Nuovo Masada

luglio 22, 2014

MASADA n° 1547 ROMANZO. UNA SECONDA POSSIBILITA’- CAPITOLO 3

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Viviana Vivarelli

Tutto comincia dalla testa – Talismani: la croce di Ankh – Rievocare altre vite o momenti traumatici del passato – Incubi ricorrenti – Leggere negli altri una storia fatta di tante storie- Le memorie di tre vite precedenti

“Ricordare significa ricostruire il mondo dopo che è stato fatto a pezzi”.

“Non dobbiamo avere paura della morte. Sarebbe come avere paura di una cosa che non esiste. La nostra vita è fatta di molte vite. E anzi la morte ci mette per qualche tempo in un luogo intermedio dove non esiste dolore e dove vediamo e conosciamo tutto”.

Continuo a curare Ginevra a distanza, dopo averla testata col biotensor e poi con l’imposizione delle mani. E’ incredibile come i segnali si corrispondano. Dopo ogni test le mando le mie osservazione e finora combaciano con quello che lei sperimenta.
La cosa che adesso interferisce violentemente con la guarigione è la sua reazione negativa alla struttura ospedaliera, spesso insopportabile per le sue carenze, disfunzioni, parti nere. Questo crea una tale negatività nella sua testa battagliera e giustizialista che le mie mani la percepiscono come una energia fortemente perturbata e nociva. Non credo che questo faccia bene alla su guarigione, ma credo che questo faccia parte della malattia.
Le scrivo: “Il miglioramento continua e mi sembra davvero notevole. Oggi c’erano due fondamentali novità: intanto sulla pancia il biotensor invece di oscillare in modo negativo come ha fatto sempre in questi primi giorni faceva dei cerchi verticali in avanti, movimento che significa: tra poco ci sarà un miglioramento, oppure: zona in via di guarigione. Decisamente buona l’energia in altre parti del corpo meno la spalla destra, che simboleggia la tua volontà nel sopportare i pesi della vita. Quella che continua a restare formicolante è la testa e, siccome tutto nasce dalla testa, è quella la parte che si deve curare e ovviamente non in modo fisico ma mentale e spirituale. Tu stai affrontando una prova che non è solo organica e materiale. E’ una prova formativa, di evoluzione, dove, oltre che con la sofferenza fisica, dovrai cimentarti con qualcosa che devi sviluppare di più e che è la pazienza e la tolleranza dell’ambiente che hai attorno e delle cose che non vanno in modo perfetto. Le prove che incontrerai non sono solo organiche, sono spirituali e la tua spiritualità cambierà in relazione ai mutamenti nella tua socialità. Per cui cerca di decentrarti, leggendo cose belle o costruendoti fantasie positive quando hai delle lunghe attese, l’immaginazione fa diventare corti i tempi lunghi e alleggerisce le fatiche, e cerca di diffondere energia positiva nell’ambiente quando questo ambiente ne ha bisogno. Sii gentile. Parti dal concetto che le cose non miglioreranno se le critichi e se noti tutto quello che non va. Sorridi. Prima di tutto le tue critiche non serviranno a niente. Pensa che ci sono regioni italiane totalmente sprovviste di luoghi per la chemio e pazienti che devono affrontare lunghi viaggi per venire a Bologna e ai cui occhi noi, che viviamo vicino a ospedali attrezzati, siamo dei privilegiati. Ospedali, tribunali e carceri sono luoghi dove le cose negative raggiungono il loro peggio, lo sappiamo, e tuttavia Bologna resta una città del nord dove ancora le cure sono possibili, a portata di mano, efficaci e gratuite.

Cerca di sorridere. La persona che hai davanti ha anche lei dei problemi, spesso è costretta a turni massacranti, è poco gratificata, è stanca, poco pagata o a rischio di perdere il lavoro, insomma ha problemi ed è umana come te. I governi in questi anni non hanno fatto che fare tagli alla sanità dunque ringraziamo il cielo se ancora qualcosa funziona. Il secondo motivo per cui devi stare serena è che tutto questo passerà e ne uscirai, pensa al futuro e usa pazienza. Io lo vedo, Fabrizio lo vede, devi vederlo anche tu. In questo momento hai bisogno di tutte le tue energie positive per guarire e, se le disperdi in motivi di scontento, poi ne avrai meno da impiegare nella tua guarigione e non ne vale la pena. Se conosci qualche tecnica di meditazione, di rilassamento, di rasserenamento, di sopportazione e pazienza… usala! La prova che stai attraversando non riguarda solo il corpo ma anche l’anima. Impegnati nella pazienza e sii positiva. Ti si richiede una crescita che moderi alcuni difetti di temperamento che ho anche io, ma in qualche modo anche qui bisogna migliorare.
Ti penso e ti sono vicina. Fai la brava e vediamo che il biotensor domani mi dà una situazione angelica.”

Noi non lo sappiamo, ma chissà quante cose che partono dalla nostra mente influiscono sul nostro organismo, sono energie che perturbano la vita dentro di noi e fuori di noi. Nell’oceano di energia in cui fluttuiamo, ogni nostro pensiero, ogni nostro atteggiamento influiscono sul totale. Siamo gocce in un mare infinito e contribuiamo al suo movimento. E ogni movimento è un mutamento. Panta rei. Tutto scorre. Dovremmo far sì che anche il più piccolo proceda verso il meglio. E non dovremmo farlo nemmeno per noi, ma per tutti.

Ginevra ha detto che mi ha comprato una piccola croce della vita, d’oro bianco, per rimpiazzare quella perduta. Questo dono improvviso mi dà gioia e mi rattrista insieme. Vorrei poter dare qualcosa senza avere niente in cambio o quello che do sarà nullificato, ma so quanto lei sia generosa e improvvisa nei suoi slanci vero gli altri e so che anche saper accettare un dono fa parte delle lezioni della vita. Mi turbavano sempre i regali nei miei corsi, come gli abbracci. Mi mettevano in confusione come una cosa inaspettata a cui non ero preparata. Ora i tempi sono cambiati e nessuno regala più nulla e nemmeno dice grazie, cresce l’indifferenza, sono dunque io che regalo, e io che abbraccio. Bisogna sempre supplire alle cose che scompaiono con la creazione di beni nuovi. Se cade un albero, pianta un albero.
Dopo i sette anni di depressione ciclotimica di Pavia con fasi acute di manie suicide, rinacqui a vita nuova col trasferimento della famiglia a Bologna. L’oggetto che segnò l’inizio di una nuova vita fu l’acquisto di una Croce della Vita d’argento, la croce di Ra, o Ankh, o laccio di sandalo, il simbolo egizio che augura mille anni di felicità e salute. Ankh era la parola egizia per indicare la ‘vita’, e gli dei egizi erano spesso raffigurati con questa croce in mano, che differisce dalla croce cristiana per avere un cerchio al posto del braccio superiore.
I miei 7 anni di depressione furono una cosa molto dura e una grande esperienza, un testo pratico su cui ho dovuto fare conoscenza del dolore della psiche più che su tanti libri. Lo avrei anche evitato ma faceva parte delle cose che dovevo imparare e gli artigli del drago mi tennero per la nuca in questa tana di dolore per sette anni senza che potessi sfuggire. Bisogna morire fino in fondo se si vuole rinascere. Ma quel simbolo antichissimo mi portò fortuna. Lo comprai in un negozietto di Via San Felice accanto alla nuova casa di Bologna, quando ci trasferimmo qua, mia figlia aveva 17 anni, e io cominciai a insegnare a casa gratuitamente a ospiti adulti, filosofia, psicologia, psicoanalisi, ma soprattutto le lezioni meravigliose che vengono dallo stare insieme, un cerchio di donne, con qualche uomo, che stanno insieme e insieme riprendono forze per vivere.
La croce di Ankh è un simbolo molto più antico del Cristianesimo che apparve nell’antico Egitto introdotto dal faraone Akenaton, il profeta del dio unico e assoluto.
La croce ansata o nodo magico è detta ‘il vivente’, e indica l’infinito. Il geroglifico che la rappresenta augura ‘milioni di anni di vita futura’. Essa è uno degli attributi di Iside, la dea che resuscitò il suo sposo fatto a pezzi e appare nella mano di quasi tutte le divinità egizie come emblema di vita divina e di eternità. Essa è dunque la resurrezione e si è accompagnata a tutte le fasi di grande mutamento della mia vita.
Il cerchio indica ciò che non ha inizio né fine, cioè l’anima eterna. Il braccio verticale è la possibilità di ascendere a livelli diversi di coscienza, la trance dell’iniziato e la sua ascesi. Abbiamo dunque l’evoluzione, la metamorfosi, l’ascesi.
Il grande archetipo qui rappresentato è morte e rinascita.
Nei riti iniziatici egiziani l’eletto era steso su una croce sdraiata a terra e così appare nei disegni dei templi. La croce ansata o di Ankh era applicata sulla fronte dei faraoni e degli iniziati, per indicare che il loro terzo occhio si sarebbe aperto sui segreti eterni, e gli dei la presentavano ai morti quando arrivavano nell’aldilà. In Egitto molti amuleti erano in questa forma (in legno, diaspro o quarzo) e venivano appesi al collo delle mummie. Chi possedeva la chiave dei misteri esoterici poteva aprire le porte dei morti e penetrare il senso nascosto della vita.
Così la croce di Ra fu il mio talismano.
La prima fu una croce in argento, mi salvò dalla depressione durata sette anni e ispirò il mio nuovo lavoro a contatto con adulti nel lavoro che feci gratuitamente di diffusione culturale, ma soprattutto nell’opera di accoglienza e ascolto del dolore dell’altro.
Poi, un giorno, dopo molti anni, la persi, come a indicare la fine di un ciclo, e mio marito che allora entrava in pensione, me ne regalò un’altra, più grande, di platino, relativa all’evoluzione che si può avere nel rapporto di coppia.
Ma un anno dopo la sua morte io ho perso la seconda croce di Ra e ora Ginevra dice che mi vuole regalare la terza di oro bianco.
So che gli angeli ci stanno vicini lungo il corso della nostra vita. Che noi lo sappiamo o no, un angelo ci aiuta e ci soccorre. Ma quando una fase della vita finisce ed entriamo in una nuova tappa esistenziale, connotata da uno scopo nuovo, un nuovo angelo ci viene vicino con mansioni diverse.
Così sarà anche per la mia croce della vita.
So che l’interregno sarà duro, come sempre accade quando qualcosa della nostra vita muore e qualcosa non è ancora nato, ma la croce mi aiuterà.
Quando l’uomo giunge a una strettoia in cui lo assediano solitudine e oscurità, giova avere qualcosa o qualcuno che ci faccia luce per attraversare il passo oscuro.
Nella vita dell’uomo questi passaggi sono frequenti. Allora stringiamo nella mano la nostra piccola luce sperando di poter andare ancora avanti e di emergere in una nuova valle.
Nell’alchimia l’argento è connesso alla Luna, energia del femminile spirituale superiore, e l’argento vivo è il mercurio, metallo cangiante del piante Mercurio, comunicazione tra mondo degli dei e mondo umano, mondo dei vivi e mondo dei morti, dio alato che porta in mano il caduceo, o bastone con i serpenti intrecciati, segno della medicina. La croce d’argento segnò l’ingresso nel mondo dei simboli e, attraverso questi, in un nuovo livello della comunicazione umana. “Cerca Mercurio!” disse la Voce.
La croce di platino ineriva all’unione matrimoniale, alla costanza e alla perseveranza del rapporto di coppia, ai valori profondi che vincono la caducità delle passioni, all’integrità e all’essenzialità dell’amore duraturo, molto difficile da conquistare e che qualcuno crede erroneamente sia un bel dono che spetta di diritto, mentre è un difficile compito che deve essere conquistato.
L’oro è connesso al Sole, massima conoscenza, splendore di vita, Uomo Superiore, creatura che ha purificato le proprie passioni e ha prodotto la propria metamorfosi. L’oro bianco unisce l’oro del Sole con l’argento della Luna, maschile e femminile, in un’opera di sintesi e di purificazione estrema.

La vacanza in montagna volge al termine. Anche la breve estate quest’anno sembra volgere al termine e si preannunzia una nuova settimana di piogge e di crollo delle temperature. Dopo una primavera assente, luglio se ne va senza la consueta calura.
Riprendo in mano i pezzi scomposti della mia vita per cercare un nuovo collante, un legame che dia senso e valore. Ho lottato per mezzo secolo contro un uomo che era il mio tormento e il mio destino e senza di quello, ora, la mia vita casca a pezzi come se non avesse un sostegno proprio. E’ natura delle donne vivere solo attraverso l’amore ed è maledizione di ogni coppia che l’amore sia più spesso mancanza e desiderio che soddisfazione e appagamento. Quante volte ho pensato: “Né con te, né senza di te”. Ora resta solo il ‘senza’ in un rapporto più grande. Quando si ama, pur con tutte le sofferenze dell’amore, perché è, l’amore, la cosa più difficile della Terra, le nostre energie restano mischiate a quelle dell’altro per formare una energia terza, più grande di entrambi, e quella non cessa dopo la morte, perché è entrata a far parte di noi. Noi siamo l’amore che abbiamo dato e ricevuto, e senza quell’amore dato e ricevuto, l’amore resta una parola senza spessore proprio, un suono vuoto e cavo che non significa niente.
Oggi devo concentrarmi sulle piccole cose. Per cercare un senso più grande, devo leggere gli aruspici nei segni piccoli, negli incontri quotidiani, nelle intersezioni dei significati, nel volo degli uccelli senza volo, ma per fare questo devo diventare minuziosa nell’osservare gli eventi più banali, legandoli in catene di sensi, devo cercare sapore nella mia tristezza, che è tuttavia la tristezza di una donna ancora viva e dunque aperta al sentire. La mia solitudine deve essere la lente di ingrandimento che mi faccia notare i gioielli del cammino, in tutto il loro valore intrinseco, nel significato oltre il significato.
Ogni rinascita riparte da un seme.
Ora io sto cercando i miei semi.
Per 57 anni ho sofferto grande dolore per le assenze di mio marito. Ora che la sua forma fisica non c’è più, sono circondata dalla sua presenza, anche se so, che misteriosamente e per leggi a me ignote, può essere qui con me e anche altrove in altre opere affaccendato. Tutto è possibile nel luogo senza spazio. E tutto è visibile nel luogo senza tempo.
La sua assenza materiale mi gettava nella desolazione. Ora la sua presenza spirituale è la mia compagnia. Posso solo sperare, attraverso lui, di vedere e di capire meglio quello che fino a ora non sono riuscita a vedere e a capire.
Copio per lui quello che Donna Tartt scrive della donna amata:
Lei era il mio regno scomparso, la parte illesa di me che avevo perso insieme a mia madre. Il pensiero di lei inondava di luce ogni angolo della mia mente e riversava fulgore in solai prodigiosi di cui avevo ignorato persino l’esistenza. Lei era il filo dorato che intesseva ogni cosa, una lente che ingigantiva la bellezza a tal punto che il mondo intero appariva trasfigurato attraverso di lei”.
C’è un solo modo per vincere la morte, vedere cosa esattamente essa è : la bellezza senza sguardo.

In albergo chiacchiero con le vecchie signore. Una di queste, Zita, ha 88 anni ed è bella, alta e sottile, sempre accuratissima nel vestire, con chiare tinte pastello, brillante, acuta, spiritosa e dà dei punti alle ragazzine. Ha sempre osservazioni positive e ottimistiche e ha quel garbo e quella stile cordiale e gradevole che tanti emiliani hanno come una dote innata, quella leggerezza gentile che io proprio non possiedo e che mette tutti a loro agio, la invidio per la sua capacità di poter parlare di tutto e con tutti, sempre attenta e piena di interessi, sempre con qualcosa di spiritoso o gentile da dire. Si chiama Zita, che in antico persiano vuol dire ‘pura’. Il nome passò poi in Italia come Felicita e in certi luoghi d’Italia in dialetto vuol dire ‘fanciulla’. E Zita si porta appresso un cuore di fanciulla che sconfessa i suoi anni. Ci sono persone a cui non chiedi gli anni perché il tempo le migliora, persone che fioriscono col cuore. Zita è sempre vestita con gusto e con bianchi capelli in ordine, sempre sorridente e con un atteggiamento benevolo e curioso verso la vita. Zita sorride. Mi ha persino acchiappata per una passeggiata attorno all’albergo, che, per me, sedentaria come sono, è quasi una stranezza.
Ha una grande famiglia che adora e mi fa vedere le foto delle amate nipoti che porta con sé, una: stilista in Cina e l’altra: istruttrice di nuoto e parla sempre della bis nipotina Chiara di 5 mesi, vivacissima, che sa già nuotare in piscina, vivace e intrepida come una piccola fochina grassa e piena di vita. Si porta appresso una cugina bionda, vedova anche lei, Clara, mite e silenziosa, Clara la luminosa, che sorride ascoltandola, con miti occhi pazienti. Quando arriva il mattino della partenza, non le vedo e mi dispiace non poterle salutare. Per cui aspetto l’ora di cena e da Bologna la faccio chiamare dalla reception per darle i saluti mancati e lei dice che mi hanno cercata e che sono stata ‘birichina’ ad andare via così senza abbracciarle. Ci sono persone che ti fanno sentire a casa ovunque tu sei perché sono loro a creare ‘la casa’.
Col sole, col sonno, il buon cibo e nulla da fare, il tremendo mal di testa che mi angustiava da un mese è sparito e in montagna ho ricominciato a dormire. Prendo ancora l’ansiolitico e dopo due preghiere già dormo, malgrado il materasso troppo nuovo e troppo duro. Ma nella stanza di albergo non sento Fabrizio e mi manca, mi vien voglia di tornare a casa, tra le sue cose, per riavere segnali da lui, così col passare dei giorni mi intristisco e mi butto nella lettura come in un covo.
Una inserviente dell’albergo è venuta a chiedermi una vista sul suo futuro, le avevo fatto una lettura di carte tre anni fa, se lo è ricordato e mi ha riconosciuto. Mi ha chiesto di curarle i piedi e la accontento volentieri, il pomeriggio alle 3 sale da me e le tratto i piedi, ma sento che dalle mie mani non esce nulla, come se fosse tutto addormentato. Non basta volere in queste cose. La signora viene da me due volte alle 4, poi non la vedo più. Forse temeva di disturbarmi o forse capiva che non la guarivo affatto. Ma questa diserzione mi addolora e mi fa sentire come se l’ultima possibilità mi fosse stata rapita.
Siamo come antenne protese verso l’infinito che a volte ricevono, a volte no. Diventata inutile, mi sento di colpo sola. Ho nostalgia della mia casa di Bologna. Fa parte di me e fuori dalla sua energia protettiva sono come impoverita. Là io sono nel mio ambiente, tra le mie cose, con le mie abitudini, tra le foto di mio marito.
Eppure, per aiutare gli altri, non importa avere poteri speciali, basterebbe semplicemente esistere col cuore.
Al tavolo delle due signore cugine mangiano anche una piccola mamma con la figlia.
Quando le ho viste, automaticamente ho cercato di distogliere lo sguardo, perché la figlia ha gravi problemi. Ma più tardi le conosco meglio e ascolto la loro terribile storia. Quante di queste persone hanno una storia terribile e la raccontano come io racconto la mia! La mamma si chiama Gabriella, Lella, che vuol dire “eroina di Dio” e davvero c’è voluto molto eroismo per affrontare quello che le è capitato. Gabriella è di mezza età e ha un personalino svelto e snello da bambina. A 17 anni è andata sposa in una famiglia di 8 uomini e si è trovata a doverli servire tutti, sotto un suocero cattivo e tiranno. Una ragazzina di 17 anni, minuta e piccola di statura con 8 uomini a cui lavare lenzuoli e vestiti tutti a mano, perché la lavatrice non c’era e che la trattavano come una serva, con un marito troppo bello ma lavativo che stava volentieri fuori casa e non le dava una mano e un suocero cattivo, capace solo a comandarla e denigrarla ma che non è riuscito a stroncare il suo carattere orgoglioso e fiero. E oltre al lavoro in casa, come se non bastasse, poi si è aggiunto quello in fabbrica a fare le mattonelle di Sassuolo. E quando è nata Mara, non è arrivata una benedizione ma una povera bambina che si ammalava continuamente di malattie terribili già a pochi mesi e sembrava ogni volta che la morte dovesse portarsela via, in un incubo continuo. Mara vuol dire ‘l’afflitta’, l’addolorata’. Le cure della piccola madre l’hanno tenuta in vita ma Mara non si è sviluppata come gli altri bimbi, è rimasta bambina anche ora che è adulta, cammina male con passi pesanti, curva in sé, parla male, ha occhiali molto scuri perché anche gli occhi hanno problemi, è sempre attaccata al braccio della madre e quando le parla, spezzetta duramente il dialetto modenese in grida tronche che sembrano ordini e che spesso solo la madre capisce. Sembra un povero uccello cieco con le ali spezzate. Lella la veste con le cose migliori, coi colori più belli, la protegge in ogni cosa con vigore e allegria e sfoggia questa povera figlia come un fiore.
Il marito di Lella è venuto una volta a trovarle e hanno mangiato in un tavolo a parte e Lella sembrava quasi spenta, con gli occhi bassi. Non hanno quasi scambiato parola e sì che con gli altri questo uomo ancora belloccio parla anche troppo. Mara era spersa, cercava Zita e anche l’ha chiamata con un grido secco al di là della sala come il grido di aiuto di un uccello ferito.
Io guardo Lella, la piccola donna con questa ragazzona attaccata al suo braccio come fosse un’ancora, che gli altri sorpassano come se non la volessero vedere, ammiro il suo coraggio, la sua forza indomita, la sua costanza, il suo attaccamento positivo alla vita, il modo eretto e deciso con cui tiene eretto il corpo e regge la figlia come una fiamma, e mi chiedo cosa sarà di Mara quando la madre non ci sarà più a prevenire i suoi bisogni, ad aiutarla in tutto, e mi chiedo dove è stata la felicità in queste povere vite. Quante volte sento persone lamentarsi, io stessa, di futilità, di noie, di mancanze d’amore, di sciocchezze… e poi vedo questi esempi meravigliosi di lotta per la vita, di dedizione agli altri, di coraggio indomito e mi pare quasi che da queste creature esca l’energia che sostiene il mondo.
Quando sono andata via le ho abbracciate e baciate. Ho chiesto a Mara se potevo darle un bacino. “Perdinci!”, ha riposto.

Che esseri complicati noi siamo! In qualunque livello egli sia, l’uomo è un essere in parte misterioso, in parte presente oggi qui, in parte radicato nei millenni della storia che fu e di quella che ancora deve essere. Di questo impasto complicato noi vediamo solo schegge che non spiegano la strada totale, né dicono dove stiamo andando. Vediamo solo le punte di rocce che sporgono da un antico sentiero e qualche volta ne percepiamo la forza e la sostanza, altre volte restiamo confusi come davanti a uno scherzo di natura o a un significato oscuro che continua a sfuggirci.
Donna Tartt scrive: “Il cuore non si sceglie. Non possiamo obbligarci a desiderare ciò che è bene per noi o per gli altri. Non siamo noi a determinare il tipo di persone che siamo”. In parte è vero, ma in parte siamo noi che vogliamo e possiamo determinare ciò che siamo. Non sono forse uscita io da una depressione durata sette anni? Basta non arrendersi mai.

Si vive. Ci si sfiora. Si incontrano persone. Si è costretti a cambiare il frettoloso giudizio che avevamo dato su di loro. Si deve, per forza si deve, superare gli istinti, gli automatismi, i pregiudizi e andare oltre. Ogni persona che incontri deve farti andare oltre. Se non lo fai, è un passo indietro sulla linea della tua vita.
Siamo immersi in una cosa che si chiama mistero. Possiamo ignorarlo precipitando in una materia greve e senza luce. Possiamo percepirne il bagliore, socchiudendo gli occhi per non restarne abbacinati. Qualcosa è più grande di noi e ci chiama. Non serve che schiere di non pensanti dichiarino che l’assurdo non esiste, credendo stolidamente solo alla presenza visibile della materia. Che lo si cerchi o no, il sacro ci circonda e ci chiama.

Mi chiedo che legami ci siano tra i problemi, i limiti, le patologie, le difficoltà, con cui nasciamo o in cui ci troviamo e le nostre vite precedenti, quello che scegliemmo di fare, di essere, quello che ci capitò altre volte di essere, quello che accettammo o rifiutammo, quello che scegliemmo di intraprendere o il modo con cui reagimmo a ciò che ci capitava. Se potessimo vedere con continuità cause ed effetti superando i limiti temporali del singolo destino in cui ci crediamo inchiodati, capiremmo forse che ci sono legami di continuità tra una vita e l’altra e che tutto si lega in una causalità che implica libertà, in un’onda vitale che può avere alti e bassi, un andare avanti o indietro, un qualcosa di continuo che cammina. Io credo che senza questo flusso di tante vite, nemmeno il concetto di libero arbitrio possa avere un senso. Ogni cosa di cui noi possiamo farci un’idea, sarebbe vista diversamente se ci avessero insegnato che non si vive una volta sola, che questa vita dipende da altre vite e che dal modo con cui condurremmo questa, avremo in sorte delle possibilità o impossibilità di vite future.
La mia ricerca, attraverso il rilassamento profondo, di reminiscenze di vite precedenti ha questo scopo, allargare la visuale esistenziale, dare ad ognuno il senso dei suoi altri sé relativizzando quello di ora.
E, come nei miei colloqui con l’altro, io cerco il motivo per cui è nato, con questo inviare la sua mente nelle sue esistenze passate, sono alla ricerca di cosa si snoda da una vita all’altra, come in un puzzle ignoto che si chiama totalità della Vita e in cui non i singoli elementi contano, ma il misterioso scopo finale.

Faccio due esempi piccoli.
Franca viene da me col problema di non poter seguire nessuna dieta. E’ una signora quarantenne graziosa e grassoccia e sarebbe ancora più graziosa con una ventina di chili in meno. Inizia diete sempre diverse ma arriva sempre a un punto in cui qualcosa in lei si ribella e deve interrompere o entra in una situazione panica. La metto in posizione di grande rilassamento e le chiedo di andare all’origine del suo problema, e lei, con un filo di voce, comincia a raccontare di essere un soldato inglese rinchiuso in un campo di prigionia giapponese. Descrive le condizioni di grande sofferenza del campo, le esecuzioni pubbliche, la ferocia dei suoi aguzzini. Dice che spesso gruppi di prigionieri sono fatti salire su un camion con la scusa di far legna nella foresta ma poi non ritornano e che lui si salva, rannicchiandosi sul fondo di un fusto vuoto di benzina. E’ in condizioni stremate, di enorme fame. Poi vedo che questa signora cicciottella morire di fame davanti ai miei occhi. La sua anima balza in alto e, ormai indifferente alle sorti terrene, si rende conto che il campo non è così isolato come credeva ma che nei pressi c’é un piccolo villaggio con templi dalle cupole d’oro, dunque sarebbe stato possibile evadere. Ma ormai di queste cose non gli importa più nulla.
Sembra chiaro da queste immagini il perché Franca non possa fare nessuna dieta, cosa piuttosto controindicata per qualcuno che in un’altra vita è morto di fame.
Qualche volta, però, le memorie non si spingono così lontano e il rilassamento serve solo a riportare a galla una memoria rimossa, un evento traumatico, scioccante della nostra vita, che è stato sepolto nella cantina oscura dell’inconscio, qualcosa che non vuole essere ricordato ma che, per non emergere, richiede che molte energie vitali siano impegnate a tener chiusa la porta su di lui, energie che poi mancano ad altre funzioni della vita.

Anna è una giovane bellissima e sana, alta e aggraziata, sembra una indossatrice, e non si capisce perché non possa avere figli, visto che anche il marito, bello come lei, è giovane e sano. In famiglia sorelle e fratelli hanno tutti dei figli, solo Anna non ne ha e non si riesce a capire il motivo per questo impedimento.
La faccio stendere e rilassare, le dico: “Va’ all’origine del tuo problema!”. Rapidamente la voce di Anna cambia e diventa una bambina di pochi anni. Non è andata a una vita precedente, ma a un momento drammatico della sua infanzia. Piange, è disperata. parla con la voce rotta di una bimbetta di pochi anni. Da quel che capisco, è successa una cosa terribile, è morto nel sonno il fratellino down, teneramente amato da tutti, e la famiglia è piombata in un grave shock. In quel frangente nessuno si ricorda dalla piccola Anna, che vede il trambusto il famiglia, percepisce l’enorme dolore, sente l’aria di tragedia, ma non capisce cosa stia accadendo, sa solo che è successa una cosa terribile ma nessuno gliela spiega, nessuno si cura di lei e la bambina si rifugia nell’orto, si rannicchia ai piedi di un albero, e piange come una abbandonata, piange perché è rimasta sola nel suo disorientamento e nessuno la aiuta.
Di colpo Anna si sveglia rapidamente dal suo rilassamento, le torna la voce da adulta, scappa via con le guance bagnate di lacrime.

Dopo poco tempo resta incinta, e adesso ha due bambini.
Sarebbe facile dire che il blocco alle sua gravidanze era il timore di avere anche lei un bambino down, ma non era così, l’idea di bambino era bloccata dentro di lei assieme all’idea di paura e il tutto era stato rimosso profondamente senza aver liberato le emozioni negative di quel momento, così è bastato sbloccare quel ricordo, lasciar fluire le lacrime impedite e l’energia bloccata ha ripreso a funzionare.

La mia amica Germana lavorava all’ONU, ha viaggiato moltissimo, ma andare in Olanda era sempre per lei un incubo e attraversare la Manica la metteva in un disagio spaventoso, una angoscia panica. Poi ha sposato un uomo che adorava l’Olanda e non capiva il suo malessere. C’era un aereo che in 25 minuti la portava da Amsterdam a Londra, ma quando l’aereo giungeva sopra un preciso punto della Manica, Germana entrava in uno stato di grande e impiegabile agitazione. Poi una volta, in stato di trance, si è vista come un cartografo olandese che, su un vascello, lasciava l’Olanda, pensando alla sua famiglia con dieci figli che era in una condizione difficile. Proprio in quel punto della Manica la nave fece naufragio e l’uomo perse la vita. La cosa curiosa è che Germana disegnava spesso in forma nitida con penna nera e uno stile da cartografo e ha uno straordinario interesse per la cartografia.
Ma l’affiorare di memorie di vite precedenti può anche essere improvviso, non si sa per quale rottura dell’ordine delle mnesi, e arrivare inaspettato, sconvolgendo la mente. Quando iniziò il mio periodo di sensitività che durò 29 anni, tra le varie cose bizzarre a anomale che emersero, ci furono tre stati allucinatori in cui di colpo io fui un’altra persona e, come se proiettassi di nuovo un rotolo di pellicola, ‘rivissi’ tre momenti cruciali di qualcun altro: due morti e una prigionia. Posso solo testimoniare che quelle tre ‘visioni’ furono totalmente diverse da sogni, e furono connotate da una fortissima impressione di realtà, come accade nelle allucinazioni, salvo il fatto che l’io che era centro di tutto non era il mio, quello che conoscevo, ma un altro.

Nella prima allucinazione: “Sono un bambino di otto anni, scuro di pelle, olivastro, con capelli scuri, lunghi e untuosi, in un’isola tipo la Melanesia. Quasi nudo, con qualcosa intorno ai fianchi. Corro con grandissimo piacere su una spiaggia lunga e arcuata, come una falce di luna, bianchissima, molto bella. Fa caldo, il mare e il cielo sono di turchese. So che in qualche modo il mare mi è proibito, perché rischio troppo per la mia età, ma il suo richiamo è troppo grande. Mi vedo che nuoto sott’acqua con grandissimo piacere, con le braccia aderenti al corpo, taglio l’acqua come fossi un pesce e fendo dei branchi di pesciolini piccolissimi argentati, mentre i capelli mi vanno tutti indietro. Poi la scena cambia di colpo e io sono solo una presenza incorporea che guarda dall’alto. Guardo in modo neutrale una scena che mi riguarda o che riguarda il mio corpo, da cui sono staccato: il bambino è morto affogato e un uomo porta in braccio il corpicino che cade giù, cadono i capelli bagnati, la testa. L’uomo sale degli scalini naturali fatti un po’ di sassi, un po’ di radici che vanno dal mare a un piccolo villaggio. Le case sono aguzze, di legno grigio, tutte storte e misere. Arriva molta gente. Una donna grida e piange con i capelli sconvolti. Forse è mia madre, ma non mi importa gran che”.
Questa è la prima morte per affogamento.
Anche la seconda morte è per affogamento. Sono una ragazza russa di 17 anni, potrei chiamarmi Sonia. Non sono granché bella, di altezza media, senza nessun carattere speciale. Ho un vago innamoramento per un giovane che ha un nome che suona come Alecsiei o Alioscia, forse è un militare, perché lo penso in divisa, è più grande di me, l’ho visto qualche volta ma non credo mi ricambi.. Mi piacciono le canzoni molto sentimentali, quelle che si suonano con una specie di chitarra rotonda, la balalaika. Io stessa suono un po’ il pianoforte non molto bene, questo fa parte della mia educazione perché sono di famiglia benestante. Porto un abito bianco lungo, non molto largo, con delle gale in quadrato sul davanti del corpetto. Ho una fascia alta in vita col fiocco dietro. I capelli sono un po’ ricci, castani, legati dietro, molto comuni.
Siamo nel 1917 in una città che si chiama allo stesso tempo Pietroburgo e Pietrogrado, mi sembra che questa cosa del doppio nome sia importante. E’ novembre ma non fa ancora freddo. Il cielo è bigio.
Vedo la nostra sala da pranzo, grande e un po’ austera, non molto illuminata, la famiglia sta seduta attorno a un tavolo rettangolare per il pranzo. Dicono che ci sono disordini in città e io chiedo se abbiamo distribuito ai poveri il pane avanzato come il solito. Sentiamo tumulti. Io sono in piedi e vado sulla veranda. Ci sono delle colonne dei grandi vasi con delle felci. Vedo una folla di gente molto povera, con abiti grigi e scuri, molte barbe, silenziosi e disperati. Ho paura. Mi accuccio in terra dietro le felci. Poi non vedo più nulla. Ma so che quella gente uccide tutta la mia famiglia e che io vengo affogata nel fiume. Posso vedere il fiume dall’alto, un fiume molto ampio con ampie curve, dal nome breve, di due sillabe.

Di altro posso dire che quando ero piccola, tutte le mie bambole si chiamavano Sonia, che chiedevo a mia madre che era sarta di cucirmi delle casacche bianche abbottonate sulla spalla, col collo dritto e sottile, come certe casacche russe. A 14 anni ho letto con morbosità Dostoevskij, mi interessava particolarmente la vita borghese dei salotti, come una cosa che avevo già conosciuto, immaginavo i samovar, i divani, le canzoni molto tristi e sentimentali. La musica della balalaika mi fa piangere ancora. In un convegno a Riccione ho comprato una cassetta di voci medianiche in cui una signora in trance canta vecchie romanze norvegesi e russe; la registrazione è penosa ma l’ho sentita un sacco di volte per lo struggimento che mi procurano le ballate russe.
I miei incubi infantili, quando avevo la febbre alta erano sempre scene di affogamento, affogavo in un fiume gelato e sentivo l’acqua fredda saturarmi la gola.
La paura dell’affogamento esattamente ‘nel fiume’ è sempre stata così forte da impedirmi di imparare a nuotare. A Pavia camminavo con terrore sul marciapiede opposto ai canali, dove peraltro l’acqua è profonda solo poche decine di cm., ma ciò bastava a darmi un terrore fobico, innaturale.
Insieme a questa scena di morte, ricordo delle scene confuse, come degli spezzoni: il giorno di Natale si andava in slitta in chiesa, vedo il riflesso rosa delle fiaccole sulla neve azzurra, sento i campanellini. Era bellissimo.
Oggi Pietroburgo si chiama Leningrado. Io ci sono stata nel ‘78. Ho visto la bella città color pastello, barocca e neoclassica, molto simile alle città europee, ho visto la Neva, ampio fiume largo e freddo con grandi curve. Ho cercato invano qualcosa che avesse un significato per la mia memoria. Sono andata giù sul fiume in battello in un crepuscolo rosa. Non mi ricordavo nulla di quello che vedevo, ma quando sono ripartita da Leningrado avevo una gran voglia di piangere.

Nella terza memoria vivo un momento di grande crisi. Sono un uomo piuttosto alto e corpulento, con spalle a scivolo e un po’ di pancia, tra i 40 e i 45 anni, un inglese, di pelo biondo rossiccio, vedo la peluria sulle mie mani. Le mie iniziali sono O.W., il che farebbe pensare a Oscar Wilde, ma Oscar Wilde non avrebbe mai portato abiti così andanti. Porto un abito grossolano di lana, forse di tweed, e un panciotto con orologio a catena. Sono chiuso in una piccola cella. I mobili sono al minimo: un letticciolo, un piccolo tavolino con materiale da scrivere, una sedia, una stufa di ghisa nera a botticella, che non dovrebbe esserci in una prigione. La finestra è piccola e con sbarre nere. Si vede una campagna mossa a collinette d’erba, senz’alberi, nessuna forma di vita.
Vivo un momento di disperazione. Sono stato accusato e condannato di un delitto orribile e innominabile e ora sono distrutto. Sono stato famoso ma ora so che la mia vita è finita. Ho un pensiero che è diverso dal mio per accuratezza e genialità. Penso con parole molto belle e accorate, parole scelte con cura che ora non sono in grado di ripetere; penso che ho voluto provare tutto nella vita, anche cose non consentite dalla morale, perché mi sentivo libero e potente, sopra la morale comune, e ora questa morale mi condanna per qualcosa che ho fatto con un adolescente, ma io non ho fatto nulla per fare del male, volevo solo provare tutto, conoscere tutto, per curiosità, per sensualità, per amore della bellezza. Sembra che questo amore della bellezza sia molto importante per me. Di tante parole che dico mi ricordo una frase: “Volevo sentire la stilla della vita che scendeva nel calice”. Lo dico in modo molto visivo, immaginando di essere una morbida calla, grande fiore leggermente femmineo, simile a una vulva delicata e spessa, color crema, la stilla che le cade dentro è miele, assaporo le parole come fossero un godimento sensuale. Ho un profondo senso della musicalità e della perfezione delle parole, che sgorgano da sole come fossero atti voluttuosi per cui provo grande godimento. Le parole hanno una grande vivezza visiva e percettiva, sono immediate sensazioni, come fossi una persona per cui le esperienze percettive sono estremamente importanti e che è in grado di gustare sfumature sottili ed intense. La sensazione è insieme mentale e fisica e si muove sull’onda delle parole, anche in questo momento di acuta disperazione. Il termine che mi viene in mente per questo tipo di pensiero è “squisito”.

In seguito a questa visione, ho letto una enorme biografia di Oscar Wilde, scoprendo che poteva essere stato alto e un po’ pingue, con le spalle a scivolo come avevo immaginato e di pelo biondo rosso e ho letto che la calla era il suo fiore preferito e che per sconcertare i suoi concittadini se ne metteva una all’occhiello quando andava a passeggiare nei parchi di Londra e aveva fatto dipingere del colore crema delle calle, il suo raffinato appartamento, che ornava con questi fiori. Wilde diffuse questo fiore nel suo movimento estetico di dandy e lo introdusse come motivo nell’arte decorativa.
La calla rappresenta una vulva e il suo spadice indica un pene, e dunque univa maschio con femmina, il che stava bene con la sua omosessualità e il nome ‘kalos’ che vuol dire ‘bello, è in sintonia con la raffinatezza di Wilde e il suo squisito senso della bellezza.
Di altro posso dire che adoro gli aforismi come Wilde e ne ho sempre pensati anche da bambina, anche se odio il teatro da cui lui invece ricevette fama e gloria e che trovo davvero insulso, e posso dire che le mie fiabe preferite, da bambina, erano ‘Il gigante egoista’ e ‘Il principe felice’, non a caso due favole di Oscar Wilde.

Io ebbi tre esperienze sotto forma di allucinazioni in cui non ero più io ma altre persone e pensavo e sentivo come loro, tre cervelli diversi dal mio, tre temperamenti come io non ho, tre storie evocate dal nulla, ma a volte le vite precedenti appaiono sotto forma di incubi fissi, soprattutto nei bambini. Bisognerebbe stare attenti agli incubi dei bambini, perché a volte potrebbero essere la traccia mnestica di vite precedenti
Mia figlia aveva due tipi di incubi. In uno finiva schiacciata dalle ruote di un grosso camion. In un altro era un bambino che veniva nascosto dalla famiglia nella cavità scavata dietro un armadio, quando c’erano perlustrazioni della polizia. Ma una volta i soldati con neri stivali vennero con dei cani lupo e stanarono il bambino dal suo nascondiglio portandolo via.
Una volta, con i dati di nascita di mia figlia, andai da un astrologo, Jimmi Jonathan, che diceva di usare l’astrologia kahrmica e, guardando solo i dati della sua nascita, mi disse che mia figlia era stata un bambino ebreo che veniva nascosto dai genitori dietro un armadio finché i nazisti non erano venuti coi cani lupi e lo aveva trovato portandolo a morire in un lager. Non si può negare che la coincidenza dei dettagli è impressionante.
Mi disse anche che io e mia figlia, in una vita precedente, siamo stati due generali, amici e rivali, e che il nostro rapporto di amore e lotta continua anche in questa vita e che, se non troviamo un accomodamento, proseguirà anche in una vita futura.

Qualche volta il tipo di morte di cui siamo morti resta dentro di noi come una paura senza nome.
La mia amica Anna, che è una neuropsichiatra con molti caratteri da sciamana, narra che il suo figlio più piccolo, un giorno a tavola, è esploso contro di lei gridando: “Tu sei quella che mi ha lasciato morire in mare sotto le ruote dell’elica senza fare niente!” Tutti sono rimasti sbalorditi da questa uscita convulsa. Ma il bello arriva dopo, quando Anna e questo figlio piccolo vanni in Liguria a trovare un’amica. E la figlioletta di questa, dell’età del figlio di Anna, lo guarda e dice. “Tu sei quello che è morto in mare sotto l’elica della barca!”

Strane cose formano la vita!

Quando avevamo la casa in montagna a Volpara, sulle Alpi Marittime e passavo le mie vacanze con schiere di bambini (io amo i bambini e la mia era la casa dei bambini), chiesi una volta a un gruppetto di loro, su una grande terrazza, ed erano tutti piuttosto piccoli, di cosa erano morti e le risposte di questi bimbetti furono inquietanti. Sembravano molto esatti, come se parlassero di cose vere. Uno disse che la montagna “gli era precipitata addosso”. Un altro che gli avevano “infilato un coltello nella pancia”. Ma la peggiore fu un bimbetta che disse: “Mi hanno incatenata al cancello e mi hanno divorato i cani!”

Nelle regressioni io cerco sempre qualcosa che si possa legare alla vita precedente, a qualche difetto o passione o mania o fobia. Un’altra storia di regressione fu quella di Maria Luisa, bella signora del sud, che, come molti eredi di Normanni aveva la pelle chiara, gli occhi azzurri e i capelli biondi. Bella ma sola e infelice. La sua storia travagliata la racconterò un’altra volta. Uno dei suoi difetti era che, pur essendo ricca e con una bella casa nel centro di Bologna, era attaccata al suo denaro e non mi risultò mai, che avendola pure aiutata, si sdebitasse in alcun modo o che desse segni di liberalità e amicizia con alcuno. Questo suo attaccamento al denaro l’aveva altresì allontanata dal marito e dal figlio, che erano rimasti al Sud.
In regressione, Maria Luisa si vide come una donna molto bella e molto povera, una mendicante di una città medievale cinta da altre mura e con vicoli strettissimi, affamata e maltrattata. Alla fine la sua famiglia la vendetta a un contadino con figli maschi grandi e sia lui che i figli maltrattarono la poveretta, facendola lavorare e facendole patire la fame, poi, come se non bastasse, la vendettero a un signorotto locale che proseguì nell’opera di sfruttamento. Dopo una simile vita, non c’era da meravigliarsi della sua grettezza attuale e sembrava ovvio che considerasse la ricchezza materiale come qualcosa a cui aggrapparsi senza cederne ad altri nemmeno una briciola.

Un tempo, quando ero una sensitiva, capitava a volte, fissando il palmo della mano sinistra , là dove comincia la linea della vita, tra pollice e indice, che riuscissi a vedere qualche vita precedente. Ne ricordo alcune perché bizzarre.
A un signore della riviera Adriatica, Pesaro forse, dissi: “Tu hai paura di farti operare senza anestesia, eh? Hai persino chiesto di fare senza anestesia l’operazione all’appendice!” Lui assentì, sorpreso. E così gli dissi quello che vedevo: “Tu e tuo fratello siete stati due chirurgi che approfittavano dei pazienti drogati per condurre degli esperimenti sui loro corpi, anche mortali”. Ovviamente non ricordava nulla di queste turpi vicende, sapeva solo che non voleva assolutamente che qualcuno mettesse sotto anestesia lui e il solo pensarlo gli produceva un terrore senza nome.

Di un altro vidi una vita come di ottico in un paese del Nord, Rotterdam forse. Dalla sua bottega vedevo dei velieri nel porto, potevano essere del 1600. La bottega era piccola con sulla porta una finestrella di spessi vetri concavi e l’ottico in questione era uno studioso assetato di antichi documenti di cui faceva febbrile raccolta.
Bene, la passione degli antichi documenti era rimasta e l’uomo mi disse di averne un sotterraneo pieno.

Queste cose io le vedevo in mezzo alla mia fronte, in un punto di poco sopra la linea degli occhi, come se avessi un piccolo video per cui mi limitavo a descrivere le cose che vedevo, riempiendo la gente di stupore, per cui avevo un continuo flusso di persone che venivano da me da tutta Italia, per passaparola, dalla Sicilia persino e dalla Svizzera. Molti di loro erano disperati e vicini al suicidio e nelle cose che vedevo del loro futuro poteva esserci qualcosa che dava loro speranza, per cui notavo che il colore del loro viso migliorava, la pelle si distendeva, gli occhi tornavano vividi e brillanti. Solo una volta sbagliai di gran lunga. Era una signora che, me lo aveva detto, era una malata terminale ma io vidi un futuro bellissimo e splendente, così bello come non l’avevo visto mai, in un luogo che superava per splendore ogni luogo della Terra, e forse, viste le sue condizioni, avevo visto il Paradiso, e ero sconcertata io stessa di quello che raccontavo perché sembrava strabiliante e senza senso, ma lei accettò tutto senza meravigliarsi e sorrideva dolcemente.
Solo una cosa non sono mai riuscita a capire bene, se tante scene che vedevo fossero del passato o del futuro, perché nel luogo dove io guardavo, il tempo lineare non esiste, ma solo un perpetuo ‘qui e ora’ e non ho mai capito come poteva questo eterno ‘qui e ora’ concordare con la nostra libera scelta, ma questa è una di quelle cose che non riusciremo a capire mai.
Quando chiedo di cose così a mio marito, che è morto da 17 mesi e conosce il Mondo molto meglio di me, sembra sorridere e mi dice che non ho i mezzi materiali per capire, e mi parla come si parla a un bambino che chiede spiegazioni di cose che sono fuori dalla sua portata. Forse, quando siamo morti, lasciamo tutte le limitazioni presenti nella nostra conformazione fisica e mentale e la nostra conoscenza e comprensione dell’’Essere che è’ si estende libera e illimitata. Noi crediamo che la morte sia un male, essa è invece un bene, perché ci fa uscire dalla prigione corporea e ai suoi limiti rendendoci al nostro vero essere: l’Infinito.

Ora vediamo come in uno specchio, in maniera confusa; ma allora vedremo a faccia a faccia. Ora conosciamo in modo imperfetto, ma allora conosceremo perfettamente, come anche noi siamo conosciuti.”
.
Possano le nostre parole essere limpide e trasparenti
possano i nostri pensieri essere calmi e profondi
il nostro cuore restare aperto e fiducioso
e i nostri passi seguire il sentiero del nostro compito
Possa la nostra vita essere una carezza
e la morte non avere rimpianti
Possa il mondo accogliere con gioia il nostro passaggio leggero
E ritrovarsi migliore
.

INDICE

CAPITOLO 1 : https://masadaweb.org/2014/07/13/masada-n-1545-13-7-2014-romanzo-una-seconda-possibilita-capitolo-1/

CAPITOLO 2 : https://masadaweb.org/2014/07/17/masada-n-1546-17-7-2014-romanzo-una-seconda-possibilita-capitolo-2/
.
http://masadaweb.org

1 commento »

  1. Cara Viviana
    Mi sento stanca e andro’ in ferie agli inizi di Agosto. Penso di fare almeno una piccola escursione da qualche parte, tipo visitare la Sacra di San Michele in Val di Susa, dove sembra passi la famosa “lye line” potentissima linea energetica detta di San Michele, poiche’ parte da Mont San Michel in Normandia e attraversa in linea retta l’Italia attraverso la Sacra, Monte s. Angelo in provincia di Foggia e procede per 1000 km fino a Gerusalemme.
    ognuno trova sul suo cammino, quello di cui ha bisogno. Io ho estremo bisogno di energia. Quella delle lays e’ molto potente e attraversano tutta laterra, e sono state individuate gia’ dagli antichi celti e marcati con menir, tumuli di pietra dolmen etc. (Stonenge) Si incrociano e formano i chakra e le nadi della terra. In questi luoghi di solito sorgono templi antichi e molto importanti.
    Il cammino di Santiago, Chartres sono interessati dalle leys mentre, la Sacra di Val di Susa e Monte Sant’Angelo di Foggia fanno parte della ley line cosidetta di San Michele poiche’ costellata d importanti cattedrali dedicati a San Michele, a vcominciare da Mon San Michel in Normandia.
    Vedi su google La ley line di San Michele e saprai tutto. La Sacra di Val di Susa e’ in pericolo mortale per la TAV

    ciao intanto

    Un abbraccio.
    Aurora

    Commento di MasadaAdmin — luglio 24, 2014 @ 3:23 pm | Rispondi


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