Nuovo Masada

dicembre 6, 2011

MASADA n° 1348 6/12/2011 ALCHIMIA LEZIONE 10

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Autore: Viviana Vivarelli

La melancholya – Soli verso la vetta – L’opera della Fenice – La tabola smaragdina

LA MELANCHOLYA

La melanconia non solo ti fa ammalare, ma ti fa innamorare della malattia.”
(Viviana)

Prima del mutamento, prim’ancora della albedo, c’è una fase triste e inquieta, una specie di dolorosa incubazione, che gli alchimisti chiamavano melancholya.
Gesù si inoltrò nel deserto per incontrare nella solitudine la sua controparte, che era il Male (la Nigredo o Ombra) e solo dopo poté compiere la sua missione.
La Melancholia è la fase che precede il balzo della crescita, una sofferenza confusa e inquieta, che segnala privazione e diversità… Solitudine e inquietudine portano avanti la Grande Opera.

C’è una incisione del Dürer (1514) che ritrae la Melancholia come una figura alata seduta con aria imbronciata davanti ad una costruzione di pietra con oggetti alchemici: una bilancia, un cane scheletrico, attrezzi da falegname, una clessidra, un solido geometrico (un “troncato romboedrico“), un putto, una campana, un coltello, una scala a pioli.

L’opera, simbolicamente rappresenta, in termini alchemici, le difficoltà che si incontrano nel tentativo di tramutare il piombo (anime delle tenebre) in oro (anime che risplendono).
Secondo l’alchimia, la melanconia era dominata da Saturno e apparteneva alla nigredo.
Arcobaleno e cometa erano le sue cure, illuminazione della conoscenza, che spazza via le tenebre. In questa fase appare il pipistrello, che è, sì, un uccello, ma legato alla forma di un topo, e indica l’essere bloccato in una fase intermedia tra terra e cielo.

La depressione è quasi un tramite necessario, incubazione della pigna che deve seccarsi perché il pinolo sia buono. Chi va in terapia è l’uomo nel deserto, che non trova più senso nelle rappresentazioni dominanti e deve iniziare il viaggio da capo. E’ l’unico modo che la psiche ha per farti avanzare oltre al luogo dove ti sei cacciato.
La melanconia vuole che tu giunga ad una maggiore consapevolezza di sé. Ti fa uscire della tua superficie. Italo Calvino la chiamò ‘la tristezza diventata leggera‘. Questa tristezza è generativa, spinge oltre il confine, oltre la soglia, coglie la coesistenza degli opposti – dolore e gioia, morte e vita. Il poeta Blake cantava la forza propulsiva degli opposti. E Jung comprese che anche la nevrosi è una forma di energia, essenziale alla formazione dell’ identità.
Il presagio melanconico che a questo mondo tutto muore, che tutto finisce, ci fanno cogliere il respiro dell’ Essere. Dalla malinconia nascono capolavori: Il Messia di Händel o la toccata e fuga di Beethoven, non solo i sonetti del Leopardi, ma i quadri di Van Gogh o le invenzioni di Pollock, le canzoni di Bruce Springsteen o i versi di John Lennon.
La malinconia devi saperla usare, perché può essere una infelicità energetica e dinamica, ti costringe ad un confronto più intenso con le ragioni del mondo, rende creativi proprio perché è liminare, sta tra uno stato di coscienza e un altro. In inglese hanno una parola esatta per indicarla, twilight, la luce doppia del crepuscolo dove ci sono ancora i colori del giorno ma anche quelli della sera.
Quando Sartre scrisse ‘La nausea’, inizialmente voleva chiamarla Melancholia, proprio riferendosi a questa stampa del Dürer. La nausea insorge quando si rompono i nostri legami di realtà col quotidiano, quando ci sembra che la via si annulli. “Tutto è gratuito, questo giardino, questa città, io stesso. E quando vi capita di rendervene conto, vi si rivolta lo stomaco e tutto si mette a fluttuare… ecco la Nausea“.

L’Io vede l’Ombra e l’Ombra si proietta su ogni cosa. Occorre affrontarla e reintegrarla, nell’unificazione dei contrari, per le nozze sacre, hyerogamos, unione delle energie opposte, per arrivare ad un livello superiore di percezione, che trascenda razionalità e intuizione. Si può fare questo attraverso l’IMMAGINAZIONE ATTIVA, facoltà che unifica spirito e corpo attraverso il simbolo, che sintetizza ciò che è diviso, pesante di realtà e leggero di ideale, pietra che non è pietra, reale più vero del reale, che porta la coscienza alla metacoscienza, non più percezione e ordine di percezioni ma intuizione di quella realtà superiore che è l’essenza di ogni realtà.
L’uomo vive l’immaginazione attiva attraverso le grandi immagini dell’inconscio. A quel punto, come dice S. Agostino, la melancholia o nausea o depressione, non è un più un segnale negativo, ma l’anticamera della conoscenza, “un segno di Dio“. Ecco, allora, che nei tuoi tarocchi compare un arcano che mostra uno scheletro che marcia verso destra cinto da un grande mantello rosso. La tua vita è arrivata a una svolta, devi lasciare indietro quello che non ti serve più, devi fare un grande cambiamento e iniziare un ciclo nuovo, può darsi che proprio in questo momenti si affollino dentro di te i fantasmi di ciò che non è stato realizzato, le persone che ti abbandonarono, quelle che non seppero amarti, le tue disillusioni, i progetti mai portati a termine, tutte le morti del mondo. Le devi guardare e le devi lasciar andare. Devi ridurre la tua vita allo scheletro, all’osso, all’essenza quello che c’è di meglio di te e devi andare avanti col rosso della rubedo, riprendendoti la potenza della Vita.

SOLI VERSO LA VETTA

Il primo passo è analizzare la dualità / il secondo ricomporla / Il terzo è volgerla verso l’alto / il quarto è tornare all’inizio e ricominciare ogni cosa da capo”.
(V.)

Al sopraggiungere dell’alba, il giorno si separa dalla notte e di ciascuno è visibile la natura e la forza, perché senza opposizione nulla si può distinguere e non v’è immagine nel chiaro specchio se un suo lato non è oscurato”.
(G. Goethe)

Ho studiato testi alchemici per quindici anni,5 senza mai farne parola ad alcuno, perché non volevo suggestionare i miei pazienti o influenzare i miei colleghi. Ma dopo quindici anni di ricerche e di osservazioni, certe conclusioni mi si imposero ineludibilmente. Le operazioni alchemiche erano reali, solo che la loro realtà non era fisica, bensì psicologica. L’alchimia rappresenta la proiezione in laboratorio di un dramma insieme cosmico e psicologico. L’opus magnus aveva due finalità: il salvataggio dell’anima umana e la salvazione del cosmo. Ciò che gli alchimisti chiamavano ‘materia’ era in realtà l’inconscio. L’anima mundi, identificata con lo spiritus mercurius, era imprigionata nella materia: per questo motivo gli alchimisti credevano nella verità della ‘materia’, perché la ‘materia’ era la loro stessa vita psichica. Si trattava perciò di liberare questa ‘materia’, di redimerla: di trovare, insomma, la pietra filosofale, il corpus glorificationis.
(C.G. Jung)

Nel mio sogno la voce diceva: “Non è l’Uno, né il Due, ma è il Serpente”. La vera realtà non è il mondo delle contrapposizioni, maschile /femminile, yang/ yin, ma è l’energia come movimento, una energia dinamica come il serpente, vederla e sublimare le proprie energie è il terzo passo. Ora il problema è raggiungere il quattro, tornare arricchiti alla Vita.
Nel libro dello Splendor del 1200 si legge: “Dio ha un duplice aspetto. Ha una testa di luce e una di tenebra, una bianca e una nera, una superiore e una inferiore”, come anche nella kabbalah: “Ciò che proviene dall’albero della conoscenza reca in sé la dualità”.
Il desiderio di questa unità che concilia ogni contraddizione affascina Jung, che ha sempre studiato la realtà paradossale. Nella vita ci troviamo sempre di fronte a fenomeni duali, apparentemente inconciliabili, vita/morte, femminile/maschile, salute/malattia, gioia/dolore, bene/male. L’archetipo è doppio e i suoi estremi sono opposti. L’intelletto non può che vedere la realtà secondo coppie contrarie, ci mostra una realtà polare, divisa in se stessa. Dal mondo diviso in opposti nasce il dolore e l’insofferenza. Con la sola ragione non possiamo accettare la coesistenza dei contrari, che chi ci ama ci faccia del male, che chi ci dà la vita possa abbandonarci, che noi possiamo provare per qualcuno amore e insieme odio, che vi sia morte accanto alla vita, malattia accanto alla salute, bene accanto a male…
Ma, come diceva Böhme: “In questo mondo amore e odio sono compresenti in ogni creatura, e l’uomo ha in sé un poco di entrambi”.
Noi ci ribelliamo alle opposizioni, non riusciamo a capire come si può accettare la vita con tutti i suoi contrari ma la via della conciliazione non è quella della logica o della volontà, può apparire come l’evento straordinario e inaspettato, secondo illuminazione.

Jung tende alla congiunzione degli opposti, conjunctio oppositorum, quello che nell’Induismo è il nird-wandva.
Tutta la vita è lotta; nel nostro bisogno di armonia vorremmo eliminare parte della realtà, ma solo salendo a un livello più alto possiamo accogliere che tutto sia Uno e che i contrari coesistano. Sappiamo tutti che il bene esiste solo in quanto esiste il male, che la luce c’è in quanto c’è l’ombra, ma, quando l’urto dei contrari diventa insopportabile, la psiche si disintegra, cediamo alla depressione, alla nevrosi, alla schizofrenia. L’esistenza degli opposti è una prova che ci trova impreparati. Non siamo facilmente vincenti. Allora andiamo dal medico o in analisi per far sparire il sintomo, per riunificare la psiche divisa. Il lavoro verso il Sé è il cammino verso l’UNO..
Böhme dice: “Ogni uomo è libero ed è come Dio: in questa vita può mutarsi in odio o luce”.

La psiche disgregata deve essere purificata, nell’oscuro sotterraneo delle nostre emozioni c’è un terreno scuro, scivoloso, cosparso dei resti di cose che furono, dove restano tracce di giochi infantili, e dove raccogliere piccole cose è come rubare, non sembra ci sia abbastanza cibo per la nostra salvezza, o abbastanza terreno pulito come è nei nostri desideri, e sulla tua desolazione sembra proiettarsi la desolazione del mondo, di un mondo che ha perso il suo senso politico, storico, sociale.. eppure bisogna radunare le scorie e ripartire dalle piccole cose.

C’è una canzone di Ivano Fossati che parla di questo momento in cui sei disorientato, non trovi più le tue guide, perdi di vista i tuoi ideali, e la melanconia ti assale. E’ un momento nebuloso, confuso, dove le cose perdono nitidezza e tutto sembra attutito e la gola è secca e la voce non viene e non abbiamo nessuno che ci può parlare e ci sembra di essere un nessuno in un mondo desolato.
Come cambia le cose / la luce della luna / come cambia i colori qui / la luce della luna /come ci rende solitari e ci tocca /come ci impastano la bocca/ queste piste di polvere/ per vent’anni o per cento / e come cambia poco una sola voce/ nel coro del vento /Ci si inginocchia su questo / sagrato immenso / dell’altipiano barocco d’oriente / per orizzonte stelle basse / per orizzonte stelle basse / oppure niente.
Il poeta vuol dire che anche le idee che dovrebbero guidarci non splendono più alte nel cielo, sono ideali di poco valore, abbiamo perso il senso della lotta immensa, la luce dell’ideale straordinario, ci siamo ripiegati nella banalità del quotidiano, senza più stelle, più strade, più slancio, come in un deserto polveroso dove non c’è quasi più strada. La nostra voce muore nel brusio di mille voci, il mondo resta sacro ma gli altari sono deserti e se guardiamo in alto non scorgiamo più niente. Avremmo bisogno di conforto come se il conforto fosse una tazza di the che ci permette di riprendere le strade, ma quello che ci conforta ormai è solo nelle piccole cose e dobbiamo ricominciare da quello che c’è.

E non è rosa che cerchiamo non è rosa / e non è rosa o denaro, non è rosa / e non è amore o fortuna /non è amore/ che la fortuna è appesa al cielo / e non è amore
Chi si guarda nel cuore/ sa bene quello che vuole/ e prende quello che c’è/
Ha ben piccole foglie/ ha ben piccole foglie/ ha ben piccole foglie/la pianta del tè.

E così riprendiamo il cammino, in un vagolare confuso, partendo dalle soste, dai vagoni piccolissimi del nostro treno infantile, e via via che il processo avanza, appaiono simboli di riunificazione, finché si forma un mandala concentrico e simmetrico e allora sai dove devi andare.

In questo cammino ti sembra di essere solo. Il maestro non ha risposte per te, può solo portarti a confrontarti con se stesso, può guidarti senza sostenerti. Ma a un certo punto della strada è giocoforza che tu vada da solo.
Jung dice: “Perché l’uomo che cerca di appoggiarsi a qualcuno alla fine dovrà confrontarsi con l’oggettività della propria anima… Non c’è scampo, ognuno deve fare esperienza di ciò che lo tiene quando non è in grado di sorreggersi da sé, solo a quel punto può trovare un fondamento indistruttibile in se stesso”.
Non puoi affrontare i paradosso dell’essere con la mente logica: “Nessun intelletto sopporta l’esistenza dei contrari”, hai bisogno di une mente speciale, la mente religiosa, cioè la mente accogliente, che intuisce e supera il mistero dei contrari.
Prova a pensare, in ogni religione i dogmi di fede sono paradossi che nessuna scienza accetterebbe, ‘Dio Uno e Trino ’, ‘La Madre Vergine ’, il ‘Figlio morto e risorto’…
La profetessa Maria enuncia così il dogma centrale dell’Alchimia: “L’Uno diventa Due. I Due diventano Tre, e per mezzo del Terzo, il Quarto compie l’Unità”. Il Quattro è il completamento dell’Opera, la cifra pari dell’energia femminile, la chiusura del ciclo che torna alla Terra. Anche questo sembra assurdo. A volte si deve vivere come si vivesse per fede.
Come dice Tertulliano: “Credo perché è assurdo”, credo nella vita perché è assurda. C’è una logica della fede che non è quella dell’intelletto. Il dogma non può e non deve essere razionale, non ha senso parlare della sua verità o falsità su un piano logico, ciò che occorre è che funzioni. Il paradosso è la massima certezza della fede, proprio in quanto è mistero, perché “solo il paradosso abbraccia la pienezza della vita, mentre ciò che è univoco e unilaterale è inadatto a esprimere l’inafferrabile” . L’identità è una costruzione della mente, il paradosso è la sostanza profonda dell’esistente, qualcosa che l’intelletto non potrà mai capire e che solo l’intuizione potrà cogliere come in un lampo zen.

Vivi perché così vuole il tuo SE’.
Il Sé è uno di questi dogmi per fede, archetipi impossibili da definire, abbraccia sia l’uomo cosciente che quello inconscio e rinvia a una totalità di figure sacre di cui ognuna è suo simbolo. Per noi può essere il Cristo, figura paradossale di cui la Chiesa maschera i paradossi, mentre l’archetipo è totalità, bene o male, luce e tenebra, bianco e nero. Anche i santi sono figure paradossali, Francesco come Agostino. Santa Caterina come Padre Pio, ma la Chiesa li altera perché rifiuta il proprio irrazionale. Ma i Santi stanno sulle alture e i loro censori nella polvere.
Bene e male coesistono, Occorre accettare anche questo. Il Dio ebraico è una divinità totale, che nella mano destra ha il bene, nella sinistra il male, e anche il dio induista è buono e cattivo allo stesso tempo.

Per Jung il paradosso dei contrari è qualcosa di cui ha fatto esperienza da sempre, molto più reale di ogni religione stilizzata. Esso è la Vita. “Senza l’esperienza dei contrari non esiste esperienza di totalità… Nel Sé bene e male sono uniti come due gemelli monozigoti… Una faglia attraversa il mondo, la luce contro la notte, ciò che è sopra contro ciò che è sotto”.
Noi non siamo esseri unilaterali, ma frecce che attraversano mondi opposti.
Se il Cristianesimo non esaurisce la realtà ma rimuove la materia come l’opposto dello spirito, l’alchimia completa il Cristianesimo come il sogno completa la coscienza. Se Cristo liberò l’anima, la liberazione dell’alchimia resuscita l’uomo integrale.
Solo chi ha abbandonato il livello di veglia può oltrepassare lo schermo invisibile posto in mezzo all’arena e quindi affrontare il mostro “ .
Il Cristianesimo rimuove l’Ombra ma per l’alchimia essa è essenziale per completare l’Opera. L’analista non dice mai: “Non devi”, come farebbe un giudice o un prete, ma aiuta ogni possibilità emergente, il bene come il male. L’uomo può mancare non solo della propria felicità ma anche della propria colpa e può avere bisogno di entrambe per crescere: “Anche la colpa è un carisma con cui si può concrescere” . All’interno della psiche il male è molto più complesso che nelle tavole della Legge. La società chiede: “Cosa si fa?”, ma l’analista chiede: “Chi agisce? Chi fa?” I nostri mostri vanno guardati e, in qualche modo, accolti.
Nel mondo dell’energia, dal bene nasce il male e dal male il bene, tutto è uno. Arrivare alla totalità vuol dire accogliere senza discriminare, come si fa per un figlio. Quando i contenuti archetipici dell’inconscio emergono, possono assumere un aspetto grottesco, che spaventa e confonde, l’analista li renderà leggibili, tranquillizzando, mostrando il significato universale.

Mentre la Chiesa respinge parte della realtà e dunque della psiche, l’alchimia come l’analisi accoglierà tutto. Mentre la Chiesa cristallizza la realtà e boicotta il mutamento, gli archetipi hanno un’urgenza liberatoria ed evolutiva che può afferrare alcuni uomini ed esaltarli, renderli profeti o riformatori.
Le masse sono affidate ad archetipi di basso livello, ma c’è sempre qualcuno che non si fa plasmare, non si accontenta e cerca nell’inconscio un’esperienza originaria, più profonda.

L’OPERA DELLA FENICE

Se non rinascerai a ogni momento / morirai per sempre
(V.)

La vita è una serie di morti e di rinascite.
Nell’alchimia, Jung compone i grandi temi che lo affascinano: il mondo come presenza dei contrari e la necessità della congiunzione degli opposti. Se il due è stato la cifra su cui ha basato il suo primo pensiero, il tertium che trascende le polarità occupa l’ultima parte della sua vita, fino a raggiungere la quaternità, come completezza. Energia femminile e energia maschile, intelletto e intuizione, microcosmo e macrocosmo sono una stessa cosa e possono stare in una visione unitaria. Nel 4 l’Opera si compendia. Siamo partiti dalla contrapposizione degli estremi, si giunge alla loro composizione. Il 4 indica il passaggio ad un grado superiore, la sublimazione delle energie e il ciclo che torna all’inizio.
Nell’alchimia Jung ritrova il compito supremo dell’uomo: l’evoluzione, il raggiungimento della saggezza, passaggio dallo stato materiale a quello spirituale, fino all’abbraccio che ricomprende la materia, l’Ombra. Solo così si avrà l’uomo intero.
Questa è la GRANDE OPERA, in cui l’Io sacrifica se stesso.
La fenice è il simbolo dell’archetipo MORTE e RESURREZIONE, ciclo che si chiude e ricomincia da capo.

La leggenda riportata da Erodoto e Plutarco dice che la fenice è un uccello mitico che viene dall’Etiopia, dalla bellezza straordinaria e dalla vita lunghissima. Al termine della sua vita vola sulla cima di un’alta montagna al centro del mondo e vi costruisce un nido, strappando le proprie penne. Quando il sole sorge, il primo raggio incendia le piume e la fenice muore nel suo stesso rogo; dalle ceneri nasce l’uovo della nuova fenice. È dunque l’archetipo della morte e della rinascita; gli Egizi la chiamavano ‘Bennu’, airone rosso, e la associavano all’alba e al tramonto, o alle piene del Nilo, mettendola come polena alle barche sacre che portavano il defunto nel mondo dell’al di là.

Le 4 fasi del processo alchemico sono: la distinzione delle differenze, la purificazione delle energie, la ricomposizione delle opposizioni su un piano più alto, e infine l’accoglienza di tutto ciò che c’era, tornando all’inizio, quello che per un paziente in analisi può essere la rivisitazione di tutto il suo passato alla luce di una sguardo rinnovato, in cui le ferite sono accettate e superate.
Il segreto dell’essere consiste in un processo costantemente rinnovato di rigenerazione” .

E così arriviamo all’uomo superiore, detto in Cina CORPO DI GIADA o CORPO SPLENDENTE, meta perseguita attraverso il rito, il significato e il simbolo, come trasformazione di energie, passando via via attraverso livelli sempre più sottili.
In Cina la giada è equivalente all’oro; è carica di yang, energia cosmica, come il sole o l’imperatore, indistruttibile, come l’eterno e l’immortale. Nelle pratiche funerarie, per preservare il defunto, si metteva oro o giada nei 9 orifizi. Simbolo di perfezione e della divinità, rappresenta ogni virtù. I grandi ufficiali cinesi portavano alla cintura lamine di giada per garantire la loro purezza e di giada era il sigillo imperiale, ‘re’ e ‘giada’ si scrivono in modo simile 玉 (con tre barrette orizzontali legate da una barra verticale) per indicare cielo, uomo e terra uniti dall’asse del mondo , di nuovo uno stupa.
La giada nasce quando il fulmine celeste cade a terra, è il frutto di una fecondazione cosmica. Presso gli antichi amerindi indica l’anima.
Nel mondo della psiche l’araba fenice è l’archetipo Morte e Resurrezione, esperienza che deve ripetersi nella vita di un uomo, andremo a fuoco, moriremo, risorgeremo dalle nostre ceneri.
Saper estrarre dalle stesse difficoltà della vita un lievito di ascesa, trasmutarle in altrettante forze vive nel piano ultrasensibile, è l’alchimia maggiore, contro la quale niente può prevalere: non dire neppure una parola quando un tuo progetto non è coronato dal successo. Non metterai molto tempo a capire che era necessario che fosse così, e che le disillusioni momentanee dovevano prepararti a inattesi progressi: riconoscere l’incatenamento sempre ammirevole degli effetti e delle cause” .

LA TAVOLA SMARAGDINA

Occorre fondare la conoscenza / sul brivido che la bellezza / desta nel cuore
(Platone)

Secondo gli alchimisti il testo fondamentale dell’alchimia era ‘LA TAVOLA SMARAGDINA’ o Tavola di Smeraldo, testo esoterico che contiene i principi dell’alchimia, la rivelazione del segreto del mutamento che solo gli iniziati possono penetrare. Lo SMERALDO ha un significato esoterico come la giada verde. Nel Medioevo cristiano è connesso alla rinascita. Gli Atzechi lo associavano all’uccello verde quetzal e al culto del dio-eroe. Per gli alchimisti è la pietra di Mercurio, energia della trasformazione, connesso a Venere e al quarto chakra, o chrakra del cuore.
La famosa Tavola di Smeraldo comparve nel Medioevo ma ce ne restano pochi frammenti. Conteneva il segreto della creazione e la scienza della cause di ogni cosa. Nella tradizione ermetica uno smeraldo cadde dalla fronte di Lucifero e fece cadere il suo orientamento verso il Bene.
Pietra misteriosa e pericolosa, lo smeraldo permetteva di evocare i demoni e fu sempre usato per fare talismani e proteggere dagli incantesimi; pietra della conoscenza segreta, ha un aspetto benefico e uno malefico, quello benefico tende al blu dello zaffiro e attiene alla scienza spirituale, mentre il verde è legato a una conoscenza complessa e più inquietante, tanto buona quanto cattiva; essa è anche la pietra del Papa. Si diceva che fosse la pietra degli occhi, del vedere fisico e metafisico, guariva le malattie della vista e dava la chiaroveggenza.

Il testo alchemico si chiama ‘Tavola’ e il simbolo della tavola è ricorrente nei miti e nei sistemi religiosi, come la tavola rotonda dei cavalieri del Graal, le tavole della legge di Mosè, le tavole dell’Islam o quelle della legge di Hammurabi, la tavola dell’Eucarestia… Tavola vuol dire mandala, centro comune, diagramma dell’universo, centro del mondo.
‘La Tavola di Smeraldo ’ apparve nel Medioevo, forse scritta da Apollonio di Tiana o attribuita a una figura leggendaria, Ermete Trismegisto, derivato dall’egizio Thot, che corrisponde a Mercurio, mitico inventore delle arti e delle scienze; Trismegisto vuol dire ‘tre volte grande’, cioè grande re, grande sacerdote e grande filosofo. Forse la figura originaria era stato un sacerdote capo di una scuola iniziatica egizia, a cui venne assegnata grande autorità temporale, spirituale e intellettuale. Il mondo antico è pieno di questi personaggi mitici, padri iniziali della matematica, la filosofia, la legge o la musica. A Ermete vengono attribuiti scritti vari, detti ermetici, oscuri, chiari solo agli iniziati.
Si dice che nel Rinascimento Marsilio Ficino abbia trovato alcuni di questi testi, tra cui il famoso ‘Pimandro’, dal monaco Leonardo di Macedonia, con cui influenzò la cultura del tempo. Si dicevano compilati in età ellenistica ad Alessandria, attingendo ad antichi testi sapienziali egizi.
Nell’Antico Egitto Ermete si identificava con un dio delle arti e delle scienze, che aveva insegnato anche la tecnica della mummificazione, per salvare l’anima dal dissolvimento del corpo, ancora alchimia.
Quando Ermete arriva in Europa, si parla di lui come ‘fondatore della magia ’, attribuendogli opere esoteriche, come il ‘Pimandro’ o ‘l’Asclepio’ o la famosa ‘Tavola Smaragdina’, in cui sono presenti tracce di pensiero gnostico. I pochi frammenti della Tavola rimasti contengono i principi dell’ermetismo, presentati come fossero di origine divina . Così recita:
Ciò che è in basso è come ciò che in alto e ciò che in alto è come ciò che è in basso.
Con queste cose si fanno i miracoli da una sola cosa.
E come tutte le cose sono e pervengono dall’Uno, attraverso la mediazione dell’Uno, così tutte le cose sono create da questa cosa unica per adattamento…
Tu separerai la terra dal fuoco, il sottile dallo spesso, lentamente e con grande industriosità.

Esso sale dalla terra e discende dal cielo e riceve la forza delle cose superiori e delle cose inferiori.
Tu avrai con questo mezzo la gloria del mondo e ogni oscurità fuggirà da te
.”

Base dell’alchimia sacra è la concezione che l’universo si basa sulla dualità (come il TAO) e che la Grande Opera è l’unione degli elementi polari, maschio e femmina, zolfo maschile e mercurio femminile. La pietra filosofale è simbolicamente la chiave di accesso all’iniziazione, implica da una parte un controllo sulle energie che producono il mondo fisico, dall’altra la purificazione e il controllo delle energie che producono il mondo spirituale. La grande metamorfosi attua il passaggio da un mondo all’altro.

Così scrive Jung:
“Un lavoro difficile, disseminato di ostacoli: l’opus alchemico è pericoloso. Già all’inizio si incontra il « drago », lo spirito ctonio, il « demonio », la nerezza, la nigredo, come la chiamavano gli alchimisti, e questo incontro provoca sofferenza. La « materia » continua a soffrire, fino alla scomparsa definitiva della nigredo; ovvero, in termini psicologici, l’anima cade in preda alla melanconia, è imprigionata nella lotta con l’Ombra. Il mistero della coniunctio, il mistero centrale dell’alchimia, mira appunto alla sintesi degli opposti, all’assimilazione della nerezza, all’integrazione del demonio. Per il cristiano « risvegliato » si tratta di un’esperienza psichica molto importante, perché è un confrontarsi con la propria Ombra, con la nigredo, che rimane separata, che non può mai essere completamente integrata nella personalità umana.
Nel dare un’interpretazione psicologica del confronto del cristiano con la propria Ombra, con la nigredo, viene alla luce la segreta paura che il demonio possa essere il più forte, che Cristo non sia riuscito a vincerlo del tutto. Come si spiegherebbe, altrimenti, la credenza nell’Anticristo? Perché l’attesa, ancora viva, per la venuta dell’Anticristo? Perché solo dopo il regno dell’Anticristo e dopo la seconda venuta di Cristo il male sarà definitivamente sconfitto, nel mondo e nell’anima dell’uomo. A livello psicologico, tutti questi simboli e tutte queste credenze sono interdipendenti: si tratta sempre di combattere contro il male, contro Satana, e di vincerlo, vale a dire di assimilarlo, di integrarlo nella coscienza. Nel linguaggio degli alchimisti, la materia soffre finché la nigredo non scompare; allora la « coda del pavone » (cauda pavonis) annuncerà l’aurora e sorgerà un nuovo giorno, la leúkosis o albedo. Ma in questo stato di « bianchezza » non c’è vera vita, è uno stato astratto, ideale. Per infondergli vita bisogna infondergli « il sangue », la rubedo, il rosso della vita. Solo l’esperienza di tutti gli stadi dell’essere può trasformare lo stato ideale di albedo in una forma di esistenza pienamente umana. Solo il sangue può vivificare lo stato di coscienza più alto, in cui è dissolta l’ultima traccia di nerezza, in cui il demonio non ha più esistenza autonoma ma viene integrato ricostituendo la profonda unità della psiche. Allora l’opus magnum è compiuto: l’anima umana è completamente integrata.

Io sono e rimango uno psicologo. Ciò che trascende il contenuto psicologico dell’esperienza umana non mi interessa; non mi chiedo nemmeno se una tale trascendenza sia possibile, perché comunque i fenomeni transpsicologici non sono più nel raggio d’azione dello psicologo. Ma anche sul piano propriamente psicologico, ho a che fare con esperienze religiose la cui struttura e il cui simbolismo possono essere interpretati. Per me, dunque, l’esperienza religiosa ha una realtà, è vera. Ho constatato che attraverso tali esperienze religiose è possibile « redimere » l’anima, accelerarne l’integrazione, ristabilire l’equilibrio dello spirito. Per me, psicologo, lo stato di grazia esiste: è lo stato di perfetta serenità dell’anima, un equilibrio creativo, fonte dell’energia spirituale. E, sempre parlando come psicologo, io affermo che la presenza di Dio si manifesta, nell’esperienza profonda della psiche, come una coincidentia oppositorum; tutta la storia delle religioni, tutte le teologie attestano che la coincidentia oppositorum è una delle formule più comuni e più arcaiche per esprimere la realtà di Dio. L’esperienza religiosa è « numinosa », secondo la definizione di Rudolf Otto, e per me, psicologo, essa differisce da tutte le altre in quanto trascende le normali categorie di spazio, tempo e causalità. Ultimamente, ho riflettuto a lungo sull’idea di sincronicità (per sintetizzare, la « rottura del continuum temporale ») e ho concluso che essa assomiglia da vicino all’esperienza numinosa, dove spazio, tempo e causalità sono aboliti. Non do alcun giudizio di valore sull’esperienza religiosa, sostengo soltanto che i conflitti interiori sono sempre fonte di profonde e pericolose crisi psicologiche, talmente pericolose che possono distruggere l’integrità della persona. Ebbene, a livello psicologico tali conflitti interiori si manifestano con le medesime immagini e con il medesimo simbolismo di cui troviamo testimonianza in tutte le religioni del mondo e che furono utilizzati anche dagli alchimisti.
È questo che mi ha spinto a occuparmi di religione, di Yahwèh, di Satana, di Cristo, della Vergine. Mi rendo conto che in queste immagini un credente vede cose molto diverse da quelle che io, come psicologo, sono legittimato a vedere. La fede è una grande forza spirituale, che garantisce al credente la sua integrità psichica. Ma io sono un medico, a me interessa guarire il prossimo. La fede, da sola, oggi non ha più, per certe persone, un potere terapeutico. Il mondo moderno è desacralizzato, e questa è una delle ragioni per cui è in crisi. L’uomo moderno deve perciò trovare altrove, nel suo profondo, le sorgenti della propria vita spirituale, e per trovarle deve individualmente lottare contro il male, confrontarsi con l’Ombra, integrare il demonio. Non c’è altra scelta. Perciò Yahwèh, Giobbe, Satana rappresentano situazioni psicologicamente esemplari: sono il paradigma dell’eterno dramma dell’uomo”.


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6 commenti »

  1. E’ un articolo stupendo! Grazie!

    Commento di samina — dicembre 6, 2011 @ 7:48 pm | Rispondi

  2. Se ho capito bene è come disse Dante Alighieri :

    “Nel mezzo del cammin di nostra vita
    mi ritrovai per una selva oscura
    ché la diritta via era smarrita.
    Ah quanto a dir qual era è cosa dura,
    esta selva selvaggia e aspra e forte,
    che nel pensier rinnova la paura!
    Tant’è amara che poco è più morte;
    ma per trattar del ben ch’i’ vi trovai
    dirò de l’altre cose ch’i’ v’ho scorte.”

    E’ veramente meraviglioso cadere in quel profondo degli abissi e poi risalire in vetta con una nuova Coscienza.

    Commento di andrea1969 — dicembre 6, 2011 @ 11:57 pm | Rispondi

  3. Cara Viv
    la lezione n° 10 del tuo corso sull’Alchimia è…….meravigliosa e commovente.
    Grazie sempre di tutta la tua fatica e della tua produzione che mi onora molto ricevere e che divulgo per ciò che posso fare.
    Un abbraccio grande
    Barbara

    Commento di MasadaAdmin — dicembre 7, 2011 @ 1:34 pm | Rispondi

  4. ciao vivi,
    volevo farti i complimenti per le tue lezioni di alchimia.
    le sto seguendo tutte!
    davvero io credo che tu sia una grande persona perché metti on line a disposizione di tutti il tuo sapere e io ti ammiro molto x questo.
    oltretutto, hai la capacità di rendere chiari concetti complicati e oscuri.
    grazie!
    un abbraccio,
    giorgia

    Commento di MasadaAdmin — dicembre 9, 2011 @ 2:48 pm | Rispondi

  5. Cara Viviana,
    ho scoperto il tuo bellissimo sito per caso.Stavo cercando nel web un buon corso di radiestesia e, tra tutte le informazioni trovate in rete, devo ammettere che quello pubblicato da te mi sembra davvero il più completo e ben fatto.Ho dato poi in seguito un’occhiata agli altri tuoi articoli pubblicati e devo farti davvero i complimenti.Sono tutti interessantissimi ed ho intenzione di stamparli per leggerli tutti.Mi iscrivo di rado alle newsletter, ma hai attirato tutta la mia attenzione, pertanto avrei piacere di ricevere i tuoi aggiornamenti sul mio indirizzo di posta elettronica.
    Grazie 1000 e complimenti,
    Alessandra

    Commento di MasadaAdmin — dicembre 11, 2011 @ 4:58 am | Rispondi

  6. in un momento difficile, che ormai si è dilatato fino a cancellare passato e futuro, le poche energie rimaste mi hanno portato per caso qui, alla lezione di alchimia n. 10 ed è tornata per un attimo alla mia coscienza la parola “FORSE”…per questo grazie. Giovanna

    Commento di MasadaAdmin — aprile 1, 2012 @ 4:20 pm | Rispondi


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