Nuovo Masada

aprile 14, 2014

MASADA n° 1528 2014-4-2014 ‘UN METODO PERICOLOSO’ – FILM- IL CASO DI SABINA SPIELREIN

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A cura di Viviana Vivarelli

La schizofrenia – Ricerche iniziali – Bleuler e la clinica di Zurigo – Il giovane Jung – Gli inizi della psicoanalisi – Una relazione tormentata – Transfert e controtransfert – Eros e Tanatos – Le donne di Jung

‘A Dangerous Method’ = ‘’The talking cure

I film su Carl Gustav Jung sono molti e riguardano in genere i primi casi che egli trattò:

Freud (Mini serie) (1984), di Moira Armstrong, interpretato da Michael Pennington

Cattiva (1991), di Carlo Lizzani, interpretato da Julian Sands

Prendimi l’anima
(2002), di Roberto Faenza, interpretato da Iain Glen

Lapis Movie (2005), documentario sul tema dell’individuazione junghiana, di Associazione Culturale C.G.Jung di Fidenza

A Dangerous Method (2011), di David Cronenberg, interpretato da Michael Fassbender

Tra questi ‘A Dangerous Method’ è decisamente il migliore.

Siamo ai primi del 1900, Freud ha pubblicato ‘L’interpretazione dei sogni ’ a cui seguirà ‘Psicopatologia della vita quotidiana’ ed ha presentato al mondo europeo una nuova scienza che desta curiosità e scandalo, l’esplorazione dell’inconscio, riunendo attorno a sé i primi analisti nella scuola di Vienna.
Jung è un giovane psichiatra svizzero più giovane di Freud di 19 anni, che al tempo della storia narrata ha 25 anni, e lavora come assistente del prof. Bleuler nel famoso ospedale psichiatrico di Burghölzli, la Clinica Universitaria di Zurigo, dove diventerà direttore, per poi dimettersi e dedicarsi solo alla sua ricerca e all’analisi privata.
Ha sposato una donna bellissima, Emma, molto intelligente e ricchissima, da cui avrà 4 figli e vive in una casa splendida sulle rive del lago di Zurigo. Nella clinica svizzera tenta delle sperimentazioni su pazienti ritenuti incurabili e diagnosticate come schizofreniche. E’ a Burghölzli che nasce il pensiero clinico di Jung, mentre Freud non ha mai svolto attività in ospedali psichiatrici, salvo i sei mesi di apprendistato alla Salpétriere a Parigi, dove ha visto in opera il grande Charcot.
Freud ha scarsa esperienza di malati ospedalizzati e scrive spesso di casi che non sono nemmeno suoi.
Jung è uno psichiatra, ma, ai primi del 1900 non esiste nemmeno una psichiatria, c’è solo una classificazione delle malattie mentali gravi a cui non corrisponde alcun metodo di cura. Freud e Jung sono dunque i pionieri di una terapia che non è mai stata provata prima e che nasce con l’intuizione di Freud che l’Io non controlli tutta la psiche, ma che in essa ci siano dei contenuti ignoti al soggetto, i quali possono perturbare anche grandemente il suo comportamento, e, se portati a galla e rimossi, possono portare alla guarigione.

Nel manicomio di Zurigo, Jung segue soprattutto pazienti schizofreniche, poi, privatamente, si occuperà di pazienti nevrotici. Contemporaneamente fa ricerca nei laboratori di psicologia, prova test e nuove macchine elettriche, comincia a scrivere la serie enorme dei suoi libri, diventa docente universitario e sperimenta introspezioni personali come un vero viaggiatore sciamanico, un’altra esperienza che Freud si preclude, perché i due personaggi sono immensamente diversi in quanto a predisposizioni naturali e a modi di conoscenza del mondo.
C’è un episodio rivelatore nel film: Freud e Jung discutono sul paranormale. Freud è molto agitato e reagisce con veemenza alla possibilità che vi sia qualcosa oltre il reale concreto, ma Jung è un sensitivo e difende la propria sensibilità che lo porta a percezioni paranormali, si agita moltissimo anche lui e sente un forte calore nel petto come se avesse un ferro arroventato. In quello stesso istante si produce uno schianto in una libreria lì vicina. Jung capisce che ha esteriorizzato nel mondo materiale il suo disagio psichico e preannuncia a Freud che ci sarà un altro schianto, che puntualmente si verifica. Ma Freud è sconvolto e non capisce minimamente di cosa Jung stia parlando.
Freud è ateo, materialista e positivista, per molti versi bene inserito nella società positivista del tempo e alieno da qualunque fantasia abbia a che fare col paranormale, senza accorgersi che le energie che va scoprendo e sistematizzando fanno anch’esse parte di quell’invisibile che invece attrae ed appassiona Jung, il quale è un sensitivo, un medium, un amante del mistero
Ci sarà dunque nel loro rapporto (e il film lo dice) una parte in comune di interessi che li legherà in una ardente amicizia e riguarderà la psicoanalisi nascente, di cui pongono le basi e le vie di sviluppo; ma ci sarà anche una parte che li distingue e divide e riguarda le loro differenze congenite, che fanno di Freud un ricercatore immerso nel con concreto che fino alla morte spera di trovare dei farmaci chimici per curare le malattie mentali, mentre la natura di Jung, più sognatrice e medianica, lo porta a una visione della natura tutt’altro che meccanicistica ma dominata da una filosofia mistica.

A Vienna, dunque, e nel manicomio di Zurigo nasce la psicoanalisi, questa straordinaria intuizione che intende curare i malati gravi di mente attraverso la ‘cura delle parole , rivoluzione straordinarie se si pensa che allora, ma purtroppo anche fino ai giorni nostri, ai malati gravi nessuno aveva rivolto parola ma essi erano stati torturati con sistemi efferati, costrizioni, docce gelate, camicie di forza..
Con Bleuler, Freud e Jung comincia un nuovo modo di considerare la malattia mentale e comincia con la più grave che al tempo raccoglieva tipologie diverse di malati sotto l’unica etichetta della ‘Schizofrenia’.

Fu proprio lo psichiatra svizzero Eugen Bleuler nel 1908 a creare il termine ‘schizofrenia’ che vuol dire ‘psiche divisa’, ‘scissione della mente’, in quanto il paziente è affetto da dissociazioni, può avere allucinazioni, deliri paranoidi, discorsi disorganizzati. Oggi la schizofrenia è curata prevalentemente con farmaci antipsicotici. Purtroppo fino alla fine del 1800 questa malattia non è documentata e al tempo di Jung veniva etichettata come demenza precoce.
Bleuler tentò uno studio sugli schizofrenici della sua clinica, analizzando personalità, penisero, memoria e percezione, e usando tecniche strumentali, convinto che non si trattasse di demenza precoce, ma di un disturbo grave della personalità che poteva essere guarito.
Sotto la guida di Bleuler, il giovane Jung cominciò a curare pazienti schizofrenici dal 1903, arrivando a scrivere. “con soddisfazione dichiaro di aver potuto dimostrare che la malattia
può essere trattata, seppure in misura ridotta, mediante psicoterapia
”, e, mentre al tempo si riteneva che essa avesse cause organiche, Jung sospettava che nella malattia ci potessero essere anche shock emotivi, disillusioni, situazioni difficili della vita, cambiamenti del destino, così che, facendoli emergere si poteva curare il paziente.
Bleuler pensava sempre che il sintomo primario fosse organico, ma considerava anche i sintomi secondari. E proprio su questi si appuntò la ricerca di Jung, che si inoltrò con coraggio e intuizione su una strada mai imboccata prima. Jung si occupava di nevrosi, e si chiedeva se la schizofrenia non fosse una forma più grave di nevrosi.
Se alla base del disturbo c’era una affettività ferita, anche lo schizofrenico poteva essere trattato con la cura delle parole. Jung pertanto si mise a cercare una terapia attraverso l’emersione in un io debole di un complesso psichico affettivo.
Anche oggi nel trattamento della schizofrenia si oscilla da cause organicistiche alla ricerca di rapporti famigliari che hanno indebolito gli strati più profondi dell’io su cui poggia l’idea stesa di identità.
Per capire il grado di innovazione di Jung, si deve tener presente il rigore dell’eziologia del tempo che non permetteva distacchi ed evoluzioni.
Jung arriva ugualmente a formulare il concetto di ‘psicosi latente’. Non si fa deviare dalla potenza dei deliri e dei sintomi psicotici, constata che la psiche della malata è frammentata in pezzi che non comunicano tra loro ma ricerca un eventi traumatico nella storia della paziente che ha portato alla sua alienazione. Un inconscio troppo forte impedisce al conscio di controllare gli apporti esterni che assumono vesti minacciose e impedisce a un io troppo debole di farsi elemento unificatore delle esperienze, per cui il soggetto rimane in una tempesta sensoriale ed emozionale che lo travolge senza che egli sia capace di contenerla. Il Super-io è troppo forte e appare come un giudice implacabile, l’Io cede senza combattere, il subconscio si riempie di contenuti non organizzati che minacciano la psiche. Il soggetto percepisce il mondo come ostile, per lui ogni rumore indica un agguato, l’universo intero congiura contro di lui. E’ come se l’io si sentisse bombardato da ogni lato. In questo caos, il modello risolutivo di Jung è molto semplice: tutto dipende da un forte affetto che non è stato elaborato e ha travolto l’Io.
Il concetto di ‘psicosi latente’ è interessante. Jung non sa definirla ma osserva che “possiamo trovare bizzarrie dell’inconscio nei neurotici come nei pittori e poeti moderni, e persino nelle persone abbastanza normali, che ritengono utile un esame accurato dei loro sogni» come se ne possono trovare nei miti e simboli di tutti i popoli. L’io mantiene rapporti con questi contenuti che possono anche superare il senso di realtà, ed essi possono emergere nello studio di un analista che può cercarne le cause.
Questa idea porterà poi Jung ad uscire dalla clinica per svolgere una attività di ricerca e di cura privata, fondamentalmente con pazienti non troppo gravi e quindi non bisognosi di ricovero, ma abbastanza alterati nella loro psiche, e saranno in genere persone colte, ricche e che iniziano la seconda parte della loro vita e quindi sono alla ricerca di un secondo e migliore equilibrio.
Jung è stato un grande medico della psiche e della schizofrenia, ma purtroppo la sua abilità nel guarire non trova riscontro nella sua voglia di comunicare a noi i suoi metodi.
Le sue capacità terapeutiche erano nettamente superiori alla sua capacità di trasfondere il sistema in teoria, tant’è che non ci lascia alcuna trattazione di casi né alcun metodo.
D’altra canto era la sua natura stessa a portarlo a restringere l’importanza delle cause della malattia, mentre si immedesimava nel paziente in modo attivo, avanzando insieme a lui verso la guarigione. Nel film si ripete una delle sue frasi famose: “Il medico ferito guarisce”. Questo dice come egli senta l’analista con le sue vicende, le sue esperienze, i suoi stessi errori, come un amico caldo che aveva sofferto, sbagliato, ed era dunque una persona viva, con esperienze vere, in grado perciò di immedesimarsi nell’altro e di crescere ed evolvere assieme a lui, in un cammino di doppia guarigione.
In un certo senso non esiste nemmeno il concetto di guarigione ma di evoluzione, nel senso che il suo fine non è tanto quello di abolire il sintomo (come sarà per Freud) ma quello di far crescere la psiche del paziente verso un proprio dinamico armonico in senso evolutivo.
Quando Jung arriverà all’intuizione degli archetipi come forze primigenie o configurazioni primarie dell’energia universale, vedrà che la debolezza dell’Io impedisce di attingere ad essi e ne fa dei mostri implacabili e distruttivi, perché la coscienza non riesce ad assimilarli, ciò crea i contenuti distruttivi della schizofrenia. Occorrerà dunque mostrare al paziente che quei contenuti sono universali e hanno una energia positiva. Il paziente è perseguitato,perché non sa realizzare la sua aggressività; è in preda a orge sessuali perché deve integrare la sua sessualità; si sente spersonalizzato perché non ha mai potuto essere se stesso. Risalire solo al passato non basta, se questo è distruttivo, ma può essere usato all’interno di un rapporto d’amore. Per cui non basta capire i sintomi razionalmente ma Jung vuole vivere il rapporto col paziente affettivamente. Chiaro che non ci può essere nulla di tanto diverso dal metodo freudiano, in cui l’analista non è mai coinvolto nella relazione e si mantiene esterno ad essa come un osservatore imparziale.
Nella realtà del rapporto, tuttavia, le cose non sono così semplici. Si stabilisce immediatamente una situazione di transfert, per cui il paziente proietta sull’analista le sue fantasie inconsce, ma, reciprocamente, è l’inconscio del medico che proietta le proprie fantasie sul paziente, nel controtransfert. Da qui a un vero rapporto di coppia, soprattutto sessuale, il passo è breve. Tant’è che i primi casi di analisi sono disseminati da rapporti sessuali di analisi con le loro pazienti.
E questo è uno dei casi analizzati dal film e che videro come protagonista il giovane Jung con una paziente diciottenne, bellissima e intelligentissima, ma schizofrenica, Sabine Spielrein.

Fu Ferenczi è scoprire per primo il controtransfert e proprio con soggetti schizofrenici.
Certo è che queste prime scoperte sulla psiche, se non portarono sempre a guarigioni, produssero però ai primi del 1900 un fermento culturale enorme che stimolò la ricerca e la sperimentazione, cambiando per sempre le coordinate della malattie mentale.
E’ vero che la corrente organicista ebbe a persistere fino ai giorni nostri per cui la terapia anche della schizofrenia continua ad essere farmacologica, ma la nuova scienza creata attraverso le intuizioni di pionieri come Bleuler, Freud, Jung ecc. cambiò per sempre le concezioni culturali dell’Occidente e l’idea che l’uomo occidentale aveva di sé.

Nel film siamo dunque nell’ospedale di Burghölzli, sul lago di Zurigo, la clinica è organizzata come un monastero ed è diretta del prof. Bleuler che è uno dei più importanti psichiatri svizzeri, noto in tutta Europa e aperto alle sperimentazioni.
Tra i pazienti del manicomio ci sono malati affetti da PSICOSI, la cui coscienza è invasa dall’inconscio, che impedisce loro di cogliere il significato del mondo e di relazionarsi con altro da sé, e pazienti affetti da SCHIZOFRENIA, malattia detta allora ‘demenza precoce’, ed è proprio Bleuler a coniare il termine ‘schizofrenia’, perché in questi malati i contenuti intellettivi restano intatti, per cui il termine demenza o mente diminuita sembra inappropriato, ma in essi manca un centro di riferimento psichico.
La parola schizofrenia viene dal greco schizein = dividere, phrenos =cervello, e significa ‘dissociazione della mente’; essa comprende un gruppo di psicosi o disturbi mentali molto gravi, in cui il rapporto con la realtà è profondamente alterato.
Bleuler distinse vari tipi di schizofrenia e non accettava che per questi malati non ci fosse nulla da fare e che dovessero degenerare lentamente fino alla morte; per primo sostenne che si poteva curarli partendo dal loro vissuto e Jung seguì brillantemente la sua intuizione.

Freud aveva fatto cadere l’inganno dell’uomo occidentale convinto delle capacità totalizzanti della coscienza e gli aveva mostrato che la coscienza è solo una piccola parte della psiche, e che essa è soggetta agli imperativi di un Superego e all’azione disturbante di un Es.
Normalmente c’è una parte prevalente della psiche che chiamiamo ‘Io’ che è il punto di riferimento della coscienza, il nucleo energetico fondamentale che riferisce a sé tutto ciò che riesce a illuminare, una specie di faro che ‘vede’ una parte della psiche e ‘coglie’ una parte della realtà esterna. Oltre a questa zona di consapevolezza c’è poi una zona inconscia della psiche di cui non sappiamo niente. Dunque siamo in parte chiari a noi stessi, in parte no.
Nell’oceano oscuro dell’inconscio i contenuti rimossi possono assemblarsi, come isole o atolli, formando complessi. In un certo modo anche l’Io è un complesso anzi “…è il complesso più stabile e ricco di associazioni che ci sia”. Ma, nel mare inconscio che circonda l’Io, possono formarsi altri nuclei di energia che possono minacciare l’Io o soverchiarlo.
Ora, nella psiche conscia c’è generalmente un centro, l’Io, che conduce a sé e coordina tutti i fatti di esperienza, ma nell’inconscio questo centro non c’è. L’inconscio è come un immenso oceano nero dove grandi isole vanno alla deriva o vagano tempeste. L’Io dovrebbe essere l’isola centrale che dà un senso al tutto, ma nella schizofrenia manca questa terra centrale e il soggetto dominato dall’inconscio non ha più un punti di riferimento e di coordinazione, è in balìa di tempeste e tifoni avvertiti come autodistruttivi e soverchianti.
Se il complesso dell’Io è danneggiato o se l’Io è debole, non esplica più le sue funzioni di tutela e sviluppo, la personalità non ha una centralità costruttiva e a poco a poco si disintegra fino alla morte.
Le cause di questa tragedia non sono mai state definite una volta per tutte, per cui è ancora aperta la discussione ufficiale su quali siano le cause organiche, psicogenetiche, ambientali, biochimiche ecc. della malattia.
Nelle nevrosi, Jung cercava un brandello di ‘Io’ per rafforzarlo col metodo delle amplificazioni, ma nella schizofrenia questo punto di partenza non era rintracciabile; il paziente è travolto da violente forze interne di fronte a cui è totalmente impotente senza un punto fermo, come una navicella sbattuta dai flutti, senza direzione né guida.
Nei casi limite non si può comunicare in alcun modo col malato, che resta scisso dalla coscienza di sé come dal mondo esterno, sbattuto da tempeste interne fuori controllo. Questa inflazione dell’inconscio è terrificante e può distorcere anche le percezioni, spezzare le linee, frammentare le immagini, come quando si è sotto l’effetto di una droga, facendo cadere il malato in una percezione del mondo allucinata, simile alle visioni da incubo di un alcolizzato o di un tossico, con elementi sensoriali distorti, realtà esterna e interna che si confondono, voci terrificanti, il pensiero separato dall’emozione, la parola dal significato, in una disgregazione totale di percezione e identità…
Al tempo di Jung, e purtroppo anche oggi, la malattia allo stato grave restava senza cura, lo schizofrenico veniva isolato nella struttura manicomiale e, nell’aridità e nell’abbandono di questa, finiva per regredire totalmente fino alla morte, in una degenerazione catastrofica irreversibile.
Uno dei caratteri della schizofrenia può essere l’AUTISMO, e notiamo che anche questo termine fu coniato da Bleuler, stati in cui il soggetto manifesta incapacità di comunicare col mondo esterno, perdendo ogni contatto con la realtà.

La schizofrenia è molto più diffusa di quanto si sappia, colpisce una persona su 200, ma se ne parla poco, e ancor oggi le teorie oscillano tra cause ereditarie, predisposizioni genetiche, disturbi del sistema neurologico o del metabolismo, cause esistenziali ecc.
Le tipologie sono molte, le età di insorgenza variabili, le terapie sperimentali e incerte. Si hanno crisi di identità, perdita di autonomia, sentimenti ambivalenti, discordanze affettive, intenzioni contraddittorie, oscillazione tra passività e aggressività, spersonalizzazione, idee deliranti, ambiguità semantica cioè distorsione del senso delle parole o sovradeterminazione dei significati, allucinazioni, disturbi della motricità ecc.
Potremmo ipotizzare in ognuno di noi qualche tendenza schizoide, ma essa sembra più forte nei bambini nati indesiderati o con madre anaffettiva, in cui viene lesa la sicurezza proveniente dall’alveo materno. Il bambino non amato o non accudito sviluppa uno stato ansiogeno, che può produrre comportamenti conflittuali o autopunitivi.
Ora non è detto che genitori anaffettivi producano per forza figli schizofrenici, le modalità di ricezione degli affetti famigliari dei vari figli possono essere enormemente diverse; famiglie perfette non esistono; in ogni famiglia possono esserci tensioni, crisi o mancanze… ma ci può essere uno dei figli che reagisce alle discrepanze ambientali con la malattia, in genere sarà quello più debole o più sensibile che focalizza su di sé le carenze famigliari in modo più grave.
Alcuni analisti cercano di ricostruire la storia del paziente per vedere, a partire dalla nascita o anche prima, quanto egli sia stato esposto a rifiuti, violenze, distacchi, aggressioni, manipolazioni, proiezioni negative da parte di altri membri della famiglia… ma teorie precise non ci sono. Si va per tentativi.
Sembra che la schizofrenia abbia una incidenza più alta tra i poveri, gli emarginati e gli sfruttati, per cui c’è anche chi lega il disturbo mentale a una società violenta e discriminante, in particolare quella società capitalista, che è competitiva, aggressiva, poco solidale, e aggrava i comportamenti autistici, scoraggiando la relazione, l’affettività, l’accoglienza, la partecipazione.. e questo faciliterebbe l’insorgere di comportamenti schizoidi. Ma anche situazioni di lavoro aride o altamente competitive, che distruggono l’identità del lavoratore, possono produrre gravi disturbi del comportamento o atteggiamenti schizoidi. Ci si imbatte spesso in problemi psichici o anche stati di infelicità e disagio prodotti da ambienti di lavoro aridi e disumani, dove il lavoratore viene sfruttato senza un briciolo di umanità. E non si parla solo di lavoratori di basso livello, perché anche in ambito manageriale e direttivo, là dove vi sia un livello troppo alto di competitività, sono frequenti i disturbi comportamentali con alti indici di suicidio.

Prima di Freud e Jung nessuno aveva cercato le cause della malattia psichica nel vissuto, Freud e Jung sono i primi a farlo, cercando nella storia del paziente una causa del male.
Nella clinica di Zurigo, il giovane Jung, col consenso di Bleuler, tenta di stabilire una relazione col paziente, valutando i sintomi in chiave simbolica, come messaggi. Considera la malattia un tentativo non riuscito di realizzare un riadattamento costruttivo.
Freud aveva posto il concetto di COMPLESSO, struttura psichica a forte carica attrattiva che lega insieme ricordi, emozioni e rappresentazioni, e aveva detto che un complesso agisce nella psiche come una unità autonoma così che, ogni volta che un evento è collegato al complesso, questo si attiva, perturbando il comportamento. Per es. l’ambivalenza di Freud verso il padre genera un complesso paterno, per cui, ogni volta che accade qualcosa che si può riferire al rapporto padre-figlio, il complesso scatta, e Freud manifesta una reazione anormale, come se la percezione della realtà fosse fortemente alterata. Per esempio, una volta che l‘inconscio di Freud ha catalogato Jung come figlio e se stesso come padre, scatta il complesso paterno per cui Freud-padre si sente aggredito da Jung-figlio, proiettando su di lui le sue pulsioni, al punto di cadere svenuto sotto il loro urto.
Il film citato mostra uno di questi casi, in cui, nel 1912, dopo una riunione degli analisti a Monaco, nasce una disputa tra Freud e Jung circa il faraone Amenofi IV che aveva cancellato il nome del padre dai cartigli e la disputa fa scattare dei contenuti inconsci in Freud che rivive inconsciamente il rapporto conflittuale col padre, mettendosi nei suoi panni. Poiché Freud ha deciso che Jung sarà il suo erede nella scuola di Vienna, per la profonda consonanza che sente con lui, ha creato senza accorgersene un rapporto padre- figlio, ma poiché nella sua particolare nevrosi egli ha vissuto il proprio padre come un competitore da eliminare, proietta il proprio rapporto col padre nel binomio Freud- Jung, dove Freud è il padre e Jung è il figlio; in quanto tale potrebbe spodestarlo o ucciderlo.
Il discorso era finito sul faraone Amenofi IV, che aveva introdotto il monoteismo in Egitto e aveva fatto cancellare il nome del dio Amon dai cartigli e, poiché suo padre si chiamava Amon-Hotep, ciò significava aver fatto cancellare anche il nome del padre. Jung sta difendendo il faraone come grande personalità religiosa, ma Freud vive la discussione come se il figlio-Jung attaccasse il padre-Freud e l’urto del complesso è tale che perde di colpo i sensi cadendo dalla sedia. E’ lui il faraone il cui nome viene cancellato dal figlio. Difendendo Amenofi, è come se Jung attaccasse lui. Lo portano su un divano e, quando rinviene, fissa Jung con odio come avesse tentato di ucciderlo.

Jung userà la parola COSTELLAZIONE per indicare il complesso, sempre come aggregato inconscio di elementi psichici attorno a un nucleo originario fortemente energetico, che agisce in modo autonomo dalla coscienza:
Quando il soggetto non riesce più a liberarsi da un complesso, fa associazioni solo con quello e lascia costellare tutte le sue azioni da quel complesso.” Jung studiava astrologia e il termine viene dal linguaggio astrologico, come ammasso stellare. La costellazione è un campo di forze dove certe energie diventano predominanti, attraendo a sé altri contenuti, così come i pianeti attraggono a sé pianetini minori. Ma il termine di Jung non ebbe molta fortuna, per cui oggi in genere parliamo di complessi.
Nel caso della schizofrenia, abbiamo dei contenuti caotici inconsci che infiltrano e parassitano la valutazione della realtà. Il soggetto può perdere il senso del proprio corpo, aver terrore del contatto con gli altri, sentire voci che gli ordinano di farsi del male o di ammazzarsi… In casi meno acuti può avere comportamento rigido e asociale e facies inespressiva o stereotipata. Jung pensa che la disintegrazione della personalità possa avere cause non solo organiche ma anche storiche ed esistenziali, e vi aggiungerà fattori arcaici transpersonali e persino elementi disgregativi provenienti da vite precedenti.

Il primo caso che il giovane Jung si trovò a trattare, affidatogli dello stesso Bleuler, fu tutt’altro che facile: una grave paziente psicotica. Ed del suo rapporto con lei che il film di Cronenberg parla.
Si chiamava Sabina Spielrein, e fu paziente e poi allieva sia di Freud che di Jung, diventando anch’essa analista, anzi una delle più grande analiste russe.
Aveva 19 anni ed era intelligentissima e molto bella, ma Jung la incontrò nella clinica di Zurigo come paziente schizofrenica.
Fin da bambina aveva manifestato forti pulsioni erotiche connesse al desiderio di morte. Già a tre anni presentava una isteria di tipo anale, cercava in ogni modo di trattenere le feci anche col calcagno e provava una forte attrazione sessuale per il padre; dai 14 anni manifestò una isteria psicotica come ‘Fissazione alla fase anale e complesso edipico autodistruttivo ’, per dirla con i termini di Freud.
La libido, secondo Freud, ha due aspetti: piacere e autodistruzione, e saranno i due principi di Eros e Tanatos che Freud svilupperà nella seconda parte del suo pensiero, ma sarà proprio il caso Spielrein e saranno proprio le intuizioni di Sabina sulla propria patologia a ispirare Freud in quello che svilupperà come EROS-TANATOS.

Sabina Spielrein era una ragazza ebrea russa di ricca famiglia, e, quando arrivò alla clinica Burglözli, aveva diciannove anni e già sei di malattia grave, con sintomi di depressione molto violenta. Era una ragazza colta, molto intelligente e immaginativa, con una personalità molto forte e una sensualità straripante.
Jung era giovane, bello, inesperto e totalmente impreparato a subire gli shock emozionali e sessuali che Sabina gli avrebbe procurato.
Seguendo Freud, la classificò come una isterica psicotica. La sindrome della paziente comprendeva pulsioni erotiche verso la figura paterna e queste furono subito proiettate sul giovane Jung, come figura sostitutiva del padre in un rapido transfert e probabilmente il terribile inconscio della paziente soverchiò con la sua potenza l’inconscio del giovane psichiatra sconvolgendolo in un controtransfert a cui era totalmente impreparato.
Nelle sue lettere deliranti, Sabina narra di una forte relazione erotica che era scoppiata tra lei e Jung ma sono lettere di una malata grave e, data la sua patologia, non possiamo sapere se questa relazione ci fu effettivamente e come fu o se fu solo amplificata dalle sue fantasie deliranti, comunque il comportamento della ragazza spaventò a morte Jung che non capiva cosa stesse succedendo e che, verosimilmente, abusò di lei in preda a una forte passione sessuale, ma che poi si sentì minacciato da Sabina, tanto più che lei si introdusse nella sua sfera privata, contattando la moglie e mandandole lettere anonime in cui denunciava la relazione.
Jung aveva contattato, intanto, Freud e aveva iniziato con lui una intensa amicizia inoltrando una fitta corrispondenza e poi incontrandolo di persone in un memorabile rendez-vous che durò 13 ore per la passione di entrambi per la nascente psicoanalisi.
E raccontò a Freud gli sviluppi di questa terapia-relazione.

La paziente aveva una sensualità esplosiva e ribelle, non sappiamo se realmente riuscì a trascinare il giovane in una relazione carnale o fino a che punto, ma d’un tratto Sabina cominciò a dire pubblicamente che aveva una relazione con Jung, cercando lo scandalo, e chiese esplicitamente a Jung un figlio, figlio che in qualche modo doveva essere anche figlio di Freud, il piccolo Sigfriedo (nella mitologia wagneriana Sigfried è figlio di Sigmund, che è il nome di Freud), in questo figlio di due padri riversava evidentemente la sua smania eroica e le sue proiezioni su padri putativi.
Si vedano le similarità con la paziente del dottor Breuer, il caso di Anna O, che in modo analogo aveva proiettato sul medico la figura del padre e desiderava un figlio da lui al punto da simulare una gravidanza isterica.

Jung era sposato da poco, era un professionista rispettabile agli inizi della sua carriera, il timore dello scandalo lo spaventò, chiese consiglio per lettera a Freud, il quale gli disse di troncare subito l’analisi. Nel frattempo la moglie di Jung, che era una donna intelligente oltre che analista anch’essa, preoccupata di come peggioravano gli eventi, aveva avvertito con lettera anonima i genitori della ragazza.
Per tutta la durata di questa squilibrante analisi, Jung scrisse a Freud, che conosceva personalmente la Spielrein, per chiedergli consiglio. Freud era più anziano ed esperto, conosceva il transfert e il controtransfert, sapeva che l’inconscio poteva teatralizzare un contenuto psichico riversandolo sull’analista e rivivendolo per interposta persona, sapeva che ciò poteva indicare il tipo di complesso in atto e tuttavia consigliò drasticamente Jung di abbandonarla a se stessa, visto che non era capace di dominare gli eventi.

Purtroppo su questo caso abbiamo solo una parte del diario della Spielrein, non abbiamo nemmeno una parola di Jung, non possiamo considerare reali i deliri di Sabina in quanto malata grave. Ci resta solo un carteggio parziale tra Jung e Freud (ma mancano molte lettere di Jung) in cui Jung dichiara più volte la sua innocenza, ma dice anche: “Ho una paziente che vuole un figlio da me”…
Il caso sembrava simile a quello di Bertha Pappenheim (Anna O), una paziente isterica del prof. Breuer, e anche Breuer si era spaventato della proiezione della ragazza ed era scappato da Vienna lasciando la paziente in piena crisi. Qui si ripeté qualcosa di simile, anche Sabina fu abbandonata nel mezzo della crisi, fatto gravissimo e che poteva avere conseguenze mortali, ma anche la paziente riuscì e venirne fuori per forze proprie e grazia divina.
Né Freud né il giovane e inesperto Jung furono in grado di aiutare Sabina, la quale per fortuna guarì da sola, uscì dalla schizofrenia e si laureò in medicina, seguendo il consiglio di Jung, con una tesi proprio sulla schizofrenia. Sposò poi un medico svizzero da cui ebbe due bambine, anche se le restò sempre un sentimento nostalgico di amore per Jung. Sabina fu una delle prime donne che entrò nella Società psicoanalitica di Vienna, con apporti molti significativi che tuttavia furono apparentemente ignorati dagli altri analisti per puro maschilismo, anche se poi riapparvero nelle loro teorie, senza riconoscimento alcuno verso la sua intelligenza. E il principale concetto che Sabina trasse dalla propria malattia fu proprio il rapporto EROS-TANATOS, pulsione d’amore, pulsione di morte, che ispirò Freud.
Freud lo sviluppò in “Al di là del principio del piacere” nel 1920, quando aveva 64 anni. 3 anni dopo sarebbe stato colpito dal cancro alla mascella che lo portò alla morte dopo sofferenze durate 16 anni.
C’era stata la prima guerra mondiale e abbondavano le nevrosi di guerra, necrosi traumatiche, e i pensieri di morte. Freud aveva esordito con un sistema filosofico-psicologico che metteva al centro della psiche la libido, ovvero il principio del piacere. Ma ora gli si presentavano pazienti che avevano forti coazioni di morte. Risalì dunque a Parmenide che di amore e morte aveva fatto i due principi fondanti l’universo.
Sembrava nei sogni di alcuni pazienti che essi volessero rivivere esperienze traumatiche che davano loro enorme sofferenza e in ciò non si poteva vedere alcuna ricerca di piacere o la soddisfazione di un desiderio (che per Freud era stata la prima spiegazione dei sogni).
C’è nella psiche la coazione a ripetere esperienze dolorose del passato. Questa coazione è più forte del principio di piacere, è più primitiva ed elementare.
Freud dunque completa il suo modello, dicendo che le pulsioni fondamentali hanno la tendenza a conservarsi, ma non ci sono solo pulsioni erotiche, ovvero di soddisfazione, ma anche mortali, ovvero di negazione.
Come c’è un istinto di conservazione, così c’è un istinto di morte.

Il caso della Spielrein, essendo anche fortemente mescolato a una sessualità travolgente, ha ispirato, anche per motivi banalmente commerciali, diversi film.
Uno è il film davvero brutto del regista Roberto Faenza: ‘Prendimi l’anima’.
Purtroppo Faenza conosce poco la psicoanalisi, prende come vere le allucinazioni di una psicotica, gli interessa solo sottolineare i possibili elementi trasgressivi del setting analista-paziente, per cui alla fine il risultato è un film volgare e malfatto, che dovrebbe solleticare gli istinti bassi dello spettatore ma tiene poco conto della verità sia storica che clinica.
Nella realtà i fatti non furono così chiari come Faenza pretende. Sabina dichiarò di aver avuto con Jung una relazione, ma questo dalle lettere di Jung a Freud non risulta, Jung ripete di aver tenuto sempre una condotta professionale corretta ma di essersi trovato davanti a deliri che invadevano la sua vita privata e rischiavano di compromettere la sua carriera.
La tesi di Faenza è invece che Freud e Jung attuarono una congiura di potere sacrificando la ragazza per non compromettere la nascente Società di psicoanalisi di Vienna. Faenza ci racconta una trasgressiva storia d’amore di cui non si comprendono i riscontri psicoanalitici, non si capisce affatto se c’è stato un transfert e un controtransfert erotico e tanto meno quali fossero i rapporti reali della Spielrein con Jung e con Freud.
Nel film non appare la personalità forte di Sabina né la sua intelligenza, non è chiara la sua malattia, non si parla della società di Vienna né delle ricerche psicologiche della Spielrein che ispirarono anche Freud e ci sono varie inesattezze anche sulla morte della protagonista.
Se Sabina fosse stata come il film la presenta, non si spiegherebbe nemmeno il suo acume e la sua profondità come analista. Essa fu un personaggio notevole, anche se inferiore a Lou Andreas Salomè o alla stessa moglie di Freud, Emma, e i suoi scritti si persero purtroppo, salvo una sola opera pubblicata.

Decisamente migliore è il film ‘Un metodo pericoloso’ (The talking cure) di Cronenberg, sempre sul caso Spielrein. Fu presentato alla Mostra del Cinema di Venezia e candidato a Leone d’oro.
Nel film siamo a Zurigo, nel 1904, è già uscita ‘L’interpretazione dei sogni’ di Freud e viene fondata la scuola di Vienna, Jung ha 29 anni, lavora nella clinica svizzera di Burghölzli dove diventerà direttore e dove sperimenta la cura delle parole. Viene in contatto con Freud e nasce la loro intensa amicizia. Poi, già nel viaggio per il giro di conferenze americane iniziano le prime crepe, che si acuiranno sempre più perché gli interessi di Jung virano verso il paranormale che per Freud è inconcepibile e innominabile.
Jung era caduto nel primo pericolo che un analista ha con pazienti giovani e belle, si innamora di una paziente e inizia con lei una torbida relazione, sicuramente di attrazione e probabilmente anche sessuale.
Prima del film il rapporto Spielrein-Jung era stato presentato sulle scene da un’opera teatrale di Chistopher Hampton (che poi ha sceneggiato il film) e dal libro “Un metodo pericoloso’ di John Kerr.

Sabina ha solo 19 anni, è una ragazza russa molto bella, che parla molto bene il tedesco, è colta ed estremamente intelligente; ha una sindrome molto grave con fissazioni masochiste incentrate sulla figura del padre, che era stato probabilmente una persona volgare e brutale che l’aveva sottoposta ad umiliazioni e pene corporali.
Sabina è bella, brillante e con una forte personalità, e sarà paziente e poi allieva prima di Jung e poi di Freud, per diventare poi a sua volta medico e analista, e anzi divenne una delle più grandi analiste russe. Ebbe delle intuizioni sul proprio caso che ispirarono sia Jung che Freud, in particolare portò alla luce la connessione Tanatos-Eros di cui Freud si occupa nella seconda parte della sua vita.
Sabina aveva subito violenze e maltrattamenti del padre nei cui confronti ha costruito un rapporto torbido dove il dolore si mescola al piacere, per cui le rimarrà il desiderio di essere picchiata e umiliata (ecco la coppia Eros-Tanatos, a cui si ispirerà Freud) Ovviamente, secondo gli schemi del tempo, viene classificata come schizofrenica.
Jung viene a conoscenza dei metodi di Freud, e inizia con lui una intensa corrispondenza in cui gli racconta il caso Spielrein, poi lo incontrerà con la nascita di una scintilla tra i due, tanto che il loro primo incontro sarà lunghissimo, tale è l’interesse per le idee reciproche.
Freud ha la sua fissazione per cui riconduce tutto alla sessualità, ma Jung ben presto se ne distacca per esplorare altre strade e anzi, in seguito di sessualità si occuperà molto poco.
Freud spera che il giovane diventi il suo erede spirituale nella scuola di Vienna e ne fa il suo delfino, ma le loro visioni sono diverse e tra i due si determinerà una rottura che sarà durissima per entrambi e costerà a Jung un anno di depressione.
(Chiarissima nel film la scena sul ponte della nave quando nel 1909 entrambi, con Ferenczi, vanno in America per un ciclo di conferenze sulla psicoanalisi. Jung sente sempre più vivo l’interesse per la parapsicologia. Freud ne viene offeso come da un affronto personale).

Mezzo secolo dopo questi fatti, nel 1957, in un incontro in casa sua col prof. americano John Billinsky, Jung fa una dichiarazione che sconvolge la comunità psicanalitica: rivela di avere sempre saputo di un rapporto extramatrimoniale che Freud avrebbe intrattenuto per molti anni con la cognata e segretaria Minna Bernays, ma la notizia non si diffonde per non diminuire l’immagine di Freud che è un mostro sacro.
Durante il viaggio verso l’America, si consumerà la loro rottura. Jung, Freud e Ferenczi analizzano i propri sogni. Freud racconta un suo sogno in cui compaiono lui, la moglie e la cognata; Jung, intuendo la relazione, fa delle domande ma Freud non intende rispondere “altrimenti ne avrebbe perso in autorità”. Jung resta offeso da questo atto di orgoglio e di insincerità. Evidentemente per Freud il potere è più importante delle ricerca e, mentre Jung si è messo a nudo davanti a lui, Freud non è disposto a fare altrettanto. Per Jung è inconcepibile che la verità venga sacrificata nel nome di una autorità personale. Jung sapeva del triangolo amoroso di Freud dalla stessa Minna, ma non sfruttò mai questa sua informazione e da Freud una confessione non arrivò mai.
Questo nel film non viene detto e gli allievi di Freud furono bene attenti a non rovinare la reputazione di Freud.
Quello che si delinea, invece, è che la teoria della Morte connessa al principio di Piacere arriva a Freud proprio dalla Spielrein, anche se questa intuizione non le fu mai riconosciuta.

Sabina Spielrein scrisse un solo libro, un anno dopo la sua laurea in medicina, nel 1912: “La distruzione come causa del venire all’essere” che precorre il concetto freudiano di pulsione di morte. Ma quando Freud pubblica “Al di là del principio di piacere” nel 1920, non disse che lo doveva a lei, le regalò solo una breve nota a pié pagina in cui diceva che non aveva mai ben capito le sue teorie. Insomma fece come aveva fatto altre volte: diceva al suo interlocutore che non era d’accordo con le sue intuizioni, per poi usarle come fossero proprie. Inoltre, non avrebbe potuto riconoscere qualcosa di buono in una donna, essendo dominato dalla mentalità maschilista che dominava la cultura della prima metà del novecento.
Già il fatto che Sabina fosse accolta nella scuola di Vienna fu quasi un miracolo, seconda donna dopo Margarete Hilferding; la sua accettazione provocò un furioso dibattito perché era femmina e alla fine la cosa fu messa ai voti. Dominava un feroce maschilismo e del resto tutta la psicoanalisi di Freud è un sistema maschilista, creato per maschi, che ignora le donne e non ne capisce nulla.
Poco prima, nel 1903, Otto Weininger aveva pubblicato “Sesso e carattere”, in cui distingueva un maschile contraddistinto da intelletto, moralità, genio, ecc., e un femminile contraddistinto da amoralità, impulsività e desiderio sessuale. Weininger aveva scritto che l’isteria era “la crisi organica dell’organica falsità della donna” (organica falsità???) dunque la donna era un essere venuto sbagliato. Per Freud la donna mancava del pene e dunque non aveva una identità, e, non subendo la minaccia della castrazione, non poteva avere una identità. Aveva solo la funzione di essere complementare alla sessualità del maschio e faceva figli. La donna freudiana esiste per portare piacere sessuale al maschio e si realizza nella maternità.
Almeno, in questo, Jung seppe andare avanti.

Ma Sabina aveva sognato che i suoi antenati le predicevano un grande successo e credeva fortemente in se stessa, per cui si laureò in medicina e si occupò di psicoanalisi malgrado i pessimi rapporti con Jung e Freud e gli altri maschi in genere.
Ma, quando presentò alla scuola di Vienna il suo lavoro, non venne nemmeno presa sul serio, in quanto donna, anche se le sue teorie erano di grande interesse e ispirarono altri analisti. Diceva che nella sessualità c’è una componente distruttiva che è parte intrinseca dell’istinto sessuale. Mentre l’amore vuole l’unione e la fusione con l’altro, questa componente distruttiva lo rifiuta; di qui le resistenze dell’Io, che si oppone all’istinto sessuale in quanto può portare alla dissoluzione-distruzione dell’Io in nome della fusione. Ma gli ascoltatori non la capirono e non la applaudirono e pensarono che quello che Sabina diceva riguardasse solo le donne.
John Kerr poi scrisse; “Talvolta una persona non è sentita perché non viene ascoltata…la sua incapacità di ottenere il riconoscimento della sua intuizione nel tema della repressione non fu un suo errore; fu l’errore di Freud e di Jung. Preoccupati con le proprie teorie e preoccupati l’uno dell’altro, i due uomini semplicemente non si fermarono persino per capire le idee di questa giovane collega lasciata da sola a chiedere aiuto nel trovare un’espressione più felice al suo pensiero”.
Sabina Spielrein conobbe personalmente molti personaggi notevoli del tempo con cui collaborò. Dopo essere stata allieva di Jung e Freud e aver contribuito allo sviluppo delle loro teorie, lavorò col giovane Jean Piaget (che divenne famoso per la psicologia infantile) e fu in analisi con lei.
Quando tornò in Russia, nel 1923, vi portò le migliori intuizioni e teorie europee nel campo, offrendo spunti importanti a personalità chiave della psicologia russa, e anche costoro le rubarono le idee rivendendole come proprie.

Nel film abbiamo una pessima attrice che impersona una Sabina troppo caricata e simile a una marionetta, un ottimo attore che impersona Freud, un modesto e poco credibile Jung.
Il film di Cronenberg resta decisamente superiore al pessimo film di Faenza anche se è abbastanza freddo e non coinvolgente. Certamente non tratta il problema del mondo femminile relegato nell’ombra e del maschilismo imperante e certamente non rende giustizia alla vera sabina Spielrein con una ricostruzione poco credibile e incompleta.

(Emma)

In quanto al coinvolgimento del rapporto, sappiamo che Jung ebbe varie amanti, e che il suo vero amore non fu Sabina ma Toni Wolff, donna molto più interessante, che Jung amò fino alla morte di lei.
Jung era un personaggio affascinante e nella sua vita si incontrano molte donne, in genere non erano donne belle, erano colte, intensamente mentalizzate, analiste come lui, di grande intelligenza, personaggi molto forti. E ognuna sapeva delle altre, anche la moglie, che lavorava insieme a Toni Wolff in una situazione di reciproco rispetto che stupiva gli altri collaboratori.
Emma Rauschenbach, la moglie di Jung, era una aristocratica, molto bella, molto ricca, moglie fedele e paziente, amata da un uomo che predicava apertamente la poligamia e la praticava. Sicuramente una donna forte che deve aver affrontato grandi gelosie ma non lo lasciò mai e rimase il punto fermo della famiglia. Emma era una analista e ha scritto testi importanti, come ‘Animus e Anima’, e una ricerca sulla leggenda del Graal, a cui dedicò molti anni.
Un’altra donna molto vicina a Jung fu la sua collaboratrice Marie Louise von Franz, la sua allieva prediletta e più creativa, che completerà la sua opera.
Mentre Toni Wolff si fermerà alle soglie dell’alchimia essendo troppo razionalista, la von Franz esamina l’alchimia, insieme al tempo, la sincronicità, i numeri nella psiche, l’ uso clinico delle fiabe e dei miti.

(Toni)

Un’altra collaboratrice encomiabile fu Aniela Jaffé, che raccolse la sua biografia.
La relazione con Toni Wolff durò 40 anni, da quando lui aveva 36 anni a 76, finché lei morì. Si erano conosciuti nel 1911 quando lei aveva 23 anni e Jung 36 e Toni lo aveva cercato per una depressione, l’analisi durò 3 anni, la relazione 40. La morte di Toni fu un duro colpo per Jung tanto che non poté partecipare ai funerali e non si riprese mai completamente.
In quanto a Sabina, Jung non avrebbe mai perso la testa così banalmente per una paziente e non avrebbe mai usato i toni melensi del personaggio del film di Faenza, ma certamente aveva più intelligenza di quanta non ne esca dal film di Cronenberg.
Forse Faenza voleva solo mostrare come una paziente può essere più forte del suo analista fino a trascinarlo nella propria allucinazione. Ora però, poiché questo intreccio avviene tra una malata di mente e due analisti, e si parla di psicosi, di transfert e di controtransfert, un minimo di conoscenza psicoanalitica dovrebbe essere fondamentale, ma Faenza non ce l’ha. Faenza ha fatto fa un film sulla psicoanalisi dichiarando di non saper niente di psicoanalisi. Forse faceva meglio a occuparsi di un altro argomento.
Del resto ha usato il libro dello psicoanalista Aldo Carotenuto ‘Diario di una segreta simmetria’ che parte dal carteggio tra Sabine e Freud e dal suo diario fino al 1912. Mancano le lettere di Jung e non è mai stato trovato il diario successivo fino al 42. Certamente la differenza tra Freud e Jung era profonda e doveva portare alla lacerante separazione e può essere che la Spielrein abbia accentuato le crepe del loro rapporto. Come si sa, l’amicizia tra Freud e il giovane Jung durò sei anni ma la divergenze tra le due personalità e i rispettivi pensieri erano così forti da contenere fin dall’inizio le cause che scatenarono la dolorosa rottura.
Il libro di Carotenuto è basato su un carteggio che fu trovato casualmente nel ‘77, a Ginevra, negli scantinati del Palais Wilson, sede dell’Istituto di Psicologia svizzero. Dopo il film è nata una contesa tra Carotenuto e il regista che si sono reciprocamente accusati di mancanza di veridicità. L’unica cosa positiva di questo film è la somiglianza fisica tra l’attore Iain Glen e il giovane Jung, ma per il resto il film, oltre ad essere errato, è freddo e poco convincente. La locandina con i due corpi nudi avvinghiati dice chiaramente con quali mezzi è stato attirato il pubblico. Nel film sia Freud che Jung vi fanno una figura meschina. Può darsi che il rapporto tra Jung e la Spielrein abbia avuto il suo peso nell’allontanare Jung dalla teoria freudiana della libido, per realizzare una diversa visione della psiche ma non ne sappiamo abbastanza. Della terapia di questa paziente in verità si sa poco, del resto Jung non ci racconta mai nessun caso clinico e gli scritti della Spielrein riportano solo le sue allucinazioni e dunque sono poco attendibili e non è accettabile che il regista dia per certo che la paziente sia stata realmente l’amante di Jung.
Il libro di Carotenuto è intitolato ‘Diario di una segreta simmetria’, perché nel rapporto analitico dovrebbe esserci asimmetria tra l’inconscio dell’analista e quello del paziente, nel senso che il medico dovrebbe avere un certo controllo sul proprio inconscio; se invece i due inconsci sono travolti nella stessa misura, l’analista rischia di perdere il controllo di quanto avviene per proiettare i propri contenuti rimossi sul paziente stesso, come accade nel controtransfert. Che si sia scatenata una intimità non richiesta tra i due inconsci dei protagonisti è possibile, che vi sia stato coinvolgimento carnale non è dimostrato.

Secondo J. Kerr (saggio “Un metodo molto pericoloso“) Jung, Sabina e Freud si trovarono in un intreccio molto controverso, sia per i livelli di coinvolgimento inconsci, che per le ripercussioni personali e professionali.
Sicuramente ci fu un transfert e è verosimile che Jung si sia trovato coinvolto in un controtransfert. L’intera situazione creò grande disagio e il risultato fu che abbandonarono entrambi, Jung e Freud, la paziente senza guarirla.
Per fortuna Sabina si salvò per conto suo. Alla fine ognuno cercò di liberarsi dell’altro.
La Spielrein disse: “E’ pericoloso prestare troppa attenzione a un complesso sessuale”.

Nel 2002 c’è stato un altro film sullo stesso personaggio: ‘Mi chiamavo Sabina Spielrein’, della regista svedese Marton, molto più veritiero.
Nel film di Faenza le discrepanze con la realtà sono troppe: non si parla di Freud né di Bleuler che si occupò anche lui molto della ragazza e infine non sappiamo se la relazione con Jung fu come viene raccontata.
Il personaggio della Spielrein ha ispirato anche un’opera teatrale di Maria Inversi in cui Sabina racconta la sua vita.

Una volta guarita, la Spielrein, tornò in Russia, vi introdusse la psicoanalisi e fondò ‘l’asilo bianco’ dove si stimolava la creatività dei bambini, come istituto di prevenzione psicologica della malattia mentale; la Spielrein pensava che, se i bambini avessero vissuto in un ambiente di libertà e creatività, sarebbero divenuti adulti migliori, ma il Faenza non rispetta nemmeno l’asilo bianco, il quale non fu mai distrutto e abbandonato, come risulta dal film, invece fu conservato con cura, tant’è che esiste ancora e visse là anche Gorki. Infine le figlie della Spielrein erano due e non una, e anche la sua morte avvenne in circostanze diverse.
In Russia Sabina fu messa al bando insieme alla psicoanalisi e rifiutata dal regime sovietico. Morì nel ’42, uccisa dai nazisti insieme alle figlie, ma non in una chiesa come nel film, ma consegnandosi ai Tedeschi.
Ultima annotazione: ricordiamo che anche Berta Pappenheim (Anna O.), la paziente isterica del dottor Breuer, che si guarì da sola dopo esser stata abbandonata in piena crisi isterica, fu una persona straordinaria, e anche lei divenne famosa per essersi occupata dell’infanzia, costruì la prima rete di asili infantili in Austria.

Dovrebbe essere obbligatorio per un regista che affronta una vita vera avere un minimo rispetto per quella vita e le fonti che ne abbiamo. Dovrebbe anche essere obbligatorio per un uomo avere un minino di rispetto per il valore e le sofferenze di una donna. Il fatto che questo rispetto non sia ancora nato non parla bene del livello di evoluzione della nostra società.

TRAILER


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3 commenti »

  1. Dovrebbero leggerlo tutti questa riflessione. Brava 🙂

    Commento di wsa0 — aprile 14, 2014 @ 3:00 pm | Rispondi

  2. Avvincente! Grazie

    Commento di Camillo. — aprile 14, 2014 @ 8:43 pm | Rispondi

  3. Complimenti per il bel post.
    Per la storia della psicanalisi e della semplicità di come scrivi sulla psicologia, alla portata di tutti.
    Interessante conoscere le storie dei diversi personaggi, Jung, Freud, la Spielrein, spiegate, ponendo anche dei dubbi su alcune verità che invece non avevano riscontri storici.
    Era un po’ che non venivo nel sito, è sempre un grande piacere leggerti.
    Ciao Viviana.
    Francesco

    Commento di Hans Castorp — maggio 6, 2014 @ 2:59 am | Rispondi


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