanotte cogli 24 noci…”… il nocino, il latte di suocera, il limoncello, roba non da giovincelli che spesso sfiorava i 45°. Era un cultore della grappa bianca e le sue grappe erano rinomate, gli era stato anche regalato un alambicco per fare la grappa ma non riuscì mai ad usarlo… Ma era abile a farsi dare sfusi vini che sfusi non li troverete mai come l’Amarone o il Brunello di Montalcino, ma era così simpatico e cordiale che affascinava i produttori.
Una volta, con degli amici, comprò un maiale che venne lasciato dal contadino a ingrassare e poi fu macellato da uno di loro che era macellaio e lui pretese di insegnare agli amici bolognesi la ricetta della soprassata toscana che è diversa dalla testa in cassetta dell’Emilia, molto più colorita, speziata e di sapore. Ma, quando applicò il ‘pizzico di spezie’ all’impasto esagerò con la dose e il salume risultò profumato da non reggersi e immangiabile.
Ogni estate faceva una mole imponente di verdure sott’olio, carciofini, cipolline, zucchini farciti di acciughe e peperoncino, aglio sbianchito, rosee marmellate di cipolle per i bolliti, bronzee marmellate di pomodori verdi e poi pesche in barattolo, ciliegine, frutta sotto spirito, verdi bottiglioni panciuti pieni di strati di frutta sotto grappa: uva passa, prugne, uva fresca, albicocche, amarene… e le pescava con un suo ramaiolino piegato a cucchiaino, per la gioia degli amici. Aveva per le sue preparazioni una pazienza straordinaria e consideriamo che nessuno in casa ne mangiava. Quando si metteva a preparare le cipolline, metteva sul viso la maschera da saldatore per non lacrimare e me lo immagino ancora seduto pazientemente tra i fornelli e i barattoli, con quei suoi grembiuloni blu elettrico che aveva comprato in Trentino, come sono le parannanze degli artigiani.
Mio marito era un uomo bellissimo e cordiale, con un forte senso dell’accoglienza. Era un uomo prestante e notevole, era stato un giocatore di basket ed era alto un metro e 88, con un viso delicato da biondo, gambe e mani bellissime e un portamento elegante. Ma la cosa più bella che aveva e che mantenne fino all’ultimo, anche quando diventò muto per la malattia, era la spontaneità e la grazia del sorriso. Per quel sorriso lo ricordavano tutti, anche le commesse delle Coop. Aveva un senso altissimo dell’amicizia ed era un ottimo anfitrione. Credo che abbia speso cifre enormi per far star bene gli amici. E sicuramente ha dedicato loro gran tempo della sua vita, spesso più che alla famiglia. Questo non mi preoccupava perché stimo l’amicizia come una delle cose più belle del mondo e per fortuna mia figlia ha preso dal padre questa capacità di accogliere gli amici nella sua casa e di cucinare per loro. Amici e anche sconosciuti, perché abita a Londra che è un po’ il crocevia del mondo e spesso la suocera di Manchester, che è una missionaria della Nuova Chiesa di Inghilterra e ha lavorato per 20 anni in India, le manda indiani, bengalesi, asiatici.. che devono poi imbarcarsi in aereo per l’Asia e lei accoglie tutti con la stessa grazia, amici e sconosciuti, a mangiare e a dormire, con lo stesso garbo allegro e cordiale di suo padre. Fabrizio faceva sempre così con tutti.
Ricordo una volta che ero nella casa di montagna e lui lavorava in città e mi fece sapere che, visto che in casa a Milano c’era solo lui, aveva deciso di ospitare per un mese una famiglia di Indiani, due coniugi con tre bambini, temporaneamente senza alloggio. “Erano senza casa – mi disse come un’ovvietà- e io avevo la casa vuota per cui…”. Me lo disse come una cosa normale, scontata. Probabilmente non li conosceva nemmeno, gliene aveva solo parlato qualche amico. Io non conobbi mai la famigliola indiana, ma fu di un’altissima civiltà. Mi lasciarono la casa in perfetto ordine, solo, in frigo, trovai una tazza di salsa di pomodoro.
Mio marito era così, col cuore in mano. Una volta arrivò a casa zuppo durante un violento temporale. Aveva dato il suo ombrello a un barbone: “Sennò si bagnava”, si scusò. Il problema era che aveva un abito da lavoro, scuro e costoso, che ora pendeva miseramente completamente inzuppato.
Con la stessa naturalezza ospitò in casa per sei mesi una ragazza handicappata del paesello di montagna, che aveva una sindrome che le aveva deformato le ossa e la sera, quando tornava a casa, le insegnava ad usare il computer, mentre di giorno lei frequentava un corso comunale di informatica, così, grazie a questo apprendimento e al suo handicap, poté poi essere assunta in Comune come impiegata.
Sempre per sei mesi ospitammo in casa, insegnandogli l’italiano e l’informatica, il figlio di due vecchi coniugi del paese, che avevano passato parte della loro vita in Argentina come fornai e in Argentina avevano lasciato l’unico figlio con la sua famiglia di quattro figli, ma in Argentina le cose andavano malissimo e così mio marito si premurò di spostarli tutti in Italia. Ospitò questo giovane creandogli una lingua e una professione e trovandogli lavoro. E, quando la moglie e i quattro bambini vennero anche loro presso i nonni, in montagna, demmo loro tutto quello che avevamo tenuto di mia figlia quando era piccola, dal seggiolone alla carrozzina ai vestiti, davvero un sacco di roba.
Come spesso accade nella vita, sia il padre della ragazza handicappata che questo giovane italo-argentino ricambiarono le attenzioni ricevute e le cure prestate facendoci del male, ma questa è un’altra storia.

Mio marito dunque era un artista degli hobby. La sua regola era: se fai qualcosa, fattelo piacere e fallo meglio che puoi, in gara con te stesso.
Per fare le pizze aveva costruito un forno nella prima casa di montagna con l’aiuto del nostro padrone di casa che era il muratore del paese, e aveva fatto un forno straordinario in pietra, molto bello, con l’imbocco regolamentare col vetro spaccato in due come compete a ciò che deve stare sotto un forte calore e due piccoli oblò, uno per guardare e l’altro per far luce con una torcia.
A Bologna per la sua ’casa dei giochi’ si era poi comprato un vero forno da pizzeria che aveva impiantato nel ‘Covo’, la sua seconda casa di città, un appartamentino su un cortile, aperto tutto il giorno agli amici, la casa dei suoi hobby, dove passava le giornate, apparendo in famiglia solo ai pasti e per dormire.

Aveva fatto un vero studio sulle farine di cui si era fatto mandare campioni da tutto il mondo, e quelli che glieli inviavano gli chiedevano poi quanti quintali volesse ordinarne, credendo che avesse una azienda di panificazione. Aveva scoperto così la farina Kamut (Ka’moet che, che nella lingua egizia significa “anima della terra” o ‘grano del faraone Kut), che si diceva nata da chicchi di grano trovati in una piramide (ma forse veniva dall’Iran), che poi erano stati seminati nel Montana ed era più sostanziosa e nutriente della nostra e non aveva bisogno di antiparassitari o fertilizzanti, producendo un forte grano biologico.
E aveva fatto uno studio sui tempi e le temperature della lievitazione per pane e pizze, prendendo un vecchio frigorifero apposta per graduare i panetti lievitanti alla temperatura ottimale. In casa metteva un piano di mattone refrattario nel forno elettrico per ricreare l’ambiente per la pizza e usava sia una impastatrice professionale che una vera pala da forno. Nel suo forno da pizzaiolo poteva fare pizze per tutto il cortile. Ma anche pane, dolci, grandi teglie di patatine, costine di maiale e salsicce, che offriva nel cortile stesso su grandi tavoli rustici e panche a comitive di amici del cortile.

Mangiare insieme ad una stessa tavola è uno dei grandi piaceri della vita che fa parte della convivialità, dell’amicizia, del dono. E’ una delle tante cose belle che possiamo godere, la gioia dello stare insieme, la fratellanza di mangiare del cibo insieme, che fa sentire le persone migliori e più amabili. Ricordo una delle mie più grandi e nobili amiche, la Silvia, una vecchietta del paesino di montagna, poverissima ma ospitale, che friggeva per noi delle frittatine deliziose fatte con le ortiche e le uova delle sue galline e ci faceva un caffè lungo lungo e tutt’acqua, condito con le sue storie del paese che fu e la sua allegria e noi ‘cittadini’ andavamo a trovarla per stare con lei in letizia sul suo divano sfondatom tra le mosche, le galline e i suoi gatti, eppure non avremmo potuto stare meglio all’Hilton.

Uno dei film che più mi è piaciuto nel tempo è il danese ‘Il pranzo di Babette’ di Gabriel Axel, da un libro della Karen Blixen, che racconta della migliore cuoca di Parigi, che dopo la rivoluzione della Comune di Parigi che le ha ucciso marito e figlio, è costretta a scappare e si rifugia in Danimarca, in un paese poverissimo abitato da vecchi, dove, senza rivelare la sua identità, va a servizio dalle due figlie del defunto decano, che vivono in estrema ristrettezza, cuocendo erbe di campo e poco altro e occupandosi dei più poveri e malati. E’ una vita di una povertà e semplicità estreme. Ma, dopo quattordici anni, da Parigi arriva a Babette la vincita di diecimila franchi d’oro alla lotteria. Le due sorelle pensano che Babette userà la grossa somma per tornare in Francia, ma lei chiede di poter dedicare un pranzo alla memoria del pastore loro padre, nel centenario della sua nascita. Vuol ricambiare l’ospitalità ricevuta dalle due garbate e timide sorelle creando un magnifico pranzo, per cui farà venire da Parigi le cose migliori, non solo tovaglie, bicchieri e stoviglie di gran pregio e vini di qualità, ma manicaretti squisiti che mai le due povere sorelle e i vecchietti altrettanto miseri del paese in tutta la loro vita avrebbero potuto assaggiare: ostriche, quaglie, tartufi, perfino una grossa tartaruga. A questo pranzo incredibile saranno invitate anche le due autorità della zona, il generale con la sua nobile madre. I vecchietti prendono con grande diffidenza questo incredibile e fastoso pranzo, litigano tra loro e guatano tutto con estremo timore: “Dev’essere una specie di limonata”, dice uno allo champagne e si ripromettono di rifiutare o criticare tutto quello che sarà loro offerto. Ma a poco a poco la dolcezza dei cibi, la bontà dei vini, la luce delle candele, lo scintillio dei calici, la bellezza dell’incanto operano un miracolo e quelli che tra loro sembravano ormai incompatibili e stizzosi si sciolgono, si abbracciano, si riconoscono fratelli, si amano, mentre il generale riconosce dalla fattura dei piatti la più grande cuoca di Francia e lo rivela. “Ogni ora siederò a pranzare con voi: non con il mio corpo, che non ha importanza, ma con il mio spirito. Perché stasera ho imparato, mia cara, che in questo nostro splendido mondo ogni cosa è possibile”.

Alla fine della straordinaria cena, il colonnello ripartirà beato con la nobile madre sulla sua carrozza dorata e quei vecchietti, che il giorno prima erano nemici tra loro, si ritroveranno, sazi ed ebbri, nella piazzetta sotto la luce della luna in un girotondo di gioia, pacificati e lieti, attorno al vecchio pozzo.
Ora che Babette è stata riconosciuta potrebbe tornare a Parigi, ma in quel magnifico pranzo ha speso tutta la sua vincita, non le resta più nulla e ormai in Francia non ha più nessuno. E’ stata ricca per un solo giorno ma ora ha speso tutto il suo denaro, tuttavia non è povera, perché, come lei dice: “Un artista non è mai povero”.
Dirà il generale Lowen alla fine del pranzo, riprendendo un discorso del decano: “Misericordia e verità si sono incontrate, amici miei, rettitudine e felicità debbono baciarsi, nella nostra umana debolezza e miopia crediamo di dover scegliere la nostra strada in vita e tremiamo per il rischio che quindi corriamo. Abbiamo paura. Ma no. La nostra scelta non è importante, viene il giorno in cui apriamo i nostri occhi e vediamo e capiamo che la grazia di Dio è infinita. Dobbiamo solo attenderla con fiducia e accoglierla con riconoscenza, Dio non pone condizioni, non preferisce uno di noi, piuttosto di un altro. Ciò che abbiamo scelto ci viene dato e allo stesso tempo ciò che abbiamo rifiutato ci viene accordato, perché misericordia e verità si sono incontrate, rettitudine e felicità si sono baciate“.

Anch’io, dunque, ho fatto il mio pranzo, non certo come quello di Babette e, putroppo, nemmeno come avrebbe potuto fare mio marito, ma importante per me perché è il primo, dopo tanti anni, ora che sto riemergendo alla vita, dopo la lunga malattia di mio marito e la sua morte, e so che il mio pranzo non avrebbe mai potuto stare alla pari con i suoi, perché non so cucinare come lui, ma ho fatto del mio meglio per preparare un pranzo tipico toscano.
Un antipasto di bruschette su pane insipido tostato leggermente con pomodori datterini, olio toscano, aglio e basilico appena colto; striscioline di pecorino stagionato; grosse olive verdi e nere; crostini toscani su pane toscano con paté di fegatini di pollo, capperi e porcini; piccole cipolline rosse di Tropea sott’aceto; e certi cuori grandi di carciofo sott’olio semplici e col gambo che ho trovato al mercato; prosciutto crudo salato toscano.
Per primo: ravioli quadrati di magro alla toscana con spinaci, ricotta di pecora, parmigiano e noce moscata, con pommarola fresca.
Infine una gran teglia con fondo di patate, pezzi di pollo, coniglio, quaglie, salsicce e costine di maiale, spolverata finemente di rosmarino e aglio frullati.
Sul piattino a lato dei microscopici panini croccanti.
Pisellini Primavera dolci. Peperonata.
Per chiudere mi sono fatta fare da un vicino, perché io non so fare i dolci, una torta magnifica di pan di Spagna, panna montata e crema pasticcera, guarnita di ciliegine.
Poi liquorini, Jagermeister, Amaro lucano, whisky e caffè.
In tavola un conchino di mirabelle, piccole susine goccia d’oro, molto lassative.
Pignoletto durante il pranzo e moscato sul dolce.
Non sono Fabrizio e ho fatto vari errori. Intanto non avevo il Limoncello che piace alle signore. A metà cottura avrei dovuto levare dal fondo delle teglie il sugo che i pezzi di carne avevano rilasciato e questo avrebbe reso più asciutte le patate. Poi ho cotto almeno il doppio di quanta carne occorresse, era inutile mettere un pezzo di ogni cosa a testa. I pezzi di pollo e coniglio erano troppo grossi, meglio porzioni piccole. Non ho messo i peperoni dentro sacchetti di carta del pane in forno ad annerire la buccia e poi toglierla nell’acqua fredda, il che li avrebbe resi più digeribili, ma mi sono fidata di chi mi ha detto che bastava sbollentarli, il che non è vero, perché poi la buccia non veniva via. Lui avrebbe curato di più i vini e non avrebbe mai messo un vino bianco su un arrosto, avrebbe scelto un Chianti o un Amarone, ma qui a Bologna il rosso non va molto. E sicuramente avrebbe chiuso con i biscottini di Prato fatti da lui ancora teneri con le grosse mandorle tostate, da inzuppare nel vin santo.
Ma va bene così.
Mentre cucinavo, mi sembrava di sentirlo che borbottava, come faceva sempre, dicendo che non sono abbastanza precisa, che non ci metto abbastanza tempo, ma io sono un ariete e gli arieti si sa, corrono via veloci.

Amore, sesso e cibo sono le tre gemme della vita.
Rispettale e onorale, perché sono tre altari
dove varrà la tua grazia, il tuo gioire al mondo,
la tua capacità di donarti a coloro che ami.

..
INDICE ROMANZO

CAPITOLO 1 : https://masadaweb.org/2014/07/13/masada-n-1545-13-7-2014-romanzo-una-seconda-possibilita-capitolo-1/

Regressioni a vite precedenti – La guarigione a distanza – Le visualizzazioni- I numeri simbolici

CAPITOLO 2 : https://masadaweb.org/2014/07/17/masada-n-1546-17-7-2014-romanzo-una-seconda-possibilita-capitolo-2/

Le malattie psicosomatiche – Induzione e ipnosi come forma di terapia – Le verruche

CAPITOLO 3 : https://masadaweb.org/2014/07/22/masada-n-1547-romanzo-una-seconda-possibilita-capitolo-3/

Tutto comincia dalla testa – Talismani: la croce di Ankh – Rievocare altre vite o momenti traumatici del passato – Incubi ricorrenti – Leggere negli altri una storia fatta di tante storie

CAPITOLO 4 : https://masadaweb.org/2014/07/28/masada-n-1550-28-7-2014-una-seconda-possibilita-romanzo-capitolo-4/

Isobare psichiche – Rane – La lezione del dolore – La lezione del piacere – La sessualità sacra – La verginità eterna – Ma cos’è l’orgasmo? – Eiaculazione precoce, vaginismo e omosessualità

CAPITOLO 5 : https://masadaweb.org/2014/07/29/masada-n-1551-29-7-2014-romanzo-una-seconda-possibilita-capitolo-5/

Pene d’amore – Il tradimento – La trasgressione – Amare l’impossibile

CAPITOLO 6 : https://masadaweb.org/2014/08/06/masada-n-1552-6-8-2014-una-seconda-possibilita-romanzo-capitolo-6/

La casa infestata – Sogni premonitori – Messaggi dall’al di là – Le vite precedenti

CAPITOLO 7 : https://masadaweb.org/2014/08/13/masada-n-1554-13-8-2014-romanzo-una-seconda-possibilita-capitolo-7/

Storia di Deneb – Testimonianze sulla premonizione – Sentirsi estranei a questo mondo – Rispettare la propria unicità – La diversità è un dono – I prescelti

CAPITOLO 8 : https://masadaweb.org/2014/08/13/masada-n-1555-13-8-2014-romanzo-una-seconda-possibilita-capitolo-8/

Le discriminazioni – La cultura è il frutto del potere – Rifiuto sociale delle diversità – Chiaroveggenza – Il motivo per cui siamo venuti a nascere – Un compito che si realizza in più esistenze successive – Profezia – Il terzo occhio – L’archivio globale

CAPITOLO 9 : https://masadaweb.org/2014/08/16/masada-n-1557-16-8-2014-romanzo-una-seconda-possibilita-capitolo-9/

Il mio amico omosessuale – I segni sincronici – L’essenza di una coppia

CAPITOLO 10 : https://masadaweb.org/2014/08/21/masada-n-1560-21-8-2014-romanzo-una-seconda-possibilita-capitolo-10/

Esistere come non umani – Nostalgia delle esistenza perdute – Altri mondi-

Siamo tutti angeli caduti – Un messaggio dell’Imperatore

CAPITOLO 11 : https://masadaweb.org/2014/08/23/masada-n-1562-romanzo-una-seconda-possibilita-capitolo-11/

Vedere i fantasmi – Bachi vampirici, boli, ragnatele, girandole di luce – I punti nodali – Figure non terrestri – Una guarigione miracolosa- Uscire dal corpo – La psiche, l’anima, lo spirito – il Tunnel – L’Osservatore- L’Aldilà

CAPITOLO 12: https://masadaweb.org/2014/08/25/masada-n-1563-25-8-2014-romanzo-una-seconda-possibilita-cap-12/

Un ignoto chiamato l’angelo – La potenza energetica di un gruppo – Messaggi da lontano – L’animale totemico – La voce diretta – La scrittura automatica – Storia di Lucina

CAPITOLO 13 : https://masadaweb.org/2014/08/30/masada-n-1565-romanzo-una-seconda-possibilita-capitolo-13/

Omaggio a Elisa – L’amore è più forte della morte- I figli. Un mistero

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1 commento »

  1. Grazie Viviana ,molte cose di quelle che hai scritto mi corrispondono profondamente …sto leggendo tutto con grande interesse…un grande abbraccio
    Emanuela

    Commento di MasadaAdmin — settembre 3, 2014 @ 9:59 am | Rispondi


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