Nuovo Masada

marzo 2, 2014

MASADA n° 1518 2-3-2014 SAFFO

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Viviana Vivarelli

Omosessualità greca. La stilizzazione dell’eros. L’omosessualità femminile. Le poesie di Saffo

« C’è chi dice sia un esercito di cavalieri, c’è chi dice sia un esercito di fanti,
c’è chi dice sia una flotta di navi sulla nera terra
la cosa più bella, io invece dico
che è ciò che si ama
»

(Frammento 16)

Alcuni storici esaltano la civiltà greca del sesto secolo a.C. come esempio di grande libertà, asserendo che anche le donne greche, a quel tempo, erano libere, tant’è che una di esse, Saffo, poté fondare un collegio per ragazze nobili, un istituto formativo per fanciulle ricche. L’affermazione contiene molti errori e, per capire la posizione della donna nella civiltà greca, è meglio seguire il sociologo e filosofo Michel Foucault e l’analisi che il filosofo fa delle modificazioni culturali della sessualità greca e delle tipizzazioni sessuali che segnano anche l’inizio della filosofia occidentale.
Foucault pubblicò nel 1976 un’opera in tre volumi: ‘Storia della sessualità’, in cui analizza molti fenomeni umani, guardando soprattutto alla storia della sessualità, come indicatore significativo del contesto umano e dei ruoli che ogni tempo impone ai membri dell’aggregato sociale. Secondo Foucault, nei modi in cui la sessualità umana si esprime c’è poco di naturale, essa si esplica invece secondo gli orientamenti e le imposizioni del potere che anche nella sessualità esprime la sua concezione sociale e politica.


La valutazione dell’identità sessuale dipende massimamente dalla cultura, della politica e dalla religione. Si pensi a come il Cattolicesimo abbia creato nuove discriminazioni, cristallizzando doveri e diritti dei due sessi, emarginando i diversi, demonizzandoli con lo stigma del peccato o della patologia e complicando la situazione in modo inquietante e feroce. Non diversamente si sono comportate le altre due religioni del Libro: Islamismo ed Ebraismo. E questo perché le grandi Chiese hanno sempre utilizzato la sessualità come uno strumento di potere inalterabile nei secoli fissando gerarchie, divisioni di ruoli e fissità di compiti. Essendo l’impulso sessuale un impulso primario che domina la totalità degli uomini, il potere ha capito da sempre che chi ha il dominio su di esso, domina interamente la vita umana. Ecco perché le modalità con cui la sessualità può esprimersi sono state da sempre un campo regolato dal potere sin dagli albori dell’umanità, soprattutto nella divisione dei ruoli tra maschi e femmine e nella regolamentazione dei rapporti sessuali e della vita famigliare.
Il risultato è che il comportamento sessuale è tutt’altro che naturale, come pretendono certi integralisti, ma è piuttosto il risultato di una stilizzazione culturale, è un elemento insieme condizionato e condizionante.
Nelle epoche predenti a quella in cui si sviluppò la grande storia di Atene, il bacino del Mediterraneo era stato dominato per oltre un millennio da società matriarcali, come quella cretese, di cui si favoleggia il carattere pacifico, l’assenza di armi, le città senza mura, il rapporto vivissimo con la natura in un universo cosmogonico dominato da divinità femminili, simboleggiate dalla vacca e dalla luna.
Con l’arrivo degli Acheo-Dori si passò bruscamente a società maschili, guerriere, portatrici di guerre combattute con armi di ferro, società violente che travolsero il fragile universo femminile, imponendo quella sottovalutazione e subordinazione della donna che sarà una delle caratteristiche del mondo romano (non di quello etrusco) come del mondo medievale cristiano, persistendo fino ai nostri giorni.
Il mutamento da un millenario mondo e dominanza femminile a un mondo a decisa dominanza maschile, comportò un capovolgimento di valori e paradigmi, per cui si frantumò il cielo delle Dee della Terra per un Olimpo maschile, gerarchico e guerresco, basato sulla polarizzazione e la prevaricazione.
Socialmente, il nuovo modello di valori elevava il potere sull’amore, il verticismo sulla relazione, la polarizzazione oppositiva sull’armonia. E la società greca impose il nuovo dominio della razionalità sull’elemento enigmatico e segreto dell’irrazionale che sopravvisse nei culti misterici, rimuovendo l’elemento femminile intuitivo nell’inconscio collettivo e predicando quell’ordine e quella chiarezza che ebbero la punta massima in Aristotele per riemergere dopo il Medioevo cristiano nell’era delle nuove scienze fino al diffuso materialismo attuale.
L’Atene del sesto secolo rappresentò l’acme della civiltà greca: filosofia, pensiero logico, teatro, democrazia, arte…prodotti soprattutto dal popolo ionico, e là nacque la società occidentale col suo brusco spostamento dell’universo dei valori dal femminile al maschile.
Atene, centro culturale indiscusso del tempo, fu fondata su un insieme di paradigmi prettamente maschili che emarginavano la donna dalla vita sociale, dalla cultura, dal potere. Per cui la grande fama assunta proprio da una poetessa in quel tempo ha un valore anche maggiore, in quanto eccezionale e raro.

Il cittadino ateniese lasciava quasi tutti i lavori agli schiavi e, se poteva, si occupava quasi esclusivamente degli affari della città, era il ‘magnifico dilettante’ che pensava di poter sapere di tutto e si realizzava in un contesto improntato a uno splendido cameratismo maschile, per cui persino i pensatori e i filosofi operavano in équipe di ricerca di soli uomini (il Liceo, l’Accademia…). Ogni forma di godimento, da quello materiale a quello politico a quello filosofico o sportivo, era vissuto socialmente in congreghe di maschi.
A parte qualche eccezione, come i Pitagorici della Magna Grecia, che accoglievano anche donne, imponendo però la castità totale, o il Giardino di Epicuro dove convivevano entrambi i sessi, il massimo dell’aspirazione greca era di fare a meno delle donne.
Le donne greche, quando non venivano sotterrate appena nate, diventavano schiave, mogli o ancelle, erano utili alla propagazione della famiglia, potevano servire come strumento di sfogo sessuale, facevano i lavori di casa, e anche nella gravidanza erano considerate meri contenitori, uteri d’uso (vedi Aristotele per cui la donna è solo un vaso neutro, che non trasmette nulla di sé al figlio ma è solo l’incubatrice vivente di un nuovo maschio, figlio solo del padre).
Spesso le donne non erano nemmeno viste come attraenti, l’ideale della bellezza greca era l’atleta maschio, l’uomo per l’uomo. Meglio ancora l’adolescente ancora imberbe per l’uomo maturo.
Per quanto ci fosse molta cura nel difendere i bambini dai pedofili, la consuetudine imponeva al ragazzo adolescente e ancora imberbe di sottostare al desiderio sessuale dell’uomo adulto che lo sceglieva come oggetto del desiderio e si premurava di introdurlo nel mondo degli adulti, diventando il suo tutore civile, il suo pedagogo per la polis.

Il rapporto omosessuale era il biglietto da visita per l’introduzione in società, una specie di obbligo sociale a cui gli adolescenti dovevano sottostare obbligatoriamente.

Nella casa greca, le donne vivono in un’ala appartata, il gineceo, dove lavorano con le ancelle, filano, tessono, cucinano, lavano… Non mangiano alla mensa degli uomini, non votano, non fanno politica, non hanno diritti, non possono rivestire cariche o avere proprietà, non possono nemmeno fare ginnastica nelle famose palestre che sono centri di ritrovo e di cultura, né partecipare alle gare olimpiche né assistervi se sposate. Una donna che si travestì da uomo per vedere il figlio gareggiare fu uccisa.
Gli autori che ci lasciano racconti sulla vita greca sono uomini e parlano solo di cosa facevano gli uomini. Le donne sono un oggetto rimosso. Nessuno avrebbe mai pensato che le donne potessero avere intelligenza o potessero essere istruite al pari degli uomini. Erano di proprietà del maschi di casa come le suppellettili, gli schiavi e le bestie. Non andavano a scuola, stavano in casa e imparavano solo a tenere in ordine una casa. Se non erano ricche, facevano tutti lavori relativi al menage famigliare, crescevano i bambini per i primi anni, cucinavano, lavavano, filavano, tessevano. Se avevano degli schiavi curavano che questi facessero i vari lavori domestici.
In genere sui vasi gli uomini sono rappresentati con la pelle scura, perché stavano molto all’aperto, le donne sono pallide perché non uscivano mai di casa e, se avevano degli schiavi, mandavano loro a comprare le provviste. Al massimo, a una donna si poteva insegnare a leggere e scrivere, ma sarebbe stato assurdo insegnarle di più, le avrebbe dati troppo potere e avrebbe messo a rischio la catena gerarchica.
L’uomo aveva un ruolo dominante ovunque, nella vita sociale, culturale, politica, economica e, quando non era impegnato nella guerra, trascorreva la giornata tra l’agorà, i ginnasi e i simposi. La donna invece, di norma, era esclusa dalla vita pubblica, se non per i riti religiosi, viveva relegata nel gineceo e, tanto più la sua condizione era elevata, tanto meno ampia era la sua libertà.
Le nobili donne, destinate a divenire spose, “ghiunàiches”, non potevano uscire se non accompagnate dalle ancelle e la loro unica funzione era di curare il focolare e prepararsi a generare figli legittimi. Stavano sotto la tutela del padre, da nubili, e, una volta sposate, passavano sotto la tutela del marito; se divenivano vedove, sotto quella di un figlio o di un fratello. Erano totalmente prive di indipendenza e di potere.
La “pornè”, concubina, rappresentava un’altra condizione della donna greca e, in questo caso, era considerata semplicemente come una compagna di letto.
Alla “pornè” si contrapponeva l’ “etèra”, la donna libera, di notevole cultura, che accompagnava gli uomini per un divertimento anche intellettuale.
Le donne libere vivevano al di fuori della protezione di un nucleo familiare e, non avendo un uomo che provvedesse alle loro necessità, dovevano procurarsi da vivere autonomamente; erano dunque per necessità prostitute. La legge riconosceva giuridicamente e socialmente questa realtà e la condizione di una donna che al tempo stesso la città voleva e disprezzava.
Non è vero, come dicono certi storici, che le donne greche inventarono il teatro, non lo inventarono, lo vissero, nascostamente, come rito di liberazione orgiastica notturno e clandestino. L’esistenza delle Baccanti non prova la liberalità greca ma il suo contrario, visto che la polis considerava le Baccanti come delle ribelli contestatrici e che essere dovevano celebrare i loro riti di notte e nascostamente.

I culti delle Lene o Baccanti o Menadi erano quelli degli antichi riti misterici legati alla Madre Terra, molto più viscerali e primitivi della conformista religione olimpica.
Nei riti dionisiaci le donne recitarono convulsamente il loro eros liberato, rivissero l’archetipo di passione, morte e resurrezione, ma i maschi greci violarono gli oscuri riti liberatori delle selve, le spiarono e trassero da loro il teatro, congelando l’esperienza sacra e viscerale, delirante e mistica, nello spettacolo urbano, stilizzato e rigido, dove l’officiante in pieno delirio diventa lo spettatore passivo nell’improbabile terapia del guardare. Il teatro come catarsi delle passioni, come lo chiama Aristotele, è cosa ben diversa dalla partecipazione furiosa e destabilizzante.
Da questo teatro al maschile le donne furono estromesse, come avverrà nel teatro giapponese, tutto recitato da uomini anche nelle parti femminili, al fine di inquadrare la rivoluzione passionale in schemi controllabili e prescritti, in una parola: ‘razionali’.

E così come avvenne nell’antico mondo giapponese, le donne greche colte e sofisticate costituirono una rarità, le etere come le geishe, donne istruite e intelligenti ricercate per la loro anomalia, in quanto diverse da tutte le altre succubi e condizionate, così come si cerca in un circo la donna cannone o l’animale a due teste.

Questa civiltà greca dall’impronta così maschile ancora ci condiziona, perché l’impostazione maschilista passò prima al mondo romano e poi a quello cristiano, ma, per secoli, nel mondo ateniese l’amante perfetto non fu la donna ma il ragazzo. Demostene dice: “Abbiamo le cortigiane per il piacere, le concubine per le cure quotidiane, la sposa per avere una discendenza legittima e una fedele custode del focolare”.
Tace qui della passione greca preminente che era l’omosessualità con giovanissimi. La fiamma amorosa dell’uomo considerato ‘normale’ non si volgeva alla donna ma all’adolescente, al giovanissimo ancora impubere che poteva essere sedotto in tutti i sensi. Il ragazzo soddisfaceva le voglie sessuali dell’amico più anziano e questi, in cambio, gli faceva da cicerone e lo introduceva nel potere civile dei maschi, gli insegnava ad essere cittadino, artista, politico, uomo…svolgeva per lui un processo introduttivo, propedeutico, di educazione civile, politica e sociale. Lo scambio sessuale era la moneta per l’apprendistato forzato, il sesso come iniziazione al mondo della polis, la condicio sine qua non per diventare cittadino, per essere introdotto nel consesso di quelli che contano.

I famosi convivi platonici univano la filosofia alla politica, la poesia al sesso, la libagione al coito, ma sempre tra uomini. Incoronati di fiori, cosparsi di profumi, abbracciati sui triclini a ragazzetti bellissimi seminudi, i migliori uomini di Atene conversavano fino all’alba dei massimi valori, finché il vino li faceva rotolare sotto i tavoli.

Io voglio che s’inviti/ quell’amore di bimbo, Menone/ se un gusto ci dev’essere / nel convito, per me” (Alceo).

Nelle palestre i corpi nudi e abbronzati, depilati e unti d’olio, degli atleti suscitavano brame sessuali, dove amor patrio e orgoglio sportivo si univano all’erotismo e a piccole gelosie amorose.
Ci sono nel mondo antico coppie celebri di omosessuali, Achille e Patroclo, Eurialo e Niso, Cidone e Clizio, Ati e Licabas. Alcune davano scandalo come il poeta drammaturgo Agatone che conviveva con l’amante Pausania quando già entrambi avevano superato la trentina. Altre erano leggendarie come Alessandro Magno e il suo carissimo amico d’infanzia Efestione. Alessandro gli aveva giurato amore eterno, furono amici per tutta la vita e si parlava di loro come due corpi con una sola anima. Alessandro morì 8 mesi dopo la morte del suo amico.
Altri innamorati celebri furono:
Il filosofo Parmenide e il suo amante Zeno
Empedocle e Pausania
Eudosso di Cnido e il suo medico Feomedonta
Gerone I, tiranno di Siracusa, era follemente innamorato del bel Dailoha
mentre Dionigi il Vecchio ordinò l’esecuzione del suo amante temendo per la propria vita
Ugualmente il re di Sparta Pausania condannò a morte l’amante Argila, temendo che questi stesse complottando alle proprie spalle .
Il re Agesilao II in gioventù era stato amato da Lisandro il quale lo aiuto successivamente ad ottenere il potere
Archidamo I di Sparta si trovò innamorato del demagogo ateniese Cleone
Epaminonda, generale tebano, morì al fianco del suo amato durante la battaglia di Mantinea
Alcibiade adolescente, di cui tutti gli ateniesi erano innamorati, cercò in ogni modo ma inutilmente (a quanto pare) di sedurre Socrate
Futuro amante di Alcibiade adulto fu Anito, uno degli accusatori dello stesso Socrate
Temistocle e Aristide in gioventù erano in competizione per conquistare l’amore d’uno stesso uomo
Alessandro, futuro re dell’Epiro, è stato amato da Filippo II di Macedonia
Il commediografo Euripide, già sulla settantina, era innamorato del bellissimo drammaturgo trentacinquenne Agatone.

In questi appassionati amori la donna dove sta? Non c’è. Quando Pericle si innamora della intelligente e colta Aspasia, che altro non è che un’etera, è lo scandalo. Non perché lui è sposato e lei è una meretrice di lusso, ma perché è una donna e non ci si innamora di una donna.

La famiglia greca è monogamica e finalizzata alla discendenza e questa è un dovere. Non si ama la propria moglie, non la si sceglie perché la si ama. Il piacere si sposta fuori. Se l’uomo lo può soddisfare ovunque, la donna, non prostituta né schiava, può svolgere attività sessuale solo all’interno del matrimonio e col proprio marito; in caso di adulterio, è cacciata dalla casa ed esclusa dal culto della città.
L’uomo, invece, se violenta una donna, non fa scandalo, ma se la seduce consenziente è punito, perché ciò equivale alla corruzione di uno schiavo, in quanto rompe un legame di fedeltà che corrisponde al possesso.
Al marito nulla è vietato, può avere rapporti sessuali con prostitute o prostituti, concubine fisse, ragazzini, schiavi e schiave, amici…. La moglie appartiene al marito. Il marito appartiene a se stesso. Questo è la famosa libertà greca che sfocia nel nostro concetto di libertà occidentale dove la legge, anche quella religiosa, avrà sempre un occhio di riguardo per l’uomo ma sarà sempre durissima con la donna.

Nel mondo greco dunque non esiste distinzione morale tra omosessualità o eterosessualità. Per l’uomo c’è solo la bellezza e il desiderio della bellezza ma naturalmente essa si incarna soprattutto nel ragazzino.

Solone: “Finché nel caro fiore dell’età, vago d’amarsi,/ brami le cosce e la bocca soave”.

Archiloco: “So di questo turgore altro rimedio/splendido”.

C’erano vari modi per soddisfare il piacere ma essi erano rigorosamente formalizzati. Esisteva un rituale complesso per scegliere, corteggiare, conquistare ed esso era continuamente oggetto di riflessione e discussione. Il ragazzo era la parte succube della coppia.

e quel talamo in cui /non fu marito, bensì moglie, lui” (Archiloco)

Ma questa subordinazione effeminata doveva cessare quando il ragazzo non era più imberbe, dunque a 14 come a 18 anni. La barba faceva passare di colpo il ragazzo dalla parte passiva a quella attiva. Gli Stoici, che innalzavano l’età del ‘far moglie’ ai 28 anni, erano considerati immorali.

Ragazzo, finché liscia la tua gota, anche se debbo morire, sempre t’accarezzerò” (Teognide)

Ah, son innamorato di un ragazzo così morbido!” (idem).

Nel 1994 gli inglesi hanno votato una legge che alzava a 18 anni la possibilità di avere amori omosessuali, punendo con due anni di carcere chi si unisce con minori. E’ il rovesciamento del mondo greco dove era malvisto invece l’adulto che amava l’adulto. La morale risulta capovolta.
Per il Greco la posizione da femmina è desiderabile in un ragazzo ma disdicevole in un uomo, per cui si discuteva a lungo, per la coppia Patroclo-Achille, su chi fosse il tipo passivo.
Il giovinetto era oggetto di grande osservazione, se era serio, se era degno, se si comportava bene, se era riconoscente…

Ragazzo, fino a quando mi fuggirai? Ti cerco/ t’inseguo: vorrei giungere alla meta / Hai la terra, tu: ma sei protervo, altero / e fuggi: sei crudele come un falco / Ti chiedo grazia, fermati: ché non a lungo avrai / i doni della dea cinta di viole” (Teognide)

L’amore d’un ragazzo, averlo è bello, bello perderlo / Più facile trovarlo che goderlo / ne vengono infiniti guai, beni infiniti / c’è qualcosa di bello anche così” (Idem).

Intorno alla pederastia i Greci elaborarono una grande riflessione culturale, una morale e una filosofia. Il famoso e bellissimo discorso di Platone sull’Eros presuppone un amore omosessuale per un bel ragazzo. Il ragazzo doveva piacere all’uomo maturo, ma non era previsto il contrario.

Ama il ragazzo il primo che gli capita” (Teognide).

Il ragazzo deve considerare l’amore una iniziazione gratuita; se invece si darà per denaro, diventa indegno e sarà bandito da cariche sociali e ruoli politici.
Mentre oggi è in discussione se una coppia omosessuale possa educare un bambino, il Greco avrebbe detto che nessuno meglio di una coppia di uomini può occuparsi dell’educazione di un futuro cittadino.

Dice Teocnide a Cinto: “Ti sia ben chiaro questo. E fuggi compagnie malvagie / tieniti stretto agli uomini migliori / mangia e bevi con loro e in mezzo a loro siediti / e renditi grato ai più potenti / Che dagli onesti apprenderai l’onesto: se ti mescoli / ai tristi, guasti l’indole che hai ./ Hai capito? Frequenta i buoni: un giorno potrai dire / di me, che i cari li consiglio bene”.

Eppure, in questo strano mondo tutto maschile, troviamo una Aspasia e una Saffo. Ogni situazione, anche la più chiusa e formalizzata, ha le sue eccezioni.

SAFFO è la più grande poetessa greca.

Sapphó (Ereso, 640 a.C. circa – Leucade, 570 a.C. circa), è stata una poetessa greca vissuta tra il VII e il VI secolo a.C. Di famiglia aristocratica, nacque a Mitilene, nell’isola di Lesbo, dove trascorse la maggior parte della propria vita, attorno al 640 a.C., fu di famiglia aristocratica, esule per motivi politici, ebbe probabilmente tre fratelli, probabilmente si sposò ed ebbe una figlia.

Io ho una bella figlia che nell’aspetto somiglia a fiori d’oro,
la mia Cleis diletta, in cambio della quale io non
darei né tutta la
Lidia né l’incantevole Lesbo

Divenne famosa per tre motivi: aver fondato un tìaso, cioè una scuola per fanciulle, la bellezza dei suoi versi e i suoi amori omosessuali.
Saffo scrisse 9 libri di versi, di cui ci restano 500 frammenti. L’unico componimento conservatoci integro dalla tradizione è il cosiddetto Inno ad Afrodite, che apriva il primo libro dell’edizione alessandrina. In questo testo, composto secondo i criteri dell’inno cletico, Saffo si rivolge alla dea Afrodite chiedendole di esserle alleata riguardo a un amore non corrisposto.
Saffo era contemporanea del poeta Alceo, un suo compatriota che sicuramente la conosceva e la ammirava, dal momento che la indica così: «Saffo divina, chioma di viola, sorriso dolce come il miele«.
Saffo proveniva da una famiglia aristocratica e, a causa delle contese politiche che dilagavano a Lesbo in quegli anni, fu costretta a seguire la famiglia in esilio a Siracusa o ad Akragas, per una decina d’anni, per le lotte politiche tra i vari tiranni di Lesbo ma poi tornò a Ereso. La famiglia era ricca ma si dice che i suoi beni fossero stati dilapidati dal fratello Carasso, irretito da una cortigiana in Egitto, dove si era recato per commerciare. Testimonianze di questa diceria possono essere ricavate dal fatto che in una preghiera di Saffo (di cui è rimasto un frammento) la donna invoca Afrodite e le Nereidi perché aiutino il fratello a far ritorno a casa per la gioia degli amici, la rovina dei nemici e il conseguente recupero del rango che per nascita gli spettava.
Sappiamo che Saffo ebbe un marito, Cercila di Andro, di professione mercante, e una figlia, Cleide, a cui dedicò molti teneri e struggenti versi. Sembra che visse fino a tarda età e c’è una leggenda improbabile che dice che si gettò da un faro sull’isola di Lefkada, per l’amore non corrisposto verso il giovane battelliere Faone, che in realtà è un personaggio mitologico. Tale versione è ripresa anche da Ovidio, nelle Eroidi, e da Giacomo Leopardi (Ultimo canto di Saffo).
Leopardi probabilmente, descrivendola brutta e infelice per amore, proietta se stesso su una figura inventata. In realtà non era brutta affatto, il giovane poeta lirico Alcione, che la conobbe, la presentò, in uno dei suoi componimenti, come una donna bella e piena di grazia, dal fascino raffinato, dolce e sublime.
Le notizie sulla sua vita ci arrivano grazie al Marmor Parium, al lessico Suda, all’antologista Stobeo, a vari riferimenti di autori latini (come Cicerone e Ovidio), e alla tradizione dei grammatici.
Dopo il suo ritorno in patria, Saffo fondò una scuola, un thiaso dedicato al culto di Afrodite, dove curò l’educazione di gruppi di giovani fanciulle facoltose, destinate al matrimonio, secondo i valori che la società aristocratica richiedeva a una donna: l’amore, la delicatezza, la grazia, la capacità di sedurre, il canto, la musica, l’eleganza raffinata dell’atteggiamento. Nel tìaso era frequenti rapporti omosessuali, tra le singole ragazze o con Saffo, ma ciò era tollerato e anzi incoraggiato nella società greca antica come propedeutico all’amore nel matrimonio.
Saffo ebbe perciò passioni per alcune allieve e scrisse liriche che alludevano ai rapporti d’amore con loro.

Gli antichi furono concordi nell’ammirare la bellezza dei suoi versi, che erano cantati e accompagnati da musiche sempre composte da Saffo.
Solone, suo contemporaneo, dopo aver ascoltato in vecchiaia un carme della poetessa, disse che a quel punto desiderava due sole cose: impararlo a memoria e morire. Strabone, a distanza di secoli, la definì: “un essere meraviglioso“.
Saffo è rimasta famosa per gli amori omosessuali vissuti nel contesto formativo greco come un normale percorso educativo che le adolescenti intraprendevano quando facevano parte del tìaso, analogamente a quanto avveniva nei gruppi di uomini.
Il tìaso di Lesbo aveva come maestra principale proprio Saffo e dava alle giovani una formazione culturale completa (artistica, musicale e sociale) non per un lavoro o una ricerca ma solo per renderle mogli migliori. In questo apprendistato non destava meraviglia che, come avveniva nei gruppi maschili, fosse contemplata anche l’iniziazione all’amore. E che fossero coinvolti anche i sentimenti lo dicono le stesse liriche di Saffo. E’ da lei che nascono i termini “lesbico” e “saffico”, che designano l’omosessualità femminile.

Se possiamo godere ancor oggi dei versi rimasti di Saffo, nulla sappiamo delle musiche che li accompagnavano.
Nel mondo greco antico, almeno sino ad una certa epoca, la figura del poeta non era distinta da quella del musicista. La separazione tra musica e poesia avvenne in modo graduale e in epoca relativamente tarda, alla fine del secolo quinto. Così Saffo cantava i suoi versi su musiche composte da lei stessa.
Purtroppo dei suoi nove libri di carmi è rimasto ben poco e della sua musica nemmeno una nota. I papiri classici che contengono i versi dell’edizione alessandrina non recano traccia di note musicali, per cui recenti ricostruzioni musicali sono solo di fantasia. Anche i pochi versi rimasti ci danno l’idea di una avvincente bellezza, ma possiamo intuire che sia stata anche la musica a inebriare i contemporanei. Sappiamo anche che la poetessa introdusse delle importanti innovazioni nella pratica musicale.
Aristosseno, dotto musicologo, allievo di Aristotele e vissuto nel IV secolo a.C. dice che Saffo fu la prima donna ad inventare l’armonia missolidia, che accentuava la passione, unendola a quella dorica che produceva un effetto di magnificenza.
Ogni armonia corrispondeva a uno stato d’animo. Probabilmente Saffo introdusse a Lesbo l’armonia missolidia che veniva dall’Asia Minore e corrispondeva alla passione d’amore.
Se abbiamo solo 500 versi suoi, sappiamo però che scrisse moltissimo.
I grammatici alessandrini hanno sistemato la sua copiosa produzione in ben nove libri: odi in strofe saffiche, carmi in pentametri eolici, asclepiadei maggiori, tetrametri ionici, epitalami in metri diversi. Saffo pur prestando grande attenzione alla forma riesce ad esprimersi con grande semplicità per manifestare sentimenti intensi e coerenti. Ci dicono che fosse a volte trepida e musicale, a volte triste e appassionata, ma a stento dalle traduzioni riusciamo a comprenderne la bellezza.

Nell’inno ad Afrodite, forse una delle più belle e delicate liriche pervenuteci, Saffo esprime la pena e l’ansia per l’amore non sempre corrisposto e il penoso tormento che questo le dà. Questa lirica assume la forma di una preghiera in cui, con il richiamo di un incontro precedente, cerca di coinvolgere la dea in suo favore e la dea interviene in maniera diretta con la promessa che Saffo si aspetta. In questa poesia la forza emotiva si coniuga con l’eleganza e la dolcezza delle espressioni che raggiungono l’acme nella sesta strofa in cui la parola della dea diventa impegno, conciso e perentorio.

Ad Afrodite (traduzione di Quasimodo)

Afrodite, trono adorno, immortale,
figlia di Zeus, che le reti intessi, ti prego:
l’animo non piegarmi, o signora,
con tormenti e affanni.
Vieni qui: come altre volte,
udendo la mia voce di lontano,
mi esaudisti; e lasciata la casa d’oro
del padre venisti,
aggiogato il carro. Belli e veloci
passeri ti conducevano, intorno alla terra nera,
con battito fitto di ali, dal cielo
attraverso l’aere.
E presto giunsero. Tu, beata,
sorridevi nel tuo volto immortale
e mi chiedevi del mio nuovo soffrire: perché
di nuovo ti invocavo:

cosa mai desideravo che avvenisse
al mio animo folle. “Chi di nuovo devo persuadere
a rispondere al tuo amore? Chi è ingiusto
verso te, Saffo?
Se ora fugge, presto ti inseguirà:
se non accetta doni, te ne offrirà:
se non ti ama, subito ti amerà
pur se non vuole.”
Vieni da me anche ora: liberami dagli affanni
angosciosi: colma tutti i desideri
dell’animo mio; e proprio tu
sii la mia alleata.
Un esercito di cavalieri, dicono alcuni,
altri di fanti, altri di navi,
sia sulla terra nera la cosa più bella:

io dico, ciò che si ama.
È facile far comprendere questo ad ognuno.
Colei che in bellezza fu superiore
a tutti i mortali, Elena, abbandonò
il marito
pur valoroso, e andò per mare a Troia;
e non si ricordò della figlia né dei cari
genitori; ma Cipride la travolse
innamorata……

……ora mi ha svegliato il ricordo di Anattoria
che non è qui;
ed io vorrei vedere il suo amabile portamento,
lo splendore raggiante del suo viso
più che i carri dei Lidi e i fanti
che combattono in armi.
Simile a un dio mi sembra quell’uomo
che siede davanti a te, e da vicino
ti ascolta mentre tu parli
con dolcezza
e con incanto sorridi. E questo
fa sobbalzare il mio cuore nel petto.
Se appena ti vedo, subito non posso
più parlare:
la lingua si spezza: un fuoco
leggero sotto la pelle mi corre:

nulla vedo con gli occhi e le orecchie
mi rombano:
un sudore freddo mi pervade: un tremore
tutta mi scuote: sono più verde
dell’erba; e poco lontana mi sento
dall’essere morta.
Ma tutto si può sopportare…
Le stelle intorno alla luna bella
nascondono di nuovo l’aspetto luminoso,
quando essa, piena, di più risplende
sulla terra…”

(Enciclopedia Treccani): “I carmi lirici di Saffo furono raccolti e ordinati dai grammatici alessandrini in nove libri, tenendo conto in parte del metro, in parte del contenuto: il primo libro, per es., raccoglieva tutte le liriche in strofe saffiche, l’ultimo tutti gli epitalami (in metri diversi). Di molte migliaia di versi rimane pochissimo: una sola ode intera, un’altra mutila alla fine, ampi frammenti spesso di lettura difficilissima e disperata, ritrovati in gran parte nelle scoperte papirologiche recenti; molti frammenti, di uno o due o pochissimi versi, sono conservati da citazioni di grammatici e metricologi antichi. Il dialetto usato è l’eolico, come in Alceo; forse si insinuano in esso degli epicismi. Il tipo di composizione è la lirica monodica, ma Saffo compose anche poesie corali, i cui caratteri metrici non hanno affinità con la struttura del coro di Alcmane, Stesicoro, Pindaro, ecc. Singolare nelle forme, raffinatissima nella lingua, la poesia eolica di Saffo e di Alceo fu ripresa come modello dai poeti ellenistici e, attraverso questi, dai neoteroi latini e da Orazio; un suo influsso si può però anche riscontrare nei tragici e in Aristofane.
La poesia di Saffo rappresenta una delle maggiori vette raggiunte dalla lirica di tutti i tempi. La lingua, la musicalità perfetta ed essenziale, l’immagine purissima e pregnante, l’assoluta assenza d’ogni ornamento che non sia perfettamente fuso nel disegno, nel colore e nella musicalità dell’immagine, ne fanno un esempio unico di liricità pienamente realizzata. D’altra parte, la poesia di Saffo, la cui ispirazione nasce da una ristretta gamma di sentimenti (l’amore, innanzi tutto, vissuto in tutte le sue forme, dalla passione travolgente e dalla gelosia alla contemplazione estatica che risolve in una sola immagine l’oggetto amato e la bellezza dell’universo con cui si paragona e in cui vive), è quanto di più lontano possa essere dall’estetismo e dall’alessandrinismo. Non v’è alcun elemento di compiacenza esteriore; l’amore per il bello e le cose che ridestano la sensibilità sottile e raffinata dell’artista e della donna serba sempre una immediata schiettezza, che lo salva da ogni sensualismo programmatico. S. è semplicemente una donna che ama, gode e soffre le bellezze della natura, degli animali, delle cose che la circondano, non già istintivamente – ché anzi ha coscienza di questo suo singolare essere fatta per una esclusiva passione, fuori d’ogni conformismo di valori comunemente accettati -, né con semplicità d’animo, ma tuttavia spontaneamente e senz’altra mediazione che l’infinita capacità di canto. Nei frammenti di Saffo è certamente riposto uno dei più straordinari e singolari tesori d’arte e d’umanità che la Grecia arcaica abbia lasciato.”

Lesbo è una grande isola dell’Egeo, vicina alla costa turca, formata da rocce vulcaniche, calcari cristallini e serpentine, selvaggia e bellissima. Quest’isola occupa un gran posto nella storia della cultura greca, vi nacquero poeti, storici e filosofi, fra i poeti i principali furono Alceo e Saffo.
In uno strano mondo di uomini fatto per gli uomini, Saffo rappresenta la controfaccia dell’omosessualità greca, creando un mondo di donne che si amano fra donne.
Saffo è ricca e nobile, sprezzante e altera, ha tre fratelli di cui uno si innamora, caso raro, proprio di un’etera, ma lei non mostra alcuna partecipazione a questa storia d’amore, semmai disprezzo, perché la ragazza è di classe inferiore. Saffo invece si sposa bene, ha anche una figlia, che ama molto e nei suoi versi la chiamerà ‘fiorellino d’oro’. Saffo vive a Mitilene, principale centro della sua isola, dove fonda un ‘tìaso’, un collegio per fanciulle nobili per prepararle al matrimonio o, come dice lei, ‘una cerchia di seguaci delle Muse’, principalmente dedite alla dea Afrodite “colei che atterra e suscita, che affanna e che consola”.
Ricordiamo che in Grecia non c’erano scuole di stato, i ragazzini andavano in qualche portico o stanzetta dove un maestrucolo privato insegnava loro a leggere, scrivere e far di conto. Saranno i filosofi a fondare scuole per adulti, laboratori di pensiero dove i più intelligenti conversavano insieme riordinando il mondo in forme logiche e lanciando all’universo domande sconvolgenti.
La sfida che Saffo lancia al mondo greco è enorme, non solo, lei, donna, fa una scuola di stile là dove non ci sono scuole, ma la apre alle donne. Non sarà la sola a fare questo, altre due nobildonne greche imiteranno la sua scuola. I Greci la accettano di buon grado in quanto, in questa collegio, le fanciulle più nobili e belle saranno perfezionate per diventare mogli ancora migliori, per cui accettano quello che vedono solo come l’aumento di pregio di un oggetto d’uso.
La comunità delle fanciulle ripete le modalità del gruppo maschile: vivono insieme, insieme imparano a danzare, cantare, vestirsi in modo elegante, avere buon comportamento e curare il culto di Afrodite.. e ripetono anche la modalità dell’amore omosessuale, in questo caso, tra donne.

Il tìaso è un gruppo particolare in una società di gruppi. Ma i maschi resteranno coi loro costumi tutta la vita, mentre le donne vivranno la breve stagione del tìaso e poi andranno spose per cadere sotto il giogo del marito. Solo Saffo resta nella scuola e ama molte fanciulle e molte volte perde l’oggetto del suo amore e lo piange nella sua poesia. Per questo i suoi versi sono principalmente sfoghi d’amore, brucianti versi di passione, poesia erotica o appassionata gelosia d’amore.

La lirica di Saffo è monodica, si chiamava così la poesia cantata da un solo esecutore, che in genere era il poeta stesso che cantava accompagnandosi con la cetra. Un tempo le poesie venivano cantate non recitate, e cantate furono anche l’Iliade e l’Odissea.
I più grandi esponenti della lirica monodica furono proprio Saffo ed Alceo, inventori anche di alcuni tipi di strofe che presero nome da loro.
Molte sono le fanciulle che passano nella scuola di Saffo e molti i suoi amori, amori forti e declinanti, colorati sempre dalla tristezza dell’abbandono:

Si fece freddo il cuore
cedere di tremate ali
”.

Ora di nuovo il desiderio vola
attorno a te,
la bella; di per sé sconvolge
a mirarla, la veste. Io m’allegro
era lei stessa, un giorno, a biasimarci
la dea di Cipro
”…

Non un canto di coro,
né sacro, né inno nuziale
si levava senza le nostre voci;
e non il bosco dove a primavera
il suono
…”

Ecco che Amore di nuovo m’investe,
Amore,
che scioglie le membra,
dolceamara,
invincibile fiera!

Il tìaso era qualcosa di più di un collegio per giovani di buona famiglia, era un gruppo di convivenza con proprie divinità e proprio stile di vita, dove le giovinette, che sarebbero poi state scelte come spose, vivevano un’esperienza ricca, con insegnanti che le istruivano nell’arte della danza e del canto, della grazia e della poesia, della musica e della bellezza. Da Saffo le allieve imparano le armi della bellezza, della seduzione e del fascino: imparano la grazia (charis), che aumenta il loro fascino.
Il tìaso di Saffo non era l’unico, le fonti citano quelli di Gorgò e di Andromeda, ma è la bellezza dei canti di Saffo e i suoi versi di Saffo sull’amore omosessuale che lo rendono celebre.
Plutarco dice che le donne migliori potevano amare la stessa fanciulla, e allora cercavano, insieme (pur essendo rivali tra loro), di rendere migliore la loro amata. Cosi come il rapporto omosessuale con un adulto accompagnava, con valore formativo, la fase nella quale il giovane imparava ad essere cittadino, allo stesso modo, all’interno dei gruppi femminili, il rapporto con una donna adulta accompagnava la fase nella quale le fanciulle e si preparavano a diventare mogli.
Ma l’omosessualità femminile non era solo un fatto pedagogico, poteva essere una vera e propria passione amorosa.
Certo, per le donne che la vivevano, l’esperienza comunitaria era anche il momento della vita intellettuale, dell’istruzione, della cultura. Ma quante furono le donne che vissero quest’esperienza?
.
“... perché coloro a cui io voglio bene,
sono proprio quelli che mi fanno il male peggiore

Eros ha sconvolto il mio cuore,
come un vento che si abbatte sulle querce sulla montagna.

perché chi è bello, non è bello che il tempo di guardarlo,
chi è nobile sarà subito anche bello
”.

… dall’alto …
qui, da Creta …
sacro, dove è un boschetto incantevole
di meli e vi sono altari che odorano
del fumo dell’ incenso;
l’ acqua mormora fresca tra i rami
dei meli, tutto il luogo è ombreggiato
di rose, e dalle foglie che stormiscono
scende il sopore;
là un prato dove pascolano cavalle è cosparso
di fiori di primavera, le brezze
alitano dolci.
Qui, dea Cipria, prendendo
nei calici d’ oro, con grazia
versando un nettare che si mescola
alla festa

Le stelle intorno alla luna bella
nascondono di nuovo l’aspetto luminoso,
quando essa, piena, di più risplende
sulla terra ..

… .
“Ma tu morta giacerai, e nessun ricordo di te
ci sarà, neppure in futuro: tu non partecipi delle
rose della Pieria. E di qui volata via, anche nella casa
di Ade, invisibile ti aggirerai con i morti
oscuri …

Tramontata
è la luna e le Pleiadi:
a mezzo è la notte: il tempo trascorre;
e io dormo sola.

“… ma non è facile ottenere …
ma invocar
e” …

Non vi era danza
né sacra festa…
da cui noi fossimo assenti
né bosco sacro…

La mela dolce rosseggia sull’alto del ramo,
alta sul ramo più alto: la scordarono i coglitori.
No, certo non la scordarono: non poterono raggiungerla
. ”

… se ora ti sfugge, presto ti cercherà,
se non accetta i tuoi doni, lei stessa te ne offrirà,
se non ti ama, presto ti amerà, anche se non volesse
” …

…ricordate …
perché nella nostra giovinezza
noi questo facevamo
” ….

… perché coloro a cui io voglio bene,
sono proprio quelli che mi fanno il male peggiore,
… ma io ho in me la profonda convinzione
” …

“Le stelle intorno alla bella luna
celano il volto luminoso quando,
al suo colmo, più risplende sopra la terra … argentea

… “io desidero e bramo” …

… … … … “sul mio dolore …
chi mi biasima possano i venti portarselo via
” …

… ai piedi portava,
una calzatura lavorata finemente,
bella opera lidia
”.

…verso di voi, così belle, il mio pensiero non muterà mai”.

Ti amo, Saffo, e onoro
la regina di Cipro e le Pieridi amabili.
Grande dono a te e a me lei fece.
A quanti la luce delle muse illumina
dovunque gloria arriderà, e oblio
da te anche nell’Acheronte fuggirà lontano
” … … …

Come il giacinto che i pastori pestano
per i monti, e a terra il fiore purpureo”


“...simile a una dea, che ben si distingue,
ti (considerava), e godeva molto del tuo canto.
Tra le donne lidie, ora,
ella spicca, come la luna dita di rosa
quando il sole è tramontato
vince tutte le stelle. E la luce si posa
sul mare salato
e sui campi pieni di fiori;
e la rugiada bella è sparsa:
son germogliate le rose e i cerfogli
teneri e il meliloto fiorito.
Aggirandosi spesso, e ricordando
la bella Attis, ella opprime
per il desiderio l’animo sottile.

E andare lì..
.
Venite al tempio sacro delle vergini
dove più grato è il bosco e sulle are
fuma l’incenso.
Qui fresca l’ acqua mormora tra i rami
dei meli: il luogo è all’ombra di roseti,
dallo stormire delle foglie nasce
profonda quiete.
Qui il prato ove meriggiano i cavalli
è tutto fiori della primavera
e gli aneti vi odorano soavi.
E qui con impeto, dominatrice,
versa Afrodite nelle tazze d’ oro
chiaro vino celeste con la gioia.

.
A morire
mi manca poco.

Questo il destin
.”
.
… e io a chi
penso ora, se non ad … …
Anattoria? Lontana?
E’ splendido il suo
modo di camminare, lampi
di fuoco nel suo
sguardo.
Altro che

carri di Lidi, o schiere
di fanti in armi.

.
O mia Gòngila, ti prego:
metti la tunica bianchissima
e vieni a me davanti: intorno a te
vola desiderio d’amore.
Così adorna, fai tremare chi guarda;
e io ne godo, perché la tua bellezza
rimprovera Afrodite.

.
… ei giunta, ti desideravo,
hai dato ristoro alla mia anima ardente


Di ghiaccio divenne il loro cuore e le ali si chiusero.
Cosa c’è
in fondo ai tuoi occhi
dietro il cristallino
oltre l’ apparenza?
Dove il tempo
d’ improvviso
si ferma
e la mia anima
sulle tue labbra
resta
sospesa?

.
Sottili lacci di fumo
che si dipanano dalle tue pupille
disegnano nell’aria azzurre spirali.
Sfiorando la mia pelle

….
Vieni.
Inseguimi tra i cunicoli della mia mente
tastando al buio gli spigoli acuti delle mie paure.
Trovami nell’angolo più (remoto) ….

.
E il tarlo che divora la mia ragione
uno spillo acuminato nel cuore
una piuma che solletica il dolore ….

.
“Tutto il mio essere ruota
frenetico
attorno ad una solitaria stella danzante
che irradia
la sua sardonica …..”
.
“Sono qui.
Nell’anticamera del Paradiso
vestita di solo desiderio.
Chiudo gli occhi.
Un passo verso di te.
L’Inferno.
Le …..”
.
Il mio cuore
ora
è una lastra di ghiaccio.
Lì dove tu
hai conficcato il tuo vessillo ….
miliardi di piccole crepe …
.”
.
Annego
nel torbido
di immonde fantasie
carezzando il contorno
delle mie malinconie
librata
in un limbo
tra subdole chimere
ripiego le ali
e
mi
lascio
cadere
. “
.
Eros mi paralizza il corpo …
mi ha sempre impressionata …
questo dolceamaro …
invincibile serpente …
mi porta sempre in crisi..
. “
….
Ho avuto dalla vita,
la maggiore ricchezza, “
la gioia di essere amata…
E sono sempre convinta
di non essere dimenticata….
Mai …

….
Ad Attide ricordando l’amica lontana (traduzione Salvatore Quasimodo)

Forse in Sardi
spesso con la memoria qui ritorna
nel tempo che fu nostro: quando
eri Afrodite per lei e al tuo canto
moltissimo godeva.
Ora fra le donne Lidie spicca
come, calato il sole,

la luna dai raggi rosa
vince tutti gli astri, e la sua luce
modula sulle acque del mare
e i campi presi d’erba:
e la rugiada illumina la rosa,
posa sul gracile timo e il trifoglio
simile a fiore.
Solitaria vagando, esita
e a volte se pensa ad Attide:
di desiderio l’anima trasale,
il cuore è aspro.
E d’improvviso: “Venite!” urla;
e questa voce non ignota
a noi per sillabe risuona
scorrendo sopra il mare.”

.
Esser morta vorrei veramente.
Mi lasciava piangendo,
e tra molte cose mi disse:
“Ahimè, è terribile ciò che proviamo,
o Saffo: ti lascio, non per mio volere”.
E a lei io rispondevo:
“Va’ pure contenta, e di me
serba il ricordo: tu sai quanto t’amavo.
Se non lo sai, ti voglio
ricordare…
cose belle noi godevamo.
Molte corone di viole,
di rose e di crochi insieme
cingevi al capo, accanto a me,
e intorno al collo morbido
molte collane intrecciate,

fatte di fiori.
E tutto il corpo ti ungevi
di unguento profumato…
e di quello regale.
E su soffici letti
saziavi il desiderio


Eros che fiacca le membra, di nuovo, mi abbatte
dolceamara invincibile fiera
Attis, ti sei stancata di pensare
a me, e voli da Andromeda.

.
Nello specchio dei tuoi occhi
respiro
il tuo respiro.
E vivo …
…”

Cristiano Comelli

Saffo è poetessa dell’amore lacerato. O meglio, della precarietà dell’amore. In lei convivono l’afflato verso un amore eterno e indistruttibile e il senso della finitudine; la collisione tra infinito e finito, in cui finisce però per prevalere quest’ultimo. Indubbiamente la poetessa di Lesbo introduce un nuovo modo di leggere l’amore, nuovo, perlomeno, per l’epoca in cui essa vive. Intanto invita a guardare l’amore a carte scoperte. L’amore non è sempre e solo sinonimo di benessere. È tale nel momento in cui nasce, lo si avverte e lo si lascia crescere piano piano; poi, però, diventa impegno a mantenerlo in vita e qui occorre fare i conti con la realtà, con un oggetto d’amore incomprimibile che non si lascia avviluppare dalla ragnatela del proprio desiderio; Attis, una delle ragazze amate da Saffo, è la delizia suprema ma poi diventa elemento lacerante quando si getta tra le braccia di Andromeda. Il qui e ora del godimento amoroso è da trattenere con le unghie perché il tempo e gli eventi se ne impossessano quando meno ce lo si aspetta.
Amore e precarietà, amore e tempo. In Saffo individuerei, nella mia povera lettura, tre momenti del rapporto tra queste due dimensioni: vi è una Saffo che rilegge se stessa nell’esperienza amorosa di altre ragazze, e infatti non di rado il concetto che traspare dalle sue poesie è “anch’io quando ero giovane”. Ma non vi è solo un senso di compiacimento, bensì anche uno di rimpianto. La consapevolezza di non potersi più concedere quella totalità di dono d’amore che ci si poteva concedere nell’aurea età giovanile diventa appunto elemento di forte scuotimento dell’anima; e tale cesura tra presente e passato si fa insostenibile sfociando in un desiderio di morte che azzeri le pene del trascorrere del tempo.
Ma l’amore di Saffo non è amore della rassegnazione; vi è sempre un elemento cui aggrapparsi per poter ricominciare il giro, e in questo mi pare entri in campo Afrodite, dea prediletta da Saffo cui la poetessa si rivolge con toni dolci e accorati per l’alleviamento delle sue pene d’amore. Un’Afrodite indubbiamente molto personale che ricorda il deus ex machina delle commedie di Euripide, sempre pronto a intervenire nelle situazioni di difficoltà.
Amore come risentimento. Già, non si può dire che Saffo si risparmi nelle sue invettive contro le sue rivali in amore, vedi per esempio Andromeda raffigurata in taluni frammenti come un personaggio rustico. Ma non vi è da meravigliarsi di questo. Se la totalizzazione dell’esperienza amorosa vale in un senso, quello del darsi completamente fino alla malattia, vale anche nell’altro, l’indignarsi per l’amore fuggito è contropartita proporzionata alla dazione primitiva dell’amore o meglio, al quantum dell’essersi dato di un amore. Nel complesso mi pare di poter dire che Saffo sia una buona lettura per scandagliare i fondali dell’amore, non soltanto delle vette che esso può e pretende di raggiungere, ma anche dei suoi limiti.

2014
Un nuovo papiro egiziano riporta frammenti di due poemi di Saffo finora ignoti. Tutto ha inizio grazie alla generosità scientifica di Dirk Obbink, papirologo di Oxford e curatore della prestigiosa collana dei Papiri di Ossirinco, la più importante del mondo, e la più prolifica di testi inediti. È la seconda volta in questo breve millennio che testi di Saffo vengono ritrovati e pubblicati: dieci anni fa un papiro dell’Università di Colonia ci ha restituito una diversa versione del famoso Carme della vecchiaia e un ulteriore misterioso frammento.
Il nuovo papiro ha qualche aspetto misterioso: l’origine è ignota, come ignoto ne è il proprietario che lo affidò a Obbink per la pubblicazione. Viste le restrizioni poste dal governo egiziano agli scavi e soprattutto all’esportazione dei papiri, si è sviluppato un fiorente commercio clandestino, nel quale venditori e acquirenti sono per lo più sconosciuti. I prezzi sono comunque alti. È il caso di alcuni papiri dell’Università di Colonia o del Papiro di Artemidoro, di cui in questi anni si è a lungo e accesamente discussa l’autenticità.
Simili polemiche non sorgeranno a proposito del nuovo documento: alcuni versi sembrano coincidere con i resti di un poema di Saffo. Tuttavia il nuovo papiro non mancherà di suscitare l’interesse e la discussione. Si inserisce infatti in una parte della produzione saffica finora poco attestata e poco esplorata: i nuovi frammenti non parlano della vita e dei sentimenti delle donne, per lo più adolescenti prossime al matrimonio, che facevano parte del gruppo che circondava Saffo. Nel frammento meglio conservato l’occhio è puntato sulla famiglia della poetessa e sulle sue vicende e difficoltà politiche e economiche.
Saffo aveva una famiglia importante e complicata; aveva un marito – un ricco aristocratico di Andros, l’«isola dei gelsomini» – e almeno una figlia, di nome Cleide. Ma soprattutto aveva dei fratelli, e due di questi ci interessano in modo particolare. Del più giovane, Larico, finora sapevamo che Saffo ne era molto fiera, perché era stato scelto a fare il coppiere ai notabili di Mitilene, il capoluogo dell’isola; più dettagliate e complesse notizie avevamo di un altro fratello di nome Carasso.
Le sue avventure ci sono raccontate da varie fonti, da Erodoto al geografo Strabone, a Ateneo, una specie di tuttologo di età romano imperiale. In sintesi: Carasso si invaghì a Naucrati di una prostituta di nome Rodopi, e per lei quasi rovinò sé stesso e la famiglia. L’uomo si trovava a Naucrati – il primo emporio commerciale aperto per i Greci in Egitto a cavallo fra il VII e il VI secolo a. C. – per commerciare vino. Quando finalmente tornò a Mitilene fu duramente rimproverato dalla sorella in un poema. La vicenda permette di indagare aspetti di solito trascurati della vita di una città arcaica: un membro di una famiglia nobile e ricca viaggia per mare alla volta di lontani mercati, per vendere i surplus della propria produzione agricola; soprattutto vino, prodotto assai richiesto dagli assetati Egiziani. I suoi comportamenti mettono in pericolo la situazione complessiva della famiglia e vengono stigmatizzati nei canti dalla sorella. Il problema è che tutta la storia ha tratti decisamente favolistici, al punto che molti studiosi hanno pensato che si tratti di una invenzione dei biografi di Saffo.
Il nuovo papiro si inserisce prepotentemente in questo contesto e sembra dirimere la questione. Contiene i resti di due poemi, chiamati da Obbink rispettivamente Brothers Poem e Kypris Poem. Del secondo poco si può dire per lo stato deplorevole del testo, del primo si conservano invece ben cinque strofe (le cosiddette saffiche) quasi integre.
All’inizio diciamo Saffo si rivolge aggressivamente a un interlocutore, cui impone di smettere di annunziare il ritorno di Carasso; gli chiede piuttosto di poter andare a pregare gli dèi più importanti dell’isola (Zeus e Era, che insieme con Dioniso formano una triade venerata in tutta Lesbo) perché favoriscano un ritorno felice. Un ritorno che sarà come il bel tempo dopo una tempesta: Carasso ha messo in pericolo le sorti della famiglia. Saffo ribadisce ancora la sottomissione al volere degli dèi, e poi d’improvviso si volge a parlare di Larico, e questi viene accusato di non volere diventare adulto, di non volere contribuire al benessere della famiglia. In modo quasi miracoloso il frammento sembra confermare le malefatte di Carasso e ci informa ulteriormente sulla figura dell’altro fratello Larico, che qui però si prende una solenne lavata di capo. Si tratta insomma di un poema rivolto a commentare vicende che riguardano tutto il potente clan cui Saffo e i suoi fratelli appartengono. Forse il livello poetico non è elevatissimo, ma il testo è senz’altro di fondamentale importanza per meglio comprendere le dinamiche sociali e politiche di una collettività arcaica.
.
L’omosessualità femminile

Nel tempo attuale, in Occidente, c’è un senso di incredulità di fronte all’omosessualità femminile, che viene considerata meno trasgressiva di quella maschile. La Chiesa nemmeno ne parla. La leggi la ignorano.
Eppure molte sono le donne famose omosessuali dell’Occidente. Ne cito alcune:

Gertrude Stein, scrittrice e poetessa statunitense, che, con la sua attività e la sua opera diede un impulso rilevante allo sviluppo dell’arte moderna e della letteratura modernista. Apertamente lesbica, la sua relazione praticamente “matrimoniale” con Alice Toklas è una delle più celebri della storia LGBT.
.
Colette, pseudonimo di Sidonie-Gabrielle Colette, una delle più famose scrittrici francesi, della prima metà del XX secolo. Ebbe tre mariti e un amante più giovane di lei di trent’anni, più volte fu al centro di scandali per le sue disinibite relazioni sentimentali con alcune personalità mondane, di ambo i sessi, della società francese.
Fu sempre una donna libera, anticonformista ed emancipata, che sfidò le convenzioni e le restrizioni morali dell’epoca, e che contribuì a rompere certi tabù femminili.
.
La poetessa e scrittrice Marina Ivanovna Cvetaeva, esponente di spicco del movimento simbolista.
.
La poetessa e scrittrice inglese Lady Nicolson, meglio nota come Vita Sackville-West, famosa per la sua relazione tempestosa con Virginia Woolf. La relazione che ebbe gli effetti più profondi e duraturi nella storia personale di Vita fu quella con Violet Trefusis.
.
Viiginia Woolf, scrittrice, saggista e attivista britannica. Considerata come uno dei principali letterati del XX secolo, attivamente impegnata nella lotta per la parità di diritti tra i due sessi.
.
La scrittrice Susan Sontag, che ebbe una relazione con la fotografa Annie Leibovitz, relazione che durò sino alla morte della Sontag stessa.
.
Donne omosessuali famose di oggi:
Ellen Degeneres
Portia de Rossi
Amelie Mauresmo
Martina Navratilova
Jodie Foster
Jenny Shimitzu (stava con la Jolie)
Drew Berrymore (ma è bisex)
Skin
Jane Fonda (si è sposata, ma non ha mai dimenticato ciò che “voleva”)
Sarah Waters
Tracy Chapman
Leisha Hailey (Alice di Lword)
Kristanna Loken
Michelle Rodriguez (quella di lost 2a serie)
Alanis Morrisette
Sinead O’Connor
Gianna Nannini
Carmen Consoli
Paola Turci
Bianca Guaccero
Laura Bono
Elisa….
..
http://masadaweb.org

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