Nuovo Masada

febbraio 21, 2014

MASADA n° 1516 21/2/2014 UMORISMO, ATTO DI LIBERTÀ

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Blog di Viviana Vivarelli
Vintage

Ninjolo
Quando il culo è sistematico, si chiama classe
.
Trattando del ridere, non potrò far ridere. E’ lapalissiano.
Si ride perché si stacca i circuiti del pensiero. Se si riattaccano, si smette di ridere. E’ un assioma.
Intanto si ride perché si è umani. Le bestie non sanno ridere. Sia le bestie animali che quelle umane. Anzi, l’incapacità di capire il lato comico delle cose connota i sub-umani. Non si ride nell’esercito, nelle dittature, sotto le censure. Non ride la burocrazia, la chiesa, lo Stato, la pompa, la vecchiaia, il fanatismo, il potere. Possiamo dire che un bambino comincia a non essere più tanto bambino quando capisce che il suo primo scherzo può far ridere. Alcuni non ci riescono mai. Condannati a restare bambini per sempre. O simil-bestie.
Il ridere è un atto di libertà, non conciliabile con un sacco di sistemi di potere. Anche mentali. Fa parte dell’aria dell’anima. E’ pertanto estremamente indispensabile per vivere e sopravvivere. Come la bombola di ossigeno per chi resta in secca di aria. O una mongolfiera per chi resta in basso di alture.
Ridere è un atto prevalentemente umano e essenzialmente libero. Anzi, è ciò che fa di un essere un uomo libero, come creatura speciale, non già ripetitiva e routinaria, vittima del programma del DNA, della specie o dell’imprinting, del costume, dell’addestramento o della cultura o di ogni altra balla inventata per incatenare l’uomo, ma creativo oltre i margini, i limiti, i condizionamenti, gli imprigionamenti di ogni inquadramento sociale, patologico, psichiatrico. Un atto con le ali.


L’animale non ride neanche quando mostra i denti, più spesso ringhia, così il malvagio non ride, ringhia. Va da sé che il malvagio è un non-libero. Anzi è l’essere più condizionato della Terra. Non può uscire dalla sua maschera autoimposta, dunque non può ridere degli altri e soprattutto di se stesso. Massimo condizonamento. Ma, se le sue vittime ridono di lui, si smantella l’apparato del potere, il che è una delle vie della libertà e vale anche verso se stessi. Massima medicina dunque: imparare a ridere di sé.

Insegnare a un bambino a ridere di se stesso è il più bel regalo che possiamo fargli. Rischia di farlo diventare molto umano, e quindi invincibile.
Certi bambini nascono seriosi, è un bel guaio. Altri hanno in se stessi il segreto della vita sin dal primo apparire nel mondo. Ridacchiano. Se la godono. Nascono col gusto dello scherzo, dell’oggetto fintamente perduto e poi ritrovato, ché già nascondersi e ritrovarsi è un magnifico scherzo e uno straordinario esercizio di vita che dice che le perdite possono non essere proprio perdite e possono preludere a magnifiche sorprese. Così la mamma insegna il gioco del ‘non ci sono, ci sono’, per dargli il brivido e lo sconcerto e poi la gioia ritornata, che è una bellissima ginnastica mentale, un po’ per tutti. Il bimbo non si nasconde per sparire, si nasconde per farsi ritrovare. La sua gioia sta nel sapere che anche se sparirà momentaneamente dal mondo, sarà ritrovato. Questa è la grande certezza che il nascondino rivela. Così il primo modo che il bambino ha per nascondersi agli occhi del mondo è coprirsi la testa con un tovagliolo o chiudere gli occhi e poi scoprirsi di colpo o aprire gli occhi. Non ci sono per me, non vedo, dunque non mi vedono. Ma basta che io lo voglia e tutti mi vedranno, perché io mi vedrò. Forse anche Dio all’inizio creò dei mondi, poi li nascose ed oplà, c’erano di nuovo! E anche lui. Misteriosamente ridendo.
Anche far credere a un altro una cosa che non è per provocare un piccolo trambusto e svelare poi l’inganno ridendo è godimento. Un piccolo atto di creazione dell’impossibile. Solo i mitomani non fanno ridere, perché non sono loro a svelare gli inganni di se stessi. Un inganno parziale può essere scherzoso. Uno totale mai.

Il ridere nasce sotto il segno di Mercurio, dio degli scambi e dei furti, che già neonato combina scherzi al più serioso Apollo; appena nato, in fasce ,se ne esce destramente e gli ruba la sua mandria, portando scarpe infilate a rovescio per non farsi scoprire; costretto a dire dove ha nascosto le mucche, gliele ritrova ma, nel mentre Apollo se le riprende, gli ruba turcasso e frecce, così che Apollo invece di arrabbiarsi scoppia a ridere per l’ingegnosità del pupo, il quale poi addolcirà la sua ira donandogli una cetra appena fatta col guscio di una tartaruga (e l’invenzione altro non è che l’uso improprio di un oggetto, come Fleming che cadendogli una lacrima su una cultura uccise tutti i batteri e scoprì gli antibiotici). Chi scopre il segreto di una lacrima e come trasformarla in una cura, è molto avanti sulla strada del crescere. E in fondo la vita altro non è che trasformazione riuscita. Ridere rappresenta un fondamentale atto di libertà. Anche sul destino rio e crudele.

Se ridere è facile e umano, analizzare la funzione del ridere e smontarla criticamente è sicuramente è inutile, come i tanti tomi che dimostrano l’inesistenza degli angeli o l’amore come risultato dei feronomi. Così cercare analiticamente le cause del riso è superfluo e poco divertente come analizzare qualsiasi atto liberatorio e creativo, che esistono in quanto vissuti, non esaminati.

Si ride quando si rompono le strutture calcificate, le concatenazioni reggimentate, le sudditanze imbrigliate, quando l’insperato, l’assurdo, il non premeditato irrompono in un varco di evasione soverchiando il necessitato, il convenzionale, il programmato, l’obbligatorio. Insomma si deve ridere o la vita diventa una noia della madonna.
Datemi un mondo, e, ridendo, ve lo manderò in frantumi! O, come Chaplin nei panni di un Hitler da operetta, ci giocherò a palla.
L’umorismo rovescia gli schemi indotti: sinottici, grammaticali, sociali, morali, gerarchici…, soprattutto distrugge gli schemi del potere, perché il potere ci stringe d’appresso con infiniti lacci visibili e invisibili: l’ambiente, i parenti, la scuola, la chiesa, il lavoro, i dominati, le abitudini, il costume, il mondo.
Se la grande legge della natura esige l’ordine, la conservazione e la perpetuazione dell’esistente, non può esistere progresso e dunque umanità senza infrazione, sberleffo, rovesciamento di ruoli, scherzo, paradosso, rottura di ciò che è fisso, statico, imperativo e apparentemente immobile, nell’irruzione del nuovo, l’invenzione non programmata, la rottura degli steccati storici o naturali.
Conservazione ed evoluzione si fronteggiano in un gioco eterno, l’una non è senza l’altra, ognuna rappresentando un estremo che renderebbe da solo invivibile la vita.
I sistemi ci costringono in una contrapposizione rinnovata, con forze che cristallizzano l’esistente e rotture trasgressive e innovative che ricreano il possibile. Se l’uomo è prigioniero, l’uomo vero si libra in un volo infinito di liberazione.

Egli è innanzitutto un bambino che sperimenta, che piega alla fantasia gli usi convenzionali degli oggetti, che cambia gli schemi strutturati delle relazioni sociali, gli usi consentiti delle parole, le forme usuali del linguaggio, gli schemi indotti del pensiero. Si deve insegnare al bambino come creare la vita, non subirla.
L’uomo creatore è un piccolo Mercurio che fa scambi fruttiferi, ruba, baratta, modifica gli oggetti e i simboli, i nomi e i significati, movimenta il mondo in una effervescenza nuova. L’uomo che ride è un alchimista che scopre la via per tramutare la materia in spirito.
Il dio sempre ride.
Per una operazione evasiva, liberatoria, anticonvenzionale, si ride.
Per lanciare uno smacco al destino che ci opprime, si ride.
Per liberare se stessi da una sorte ria, si ride.
Semplicemente per giocare o per liberare la via spostando, come faceva Jung, i ciottoli che impediscono il corso dell’acqua verso il mare, si ride.

Dice Becker che l’uomo è un animale impaurito che deve mentire per vivere. Credo invece che l’uomo possa uscire da ogni paura ridendo, che è un’altra magnifica forma di evasione, in cui non si fingono mondo diversi, il che vuol dire mentire agli altri, e non si finge di vivere in un mondo diverso, il che vuol dire mentire a se stessi, ma si supera d’un balzo il mondo come lo si sta vivendolo secondo una realtà superiore, che è quella di Mercurio, Loki, Heyeokkah, il dio buffone, il Grande Liberatore.. la via dell’oro che luccica, in cui riprendiamo noi stessi.

Un po’ di citazioni:
Chi ha il coraggio di ridere è padrone del mondo.
Dobbiamo ridere prima di essere felici, per tema di morire senza avere riso.
Quando un popolo non sa più ridere diventa pericoloso. Ma un popolo che vuole liberarsi deve imparare a ridere.
Il riso uccide la paura, e senza la paura non ci può essere la fede, ma senza la paura non può esistere neanche il potere.
Un dio che ride perdona
(questo ricordiamocelo anche quando dobbiamo perdonare Noi stessi).

L’anima si libera da un “devo” nella meraviglia di un “posso”.
In fondo la natura ci insegna a giocare prima che a lavorare. Prima le lezioni liberatorie, per riabilitare quelle oppressive.
La vita è il gioco vivente. Che ci dà la potenza del grande Giocatore.
Il dio che crea, ride sul mondo che ha creato.

Guai ai troppo seriosi. Su di loro cresce l’inferno.
Se le religioni sono la cosa più seria che ci sia, anche nelle religioni più serie il riso può irrompere come acqua fresca: Francesco, il giullare di Dio, le storielle ebraiche con cui l’ebreo osservante prende in giro se stesso, spesso le parabole, i koan… Quando una religione ha disimparato a ridere, è morta dentro.
La musica è il Dio che sorride all’uomo, ma quale miglior musica che sentire la risata di un bambino, o della donna amata o della propria madre che ci ama.

Gibran diceva: “Non puoi ridere ed essere scortese allo stesso tempo”.
Dunque, se ridi, la grazia sociale si effonderà da te come acqua da una sorgente. In infiniti momenti e modi, un atto di riso può risolvere una situazione, o salvarla, sciogliendo una gaffe, un atto inconsulto, uno sgarbo, un errore in un atto di unione. Se rido con qualcuno, io e lui siamo di colpo in un mondo colorato.

L’Io crea, inventa lui stesso la vita, i collegamenti insoliti, le relazioni fuori da logiche stantie, le invenzioni originali, le neo-regole del mondo. Rinasce nuovo e senza catene. Vola.
Create miti su voi stessi, anche gli dei hanno cominciato così” (Lec).

Anche nella patologia psichica, un senso più profondo si manifesta quando in associazioni scontate e ordinarie di vocaboli, irrompe la parola non conseguente, apparentemente bislacca, il filo rosso che porta fuori dal labirinto svelando l’eziologia e dunque la salute.
Freud parte per la scoperta dell’inconscio dal motto di spirito, der Witz, peraltro abbondante nel serioso mondo ebraico.
Il bislacco in effetti nel mondo del riso non esiste. Esiste invece una realtà più profonda, al di là di ogni sovrastruttura, aerea e dotata di una sua intrinseca saggezza che delle seriosità umane se ne sbatte, una leggerezza divina. Se di una cosa potremo ridere, le saremo per sempre superiori.
Il riso è fondamentalmente un “paradosso”, para-doxa, discorso “altro”, altra logica, altra libertà.
La Rivoluzione Francese ha dimostrato che restano sconfitti coloro che perdono la testa” (doppio senso di Lec).

‘Divertente’ viene dal latino ‘di-vertire’ = che diverge, cambia il suo percorso, allontana non dal lato umbratile dell’esistere ma dai passaggi obbligati del subire. Cupo è l’essere condizionato, di pietra; aereo l’azzurro Mercurio alato, fatto di bollicine, che ritrova il suo guizzo e si sottrae alla pesantezza con lo scintillio della luce. Imparare a ridere è come imparare a capire che il pensiero sorridente di tutto se ne sbatte, a tutto è distaccato, dunque vincente.

Si ride quando ciò che si attende è sostituito da un oggetto imprevisto, imprevedibile secondo nessi non immediati, o quando, senz’attesa, appare un inattendibile gioioso che ci sorprende felicemente. Così è anche per il bambino molto piccolo, che di fronte all’inaspettato, può avere due reazioni opposte: si spaventa o ride. Già qui manifesterà il suo porsi caratteriale, il lato positivo o drammatico del suo carattere.
Lode all’uomo che dalla vita si aspetta di essere stupito, non spaventato.
Perché l’inatteso è sempre gravido di ignoto e l’imprevedibile gradito smorza la paura nel sollievo, ricrea la fiducia nel mondo, rilascia beatamente l’anima.
L’allargamento intimo che ne consegue è un’emozione vivissima di benessere e salute. Una risata è l’energia che si prende una rivincita mutando dal percorso obbligato, svoltando per un’uscita di libertà. Per questo l’umorismo dovrebbe essere amatissimo ai poeti, se essi sono amanti della libertà, ma anche dai medici per quanto essi siano amanti della salute, ma soprattutto dagli psicologi, che invece di frugare nelle vecchie ferite riaprendole dovrebbero riaprire il positivo dell’anima che da solo risana tutti i mali del mondo.

Il “mot d’esprit” è la “battuta”, termine musicale. E non è forse la musica ma meno materiale, la più eterea, la più libera e creativa delle arti? Un accordo è un insieme di note, che, in data successione, creano un tempo. Improvvisamente alcune rompono lo schema inserendo un effetto sorpresa. Può esserci una preparazione tensiva, mirata, ambientale: il sottofondo, suspense. L’attenzione dell’ascoltatore si cattura e conduce a una monotonia iterativa, narcotica: è il costrutto, la storia, l’antefatto, la premessa, il prologo, ciò su cui non si accendono luci di scena, il tono è eguale, attendista, non importa se lacrimoso, narrante, elegiaco, fabulistico.. ma ecco che irrompe, improvvisamente, lo shock, la piroetta, la giravolta che manda a gambe all’aria l’insieme, il capovolgersi dello stato d’animo che dall’ovvio è sollevato all’insolito, insolito non in sé, che in sé niente è insolito, ma rispetto al contesto, cui si stacca secondo un’altra logica, un trauma giocoso: l’oggetto fuori posto ma, per un altro senso perfettamente centrato, l’inaspettato coerente, l’altro da sé in un gioco di rimandi di cui sono Io il regolamentatore, l’inventore, in un guizzo di universo ricreato.

Che vi sia un’altra logica è fondamentale altrimenti abbiamo solo il non senso, estraniante anch’esso ma sospetto, di qui la difficoltà dei bambini di inventare barzellette. I bambini creano storielline senza logica sperando nel successo. Sfuggono al senso della logica dell’humor, cercano l’effetto senza capirne la causa, eppure sentono irresistibilmente il fascino del saltatore di logiche, dell’equilibrista con un piede nell’ordinario e la testa nell’infinito. Spesso sono, i bambini, creatori involontari di battute di cui noi ridiamo mentre loro restano offesi. L’umorismo involontario degli ignari che pure nutre molte barzellette, ma solo perché crea un falso senso di superiorità: io so, tu non sai, per questo io rido di te.

“Maestra, oggi operano il mio gatto”…
“Ah sì, poverino che cosa gli è successo?”…
“Eh…lo devono INCASTRARE”!!!!!!!!!!

Due bambine di 4 anni molto amiche:
Una: “Io da grande farò il carabiniere a cavallo!
L’altra: “E io il cavallo!”

“Ma questo fratellino dobbiamo proprio portarlo a casa? Non possiamo sentirlo per telefono?”

“Ma perché se ho mal di gola le supposte me le mettono nel sedere?”

Lo scambio di senso, di luogo, crea l’inaspettato, il comico.
La battuta sembra dire che tutto è convenzione, ma le convenzioni dipendono da noi, non ci sono mostri sacri; siamo succubi di sequenze, ma possiamo crearne altre secondo logiche diverse. L’umorismo ha spesso la sequenza della musica: l’armonia, la sintesi, la battuta. E’ un universo che vive nel tempo. E nel sentimento.

La mamma fa il bagno nella vasca col suo bambino di 4 anni che gioca ai pirati. Il bimbo scosta le bollicine della schiuma di lato: “Qua ci sono i pirati!”. Scosta altre bollicine dall’altro lato: “Qua ci sono gli squali”. Le scosta dietro di sé: “Qua ci sono i coccodrilli!”. Scosta le bollicine dalla parte della pancia della mamma e fa l’aria disgustata: “Qua no, ci sono le alghe!”

Bambino: “Mamma, a Natale, invece del fratellino, puoi portarmi un cavallo a dondolo?”

C’è nell’effetto ‘spostamento’ la prepotenza gioiosa di una infrazione senza conseguenze, secondo gli schemi del desiderio o del non sapere. Il desiderio vorrebbe un mondo costruito su se stesso, ma ovviamente non può farlo, la finzione scherzosa offre una realtà fittizia dove riesce a farla da padrone. Non è forse ciò che è vietato, il piacere che ci attira di più?
La censura del Super Ego e le normative esterne hanno posto seri limiti alle possibilità di violare le leggi. Siamo pentole a pressione con poche possibilità di sfiatare. Sappiamo esattamente dove andremo e come ci andremo perché tutto viene predisposto, ogni pensiero, vita, compito, strada. Ci sono segnali dappertutto. È meglio rivalutare se stessi, offrire cibo all’esasperato narcisismo, saziare il desiderio di infinito. La battuta può soddisfare ogni irragionevole megalomania.

Siccome ho quasi sempre ragione, quando parlate con me, mettetevi dalla parte del torto“.

Ciò non è possibile, ma per un istante dirlo mi rende padrone assoluto di una mia totale irrealtà, per un istante detta e dunque vissuta

Ridere rappresenta un fondamentale atto di libertà.
Ma questo godimento del pensiero caprioleggiante a qualcuno è del tutto sconosciuto. Di fronte a una battuta comica taluni restano inermi, non ne comprendono lo spirito, sono come impigliati nella gravezza delle parole leggendole come pietre non come nubi cangianti, le pesano in una realtà materica greve che ne distrugge ogni levità, il doppio senso, il calembour, la grazia, lo sberleffo, lo scambio felice…le uccidono. La mancanza di spirito in un uomo si misura principalmente nella sua mancanza di umorismo. Si resta attoniti come per chi davanti a un quadro di Monet enumerasse in modo pignolo i colori, cercasse le uguaglianze di forma, negasse i significati d’anima, in una parola, mostrasse chiaramente che non entra nel suo spirito, l’arte è fuori di lui, non è lui. Dal che ridere è un’arte. E principalmente un’arte di comunicazione. Col mondo, con se stessi, con Dio.

E chi è estraneo al buffo, al comico, all’umoristico è infine estraneo all’umano. Straniero a se stesso. E ci imbarazza, come vedere qualcuno con un ricciolo di maionese sul naso senza saperlo.
E c’è infine chi maldestramente tenta di spiegare il comico, lavoro sfizioso come spiegare il volo a una libellula, perché un motto di spirito, una capriola dell’immaginario non si spiegano, non hanno traduzione sulla logica, non hanno senso sulla vita. Fanno entrare il comico nel noioso che lo uccide.

Ma perché alcuni non ridono? Come mai, i tapini, si perdono un godimento così gioioso? Perché non distinguono un discorso fatto seriamente da uno giocoso, di burla? Perché per alcuni la satira è una montagna inaccessibile? Cos’è? Un vuoto dell’immaginazione creativa? Una mancanza nello spirito di libertà? Hanno forse questo difetto di comprensione quelli che nelle cose abitudinarie come nelle sudditanze fisse, nelle ideologie perpetrate, nelle appartenenze obbligate, trovano una sicurezza esistenziale e che nella precarietà del libero artista, nelle innovazioni, nelle invenzioni, nelle scoperte, nell’arte, temono, vedono una vertigine pericolosa da cui guardarsi come da una caduta nel vuoto.

È per questo che nei regimi totalitari, nei fascismi, nei comunismo assoluti, nelle false democrazie, nelle religioni totalitarie, l’arte muore, la bellezza rabbrividisce, si spegne la satira, il comico diventa trasgressivo e sovversivo, si nasconde per vivere, si fa clandestino, matura in arma politica, in irruzione irrefrenabile ma pericolosa di libertà.
Per cui facilmente riconosci l’uomo totalitario dall’invidia che ha per il comico, dall’irritazione che mostra contro il ridere, dai tentativi che farà di censurare lo sberleffo, vedendolo come mortale nemico da esiliare, punire, castrare, affinché non insegni anche agli altri come è bella la libertà.

Manuela manda
Poesia incivile di Camilleri (letta in Piazza Navona)

Onde ridurre ulteriormente le spese
il ministro della Giustizia ordina che
solo per lui
la prescrizione sia preventiva e pregressa
ancor prima che i processi siano prefissati a ruolo
e pertanto i PM che li iscrissero nel registro degli indagati
siano pregiudizialmente mandati in proscrizione
Per favore,
attenti agli errori di stampa

AI MONOMANIACI
Andrea Camilleri
Poesia incivile letta in Piazza Navona

Basta appena un fugace pretesto
per sprofondarli nel loro delirio particolare
nella loro ossessione devastante
Le sue parole scatenanti sono
GIUSTIZIA e GIUDICI
a sentirle la sua trasformazione e’ immediata
Il sorriso gli si muta in ghigno
dalla faccia gli cade la maschera variopinta
e sotto
appare una tavola di Cesare Lombroso.

L’umorismo tocca spesso l’ottimismo. L’essenza dell’ottimismo non è soltanto guardare al di là della situazione presente,
ma è una forza vitale, la forza di sperare quando gli altri si rassegnano,
la forza di tenere alta la testa quando sembra che tutto fallisca,
la forza di sopportare gli insuccessi,
una forza che non lascia mai il futuro agli avversari,
il futuro lo rivendica a sé.

(D. Bonhoeffer)

NON SI PIANGE SULLA PROPRIA STORIA,
SI CAMBIA ROTTA
.
(Spinoza)

Ogni volta che sento Beppe Grillo penso a Eco e ai suoi immensi significati e mi sento più libera. Adoro questo buffone infinito.
Adoro la libertà che mi apre, la sconvolgente libertà di essere me stessa e qualcosa più di me stessa. Adoro ridere con lui perché nulla come ridere di quelli che mi coartano mi rende vittoriosa su di loro.
Volevate una manifestazione seria? Non ne avrebbe parlato nessuno. E’ la dissacrazione di Grillo che li sconvolge.
Giustamente dice Umberto Eco: “Il riso è il gesto della cultura libera, che guarda in faccia la realtà con capacità critica, in contrasto all’oscurantismo delle grandi verità che ostruiscono il libero fluire del sapere e della conoscenza“.
(Il nome della rosa) “Il cieco tutore della biblioteca Jorge è il portavoce di un austero e complesso sistema di imperativi morali e religiosi la cui cecità, malattia che affligge fisicamente il personaggio stesso, stride continuamente col clima di rinnovamento culturale che gli sta attorno ma alla fine è quello che prevarrà e Jorge perirà nel rogo della sua biblioteca del sapere esclusivo, del sapere sottratto, del potere sul potere”.
Jorge è il potere conservativo e conformista che odia la brillantezza dello spirito e la critica alle autorità che comandano con la paura, odia il riso perché il riso dissacra i falsi simulacri, spacca i piedistalli, rompe i circuiti perversi del potere e distrugge la paura. E quando un popolo non ha più paura, i governanti perdono la loro sovrumanità e diventano fragili e fallibili come tutti, uomini che si possono criticare e dunque abbattere.
Per questo i puntelli del potere comandano la reverenza succube alle autorità e combattono la critica come un peccato mortale in quanto sostituiscono il potere alla verità.
Per quel potere sono disposti a ogni delitto. Ma anche così la verità sarà sempre superiore e finirà per trionfare.
L’idiota dà un voto negativo all’intelligenza. Ma l’intelligenza è come la luce, non si può oscurare. Ma la risata contro il potere è la forza dei senza potere e la loro intelligenza. Quando l’oppresso ride, il potere fa un soprassalto, si sente male, si fa aggressivo perché sente avvicinarsi la propria morte.
Serpi, scorpioni, rettili, tarantole, bisce e mandragole, il riso vi colpirà come una mazzata, facendovi traballare. Nulla come una risata vi rende piccini, meschini, precari, vinti.
Stanislaw Jerzy Lec, aforista polacco negli anni terribili delle persecuzioni naziste, dice: “Chi porta il paraocchi, si ricordi che del completo fanno parte il morso e la sferza”. Col morso e la sferza non si ride, si acceca, domina e distrugge, si lancia la minaccia, l’insulto, la calunnia dello squadrista, del capobastone, del quaraquaqua, non la gioia irrefrenabile, grandissima, dell’uomo che ride perché è libero. Così’ che, alla fine:
“Anche il male vuol solo il nostro bene.”
“Anche quando viene chiusa la bocca, la domanda resta aperta.”

L’uomo totalitario, il regime totalitario, la chiesa totalitaria, la burocrazia totalitaria, la famiglia totalitaria vorrebbero riempire il mondo di un piombo, smorto, assoluto, dove ogni cosa è sotto controllo, affinché non vi sia spazio per il nulla etereo e non resti spazio vuoto in cui far volare la fantasia libera.
Come è difficile provocare un’eco nelle teste vuote!
Ma l’artista ama il vuoto. E vi danza.

La libertà o l’ubbidienza sono parti polari del DNA, come atteggiamenti estremi, vesti innate, forme del vivere che già, ab origine, tracciano strade diverse, obbligata l’una, assetata di infinito l’altra.
I pensieri degli abitudinari, i passivi mentali, sono incistati in circuiti neuronali fissi, per cui è difficilissimo, quasi organicamente impossibile, per loro, percorrere vie nuove, variare dalle posizioni rigide oltre cui non osano supporre niente perché un tabù interno impedisce loro di superare le barriere mentali, le rigide condizioni necessitate del loro pensiero, confini ineliminabili e pertanto coatti.

L’umorista ha un’espansione diversa, è in grado, per qualche strana via, di oltrepassare i circuiti obbligati dalla natura, quelli a cui anche gli animali sono costretti, e anche costretti dagli imprinting non meno massivi della cultura, e può, per qualche miracoloso scherzo vitale, divagare da quelle strade fisse di lucine che si accendono nel cervello in modo programmato, per saltare su altri percorsi, inventare altre illuminazioni, circuiti nuovi, ramificazioni straordinarie, disegni eterei del creato, che riproducono i liberi voli di un dio.

Se un Dio in effetti c’è, non può essere che un Dio che ride.

Gli uomini e le donne spiritosi sono persone superiori al normale, piacevolissime creature che rendono a tutti una libertà perduta, come se portassero aria nuova e buona novella, a tutti meno a quei pochi fissi nella ripetizione di se stessi, incapaci di evoluzione o puranco di supposizione di libertà, perché l’essere che non ride non ha nemmeno la speranza di sognare.
Non narra forse un vangelo apocrifa di un Gesù bambino che faceva uccellini di fango e li rendeva vivi lasciandoli volare via?
I pensieri dei ricchi di spirito sono quegli uccellini, che diventano leggeri e volano via dalla stanza materiale, come sorvolando gli eventi, e, in virtù della loro leggerezza rendono leggeri anche i casi della vita, aerei, capaci di sfuggire a mille catene. Qualunque sia la pesantezza della materia, quei pensieri volano. La battuta li libera e ci libera da ogni costrizione. “Dona nobis, Domine, nostrum risum quotidianum.”
Ma il dio che ride è anche un dio austero che dice con Marco: “A chi ha sarà dato e a chi non ha sarà tolto anche quello che ha”. O anche questo non è che un bello scherzo?
La risata ha lo stesso effetto dello scatto di vapore che alleggerisce la tensione della macchina interna: il sangue scorre più giovane, le endorfine sono liberate, l’adrenalina cade e la pressione si scarica, il sistema immunitario ringiovanisce. Oh, benefiche virtù del ridere! Tutta la vita si riscatta e tutto gode. Il dramma sgonfia, la testa si libera, il cuore canta, il passo è più leggero. Poiché ogni costrizione, anche quella del dolore fisico, è un atto mentale, e, liberare la mente libera, sia pure per un attimo, il tutto. “Se ho pensato questo, tutto è possibile. Mi riprendo me stesso. Grazie, Signore, per avermi fatto ridere“.

Racconta Schopenhauer: “Un condannato giocava a carte con i suoi guardiani. Se si fossero accorti che barava, lo avrebbe cacciato dalla prigione“.
Paradosso estremo. Barare con la vita ci libera dalla prigionia della vita.
C’è la logica del carcere, può esserci la logica del gioco, ma se vinco il gioco, il carcere non può tenermi. Ne sono fuori. Posso essere io creatore di vita nuova, per una volta. Io, il giocoliere divino. Il grande Shiva che ricrea, danzando, il mondo.
L’umorismo è un atto di meditazione dinamica, la vita fa le bollicine e, più leggera di colpo, si guarda dall’alto, staccata da coinvolgimenti disumani e creatrice di un altro piano di essere. Quello dove sempre siamo se solo guardiamo in alto.

Gli animali non ridono (come le bestie), il riso è prerogativa dell’umano: l’animale ringhia, digrigna, sberleffa, uggiola, mormora, piange, raspa, soffia…non ride. E nemmeno il pazzo ride o capisce uno scherzo. È, il ridere, fortemente connesso con l’emotività positiva, e-moveor, ciò che mi muove da me verso l’altro.

Nel film “Rain Man” c’è un uomo autistico, dotato di grande memoria matematica, ma incapace di relazioni affettive. Ripete sempre uno sketch, che non capisce, di Gianni e Pinotto: “Chi gioca in prima base? CHI. Ma chi gioca in prima base? CHI”. Il termine Chi è usato la prima volta come pronome, la seconda come nome, ma lui non può capire il doppio senso. Che una cosa possa avere due sensi è già una dimensione di libertà. Cambiare il senso di una cosa, variarne la prospettiva, considerarla da un altro punto di vista, è un atto liberatorio. Così è per i problemi esistenziali o le coazioni personali. Le relazioni specie, che sono a volte cercate prigionie.
Per Rain Man, che radica la sua fragilità a sequenze operative fisse, liberarsene è difficile. La sua debolezza gli impedisce di ammettere la possibilità di un mutamento, così come ogni variazione dalla routine quotidiana gli scatena una crisi da disorientamento.
Quando non vuole cambiarsi d’abito, il fratello gli dice scherzosamente: “Gli abiti di Keymat fanno schifo!” ma lui non capisce. Alla fine, dopo un tormentato ma efficace rapporto, quando l’assistente sociale dice: “Non ti troveresti meglio con i tuoi vecchi abiti?” Rain Man risponde : “Gli abiti di Keymat fanno schifo!” e ridacchia col fratello. È uno scherzo tra loro. Buon segno. Ridere crea una intimità tra gli uomini che oltrepassa ogni differenza. È un atto così fondamentale che in molte culture si dice che un uomo e una donna “ridono insieme” quando fanno all’amore.

Giacomo ha 3 anni ed è un bambino disturbato. Un giorno corre dalla nonna e dice: “Pappagallo scappato!”. La nonna si precipita in salotto, ma il pappagallo è come sempre sul suo trespolo. Il bambino sulla porta ride piegato in due e dice: “Nonna, scherzo!” “.
Lo scherzo è stato cattivello, ma dice che il bambino ha delle possibilità. Ha regalato alla nonna una esperienza di paura e insieme il sollievo da scampato pericolo, uno dei meccanismi di riso più primitivi e grezzi. Nulla di grave è successo.
Questo tipo di scherzo oggi è divenuto sistema di governo ma non fa molto ridere.
Tra adolescenti si fa sparire un motorino. Poi oplà, ricompare. Intanto gli altri si sbellicano dalle risa per la reazione del proprietario. Non è più umorismo ma imbecillità. Siamo terra-terra. Ci vuole intelligenza per fare dello spirito, il che sembra una sinonimia.

Spirito e spiritualità hanno la stessa radice, l’essenza, la sostanza volatile, il Mercurio, che non per niente è uno spirito che ride, è una energia che lega il mondo di qua e quello di là, uno spirito burlone che crea nuovi rapporti, nuovi sensi, che prima non esistevano.
Volatile è il Mercurio, sale degli dei, volatile è anche il vino, ebbrezza degli uomini, che rende le cose più leggere o almeno ne dà una visione inebriante. Mercurio è collegato a Dioniso, a Bacco, a Noè portatori della vite, vite come vita, vita come correre, ridere, o danzare.
Danzare sta a camminare come ridere sta a parlare. Una forma d’arte. Pertanto divina.
Il pazzo non sa ridere. Il riso dell’insano o del cattivo, che è un insano del cuore, è la cosa più triste che ci sia, perché è vuoto dell’intelligenza, della simpatia, della capacità interumana di leggere dentro, intus legere, di usare la parola come simbolo o legame superiore, religioso, nel senso di rilegare, riunire, parola di chi sta insieme e insieme sente, non di chi si separa dall’altro e cerca di nuocergli.
L’umorismo è una particolare funzione di chi sa leggersi dentro e dalle situazioni sa anche tirarsi fuori secondo altri codici, o sa inventare mondi nuovi liberandosi da quelli presenti.

Il calembour è la giravolta del funambolo che vola in aria e torna più lieve al suo sostegno. Sorpresa e sollievo. Il mondo è ancora in piedi. Le cose sono ancora in ordine, ma diversamente e non saranno più le stesse. L’uomo che ha volato ha provato la sua libertà e ora è più presente che mai con spirito lieve. Non sarà più schiacciato. Ridere gli ha dato quel di più che sarà la sua forza. Mi toglieranno tutto, ma non mi toglieranno da me stesso.

Nel bambino il ridere rafforza la sensazione di sicurezza e identità. Quando la mamma si copre la testa col tovagliolo e poi ritorna visibile. Scampato pericolo. E poi il sollevo dell’ordine ritrovato. Rischiare un po’ rafforza le basi. Sono tanto forte che mi permetto di uscire dalle righe e fare un piccolo salto verso l’infinito. Nulla come l’infinito mi rende leggero.
Le cose perdono la loro fissità e anche il duro modo con cui mi piegavano addosso, posso guardarle secondo altri piani e uscire dal loro giogo riguadagnando me stesso. Libertà ritrovata.

Il calembour è propriamente una freddura basata su uno scambio di parole. Si può giocare sulla duplicità di senso,
“…come quello che credeva che la colonia penale fosse un profumo per il cazzo”.
La parola penale usata in due modi: pena e pene, uno scambio, l’effetto è di estraniazione, dunque di godimento. Ma se la frase è detta dal tuo tutore in un ambiente molto restrittivo, come un collegio di suore, non è più una frase, è un colpo fortemente liberatorio.
E comunque la battuta, anche cretina, che viene da un insegnante, in un contesto allarmante, duplica la liberazione emozionale. L’insegnante che dice battute diventa popolare, non solo perché fa ridere, ma perché fa ridere in un dato contesto che non prevede riso; c’è un doppio effetto sorpresa che allenta le tensioni; se si teme chi parla, si ride con lui e contro di lui.

Tuttavia c’è uno standard anche nella battuta. Non si possono avere gli stessi effetti comici traducendo una barzelletta in una lingua straniera. Il sotteso è la partecipazione a uno stesso mondo di suoni e di sensi, una sfera cognitiva partecipata, una musica comune. La barzelletta unisce quelli che hanno già elementi di coesione culturale, altrimenti non vale. Per cui non si ride delle stesse cose. Occorre un patrimonio comune di conoscenze.
Un etologo ha scoperto che le cornacchie di campagna non si capiscono con quelle di città. Figuriamoci uomini di culture diverse!
Molto carino il racconto di fantascienza in cui un’astronave della terra viene affiancata per la prima volta da un’astronave aliena, i cui occupanti sono mostri troppo diversi dagli umani, e tutto il racconto si svolge sul difficile tentativo di comunicazione tra umani e alieni. Alla fine, quando molti passi sono stati fatti per radio, si vede il pilota che si piega in due dal ridere. Il secondo gli chiede: “Ma cosa ridi?” “Ci stiamo raccontando delle barzellette sporche!”
Inverosimile, ma rassicurante.
Poter ridere di una stessa cosa rende più amici, e si sa com’è difficile raccontare una barzelletta in un’altra lingua a uno straniero. E l’estraneità può essere di sesso, cultura, abitudini, qualsiasi cosa. A me per esempio, che sono donna, queste frasi di Nietzsche mi fanno ridere da matti per la loro paradossalità, mentre per lui erano frasi filosofiche molto serie detta da uno che non rideva mai e ha fatto bene la Salomè a lasciarlo perché Nietszche era proprio una pizza..
“L’uomo deve essere addestrato alla guerra. La donna al riposo del guerriero.
Tutto il resto è stupidità.”

Rido perché le frasi mi sembrano demenziale e poi perché verrebbe da dirgli: “Ti piacerebbe, eh?” E anche perché Nietzsche non ebbe poi quel gran che di vita sessuale e così poteva fare il macho solo filosoficamente, si faceva delle scopate solo mentali, il che poi lo fece uscire pazzo. E anche perché questo punto di vista così radicalmente fascista mi fa digrignare i denti, quindi rido contro. Rido poi per affari miei perché, per errore, avevo scritto “La donna (è destinata) al risposo del guerriero” e, ripensandoci, mi sembra giusto che quel guerriero lì se ne risposi un’altra perché la prima lo pianta subito. Ho fatto una battuta involontaria. Perché molte battute sono involontarie, cioè non riguardano la mente cosciente ma l’affioramento dell’inconscio, il quale se ne sbatte delle regole codificate e si esprime secondo voglia, si sa l’inconscio è istintivo e non sa mentire e tende a esprimersi al naturale.

Nel primo libro scritto sull’inconscio: “L’interpretazione dei sogni”, Freud nel 1800 esamina i lapsus e i witz, motti di spirito, che nel mondo ebraico erano molto diffusi e lo allettano molto, per quanto Freud fosse un tipo serissimo e anche molto tormentato, che non rideva mai, ma l’uva alta è sempre quella che attira di più.
Il lapsus è una battuta involontaria ma rivelatrice. Una logica inconscia interferisce nella logica cosciente in modo significativo.
Storiellina tipica di Freud: “Un serio professore di medicina dice: “Nell’esaminare l’apparato genitale della donna, dopo molte tentazioni…” Voleva dire tentativi…”. Chi conosce le fissazioni sessuali di Freud ride doppio. Ciò che si vuol dire irrompe sulla scena di quello che si doveva dire.

Altro caso: studentesse preparate privatamente all’esame di maestra d’asilo. Poiché saranno esaminate da una commissione di suore, mi raccomando che vestano castigate, niente trucco e soprattutto niente parolacce per non offendere quelle sante orecchie. Ma c’è una bambolona diciottenne, tutta trucco, scollo vertiginoso e minigonna… peno non poco per farle mettere una mise più misurata, niente trucco, e mi raccomando con forza: “Niente parlare sboccato!”. Arriva all’esame ricostruita da capo a piedi come una penitente e molto agitata. Ha una domanda di storia romana. Vuole esordire dicendo: “Le matrone romane…”. Dice invece ” Le matroie tromane….!” Bel colpo! Le stese stecchite.

Qualche volta l’umorismo è il risultato involontario dell’ignoranza, come quell’operaio in uno dei primi governi della repubblica italiana, tanto brava persona, che disse: “Gli stagni sono prosciutti!” voleva dire prosciugati, e aveva fatto una predizione involontaria visto quello che oggi i governi sono diventati.
Il bello dell’umorismo è l’asciuttezza, la sintesi, la battuta fulminante, come avviene per la poesia o la musica. Non si può ridere di una cosa troppo lunga. Ti deve prendere alla sprovvista. L’effetto rapido, ridotto ai minimi termini, e il ritmo, l’ascendere dell’attesa, la posizione di ogni singola parola è fondamentale. Così come in poesia posso dire: Si sta come d’autunno sugli alberi le foglie. Ma non posso dire: “Noi stiamo come stanno le foglie autunnali sugli alberi”, che è tutt’altro. C’è un effetto di ritmo, posizione, tono, cadenza, che è irrinunciabile. MUSICA. Ma chi ha il dono, queste cose non ha bisogno di farsele spiegare, le sente, come Fred Astaire, un passo di danza.

Il Martinet scrive pedissequamente: “L’originalità del pensiero non si potrà manifestare che in una disposizione inattesa delle unità “. Colpiscili e stramazzali!
Le unità comiche hanno un proprio ordine interno fondamentale per l’effetto, come le note musicali. Essere comici è essere nel senso dell’armonia.
Ci sono gli stonati delle barzellette. Non possono cantarle, le uccidono. È una struttura cerebrale mancante, su cui possono lavorare non imparando a recitare ma imparando a giocare con la vita. Chi non sa raccontare una barzelletta è un dissintonico con la vita, può non captare il ritmo della battuta e la musica non esce, che è poi uno che manca anche del senso dell’armonia esistenziale, del tatto, della relazione.
Chi ha umorismo innato può cambiare totalmente la battuta e creare un effetto sorprendente. Può cambiare anche la storia ma allora è un’altra barzelletta.
“Una mela al giorno leva il medico di torno
Una cipolla al giorno leva tutti di torno.”

È impossibile cambiare la posizione delle parole. O sì?
Anche Michelangelo ha fatto le sue cappelle”. Prova a variare una virgola!
Poi ci sono le battute che le devi pensare. Dici: “Questa non l’ho capita!”
Per esempio, di Paolo Rossi: “Il rincoglionimento, se lo conosci, non ti uccide“. Se me la spiegate, posso capirla ma non rido. Tutte le cose che comprendono due negazioni, invece di affermare confondono. Troppo lavoro. L’elemento fulminante va a farsi friggere. La comprensione non è la spiegazione, sono due livelli diversi, c’è il tempo del pensiero e il tempo dell’inconscio. Se senti una cosa la senti subito, se la devi capire ci metti un po’; se a sentire una cosa ci devi mettere un po’, addio effetto sorpresa, entriamo nella noia dell’apprendere. Perché il ridere tutto può essere, ma non fatica.

Notiamo sempre la sintesi, la storiella può avere anche una fase preparatoria, ma la battuta è brevissima, lancinante, ti lascia tramortito, ti fa esplodere.
L’inconscio si serve di motti, sentenze, battute, ma ha l’istante rapido del giocoliere. Lascia il tempo lungo alla farraginosa ragione. È per eccellenza il Kronos senza tempo ed essendo anche il topos senza luogo può unificare tutti i tempi e tutti i luoghi, così come una battuta musicale a effetto può unificare tutti gli accordi, proprio in quanto li spezza.
Noi uomini, numerini di una vita sequenziale, ci diamo la liberazione dell’umorismo, come una rottura eclatante dalle successioni logiche, esistenziali, emotive, in cui ci siamo intrappolati per sicurezza, obbedienza d’ordine, remissività d’abitudine, e, infine, per necessità di vita.
Se psichè vuol dire farfalla, la risata è il battito di una psiche prigioniera che si riscopre alata, dunque libera. Per questo: l’infrazione, la rottura dello status, l’imprevisto! La bellezza!

Ma inizialmente il ridere è tabuico, in quanto trasgressione.
Parte da quello scatologico, escrementizio. Prima regola umana: l’uso formalizzato della defecazione. Poi la parola esce dal luogo deputato. Per un bambino di 5 anni, che solo da poco si è appropriato del controllo degli sfinteri, che è non solo funzione ma anche comunicazione sociale ovvero convenzione e legge, niente è più dissacrante della comparsa della parola “cacca” in una storiellina, e del suo uso improprio in ambito consentito. L’oggetto del desiderio! La parola impronunciabile detta con estremo godimento che si riafferma prepotentemente nello spazio concesso. La barzelletta come recinto sacro dove la trasgressione è lecita. Qua la posso dire e ne posso fare ciò che voglio. Ma il bambino persiste nell’adulto.
L’elemento scatologico coglie due trasgressioni in questa barzelletta politica:

Durante il tempo del fascismo, in un gabinetto pubblico fu trovata questa scritta:
“Qui la faccio e qui la lascio,
mezza al duce e mezza al fascio.
Le autorità cancellarono la scritta e per ostacolare l’anonimo scrivente tolsero la lampadina. Il giorno dopo c’era un’altra scritta:
“Qui la faccio senza luce
niente al fascio e tutta al duce“

Gli elementi scatologici si uniscono a quelli politici. Il massimo!

A 12-14 anni, età puberale, si imparano nuove norme, i tabù cambiano e così gli oggetti del desiderio. La barzelletta è prevalentemente maschile e riguarda il sesso delle donne. Ciò che non posso contemplare, ciò non posso possedere, ciò che in qualche maniera temo e mi sovrasta, posso deriderlo e banalizzarlo. E la barzelletta funziona anche come grossolano mezzo di educazione sessuale. Mezzo conoscitivo oltre che esorcismo contro la materia ignota.

Poi la barzelletta politica.

– Pronto, polizia? Siamo in ostaggio di un pregiudicato.
– Mantenga la calma e mi dica dove vi trovate e quanti siete.
– Italia, 60 milioni.

“Quelli che sanno, fanno… Quelli che non sanno, insegnano… Quelli che non sanno insegnare, dirigono… Quelli che non sanno dirigere, coordinano… Quelli che non sanno coordinare, supervisionano… Quelli che non sanno, che non insegnano, che non dirigono, che non coordinano, che non supervisionano… quelli sono i ministri!

Il potere che non puoi battere, lo puoi ridicolizzare. Ciò che è ridicolo sminuisce e si debilita, perde potenza, non è più temibile. Grande rivalsa di chi potente non è: materialmente puoi farmi schiavo, ma la mia mente non l’avrai! Dunque più il potere è autoritario, meno sopporta la satira. Sente tutte le implicazioni libertarie che essa comporta e che chi ride sfugge al timore e dunque alla reverenza del potere.
Beppe Grillo lo hanno radiato dalla televisione, per non dire di Dario Fo o Luttazzi, persino l’umorismo bonario di Biagi dava troppa noia. Mettono il porno in prima serata e la violenza ovunque, ma relegano la satira a mezzanotte, quando non possono eliminarla, perché conoscono il profondo valore escatologico della battuta che dissacra. Dalla scatologia all’escatologia.
Ogni dominanza, dal potere politico a quello religioso, può costringerti e piegarti, ma la mente dell’uomo è un pesce che guizza negli oceani dell’inconscio che nessun potere potrà mai afferrare.
E così l’umorismo è inaffidabile, non sta da nessuna parte e ride anche di se stesso.
C’è nel ridere un elemento non irreggimentato e anarchico che è irresistibile. Ci puoi perdere la testa..
Potere autoritario e satira non convivono, perché è sulla risata che il potere perde la faccia. La prima cosa che un potere totalitario eliminerà sarà il diritto al ridere. Orwell ordina che si rida solo per un nemico sconfitto.
Una risata è peggio di una strage. Ma il riso è come lo sbadiglio, non si reprime. Ultima chance del condannato a morte che ride sul boia e lo fa incazzare.
Un sistema autoritario può essere grottesco ma non eccita il riso, più facilmente il vomito o lo stridor di denti, reazioni fisiologiche di pericolo o di rigetto, non situazioni attive di rivincita o cordialità. Si può ridere “del” potere, a denti stretti o con la bocca insanguinata, non si può ridere “col” potere o se si è cortigiani, dunque: perduti.
Per questo le barzellette sui sistemi autoritari sono sferzanti atti di libertà, condannate inutilmente e quindi, per reazione, si moltiplicano. Come le barzellette su D’Alema, che condanna a due miliardi di multa Forattini per una vignetta satirica, o Berlusconi che costringe i suoi cloni a ridere delle sue barzellette stantie che erano già vecchie prima che lui nascesse e che tenta disperatamente di mostrare se stesso come l’unico clown vivente, cercando il monopolio anche del riso.

La risata rovescia ogni potente, è il soffio di vita che dice: lo spirito non è morto, io sono più vivo di prima e insorgo.
L’operaio di Milano scrive sul suo cartello: “Borrelli, facci sognare!” (dal discorso di Berlusconi: “Stanotte ho fatto un sogno”, maldestra copia dall’incipit di Luther King per ben altro sognare). Niente come una risata ci farà liberi.
La chiesa non è mai comica. Il prete sul pulpito non fa ridere. Per questo ci sono anche tante barzellette sui preti e sui santi. La dissacrazione umanizza o minimizza e rende ridicolo chi ridere non sa, perché ridere implica amore, comandare implica potere, e le due cose non è che siano tanto le stesse.
Da Pasquino a Chaplin, da Trilussa a Benni, l’umorismo è sempre la grande arma, per vivere, per sopravvivere, per scamparla.
Paura e risata non convivono anzi sono polari. Dove c’è l’una, l’altra fugge.

Le perle patafisiche sono irrefrenabili:
Oggi la stupidita’ e’ un bene-rifugio.”
(Mario Lunetta)
..
“Le religioni monoteistiche: monocole, monocratiche, monopolistiche, monosemiche, monodiche: money

(Mario Lunetta)

Questo Mario Lunetta, il creatore della ‘patafisica’ è irresistibile.
Il mondo è sempre — medianicamente — una BOITE di inquietudini nella quale sono pronte a scattare infinite tagliole, e i simulacri sono spesso e volentieri scambiati per sostanze corpose, in una lotteria sregolata e truffaldina.
Nelle società che abbiamo costruito e nelle quali faticosamente viviamo, una scrittura che ignori questa fondamentale dimensione del negativo costituisce semplicemente un servizio di complicità rispetto al Grande Inganno e al Grande Assassinio. Donde, allora, la tensione politica che, almeno in progetto, attraversa i miei testi: anche, suppongo, i piu’ “metafisici”. E l’insopprimibile carica “di opposizione” alla tavola dei “valori”, id est delle servitu’ dominanti, che li innerva. E la consapevolezza dell’infinito dolore che un mondo cosi’ strutturato tra padroni e servi, ancora dopo millenni, e in un’arrogante prospettiva di possibile eternità’, aggiunge al dolore che, sembra, e’ connesso al DNA dell’uomo.
Il poetare, diceva Benjamin, e’ pericoloso
. (Così il ridere, che è un’altra forma di poesia).
..
…dunque la patafisica, come destrutturazione del mondo coatto, è eminentemente politica, essendo la politica il regno delle massime illusioni e dei massimi paradossi.

Genesis: cacatos addosso videmus, ergo etiam politici fuerunt

In fondo i grandi patafisici sono i bambini.
Da cui si deduce che Dio, il patafisicus maximus, non è ancora cresciuto.
Semplicisticamente parlando, la patafisica è eterna e non e’ molto diversa da alcune affermazioni zen. Da cui discende la patafisicità che ogni disciplina politica avrebbe se non si proponesse il potere. Dopodiché diventa misfatto.
Il patafisico, rispetto al politico, ha fatto un passo di liberazione in più.
La patafisica non richiede logica, ma una camera laterale con vista Infinito.
La patafisica e’ un OGM: prendi la patata, friggila con la fisica, ti fai un piatto di patatine fritte che sono buonissime ma con la patafisica non c’entrano niente
In fondo un vero patafisico non si prende mai sul serio
Questo fa incazzare moltissimo i non patafisici
I quali non vogliono tanto credere a una scienza o una fede
ma farci credere alle loro imposizioni di scienza o di fede
Il patafisico è un non potente. Il che non vuol dire un impotente.
Ha la potenza massima che è la libertà. Anche da se stesso. Cosa che al politico risulta sempre intollerabile.

l’anima oggettivata è stata messa sulla carta igienica accanto all’orinatoio di Duchamp
e’ andata a ruba
ora ognuno ha in casa due o tremila anime
di gran moda
all’adunata divina: anime con maniglie placcate oro
di gran lusso
altre
con la berretta papale.

(V)

sfilate di porpore cardinalizie
e cilici
ma dentro le tute metalmeccaniche
i cuori battevano ancora
banalmente incazzati

(V)

Nel ‘Nome della Rosa’ di Umberto Eco, un vecchio abate medievale compie in un monastero una serie di delitti per occultare un testo di Aristotele che tratta della Commedia. Se ridi è più difficile comandarti. Dunque lo strumento che suscita il riso è eretico al potere. Se con una battuta neghi la tua paura in qualcosa, la sdrammatizzi, la normalizzi, le tua energia aumenta, non soccombi più, fronteggi l’altro che in un certo senso non può più nuocerti. Forse anche la paura è una scelta, come tante cose: l’amore, la depressione, la rivincita…

In uno spot in bianco e nero si vede una massa Enorme e un dittatore tipo Hitler che conciona, d’un tratto dalla folla si leva una scoreggia. Il dittatore chiede: “Chi è stato?” e dalla folla immensa e anonima si alza un fumetto colorato dalla fonte irraggiungibile che dice: “Sono stato io”

La battuta comica è la scoreggia colorata sulla nebbia della storia.

Ricordate l’impagabile pernacchio di Eduardo de Filippo ne ‘L’oro di Napolì al tronfio e insopportabile Duca Alfonso Maria Di Sant’Agata de Fornari? Il modulato verso di un maestro dell’ironia, l’apoteosi di tutti i pernacchi della storia?
Se la parte che il sistema ti ha dato è il consenso, con quel pernacchio tu non consenti più, ti ripigli la tua autonomia. Se il potere si basa sulla sua immagine, col pernacchio tu quell’immagine la fai a pezzi, la butti nel letame.
L’autoritarismo lo riconosci dalla sua impossibilità fisiologica di accettare il valore positivo del dissenso, perché il dissenso lo uccide, rivelando ciò che è: un nulla assoluto nutrito dalla tua paura.

Un tempo: in Piazza Maggiore un romagnolo esprimeva così il massimo delle sue bestemmie: “Dio, camisa nera!”

Oggi l’autoritarismo è antidemocratico non perché porta una camicia nera ma perché rifiuta che ci possa essere un confronto, una diversità, una alterità, e ordina la massificazione di mercato e di idee a un popolo rimbambito di consumatori, per cui il pensiero divergente dalle menzogne istituzionali deve essere combattuto in ogni modo. All’interno del gioco istituzionale, l’opposizione è defunta, diventa funzionale al potere, è così miserabilmente avvilita da essere parte dell’ingranaggio. Il finto gioco democratico confonde ormai chi comanda con chi si oppone in una pappa omogenea dove falsità si unisce a falsità e non si ha più nemmeno la decenza di nascondere gli inciuci e i tradimenti agli elettori, in una perpetuazione indecente di spartizioni e aumenti incontrollati di abusi.
La vera opposizione ormai può aversi solo fuori dal gioco istituzionale, fuori dai recinti precostituiti, rompendo tutti gli infingimenti delle ipocrisie ufficiali, con uno sganciamento totale dai media e dalle istituzioni embedded e in primo luogo con la rottura del linguaggio e delle vie obbligate in cui l’opinione si è sempre intesa.
Un sistema fintamente democratico non è profondamente diverso da un regime assoluto e tende a diminuire costantemente le sue differenze con esso, per cui la vera opposizione può avvenire solo al di fuori della polarità permessa, con un atto creativo che esca dai ruoli e dalle etichette, e necessariamente riscuoterà la demonizzazione congiunta delle ufficialità, dei media e delle istituzioni, uniti proditoriamente nel volere sudditi muti o plaudenti o che marciano su stilemi preordinati e dunque non innovativi.
“Non comincerete mica a parlare contro! Non remerete contro!?”
Un leader autoritario ha una sola strada da seguire obbligata: abolire ogni dissenso, restringere ogni molteplicità, ridurre ogni differenza a un blocco monolitico consensuale o impotente, agendo non solo sui modi del dissenso ma sullo stesso linguaggio del possibile, sulle stesse forme imbrigliate in cui il dissenso viene edulcorato e reso inefficiente. Siamo arrivati al punto che persino il dissenso deve seguire vie obbligate comandate dall’alto, per cui il ‘modo’ stesso con cui esso si pronuncia deve essere iconoclasta delle forme, se vuol raggiungere l’obiettivo.
Il potere si mette accanto solo replicanti. Ma chi è megafono di un altro, inutilmente cercherà se stesso, perché si è perduto per sempre.
Se il clone replica il Capo, il Capo replica all’infinito se stesso o un modello simile di potere prima di lui, ché il potere è tristemente monotono e si ripete in forme fisse, come le nevrosi, così che visto uno li hai visti tutti, mentre la creatività è infinita, sfugge ruoli ed etichette, non ripete stilemi o vie obbligate, e anche in questo mostra la sua irrefrenabile libertà.
La peggiore caratteristica del diavolo è che è sempre lo stesso. Gli angeli ribelli persero la loro battaglia perché erano prevedibili.
Così il dittatore è estremamente povero di variazioni, è un prototipo che non conosce varianze, non può che ripetere se stesso, secondo un modello rigido e standardizzato, è un auto-replicante, con un io basato su pochi tratti rozzi, incapaci di evoluzione. *
La dittatura è la fissità di un solo uomo con un codazzo di imbecilli. Gli ‘utili idioti’, come ha detto qualcuno che sugli utili idioti ci ha fatto la sua corte.
Per il dittatore non è concepibile il cittadino ma solo il cortigiano o il suddito. Crede così di essere forte, mentre manifesta solo la sua debolezza.
La creatività e l’individualità sono per lui come un orzaiolo nell’occhio del diavolo. Tenta una riduzione passiva dell’uomo a oggetto d’uso, patologia gravissima dei luoghi di potere, come delle case di cura della patologia mentale. Non ci sono soluzioni democratiche, ove la premessa sia patologica. Il potere non ci cura, si estirpa.
La dittatura di Hitler finisce quando Hitler si uccide, non c’è possibilità di auto-catarsi, non è nemmeno pensabile una moderazione parlamentare, in quanto, ovviamente, il parlamento è il primo strumento democratico che il dittatore nullifica rendendolo cricca di nominati, il cui unico mandato è verso di lui; distrugge parimenti i sindacati, la magistratura, la stampa, la sicurezza, ogni centro di potere, ma massimamente i centro di conoscenza. Nulla deve ostacolare il suo delirio di potenza, monomaniaco e invasato.
Quando il tiranno cade, cade un sistema, che non era altro che l’amplificazione di un uomo solo sopra una massa, l”Overmann’, che non l’ ‘Ubermann’ di Nietzsche, il Superuomo, ma il Soprauomo, esito fatale di chi nella sua profonda patologia non riesce a convivere con gli altri o per gli altri e può solo vivere ‘sopra’ gli altri, in ciò negandoli e distruggendoli. La dittatura non è un sistema sociale, è un sistema individuale, con un capo e alcuni portavoce che sono le branchie del capo. E questi non comunica, replica continuamente se stesso. Ricomincia sempre da se stesso perché l’altro nel suo universo non è mai esistito. Allo stesso modo non esistono alleati da avvertire quando cambia opinione o strategie o decide leggi. Il suo mondo è un assoluto dove non esistono alterità, dove gli apparenti alleati sono creati e distrutti nella megalomania mentale, il cui potere deriva proprio dal fatto che non riconosce nessuno come parte in causa, vive in un processo di elefantiasi permanente dell’ego, talmente pieno di sé da non concepire altro dio che se stesso. E dove lui c’è, scompare ogni altro essere.
In un universo solipsistico l’uso strumentale colpisce il cortigiano come il suddito.

In tale universo, l’atto satirico è il delitto reale, ma l’umorismo è umano, è sano, riabilita l’uomo, lo rende al proprio valore di esistente, lo collega a pari grado con gli altri uomini, nega per ciò stesso l’idea del tiranno. L’umorismo è democratico.
Ridere insieme rende amici, fa tornare l’uomo alla propria dignità, gli fa dire: esisto in quanto sono io, e non sono fagocitato dalla voracità del potere.

C’è poi il dittatore che vuole fare il comico, bestia rara e grottesca. Quando il dittatore fa il comico è pietoso, non può che raccontare le barzellette di un altro dittatore. Non conosce altro Dio che se stesso. E si pone come un dio nelle proprie barzellette dando a se stesso il potere di ridere di un sé trasumanato, alla pari di Dio.
Il Presidente della Conftrasporti ripeteva le parole di Berlusconi:”Ma che sciopero? Sono solo due pensionati che sono andati in gita a Roma. Lo sciopero è solo un solo rituale, lasciamoglielo fare!” (se 13 milioni di scioperanti vi sembran pochi!?). Bellissima la citazione di Bertinotti: “Dio acceca quelli che vuol perdere!” (Isaia).
A volte il potere permette un pochino di satira controllata, innocua (Striscia la Notizia o Biberon). È stato più furbo Andreotti che con una battuta sola si è creata una reputazione d’intelligente: “Il potere logora chi non ce l’ha!” cattivissima!
E ancora: “Non basta avere ragione: bisogna avere anche qualcuno che te la dia”. Oppure: “Non bisogna mai lasciare tracce”, che è poi quello che lui ha fatto.

Bellissima la battuta, forse di Cossiga, su Andreotti: “M’illumino d’incenso!”
Questa di Edward Abbey mi è appena arrivata, chissà se l’autore non si è reso pienamente conto della verità di quanto asseriva.
“Un patriota deve essere sempre pronto a difendere il suo paese dal governo del momento.” (A patriot must always be ready to defend his country against his government.”)

Il re medievale teneva ai piedi del trono un buffone, cui era consentito, entro certi limiti, di dire la verità. Era, per così dire, una libertà sotto tutela, una libertà vigilata, un capriccio concesso, come fa il re di ‘Wizrad of Id’, che, quando non è in giornata, attacca il buffone al muro nelle segrete del castello. Come a dire: “Ridi, ma a comando! Quando lo voglio io!” (Vedi le risate registrate della nostra tv dove è sparito anche il pubblico o un pubblico fittizio è pagato per ridere).
In una dittatura anche solo poter dire la verità scatena il riso.

Trilussa:
“Un Lupo disse a Giove: Quarche pecora
dice ch’io rubbo troppo…ce vo un freno
per impedì che inventino ‘ste chiacchiere…
E Giove je rispose: Rubba meno.”

Ciò che un potente odia di più è “l’uomo discordante” ma quello che proprio lo fa infuriare è “l’uomo ridente”, qui la rivolta è viscerale.
L’uomo che ride “se ne ride”, si sottrae, e chi lo afferra più!
Perché l’uomo che ride ha una marcia in più, che lo rende imprendibile.
Ma questa dote non si apprende, è una dote naturale, una libertà congenita, o ce l’hai o devi ridere delle battute degli altri, che è meglio di niente, ma è come una libertà per terza persona, e quanto sarebbe meglio se quella rivelazione ce l’avessi tu.
Chi non sa ridere di se stesso, impara a memoria le battute di altri o dice: “le barzellette non me le ricordo mai!”, frase tristissima, perché l’umorismo non è un fatto di memoria, ma di qualità del vivere, non è una cosa che si studia o si manifesta ma si esprime quando l’uomo ha tirato via i bagagli che si frappongono tra la sua espressione legata e la sua energia liberata.
Un vero comico improvvisa per il piacere di manifestarsi anche al di là del copione. Fa ridere con la pausa, il silenzio, la mimica, tutto quello che nasce da una creatività nativa più che da mestiere.


(Magritte. Barbone)

Non saper ridere manifesta un modo povero di stare al mondo, una energia bloccata, di cui non c’è colpa ma in cui non c’è neanche merito.
Come dice Lec: “Ad alcuni per essere felici manca davvero soltanto la felicità”.
Ridere è una capacità alata. Ti sollevi sopra il mondo e voli via. È come essere intonati. Non è la sequenza di note che crea la musica, ma i tempi, le pause, il calore e il colore. Come nella poesia che non è la metrica o la pittura che non è la tecnica.
Nell’umorismo non ci sono circuiti neuronali standardizzati, ma nessi acausali, guizzi creativi, associazioni impreviste. Anche un pazzo mette il cavolo a merenda, ma ciò non fa ridere, imbarazza. Così levo di torno la teoria che definisce il riso come reazione all’imbarazzo. La reazione all’imbarazzo è il disagio, non il riso. Nel ridere c’è la rapida emersione dell’inconscio, territorio pulsionale, istintivo, ludico, non troppo, altrimenti il Super Ego arriva con tutte le sue guardie a reprimerlo, ma abbastanza rapido e improvviso da fare una sortita, così che nessun armato faccia a tempo a inibirlo, troppo veloce per essere censurato, troppo leggero per essere minacciato, come un batter di ciglia da cui trapela un brillio vivissimo e straniante, che riduce in polvere i piedistalli e le sudate certezze spostando l’esistenza a un altro dove.
Il pazzo nell’inconscio ci sta sempre, prigioniero.
Il saggio dilata il razionale.
Il dittatore non esce da se stesso. È il più schiavo di tutti.

Ma l’inconscio è Mercurio, lo spirito che ride, il dio che unisce cielo e terra, vola con ali ai piedi e ha alucce anche in testa, nudo perché non ha bisogno di orpelli, è l’anghelos, il messaggero, eternamente bambino, saggio al naturale, tanto audace da comunicare col regno dei morti e degli dei e tornarsene vivo indietro, inventore delle arti, ma anche dio dei mercanti, della praticità, dello scambio, del baratto. Lo vedi ed è già scomparso, esplode in un guizzo breve, e ciò che si illumina è la tua capacità di schizzare via sopra ogni possibile cosa.

Un tempo c’erano occasioni in cui anche lo schiavo poteva beffeggiare il padrone. I soldati romani potevano dire di tutto ai generali che celebravano il trionfo. Alle nozze, il codazzo sboccato degli amici accompagnava gli sposi alla nuova casa, con una offerta di lazzi liberi e sciolti, il piatto pieno= satura lanx, da cui la parola satira, come il piatto pieno di frattaglie offerte alle divinità. I visceri erano insieme la cosa più bassa e quella più misteriosa e sacra da cui si traevano gli aruspici, si vede il connubio disinvolto di due significati, sacro e dissacrante.

Satira oggi è l’attacco dissacrante ai potenti. Come Pasquino, statua di Roma Imperiale presso Piazza Navona, sotto cui si affiggevano gli attacchi al potere papale, le Pasquinate.
Quod non fecerunt barbari, fecerunt Barberini”, cioè “Quello che non hanno fatto i barbari, hanno fatto i Barberini, frase famosa dedicata a Urbano VIII Barberini.

Nel 1938, in occasione dei preparativi per la visita di Hitler a Roma, Pasquino riemerse dal lunghissimo silenzio per notare la vuota pomposità degli allestimenti scenografici, che avevano messo la città sottosopra per settimane:
« Povera Roma mia de travertino
te sei vestita tutta de cartone
pe’ fatte rimira’ da ‘n imbianchino
venuto da padrone! »

Satirici erano i fogli liberali del Risorgimento con vignette spietate contro Austriaci e Piemontesi.
Quando l’umorismo si chiama Humor richiama l’Inghilterra, ai suoi tabù sociali e un modo mentalizzato di far poesia, l’humor è freddura, istinto raffreddato dalla convenzione, si ride mentalmente per piccoli allineamenti non traumatici. In Inghilterra l’humor è spesso surreale e muove giochi logici sul filo sottile del non sense, illogicità programmata.
Il maestro dell’umorismo inglese è Oscar Wilde:
“Avere avuto una buona educazione, oggi, è un grande svantaggio. Ti esclude da tante cose”.
“Democrazia significa semplicemente colpi di randello dalla gente per la gente.”
“I due punti più deboli della nostra epoca sono la mancanza di principi e la mancanza di immagine”

Lewis Carroll, che era un matematico, crea con Alice una favola inquietante apparentemente assurda, in realtà basata su non-sense logico-verbali molto sofisticati, fatti più per adulti che per bambini.

“Quando io mi servo di una parola —rispose con tono sprezzante Humpty Dumpty— quella parola significa quello che piace a me, è più, né’ meno”.
”Il problema è – insisté Alice – se lei può dare alle parole significati così differenti”.
”Il problema è —tagliò corto Humpty Dumpty— chi è il padrone?”.

Più immediato è il poster di Einstein coi capelli ritti che fa la linguaccia.
Comico viene da komikos, la commedia greca, trasposizione teatrale dei riti dionisiaci, momento collettivo di grande liberazione emozionale connessa al rito.
Per Koestler il riso è un’improvvisa scarica emozionale di fronte a una situazione che si manifesta sotto due aspetti incompatibili tra loro.
“Ne avevo una bellissima da dire, se solo mi venisse in mente“, due topos inavvicinabili.
La Mafalda di Quino: “Il grande guaio della famiglia umana è che tutti vogliono essere il padre“, dove l’alone di amore che sprigiona dall’immagine “famiglia umana” è contraddetto seccamente da “tutti vogliono essere il padre” cioè comandare, concetti incompatibili.

Essendo liberatorio, il riso è terapeutico, al contrario chi fa piangere dovrebbe essere curato come virale.
Aristotele diceva: portate i vostri malati a teatro, ridendo guariranno prima. Oggi invece noi mettiamo i sani davanti al televisore.
I Greci inventarono la Commedia come uno dei piaceri della vita e la celebrarono durante le massime feste sacre, codificando il riso nell’espressione che la città dava al sacro. Sulla scena misero in berlina il potere, il rapporto tra i sessi, la filosofia…
Inizialmente c’erano le feste delle donne nei boschi, le danze sfrenate delle menadi, dove Dioniso era venerato con un’esplosione istintuale e liberatoria. Il teatro fu lo codificazione che la città fece del rito, la sua razionalizzazione maschile, dove l’impulso incontrollato e primigenio venne stilizzato e regolato in modo rigido. Questo fino al 1500.
La tragedia la faceva un po’ tragica fissandosi sui principali complessi del dolore umano, la commedia la scavalcava permettendo ambiguità a più livelli, di qui i doppi sensi e lo scurrile, oggetto di gran riso nel mondo greco, ma nel decadente impero romano il parlare era così sboccato che il volgare non faceva più ridere, come nella televisione italiana. Ci vuole esprit de finesse anche per una parolaccia. Là dove tutto è nudo, l’intelligenza non ha più nulla da scoprire.
Il contesto è importante; se una parola non è attesa, la sua comparsa esalterà la sua estraniazione, generando ilarità o sgomento, ma ove tutto è scatologia, ovvero cacca, si genera la piattezza di certe adunate parlamentari, ove lo stile borgheziano è magma comune. La volgarità è massificazione, là dove lo spirito è originalità. Per questo i poteri autoritari mortificano le arti e le fanno morire, essi sono il veleno della cultura, perché la cultura è la liberazione dello spirito dove essi hanno solo il potere della materia.
Il riso è terapeutico perché libera un’emozione, dunque è fattore di riequilibrio individuale e sociale. Manifesta una fine intelligenza e un dominio della situazione che la logica tradizionale non può permettere.
Quando il riso manca o è meccanico o iterativo si manifesta la schizofrenia o altro grave disturbo della personalità, l’uomo perde le radici di sé e dei suoi elementi unitivi e vitali e stenta a comunicare con la realtà esterna e le altre creature.
Dice Calvino che ‘L’Insostenibile Leggerezza dell’Essere’ di Kundera è in realtà ‘un’Ineluttabile Pesantezza del Vivere’. Il peso sta nella costrizione a cui tutte le cose sembrano portarci. Solo la vivacità e la mobilità dello spirito sfuggono fuori.
Ogni atto poetico interrompe lo stato abituale, la quotidianità della vita- simile in questo al sogno- allo scopo di rinnovarci, di mantenere sempre vivace in noi il senso stesso della Vita.
Dunque facci ridere, o Mercurio, facci creatori di risate come inventori di libertà, tu che sei elemento volatile, dacci la tua leggerezza, la capacità di evadere da ogni possibile binario oscuro in cui la mente e il tempo cerchino di intrappolarci, dacci le ali della psiche e la leggerezza dello spirito affinché la nostra fuga sia via e sollievo anche per chi stenta a sollevarsi in volo.

Ultimi apporti di leggerezza:
Un non ebreo, domanda a un ebreo: “Perché voi ebrei rispondete sempre a una domanda con una domanda. E l’ebreo risponde: “E perché no?”.

Moni Ovadia:
“C’è una Torah che è scritta e una che sta sulla bocca. Dice Adin Steinsaltz: la Torah, i primi cinque libri della Bibbia, è la parola di Dio all’uomo. Il Talmud, la cosiddetta legge orale, è la risposta dell’uomo al divino. Insomma, l’uomo è alla pari col Creatore perché può discutere con lui.”
……
A ben vedere il mondo è un infinito paradosso. Se Dio c’è, non può essere che un dio che ride, visto che è lui il creatore di questo paradosso. L’uomo che ride, dunque, è un uomo che si mette al pari di Dio. Con rispetto parlando.
..
Mia figlia ha imparato a scrivere a 3 anni, a 4-5 anni, conosceva il mondo del pensiero anagrammando le parole. La sua piccola mente era un motorino inestinguibile in questo gioco che nessuno le aveva insegnato e che sembrava darle immenso piacere. Dal che deducemmo che in una vita precedente era stata un saggio ebreo, perché l’ebreo che studia la Torah conosce il senso di Dio anagrammando le parole del testo sacro.
La prima parola della Torah è: “In principio”, bereshit, l’anagramma diventa taev shir, che significa “voluttà di un canto”. Insomma: il mondo è stato creato per la voluttà di un canto.
Il mondo esiste come atto creativo per il piacere di Dio che crea. Per il suo piacere, intendiamo, non c’è alcun senso di dovere o di auto-dovere, come poi pretenderanno le religioni successive che hanno impietrito il messaggio di Dio, ma il puro piacere di un gioco, un godimento! All’inizio di tutti i nostri mondi può esserci stato il godimento del pensiero che gioca con se stesso. Grande mistero e grande lezione umana!
La virtù dell’anagramma insegna che il pensiero può giocare con le particelle della creazione o le forme mentali, che ne sono l’equivalente umano, componendole e ricomponendole secondo altri modi meravigliosi. Il che è un precetto di vita mica male, vista la libertà creativa che ne conseguirebbe. E, dal punto di vista politico, porterebbe sicuramente alla migliore delle società, se forze maligne non vi si opponessero, anche delle chiese, purtroppo, che hanno dimenticato l’insegnamento di un dio che gioca. E ride.
..
Deliziosi i paradossi di Lec, vera filosofia in poesia:
“Anche se a una mucca dai da bere del cacao non ne mungerai cioccolata.”
“Bisogna sempre essere se stessi. Il cavallo, senza ussaro, resta sempre un cavallo. L’ussaro senza cavallo è soltanto un uomo.”
“A volte mi sembra che il sistema divino somigli alla monarchia inglese: Dio regna, ma non governa.”
“Amate i vostri nemici! Può darsi che questo nuoccia alla loro reputazione”.
“Chissà cosa avrebbe scoperto Colombo se l’America non gli avesse sbarrato la strada”
“Come non essere ottimista! I miei avversari si sono rivelati finora esattamente quelle canaglie che avevo sospettato”.
“Nella storia contano anche i fatti non avvenuti”
“Non aspettatevi troppo dalla fine del mondo” (che fa il paio con: “Deludete tutti, ma non un pessimista!”)
“Non butti i guanti chi ha le mani sporche”.

“Non fidatevi degli uomini! Sono capaci di grandi cose”.
“Quando il nemico si strofina le mani, è il momento buono. Abbi libere le tue”.
“Quando senti gridare: “Evviva il progresso!”, chiediti: “Il progresso di che?”
“Un vero buffone non può farsi beffe di un vero buffone. Uno dei due deve essere falso”.
“Il fatto che sia morto non significa affatto che sia vissuto”.

(Stanisław Jerzy Lec , Pensieri proibiti)
..
Il paradosso mostra un’altra realtà, forse meno logica, ma sicuramente più vera.
È per questo che in Oriente hanno inventato il koan, la battuta paradossale che, proprio perché crea uno scompenso illogico nella mente logica, apre le sue barriere alla comprensione di un infinito che logico non è mai stato:
“Che rumore fanno due mani che applaudono?
E una sola mano?”

..
http://masadaweb.org

2 commenti »

  1. Chi disse una risata seppellirà il mondo?
    Moriremo tutti di risate
    Chi vive ridendo muore contento
    Ride bene chi ride ultimo
    Haaaaa Haaaaa
    p.s
    Come mai i popoli che vivono una vita esistenziale ridono sempre
    E noi simo così incazzati ?

    Commento di Rosa Anna Oioli — febbraio 22, 2014 @ 5:58 pm | Rispondi

  2. Grazie Viviana!

    Mi ha deliziata.
    Evelyne

    Commento di MasadaAdmin — febbraio 23, 2014 @ 9:00 pm | Rispondi


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