Nuovo Masada

ottobre 13, 2013

MASADA n° 1489 13/10/2013 JACQUES PREVERT

Filed under: Masada — MasadaAdmin @ 12:48 pm

Blog di Viviana Vivarelli

“Mesdames e monsieurs, amantes e macros, et voila: Jacques Prevert!”
Piove su Parigi! E’ primavera su Parigi! E’ notte a Parigi!
Andiamo nei bistrot, scendiamo nelle caves, fumiamo Gitanes, beviamo calvados!
Tavolini di ferro, esistenzialisti in noir che dissacrano il mondo con visi pallidi e occhi di noia; sul grigio assito un passerotto patetico, Edith Piaf, canta con voce roca ‘la maladie d’amour’, canta dal cuore profondo ‘le desespoir’, con le parole di Prevert. Sulle panchine des Champs Elisees due giovani amanti soffrono e ridono e un omino solitario li spia, mordicchiando un havana bruciato: Jacque Prevert. Da una finestra la voce scanzonata di Ives Montand strascica la sua canzone e le parole sono di quell’omino con la giacca a quadretti e il maglione sformato. Nel cinema addormentato gli ultimi spettatori piangono sul Porto delle nebbie e un Jean Gabin, amaro e scettico, parla con le parole di Jacques Prevert. Cosa sarebbe Parigi senza Jacques Prevert?

Luoghi comuni di una Parigi esistenzialista: le grandeur, l’amour, le flick, le chepi, i monumenti solenni, i baci rapiti, la morte, la vita, la disperazione, la malinconia, le bancarelle sul boulevard… Il cielo porta nuvole grevi su una Parigi che piange, che ride, nel cielo ora azzurro ora grigio, comme la vie. Parigi si prende in giro come un clochard, ironizza il suo amore e il suo pianto, gonfia la sua fierezza e libertà, deride les generals che vogliono fiaccarla coi loro cortei… e l’omino si beffa di tutti i comuni e li canta come un ragazzo di strada.
Prevert saltella e piange, con tutte le belle figliole che lo fanno soffrire e tutti gli amanti che vogliono legarle come schiave, e rotola le sua RRRR su Parigi, e allarga i suoi ONNN su Parigi, e tutto viene preso in giro come la giostra di Montmartre: filosofi e amanti, miserucci e spiantati, sognatori e dimenticati…Parigi è la vita, e la vita è nostra finché possiamo ridere del nostro dolore e piangere sulla nostra gioia. Acchiappa la rondine, Parigi, il cuore dell’innamorato, le lacrime della panchina, il generale a cavallo, il ciarpame che passa, l’eterno che resta…! Acchiappa la rondine, o Parigi! Clown enfatico che ride, mentre gli sboccia una margherita sotto la lacrima. L’immortalità è ruzzolata sotto il marciapiede, mentre una ragazza di 16 anni mette in vendita la sua miseria. Io ti stropiccio, Parigi, ti strapazzo, ‘mon grandeur’, tiro gli orecchi ai tuoi pachidermi permalosi, butto su un palco grigiognolo i mostri sacri delle tue tragedie e gli striscio sopra una giva da gigolo.

E anche il pubblico esistenzialista ride, sotto la guache pallida, ride alle lacrime e le lacrime sciolgono ‘le bistre’ in rigagnoli nerastri, smette il nero luttuoso, perché Prevert non è mai nero, nemmeno quando stride i denti, e si commuove quando è più feroce, perché è l’anti poeta, è ‘le divertissement’, è qui col suo buffo basco e la faccia a patata, per burlarsi di tutto, in primis di se stesso, col suo sigaro in bocca e il cuore in mano e col cuore ci gioca a palla; metti da un lato Sartre, il cuore oggi passeggia, si intenerisce o si indigna. Comm’en va? Je suis comme je suis! Io sono come sono. La sua teneritudine Prevert ve la dà saltellando. Ora è lo spettacolo. Musica o film, teatro o libro, per lui è lo stesso. Vi regala la parola che libera. Ora è lo spettacolo. Potete partecipare a buon diritto perché VOI siete lo spettacolo! Il gioco è proprio far parte della vita e crederci, ridere o piangere, indifferentemente.

Credere a tutto, ma come a un sogno, perché la vita è la cosa più seria che ci sia purché non la si prenda sul serio! Spillate il vino beaujolait, Ridete fino a prendere il fazzoletto! Chaplin arriva saltellando sotto l’occhio di René Clair. La vita è un po’ su e un po’ giù, come l’omino buffo. Asciugati, lacrima, moderati cuore, la vita ricomincia sempre, o anche peggio.

Ora non è più qui, nella cave sotterranea, la tua faccina buffa, Prevert, un po’ molle, da mimo, la tua magniloquenza piena di niente, i tuoi discorsi interminabili o le tue frasi dissacranti, il tuo maglione sformato, il basco a scacchetti… immiserite le idee che dovevano far tremare il mondo: la revolution, la mort, la guerre…. I ragazzi, oggi, non sanno più Juliette Greco con la sua maschera tragica e, quando dico a mia figlia: “Edith Piaf…”, “Edit Chi?” Ma i ragazzi continuano a baciarsi, immemori, negli angoli, e i generali continuano a sfilare sui boulevards, immemori anch’essi, e, in questo vuoto di memoria generale, io sono ancora qui, sola con la mia disperazione, oggi come vent’anni fa, e ancora al mattino continuo a mettere il caffè nella tazza, il latte nel caffè, lo zucchero nel caffellatte, e, dopo che tu sei uscito, ancora piango…

In fondo solo la Storia è passata, con la S maiuscola, la vita è rimasta sempre la stessa e sempre tu me la canti come io la sento, a me riconoscente. Merci, Jacques Prevert!

Se ne fuggano i poeti impegnati… ‘quelli che la poesia solo di sera /quelli che la poesia son cavoli amari/quelli che hanno il cuore straziato/ quelli che a me ma non mi amano/ quelli che i VATE/ quelli che i vater/ quelli che i water/ quelli che i pater/quelli che anche gli ave e le glorie/quelli che battono le rime come gli zoccoli i fabbri/quelli che danno la targa/quelli che gliela levano per eccesso di velocità…’

E dunque Prevert: uomo di cinema, sceneggiatore, paroliere, dialogatore, insomma uno che gioca. I ferri del mestiere? Le parole. Surrealismo? Prevert ci passa in mezzo ma per dirla con lui: “Il concerto non era riuscito”.

Compagni dei cattivi giorni
vi auguro la buona notte
e me ne vado… dormite
svegliatevi… io me ne vado
”.

Inforca le parole sotto braccio come un ombrello e le parole piovono fitte di tralice, come sugli innamorati di Peinet. ‘S’en va’, la parola è quotidiana, come la baguette, sa di pane caldo e di strada sporca al mattino. Satira? Un po’ meno. Dissacrazione? Meno ancora. Scherzo? Forse. Come sopportare, altrimenti la vita?!

Ceux qui croient….
Ceux qui croiente croire
Ceux qui croa-croa

(quelli che credono
quelli che credono credere
quelli che cre-cre…)

La poesia non è per prendersi sul serio. Far critica o dibattito su Prevert è non senso. La poesia va e viene, è estro, divagazione, è l’uccello-lira, con la lunghezza estenuante di una giga interminabile o la battuta di un motto spiazzante, la poesia è quel che viene: satira, polemica, sentimento, favola, elegia, flash, così come un bambino ora gioca a palla, ora al funerale.. né catarsi né trasfigurazione, mangiatevi la poesia finché è croccante, il pane rinasce ogni mattina. Prevert è Prevert, come ognuno è ognuno, io sono io e magari voi siete voi. Le nuvole si specchiano nel bicchiere….

E i vetri ridiventano sabbia
l’inchiostro ridiventa acqua
i banchi ridiventano alberi
il gesso ridiventa falesia
il portapenne ridiventa uccello.

Scrivo come parlo, parlo come passeggio: poesia, antipoesia, argot, naturalezza, doppi sensi, falsi proverbi, sentenze, si disgrega il sistema, si sciolgono le accademie, les savants inciampano, i mezzibusti pencolano, e non c’è niente di più brutto di un mezzobusto di trasverso, tutto si scioglie in un rigagnolo che riflette il sole anche quando non c’è sole. Basta poco per capire, anche la casalinga che si tira a caffellatte e intanto apre la finestra, basta mettere un fiore alla statua baffona, il parapioggia sull’immagine sacra. Ridere distrugge il potere, nulla regge ‘à le rire’, la risata è il nuovo pensiero, vi lava la testa, vi dà la grazia felice di un felice andare. Il pensiero stanca, la città tormenta/ ma se l’uomo ride /l’uomo si accontenta.

Sono andato al mercato degli uccelli
E ho comprato degli uccelli
Per te
amore mio
Sono andato al mercato dei fiori
E ho comprato dei fiori
Per te
amore mio
Sono andato al mercato dei rottami
E ho comprato catene
Pesanti catene
Per te
amore mio
Poi sono andato al mercato degli schiavi
E ti ho cercata

Ma senza trovarti
amore mio

LA BELLA STAGIONE

A digiuno sperduta assiderata
Tutta sola senza un soldo
ferma in piedi una ragazza
Età sedici anni
In Place de la Concorde
Il quindici agosto a mezzogiorno

ADESSO SONO CRESCIUTO

Bambino
ho vissuto piacevolmente
il riso sfrenato tutti i giorni
il riso sfrenato veramente
e poi una tristezza talmente triste
qualche volta tutti e due contemporaneamente
Allora mi credevo disperato
Insomma mi mancava la speranza
non avevo nient’altro che la vita
ero intatto
ero contento
ed ero triste
ma non fingevo mai
Conoscevo il gesto per restare vivo
Scuotere il capo
per dir no

scuotere il capo
per non far entrare le idee delle persone
Scuotere il capo per dir no
e sorridere per dir si
si alle cose e agli esseri
agli esseri e alle cose da guardare e carezzare
da amare
da prendere o lasciare
Ero com’ero
senza un pensier mio
E quando mi occorrevano le idee
per compagnia
io le chiamavo
Ed esse venivano
e dicevo si a quelle ch’eran gradite
le altre le buttavo

Adesso son cresciuto
e le idee anche
ma son sempre delle grandi idee
delle belle idee
delle ideali idee
Ed io rido sempre loro in faccia
Ma esse mi aspettano
per vendicarsi
e divorarmi
un giorno quand’io sarò stanchissimo
Ma all’angolo di un bosco
le aspetto anch’io
e taglierò loro la gola
e spezzerò loro l’appetito.

PARIS AT NIGHT

Tre fiammiferi accesi uno per uno nella notte
Il primo per vederti tutto il viso
Il secondo per vederti gli occhi
L’ultimo per vedere la tua bocca
E tutto il buio per ricordarmi queste cose
mentre ti stringo fra le braccia

IL DISCORSO SULLA PACE

Verso la fine di un discorso estremamente importante
il grande statista incespicando
davanti al vuoto di una bella frase
ci casca dentro
e smarrito con la bocca spalancata
ansimante
mostra i denti
e la carie dentaria dei suoi pacifici ragionamenti
mette a nudo il nervo della guerra
la delicata questione del denaro.

I RAGAZZI CHE SI AMANO

I ragazzi che si amano si baciano
In piedi contro le porte della notte
I passanti che passano se li segnano a dito
Ma i ragazzi che si amano
Non ci sono per nessuno
E se qualcosa trema nella notte
Non sono loro ma la loro ombra
Per far rabbia ai passanti
per far rabbia disprezzo invidia riso
I ragazzi che si amano non ci sono per nessuno
Sono altrove lontano più lontano della notte
Più in alto del giorno

Nella luce accecante del loro primo amore

NON BISOGNA

Non bisogna lasciar giocare gli intellettuali con i fiammiferi
Perché Signori miei se lo si lascia solo
Il gran mondo mentale miei Sssignori
Non è per niente allegro
Lavora arbitrariamente
Innalzando tutto per sé
Con tante chiacchiere generose sul lavoro dei muratori
Un auto-monumento
Ripetiamolo dunque miei Sissignori
Se lo si lascia solo
Il mondo mentale
Mente
Monumentalmente

LE PIU’ CORTE CANZONI

L’uccello che mi canta nella testa
e mi ripete che t’amo
e mi ripete che m’ami
l’uccello dal noioso ritornello
l’accopperò domattina.

FIESTA

E i bicchieri erano vuoti
e la bottiglia in pezzi
E il letto spalancato
e la porta sprangata
E tutte le stelle di vetro
della bellezza e della gioia
rispendevano nella polvere
della camera spazzata male
Ed io ubriaco morto
ero un fuoco di gioia
e tu ubriaca viva

nuda nelle mie braccia.

LA DISPERAZIONE E’ SEDUTA SU UNA PANCHINA

(La imparai a memoria in francese, in terza media,
la recitavo con tutto il nero della pubertà
E ogni volta che, poi, mi sono seduta depressa su una panchina,
mi è riapparsa nelle orecchie
e mi sono rivista come la figurina grigia del mio grigio libro di scuola
E mi sono sentita un po’ patetica
un po’ ridicola,
un po’ Prevert)

In un giardinetto su una panchina
C’è un tale che vi chiama se passate
Ha un paio d’occhialini e un vecchio abito grigio
Fuma un piccolo sigaro è seduto
E vi chiama se passate
O più timidamente vi fa un cenno
Non bisogna guardarlo
Non bisogna ascoltarlo
Ma tirar dritto
Fingere di non vederlo
Fingere di non averlo neppure sentito
Passare via frettolosi
Perché se lo guardate
O se gli date retta
Vi fa un suo cenno e niente nessuno

Vi può impedire di sedergli accanto
Allora vi guarda in faccia vi sorride
Facendovi soffrire atrocemente
E lui continua il suo sorriso
E voi sorridete esattamente
Di quel sorriso
Più sorridete e più soffrite
Atrocemente
E più soffrite più sorridere
Irrimediabilmente
Restando fissi là
Come congelati
Sorridendo sulla panchina
Bambini giocano a due passi da voi
Passanti passano
Tranquillamente

Uccelli volano
Volano via da un albero
Si posano su un altro
E voi restate là
sulla panchina
E già sapete bene
Che non potrete più
Giocare come quei bambini
Sapete che non potrete più
passare come qui passanti
Tranquillamente

Né che mai più potrete volar via
Lasciando un albero per l’altro
Come quegli uccelli.

TANTE FORESTE

Tante foreste strappate alla terra
massacrate
finte
rotativizzate
Tante foreste per fornire la carta
ai miliardi di giornali che ogni attirano l’attenzione dei
lettori sui rischi del disboscamento.

PER RIDERE IN SOCIETA’

Ha messo la sua testa il domatore
nella gola del leone
io
ho infilato due dita solamente
nel gargarozzo dell’Alta Società
Ed essa non ha avuto il tempo
di mordermi
Anzi semplicemente
urlando ha vomitato
un po’ della dorata bile
a cui è tanto affezionata
Per riuscire in questo giuoco
utile e divertente
Lavarsi le dita
accuratamente
in una pinta di buon sangue
a ognuno la sua platea.

LO SFORZO UMANO

Lo sforzo umano
non è quel bel giovane sorridente
ritto sulla sua gamba di gesso
o di pietra
e che mostra grazie ai puerili artifici dello scultore
la stupida illusione
della gioia della danza e del giubilo
evocante con l’altra gamba in aria
la dolcezza del ritorno a casa
No
Lo sforzo umano non porta un fanciullo sulla spalla destra
un altro sulla testa
e un terzo sulla spalla sinistra
con gli attrezzi a tracolla
e la giovane moglie felice aggrappata al suo braccio

Lo sforzo umano porta un cinto erniario
e le cicatrici delle lotte
intraprese dalla classe operaia
contro un mondo assurdo e senza leggi
Lo sforzo umano non possiede una vera casa
esso ha l’odore del proprio lavoro
ed è intaccato ai polmoni
il suo salario è magro
e così i suoi figli
lavora come un negro
e il negro lavora come lui
Lo sforzo umano no ha il savoir-vivre
Lo sforzo umano non ha l’età della ragione
lo sforzo umano ha l’età delle caserme
l’età dei bagni penali e delle prigioni
l’età delle chiese e delle officine
l’età dei cannoni

e lui che ha piantato dappertutto i vigneti
e accordato tutti i violini
si nutre di cattivi sogni
si ubriaca con il cattivo vino della rassegnazione
e come un grande scoiattolo ebbro
vorticosamente gira senza posa
in un universo ostile
polveroso e dal soffitto basso
e forgia senza fermarsi la catena
la terrificante catena in cui tutto s’incatena
la miseria il profitto il lavoro la carneficina
la tristezza la sventura l’insonnia la noia
la terrificante catena d’oro
di carbone di ferro e d’acciaio
di scoria e polvere di ferro

passata intorno al collo
di un mondo abbandonato
la miserabile catena
sulla quale vengono ad aggrapparsi
i ciondoli divini
le reliquie sacre
le croci al merito le croci uncinate
le scimmiette portafortuna
le medaglie dei vecchi servitori
i ninnoli della sfortuna
e il gran pezzo da museo
il gran ritratto equestre
il gran ritratto in piedi
il gran ritratto di faccia di profilo su un sol piede
il gran ritratto dorato
il gran ritratto del grande indovino

il gran ritratto del grande imperatore
il gran ritratto del grande pensatore
del gran camaleonte
del grande moralizzatore
del dignitoso e triste buffone
la testa del grande scocciatore
la testa dell’aggressivo pacificatore
la testa da sbirro del grande liberatore
la testa di Adolf Hitler
la testa del signor Thiers
la testa del dittatore
la testa del fucilatore
di non importa qual paese

di non importa qual colore
la testa odiosa
la testa disgraziata
la faccia da schiaffi
la faccia da massacrare
la faccia della paura.

Canzone per i bambini l’inverno

Nella notte d’inverno
galoppa un grande uomo bianco
galoppa un grande uomo bianco

è un omone di neve
ha una pipa di legno
un omaccio di neve
inseguito dal freddo

arriva in paese
arriva in paese
vedendo la luce
si sente sicuro

in una casetta
entra e non bussa
in una casetta
entra e non bussa
e per riscaldarsi
e per riscaldarsi
si siede sulla stufa arroventata
e d’improvviso ecco che scompare

e rimane solamente la sua pipa
proprio nel mezzo di una pozzanghera
e rimane solamente la sua pipa
e il suo vecchio cappello.

Tanta acqua è passata sotto i ponti
ed anche un grande fiume di sangue
ma ai piedi dell’amore
scorre un bianco ruscello
e nei giardini della luna
dove ogni giorno si fa festa a te
questo ruscello canta addormentato
quella luna è il mio capo
dentro cui gira un grande sole blu
e gli occhi tuoi sono questo sole.

Assunto mio malgrado nella fabbrica delle idee
mi sono rifiutato di timbrare il cartellino
Mobilitato altresì nell’esercito delle idee
ho disertato
Non ho mai capito granché
Non c’è mai granché
né piccolo che
C’è altro.
Altro
vuol dire che amo chi mi piace
e ciò che faccio.

PRIMA COLAZIONE

Lui ha messo
Il caffè nella tazza
Lui ha messo
Il latte nel caffè
Lui ha messo
Lo zucchero nel caffelatte
Ha posato la tazza
Senza parlare
S’è acceso
Una sigaretta
Ha fatto
Dei cerchi di fumo
Ha messo
La cenere

Nel portacenere
Senza parlarmi
Senza guardarmi
S’è alzato
S’è messo
Sulla testa il cappello
S’è messo
L’impermeabile
Perché pioveva
E se n’è andato
Sotto la pioggia
Senza parlare

Senza guardarmi
E io mi sono presa
La testa fra le mani
E ho pianto.

LA METEORA

Tra una sbarra e l’altra del luogo di detenzione
un’arancia
s’infila come un fulmine
e nel pitale
piomba come una pietra
E il prigioniero
tutto schizzato di merda
risplende
illuminato in pieno dalla gioia
Lei di me non s’è scordata
Lei pensa sempre a me.

http://masadaweb.org

3 commenti »

  1. ..bella poesia..e questo mondo non ha piu’ tempo per la poesia..questo è uno dei drammi..

    Commento di Ennio. — ottobre 13, 2013 @ 10:28 pm | Rispondi

  2. Semplicemente stupenda, grazie….
    Domenico

    Commento di MasadaAdmin — ottobre 14, 2013 @ 5:24 pm | Rispondi

  3. Grazie.
    Recitai questo scritto in una conferenza esibendomi come fossi stata un’attrice in un circolo di poesia che si chiamava “Per-versi”, ma non ebbi molto successo (sigh !).
    Il pubblico era formato da poeti molto esigenti, che non apprezzarono che trasformassi una introduzione che doveva essere puramente informativa su Prevert in una colorita interpretazione personale (i poeti non sono molto comprensivi con chi fa loro concorrenza) :-DD ma mi divertii a scriverla lo stesso. Ho sempre pensato che se si scrive di qualcuno si dovrebbe ‘diventare’ quel qualcuno. Gli oratori migliori sanno che non si deve parlare a se stessi ma a coloro a cui si parla, ma questo non sempre io ho avuto voglia di farlo

    viviana

    Commento di MasadaAdmin — ottobre 14, 2013 @ 5:29 pm | Rispondi


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