Nuovo Masada

maggio 24, 2013

MASADA n° 1465 24-5-2013 – CNV. LA COMUNICAZIONE NON VERBALE. LEZIONE 1

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Klimt

(Corso in 4 lezioni della prof. Viviana Vivarelli)

L’immagine – Il trucco nel mondo antico – I maghi dell’immagine oggi – La società dell’immagine – La chirurgia plastica – Politici a confronto – Il modo con cui si ride –

La preoccupazione per la propria immagine, è questa la fatale immaturità dell’uomo. È così difficile essere indifferenti alla propria immagine. Una tale indifferenza è al di sopra delle forze umane. L’uomo ci arriva solo dopo la morte. E neanche subito. Solo molto tempo dopo la morte. “
(Milan Kundera)

Questo è un piccolo corso di psicologia che è abbastanza simile a quelli che vengono fatti dalle grandi imprese e società per i venditori, i dirigenti, gli assicuratori…

Tratta dei messaggi che inviamo non attraverso il linguaggio ma con il nostro corpo, l’atteggiamento, l’abbigliamento, il comportamento, le caratteristiche del corpo o del viso e può essere utile a chiunque, non solo per dare una immagine migliore di sé in un colloquio di lavoro, in un incontro sentimentale, a confronto col pubblico ecc. ma anche per valutare a colpo d’occhio qualcuno, anche se non parla.
La nostra immagine è la prima informazione che diamo di noi. La nostra immagine visiva e il nostro comportamento, i segni, la postura, il modo in cui ci sediamo, la stretta di mano, persino le pieghe del volto, i tic, i gesti involontari, il tono della voce, il ritmo e la cadenza… tutto è portatore di una serie infinita di messaggi che mandiamo più o meno consciamente agli altri.
Di alcuni di questi messaggi abbiamo consapevolezza, altri si trasmettono o si ricevono in modo subconscio o inconscio in una elaborazione molteplice e rapidissima. Appena una persona guarda un’altra, scatta un complesso meccanismo di ricezione di segnali, di decodificazione e di analisi. E in questo insieme di input a volte il messaggio verbale è quello meno importante. Per questo parliamo di CNV, Comunicazione Non Verbale, cioè messaggi che passano al di là della parola. Oggi la CNV è una vera e propria disciplina psicologica ed è così importante che le società o le imprese pagano degli psicologi per fare corsi appositi per dirigenti, manager o venditori.
Noi siamo come radio ricetrasmittenti di una infinità di segnali, che agiscono su molti livelli. La nostra espressività è infinita, in più viviamo in un’epoca visiva dove la psicologia ha analizzato con attenzione tutti i nostri segnali, voluti o inconsapevoli, per questo è bene saperne di più.
La nostra era si basa fortemente sull’IMMAGINE. Siamo immersi in un costante bagno di immagini, un oceano sensoriale in cui è prevalente il vedere, l’input visivo. Esso attiva un codice di comunicazioni che lavora a livello conscio, subconscio e inconscio e condiziona le nostre risposte. Il ‘conscio’ riguarda ciò di cui siamo consapevoli, il subconscio ciò a cui non facciamo attenzione ma volendo potrebbe entrare nella sfera della nostra consapevolezza, inconscio poi è ciò che entra nel nostro comportamento o nelle nostre emozioni ma senza che ne abbiamo coscienza.
La vista è tra i sensi uno dei più importanti, il lobo occipitale, posto nella parte posteriore del cervello, ha proprio il compito di elaborare la visione e contiene molti neuroni specializzati nel riconoscimento dell’immagine.
Ad ogni stimolo visivo corrisponde una risposta cerebrale.
Non sempre dominiamo i messaggi che mandiamo, molti messaggi sono automatici, non volontari, per es, il timido arrossisce, l’emotivo suda, il nervoso ha tensioni involontarie.
Se noi non controlliamo tutti i nostri messaggi c’è però chi è li sa cogliere con attenzione: maghi, sensitivi, cartomanti, psicologi, medici, politici, venditori, corteggiatori.. molte persone possono avere un sesto senso per captare i piccoli segnali che mandiamo e sono quelli che vendono di più, che hanno più successo, che combinano di più ecc.. Chi capta e decodifica più segnali comportamentali ha più occasioni, più fortuna, più successo. Chi controlla e gestisce al meglio il proprio linguaggio corporeo ha uno strumento vincente in più.
Ricordiamo che, a volte, le parole mandano un messaggio ma il corpo un altro e noi captiamo istintivamente il messaggio del corpo. C’’è una risposta che si dà ‘a pelle’. E questo è importante per smascherare i bugiardi, gli ipocriti, i mitomani ecc.
L’immagine dunque è molto importante. La nostra è la civiltà dell’immagine per eccellenza, da 50 anni almeno, dominata da quello strumento visionario invasivo che è la televisione. Il marketing, la pubblicità, la politica, la psicologia, il teatro, l’insegnamento…. si basano sullo studio e il controllo psicologico dell’immagine. La televisione, il cinema, il teatro, la fotografia, la pubblicità sono i suoi strumenti. Principalmente la televisione che ci manda modelli di comportamento che incidono su moltissime persone, specialmente giovani o anziani.
Quanto sia importante l’immagine lo capiscono immediatamente, tanto che da uno studio del Censis risulta che il 56% di loro vorrebbe migliorare la propria immagine. E sappiamo come si sia diffuso l’uso della chirurgia plastica proprio per mandare dei messaggi visivi più soddisfacenti, in particolare da parte delle donne per cancellare l’età o aumentare le caratteristiche sessuali: i seni, le labbra ecc.. Questa moda della chirurgia plastica si è diffusa specialmente dopo l’ondata di imitazione degli Stati uniti, dove i personaggi più in vista hanno una specie di obbligo di apparire belli, sani, giovani e sportivi.

IL TRUCCO

In pratica una persona truccata è una persona che ti inganna”.

Il business della cosmesi è gigantesco e mondiale”.

Nell’immagine anche il trucco ha la sua parte, a volte può bastare un uso diverso di fondotinta o di un fard per aumentare la rotondità di una bocca o di un viso o indurirlo e dare un messaggio di bontà o durezza. Questo lo sanno bene le modelle e i truccatori. Il trucco è una forma d’arte profonda e soggettiva, tanto da divenire specchio della personalità in quanto mezzo con il quale l’uomo, da sempre, comunica qualcosa all’alterità esprimendo se stesso.
L’’uso del trucco è sempre stato diffuso anche nel mondo antico nei luoghi del potere o della prostituzione.

Da Wikipedia:
“La prima evidenza archeologica dell’uso dei cosmetici è stata individuata nell’Antico Egitto attorno al 4000 a.C. Il trucco sugli occhi era in uso in tutta l’area della Mesopotamia e del Mediterraneo, come dimostrano le statuette dei Sumeri scoperte nell’antica città di Ur, e con gli occhi pesantemente orlati di nero e le sopracciglia congiunte al centro. Anche gli Antichi Greci e gli Antichi Romani facevano uso di cosmetici. In particolare gli antichi romani ed egiziani usavano cosmetici contenente un elemento tossico come il mercurio.
Nel XIX secolo la Regina Vittoria, definì il trucco una maleducazione. Veniva considerato come qualcosa di volgare e usato solo da attori e prostitute[1]
Dalla Seconda guerra mondiale in poi la diffusione dei cosmetici si fece capillare in tutto il mondo occidentale, anche se vennero proibiti nella Germania Nazista.
In Giappone le geishe usavano un rossetto fatto con petali di cartamo o zafferano schiacciato, ed anche per dipingersi le sopracciglia, il taglio degli occhi e il bordo delle labbra.
Nel paese del Sol Levante le geisha usano, per far aderire meglio il fondotinta, anche confezioni di Bintsuke, una versione più leggera di una pomata utilizzata dai lottatori di sumo per ungersi i capelli. Pasta bianca e polvere per colorare il volto, e la schiena; rosso per definire il contorno degli occhi e il naso. Tintura nera, chiamata ohaguro, per colorare i denti durante la cerimonia di mishidashi (iniziazione) delle apprendiste geishe.”

Si vedano il trucco e l’acconciatura nella civiltà minoica.

In Grecia si truccavano le statue, che erano dipinte e portavano rossetti e ciglia finte. Gli imperatori romani del tardo Impero si truccavano abbondantemente. In Etruria come in Egitto le donne facevano uso abbondante di un trucco vistoso.

Le Egiziane ricche dipingevano fortemente gli occhi (vedi la testa di Nefertiti), usavano hennè, portavano parrucche. In genere si truccavano gli uomini ricchi e nobili e i faraoni erano seguiti dai più esperti visagisti del tempo, che realizzavano su di loro dei magnifici make up per le cerimonie reali, durante le quali l’utilizzo della cosmesi diveniva popolare: venivano offerti alla gente comune dei preparati in polvere d’oro e altri prodotti di modo che anche loro potessero truccarsi. Nell’antico mondo egizio, negli ambienti facoltosi, la cura del proprio corpo e la cosmesi erano molto diffusi. Le donne dei faraoni potevano cambiare trucco anche quattro volte al giorno, in base ai luoghi presso i quali avrebbero dovuto recarsi. L’Egitto era il Paese con la più ampia cosmesi tanto che la esportavano in tutto il Mediterraneo.
L’elemento più importante erano gli occhi, che venivano truccati in tutto il bacino mediterraneo. In Egitto li circondavano di nero marcandoli con delle linee spesse di mastim o di khol, allungando la linea della bordatura in direzione delle tempie senza sfumarla, rendendo così lo sguardo non solo intenso e profondo, ma anche notevolmente fascinoso. Nelle classi abbienti si truccavano uomini, donne e bambini e la cura del corpo veniva insegnata sul dalla più tenera età.

Le palpebre erano truccate con le polveri, i colori utilizzati variavano con il cambio delle stagioni, anche se uno dei colori prediletti era il verde.
Quella linea nera attorno occhi degli antichi egizi era realizzata con la malachite, un ossido di rame di colore verde chiaro, che nel Medio Regno verrà sostituita dal Kohl, un minerale di piombo di colore nero, con il quale si usava dare risalto agli occhi.
Le palpebre venivano colorate con minerali di diverse sfumature: per il verde, veniva usata sempre la malachite, sfumata con le dita direttamente sulla palpebra superiore e mista con grassi animali e miele, per assicurare una perfetta aderenza.
Le sopracciglia venivano depilate e ridisegnate con una spessa e corposa linea nera, la pelle era tendenzialmente chiara e le labbra, quando venivano truccate erano di una tonalità rossa vibrante.
Gli antichi Egizi usavano sostanza per proteggere la pelle da riverberi e dalle irritazioni causati dal clima asciutto e dalla sabbia. Dai papiri ritrovati si è scoperto che la malachite (un minerale color verde smeraldo) e la galena (un composto del piombo color grigio scuro) venivano applicate sulle palpebre per curare il tracoma (infezione dell’occhio), mentre l’ocra rossa era utilizzata per le labbra e le guance come i moderni rossetti e fard. Queste cosmesi erano il risultato di processi chimici che lasciano intravedere una grande conoscenza in materia. I trucchi erano considerati “fluidi divini” e perciò appartenevano al corredo funerario del defunto. La pelle invece, bisognosa di protezione da un clima torrido e dalle sabbie del deserto, veniva protetta con degli unguenti profumati, in cui era compreso anche l’uso del miele, che veniva spalmato in viso o sul corpo. Ma l’ingegno egiziano prevedeva anche una sorta di “invenzione” di una crema scrub per l’epidermide, realizzata con carbonato di sodio, miele e sale marino, ottima per ammorbidire e levigare la pelle del corpo.
Le donne egiziane erano anche molto attente alle rughe: per stendere la pelle e ringiovanirla, venivano creati unguenti appositi, in grado di distendere le cellule epidermiche con sostanze assolutamente naturali. Per le unghie, solitamente si usava una tinta rossa, estratta dalla pianta di ligustro.
Infine, i profumi. Nell’Antico Egitto il profumo era molto usato, sia da uomini che da donne, e per farlo venivano usati unguenti specifici ed oli profumati, estratti direttamente dalle piante e dai frutti, come la noce della moringa.
Tutti i riti di bellezza egiziani erano usati anche nelle cerimonie religiose, durante i quali gli antichi egizi tenevano molto alla cura personale estetica.

Le parrucche erano molto diffuse. Sia gli uomini che le donne si radevano quotidianamente, indossavano le parrucche solo in caso di cerimonie o occasioni speciali. Esse erano fatte di capelli veri pieni di resine e cera d’api ed avevano funzione sia estetica che igienica in quanto costituivano una efficace protezione contro i pidocchi.

In Grecia, le donne abbienti, dopo il bagno, si cospargevano di un unguento vegetale dell’aroma molto forte e usavano forti ombretti verdi o azzurri per dare profondità allo sguardo. Anche le sopracciglia avevano un loro ruolo estetico, per questo venivano messe in risalto e scurite con del carbone o con l’antimonio; avere sopracciglia lunghe e scure era sinonimo di forte carattere. La pelle veniva illuminata con degli estratti di minio, ancusa o fuco, dai colori forti e rossicci, per dare risalto alle guance e renderle rosee, sinonimo di perfetta salute. Anche le labbra avevano una loro tintura: solitamente si usava il rosso estratto dall’oricello e lo si passava sulla bocca con un apposito pennello. I capelli venivano molto spesso raccolti e se presentavano sfumature bianche o grigie, venivano tinti di nero o di biondo. Le sacerdotesse si coloravano i capezzoli di rosso o arancio, attraverso rimedi ed estratti naturali (ricordiamo che in molti tempi fu praticata la prostituzione sacra).
La base del trucco era costituita da un preparato contenente biacca (carbonato di piombo), che conferiva alla pelle il colore bianco richiesto dai canoni di bellezza femminile allora vigenti; una sorta di rossetto a base di ocra serviva poi a dare alle gote e alle labbra un po’ di colorito, segno di buona salute. Questo era il maquillage ideale per le signore “oneste”, cui non si addiceva un trucco troppo pesante e vistoso; le cortigiane, invece, che, per ragioni per così dire professionali, avevano un atteggiamento più audace e disinvolto nell’uso dei belletti, utilizzavano in aggiunta matite nere o brune per sottolineare gli occhi e le sopracciglia. Comunque anche gli uomini greci si truccavano abbondantemente con del minio, della cipria rosa e delle sottolineature per gli occhi per esaltare la propria bellezza fisica e usavano oli e unguenti profumati.


(Atena)

A Roma per rendere il viso più liscio si usavano creme fatte con orzo, veccia, corna di cervo, bulbi di narciso, gomma, farina di frumento e miele. E si praticava già il camouflage, cioè il trucco usato per nascondere difetti o imperfezioni.
A Roma, come in Grecia, il canone di bellezza esigeva candore e luminosità per la pelle femminile, la pelle abbronzata era delle schiave o delle contadine; come prima cosa l’ornatrix stendeva sul viso e sulle braccia della signora uno strato di biacca e gesso, che costituiva la base del trucco. Secondo quanto riferisce Plinio il Vecchio (I secolo), le donne romane utilizzavano talvolta anche preparati a base di sterco di coccodrillo, che aveva un effetto sbiancante sull’epidermide. Il rosso delle gote e delle labbra veniva poi sottolineato con l’ocra o con la feccia di vino, mentre intorno agli occhi e sulle ciglia si applicava polvere di antimonio o nero fuliggine.
Le matrone romane decoloravano i capelli perché si usavano biondi, per invidia delle schiave bionde portate dal nord che trovavano molti estimatori, e usavano tinture fatte col grasso di capra più cenere di faggio.
Polvere d’oro, tinture, gemme e spille decoravano in vario modo le teste dei romani di entrambi i sessi. Era abituale l’uso dei cosmetici per le donne, che avevano a disposizione maschere di bellezza, rossetti, profumi e balsami ricavati da piante mescolate con oli vegetali o grassi animali. Ma anche gli uomini ricchi ne facevano uso. Erano frequenti i barbieri che avevano riempito l’impero delle loro botteghe, e oltre a curare i capelli applicavano tinture e profumi per i capelli, belletti sulle guance, piccoli dischetti di stoffa per nascondere difetti e irregolarità del viso, nei finti ecc.
A Roma il sapone era sconosciuto per quanto ci si lavasse spesso nei bagni pubblici e le matrone avessero vasche da bagno private, mentre si conosceva una specie di pasta dentifricia. Erano di moda i capelli a riccioli, come si vede nella statuaria, per cui chi era liscio si faceva arricciare come faceva Adriano, dai tonsores con ferri scaldati a fuoco, e chi era calvo portava parrucche ricciolute (Cesare era calvo) bionde o nere, alcune fatte venire dall’India. Le donne del tardo impero portavano complicate e alte acconciature a riccioli.

Perfino guerrieri Galli si decoloravano i capelli con misture a base di urina di cavallo e gesso e pettinature punk per incutere nei nemici terrore e stupore o si dipingevano il viso di blu. Qui l’acconciatura e il trucco venivano usati come simbologie di potere. I Longobardi usavano radersi dal collo fino all’osso occipitale. Il resto della capigliatura era portato lungo. I capelli erano divisi al centro e scendevano lunghi ai lati del volto. Le lunghe barbe erano il loro segno distintivo, tant’è che proprio da quest’usanza pare derivi il loro nome ‘Longobardi’, lunghe barbe, mentre Etruschi, Egizi, Romani e Greci si radevano. I Greci anzi si depilavano tutto il corpo per ungersi poi con unguenti. I capelli comunque furono usati spesso dai popoli antichi come segno di forza. Generalmente una folta criniera era simbolo di libertà e di potere, tant’è che raderla era considerato un gesto punitivo. Tra i Galli ad esempio, tagliare i capelli poteva essere il segno di sottomissione dei prigionieri e di una conseguente perdita di diritti. Cesare fece radere a zero i Galli prigionieri. L’uso di radere qualcuno totalmente in segno di spregio si è perpetuato nel tempo, si vedano i condannati a morte nel Medioevo o la rasatura delle streghe durante l’inquisizione o quella delle donne accusate di complicità coi nazisti nella seconda guerra mondiale. In molti ordini religiosi la rasatura era invece considerata abbandono delle cose terrene, mentre la chierica avrebbe aperto il contatto tra l’uomo e Dio. Viceversa le ‘teste rase’ sono oggi l’emblema di alcuni gruppo di estrema destra, così come spesso sono usate negli eserciti per i soldati.

Nelle tribù africane più antiche erano abbondantemente usate le scarificazioni, le tinture del viso con coloranti vegetali o argillosi, le acconciature dei capelli mescolati a ossa, piume, elementi vegetali ecc., le treccine, gli elementi più vari inseriti nelle orecchie, nel naso, nella bocca… i tatuaggi, le scarificazioni, i segni magici o di guerra ecc.

Insomma sempre in ogni tempo e luogo gli uomini e le donne si sono curati del loro aspetto e lo hanno modificato per mandare precisi messaggi sacri, erotici, di potere o di guerra.


I MAGHI DELL’IMMAGINE OGGI

Evidenziare una mascella significa grinta, arrotondare una bocca sensualità. Abbronzare un incarnato o colorirlo: salute e vigore. Dilatare una pupilla: intelligenza e sensualità (tanto che perfino le prostitute dell’antico Egitto si dilatavano le pupille con atropina per sembrare più sensuali). Occhi truccati con colori freddi danno un senso di distacco e sicurezza. Vertici angolosi di una bocca danno determinazione ma anche cattiveria.

Per cui vediamo una prima regola del trucco o dei lineamenti: ciò che è rotondo è seducente, ciò che è spigoloso è antipatico. L’essere umano è attratto dalle linee curve e respinto da quelle angolose.
Le misure prese dall’arte sono in genere queste:
preso un modulo 1, esso si ripete per la larghezza della bocca, dell’occhio, la lunghezza del naso che è la stessa dell’orecchio.

Mentre i canoni per disegnare un corpo sono tratti da questi rettangoli:

LA SOCIETA’ DELL’IMMAGINE

«C’è stato un periodo storico in cui con una foto si poteva raccontare più verità che con le parole. Per il fatto stesso che l’ immagine di un fatto era più rara da vedere che non il suo racconto. Oggi siamo circondati di immagini. L’immagine può certamente essere usata per ingannare, oggi più che mai, così come la tv».
John Morris, storico photo-editor di Life, New York Times e Washington Post

Da http://eradeltestimone.blog.testimonidigitali.it/wordpress-mu/
“La cultura contemporanea rischia di produrre un’invisibilità del reale, sia per eccesso che per difetto di immagini. L’eccesso ci circonda, ci satura, ci esonera dalla scelta, ci sommerge senza lasciarci il tempo della valutazione, del distacco, del silenzio, dell’interpretazione.
Viviamo in realtà in un’epoca di “analfabetismo dell’immagine”, come già scriveva Benjamin, dove la leggibilità delle immagini diventa scontata, ci mette in presenza di cliché anziché aprire uno squarcio sul nuovo, mentre un’immagine che parla è prima di tutto un’immagine capace di disorientarci, di produrre un mutismo provvisorio che è la condizione per rinnovare il nostro modo di guardare il mondo e il nostro pensiero (ovvero, con Benjamin, di fare esperienza). Oggi le immagini non parlano, fanno rumore. Un rumore che ci distrae, ci culla, ci intrattiene, ci anestetizza, ci “massaggia” come direbbe McLuhan.
Alla fine le immagini sono ingannevoli. Il rischio è quello di un immaginario mutilato e di una cecità inconsapevole, come scrive Georges Didi-Huberman: “Viviamo all’epoca dell’immaginazione lacerata. L’informazione ci dà troppo moltiplicando le immagini, e noi siamo portati a non credere più a niente di ciò che vediamo, e infine a non volere più guardare niente di ciò che abbiamo sotto gli occhi” (“L’immagine brucia”, in Teorie dell’immagine).”

L’uomo è innanzitutto un “animale immaginativo” e di immagini vivono non solo le arti, ma anche le scienze, la filosofia. Siamo una società iconica. Questo eccesso di immagini ci ha fatto recedere dal pensiero, soprattutto dal pensiero critico che è il grande assente del nostro tempo, ma è indubbio che le immagini hanno un forte impatto immediato, sia dalle fiabe illustrate che raccontiamo a un bambino in età preverbale che dalla storia presentata attraverso filmati o dalle immagini della pubblicità, del marketing e della politica, usata essa stessa con le tecniche del marketing.

Non conta ciò che siamo, conta come appariamo. L’immagine è a tal punto decisiva che i politici di grande potere hanno staff di consulenti, per cui è importante anche la pettinatura o il look, per dare una impressione o un’altra. Si cura al massimo la percezione che gli altri hanno di noi. Il compito del curatore d’immagine sarà di affiancare il cliente nella costruzione del suo look verificandone la congruenza con la personalità, la professione e le caratteristiche fisiche e di formarlo perché possa esprimere al meglio le sue potenzialità affrontando argomenti come il parlare fluentemente in pubblico, saper ben comunicare, controllare le emozioni, saper preparare un incontro professionale e gestire la sua presenza nei media.

Ricordo che la pettinatura di Hilary Clinton venne fatta scegliere agli Americani proponendo vari tagli di capelli su internet. Ugualmente l’immagine di Blair fu studiata a tavolino in modo che l’impressione data in televisione di lui con la sua famiglia, visto nel quotidiano ecc. producesse negli elettori certi input per associazioni favorevoli.

Lo stesso Obama o sua moglie sono fotografati in scene domestiche o con la lady che coltiva l’orticello alla casa Bianca o in altri modi accattivanti.

Berlusconi, che si è laureato in legge, ma con una tesi sui trucchi della pubblicità ha una équipe di esperti che lo consigliano sul tono della voce, come vestire, come parlare ecc.
Siamo in una civiltà mediatica dove APPARIRE equivale ad ESSERE, proprio perché apparire è SEMBRARE e noi non distinguiamo bene ciò che appare da ciò che è.

Per questo esistono oggi dei veri maghi dell’immagine, stilisti del comportamento, che insegnano l’analisi e la gestione del comportamento non verbale, consigliano pettinature o abiti o atteggiamenti, costruiscono addirittura nomi d’arte e finte biografie, per es. per attori, cantanti, politici, imprenditori, per ottenere certi risultati.
Il consulente di immagine è una figura professionale sempre più richiesta da personaggi dello spettacolo, sportivi, politici, manager di grandi aziende e da tutti coloro che, per motivi professionali o personali, desiderano costruirsi un’immagine di successo. Ci sono corsi professionali per consulenti di immagine, ‘image consulting’, figura professionale che fornisce un servizio dedicato al miglioramento dell’aspetto attraverso il modo di vestirsi, muoversi, presentarsi. Si occupa di tutto quello che concerne la comunicazione non verbale: l’abbigliamento, l’igiene personale, il trucco, l’acconciatura, l’etichetta. Grazie all’utilizzo di tecniche quali l’analisi del colore (la scelta dei colori giusti per valorizzare pelle e occhi), il camouflage (che nasconde i punti critici del fisico ed esalta i punti di forza), e attraverso l’analisi dello stile che i clienti desiderano, rimette a nuovo l’immagine, senza pratiche invasive. Il camouflage è un metodo impiegato per nascondere i difetti con il make-up. Infatti il trucco, oltre che un alleato di bellezza, può essere un efficace aiuto per il camuffamento estetico di difetti più o meno gravi della pelle. Per un fondo tinta per correggere la vitiligine o un correttore delle occhiaie. Per es. un herpes labiale si corregge col miele. Si può correggere anche un tatuaggio col trucco, se i nostri datori di lavoro non lo gradiscono.

Invece il personal shopper si dedica prevalentemente all’acquisto di capi di abbigliamento. Lo stylist si occupa di definire lo stile delle celebrità.
In ambito commerciale, il consulente d’immagine fornisce un servizio dedicato al miglioramento dell’aspetto dell’azienda, che sia un negozio o un’attività produttiva qualsiasi. In Cina hanno moltissime regole tratte dal Feng Shui per creare un negozio che attragga clienti. Il consulente, che spesso ma non sempre coincide con l’agente pubblicitario, si occupa di tutto quello che concerne la comunicazione visiva dell’azienda: dal brand agli slogan, dalla scelta di testimonial pubblicitario alla creazione dello spot, fino alla gestione delle vetrine aziendali o delle fiere ecc.
La nascita della consulenza d’immagine si fa risalire alla pubblicazione del libro “Dress for Success”, uscito negli Stati Uniti nel 1975, e divenuto rapidamente un best seller, assieme a ‘The Woman’s Dress for Succes Book’. L’autore, John T. Molloy, ancora oggi è considerato il padre della consulenza d’immagine, perché fece capire l’importanza dell’immagine e dell’abbigliamento per raggiungere successi professionali e personali.
La nostra immagine è il primo biglietto da visita di noi stessi. Il nostro corpo è un immediato messaggio iscritto. Già noi ci presentiamo al mondo con la struttura somatica, la postura, le pieghe del viso, le rughe, il colore della pelle, il modo di guardare, i gesti involontari…
Poi c’è il modo con cui ci rapportiamo con l’ambiente, con le persone o le cose… infine l’abito, l’acconciatura, il trucco, la pettinatura, gli accessori, i colori…una infinità di segnali con cui accorgercene diciamo agli altri chi siamo, cosa pensiamo, in che rapporto siamo con noi stessi o col mondo. Il tutto forma una mappa, intenzionale o mano, in cui sono segnate le nostre esperienze di vita, le patologie croniche o transitorie, gli stati d’animo, la posizione verso l’ambiente o gli altri.

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Particolarmente importante è il viso, la prima cosa che guardiamo, la prima cosa che attrae la nostra attenzione, persino in una donna tutta bella il viso è molto importante, ci sono donne che attraggono soprattutto con gli occhi, l’espressione, lo sguardo. E colpisce prima di ogni altra cosa il modo con cui guardiamo l’altro, se è sfuggente, reclinante, o dritto da anima a anima, insistente o evanescente, seducente o critico, stanco o nervoso, rassegnato o pieno di vitalità e passione. Già solo lo sguardo è ricco di possibilità. Da giovane era piuttosto carina e avevo occhi grandi e scuri ed ero abituata a guardare gli altri fissamente negli occhi, e ho capito subito che con gli uomini questo non andava bene. Guardare profondamente un uomo negli occhi è da sfacciati, è provocatorio, significa lanciare un preciso messaggio sessuale. Viceversa per un uomo fissare troppo intensamente una notte è impudente, invasivo, significa spogliarla con gli occhi, mancarle di rispetto. E sono per certi tipi di sguardi si può scatenare una rissa.

In forma più o meno conscia, comunque, ci facciamo istantaneamente un’idea dell’altro soprattutto dal viso e qui conta anche l’acconciatura, i capelli, il trucco, il colore della pelle.
Per questo, quando mandiamo una foto per una domanda di lavoro, è dimostrato che, se il fotografo aggiusta la foto con ritocchi in modo da alleggerire certe rughe, migliorare il colore o la pettinatura ecc., aumenta del 40% le possibilità di essere chiamati a un colloquio preliminare.

Se facciamo una domanda scritta, è obbligatorio scriverla col computer e correggerla col correttore automatico e occorre cercare lo standard con cui va scritta, seguendo le regole opportune perché anche una cattiva grafia o errori di ortografia o una scorrettezza formale ci farebbe escludere a priori.

E, quando ci presentiamo, dobbiamo curare l’abbigliamento, il trucco, la pettinatura, e gli accessori, il modo di camminare, la stretta di mano ecc., in modo da sortire un certo effetto, che sarà diverso se ci presentiamo per un posto da ballerina o di hostess o di segretaria o di insegnante o di baby sitter o di venditrice.
Una volta, da giovanissima, in un corso per assicuratrice, fui rimproverata perché non accavallavo le gambe, portavo gonne troppo lunghe e non sorridevo abbastanza. Poi, divenuta insegnante di filosofia, fui rimproverata, all’inverso, da una preside bacchettona perché sorridevo tropo agli allievi e portavo gonne tropo corte e mi vestivo di rosso o sedevo sui banchi. Espressione, abbigliamento, postura e lunghezza della gonna dovrebbero essere relativi al contesto.

Dunque l’abito fa il monaco, al contrario di quello che dice il proverbio, ma anche l’aspetto.
Se si è presidenti di consiglio in Italia occorre un bravo sarto classico e mai farsi fotografare in costume da bagno o canottiera, o, peggio, svestiti, ma se si è presidenti in America è bene farsi vedere in tuta ginnica o tenuta da jogging perché le usanze sono diverse, come in USA è conveniente offrire immagini famigliari o sportive. La moglie di Obama che lavora nell’orto, lui che gioca con la figlie o fa joggin ecc. In Italia questo va meno. In Cina, Mao, per provare la robustezza fisica, attraversò a nuoto un braccio di mare. Grillo ha fatto lo stesso, attraversando a nuoto lo stretto di Messina che è largo 3 km, per far parlare di sé e provare la prestanza fisica dei suoi 64 anni. Quando Berlusconi si coprì la testa con un foulard per nascondere un trapianto di capelli ancora fresco, lanciò la moda della bandana.

Ovviamente, se si va in un dato Paese può essere necessario adeguarsi alle sue usanze. Se entri in una casa giapponese ti togli le scarpe. In una moschea la donna deve avere il capo velato ed essere tutta coperta, si devi levare i sandali ecc.
Quando Dini andò a Bangkok come Premier, si mise una camicia di seta colorata come gli altri premier, ma quando era al Quirinale portava un abito intero scuro. Gandhi era seminudo con una fascia di cotone ai fianchi e piedi nudi nei sandali, ma quando arrivò in Inghilterra con questo abbigliamento, risultò incongruo e bizzarro. L’abito dovrebbe corrispondere alle esigenze e alle aspettative sociali di un certo ambiente, e ogni gruppo, comunità e nazione ha le proprie richieste e abitudini di cui bisognerebbe tener conto. Una giornalista che lavora in un Paese islamico integralista non veste all’occidentale ma porta abiti neri e il velo.
In genere, nessun nostro uomo politico ama farsi fotografare in costume da bagno, perché l’assenza di abiti e il corpo visto al naturale possono svalutare il personaggio, togliergli carisma, per questo gli uomini politici o di potere sono vestiti tutti allo stesso modo come se portassero una divisa. Mio marito era dirigente IBM e aveva un guardaroba di abiti completi scuri tutti uguali, tanto che quando andava in un Hotel, gli dicevano che lo riconoscevano immediatamente come dirigente IBM come se portasse una divisa. Una volta partecipò a uno sciopero interno e andò a lavorare con un maglione, un maglione molto bello ma che non era la divisa di ordinanza e risultava eccentrico, contestatario. Ma lo stesso abito scuro con cravatta sobria non starebbe bene ad un allenatore sportivo o ad un attore di varietà o ad un cantante rock. L’abito è una copertura difensiva, un vero e proprio costume di scena, un accessorio di ruolo.

Ugualmente nelle interviste a politici o potenti, viene messa grande cura a costruire uno sfondo, perché anche i dettagli di contorno fanno parte della figura e del suo effetto. Per questo, se notate, i politici si fanno riprendere con dietro della librerie, con foto di famiglia ecc. Ricordo che una sola volta Berlusconi di fece filmare davanti a un magnifico e costosissimo quadro rinascimentale, probabilmente per sfoggiare la sua ricchezza e il suo gusto in fatto artistico, ma non fu una mossa felice e lo sarebbe ancora meno in tempi di crisi come questa.
Per fare un esempio alternativo, Grillo ha messo un abito scuro solo quando è andato al Quirinale. Per il resto veste casual e anche un casual non di marca per sottolineare la sua uguaglianza con la gente. Oppure i Benetton si mostrano sempre con pullover Benetton.
La Santanchè coniuga sempre uno stile da manager (predilige i taier) con qualcosa di sexy: gonne corte, gambe accavallate, tacchi a spillo, un trucco forte, pettinatura vaporosa ecc. Il viso poi è stata abbondantemente ritoccato dalla chirurgia estetica (tra l’altro il primo marito era proprio un chirurgo estetico) e per fortuna non è stata rovinata come la Carlucci o Nina Moric, o la moglie di Bongiorno, come Mickey Rourke o Alba Parietti…

Jocelyn Wildenstein

Pete Burns

Donatella Versace

Daniela Zuccoli, moglie di Bongiorno

Gabriella Carlucci

Claudia Cardinale

Micky Rourke

Silvester Stallone

Purtroppo lo scempio fatto dai chirurghi plastici è enorme e irreversibile. Oltre tutto i prodotti finali si somigliano tutti e il botulino e il silicone rendono morti i muscoli del viso, sottraendogli ogni espressività e riducendolo a un mascherone. Si pensi che solo per sorridere si mettono in moto 16 muscoli, per arrabbiarsi 6, ma queste povere cavie sono state ridotte a zombi e per avere questo bel risultato hanno pagato anche fior di milioni per essere scempiate per sempre.
A questo punto è meglio chi riesce a invecchiare con stile senza cadere in inutili narcisismi.
Anna Magnani, che aveva tutto fuorché un aspetto regolamentare secondo i canoni della moda, a un truccatore che voleva coprirle le occhiaie disse: “Le rughe non coprirle, ché ci ho messo una vita a farmele”.

Il nostro aspetto, dunque, è il primo biglietto da visita, quello che crea la prima impressione e questa si incide talmente che, anche quando abbiamo conosciuto una persona più a fondo, stentiamo a modificarla.
Pensiamo a quando saliamo su un treno non troppo affollato e camminiamo un po’ per scegliere lo scompartimento, e guardiamo rapidamente i vari viaggiatori e un colpo d’occhio ci basta per scegliere dove fermarci.

Il primo impatto relazionale riguarda al 90% il viso e la parte superiore del corpo, dandoci in un attimo un importante input informativo. Siamo come l’archivio di un computer che assorbe istantaneamente una miriade di dati che userà poi come base di valutazione. Come vediamo una persona, milioni di neuroni cominciano a lavorare nel nostro cervello e a produrre connessioni di cui non ci rendiamo nemmeno conto.
Per questo gli uomini politici più abili curano oltremodo la loro immagine.
I politici sono uomini di spettacolo, uomini-immagine, perché ormai la politica è uno spettacolo e se non dai spettacolo, non esisti.
La nostra cultura è una cultura di marketing, siamo stati conformati a ricevere positivamente certe immagini e non altre, un Gandhi o un S. Francesco oggi sarebbero fuori contesto e li guarderemmo con imbarazzo.
Per questo ha destato molta meraviglia la semplicità di Papa Francesco, confrontata con le scarpette rosse di canguro di Ratzinger o la berretta rotonda di papa Giovanni. Ogni papa ha il suo stile e il suo abbigliamento. Papa Francesco sollevò subito un caso perché portava scarpe nere normali, nere e sfondate, e pantaloni neri sotto la veste lunga.

Padre Alex Zanotelli, che è il maggiore santo italiano vivente e che ha lavorato per 30 anni in Africa, nelle bidonville di Nairobi insieme agli ultimi della Terra, veste sempre allo stesso modo, mai in abito talare, ma con jeans e la stessa maglietta scolorita e al collo una sciarpetta coi colori della pace.

I frati, per es, portano la barba. I berlusconiani hanno il divieto di portare barba o baffi o capelli lunghi, devono pettinarsi tutti allo stesso modo e vestirsi tutti allo stesso modo e persino le cravatte sono tutte uguali. Una volta, Berlusconi parlava a degli studenti premiati come eccellenze d’Italia e rimproverò uno di questi geni perché portava la barba.
Ovviamente il modo di vestire di Landini, numero 2 della Fiom, sarà diverso. Landini è vestito da operaio. Difficilmente lo vedrete con una cravatta e un abito scuro. Più idonea al suo ruolo la felpa rossa. Analogamente, ma per motivi diversi, Salvini non si presenta in abito scuro ma con felpe popolari.

Ma il maglione di Landini è nettamente diverso da quello di Marchionne, blu scuro o nero, e Marchionne lo portava anche accanto ad Obama, qui la finzione non riesce a coprire la realtà.
Non ci aspettiamo di vedere Landini in abito di Caraceni scuro a doppiopetto con cravatta reggimental, perché il personaggio è diverso e ci tiene a sottolineare la sua diversità.

Cravatta Marinella

E il suo maglione è diverso pure dal solito maglione blu scuro di Berlusconi.

Oppure possiamo notare che l’anellino all’orecchio di Vendola subito lo caratterizza ed lo contrassegna come alternativo e omosessuale, ma un berlusconiano o un leghista non potrebbero sfoggiarlo.

In America è anche peggio. L’uomo politico deve conformarsi agli standard richiesti, e in genere l’uomo importante porta un abito scuro, la cravatta scura e stretta, niente barba e capelli corti ben pettinati. Ma Obama si presenta spesso in maniche di camicia bianca arrotolate e senza cravatta, abituando gli utenti televisivi a reagire con risposte automatiche positive a certi modelli visivi, prodotti umani pre-confezionati, che toccheranno le stesse corde emotive e produrranno le stesse risposte condizionate.

Ovviamente la camicia aperta con maniche arrotolate di Bersani fa tutt’altro effetto.

Nel 1800 lo scienziato russo PAVLOV abituò dei cani a reagire in modo automatico a certe immagini, per cui, appena vedevano accendersi una luce rossa, i cani salivavano perché sarebbe arrivata una bistecca, se la luce era verde arrivava una scossa elettrica. In larga misura anche noi siamo stati addestrati dai media a rispondere a stimoli condizionanti, per questo gli uomini di potere curano moltissimo la loro immagine, essa è uno strumento di potere, così a volte mettono più attenzione al vestito che indossano e agli slogan con cui colpiscono l’immaginario o l’emotività che al programma politico, perché la gente vede il vestito, è colpita dallo slogan, ma non ha poi tempo né voglia né capacità di considerare la coerenza o la fattibilità del programma.

Vediamo tre personaggi emblematici. Berlusconi, D’Alema e Bossi.

D’Alema presenta diversi errori d’immagine, prima di tutto i baffi, non sempre i baffi sono sinonimo di virilità, i baffi di D’Alema vengono associati, in forma riduttiva, a quelli di Stalin, fanno vecchio, fanno vecchia ideologia in piccolo, Stalin lo chiamavano baffone e D’Alema lo chiamano baffino, ma non è un complimento, sembra una malignità.
Poi il colore, d’Alema non si trucca e risulta ulcerico, giallognolo.
Quando un personaggio politico appare in televisione, viene truccato, gli mettono la cipria o il cerone, gli colorano le guance, gli mettono persino il rossetto, per dargli una immagine sana e vivace, poi ci sono alcuni, come Berlusconi, che il trucco lo portano in permanenza. Quando una persona non è truccata, in televisione sembra malata o biliosa, perché il suo colorito sotto le luci dei flash si sbianca, diventa terreo, malaticcio, e fa un effetto di cattiva salute. Questo perché ci hanno abituati ai personaggi degli spot o delle telenovelas che sono coloratissimi, innaturali, e ciò a cui si viene abituati è alla fine considerato naturale.
Così d’Alema che non si trucca sembra un epato-biliare, dà un senso di acidità e malignità che non fa salute, dunque non è vincente. Prodi invece è grigio e gommoso, come del formaggio andato a male, non è fotogenico e dal vero è migliore, ma il successo o l’insuccesso di taluni dipende dalla sua resa televisiva.

Negli spot colorano anche il cibo, non c’è nulla di genuino, una bistecca sotto un flash risulterebbe verde e sarebbe sgradevole, dunque ogni cosa che vediamo in tv è truccata, colorata, alterata. Poi abbiamo le telenovele che sono orge di colori.
Ogni colore provoca un’associazione psichica ed emotiva. Colori vivaci danno un senso di vitalità, salute e gioia. Per questo non ci sono spot verdolini o grigiastri. Noi compriamo un detersivo perché è blu e bianco, un dentifricio perché è bianco o verde o celeste. Vendere una mozzarella con la carta nera è stato fallimentare, non la comprava nessuno, perché l’involucro di una mozzarella deve essere bianco per dare un senso di freschezza. Lo stesso insuccesso c’è stato per gli spaghetti con confezione nera. Il nero va bene per la cioccolata, il caffè, certi amari… Persino le medicine vengono colorate come se anche il colore contribuisse alla terapia.
Noi mangiamo prima con gli occhi e poi con la bocca, e cominciamo a mangiare guardando la confezione che stimola da sola il senso del gusto già dalla memoria.
Anche il dentifricio azzurro a righe verde scuro non è andato molto bene, ricordava gli spinaci tra i denti. Peggio ancora il dentifricio arancione o rosso, che si associa alle gengive sanguinanti.
Provate a pensare a un vino buonissimo ma azzurro o a una bistecca verde. Non potremmo inghiottire pillole macchiate di nero o di marrone o grigie che farebbero pensare a qualcosa andato a male. Il contenitore a volte vale di più del contenuto, e lo stesso vale per le persone.

Il colorito di d’Alema non fa voglia di comprarlo. Poi D’Alema è stretto, è angoloso e parla in modo angoloso. Ha le spalle strette. Veste male. I suoi vestiti sono anonimi. Parla precisino, come un contabile, e non si lascia mai andare all’emozione. Sembra un ragioniere pignolo, uno di Equitalia, furbino ma antipatico. Io l’ho visto simpatico una sola volta, quando parlava del suo bambino e si è sciolto un po’, ma è avvenuto una sola volta. Di solito parla in modo stitico, con parole precisine, freddine, con una forma di sofferenza cerebrale, non trasmette entusiasmo. Non ha parole suggestive, evocanti. Sembra un ragioniere, bravissima persona, magari, ma non è seducente, non viene voglia di essere lui. Viene voglia di dargli qualcosa per il fegato. D’Alema ha dei bellissimi capelli molto fitti e, invecchiando, sono diventati bianchi, ma non gli hanno dato autorevolezza. lo hanno reso solo vecchio e sorpassato come se portasse una parrucca.
Beppe Grillo ha tanti ricciolini. Invecchiando sono diventati bianchi e gli hanno dato un’aria bizzarra, da profeta, molto alternativa.

Uno che cura l’immagine allo spasimo è Berlusconi che, da buona Bilancia, è molto attento a come appare. Berlusconi porta rialzi nelle scarpe per sembrare più alto. Dovrebbe essere un metro e 60, ma non si sa perché ha un complesso di inferiorità per cui porta scarpe con un rialzo interno di 5 cm e esterno di altri 5. Scarpe con rialzo portano anche Sarkozy e Alemanno. Mio marito che era un metro e 90 diceva che già l’altezza lo privilegiava quando doveva fare una conferenza o parlare a un pubblico.
Berlusconi ha anche la tendenza a ingrassare, per quanto stia a dieta stretta e porta una pancera molto rigida per serrare la pancia che purtroppo gli dà un’aria imbustata, con poco movimento toracico e di vita, e sta sempre molto eretto, non si abbandona mai, ha spalle compatte e piene che danno un senso di forza e resistenza, di robustezza. Ha il collo grosso e un po’ rinsaccato, per cui quando si mette le tradizionali camicie nere con colletto alto, non solo sembra un gerarca fascista ma la camicia gli dà un’aria rinsaccata. Ha la stessa posizione rigida di Mussolini.
Se notate, ha tre divise fisse: il completo scuro di Caraceni, il maglione blu scuro, la camicia nera, poi ci sono le mise estive in genere bianche.

Adora poi i cappelli, che lo rendono ridicolo perché è piccolo, e ama un Borsalino nero che lo fa sembrare Al Capone.

In genere si fa fotografare fermo dietro una scrivania, o a mezzo busto, perché le gambe sono corte. Purtroppo non ha mai imparato a camminare bene, per cui ha una andatura sgraziata a papera con le ginocchia e i piedi in fuori. Gli studiosi hanno rilevato che un’ora di ballo la settimana migliora la postura degli anziani. Forse Berlusconi dovrebbe ballare di più invece di guardare le ragazze che ballano.
Comunque è un vero sensitivo televisivo, cioè sa usare questo mezzo nel modo più utile sia con l’immagine che con i toni della voce, che è suadente e fascinosa. Evita il contraddittorio, quando lo fa controlla minuziosamente tutti i particolari, domande e risposte, ha una equipe di 8 persone (truccatore, costumista, addetto alle luci ecc.) che lo segue continuamente, ha i migliori specialisti d’Europa, e la sua immagine viene studiata e programmata nei minimi particolari dal più grande pubblicitario europeo, che è un inglese che costa un’enormità, e, fin che ha potuto, ha mandato in onda cassette preregistrate costruite con gran cura, addirittura, si dice, con messaggi subliminali. Insomma ha capito perfettamente l’importanza della realtà virtuale, che è un primario fattore del consenso. Più che una persona, Berlusconi, è un prodotto pubblicitario. Il look per lui è molto più che uno stile personale, è uno strumento di lavoro.
Non solo è allampadato ma va in giro col cerone perché così il suo colore risulta sempre eccellente, spesso un po’ troppo rosso mattone, come i capelli che sono sempre perfettamente schiacciati a volte un po’ troppo mogano scuro, come fossero dipinti e poco naturali per un uomo di 74 anni, e si fa truccare in modo da rialzare la mascella (segno di forza e autorità), togliere le borse sotto gli occhi, nascondere le rughe, che ha spianato facendo tirare la pelle dietro le orecchie, e diminuirsi il naso che è piuttosto grosso. Purtroppo per le orecchie che sono molto grandi non ha potuto fare niente. Le orecchie grandi sono sinonimo di vitalità ma anche di amoralità. Più le orecchie sono piccole, più la persona è debole. Ma se le orecchie sono molto grandi e mal fatte indicano cinismo e corruzione. Si dice che chi ha grandi orecchie campa a lungo. E in genere invecchiando aumentando tre cose: i piedi, il naso e le orecchie.

Andreotti

Anche Andreotti aveva orecchie enormi. Visto di profilo, un viso dovrebbe avere le orecchie grandi come il naso. Se sono più grandi indicano longevità (Andreotti è morto a 98 anni), coraggio, intraprendenza, ma anche persona potente e immorale.

Già colori diversi della pelle danno immagini diverse della persona: D’Alema è giallastro, sembra ulcerico, angustiato, nevrotico, supercontrollato dunque poco affidabile, acido; Berlusconi sembra abbronzato, solare, sicuro, sano, forte, affidabile… Il suo cruccio sono i capelli, perché ne ha pochi, nelle elezioni ha usato vecchie foto di 20 anni prima in cui era pieno di capelli, ora si tinge di mogano la pelle per cui sembra abbia più capelli, è sempre rigorosamente pettinato, nessuno ha mai visto Berlusconi spettinato o non truccato, pensate al brutto effetto che fa Caselli quando i capelli bianchi gli volano in tutte le direzioni o al pessimo effetto da ritardato che faceva Buttiglione con la frangetta e la riga al centro, o ai capelli unti, lunghi, sporchi di De Michelis o all’effetto dei ricciolini rossicci e della barba di Ferrara.

Probabilmente Berlusconi invidia Bassolino che ha una testina da coiffeur o Cofferati che da vicino è bello, perché ha una pelle sana e rosea e bei capelli ricci e fitti, ma ha occhi stretti e freddi e non ha nessuna comunicativa sociale, è intelligente e autocontrollato ma non mette un grammo di umanità e risulta gelido e scostante. Cofferati ha un eloquio lungo e concentrato, molto serrato, con periodi molto complessi, difficili da seguire, e dopo un po’ mette in uno stato di catalessi. Mancano gli slogan, gli scatti pulsionali, gli elementi personali e emotivi, la sua precisione è ferrea e logica ma risulta stressante, poi ha gli occhi stretti un poco infidi, non si vede bene il suo sguardo e risulta perciò scostante, non per niente nei film le spie hanno spesso questo sguardo freddo e stretto un po’ obliquo.

Diverso lo stile di Matteo Renzi, che ha la parlantina sciolta del venditore che può infinocchiarti di parole, indubbiamente molto moderno, giovane, alternativo, non da politicante ma da show man, un vero fiume di chiacchiere. Con un look spesso casuale, che sottolinea il suo essere giovane (si è messo anche il giubbetto di pelle di Fonzie). Una caratteristica di Renzi è che sa parlare in mezzo alla scena come un attore finito, mentre gli altri o stanno seduti o stanno dietro un palchetto, per mascherare i gesti involontari della parte inferiore del corpo che sarebbero subito captati da chi guarda. Lo stare seduti o coperti a metà da un tavolo è una forma di difesa comune anche perché è relativamente facile controllare solo il mezzo busto, ma stare in piedi in mezzo a una scena richiede una grande capacità di autocontrollo del corpo e una notevole assenza di gesti involontari.

Berlusconi ti dice che ha dormito solo tre ore per notte per il bene del paese, come il duce la cui lampada era accesa tutta la notte, e agli inizi si faceva fotografare mentre le sue bambine lo abbracciavano.

L’uso dei bambini per la propaganda elettorale è tipicamente anglosassone.
Si dice che Kennedy abbia vinto le elezioni perché in un famoso programma televisivo, mentre era seduto sul divano con la moglie, la sua bambina di pochi anni si arrampicò sul papà, mostrando le mutandine con la galettina, cosa che intenerì tutte le mamme americane.

E’ per questo che i papi baciano sempre i bambini, costa poco e rende molto in termini di immagine.

Diana d’Inghilterra, che si china sul letto del malato nella visita all’ospedale, guadagna con quell’atto un’enormità di consensi. Sarà anche un gesto facile ma la regina Elisabetta non lo ha mai fatto.
(segue)

INDICE COMUNICAZIONE NON VERBALE

Lezione 1 : https://masadaweb.org/2013/05/24/masada-n-1465-24-5-2013-cnv-la-comunicazione-non-verbale-lezione-1/

Lezione 2 : https://masadaweb.org/2013/06/02/masada-n-1468-2-52013-cnv-la-comunicazione-non-verbale-lezione-2/

Lezione 3 : https://masadaweb.org/2013/06/10/masada-n-1470-comunicazione-non-verbale-lezione-3/

Lezione 4 : https://masadaweb.org/2013/06/13/masada-n-1471-13-6-2013-la-comunicazione-non-verbale-lezione-4/
..
http://masadaweb.org

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