Nuovo Masada

agosto 23, 2014

MASADA n° 1562 STORIA DI UNA SENSITIVA-OVVERO: UNA SECONDA POSSIBILITA’ – CAPITOLO 11

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Vedere i fantasmi – Bachi vampirici, boli, ragnatele, girandole di luce – I punti nodali – Figure non terrestri – Una guarigione miracolosa- Uscire dal corpo – La psiche, l’anima, lo spirito – il Tunnel – L’Osservatore- L’Aldilà

Parevami di muovere in un mondo di fantasmi / E di sentir me stesso l’ombra di un sogno.”
Alfred Tennyson

Noi siamo pensieri che continuano. Dopo la morte saremo ancora pensieri ma penseremo più in grande. In fondo nascere non è che una parziale dimenticanza
Viviana

Bussa al cielo e ascolta il suono!
Detto zen

“La nostra vita è lo strumento mediante il quale compiamo esperimenti con la verità”
Thich Nhat Hanh

Ora che quasi tutta la mia vita è trascorsa, posso pensare di nuovo a quelle cose del passato come da una lunga lontananza. Molti particolari si sono sbiaditi, soprattutto si è perso il senso di essere dentro le cose e i sentimenti che ad esse si legavano, non ricordo più la paura, le emozioni, la solitudine, il disorientamento. Posso persino pensare che forse non è a me che è successo tutto questo, eppure la mia memoria conserva tutti i fatti nella loro stranezza.
Tutto cominciò da quella diagnosi di morte, a 35 anni, quando ero una giovane sposa con una bambina di cinque anni, a Milano. Da qualche parte di me ci sono ancora le crisi d’asma, quella intolleranza di non poter stare né in piedi né seduta, non poter dormire né andare, col respiro affannoso e i fischi che mi uscivano dalla gola, la soffocazione. La mia bambina vedeva che stavo male e, quando crollavo sul cuscino, mi portava le pantofole e mi diceva: “Alzati mamma, guarisci!”. Poi venne l’impietosa sentenza: “I suoi bronchi non ce la fanno più. Non possiamo fare più nulla. Provi ad andare più a sud in un luogo non inquinato come Milano. Può tirare avanti forse due mesi, ma è finita”.

Se guardo la mia mano sinistra, che porta nel palmo il segno del mio destino, vedo una linea della vita breve, forse 37 anni, e anche la linea del cuore è spezzata. Ma se guardo la mano destra, che è la vita che ci siamo costruiti con la volontà, vedo sempre quella linea spezzata, ma dopo i 37 anni un’altra linea si attacca ad essa con un angolo di 60° e prosegue fino a una morte spettacolare. In mezzo c’è un lungo triangolo, il segno di una guarigione miracolosa. Fu così che la mia vita venne raddoppiata. La Voce disse: “Questo corpo è ormai alla fine, ma ancora ha delle cose da fare”.
Io sono adesso là, nella vita che mi fu concessa la seconda volta. Porto sul palmo i segni della veggenza e il monte della Luna nasce da un segno di morte. Io non sapevo allora che mi sarebbe stata data questa seconda possibilità né so ancora per cosa. In verità, possiamo studiare tutti gli indecifrabili segni del mondo, ma la vita e la morte restano chiuse nel loro mistero.
Come venni a Firenze, nella casa infestata, il mio Houdini, la mia magia interiore, emerse a metà e io ‘vidi’. Ma ci volle molto tempo prima che lo accettassi. Prima dovetti attraversare tutto il disagio del nuovo sapere e attraversare il lungo viaggio della depressione. Poter finalmente respirare dopo 35 anni di infermità debilitante, a causa di una malformazione bronchiale congenita, fu come un niente all’inizio, ma questo inizio durò un decennio tormentoso, in cui non dissi nulla a nessuno di quel che vedevo e non volli crederlo io stessa e questo non accettare, che persiste in parte anche adesso, mi portò a una cupa depressione. Non so perché ho dovuto raccontare tutto questo. Forse si arriva a un punto in cui dare testimonianza è l’unico dovere, o forse raccontare serve a capire, per chiudere un quadro o comporre un cambiamento. Forse sono ancora una volta sull’orlo di qualcosa di ignoto e ricordare il viaggio già fatto serve a rassicurarmi di fronte alle cose che non conosco. In verità non so a chi lo racconto, perché non ti vedo, caro lettore, ma spero che tu capisca e abbia anche pietà di me, che non scelsi questa strada ma fui scelta e non la accettai e perciò la persi.
Dopo Firenze, ci fu il ritorno in Lombardia, questa volta nella casa dell’inferno che coincise con la mia depressione e con desideri suicidi. Anche questa casa l’avevo vista in sogno: una specie di fortilizio con due ali laterali, come le torri di un castello, di una sola proprietaria, la castellana, che era una donna malvagia, una ex ballerina sposata per lucro a un uomo di immensa ricchezza. Tutto il palazzo era pregno della sua avidità. Ci sono vizi che dilagano oltre chi li conduce e si allargano tutto intorno impregnando le cose. Seppi che sotto quel castello scorreva un fiume, ne sentivo l’energia perturbata nel sangue, nella testa. Da quel fiume sotterraneo saliva un’atmosfera acre che impestava la casa, penetrava sotto gli strati ocra della tappezzeria funebre giallastra, saliva dal parquet dismesso e scricchiolante.
Una volta lasciai aperto il registratore e la cassetta vuota, riascoltata, risultò piena di voci dolorose che urlavano e piangevano tutte insieme. Ne fui atterrita e buttai via la cassetta, né ho mai più provato a registrare le voci dei morti. Ma essi erano tutti intorno in quella casa gemente. Fu lì che li cominciai a vedere che passavano. Passano veloci, i morti, silenziosi, non smuovono l’aria. Appaiono in un punto che non sai e spariscono poco dopo, come tra due porte. In tanti anni ho imparato a riconoscere i loro varchi. In ogni luogo c’è un passaggio. Lo chiamo ‘punto nodale’. E’ come se noi scorressimo su un binario dell’esistente e loro su un altro, siamo sincroni, ma non ci vediamo, ogni tanto i due binari si incrociano e quello è un punto nodale e per qualche istante possiamo scorgere il loro passaggio. Vanno i morti, sempre vanno, ma dove vanno?
Per quel che sapevo io, l’incrocio tra le due dimensioni era lungo non più di due metri; era là che, quando passavano, io li vedevo. Quasi mai ho avuto l’impressione che loro mi vedessero, io li vedevo e basta. Non c’era comunicazione e il passaggio era così veloce e silenzioso che potevo anche figurarmi di essermelo immaginata. Solo più tardi cominciò ad accadere che quando li percepivo e c’era accanto qualcuno un po’ dotato, anche lui li vedesse, non sempre, ma qualche volta, come se io fungessi da ponte, come se aprissi, non so come, il canale a qualcuno che era già predisposto. Non ho mai trovato nessuno che avesse questa stessa caratteristica e in un certo modo mi rincuorava, perché mi dava la sensazione che le mie visioni fossero oggettive, fuori di me.

Io li ho sempre chiamati ‘i morti’, ma non so cosa siano e non avevano tutti sembianze umane. Prima ci furono i ‘bachi’, esseri biancastri, lunghi 2 o 3 metri, che navigavano orizzontali per aria, come vampiri: di essi avevo una enorme paura. Ma molto prima, quando ero bambina, erano venute le ‘sfere di luce’, soffici e luminose, che si alzavano quietamente da terra negli angoli della stanza, simili a fulmini globulari, erano come anime buone e silenziose, ma quelle le avevo viste anche durante le lunghe malattie infantili e mi avevano fatto compagnia nelle gelide giornate passate a letto, nella camera a nord, sul retro della casa, dove non veniva mai nessuno; le chiamavo ‘le bolle’ e le associavo alla mia malattia, erano i miei amici d’anima, protettori silenziosi, a volte venivano fitte e riempivano la stanza ondulando attorno a me, mentre bruciavo per la febbre, Le ‘bolle’ non erano molto grandi, erano globuli evanescenti e biancastri e qualche volta mi parevano lievemente colorate e allegre.
Ma dopo vedevo anche ‘le ragnatele’, cupi ammassi neri confusi negli angoli alti e bui delle stanze, larghi mezzo metro o un metro, che evitavo di guardare per paura, e anche altri le videro accanto a me e me le indicarono. Uno dei fidanzati di mia figlia ne indicò una in un corridoio semibuio e disse: “Qui sento il Male”.
C’erano anche i ‘boli rotanti’, simili a quei cespugli che rotolano nel deserto portati dal vento, rotolavano sul pavimento davanti a me come ammassi di fuliggine sottile e io alzavo i piedi per non toccarli, e anche questi altri li videro con me ed erano malefici. Poi arrivavano ‘gli uccelli di luce’, a volte sfrecciavano come uno sprazzo di luce al lato dello sguardo, un battito d’ali che mi ricorda la morte, una luce rapidissima che ti passa a fianco come una freccia e fai appena a tempo a scorgerla, ma ne sentivo anche il rumore crepitante, velocissimo; una volta ‘le ali’ mi sbatterono in faccia facendomi spaventare e a volte mi toccavano la mano che trasaliva. Ho sempre pensato che la morte, anche in sogno, si presentasse come una colomba bianca.
Le luci potevano arrivare in traiettorie rapidissime nella stanza, come un fulmine e girare rapidamente, qualche volta le vedevo anche attorno alle persone e le vidi poi identiche in certe foto che dei fotografi del paranormale di Bologna avevano fatto per studiare ciò che non si vede al di là delle frequenze visibili. Anche io, quando fotografai la statuetta della Madonna a Chartres, che dicevano portasse addosso un vero lembo del mantello di Maria, ebbi una foto in cui non c’era affatto la statuetta della Madonna ma un cilindro lungo di luce.
E quando morì di cancro la figlia della mia amica Giuliana e lei fotografò la cagna che la ragazza aveva tanto amato, in tutte le foto attorno alla bella bestia apparve un cerchio di luce e anche la cagna si chiamava ‘Luce’.
L’apparizione più bella fu quella delle’ girandole’ che esplosero un giorno nel mio ‘cerchio’ magico e in cui toccammo momenti di eccezionale simbiosi: un giorno bellissimo la stanza si riempì di girandole silenziose luminosissime e la dolce Laura-bruna disse: “Quanti vortici! C’è luce dappertutto!” Lei era una che sentiva l’incenso quando io sentivo l’incenso e vedeva la luce quando io vedevo la luce e questo mi confortava.
La luce che vedo a volte non è molto forte, ma come un neon intenso al centro che sfuma senza margini ed è in genere biancastra, come velata.

Di questa stessa luce era l’immagine che ebbi lungamente una notte, che proprio mi terrorizzò.
Mia figlia Nicoletta allora era una scout ed era partita per un campo in Dalmazia, oltre confine; il tempo era pessimo, diluviava, era una notte da tregenda e io non smettevo di pensare che quegli scout si sarebbero messi nei guai. Tutti gli anni c’era qualche gruppo scout che passava qualche pericolo, e pensarla in un branco di ragazzetti spensierati che facevano campo all’aperto sotto la pioggia e in una zona ‘oltre confine’ mi agitava grandemente. Così ero andata a letto inquieta, non riuscivo a prendere sonno e continuavo a rigirarmi nell’ansia, quando d’un tratto, nel silenzio della stanza chiusa dalla pioggia scrosciante, fu come se esplodesse un silenzio più grande e di colpo mi ritrovai seduta sul letto cogli occhi sbarrati. C’era sul muro una piccola immagine della Madonna, l’unica immagine sacra che tengo in casa, una piccola stampa del 1700 di un Santuario, ritrovata sul pavimento di una stalla, che avevamo preso perché Maria somigliava molto alla mamma di mio marito, morta giovane di leucemia. Davanti a quell’immagine, era sospesa per aria una giovane donna. Poteva avere 14 anni, era piccola e graziosa. Interamente vestita di bianco, era tutta coperta da un velo trasparente, bianco anch’esso, da capo a piedi, e risplendeva di quella luce bianca e velata, soffice come neon. Io pensai atterrita che era il fantasma di mia figlia e anche la chiamai: “Nicoletta!” e guardai la sveglia luminosa che segnava le due. Passarono molti secondi che mi parvero secoli. Io guardavo la figura, guardavo la radiosveglia, poi di nuovo la figura…. Lei palpitava quietamente fissandomi, sospesa. Poi lentamente cominciò a svanire finché la persi del tutto e mi restò davanti la parete in penombra. Forse era una immagine ipnagogica, ma per tutta la notte non riuscii a dormire e continuavo a sbarrare gli occhi e a fissare la parete, terrorizzata. Mia figlia tornò sana e salva, gli scout avevano trovato riparo in una parrocchia e non avevano corso nessun pericolo.
Ma la piccola donna è sempre nei miei occhi, una piccola ragazza dolce coi capelli scuri raccolti dietro e le mani un poco allargate con i palmi aperti, come si mostra l’immagine della Madonna, tutta coperta di luce.

Non so i morti dove sono, mi piace immaginarli su una grande nave che naviga silenziosa su un oceano sconfinato o che camminano veloci e silenziosi su strade che non sono le nostre.
Non so nemmeno quali sono i morti tra le figure che vedo. Il ‘vedere’ è di molti tipi. C’è un vedere che è dentro la mia testa come se si accendesse un video e si capisce benissimo che quelle immagini vengono proiettate da dentro, poi c’è un vedere per sagome, la persona non è chiara, io scorgo una sagoma ritagliata in un’ombra un poco più scura, si possono capire bene i dettagli ma non ci sono sempre proprio colori e forme, bisogna immaginarli.
Nella mia casa di adesso di Bologna ho uno di questi punti nodali, su un ballatoio, dove passano i morti. Li ho visti spesso come sagome veloci, passano lì in genere e non ovunque, salvo qualche eccezione nella mia camera o nel corridoio, e non li vedo quasi mai chiaramente ma come profili. Allo stesso modo li hanno visto altri. Sembra che abbia la strana capacità, di cui non ho mai sentito in giro, di comunicare la visione anche ad altri, se solo hanno un minimo di aperture paranormali.
Io non parlo in genere dei morti, quando li vedo, perché non è buona educazione spaventare la gente, e quando passano sto zitta e faccio finta di niente. Non mi fido di questi passaggi e ho paura. Spero che sia come per gli animali che se non gli fai caso ti fiutano un po’ poi si allontanano. Così penso che se io non faccio caso a loro, se ne andranno prima, temo gli esseri strani di qualsiasi tipo e non voglio interferire nemmeno con loro. Solo i gatti, anche se li ignoro, mi si avvicinano; io ho paura dei gatti ma loro sono molto curiosi di me, io penso che sia per tutti quei morti che mi porto appresso e che loro vedono benissimo coi loro occhi strani. Ma la mia regola è quella di non molestare ciò che non capisco e credo che al mondo ci possiamo stare tutti indifferentemente.
Io non ho mai comunicato con i morti né saprei come farlo, ne ho terrore e continuo a pensare che siano uno scherzo della mia fantasia, sperando che le visioni scompaiano prima possibile. Così quando in casa ci sono quei piccoli segni, gli scricchiolii improvvisi della grande libreria di noce, i campanelli, le monetine, gli scoppi improvvisi di voci mozzate, le luci che tremolano, i movimenti, gli scoppi, i profumi, fingo di non percepire nulla, o spero che ci sia una causa razionale e, se c’è qualcuno che pure li sente e si spaventa, decentro l’attenzione, parlo di echi della casa, distraggo con sciocchezze. Se sono sola, li ignoro. I miei interlocutori non devono sapere e io non voglio approfondire questi contatti, altrimenti non riuscirei più a vivere.

Quella volta che cinque persone entrarono una dopo l’altra nella mia casa nello stesso giorno e videro ‘il viandante’ me la ricordo, perché fu una cosa spontanea e furono cinque. Io vedevo passare una sagoma grigia di persona piegata in avanti, con un cappuccio, una figura di forse 35 anni, molto triste, passava e passava. Altre cinque persone ‘videro’ la stessa cosa, e la raccontarono quasi con le stesse parole: un uomo non vecchio, magro, col cappuccio, o con la gobba o con capelli lunghi gonfi sulla schiena, o una bisaccia sul collo… e tutti dissero che era triste.
Maria Luisa fu l’ultima della giornata e continuava a fissarlo e non riuscivamo più a parlare della sua depressione e allora le dissi: “Maria Luisa, chiudi gli occhi e scrivi!” e le misi in mano una biro. E lei, sul divano, cadde subito in trance e con mano tremolante scrisse: “Sto male! Aiutatemi! Non ci sono solo i vostri problemi ma anche i miei! Aiutatemi! Candele, incenso grani, acqua benedetta!” E allora Maria Luisa andò a casa sua e tornò di corsa con candele bianche e grossi grani di incenso con cui mi impuzzò la casa e acqua di Lourdes che mi spruzzò dappertutto. Ma quella notte, quando rimasi sola, scoppiò il finimondo, le porte sbattevano, le finestre… rumore di piatti rotti, negli armadi si sentivano botti come se tutto rotolasse, ma tutto cosa? Al mattino silenzio! Ma qualcosa era successo.
Quando Maria Luisa tornò, la feci scrivere di nuovo ma le parole non mi piacquero: “Mi avete solo accarezzato. Ho bisogno della vostra energia!” Allora pensai che non mi piacciono i succhiatori di energia, perché alcune di queste ‘cose’ sono così, vampiriche, lo senti da un calo di forze, da una onda depressiva, e non è bene attirarle.
Il ‘Viandante’ se ne andò poi via per conto suo dopo che andai a Riccione a un convegno di parapsicologia e incontrai uno sciamano tolteco, che mi insegnò un rito per mandare in cielo le creature senza pace, ma questa è un’altra storia.

Le cose più curiose che ho visto furono in un piccolo corridoio d’ingresso a Pavia. Io avevo finito le faccende e mi ero seduta in cucina su una sedia a sdraio; mentre mi riposavo, vidi passare rapidamente nel piccolo ingresso quadrato due alte e snelle figure, erano due giovani completamente calvi con braccia e gambe molto sottili e affusolate; li ricordo perfettamente per quanto erano strani, avevano vesti diverse dalle nostre, bluse di seta chiara rigonfie, aperte sul petto, calzoncini simili a quelli dei ciclisti corti e rosa ciclamino sgargiante; le scarpe non le vedevo, era come se fossero trasparenti e vedevo benissimo i lunghi piedini arcuati, simili a quelli dipinti dal Botticelli, credo che sarebbero stati benissimo accanto alla sua Primavera; in particolare mi colpirono le loro teste dalla fronte altissima senza capelli, svasate in alto. Parlavano attenti tra loro ma non sentivo le voci, non mi videro; io li guardavo a bocca aperta, poi scomparvero. Tante volte mi sono chiesta se gli uomini del futuro saranno così, dopotutto noi siamo più glabri e sottili e più elevati degli uomini delle caverne e la nostra fronte è più alta, così i due ciclisti in hot pants rosa potevano venire da un altro tempo, dal futuro, o forse da un altro mondo.

Ma per lo più mi capita di vedere persone normali che passano per la casa, o entrano in qualche camera, così come avviene nel film ‘Sesto senso’, che mi ha turbato molto, e, quando ho visto nel film la sequenza del ragazzo di spalle che entra in bagno, ho detto: “Ecco, è così!”.
Queste immagini sembrano solide e vere come se ci fosse qualcuno in casa ma poi, quando si va a cercare, non si trova nulla.
Alcune volte invece ho visto un defunto dietro la persona che stava in visita, la mamma, il nonno… potevo vederlo chiaramente anche se non era proprio solido ma come trasparente e non riuscivo a comunicare con lui ma potevo vedere certe cose che mi indicava e così potevo solo raccontare qualche particolare e il mio visitatore riconosceva il suo morto e si turbava e piangeva, ma è successo di rado.
Una volta la figura di una mamma mi disse telepaticamente che sua figlia si era dimenticata di una cosa importante e si trattava di un mutuo da pagare, ed è strano perché ho sempre pensato che è una cosa tanto importante che uno dovrebbe dare un ordine bancario in proposito, ma è raro che ci sia una comunicazione, forse perché io la respingo, per cui mi sono sempre chiesta a che servissero queste percezioni, visto che non sono il soggetto adatto.
Poteva apparire anche un paesaggio o dei mobili, ma vedevo tutto fuori come una proiezione leggera. A volte il defunto appariva come era da giovane, in genere felice, una volta invece venne una mamma come era stata in punto di morte, scarnificata dalla malattia e continuava a far cenno alla mia visitatrice di fare quella cosa che le aveva raccomandato in punto di morte: curare la sorella perduta, una cosa che lei rifuggiva.

A volte i morti appaiono come persone normali, e camminano per strada simili a tutti i vivi e solo se sai che sono morti li riconosci come tali. Una mia allieva era lontana quando lo zio morì e aveva tardato col treno ad arrivare al funerale, era corsa in Certosa col marito quando ormai era tardi, molto tardi, lamentando in cuor suo di non aver potuto dare l’ultimo saluto allo zio che amava tanto, ed ecco che lo videro che veniva loro incontro in un corridoio della Certosa, tutti e due lo videro, col suo bel vestito grigio chiaro, elegante, che sorrideva loro e li sorpassava dicendo: “Ciao!” e già non c’era più. E quello era stato proprio il suo ultimo vestito e quello il suo ultimo saluto.

Anch’io vidi un mio allievo dopo morto. Era un anziano poliziotto in pensione che aveva seguito i miei corsi di filosofia a Zocca e che avevo ritrovato su per i boschi nelle passeggiate organizzate dal Comune in cima al monte, mi aveva raccontato dei libri che scriveva e si divertiva a parlare con me. Quando morì, la figlia mi telefonò e andai al suo funerale in Certosa. Al ritorno, il mio autobus girava attorno a piazza dell’Unità e lui era lì, in mezzo alla piazza, più vivo che mai, con i pantaloni grigi e la camicia bianca con le maniche arrotolate, che sventolava nel vento. Mi fissò attentamente per tutto il tempo che l’autobus girò attorno alla piazza e si fermò al semaforo e riprese, sempre voltato verso di me, fissandomi per tutto il tempo.
Per strada ho visto mia suocera, mio cognato… Camminano i morti come sonnambuli, la gente non li vede, loro non si accorgono di essere morti, camminano, si fermano ai semafori, vanno… ma dove vanno?

Mi chiede, Olasz, cosa succede dopo la morte e, per quel che so, provo a rispondere.
La morte è un pensiero molesto che rimuovi finché ne hai modo, perché nella nostra cultura non c’è alcuna preparazione alla morte e le cose che ti dicono, del paradiso, inferno e purgatorio, o che abbiamo una sola vita fino alla resurrezione dei morti, ti sembrano strane e non le credi, e le metti lì nell’insieme delle cose che sei troppo educato per contestarle e che ogni sensitivo può smantellarti in un secondo.
In Occidente hai paura della morte, non ti insegnano che i morti continuano ad esistere o rinascono lasciando dietro di sé tracce incomprensibili. Non vivi certo preparandoti a morire, perché nel cristianesimo non esiste alcuna preparazione alla morte, e in genere non vuoi nemmeno sentirne parlare perché la sola parola ti spaventa, e fingi che la morte non ti riguardi, come se si esorcizzarla cacciandola dalla mente, mentre è l’unico fatto che riguarderà indifferentemente tutti e su cui dovremmo tutti riflettere. Molte religioni preparano al morire, anzi alcune, come il Lamaismo tibetano, sono intese essenzialmente come una lunga riflessione sul morire bene, come se la vita tutta dovesse preparare questo passaggio. Inspiegabilmente la religione cristiana lascia questo mistero in un disorientamento silenzioso, e non mette in conto che ciò che non sai ti spaventa molto di più di quel che sai e ti lascia impreparato e spaurito. Non serve rimuovere la morte, ma su di essa possiamo fare delle ipotesi o narrare delle testimonianze, cercando, attraverso le religioni e i culti di altri popoli, quei riscontri che il silenzio cristiano non riesce più a dare.
Sulla morte, come tutti, io non sapevo niente.
Per 35 anni il problema fu come ovattato, assopito, messo da parte. A 35 anni stavo così male che fu giocoforza internarmi in sanatorio e le analisi si succedettero senza una parola chiarificatrice, mentre toccavo con mano cosa la malattia potesse fare agli umani, intorno a me c’erano donne anche giovani con malattie terribili e diagnosi funeste: tubercolosi, cancro, forme rare di leucemia che colpivano ghiandole, organi, molte malattie infettive; ricordo delle ragazzine, delle giovani madri che erano state isolate dai loro figli bambini, neonati, e che non li vedevano da mesi e mi mostravano piangendo le loro foto.
Io sola ero in osservazione e nessuno mi diceva cosa avevo. Quando venne mio marito in visita, gli dissi che potevo avere anch’io qualche rara malattia infettiva o terminale e non potevamo baciarci, ma lui mi abbracciò in modo convulso e mi dette un bacio forzoso, lunghissimo, dicendo: “Qualunque cosa hai tu, voglio averla anch’io!” Eravamo giovani, allora, e spaventati e con una bambina piccola, e quel gesto disperato mi sembrò pazzesco, ma ancor dopo, quando litigavo con lui anche aspramente, ricordavo quel momento come qualcosa di sovrumano e tornavo tranquilla. Alla fine dei dieci giorni, dopo che ero stata esaminata dentro e fuori, venne la diagnosi agghiacciante: “Pochi mesi di vita per una malformazione congenita irreversibile e non operabile. Non c’è più niente da fare”.
Ricordo ancora il primario, piccolo e rigido, implacabile. L’ho sempre associato al ‘Giudice’ di Lee Master. Ci dovrebbe essere un modo umano per passare una simile notizia e non si parla al malato prima che alla sua famiglia, ma io fui esentato da ogni rispetto, così l’annuncio mi cadde addosso come una mazzata, qualcosa che ti toglie anche la facoltà di pensare. Ero stata malata tutta la vita per una malformazione bronchiale congenita ma quel medico mi toglieva ogni speranza. Uscii dal sanatorio in stato di shock. Scappai a precipizio, quasi non salutando le mie compagne che mi guardarono con odio perché uscivo, mi liberavo, come una che evade dalla prigione.
Poi, subito: il miracolo: di colpo ripresi a respirare bene! Respiravo l’aria a lunghi sorsi come una cosa mai sentita prima, respiravo, bevevo l’acqua, bevevo l’aria fresca, a sorsi lunghissimi, e continuavo a ripetermi come incredula: “Sto respirando! Sto respirando!”
E’ incredibile quante cose facciamo, mangiamo, respiriamo, camminiamo, dormiamo… e non siamo pervasi dallo stupore incredibile che queste funzioni normali ci dovrebbero provocare: stiamo bene! Tutto va bene! Dovremmo vivere sempre ringraziando! E’ solo quando qualcuna di queste funzioni viene meno che scopriamo quanto sia importante, che valore abbia! Viviamo con ingratitudine, distolti da pensieri neri, e la vera morte è questa: non capire la vita.
Poi caddi di colpo nei 29 ‘anni da strega’, come precipitare in un altro mondo, un periodo di sciamanesimo spontaneo, non richiesto, non voluto, destabilizzante, senza alcuno strumento per codificarlo, per razionalizzarlo, col timore costante di essere diventata schizofrenica, e precipitai in questo periodo incredibile della mia vita con tutti i suoi effetti speciali, gli stati modificati di coscienza, le esperienze paranormali, le visioni… tutta una straordinaria antologia di fatti straordinari in cui non mi specializzai in niente, passai da una esperienza all’altra come istupidita, spesso spaventata, persino depressa o angosciata. Finché tutto, di colpo, dopo 29 anni di stranezze, come era arrivato improvvisamente scomparve e ora comincio quasi a dimenticare e arrivo a dubitare delle mie stesse esperienze.
La guarigione improvvisa portò, però, lo scotto pesante e indecifrabile dell’apertura di un canale indesiderato. Da allora ho parlato con molte persone che sono state diagnosticate clinicamente morte e che poi sono tornate in vita e le loro narrazioni sono risultate identiche alle mie, spesso si tratta di infartuati o di persone uscite da incidenti mortali, e anche loro hanno acquisito da questo viaggio nell’aldilà l’apertura di facoltà paranormali e una valutazione rovesciata della morte, a volte anche poteri terapeutici o la seconda vista. Forse tutto ciò appartiene al mondo che non conosciamo, dove sappiamo, vediamo e possiamo diversamente da questo e, se ci vai anche per un attimo, qualcosa ti resta attaccato quando torni. Ma io non sono mai veramente morta, ho solo ricevuto una diagnosi funesta, il mio encefalogramma non è mai diventato piatto, il mio cuore non si è fermato, e tuttavia lo shock mi ha fatto cambiare di colpo, qualcosa nel mio cervello è saltato e questa variazione istantanea ci è rimasta per 29 anni, per poi sparire, misteriosamente, sempre di colpo, come era venuta. E quel qualcosa non ha solo modificato la mia percezione della realtà, ha rovesciato radicalmente le idee che avevo sulla morte.
Ci sono psicologi, medici, analisti che hanno interrogato pazienti liminari, usciti dal coma o da operazioni chirurgiche rischiose. Abbiamo lunghe raccolte di testimonianze ‘da sala operatoria’, specialmente resoconti di bambini, meno acculturati, meno influenzati, e questi resoconti si somigliano. Io posso avere anche letto le cose che credo di aver visto, ma i bambini?

Certo è che da queste esperienze, che voi le crediate vere o no, risulta che la morte non è la fine. Dopo l’istante del morire, che non è nemmeno doloroso perché è inavvertito, qualcosa ricomincia, un’altra forma di vita ha inizio, e, in genere, essa è incommensurabilmente più bella e libera e serena di questa, per cui la morte è solo il rapido passaggio tra una forma di vita (quella terrena) e un’altra forma di vita, che non sappiamo ma che intuiamo meravigliosa.
Nei 29 anni che seguirono a quell’evento straordinario, io non fui mai più malata, io ero miracolosamente guarita, senza preghiere o Lourdes o interventi di persone sante, per qualche misteriosa ragione al di fuori della mia volontà o della mia comprensione, io, che sono vissuta per 35 anni della mia vita come una invalida, impossibilitata a fare gli atti normali del quotidiano, con punte acute di malattia e di difficoltà respiratorie che duravano mesi e mi immobilizzavano in una solitudine forzata, affogata dall’asma, dalla bronchite, dalla febbre, dalla debolezza, con l’impossibilità di portare avanti un lavoro, una vita sociale, una famiglia… ora finalmente potevo vivere, ma tutto risultava più difficile di quanto doveva, perché era subentrata una depressione profonda che mi impediva di credere alla nuova realtà e di sperare.
La morte mi era passata accanto e la sua aura mi aveva impregnato di dolore al punto che non credevo più nella vita.
La speranza e la disperazione sono due cose curiose, a volte speri quando stai morendo e disperi quando sei salvo. Nulla è più stupido di un essere umano, niente è più incoerente. Solo qualcosa più alto di noi può condurre i nostri passi distorti, se ha pena dei nostri tentennamenti vacillanti e dubbiosi.
Per quanto poi sia stata bene poi per tutti gli anni che seguirono e per quanto i miei bronchi anche fisiologicamente non mostrassero più alcuna deformità, cosa che nessun medico ha saputo spiegare, ero guarita. Prima avevo 4 bronchi e stavo per morire, poi ne avevo normalmente due ed ero sana. Nessuna spiegazione plausibile. Solo questo.

Ma poi ci fu solo un mese in cui sembrò che la vecchia bronchite ritornasse e curiosamente era d’estate. Ero in agosto a Zocca, un paesetto di montagna dell’Appennino, quasi sempre da sola perché mio marito non venne mai, e mi venne una tosse nervosa che mi spaventò orrendamente, dati i trascorsi, e non mi faceva dormire la notte. La notte non dormivo perché la tosse era più acuta. Il giorno ero sfinita e dopo pranzo cadevo sempre addormentata per qualche minuto. Ebbene, per tutto quel mese, ogni giorno, in quei minuti di sonno improvviso, io morii.
Mi addormentavo a piombo come se perdessi i sensi, e la mia anima scappava dal mio corpo velocissima, in una oscurità annegante, e schizzava su a perdifiato su una linea leggermente ascendente, senza corpo né nulla, in qualcosa che doveva avere forma di tunnel, perché ogni tanto in quel buio vedevo schizzare degli sprazzi di rapidissima luce che segnavano una forma circolare, come se salissi obliquamente in un condotto, mentre mi pareva che una presenza mi stesse dietro la spalla destra, come a seguirmi o guidarmi. E in fondo a quel tunnel nero che saliva verso l’alto e che percorrevo a corsa folle c’era una luce non molto forte, una luminescenza morbida come di neon, ma palpitante e viva. L’impressione era che quella luce era calda e comunicante, come una persona. E quel che mi comunicava era un amore infinito, una infinita dolcezza, una accoglienza totale, come non ho sperimentato mai. Era come se quella luce fosse piena di persone, di cui ci fosse non la forma ma un’essenza di amore palpitante, quella di tutte le persone che ti amano e che ti ameranno sempre. E io ne ero attratta come per un desiderio infinito che finalmente si soddisfaceva, perché finalmente io tornavo alla ‘Madre’.
Ma subito dopo, prima che potessi essere abbastanza vicina e tuffarmi in quell’amore dolcissimo, tornavo indietro di scatto come un elastico che si ritrae con un colpo secco, e questo tornare indietro era qualcosa di brutale, sgradevolissimo, per cui mi sentivo come ‘vomitata’ di nuovo nel corpo all’indietro e il corpo stesso fosse di una specie inferiore, ributtante, come se rientrassi nel corpo di un rettile, una forma più bassa, agganciata a vite più basse. La sgradevolezza di tornare in un corpo fisico era inimmaginabile e il risveglio mi lasciava pesta, sconvolta e piena di disgusto. Ma, come riacquisivo coscienza, cadevo nelle vecchie coordinate e pensavo con orrore: “Ho sognato di morire!” ed ero terrorizzata.

Così ho dovuto accettare di mettere, una accanto all’altra, dentro di me la vecchia idea paurosa della morte e la nuova esperienza che la morte, in realtà, era l’esperienza più bella della vita, perché era un ritorno, il ritorno ad una essenza infinitamente superiore e infinitamente più felice, da cui non vorremmo essere allontanati mai per venire a vivere, il ritorno a quell’unità primitiva, materna, da cui ci siamo separati nascendo. L’Oceano infinito di Chiara Luce, di cui parla il lamaismo Tibetano. Il Nirvana.

Quando ero bambina, ero una strana bambina, non so se per colpa della vita di prigioniera che mi è toccato fare e che mi ha costretto a un isolamento forzato quando ero nell’età dei giochi e della socializzazione, o per colpa della respirazione difficile che mi produceva una scarsa ossigenazione cerebrale, ricordo che già piccolissima battevo i piedi in terra in impeti di rabbia gridando che ‘qui non ci volevo stare’. Ero come un’esule in terra straniera e tutto di questo luogo mi era alieno. Non sopportavo di dover camminare mettendo un piede dopo l’altro e anche oggi questo modo di spostarsi mi sembra stupido e primitivo, non sopportavo di dover comunicare aprendo la bocca ed emettendo suoni. Il mio mondo ‘vero’ era un mondo dove i corpi non esistono, dove solo la mente comunica e dove ci si sposta in tempo reale. Con internet mi pare quasi di essere tornata a quello stato primitivo. Nulla dell’abbrutimento a cui ti costringe il corpo. La cosa curiosa è che ho passato tutta la vita a insegnare, a far conferenze, corsi… tutta una vita a ‘parlare’. Il mio organo più penalizzato, la bocca, che è collegata alle funzioni respiratorie, è anche quello che ho più usato. E poiché chi parla deve anche ascoltare, sono nata anche con una malformazione ai canali auditivi per cui non ho quasi possibilità di ascolto e spesso sono totalmente sorda, come se gli organi del comunicare: bronchi, gola, orecchi, fossero nati posticci, imperfetti. E’ come se la bocca, in questa vita di adesso, fosse un organo insolito, tant’é che, quando sono depressa, la depressione mi parte sempre dalla bocca, che diventa inerte, le mascelle cadono, le labbra non stanno insieme, non posso parlare, perdo il comando della mia bocca, mi trema la voce. Ma quando ero piccola pensavo sempre di venire da un mondo dove non ci sono bocche né piedi né orecchie e la gente si sposta in tempo reale e comunica col pensiero, e quel mondo è superiore a questo mondo primitivo e selvaggio, pieno di lenti piedi e di bocche che non si fanno capire e di orecchie che non stanno mai a sentire.

Per volare ho volato negli stati modificati di coscienza e per comunicare direttamente, lo faccio spesso con mio marito e mia figlia, e, a volte solo nel senso della ricezione del pensiero, con le persone che mi vengono a trovare per sapere chi sono, o almeno lo facevo, nel tempo in cui ero una strega, perché ora, da qualche anno, non sono più niente. 35 anni da malata, 29 da strega, e ora sono di nuovo in una terra di mezzo. Non sono nessuno. E sto aspettando con un po’ di inquietudine cosa deve arrivare.

Dunque ho conosciuto, ripetendo l’esperienza per un mese intero, che cosa vuol dire uscire dal corpo e morire. Non sono mai arrivata alla luce tenera e calda, non ho mai visto l’aldilà, non sono mai entrata nell’abbraccio d’amore. Ho però sentito persone che sono andate oltre e raccontano di una gioia infinita, dell’unione spirituale con tutte le persone care, a volte dell’incontro con le divinità che hanno pregato in vita, a volte di quei dolci pascoli di cui parla la Bibbia, e del giardino dove si può passeggiare, ché in fondo Paradiso vuol dire giardino.
Ho spesso sognato che ero morta e vedevo i miei da dietro un muro d’ombra sottile e mi rattristavo del loro dolore e tentavo di dir loro: “Non piangete! Sono qui! Sono viva! Vi amo sempre! Vi vedo sempre! Sono così viva e così vicina a voi, perché piangete? Non c’è nulla di cui addolorarsi, perché sono con voi più di prima! Posso anche proteggervi e aiutarvi più di prima! Perché non mi sentite che sono qui con voi e che sto bene?” E in fondo queste sono le cose che vengono in tutte le sedute medianiche: “La morte non esiste. Perché piangete? Noi stiamo bene! Siamo felici. Ci rattrista solo il vostro dolore. Non abbiate pena, perché tutto va bene!” Tutto va bene. C’é solo la vita. E qualche volta i morti passano il muro d’ombra e arrivano coi loro segni nella stanza di qua, dove siamo noi, e si fanno sentire.
Di queste storie dei morti che danno segni ne ho a centinaia. Ma nessuno parla mai dell’inferno, del purgatorio e del paradiso, che devono essere favole medievali della chiesa cristiana per terrorizzare i fedeli, a cui oggi del resto nessuno o quasi pensa più, senza che la Chiesa si sia premurata di sostituirle con una filosofia della vita e della morte più adatta all’uomo attuale, che resta spesso solo e disorientato, perde la fede perché non vive la fede, perde lo spirito perché qualcuno ha perso lo spirito. Le religioni sono come favole e l’ateismo del pensiero laico sarà anche una buona cosa, ma di fronte al dolore della morte, di fronte al mistero, non serve a niente. L’uomo vuol sapere e quando non sa, vuole almeno delle ipotesi. Perciò metteremo anche le esperienze dirette nel novero delle ipotesi, in mancanza di altro. Prima vediamo il remo piegato nell’acqua, poi comprendiamo che il remo non è piegato e che è solo un’illusione ottica, poi possiamo entrare nell’acqua a vedere.
Cambiare coordinate mentali è come entrare nell’acqua e vedere, da un’altra prospettiva, ma probabilmente anche quella è poco per conoscere.

Io penso che, come abbiamo molti livelli di essere (i veli della cipolla), così possiamo avere vari livelli di consapevolezza in cui il punto di coscienza può spostarsi, o successivamente o contemporaneamente. C’è un punto di coscienza che vede solo la parte della scena che è illuminata e c’è un punto di coscienza superiore che vede tutte le parti insieme.
Credo che siamo formati da un corpo, da una psiche, da un’anima e da uno spirito. Il corpo sappiamo cos’è, la psiche è ancora corpo ma più invisibile (attenzione, memoria, emozioni, sentimenti, la stessa mente che gli induisti considerano uno dei sensi come gli altri), l’anima è più sottile ed è legata al corpo-psiche in modo diverso per compito, con capacità di dare giudizi, fare valutazioni, cambiare scelte, mutare il destino… è qualcosa che il corpo-psiche non ha, non ce l’ha un gatto, per esempio, o un cane, che pure hanno un corpo e hanno memoria, emozioni, sentimenti… ma hanno reazioni determinate, scelte meccanicistiche, comportamenti condizionati… L’anima è una caratteristica umana, legata a un destino in parte condizionante, ma in cui apre una possibile sfera di libertà e di responsabilità, l’anima è la tua scelta in base al tuo destino. Quando si parla di anima entriamo in una riflessione superiore, creativa, etica, una dimensione di consapevolezza e di responsabilità. Nel corpo-mente si è, nell’anima si deve. Si entra nel mondo dell’etica.
L’anima ha a che fare non con la stretta reazione ai fatti ma col nostro compito, nel destino non subito ma scelto, costruito. Qui il piano dell’essere si allarga. Un gatto non si chiede: perché sono venuto a vivere, qual’è il mio compito nella vita, qual’è il mio scopo.. l’uomo sì, può farlo, se ha abbastanza anima. Persino l’alcoolizzato o il potente o l’assassino che danno alla domanda esistenziale una pessima risposta sociale e individuale, persino loro si fanno implicitamente questa domanda, che l’animale non si pone. E questa è l’anima. La nostra responsabilità di vita. Il bilancio e la riflessione. Il compito. Ciò in cui ci impegniamo al di là del modo con cui semplicemente reagiamo.
Lo spirito è un concetto ancora più alto e non facile da capire. Avendo fatto varie esperienze d’anima ma una sola, in questa vita, esperienza dello spirito, posso dire che lo spirito è sopra di noi ma non siamo noi. Lo spirito è ‘colui che guarda’. L’osservatore.
Il complesso psiche-corpo-anima è ‘l’osservato’ ma lo spirito è ‘l’osservatore’.
In India c’è un insieme di scritti sacri, il Bagavad-Gita, gli “scritti ai piedi del maestro”. Si ritiene che gli allievi siedano ai piedi del guru e ascoltino le sue parole ispirate, per cui la Bagavad-Gita si rinnova sempre come messaggio che viene dall’alto. Ma sedersi ai piedi del Maestro vuol dire essere su un piano inferiore rispetto alla verità spirituale che il Maestro possiede, indica la posizione dell’anima rispetto allo spirito che, solo, sa la verità e ne dà qualche sprazzo.
Nella Bagavad-Gita ci sono questi versi: “C’è un albero su cui sono due uccelli. Uno vola, fa il nido, cerca la compagna… L’altro sta sul ramo a guardare”. Il primo uccello indica il complesso corpo-psiche-anima, l’essere che vive la vita; il secondo indica l’osservatore, lo spirito. Ma l’osservatore non osserva solo questa mia vita all’interno di un percorso che non sappiamo, osserva le mie molte vite, perché io sto in una collana di esistenze successive. E anche questo è un concetto che ho dovuto imparare dall’esperienza, non avendolo ricevuto per tradizione dalla mia cultura.

Capisco che sono piena di dubbi e che non posso convincere chi non ha avuto esperienze simili alle mie di quello che mi è successo e so di aver capito molto poco anche di quelle, eppure, anche se la memoria si sbiadisce, nutro verso quelle esperienze molta più certezza di quanta medici o preti abbiano saputo darmi, perché dopo di quelle la mia concezione della vita è cambiata.
Forse siamo corsie di scorrimento di informazioni analogiche, ognuna nella sua banda di frequenza, siamo energie.
Una persona autistica diceva: “Dopo morti saremo un’impronta di energia dell’universo”.

Negli ultimi anni sono successe tante cose brutte. Dopo enormi sofferenze, mio marito malato di cancro mi ha lasciata e io ancora non sono tornata a uno stato di normalità e ho dentro qualcosa che trema e che spesso mi impedisce di parlare.
Per 8 mesi gli sono stata accanto giorno e notte senza mai dormire, ma due giorni prima che lui se ne andasse per sempre, sono caduta brevemente addormentata. Ero stesa vicino a lui, voltata verso di lui, forse e a mezzo metro, e nel sogno in quel mezzo metro che ci separava si è allargata una luce dolcissima, di un giallo molto chiaro, tremolante d’amore, come fosse una cosa viva, una visione bellissima, incredibile. Mi sono svegliata immediatamente e poi ho raccontato a mia figlia di aver sognato un angelo. Ma dopo poco ho ricordato di colpo la luce palpitante che mi aspettava alla fine del tunnel. Io avevo sognato la morte o quel qualcosa di meraviglioso e pieno di amore che ci aspetta quando lasciamo la vita e incontriamo una gioia infinita traboccante come su questa Terra mai sarebbe possibile. Non so se devo dare a questa Luce il nome di Dio.

Come sarà il paradiso?
Come essere tra cosa e cosa?
Tra mondo e mondo
tra io e non io?
La pausa tra il respiro in dentro e in fuori?
sapere tutto ma non più soffrire?
Un altro modo di essere neonati
senza pensieri
Un mondo imaginale
dove le cose passano leggere
come flussi di nuvole
Una morbidezza senza mutamenti
o forse un eterno presente
dove più non si costruiscono sogni
o rimpianti
Un abbraccio indefinibile
costante
senza nessuno che ti abbracci

Ci sono parole che, quando le incontriamo, producono uno shock mentale pari a una sospensione di pensiero, come accade con i koan zen. Se possiamo paragonare il nostro ambito coscienziale all’interno di una casa, è come l’aprirsi improvviso di una finestra su ciò che sta fuori, e scoprire di colpo che la casa è circondata da un territorio immenso inesplorato e incredibile di cui è possibile intravedere qualcosa e il senso di dismisura che ci colpisce è tale da lasciarci sbalorditi.
Ho scoperto che questo aprirsi delle parole, come fossero chiavi o cifre o finestre, non è da tutti e non accade spesso, tuttavia c’è sempre qualcuno, ogni tanto, che mi racconta come, di colpo, una parola, una singola parola, sia arrivata come un vento impetuoso a squarciare il velo che lo costringeva all’immobilità, iniziando una sconcertante liberazione.
Questo aprirsi improvviso ci fu quanto sentii dire: “espansione di coscienza”.
È chiaro che la parola non funziona di per sé, come segno magico, ma solo quando arriva come atto necessario in un percorso di pensiero già inoltrato, come esso fosse un rito (e forse la nostra stessa vita è un rito). Quando dico ‘pensiero’ non intendo nemmeno il pensiero verbalizzato e autocoscienziale ma un più profondo percorso interiore che si compie nostro malgrado anche nella più profonda oscurità, anche, come dice Jung, “quando siamo in coma”.
Quello che c’è fuori dalla finestra, cioè fuori dalla casa consueta dell’ordine e dell’abitudine, è l’aldilà.
Un koan dice: “Esiste un altro piano di realtà, inaccessibile alla logica e al linguaggio”.

Curioso che possa proprio essere una parola, cioè un elemento del linguaggio costruito, del pensiero verbalizzato, ad aprirci, come avviene nella frase zen, il piano della non logica, del mondo non verbalizzabile, ancor più strano è che ora, io, qui, cerchi di tradurre in parole l’intraducibile, è come se il ragno cercasse di spiegare con l’ausilio di una tela cos’è l’infinito. Ma io sono una creatura umana e so benissimo che posso solo sfidare l’imprendibile coi miei strumenti umani che sono il silenzio e la parola, ma, come dicono sempre i saggi: “Sia il discorso che il silenzio trasgrediscono se stessi”.
In ogni modo, per ogni via, con ogni senso, noi possiamo entrare nell’Oltre.

Beh a questo punto, devo dire con imbarazzo che il mio marito morto ha preso a farsi sentire, attraverso il legno della libreria, con suoni sempre più vicini, come quando mi chiede di scrivere e così ho scritto e questo lui ha detto:
Stai a sentire. Non puoi parlare di cose che non sai e non capisci. Capisco il tuo desiderio di mettere in parole l’ignoto. Ma è una perdita di tempo per la vita che conduci. Io non posso parlare di quello che vedo e sento. Tu non puoi capire. Anche nel mondo dove mi trovi ci sono i problemi, le pene, il lavoro, la fatica. Solo che qui tutto è vissuto su una nota più alta che non entra nel tuo universo. L’unica cosa che puoi fare nella vita è viverla: dobbiamo vivere ogni vita in cui siamo nel modo che ci è concesso, meglio che possiamo, io dove sono, tu dove sei.
Non ti devi preoccupare per ciò che non capisci né forzarti la testa. Tutto verrà a suo tempo. Ma quando capirai non servirà a niente, perché non potrai comunicarlo agli altri. Ma ogni cosa ha la sua ragione e il suo ordine e si può solo accettarla. In realtà la comunicazione è la cosa più difficile che ci sia. Lo sai bene che siamo stati insieme 57 anni senza conoscerci, ma non conoscere l’altro e non comunicare bene con lui è una cosa che deve rientrare nella tua pazienza e nella tua accoglienza. Anche accettare la nostra impotenza è un buon punto di vita. Non ti preoccupate dunque tanto del capire. Non il capire ti chiediamo, ma l’amore”

Visto che gli strumenti sono imperfetti, ma non ho altro, posso solo usarli in modo alternativo, ampliando le loro possibilità, posso dunque usare la parola in un senso scardinante, così che il mezzo limitato e limitante rompa i suoi confini e la mia parola il mio silenzio si facciano da trasgressori, passaggi.
Avendo trascorso in prigionia metà della mia vita, ho molto vivo il senso della prigionia e della liberazione. La prigionia è assoluta e ti tiene anche quando le mura sono cadute, la liberazione è parziale e dura quanto un colpo di vento. Tra questi due assurdi sta il nostro cammino.
È stato proprio grazie ai primi 29 anni di solitudine e di carcerazione familiare che ho assunto la parola come chiave di liberazione: quando sei bloccata e non puoi fare nulla, non hai libertà di movimento e di affermazione, subisci una doppia costrizione, quella di un corpo infermo e quella di una casa che ti sopprime, ed è allora che il pensiero si apre a possibilità vertiginose. Il pensiero diventa la tua via di evasione per eccellenza, le ali di Icaro, ma il pensiero è un’arma a doppio taglio.
Noi possiamo scegliere di credere o di impazzire, capire non è quasi mai consentito, la via di mezzo è molto più difficile e sta nell’accettare, solo molto tardi si impara che accettare è una forma più profonda del capire. Per lungo tempo ho cercato di capire due misteri che sono la vita e la morte, e qua non sono stata la prima né l’ultima. Per lungo tempo mi sono battuta contro lo scoglio delle persone che ci sono morte e che ci vengono sottratte indefinitamente.
Ho riflettuto molto sulle differenza tra la psiche e l’anima e su cosa fosse lo spirito. Quando sono arrivate le esperienze paranormali, si è creata una difficoltà in più per tentare di ricostruire la tela che si era lacerata e ristabilire una specie di ordine di contenimento. È un’esigenza umana quella di creare una teoria che sistematizzi il conosciuto, ma le esperienze sull’al di là sono incommensurabili e non stanno in nessuna trama. Si è sempre in dubbio sulle loro realtà perché confliggono troppo con la nostra convenzione e l’uomo tenta sempre di respingere il non assimilabile perché è destrutturante e dunque rischioso.
Quando apparve la voce diretta o la scrittura dell’angelo, la via più banale sarebbe stato crederle elementi schizoidi, proiezioni di una mente malata, ma si poteva andare più in là, sfuggire alla devastazione di una scienza materialista che ti inchioda a una diagnosi impietosa, e cercare il senso dell’inverosimile.
Io spero sempre che, quando l’ultimo velo sarà caduto (il velo di Maya, lo chiamano gli induisti), i significati che ora stento a mettere insieme saranno luminosi e perfetti. Accetto che l’oscuro sia l’attributo di questa realtà materiale ma spero che il luminoso lo sia di quella incorporea.
‘Luminoso’ è un’altra delle mie parole chiave. Quando ero piccola e la sofferenza della prigionia diventava insostenibile, cominciavo a scrivere la parola ‘luminoso’ come un mantra, ma doveva essere scritta ritualmente con grafia particolarmente elegante e nitida e impeccabile, con un bel corsivo destrorso e un solo tratto della penna, e scritta infinite volte, sempre più perfette, finché il suo significato mi pervadesse come la luce che illumina le tenebre. Io non lo sapevo, ma quella era una preghiera.

Sento che ci sono molte parti di me: il corpo, la psiche, l’anima, lo spirito… lo spirito collettivo, lo spirito che segue l’intera umanità, e un tempo sentivo l’angelo e anzi gli angeli, che avevano varia natura e grado ed erano anch’essi disposti in gerarchie così da costituire una lunga scala dall’oscurità alla luce, fino ad arrivare alla luce completa.
Anche ‘scala’ fu una parola chiave su cui ho meditato a lungo.
Si pose Abramo a dormire col capo su una pietra e gli apparve una scala che dalla terra andava al cielo e gli angeli salivano e scendevano”.
Se pure facevo psicologia e analizzavo la psiche, di nuovo le possibilità psichiche mi apparivano disposte a scala, da una parte gli impulsi, le passioni, le emozioni, i ricordi… poi su su si formava la traccia di qualcosa sempre più distaccato e aereo, in qualche modo spersonalizzato dal mio io, anche se in diretto contatto con me stessa. La mia logica tendeva sempre a personalizzare queste parti, a nominarle, definirle, ma queste false personificazioni, fatte esperienza, duravano poco, tornavano a sciogliersi in una limpida continuità dove il mio si sperdeva. Insomma la mia casa interiore, una volta aperte le finestre sulla totalità esterna, scioglieva le mura, si confondeva con l’al di là, tornava a essere un tutto, ma quel tutto mi dava un senso panico, terrificante, come di chi non vede più terra sotto i suoi piedi e teme di cadere in un infinito. Da qualche parte mi torna la memoria di una frase udita: “Siamo contenitori piccoli e se l’infinito entrasse dentro di noi, ci schianterebbe”.

Quando ho studiato Jung, che era un veggente, parlava con gli angeli, vedeva i morti e penetrava sensibilmente nell’aldilà, mi è parso subito chiaro che nemmeno a lui interessava definire i contenuti dell’infinito.
Jung non tenta mai di dire cosa sono i morti, cosa significano i segni, quali sono le differenze tra questo e quello. Era uno che parlava con la sua anima e le scriveva lettere e l’anima rispondeva. Ma non cercò mai cosa fosse l’anima.
Dei morti parlò solo per dire che ci sono segni che ci vengono dati (come gli assurdi koan) per mettere in crisi la nostra sicurezza, per farci capire che il mondo non è questa stanza e che ci sono altre realtà al di là.
L’anima la nomina poco anche se il suo è un lungo viaggio spirituale, alla stregua di uno sciamano o di un guru.
Dei pensieri che vengono dall’altrove dice che “entrano come uccelli in una stanza”. “Non credere di pensare tu tutti i pensieri che hai, a volte essi hanno vita propria, ti
attraversano e tu non sai da dove sono venuti.”

Nemmeno Jung distinse i gradini della scala, la psiche dall’anima, l’anima dallo spirito, lo spirito umano dallo spirito universale, l’uomo dall’angelo… io cerco di fare qualche distinzione, perché vedo che ciò che è chiaro e definito incoraggia di più e spaventa di meno, raggira le difese rigide della mente, ammorbidisce l’accettazione dell’intelletto, ma so benissimo, e ogni volta lo so meglio, che non è la realtà ciò di cui parlo. La realtà è un’altra cosa, che io non potrò mai trasmettere e che riposa nell’esperienza personale, quando i tempi saranno maturi e le finestre cominceranno ad aprirsi.

L’aldilà è dunque un mondo e quel mondo ti osserva e se tieni le tue finestre serrate, tu e quel mondo potete vivere paralleli, senza incontrarvi mai. Puoi anche deridere coloro che sono usciti dalle finestre, come fecero i pesci al racconto del pesce che si fece uccello e tornò a raccontare il cielo, ma se accetti di aprire te stesso e di diventare permeabile, il mondo là fuori comincerà a penetrare e a costellare di segni il tuo cammino. Si farà più sottile il muro d’ombra che separa il dentro e il fuori e la tua conoscenza comincerà ad allargarsi.
L’aldilà è molto curioso dei navigatori di coraggio e avanza verso di loro con i suoi segni enigmatici di incoraggiamento.
La prima conseguenza di questo allargamento della visione è che cambieranno i paradigmi di ciò che è visibile e invisibile, vivo e morto, qua e là, e comincerà a delinearsi un a totalità soffusa dove l’io e l’altro coincidono, dove lo specchio si specchia, dove il frammento è l’assoluto.
Non so se questa è una strada per arrivare a Dio. Dio è una parola forte che molti cercatori di conoscenza evitano. Ma so che è una strada umana, oltre il primo limite, dove la parola, a un certo punto, ti abbandona. Su quella strada non sei solo, non lo sei affettivamente perché qualcuno, o qualcosa, ti conduce. E gli aiuti ti vengono dati anche quando non li cerchi, e, quando ti arresti perché le forze non ti bastano, ti arrivano come in modo umano parole per farti riprendere il cammino.

Termino riportando un dettato mentale, che arrivò di colpo mentre ero al computer e aspettavo che una foto complessa si scaricasse.
Le parole arrivarono corredate da immagini, sempre mentali. Le immagini rendevano chiarissimo il senso che le parole invece appesantivano e rendevano involuto. Così parlò la Voce:

Quando la mente va dentro se stessa, essa sprofonda in sé come fosse al centro di altre menti, che la circondano all’infinito. (immagine di un punto dentro cerchi concentrici). È per questa via che essa può attraversare i balzi discontinui che la separano dalle altre visioni, perché ogni visione è un mondo.
Se dunque nel nostro spazio tridimensionale, il tempo si percorre come quarta dimensione, potremmo dire che la quinta è la dimensione psichica, l’occhio psichico, che permette il passaggio, perché se tu sei nel luogo della superficie del visibile sei esteriorizzato in un mondo fattuale A o B, ma se arretri al centro della visione, nel punto zero, entri nella possibilità di proiettarti nelle visioni infinite o almeno in quelle più prossime. (immagine di un punto a destra da cui esce un fascio conico di semirette verso sinistra, racchiuse in cerchi sempre più grandi, segnati a partire dal punto origine come A,B. ecc.).
Ecco perché l’arretramento della visione fino al punto vuoto, senza alcun contenuto, non è più il percettore del mondo ma il centro della proiezione stessa.
Poiché, tuttavia, nessuno ha la dominanza di ciò che vede e una forza di gravità ti fa ricadere nel mondo che ritieni il tuo primario e nella percezione obbligata su cui radichi la tua sicurezza, le proiezioni saranno labili come scene su uno schermo e tu continuerai a ritenerle sogni privi di realtà immediata o fantasticherie. E tuttavia, anche nei limiti delle tue certezze, ti è aperta una possibilità di penetrare alla radice di te, dove è lo sguardo di tutti gli sguardi, e questa via si chiama liberazion
e”

E’ il mondo a venire
un seme di senape
tu innaffialo e curalo
difendilo e proteggilo
portalo nel tuo cuore
Tu sei la sua terra
il suo giardino..
Tu sei la sua pioggia
il suo dolce sole

(Viviana)
.
Mandata da Lili:

Stairway To Heaven-Led Zeppelin

There’s a lady who’s sure
All that glitters is gold
And she”s buying the stairway to heaven
When she gets there she knows,
If the stores are all closed
With a word she can get what she came for
Ooh, ooh, and she’s buying the stairway to heaven

There’s a sign on the wall
But she wants to be sure
‘Cause you know sometimes words have two meanings

In a tree by the brook,
There’s a songbird who sings
Sometimes all of our thoughts are misgiven

Ooh, it makes me wonder

There’s a feeling I get
When I look to the west
And my spirit is crying for leaving
In my thoughts I have seen
Rings of smoke through the trees
And the voices of those who stand looking

Ooh, it makes me wonder

And it’s whispered that soon
If we all call the tune
Then the piper will lead us to reason
And a new day will dawn
For those who stand long
And the forests will echo with laughter

If there’s a bustle in your hedgerow,
Don’t be alarmed now,
It’s just a spring clean for the May Queen
Yes, there are two paths you can go by,
but in the long run
There’s still time to change the road you’re on

And it makes me wonder

Your head is humming and it won’t go,
in case you don’t know
The piper’s calling you to join him
Dear lady, can you hear the wind blow,
and did you know
Your stairway lies on the whispering wind

And as we wind on down the road
Our shadows taller than our souls
There walks a lady we all know
Who shines white light and wants to show
How everything still turns to gold
And if you listen very hard
The tune will come to you at last
When all are one and one is all
To be a rock and not to roll

And she’s buying the stairway to heaven
.

C’è una donna che è sicura
Sia tutto oro quel che brilla
E si compra una scala per il Cielo.
Sa che quando vi giungerà
Se i tutti negozi sono chiusi
Con una parola può ottenere ciò che vuole.
E si compra una scala per il Cielo.

C’è un segno sul muro
Ma lei vuole essere sicura
Perché come sai, a volte le parole hanno due significati.

Su di un albero accanto al fiume
C’è un canarino che canta,
A volte tutti i nostri pensieri sono fraintesi.

E ciò mi meraviglia.

C’è una sensazione che provo
Quando guardo verso occidente
E la mia anima piange per la partenza.
Nei miei pensieri ho visto
Anelli di fumo fra gli alberi
E le voci di coloro che stavano a guardare.

E ciò mi meraviglia.

E si mormora che presto
Se noi tutti intoniamo la melodia
Il pifferaio ci condurrà alla ragione.
E arriverà un nuovo giorno
Per coloro che aspettano da tempo,
E le foreste echeggeranno di risate.

Se ci sono dei rumori nella tua siepe
Non allarmarti,
Sono solo i preparativi per la festa di Maggio.
Si, ci sono due vie che puoi percorrere,
Ma alla lunga
C’è sempre tempo per cambiare strada.

E ciò mi meraviglia.

Nella tua testa senti un brusio che non se ne andrà,
Nel caso tu non lo sappia
Il pifferaio sta chiamando per unirti a lui.
Donna, senti il vento soffiare
E lo sai che
La tua scala è costruita sul sussurro del vento?

E mentre scendevamo lungo la strada
Con le nostre ombre più alte delle nostre anime
Lì camminava una donna che noi tutti conosciamo
Che brilla di luce e vuol dimostrare
Come tutto in ultimo si tramuta in oro
E se ascolti molto bene
La melodia giungerà a te alla fine.
Quando uno è tutti e tutti sono uno
Essere pietra e non rotolare.

E si compra una scala per il Cielo.

STORIA DI UNA SENSITIVA (ovvero UNA SECONDA POSSIBILITA’)

CAPITOLO 1 : https://masadaweb.org/2014/07/13/masada-n-1545-13-7-2014-romanzo-una-seconda-possibilita-capitolo-1/
Regressioni a vite precedenti – La guarigione a distanza – Le visualizzazioni- I numeri simbolici

CAPITOLO 2 : https://masadaweb.org/2014/07/17/masada-n-1546-17-7-2014-romanzo-una-seconda-possibilita-capitolo-2/
Le malattie psicosomatiche – Induzione e ipnosi come forma di terapia – Le verruche

CAPITOLO 3 : https://masadaweb.org/2014/07/22/masada-n-1547-romanzo-una-seconda-possibilita-capitolo-3/
Tutto comincia dalla testa – Talismani: la croce di Ankh – Rievocare altre vite o momenti traumatici del passato – Incubi ricorrenti – Leggere negli altri una storia fatta di tante storie

CAPITOLO 4 : https://masadaweb.org/2014/07/28/masada-n-1550-28-7-2014-una-seconda-possibilita-romanzo-capitolo-4/
Isobare psichiche – Rane – La lezione del dolore – La lezione del piacere – La sessualità sacra – La verginità eterna – Ma cos’è l’orgasmo? – Eiaculazione precoce, vaginismo e omosessualità

CAPITOLO 5 : https://masadaweb.org/2014/07/29/masada-n-1551-29-7-2014-romanzo-una-seconda-possibilita-capitolo-5/
Pene d’amore – Il tradimento – La trasgressione – Amare l’impossibile

CAPITOLO 6 : https://masadaweb.org/2014/08/06/masada-n-1552-6-8-2014-una-seconda-possibilita-romanzo-capitolo-6/
La casa infestata – Sogni premonitori – Messaggi dall’al di là – Le vite precedenti

CAPITOLO 7 : https://masadaweb.org/2014/08/13/masada-n-1554-13-8-2014-romanzo-una-seconda-possibilita-capitolo-7/
Storia di Deneb – Testimonianze sulla premonizione – Sentirsi estranei a questo mondo – Rispettare la propria unicità – La diversità è un dono – I prescelti

CAPITOLO 8 : https://masadaweb.org/2014/08/13/masada-n-1555-13-8-2014-romanzo-una-seconda-possibilita-capitolo-8/
Le discriminazioni – La cultura è il frutto del potere – Rifiuto sociale delle diversità – Chiaroveggenza – Il motivo per cui siamo venuti a nascere – Un compito che si realizza in più esistenze successive – Profezia – Il terzo occhio – L’archivio globale

CAPITOLO 9 : https://masadaweb.org/2014/08/16/masada-n-1557-16-8-2014-romanzo-una-seconda-possibilita-capitolo-9/
Il mio amico omosessuale – I segni sincronici – L’essenza di una coppia

CAPITOLO 10 : https://masadaweb.org/2014/08/21/masada-n-1560-21-8-2014-romanzo-una-seconda-possibilita-capitolo-10/

CAPITOLO 11: https://masadaweb.org/2014/08/23/masada-n-1562-romanzo-una-seconda-possibilita-capitolo-11/
Vedere i fantasmi – Bachi vampirici, boli, ragnatele, girandole di luce – I punti nodali – Figure non terrestri – Una guarigione miracolosa- Uscire dal corpo – La psiche, l’anima, lo spirito – il Tunnel – L’Osservatore- L’Aldilà

CAPITOLO 12: 12 http://www.grognards2011.it/2014/08/masada-1563-capitolo-12-masada-n-1563-25-8-2014-romanzo-una-seconda-possibilita-cap-12/
Una antologia di fatti paranormali – Il sogno premonitore – Un profumo dall’al di là – Il cane nero – La Bologna delle acque – Santa Caterina de Vigris – Bene e Male camminano vicini

CAPITOLO 13: https://masadaweb.org/2014/08/30/masada-n-1565-romanzo-una-seconda-possibilita-capitolo-13/
Un ignoto chiamato l’angelo – La potenza energetica di un gruppo – Messaggi da lontano – L’animale totemico – La voce diretta – La scrittura automatica – Storia di Lori

CAPITOLO 14: https://masadaweb.org/2014/12/27/masada-n-1606-27-12-2014-una-seconda-possibilita-ultimo-capitolo/
Il sogno della nuova casa- Il sogno della nave dei morti -Il rito sciamanico del Santo Daime- Conclusioni

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http://masadaweb.org

2 commenti »

  1. grazie Viviana di farmi compagnia con le tue Parole in questi momenti sono al capezzale di mia madre che se ne sta andando nella Luce, ha 93 anni quindi non e’ una disgrazia un dolore sicuramente sì. penso che a livello del DNA tutte le cellule si possano accorgere che viene meno il collegamento con il loro Bios
    bisogna trovare un nuovo assetto e orientamento quando si e’ rimasti impastati cosi a lungo nel bene e nel male con un altro essere.
    Ammiro la tua liberta’ di espressione anche del privato . Libertà interiore evidentemente
    conquistata dopo tante prigioni.
    “ti stimo sorella” …
    e sopratutto ti ringrazio

    Luciana

    Commento di MasadaAdmin — agosto 25, 2014 @ 5:39 am | Rispondi

  2. Ho ripreso il tuo romanzo e ho letto tutto il capitolo 11.
    Beh, forse “letto” non è la parola giusta. praticamente ci sono sprofondata dentro. in alcuni momenti mi sembra di seguirti in un mondo affascinante, in altri mi prende una sottile inquietudine, come una paura di “contagio” che possa portare anche me a vivere le tue strane esperienze. mi sorprendo a sbirciare angoli bui della casa con il terrore di vedervi comparire “qualcosa”
    certo che hai una grande forza. non so quante persone siano in grado di sopportare… no, non mi viene nessuna parola conosciuta per definire quello che hai dentro.
    vorrei solo due spiegazioni.
    quella che chiami la castellana era solo nei tuoi sogni, o era un personaggio esistito veramente di cui tu conoscevi già l’esistenza? E poi cosa vuol dire immagine ipnagogica?
    dimenticavo, conosci questa canzone? lo so che non sai l’inglese, se non trovi la traduzione te la manderò io. è una delle più belle del secolo, mi è venuta in mente leggendo il capitolo 11.


    ciao, buona domenica!
    lily

    Ciao Lily
    La castellana era solo un sogno
    Una immagine ipnagogica è qualcosa che si vede tra il sonno e la veglia e che sembra reale ma è solo una proiezione della mente.
    Mi fa strano che una persona razionale e concreta come te sia colpita dalle mie visioni. Non ho avuto la stessa fortuna in famiglia dove hanno sempre guardato le mie ‘visioni’ con imbarazzo e sospetto. Ma io non posso farci niente. Grazie per la canzone. Molto bella.
    baci
    viviana

    Commento di MasadaAdmin — ottobre 19, 2014 @ 4:13 am | Rispondi


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