Nuovo Masada

luglio 17, 2014

MASADA n° 1546 17-7-2014 STORIA DI UNA SENSITIVA, OVVERO: UNA SECONDA POSSIBILITA’ CAPITOLO 2

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Viviana Vivarelli

CAPITOLO 2

Le malattie psicosomatiche – Induzione e ipnosi come forma di terapia – Le verruche

Da Daniela
Quando curi una persona puoi vincere o perdere, quando ti prendi cura di una persona puoi solo vincere” .
Patch Adams

“ Noi viviamo la vita come un sogno. E qualche volta per sfuggire al sogno della vita entriamo in un altro sogno. Ma in questo sogno o in un altro, siamo sempre noi e l’importante non è avere certezze, ma sognare bene”.
Viviana

Sabato mattina sono andata dalla parrucchiera per sistemarmi un po’ prima della partenza.
La parrucchiera si chiama Sandra ed è una snella e gentile persona, olivastra come una Sioux, graziosa, dall’ascolto attento e gentile. Ho sempre il vago sospetto che mi vizi, la sento vicina, attenta, ma probabilmente il suo è il giusto atteggiamento di chi lavora in un luogo dove noi donne passiamo il tempo come in un confessionale. Non a caso molti film di storie di donne, di aiuti e di solidarietà, si svolgono in un negozio di parrucchiera. Credo che un barbiere sia diverso: gli uomini conoscono raramente questa gioia del parlare di sé, di confidare cose personali e magari intime, ma per una donna questa è una grande liberazione. Il negozio della parrucchiera spesso è il nostro confessionale, lo studio casalingo dell’analista. Lo diceva anche Flaiano, che era un buon osservatore del materiale umano. In ‘Caramel’ anche il cinema arabo parla di confessioni tra donne. …donne che parlano tra loro, si confrontano, si ritrovano solidali, in un mondo che le vorrebbe silenziose.
Un altro film ‘La parrucchiera di Kabul’, racconta la storia vera di una parrucchiera americana che va a vivere a Kabul, come volontaria in una organizzazione no-profit e decide di aprire una scuola per estetiste. La sua è un’ impresa eroica e coraggiosa che si scontra con una mentalità del tutto lontana dalla sua. Nel libro che precede il film si racconta di un mondo a noi in parte sconosciuto, dalle feste allucinanti di sole donne, alle abitudini igieniche, ai tipi di make-up, alle modalità di depilazione, alle preparazioni estetiche delle spose. Il tutto costellato di storie, al limite tra l’assurdo e l’incredibile, di donne vere. E’ la prima scuola per estetiste in tutto l’Afghanistan, raccontata dalla statunitense Deborah Rodriguez, una storia che vale davvero la pena di leggere.
Davvero, ci sono parrucchiere che sono meglio di tanti psicologi e dovrebbero essere stimate per questo e pagate per il doppio lavoro. E in fondo c’è una forte attinenza tra i capelli e il pensiero e, quando sogniamo i capelli, è sempre delle nostre idee che si parla.
Sandra lavora sotto padrone. Il padrone è uno svaccato e inutile nullafacente che serve solo per riscuotere i conti e passa il tempo baloccandosi col computer. Non sa far nulla, non è buono a nulla, campa lautamente sul negozio della madre, che si è fatta vari negozi come parrucchiera dove lavora ancora, malgrado la vecchiaia e il pessimo carattere, mentre lascia che questo zitellone vacuo e inutile riscuota i conti, dopo essere fallito in altri impieghi.
Sandra è sottopagata, come sempre avviene sotto padrone, e chi gestisce il suo lavoro la sfrutta, le fa fare turni gravosi, lasciandola spesso sola in negozio, per risparmiare su un aiuto che sarebbe necessario. Lei resiste ma rode al suo interno.

Ha un marito e una bambina che adora e fa i salti mortali perché non le manchi niente, vorrebbe avere anche un altro bambino, ma chissà….
Da un po’ di tempo le sta venendo una psoriasi che si allarga partendo dai gomiti e ormai le fiorisce dappertutto sul corpo. Ha fatto varie cure, spendendo troppi soldi, per medicine temporanee che lasciano il tempo che trovano senza risolvere completamente il problema. La sua pelle diventa rossa e raggricciata come se fosse bruciata con un ferro da stiro. Sandra è giovane e non merita questa tortura. Il suo corpo grida qualcosa e non è difficile capire cosa.
Sono convinta che la psoriasi sia una malattia psicosomatica, il modo con cui il corpo esprime un disagio che non è organico ma psicologico.
Ho scritto un articolo, tempo fa, su questo argomento e sembra interessi molti perché ogni giorno il mio blog mi segnala almeno 150 letture, per cui devo aver messo insieme migliaia di lettori, e lo riporto, perché ho un’idea per Sandra.
E un po’ gliel’ho già raccontata.

Noi siamo formati da molte parti. Ognuna di queste parla il suo linguaggio. Abbiamo un linguaggio del corpo, della psiche, dell’anima, dello spirito. Se vogliamo comunicare con una di queste parti, dobbiamo imparare il suo linguaggio, come se imparassimo una lingua straniera.
Il corpo ci manda dei messaggi usando un linguaggio corporeo, per cui non ci ammaliamo mai a caso ma secondo un significato, un codice. E ognuno di noi ha delle parti bersaglio che si fanno carico di comunicare qualcosa alla mente, secondo il nostro temperamento.
Quando qualcosa nella nostra vita non va, il corpo ce lo dice usando il sintomo. E’ quello che si chiama ‘somatizzazione’. Attraverso il sintomo, l’inconscio ci parla, è un indicatore o una spia di un disagio esistenziale. Dunque quello che il corpo dice ha un significato psichico e può arrivare alla nostra consapevolezza. Questa fu l’intuizione non solo di Freud ma anche di un brillante medico, suo contemporaneo, George Groddeck (“Il linguaggio dell’Es”), il quale introdusse il concetto di ‘malattia psicosomatica’.
Groddeck riteneva che quasi tutte le malattie organiche fossero modi con cui l’inconscio parlava. Analizzava quindi i suoi disturbi, per esempio una tonsillite, e ne usava la forma come una metafora, perché il linguaggio dell’inconscio è figurativo. La gola gonfia poteva significare per esempio che essa rifiuta di ingoiare un boccone amaro del vissuto. Nel suo caso specifico, una volta, indicò la ferita dell’orgoglio di dover riconoscere che certe dinamiche dell’inconscio erano state scoperte da Freud e non da lui. Una volta decodificato il messaggio, il sintomo spariva. Non era una via facile, ma si poteva usare il metodo delle associazioni automatiche, creando una catena di parole che portava a galla il problema, lo stesso metodo che Freud usava per interpretare i sogni.
I nostri medici sono divisi in scuole di pensiero diverse. Ci sono medici, e perfino analisti, organicistici, che pensano che la causa del sintomo sia sempre e solo organica e cercano di curare il corpo attraverso il corpo con prodotti per lo più chimici. Nella scuola di Pisa, per esempio, anche le depressioni sono considerate malattie organiche e curate attraverso prodotti ormonali; osservando che nella depressione si hanno variazioni nella secrezione di alcuni ormoni, questa secrezione, che è un sintomo, viene trasformata in causa e si agisce per modificare il sintomo.
Ci sono poi medici che pensano di curare il corpo in relazione al vissuto e al temperamento, usando farmaci non chimici, come gli omeopati o i naturisti.
Ci sono infine gli analisti della parola che cercano di trovare la causa del sintomo nel vissuto e mirano a modificare le reazioni psichiche del paziente.
Per Jung, la pelle è una delle pagine su cui scrive la psiche. Le malattie della pelle possono essere di origine emotiva: nei, porri, formazioni sottocutanee, cisti, fibromi ecc. Questi segnali possono essere messaggi che si scrivono sulla mappa corporea visibile per indicare una situazione di forte disagio e squilibrio interiore. La psiche si manifesta sul corpo. Eritemi, esantemi, eczemi, psoriasi, macchie bianche, ragadi, angiomi, screpolature, essudazioni, pelle seborroica, acne, colore rossastro o giallastro, edemi, couperose ecc., possono rientrare in un codice di espressività corporea, che rivela un disagio psichico.
Il fatto poi che possiamo nascere già con certi indicatori (es. angiomi o ittero, la mia bambina è nata con due angiomi, uno sulla spalla sinistra e uno sotto il tallone destro) potrebbe indicare che anche nella vita fetale l’essere reagisce emotivamente a energie perturbanti e le segnala sulla sua pelle. Ma alcuni pensano che anche eventi di vite precedenti possano segnarci.
La pelle è il primo codice di comunicazione, il primo schermo per lo sguardo, dove l’energia invisibile si manifesta nel visibile. Soprattutto quando la sofferenza e il malessere non riescono a diventare parola, lo schema corporeo può diventare schermo di comunicazione.
La mia nipotina Veronica, che a tre anni è rimasta orfana del padre, manifestò la sua angoscia da deprivazione con macchie bianche. Il bianco è l’assenza del pigmento, cioè assenza del colore vitale e indica per eccellenza la perdita, la mancanza, tanto che in Oriente, come in Occidente fino al Medioevo, il bianco è stato usato come colore di lutto. Dunque la pelle della mia nipotina, che non riusciva ad elaborare la perdita del padre, si vestiva a lutto. Le sue macchie furono diagnosticate inguaribili, in realtà poi sono sparite con la crescita, quando la vita ha surrogato con altre emozioni il lutto della perdita.
Nelle chiazze bianco-latte della pelle viene meno la melanina, ma possono esserci anche piccole parti di ciglia, sopracciglia o ciocche di capelli completamente bianchi. E’ la ‘vitiligine’, detta così da una malattia dei vitelli che compare come macchie bianche. Compare all’improvviso e può anche coprire tutto il corpo. La guarigione completa sembra essere impossibile. Eppure non è sempre cosi. In questa patologia scompare la melanina che è il colorante della pelle, ma c’è anche un abbassamento del sistema immunitario, come avviene spesso in un lutto molto doloroso. E sappiamo che la depressione produce lo stesso abbassamento di difese. Spesso nei bambini la vitiligine compare alla nascita di un fratellino, oppure nei bambini più emotivi di fronte alle difficoltà scolastiche. Il bambino, che è sottoposto al trauma di un cambiamento che non è in grado di elaborare, è particolarmente predisposto alle malattie esantemiche, i medici direbbero che molte di queste dipendono solo da contagio. Nella scuola materna per es. si scatenano molte malattie della pelle (morbillo, rosolia, scarlattina, sesta malattia…) o dell’intestino (diarree, dissenterie…, che dicono: “voglio liberarmi da questa condizione o da questo luogo”).
Marco racconta di come da bambino odiasse partecipare alle feste di Carnevale e di come si sentisse ridicolo nel vestitino da maschera, per cui ogni volta che si avvicinava il temuto momento della festa, gli veniva una malattia esantemica che lo dispensava dal partecipare
Ci sono periodi della vita in cui dobbiamo affrontare cambiamenti di ambiente o di abitudini, situazioni stressanti e ristrutturazioni violente della nostra energia psichica, e si producono, anche per gruppi, manifestazioni patologiche, come predisposizioni comuni ad ammalarsi allo stesso tempo e della stessa cosa, come segnali omogenei del vissuto.
La lettura della malattia può oscillare tra virale (agente esterno) o emozionale (agente interno). Ci sono malattie, come l’ulcera, che sono state lette in passato come risposte emozionali (rabbia, stress) e ora sono diagnosticate come risposte virali. Ma non è sempre molto chiaro se la causa del disturbo sia organica o psichica, perché le due cose sono legate. Per esempio, quando uno è depresso, è abbattuto, si ha un abbassamento del sistema immunitario e questo lo rende più sensibile alle infezioni. La depressione è allo stesso tempo una diminuzione della vitalità psichica e delle difese immunitarie. Nel nostro organismo sono presenti virus che non creano di per sé patologie. Ma, se siamo di umore negativo, è facile che emergano spiacevolmente. Allo stesso modo, se arriva un nuovo virus influenzale, non tutti lo prendono, perché? Condizioni psichiche e organiche spesso sono correlate.
Il messaggio è uno solo e si manifesta su livelli diversi. Vi sono lutti o traumi che possono aumentare la propensione ad ammalarsi fino a generare forme tumorali. Anche il cancro, diceva Jung, può avere connessioni psicosomatiche. Egli fece uno studio sulle connessioni psichiche delle malattie bronchiali. Agenti esogeni nocivi, sommati a condizioni psichiche vulnerabili, facilitano l’insorgere della malattia. Jung diceva che i fattori emotivi possono creare patologie nuove o accentuare quelle in corso. Siamo equilibri globali molto fragili e correlati e le malattie a volte si manifestano in modo mirato come segnali. La pelle dunque può essere la prima spia di un malessere profondo.

Ma qui mi devo interrompere, perché il tavolino ha scricchiolato per cui sono andata a scrivere quello che Fabrizio mi dettava e ho scritto:
Anche il cancro può essere la risposta che l’organismo dà a uno scompenso, ma può essere il freno che la natura dà a un voler “troppo fare”, per cui l’eccesso passa nelle cellule che ho accolgono come un segnale di superproduzione. Questo fu il mio caso. Non ci fu né trauma né lutto, ma solo una malattia per eccesso. Il che ci dovrebbe guidare ad una vita di equilibrio, dove il difetto come l’eccesso sono la causa di un pericolo esistenziale.”

Se le somatizzazioni possono avere un organo bersaglio personale dove abbiamo maggiori reazioni organiche agli urti della vita, possiamo poi fare una lettura metaforica dei sintomi secondo una topografia generale e un’interpretazione simbolica delle varie parti del corpo.

In linea generale, per la maggior parte delle persone, il lato destro del corpo rappresenta le nostre valenze maschili o il rapporto col padre o il partner di sesso maschile, la parte sinistra del corpo rappresenta le nostre valenze femminili e il rapporto con la madre e il partner di sesso femminile. Per cui la prima cosa è guardare in quale lato del corpo abbiamo più patologie.
Leggendo le parti del corpo in modo simbolico, ogni patologia può essere letta come un’indicazione a carattere psicologico, un messaggio che già nella sua localizzazione dà delle indicazioni.
In modo molto semplice si può operare un check up da soli, mettendosi seduti su un tappeto in terra e saggiando col pollice i vari punti del corpo partendo dai piedi, sopra e sotto, e compiendo dei piccoli cerchietti sulla pelle, saggiando tutti i punti del corpo dove si può arrivare, premendo di più se si trovano punti dolenti.

I piedi sono la nostra base, il punto dove ci appoggiamo alla sicurezza della terra-madre e rappresentano il primo chakra, il radicamento, la stabilità, la sicurezza. Ma senza le dita dei piedi non staremmo eretti. Le dita dei piedi sono il primo rapporto con la madre, quando da neonati la nostra prensilità è simile a quella delle scimmie e ci aggrappiamo al dito che ci viene porto dalla madre o dalla nutrice e lo stringiamo in modo automatico con le dita dei piedi e delle mani, questo è il primo aggancio alla madre e alla sicurezza. La figura materna non ci dà solo cibo, ci dà amore. Latte e amore sono i nostri primi elementi nutritivi, senza i quali noi moriamo.

Nel metabolismo l’amore materno diventa il dolce del cibo, gli zuccheri. Il diabete, che è una mancata assimilazione degli zuccheri da parte del pancreas, provoca gravi scompensi fisici e chimici e potrebbe essere la conseguenza organica della mancanza di amore materno o della mancanza di amore in genere. Da notare che l’alzarsi della glicemia colpisce in modo particolare i piedi, e in modo doloroso la carne sotto le unghie finché, nei casi più gravi, le dita dei piedi non vanno in cancrena e devono essere amputate, situazione in cui il paziente non può più camminare. In particolare, dolore e amputazione possono colpire l’alluce, un dito del piede che corrisponde al pollice della mano e che, nella medicina cinese come in quella indiana, ha un enorme valore. Esso corrisponde al primo chakra, al radicamento, alla sicurezza, alla sopravvivenza materiale primaria, e, sempre secondo la medicina cinese, è attraversato da un meridiano importante che va al cuore.

Le spalle simboleggiano ‘il portare pesi’. La spalla destra si riferisce ai pesi del maschile, ovvero della volontà, per cui una volontà impedita può manifestarsi con problematiche alla spalla destra. All’opposto, quella sinistra simboleggi i pesi dipendenti da una affettività disturbata, per esempio da un abbandono o da un lutto o da una mancata corrispondenza.

Le ginocchia si riferiscono alla nostra duttilità, la capacità di adattarci o piegarci agli eventi negativi o alle figure parentali, per cui il ginocchio destro indica una volontà riottosa e indipendente che non si adatta ad essere succube di una volontà altrui, mentre il ginocchio sinistro indica l’insofferenza a doversi piegare o rassegnare dinanzi a ricatti d’amore.

Le caviglie sono il punto attraverso cui colleghiamo il corpo ai piedi, sono lo snodo, il punto in cui ci stacchiamo dalla sicurezza della terra. Slogarci o fratturarsi una caviglia è un evento che può capitare quando vengono meno le nostre certezze.
I polsi sono lo snodo della comunicazione rappresentata dal movimento in fuori delle braccia. Un difetto nella comunicazione con gli altri può evidenziarsi con problemi ai nervi delle braccia (artriti, infiammazioni ecc.) o con fratture o slogamenti ai polsi.

Io soffro di diabete mellito, cioè di secondo tipo, malattia molto diffusa tra gli anziani e che consiste in una difficoltà del pancreas ad elaborare gli zuccheri, caratterizzata dalla distruzione delle cellule b pancreatiche che producono insulina, per cui l’organismo è a rischio di un difetto o un accesso di glicemia. Se la mia glicemia sale troppo, divento frenetica e isterica. Se scende troppo, svengo.
Il diabete mellito (dal greco diabàino = passo attraverso + meli = miele) è una malattia nota fin dall’antichità e tende a crescere fortemente in Occidente. Nel 1994 c’erano nel mondo 110 milioni di diabetici, nel 2010 erano più che raddoppiati. Questa malattia è scarsa nelle comunità a basso livello di progresso e cresce nelle zone più progredite dell’Europa e degli USA. In Italia, a oggi, su 60 milioni di persone, abbiamo 3 milioni di diabetici, quasi tutti oltre i 55 anni e con una punta massima oltre i 75.
Non c’è accordo sulle cause, può darsi che ci siano cause ereditarie specialmente per il diabete di primo tipo, ma per quello di secondo tipo che sopravviene con la vecchiaia le cause sono troppe: certamente troppo cibo o alimentazioni sbagliate, poco movimento, o anche alterazioni del metabolismo, come i corticosteroidi, le catecolamine e l’ormone tiroideo.
Ma sono visibili molte connessioni col variare della pressione atmosferica, i mutamenti stagionali, gli stati di nervosismo o ansia, le emozioni, per cui si parla sempre più spesso di malattia psicosomatica. Se c’è tensione emotiva, il pancreas rilascia più catecolamine inibendo il rilascio dell’insulina dalle cellule beta del pancreas. Quindi basta uno stress emotivo per alzare la glicemia che nel diabetico non viene compensata. La maggior parte dei diabetici sente maggiormente il dolore fisico, la perturbazione affettiva, l’ansia, lo stress e si sente per questo insicuro. Purtroppo il diabetico dovrebbe stare molto regolato col cibo, evitare farinacei, zuccheri, frutta, pasta.. ma il cibo è sempre stato una compensazione all’insicurezza, il cibo è un sostituto dell’amore, per cui toglierlo o limitarlo già da solo aumenta la sua insicurezza. Quando il diabetico percepisce una mancanza d’amore, ha fame, la sua è una fame emotiva che si vorrebbe saziare di cose dolci che sono gratificanti e sono sostituti immediati dell’amore. L’esperienza della fame in un diabetico è una esperienza emotiva, crede di avere fame di dolci o di cioccolata o di pasta, mentre ha fame d’amore. Più nella vita ci si sente soli abbandonati, più scatta il meccanismo della fame che fa salire la glicemia. Purtroppo le variazioni delle glicemia hanno eclatanti ripercussioni emozionali. Se la glicemia sale troppo, il soggetto è isterico e aggressivo, i pensieri vanno troppo veloci, c’è difficoltà di concentrazione e controllo. Se la glicemia scende troppo, c’è un ottundimento mentale, le forze vengono meno e si arriva allo svenimento. L’ideale sarebbe mangiare qualcosa ogni due ore e poco, scartare gli zuccheri e i farinacei, intervenire rapidamente sull’ipoglicemia con bevande zuccherate tipo la Fanta.
In genere il diabetico è un soggetto che si sente frustrato ma non riesce ad emanciparsi da legami di dipendenza, spesso ha stati d’animo ambivalenti, da un lato irrequietezza, fretta e ansia, dall’altro desiderio di pace e quiete.
In questa malattia è fondamentale il rapporto di fiducia che si instaura tra medico e paziente, perché già un cattivo rapporto personale può peggiora la situazione. D’altro canto un rapporto troppo stretto può creare dipendenza.
In genere il diabetico migliora se viene incoraggiato ad avere più fiducia in se stesso, se impara ad essere più autonomo, se sviluppa la propri creatività, quindi le terapia funziona meglio se è una psicoterapia.

Le zone femminili, zone ovariche o seni, hanno patologie per pene d’amore, abbandoni, lutti, divorzi. Il corpo percepisce la mancanza in modo fisico e reagisce compensandola con un eccesso di cellule, che però sono dannose all’organismo, come se volesse colmare una mancanza.
Caso tipico la morte o l’allontanamento di un figlio, o anche un suo matrimonio preso molto male, che portano a tumori al seno destro per i figli maschi, sinistro per le femmine. La reazione ad un matrimonio o ad un allontanamento di un figlio non è uguale per tutti i figli, ma risente di una complessità di situazioni. In casi più lievi al posto di un tumore si può avere un nodulo o una ciste, per es. una ciste ovarica, e anche qui la localizzazione porta il suo messaggio.

C’è un punto che nella medicina cinese è due dita sopra l’ombelico e nello schema induista corrisponde al terzo chakra, che è il luogo della volontà, del dominio, del potere. Un uomo ha in qualche modo la possibilità di esercitare su qualcuno questo potere, la donna meno. Per questo quando il potere di autonomia, libertà e indipendenza di una donna è leso, si genera una rabbia che può essere introiettata e non agita, e questa rabbia repressa fa gonfiare la pancia delle donne. La pancia gonfia di rabbia.
L’uomo invece quando eccede nella sua volontà di potere, può rendere massiccio lo stomaco. E’ difficile che un uomo abbia la pancia gonfia, più facile notare un ispessimento sullo stomaco che in certi uomini si irrigidisce come se portassero una corazza.

Ancora diciamo che nell’uomo la rabbia repressa porta a patologie del fegato.
Circa una malattia come l’ulcera si nota come nel tempo se ne sia parlato come di una malattia psicosomatica mentre oggi la si attribuisce a un batterio.

Per le reni si dice che trattengano le lacrime non piante che cristallizzano nei calcoli.
Le spalle riguardano ovviamente i pesi della vita e circa le patologie della colonna dorsale si dice che se la vita è pesa quanto un piccolo sacco di farina la si porta sul collo (artrosi cervicale), se il sacco è più grande, ci si deve piegare di più e sostenerla con la parte della schiena sopra la vita, se è ancora più pesante, si deve appoggiarlo fin sotto la vita (creste iliache).

Bene. Fin qui la teoria. Passiamo ora alla pratica e torniamo alla nostra Sandra, affetta da una malattia della pelle.
Una cosa curiosa di cui mi sono occupata in questi tempi sono le verruche. La mia nipotina Sofia di 6 anni ha una verruca nel palmo della mano sinistra. Ogni sera la mamma gliela brucia con un acido prescritto dal dottore ma la verruca ricresce. Mi hanno detto anche che le verruche sono come piante che estendono circolarmente le loro radici e che può accadere che una volta scomparsa la verruca centrale, ne sorgano altre tutte attorno al termine di ogni radice. Certo è che spesso le verruche sono recidive.
Ci sono varie terapie per questo tipo di male, laser, azoto liquido.. e vari acidi che sono anche pericolosi. Ma c’è una cosa strana su porri e verruche: sotto ipnosi spariscono.
Un tempo e anche oggi, nelle campagne, le verruche venivano trattate con le ‘segnature’. C’erano donnine che operavano delle suggestioni e facevano sparire questi problemi con una preghiera, o formule magiche. Da ragazza ho visto la nonna di Fabrizio che cuciva “con l’ago che non c’è e il filo che non c’è” un orzaiolo fiorito sotto l’occhio destro del suo nipote. E l’orzaiolo è sparito.
Anche la vitiligine, di cui abbiamo parlato per la mia nipote Veronica, scompare sotto ipnosi.
Ora io non voglio avvalorare riti magici, ma ci sono persone e situazioni in cui la psiche prende il controllo del corpo e lo guarisce. Tutto parte dalla convinzione che ciò si può fare. E accade.
Noi non sappiamo niente dell’ipnosi come non sappiamo niente della suggestione, che è un gradino più basso dell’ipnosi. Non sappiamo come funzioni, quali recettori del cervello metta in moto. Non sappiamo nulla, in verità di molte cose, nemmeno di come avvengano le comunicazioni tra mente e corpo. Ma sarebbe l’ora di cominciare a studiarle, queste comunicazioni. Io non sono realmente convinta che le donnine che segnano le verruche o il fuoco di S. Antonio siano dotate di capacità terapeutiche particolari, ma è certo che c’è una suggestione che mette in opera “un’autoguarigione” del corpo.
Un’amica con cui ho parlato da poco, ha raccontato che da bambina aveva delle verruche che le coprivano la parte inferiore della gamba destra. La portarono in ospedale e la madre poté scegliere tra due dottori: uno le bruciava, l’altro le guariva miracolosamente. Scelsero il secondo. Disse alla bambina che le avrebbe spruzzato sulla gamba un liquido magico che l’avrebbe fatta guarire e le spruzzò acqua di rubinetto. Le verruche sparirono.

Io non so quale relazione ci sia tra ipnosi e suggestione. E non intendo inoltrarmi nel territorio ignoto e insidioso dell’ipnosi di cui non mi spetta competenza perché non sono un medico. Ma nemmeno le guaritrici di campagna mettono in stato di ipnosi le loro clienti e qualche effetto lo raggiungono lo stesso.
Io so far fare un rilassamento profondo.
Dirò a Sandra di farlo con me per fare andare via la sua psoriasi.

Mistero è la malattia. Mistero la vita. Mistero la morte.
Pecca la ragione che vuole riportare tutto a semplicismo, visibilità e logica, togliendo all’essere la sua parte ombra, senza la quale la vita non è nulla.
Dice Pirandello: “Una realtà non c’è e non ci fu data, ma dobbiamo farcela noi, se vogliamo essere e non sarà mai una per tutti, una per sempre, ma di continuo e indipendentemente mutabile”.

Sono arrivata a Poggioraso. Fa freddo. Piove a dirotto. In albergo ci sono solo vecchie signore che giocano a pinnacolo o dicono piccole cattiverie. La mia vicina di tavolo, di rosa vestita con capelli da damina incipriata, mi ha fatto subito sapere che era contenta che se ai Mondiali della sera prima i Brasiliani avessero picchiato duro sui Tedeschi, però i Tedeschi “avevano picchiato di più”. E mi ha detto con sorridente sorriso che “non li sopporta quelli là”. Mi sono sentita immediatamente solidale con “quelli là” , chiunque essi fossero.
Questa è la prima vacanza che faccio nella mia vita senza Fabrizio, da sola, e sento che qualche cosa succederà. Ho avuto troppo mal di testa nell’ultimo mese e penso che stare fuori casa, in un posto come questo, tranquillo, che è stato l’ultimo posto di vacanza dove siamo venuti insieme, mi aiuterà. Forse.
Quando sono arrivata nella hall, ho cercato automaticamente Fabrizio dietro di me, ma non c’era. La sua assenza fisica mi ha dato un leggero senso di stordimento. Diventerò anch’io una turpe vecchietta di rosa vestita che gioca a pinnacolo e odia “quelli là”?
Non c’è senso. In realtà lui è sempre vicino. Ma non c’è qui il tavolino di noce costruito da lui dove mi saluta la sera. Quale altro segno userà?
La prima notte la sveglia si è messa a suonare furiosamente a mezzanotte, è vero che mezzanotte è l’ora dei fantasmi, ma credo di aver smesso sbadatamente l’allarme, per quanto quando mai ho messo la sveglia a mezzanotte?
Ricordo che Fabrizio continuava a dire che voleva passare un periodo da solo, in una baita, fuori dal mondo. Lui, sempre così ossessionato da mille cose da fare e così sempre in mezzo alla gente, sognava questa baita, che io gli disegnavo scomodissima per il riscaldamento, gli approvvigionamenti, la sua pigrizia del camminare in posti disagevoli, la mancanza di luce elettrica o di acqua corrente, la solitudine.. ma lui vagheggiava come un luogo di silenzio che lo chiamava a sé.
Non capiva che la baita può essere ovunque tu sia, anche in metropolitana, anche in un albergo pieno di vecchiette tutte elegantine e un po’ sorde, abbandonate qua da figli che vogliono essere lasciati in pace.
Fabrizio aveva la fissa della baita. Tornava e tornava su questo sogno finché, seccata, gli dicevo: “Ma vacci” in questa baita! Togliti lo sfizio! Che aspetti? Vacci! Io, però, non ci vengo”. Così non c’è andato mai. Era stato in un monastero da ragazzo, per una settimana di silenzio, ma c’era andato con l’amico del cuore e, la notte, chiudevano con una coperta gli spiragli della porta e passavano le ore e bere, a ridacchiare soffocando le voci e a giocare a carte come due scemi.
Forse io in questo albergo di Poggioraso sono venuta a cercare la mia baita.

Il mistero della sua morte è stato indicibile. Non avevo mai visto nessuno morire e non so se riuscirò mai più a togliermi dagli occhi l’evento sconvolgente che fu. Ho assistito a tutti i momenti della sua morte, ora per ora, istante per istante, fino agli ultimi tre profondissimi respiri che gli sollevarono il torace scheletrico, dopo cui restò immobile con la bocca aperta e gli occhi spalancati.
Erano stati, quegli occhi, negli ultimi momenti, fissi verso l’alto davanti a sé, come se vedesse qualcosa di straordinario. Che lo chiamava.
Quanta vita ci fu in quella morte!
Lo abbiamo tenuto per mano, io e Nicoletta, fino all’ultimo, io seduta su una sedia al suo fianco, lei accoccolata sul letto, tenendogli le mani per accompagnarlo in questo ultimo sforzo.
Era venuta da Londra per una settimana per vedere il padre e doveva ripartire ma lui stava così male che aveva deciso di rimandare il volo. Così rimase. A vederlo morire. Non si sarebbe perdonata se non fosse stata lì con lui fino all’ultimo.
Dopo che ebbe esalato l’ultimo respiro, entrammo in confusione, io non sapevo cosa fare per accertare che fosse morto e stupidamente gli misi uno specchio sotto il naso, come se negli ultimi tempi avesse mai respirato col naso, mentre era senza laringe e respirava per un buco che aveva nella gola.
Lo tenemmo per mano ancora per un’ora, aspettando la dottoressa dell’ANT, che sarebbe venuta a fare il certificato e parlavamo quietamente tra noi ricordando tante cose come se anche lui potesse sentirci. E in quell’ora non riuscimmo a chiudergli gli occhi né la bocca, e lui rimase in quella posa, come un povero teschio di avorio giallino, scarnificato dalla malattia.
Quando la dottoressa dell’ANT arrivò, andammo in salotto a firmare i documenti.
Ma quando tornammo in camera, era successa una cosa meravigliosa.
Il viso era disteso. Gli occhi si erano chiusi, la bocca si era chiusa, la pelle aveva un colore rosato e fresco come non la vedevo da un anno e le labbra creavano un sorriso bellissimo, molto ampio, piegandosi all’in su, in una incredibile dolcezza e felicità. Così dolcemente e con questa intesta felicità la morte lo aveva accolto. Come una Madre.

Ho chiesto a Fabrizio, dopo morto, com’è il nuovo mondo in cui si trova, ma esita a rispondere, mi dice che non ho gli strumenti per capire. Sembra che sia tutto diverso ma anche diversamente uguale, senza giorno né notte. Ci sta bene in quel mondo. Ha le sue attività che lo tengono fortemente occupato come qua. Capisco che prima o poi se ne andrà, sarà chiamato a una nuova vita, ma spero che non sia prima che io vado dove è lui. Mi piacerebbe che ci fosse ad accogliermi. Capisco che la sua esistenza, ora, è fuori dallo spazio e dal tempo, che può vedere tutto e capire molte cose, che vede anche il futuro ma che questo non è tutto visibile e certo perché ci sono momenti in cui possiamo cambiare tutto, noi, come dei demiurghi, il senso della nostra vita. Capisco confusamente anche che non ha più una unicità come abbiamo noi, anch’essa costituita di spazio e di tempo, e che può essere in molti posti contemporaneamente e può rispondermi ogni volta che lo interrogo e aiutarmi ovunque egli sia, perché non esiste questo ‘ovunque’ nel suo universo, ma un unico presente qui, e un’unica energia, che è, sempre.
Allo stesso modo, egli è ora insieme alla sua famiglia di sempre, più forte e grande di quella in cui è nato come corpo terreno, e unita da uno scopo che si realizzerà in vite successive, in modi preesistenti alle anime.
Gli faccio delle domande la sera e a volte ride senza rispondermi, come fossero domande senza senso. A volte mi risponde in modo molto preciso e mi dice il futuro di Nicoletta, di Matteo, di Sofia, di Davide…riempiendomi di stupore. E’ per questa sua presenza costante che non ho pianto mai in questi 16 mesi. Non è morto. E’ solo al piano superiore, ma è vicino appena lo chiamo. E’ presente. Solo fuori dal mio sguardo.
Ma mille volte vorrei prendergli la mano. E sentire la sua pelle fresca e liscia, ancora una volta.

Tre giorni dopo che mio marito morì, dopo il funerale, era di mattina, stavo in cucina che sciacquavo le tazze della colazione e lo sentii improvvisamente accanto, o meglio dire, attorno, come una energia dinamica, un vento allegro, mobilissimo che mi attorniava come una girandola. L’ultimo anno era stato sempre teso a letto senza nemmeno potersi sedere, mentre il corpo si piagava. Il cancro lo aveva preso a un’anca, con dolori terribili, prima di diffondersi in tutto l’intestino. Continuava a interrogare i dottori su questo dolore terribile all’anca, ricevendone solo risposte evasive. Ma ora il dolore non c’era più. E non solo poteva muoversi, poteva danzare. Era come un prigioniero liberato. Straripava la sua grandissima gioia, il suo stare bene, l’esaltazione del suo nuovo stato, il potersi muovere ovunque, la curiosità del nuovo mondo, della sua nuova, bellissima, condizione. Mi pareva quasi di vederlo, come quando aveva 35 anni, bellissimo, sano e pieno di benessere, con ancora tutti i suoi capelli, la sua forza e tutta la soddisfazione di una persona che sta bene. La morte era bellissima!

Fabrizio morì al mattino. Ma due notti prima del suo cambiamento era avvenuta una cosa straordinaria. Praticamente era stato un sogno e io non lo avevo nemmeno capito bene. Non dormivo ormai da un anno, brevi parentesi di sonno profondo alternate a lunghe veglie e alzate improvvise per aspirargli i catarri che lo soffocavano o fargli una iniezione calmante o raccogliere le sue urine prima che gli mettessero il catetere o passargli l’arnica quando il dolore era troppo forte, come se l’arnica potesse superare la morfina. Ma all’ultimo ero terrorizzata dall’idea che morisse nel sonno mentre io dormivo. Lasciavo accesa la luce del bagno e, stesa al suo fianco, protesa verso di lui, ogni tanto aprivo gli occhi per guardare se respirava ancora. La sua cassa toracica ormai ridotta alle sole ossa si stagliava contro il barlume che proveniva dal bagno e io guardavo se si alzava e abbassava nel respiro.
Ma quella volta mi addormentai di colpo profondamente. Ed ecco che tra me e lui apparve una luce incredibile, tenue e intensa allo stesso momento, calda di un giallo-rosa molto delicato, una cosa che mi pareva di non avere mai visto, occupava tutto lo spazio che ci separava ma in qualche modo sembra molto più grande, infinita, dolcissima. L’emozione mi svegliò completamente e spalancai di colpo gli occhi, spaventata.
Al mattino raccontai a mia figlia che avevo sognato “un angelo”.
Solo dopo mi ricordai improvvisamente che quella luce io l’avevo già vista.

Dopo la diagnosi di morte che mi fecero a 35 anni, dopo una vita segnata da continue malattie bronchiali, per cui avrei dovuto morire entro due mesi per difficoltà respiratorie ormai irrisolvibili, non ero morta ma avevo passato 7 anni terribili in attesa della morte e anche desiderandola come una maledizione in cui non si vede l’ora di buttarsi dentro.
Un’estate in particolare fu insopportabile, mia madre che avevo curato nei suoi ultimi anni, era morta, ma io ero voluta tornare a Zocca lo stesso dove avevamo preso un appartamento per i mesi estivi, in montagna, per scansare il caldo umido di Bologna, ma non troppo in alto per lei e vicino alla città. L’appartamento era stato fissato anche quell’anno e ci volli andare lo stesso, contro il parere di mio marito che non amava quel posto di commercianti falsamente gentili ma attenti solo al lucro, dove era troppo difficile farsi degli amici e non c’erano passeggiate o parchi dove stare.
Così mi ero ritrovata sola e frastornata in una casa vuota, troppi pensieri e un senso di solitudine schiacciante.
In quel mese di agosto la tosse ritornò, e siccome non avevo perso la paura di morire per cause respiratorie, la cosa mi spaventò molto. In realtà ero stata miracolata e non avevo più quattro bronchi come alla nascita ma due come tutti gli umani normali, ma ancora non lo sapevo.
Dunque la notte, sola nella mia camera vuota, ero squassata dalla tosse, col pensiero ossessivo della morte.
Di giorno ero a pezzi e dopo pranzo mi buttavo sul letto per un breve riposo.
Dunque accadde che, per tutto quell’orribile mese di agosto, come chiudevo gli occhi, cominciava la corsa nel tunnel. Io ero senza corpo, ero solo movimento rapidissimo e correvo a grande velocità dentro un tunnel. Non so se fosse veramente un tunnel. Era una profonda oscurità che percorrevo in modo obliquo, salendo a velocità pazzesca e con l’impressione di avere qualcuno dietro, dalla parte destra, che era legato a me. La traiettoria era definita in modo circolare perché vedevo dei brevi sprazzi di luce attorno. Ma quello che mi attraeva in misura indicibile era la luce che mi aspettava dall’altra parte, alla fine della corsa, una luce giallo-rosa, molto delicata ma insieme intensa. E la cosa straordinaria era che quella luce sembrava una persona e irradiava un infinito amore, palpitava dolcemente, come se mi chiamasse e io sapevo che, se l’avessi raggiunta, avrei provato una infinita felicità.
Ma, ecco che, poco prima, di arrivare a lei, mi svegliavo di colpo, come risucchiata da una energia meccanica di vita ed era una impressione sgradevolissima, come se quella parte di me fosse ‘costretta’ a rientrare nel corpo ma anche come se vedessi il mio corpo materiale come qualcosa di basso e inferiore, il corpo di una lucertola, di un rettile, dove il mio Io vero veniva ‘vomitato’ rispedito dal basso verso l’alto, come in un pozzo oscuro.
Ecco, la luce che avevo visto quella notte tra me e mio marito era la stessa luce giallo-rosa palpitante che avevo visto in fondo al tunnel.
Dunque potevo capire la sua gioia: era arrivato a uno stato di felicità e di amore totali. Aveva raggiunto qualcosa di meraviglioso che nessun umano può sperimentare, qualcosa di soprannaturale, che ci aspetta come una Madre amorosa, sanando tutte le nostre ferite.

Sono a Poggioraso da tre giorni, il tempo si è rimesso, la temperatura è salita, il cielo è limpido e il paesaggio bellissimo, ma io sono un topo di biblioteca, camminare non mi piace e mi stanco subito, sono fotofobica e la luce forte mi disturba la vista e mi fa venire le borse sotto gli occhi. Sto bene solo all’ombra e seduta davanti ai miei libri e al computer. Poi mi stordisce l’idea di essere qui da sola per la prima volta senza Fabrizio, mi dà un senso di disorientamento e di fragilità, di abbandono anche, che a casa non ho, perché sono circondata da tutte le cose di lui.
In albergo ci sono solo vecchie signore parcheggiate qui dalla famiglia per mesi, la pensione costa solo 60 euro al giorno e si mangia molto bene, le camere sono belle, le due sorelle che gestiscono l’albergo sono molto cordiali e trattano le vecchie signore con molte attenzioni. Ieri la mia vicina sorda ha compiuto gli anni e le hanno regalato un piantina grassa con fiorellini rosa molto bella che lei ha tenuto sul tavolo da pranzo. Le vecchie signore chiacchierano molto e giocano a pinnacolo, camminano anche molto, certo più di me, solo io resto in albergo da sola coi libri e il computer. Molte si conoscono da molto tempo, perché sono anni che vengono qui, alcune sono decisamente sorde. Ho fatto le prime conoscenze e mi hanno anche divertita. Come tutte le donne vecchie e come faccio del resto anch’io, raccontano le loro vite che sono il loro romanzo. Sono vite molto interessanti, le ascolto volentieri. Ma in genere sono sola in albergo e anche qui leggo e scrivo. Mi sono portata dei libri sull’autismo e studierò quello. Infine ho cominciato il mio romanzo partendo da qui, da questo albergo di montagna, da quello che incontro, dalle mail che ricevo.
L’ho chiamato ‘Una seconda possibilità’, di getto, perché questo è ciò che sento.
Passato il momento delle pratiche amministrative e messe a punto tutte le pendenze pratiche, finiti tutti i traslochi, gli spostamenti e le vendite, sono convinta di essere entrata in una fase della vita nuova in cui questo è il mio compito, raccogliere tutto assieme quello che mi è accaduto perché faccia da alveo per la vita futura, se ce ne sarà. Per cui oggi sono dominata da un forte senso di sincronicità: tutto quello in cui mi imbatterò non sarà a caso, farà parte della nuova lezione di vita, si legherà insieme e io lo osserverò con cura, perché la mia trasformazione deve avvenire proprio qui, ora, per ogni cosa che mi toccherà. Ogni cosa sarà importante, perché una nuova vita comincia da un nuovo modo di vedere.
Un detto buddhista dice: “Mangia, bevi, dormi”. Io aggiungo: “Osserva e impara”. Il Buddha è in ogni cosa che incontri. Il Buddha è ovunque. Ma soprattutto osserva te stessa. E impara quanto è rapido il cambiamento in te, se lo vuoi.

La prima lezione che cerco di imparare è l’umiltà. Io sono un giudice terribile. Come vedo una persona, la catalogo, stralcio valutazioni rigide, etichetto in modo assolutistico. Non uso solo metri psicologici, di osservazione comportamentale, ma valutazioni di colore affettivo radicale, simpatia, antipatia, intolleranza, allergia… E non amo in genere le vecchie signore. Così sto imparando, mio malgrado, che le mie osservazioni possono essere sbagliate. Che non è giusto né sensato etichettare gli altri sulla prima impressione. Che basta un ascolto attento dell’altro, un porsi alla sua accoglienza, e l’altro diventa diverso da come sembrava, si apre, si svela, e quello che rivela può essere interessante e insegnare cose che nella tua supponenza non avresti imparato mai. E io sto imparando dalle vecchie signore.
Anzi dovrei proprio smettere di chiamarle ‘le vecchie signore”. Cos’altro sono io a 72 anni? E dovrei smettere di chiamare la mia vicina di tavolo “la damina sorda”. Oggi una signora dal fondo della sala ha detto una battuta comica e tutte sono scoppiate in una risata, anche la mia vicina di tavolo. Io no, perché non l’ho sentita.

Forse non sto studiando l’autismo per caso, al di là della sindrome che può essere gravissima, colpisce nell’autismo la definizione generica di “mancata partecipazione ai significati”. Io sembro in apparenza molto socievole ed estroversa, parlo con tutti, approccio facilmente la gente, ma nel mio avvicinare gli altri c’è sempre la presunzione di parlare di me, di esibirmi, di mostrarmi come ‘brava’. C’è una natura troppo egoica che ha imparato poco a vivere “la partecipazione ai significati dell’altro”.
Ho lavorato tutta la vita sulla comunicazione, sono una insegnante vocazionale e la materia che mi piace di più insegnare è la psicologia, che si fonda sull’osservazione ma implica l’empatia. Mi viene in mente l’etologo Lorenz, che, per studiare le anatre, entrava nello stagno con loro. Come si può capire l’altro, se non si partecipa al suo mondo? Se non si entra nel suo stagno? Ma spesso una forma di blocco mi impedisce questa partecipazione. E allora mi aggiro attorno agli altri senza poterli contattare veramente e sfoggio una superiorità che è totalmente fuori luogo e controproducente come fosse la medaglia che viene esibita dal bambino che non sa giocare.
Mi attacco all’alibi della mia storia, per cui non ho imparato a relazionarmi con gli altri perché per 29 anni i miei mi hanno proibito di avere rapporti sociali, costringendomi a vivere nell’isolamento e nel silenzio, da cui uscivo solo per andare a scuola prima e poi al lavoro. La mia unica relazione, segreta, proibita, e strappata con mille sotterfugi, è stata con Fabrizio, dai 14 anni in su, per 15 anni prima di sposarlo. E’ sempre stato affascinante, simpatico, dotato di una empatia naturale per cui tutti lo consideravano subito un amico, un fratello, qualcuno di famiglia, qualcuno da amare. E non ho mai capito perché si fosse innamorato di una come me, bizzarra, strana, sicuramente meno bella, capace solo di studiare, scorbutica e che gli diceva sempre no.
Forse oggi per me cercare di curare è un altro modo per imparare a comunicare con l’altro. Per entrare nella sua energia, nel mondo dei suoi significati. Forse tanti che non sanno proprio comunicare entrano nel mondo della cura, della medicina, dell’assistenza, proprio perché attratti da un rapporto interumano sentito come impossibile. Forse siamo tutti autistici senza saperlo.
I miei allievi-amici mi hanno insegnato tante cose. Una mi ha sempre stupito: io, che ho usato sempre le parole per vivere, per capire, per insegnare, per comunicare, per aiutare, per aggredire anche o difendermi… ho provato dei momenti di totale unione con l’altro solo in situazioni di totale silenzio, in cui le parole non servivano più, cadeva il loro schermo difensivo, che sembra lanciato come un ponte tra noi e gli altri per unire ma che troppo spesso divide, e in quel silenzio diventato accogliente e calmo come due mani messe a conca, nasceva una serenità inspiegabile, un senso di comunanza al di sopra di ogni suono, uno stare insieme.

Una volta ero con Alessandra, dopo la morte di sua madre, di sera, su un marciapiede buio, fuori del dopolavoro dei postelegrafonici, alla fine di una lezione. E stavamo lì al buio senza parlare. Lei era stroncata dal suo lutto recente. Io non sapevo come consolarla. Ma in quello stare insieme, vicine, in silenzio, nacque qualcosa che ci abbracciò entrambe.

Un’altra volta ero nella navata sconsacrata delle “Sette chiese” con un dolore fortissimo contro mio marito per qualcosa che mi aveva fatto e che non ricordo nemmeno più e mi sentivo a pezzi e disperata. E la mia amica Laura mi prese le mani senza parlare. E restammo così in silenzio, seduti sui banchi, nella navata. E in quel silenzio nacque qualcosa di protettivo, di consolatorio che mi rilassò e mi riportò alla pace.

Noi crediamo, erroneamente, che la cura dell’altro abbia bisogno di parole, siamo affamati di parole, vorremmo essere maestri di parole, crediamo anche che chi ha più parole sia più bravo, riesca meglio nella vita, abbia uno strumento in più. E poi nei momenti cruciali della vita scopriamo che può valere di più un silenzio e che nel silenzio si genera qualcosa che supera l’io come l’altro, che li comprende entrambi, e che in quel silenzio di parole, l’energia del cuore può scorrere più pulita, più diretta, come qualcosa che non viene né da me né da te.
Dopo una vita in cui sono stata maestra di parole, mi piacerebbe, ora, essere un maestro di silenzio.
La cura deve passare nel silenzio. Io credo che qualche cosa passerà, se mi metterò, io, a servizio della cura.

Scrive Piero:
“Tocchi argomenti che da sempre mi fanno molto pensare, come persona e ancora di più come medico. Anche io penso che se tentiamo una cosa, dobbiamo farci cullare dalla convinzione, magari solo nostra, che quella cosa funzioni davvero.
Penso alla tua amica che dovrà fare la chemio . Se davvero ha tanto amato e ricevuto amore il tuo è un modo per accarezzarle l’anima e darle più speranza.
Credo che la speranza sia una cura, sempre, mentre la sua mancanza anticipa sempre la nostra fine.
Se tu sei in grado di regalarle anche solo una goccia di speranza, che così sia. Fa lo stesso se, giustamente, la tua parte razionale poi si interroga e dubita.
Certo, come medico non posso non credere anche alla medicina tradizionale.
Ma ripenso sempre al viaggio meraviglioso di Tiziano Terzani all’interno della malattia e nel mondo delle medicine così dette non tradizionali, che è stato anche un incredibile, inaspettato viaggio all’interno di se stesso .
Mi domando sempre se non sia stato quel viaggio, nello spazio interiore ed esterno, a farlo vivere altri cinque anni, quando tutti gli avevano detto che, al massimo, ne avrebbe vissuto uno solo.

Riserve di forza ne abbiamo più di quanto non crediamo. Tutto sta a far trovare loro la strada per uscire. Se le persone ci possono aiutare ancora meglio. Se aiutiamo gli altri, aiutiamo sempre anche noi stessi.
Devo raccontarti una cosa. Non riesco a dirla a parole ma scriverla spero sarà più facile. La parola scritta è sempre stata il mio mondo, forse davvero un dono che ho avuto, ma anche, fammelo dire, una maledizione. Perché, se sai scrivere, prima devi saper guardare senza voler per forza capire, senza voler per forza dire. Una attività che tanto mi ha dato, in positivo, è vero, ma che mi ha portato anche parecchia sofferenza .
Va’ in montagna e cerca di fare tutto quello che vorresti fare.
La nostalgia più grande che ho è quella di lunghissimi pomeriggi d’estate, in montagna, dai miei nonni, seduto sotto un albero a leggere, per ore.
Un tempo incantato, oltre che l’incanto di un tempo purtroppo perduto per sempre.
Spero, invecchiando, di ritrovarne un pizzico almeno, di quel tempo.
Ciao.
Piero.

.
Ti terrò nel mio silenzio come in una culla
Ti curerò senza parole e senza medicine
Sarò semplicemente in te con te
Come la mamma che dorme col bambino
vicino al cuore

.
INDICE ROMANZO

CAPITOLO 1 : https://masadaweb.org/2014/07/13/masada-n-1545-13-7-2014-romanzo-una-seconda-possibilita-capitolo-1/

Regressioni a vite precedenti – La guarigione a distanza – Le visualizzazioni- I numeri simbolici

CAPITOLO 2 : https://masadaweb.org/2014/07/17/masada-n-1546-17-7-2014-romanzo-una-seconda-possibilita-capitolo-2/

Le malattie psicosomatiche – Induzione e ipnosi come forma di terapia – Le verruche

CAPITOLO 3 : https://masadaweb.org/2014/07/22/masada-n-1547-romanzo-una-seconda-possibilita-capitolo-3/

Tutto comincia dalla testa – Talismani: la croce di Ankh – Rievocare altre vite o momenti traumatici del passato – Incubi ricorrenti – Leggere negli altri una storia fatta di tante storie

CAPITOLO 4 : https://masadaweb.org/2014/07/28/masada-n-1550-28-7-2014-una-seconda-possibilita-romanzo-capitolo-4/

Isobare psichiche – Rane – La lezione del dolore – La lezione del piacere – La sessualità sacra – La verginità eterna – Ma cos’è l’orgasmo? – Eiaculazione precoce, vaginismo e omosessualità

CAPITOLO 5 : https://masadaweb.org/2014/07/29/masada-n-1551-29-7-2014-romanzo-una-seconda-possibilita-capitolo-5/

Pene d’amore – Il tradimento – La trasgressione – Amare l’impossibile

CAPITOLO 6 : https://masadaweb.org/2014/08/06/masada-n-1552-6-8-2014-una-seconda-possibilita-romanzo-capitolo-6/

La casa infestata – Sogni premonitori – Messaggi dall’al di là – Le vite precedenti

CAPITOLO 7 : https://masadaweb.org/2014/08/13/masada-n-1554-13-8-2014-romanzo-una-seconda-possibilita-capitolo-7/

Storia di Deneb – Testimonianze sulla premonizione – Sentirsi estranei a questo mondo – Rispettare la propria unicità – La diversità è un dono – I prescelti

CAPITOLO 8 : https://masadaweb.org/2014/08/13/masada-n-1555-13-8-2014-romanzo-una-seconda-possibilita-capitolo-8/

Le discriminazioni – La cultura è il frutto del potere – Rifiuto sociale delle diversità – Chiaroveggenza – Il motivo per cui siamo venuti a nascere – Un compito che si realizza in più esistenze successive – Profezia – Il terzo occhio – L’archivio globale

CAPITOLO 9 : https://masadaweb.org/2014/08/16/masada-n-1557-16-8-2014-romanzo-una-seconda-possibilita-capitolo-9/

Il mio amico omosessuale – I segni sincronici – L’essenza di una coppia

CAPITOLO 10 : https://masadaweb.org/2014/08/21/masada-n-1560-21-8-2014-romanzo-una-seconda-possibilita-capitolo-10/

CAPITOLO 11: https://masadaweb.org/2014/08/23/masada-n-1562-romanzo-una-seconda-possibilita-capitolo-11/
Vedere i fantasmi – Bachi vampirici, boli, ragnatele, girandole di luce – I punti nodali – Figure non terrestri – Una guarigione miracolosa- Uscire dal corpo – La psiche, l’anima, lo spirito – il Tunnel – L’Osservatore- L’Aldilà

CAPITOLO 12: 12 http://www.grognards2011.it/2014/08/masada-1563-capitolo-12-masada-n-1563-25-8-2014-romanzo-una-seconda-possibilita-cap-12/
Una antologia di fatti paranormali – Il sogno premonitore – Un profumo dall’al di là – Il cane nero – La Bologna delle acque – Santa Caterina de Vigris – Bene e Male camminano vicini

CAPITOLO 13: https://masadaweb.org/2014/08/30/masada-n-1565-romanzo-una-seconda-possibilita-capitolo-13/

Un ignoto chiamato l’angelo – La potenza energetica di un gruppo – Messaggi da lontano – L’animale totemico – La voce diretta – La scrittura automatica – Storia di Lori

CAPITOLO 14: https://masadaweb.org/2014/12/27/masada-n-1606-27-12-2014-una-seconda-possibilita-ultimo-capitolo/

Il sogno della nuova casa- Il sogno della nave dei morti -Il rito sciamanico del Santo Daime- Conclusioni

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14 commenti »

  1. Cara Viviana, rispondo subito, di getto, dopo aver letto fugacemente la tua lettera, inglobando tutto quello che mi viene, e come mi viene.
    Hai iniziato dalla parrucchiera e volevo risponderti che io sono allergica alla parrucchiera, da cui vado solo per il taglio dei miei capelli che porto cortissimi da quando avevo 18 anni, pur amando da sempre alla follia quegli chignon e acconciature morbide così femminili.
    Sono allergica alle chiacchere, alle vacuità e a tutto quel mondo superficiale di “immagine” che riempie i saloni di parrucchiera, quando tu percepisci, purtroppo, il vuoto dietro alle maschere.
    Dalla parrucchiera sei passata poi in un altro universo, questo sì vero e profondo, pieno di amore, di memorie, di dolore.
    Ho 72 anni come te, anni pieni di esperienze che è impossibile raccontare e che mi hanno fatto raggiungere un livello di sofferenza inumano: ho provato l’orrore di una dimensione oltre la capacità di sopportazione umana, la sensazione di essere finita in un’orbita eterna di dolore da cui era impossibile fuggire.
    Sono state esperienze spirituali e fisiche che mi hanno portato veramente in un’altra dimensione. Se penso a quello che mi hanno lasciato, devo dire che ho trovato in me una forza che mai avrei pensato di possedere. Ma a che scopo?
    Non trovo un senso al mio percorso, all’attesa , se vogliamo, del ritorno del Cristo o della Luce promessa quando tutto di me urla ilsuo limite umano.
    Non so che penserai del mio scritto uscito da chissà dove( dalla parte più profonda di me…) e del resto tu sei una sensitiva, chissà cosa ti arriverà!
    Un abbraccio di empatia e simpatia per la tua bellezza che si mostra nuda senza timori.
    Sono con te, come dire, nella PRESENZA di Fabrizio
    Gabriella

    Commento di MasadaAdmin — luglio 17, 2014 @ 7:31 pm | Rispondi

  2. Cara Gabriella
    mi sono trovata in imbarazzo di fronte alla tua lettera. Allora ho chiesto a Fabrizio cosa dovevo dirti. E lui ha rispostio: “Dille di non disperare. La fede è un atto di grazia, ovvero un dono. Ti arriva quando meno te lo aspetti. Non occorre nemmeno che tu la meriti. E’ un atto di amore che arriva a te non sai da dove e non sai perché. Ma arriva. Siine certa”.
    baci
    viviana

    Commento di MasadaAdmin — luglio 17, 2014 @ 7:34 pm | Rispondi

  3. Cara amica, non posso più leggere quello che sta accadendo in Italia e nel mondo.
    Ho letto i tuoi ultimi Masada, ma devo assolutamene ascoltare il suggerimento della psichiatra-molto brava – che mi ha in cura.

    Sono nata in una famiglia impegnata socialmente, dove si parlava e si faceva lavoro sociale.
    Ma ora il mio cuore non può reggere la politica e l’andazzo delle cose italiane; vado in tachicardia e questo non facilita l’adattamento alla mia età avanzata che, è un periodo sconvolto dalla perdita delle persone amate e da uno stato fisico che si chiama “vecchiaia”.
    Non uso la parola vecchiaia quando parlo in quanto ho compreso che a Bologna pare che la vecchiaia non esista …. tutti matti gli italiani.

    Ho letto i tuoi due ultimi Masada e ne traggo conforto poichè anche tu parli con chi non è più materialmente terrenamente presente.
    Chiedo consigli, affetto e speranza: la mia speranza è piccola e la voglia di vivere è una cordicella sottile.
    Ti aspetto

    Mariapia

    Commento di MasadaAdmin — luglio 17, 2014 @ 7:37 pm | Rispondi

  4. Cara Viviana,
    che strana risposta la tua!
    Grazie comunque della risposta da Fabrizio, la metto nel complesso delle cose “Altre” che non hanno una logica razionale.
    Non è questione di disperare, è che credo, oserei dire che so, che mi deve arrivare quello che so di meritare, e cioè il ritorno della metà della mia anima che vive in questa dimensione, che mi ha trascinata inconsapevole sulla sua via spirituale estrema e che sento profondamente come termine e risposta ad un viaggio interiore inenarrabile.
    La certezza di questa riconciliazione deve fare però i conti con il tempo insostenibile della sua realizzazione
    Lascio andare le cose come vengono, compresi gli impulsi e gli incontri come quello che è avvenuto virtualmente con te.
    Un grande abbraccio

    Gabriella

    Commento di MasadaAdmin — luglio 19, 2014 @ 5:56 am | Rispondi

  5. Cara Viviana
    quando dici “A volte mi sembra che tutto quello che mi è successo nella vita si colleghi in un disegno unitario, tendente a uno scopo e che basta che io lo accetti perché tutto si ordini e abbia senso.”

    mi fa pensare ai miei primi 10 anni di liberta (= da che ho lasciato la casa di roma e sono diventata una persona “normale”) in cui non mi sono preoccupata di niente, ma proprio di niente, e che tutto e’ andato liscio come l’olio … ho lavorato come una matta ma sapevo che diligenza, lavoro, disciplina e buon senso avrebbero risolto tutto, ed infatti tutto e’ successo senza problemi e con tanta leggerezza … ho pure avuto due borse di studio dal CNR per lo stesso posto nello stesso moneot di mio marito e per lo stesso laboratorio! statisticamente era impossibile avere questa situazione ma che posso dire? era il destino? insomma le cose vanno cercate e se e’ destino di sicuro si trovano !

    e ora che mi preoccupo sempre – tutto sembra piu difficile … mannaggia … mi devo lasciare andare e forse tutto ritornera come prima … facile!

    e’ vero che noi ci creiamo la vita, le situazioni e quello che ci meritiamo e noi siamo gli unici resposnabili, ma mi sembra sempre che ogni cosa capita perche in realta c’e uno scopo, un fine, una lezione da apprendere… e questo ci dovrebbe far sentire in pace .. insomma senza preoccupazioni – facciam quel che possiamo e poi se e’; destino, tutto s’avvera …

    il guaio e’ che mi scordo sempre questa verita… e continuo a preoccuparmi.

    …e se tu riesci a prendere tutto come viene mi sembra la cosa migliore!!

    buona vacanza!
    Giusi … in partenza per il Laos !

    Commento di MasadaAdmin — luglio 19, 2014 @ 6:00 am | Rispondi

  6. Dalle parole di Pietro Grasso ai ragazzi 19 luglio
    Deduco lo stesso pensiero
    Nella vita privata come nella società.
    Vi possono essere enormi sconfitte
    Da esse bisogna non lasciarsi sconfiggere
    Ma traiamo del giovamento per il futuro
    L’importante è ascoltare la nostra coscienza e
    Non rinunciare alla rettitudine non accettando nessun compromesso
    Vittorio Arrigoni L’unico, meritevole dell’appellativo di
    eroe insieme a Carlo Urbani, in questo scorcio di secolo schizofrenico.
    Vi sono, fortunatamente altri probi, compiono passi da giganti. In silenzio, per salvare un po’ di umanità
    Mentre i licenziosi improponibili lestofanti riempiono
    le scene internazionali arroganti ed aggressivi.
    Il danno è nell’esempio: insegnano a generazioni
    di ragazzi. Ormai si misura l’enorme nocumento
    Increscioso è il giornalismo che li esalta. Responsabile
    di enormi guasti alla rettitudine di generazioni di ragazzi
    cresciuti confrontandosi con modelli venerabili di lestofanti

    Commento di Rosa Anna Oioli — luglio 20, 2014 @ 2:22 pm | Rispondi

  7. Cara Viviana,
    mi permetto di utilizzare “ cara “ perché sgorga con semplicità’ dal cuore anche se non ci conosciamo. E’ da parecchio che vagabondo fra i tuoi scritti e le tue emozioni dopo essere capitato per caso ( ma esiste davvero? ) su Masada. Sono da parecchio alla ricerca di qualcosa che sento ma so anche perfettamente che è già tutto dentro di me ed esce poco per volta, forse un tanto al momento giusto. In alcuni momenti è una ricerca disperata … forse violenta … in altri è amore talmente assoluto che sgorgano lacrime purificatrici ma allo stesso tempo la tensione vive in una calma assoluta ( chiedo venia ma è molto difficile da spiegare ). Ho anche vissuto, forse, stati di coscienza modificati in cui il tempo scorre lentamente, come una volta, qualche tempo fa, in cui ho percorso con l’auto 50 km di strada montana alla metà del tempo occorrente normalmente e andando piano e ascoltando musica “ particolare “ e ancora oggi ricordo solo la partenza … l’arrivo … e una specie di stupore istintivamente consapevole. Poi mi ricordo che in Calabria ( sono di Catanzaro ) diciamo che anche le pulci hanno la tosse e penso di avere i primi sintomi dell’Alzheimer ….
    E’ da tempo che volevo scriverti ma come capisci ancora non ci riesco ed è per questo che ti mando un link di gmail dove potrai scaricare ( sono piu’ di 100 mb e non lo potevo mandare come allegato ) 6 brani di un cd di un artista inarrivabile che è transitato su questa nostra povera terra considerandolo forse un modo per comunicare
    Non so se lo ascolterai ma non è musica new age e se lo cestinerai non ne sarò offeso
    e ora che ci penso non so neanche se questo è l’indirizzo corretto per scriverti
    se mi hai letto scusa la grande confusione
    Antonio

    01 Ocean I.mp3
    ​​
    02 Akhira I.mp3
    ​​
    03 Ocean II.mp3
    ​​
    04 Dunya.mp3
    ​​
    05 Akhira II.mp3
    ​​
    06 Takism.mp3

    Commento di MasadaAdmin — luglio 21, 2014 @ 3:52 pm | Rispondi

  8. Grazie, Antonio
    ascolterò la tua musica con piacere
    Qualche volta siamo su questa Terra. Qualche volta crediamo solamente di esserci, ma siamo Altrove
    Viviana

    Commento di MasadaAdmin — luglio 21, 2014 @ 3:53 pm | Rispondi

  9. La conosco da tempo e apprezzo molto quello che scrive.
    Complimenti e grazie
    Roberto

    Commento di MasadaAdmin — luglio 22, 2014 @ 6:27 am | Rispondi

  10. Cara Viviana
    La seguo da tempo e volevo chiederle cortesemente un parere.
    Sono fondamentalmente un depresso una delle tante vittime di questa crisi economica. Da qualche anno mi sono dovuto adattare a fare un lavoro diverso dopo aver perso quello precedente dopo 20 anni.
    Questo ha comportato il dover mancare da casa lasciando moglie e figlio piccolo di 3 anni per settimane intere. A peggiorare il tutto un ambiente di lavoro dove non esiste umanità’ e rispetto per niente e nessuno. Cercare un altro lavoro e’ di questi tempi quasi impossibile e a volte il desiderio di mollare tutto e’ forte. Si resiste solo pensando al bimbo usando da tempo antidepressivi. La mancanza di speranza ed il vedere il continuo peggiorare della situazione economica mi spegne l’anima. Mi scusi per lo sfogo , ma sono molto sconfortato.
    Distinti saluti
    Roberto

    Commento di MasadaAdmin — luglio 22, 2014 @ 6:31 am | Rispondi

  11. Caro Roberto
    la tua lettera mi intristisce. Purtroppo il tuo caso è sempre più frequente. Sembra di essere tornati a mezzo secolo fa quando ancora gli Italiani dovevano stare lontani dalle famiglie per sopravvivere. Il fatto poi che tu abbia perso un lavoro che avevi da 20 anni e che tu abbia dovuto lasciare tua moglie e il tuo bambino rende tutto ancora più pesante. Davvero non so come fai, tu sei uno dei tanti eroi sconosciuti che sacrificano se stessi per il futuro dei loro figli. Io ho vissuto per 30 anni da sola vedendo mio marito solo raramente, tirando su da sola mia figlia e provvedendo da sola a mia madre invalida e so quanto sia duro avere una famiglia spezzata. Cerca di resistere e sperare. Verranno tempi migliori. Ormai stiamo arrivando rapidamente al punto più basso di questa sinusoide e possiamo solo salire. Stringi i denti e vai avanti. La tua costanza e la tua tenacia saranno premiati. Non possiamo continuare ad andare così male. Ci sarà una reazione positiva, magari non dagli stessi Italiani che sembrano in gran parte aver perso il senso di quanto accade e continuano stoltamente a sostenere coloro che sono causa della nostra rovina.
    Se guardo indietro, non posso che vedere quanto il potere sia insensibile e feroce. Mio padre a 8 anni era in Corsica a fare il carbone e a 20 era in Francia come cameriere. Mia figlia vive a Londra e io la vedo solo raramente, è espatriata come ha fatto un milione di Italiani e i miei nipotini crescono lontani da me, né del resto io potrei trasferirmi a Londra che è troppo cara per le mie finanze. Mio marito è stato lontano da casa per 30 anni. Ma quelli che comandano anche oggi e anche peggio di prima sembrano non avere alcun interesse alle nostre sofferenze, non fanno nulla per aumentare il lavoro e tenere unite le famiglie, se ne fregano del nostro futuro e della nostra sopravvivenza, pensano solo a rinforzare il loro potere e le loro ricchezze personali.
    Io posso solo stimarti per quello che fai e incoraggiarti a confidare in te stesso. Tua moglie e tuo figlio capiranno tutto l’amore che hai per loro e i tuoi sacrifici e ti vorranno ancora più bene per questo
    Da parte mia ti auguro ogni bene. Stringi i denti e sii fiero della tua battaglia. Il mondo va avanti grazie a quelli come te e non certo in virtù dei malefici che ci comandano. Sono le persone di buona volontà che tengono in piedi il mondo ed è grazie a loro che ancora qualcosa va avanti.
    Un giorno starai meglio, te lo assicuro. Vivi per quel giorno e stai sicuro che la tua famiglia sentirà sempre il tuo amore e ti sarà sempre vicina
    ti abbraccio
    Viviana

    Commento di MasadaAdmin — luglio 22, 2014 @ 6:46 am | Rispondi

  12. Prof.essa Vivarelli, buona sera. Sono molto interessato ai suoi testi su Jung e vorrei acquistare una copia del suo libro “Lo specchio più chiaro”, che a Bologna non riesco a trovare nè in libreria nè su Internet. Cortesemente potrebbe darmi una traccia per la sua “individuazione”?
    La ringrazio molto.
    Claudio d’Alessandro

    Commento di MasadaAdmin — luglio 22, 2014 @ 6:53 am | Rispondi

  13. Caro Claudio
    il mio libro di 700 pagine su Jung non è stato pubblicato. Del resto sono poco interessata al guadagno monetario e al momento il libro ha già avuto molte migliaia di lettori, più le centinaia che hanno seguito i miei corsi. Una casa editrice lo voleva pubblicare ma solo a patto che fosse ridotto a 200 pagine, cosa per me inaccettabile, visto che ci ho lavorato per 20 anni e non avrebbe senso per me farne un riassunto. Per cui non può trovarlo in libreria, ma solo sul web, dal momento che l’ho offerto gratuitamente a tutti. Può scaricarlo partendo dal mio blog http://masadaweb.org. Nella home vede a destra i Masada consigliati e tra questi Psicoanalisi. Da lì trova via la traccia per rimettere insieme tutte le lezioni.
    Quest’anno ho ripreso i corsi a Bologna e a settembre partirà il secondo.
    Grazie per il suo interessamento

    Viviana

    Commento di MasadaAdmin — luglio 22, 2014 @ 6:55 am | Rispondi

  14. Grazie di cuore Viviana,
    un abbraccio anche a te

    Roberto

    Commento di MasadaAdmin — luglio 23, 2014 @ 5:58 am | Rispondi


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