Nuovo Masada

dicembre 1, 2011

MASADA n° 1345 1/12/ 2011 Alchimia. Lezione 9

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Autore: Viviana Vivarelli

La quaternità – Il SE’, Il segreto del fiore d’oro- La Grande Opera

LA QUATERNITÀ

La sostanza che si cerca è la stessa cosa di ciò da cui bisogna trarla” (La Pietra di Paragone)

Tutte le cose non fanno che vivere nei tre. Nel quattro gioiscono” (Jam Sthaler- Viatorium spagyricum)

Il numero che contrassegna gran parte del pensiero di Jung è il DUE, è una cifra che gli suscita riflessioni sin dalla nascita, quando faceva esperienza della doppia personalità della madre. Il Due compare anche negli archetipi, come opposizione degli estremi, per es. Maschile e Femminile, Morte e resurrezione, Madre positiva o Fata delle fiabe e Madre negativa o Strega.


Nella psiche, il conflitto tra parti polari può significare il sintomo o la malattia, per cui, come nella triade hegeliana, il Due deve essere sintetizzato nel TRE, che per un paziente in analisi significherà la conciliazione delle proprie antinomie, la pacificazione dei propri conflitti, assurgendo ad una posizione superiore di accoglienza o superamento.
In alchimia, come in ogni simbolica sacra, i numeri hanno significati universali.
Il TRE è il numero sacro caro alla mistica, che rappresenta la divinità. Il Dio cristiano vien rappresentato da un triangolo.
Ma, con lo studio dell’alchimia, Jung raggiunge la potenza del QUATTRO, come le quattro fasi alchemiche. L’alchimista parte da una situazione di caos, la nigredo, col solve et coagula deve distinguere le parti tra loro, infine ne dovrà elaborare e purificare dalle scorie nella fase detta albedo, e dovrà farne una sintesi, che in laboratorio sarà la purificazione del metallo e la sua lavorazione, o l’estrazione dell’essenza dalla pianta. Il suo processo è in alta misura spirituale, pur partendo dalla materia, ma a percorso ultimato, non si porrà come scopo finale la trascendenza della materia, come può fare un guru induista o budhhista che trascende il mondo; lo scopo che Jung individua resta ancora nel mondo, non esce dal mondo, non si propone la santità o l’ascesi e nemmeno il distacco da una natura considerata come illusoria e mendace.
La meta parziale della analisi non tende a creare un santo, ma mira a un uomo sociale e umano, che vive in mezzo ad altri uomini, in una realtà terrena. Occorre, dunque, che dal TRE si passi al QUATTRO, che, come in alchimia, è il recupero del mondo materiale, ovvero della natura, o del nostro essere proprio.
Il quattro sarà il numero di Jung in quanto è comprensivo anche del creato, dell’Ombra, dell’inconscio, della nostra parte oscura.
La differenza tra l’ascetismo o il misticismo è segnata dalla QUATERNITA’; in essa la natura terrena non viene trascesa e dimenticata, ma viene recuperata, per una vita più integrata e piena.
Ciò è indicato dall’UROBORO, serpente che si morde la coda, ovvero ciclo che si conclude. Fase ultimata del processo di individuazione. La vita, dunque, può essere rappresentata come una serie di lavori trasformativi parziali, ognuno al suo tempo, ognuno col suo mutamento, ognuno circolare perché torna alla personalità, ponendola su un livello più alto di consapevolezza.
La vita è una serie di cerchi che via via si allargano. In ognuno si parte da una certa dose di oscurità e di conflitti, si isolano i termini di ogni conflitto, si depurano dalle scorie, si cerca una sintesi, a quel punto si torna alla personalità reintegrata e si parte per un nuovo ciclo.

Il TRE è dunque la cifra dei mistici. Mastro Eckhart, il mistico domenicano contemporaneo di Dante, rinviene Dio nella Trinità. Il TRE è la sua cifra simbolica. Ma per Jung la completezza si ha solo con la QUATERNITA’, che comprende anche la Natura, l’Ombra e il Male ed egli ricorda Böhme, che disegna Dio con un mandala dove appare la forma quadrata.

Nei mandala la quaternità è spesso visibile. Sempre presente nei mandala tibetani dove il quadrato indica la fortezza dell’anima. Fissa nella parte inferiore degli stupa, come cubo della natura materiale che sorregge gli altri due livelli, mentale e spirituale.
Jung aveva trattato anche prima il QUATTRO, per esempio nella raffigurazione delle quattro facoltà psichiche: intuizione, sensazione, pensiero e sentimento, ma alla fine della sua vita arriva a ritenere che il quattro sia la cifra che rappresenta l’evoluzione dell’anima.
La sua TEORIA DEI TIPI PSICOLOGICI era imperniata su 4 funzioni polari due a due (girando in senso orario): pensiero, intuizione, sentimento, sensazione. Se prendo un cerchio e lo divido in 4 parti, ho uno schema archetipico della psiche. La sensazione mi dice che qualcosa esiste, il pensiero di che cosa si tratta, il sentimento se mi piace, e l’intuizione in modo misterioso e imprevedibile mi porta a un risultato diretto, senza una catena deduttiva in mezzo.

Jung racconta questa storiella: “Un percettivo e una intuitiva andarono in barca insieme, alcuni uccelli si tuffavano per prendere i pesci che emergevano in punti sempre diversi. Fecero a gara per indovinare questi punti, e vinse la donna, perché usò l’intuizione” . Il tipo intuitivo va a fiuto, non riesce a spiegare quello che sente, si basa su presentimenti… riesce a orientarsi in situazioni in cui sensazione, pensiero e sentimento non servono a nulla. Quando siamo in grave stallo, è l’intuizione a indicarci la via d’uscita”.
Tra le 4 funzioni, il pensiero è la funzione superiore e più differenziata. Il sentimento è quella inferiore e meno differenziata, spesso è inconscio e si proietta sul non-Io ed è considerato femminile perché tocca l’inconscio.
La sintesi della personalità totale è il SE’, centro del circolo, ciò che, nelle Upanishad, è l’Atman personale che riflette l’Atman sovrapersonale. Per gli alchimisti il 4 è la cifra fondamentale. Essi ripresero l’antico simbolismo dei 4 elementi del cosmo, Aria, Acqua, Terra e Fuoco e vi correlarono 4 colori: bianco, blu, nero e rosso; 4 qualità: secco, umido, freddo, caldo; 4 sensazioni: gassoso, liquido, solido, luminoso .

Per Jung anche le fasi evolutive dell’anima sono 4: l’anima dominata dagli istinti, quella emozionale, quella spirituale, l’anima santa: Eva, legata alle funzioni istintive e biologiche; l’Elena del Faust, che è la donna romantica e bella con caratteri anche sessuali; la Madonna, che è l’amore spiritualizzato; e la Sulamita, cantata nel Cantico dei Cantici, che incarna la saggezza suprema comprensiva anche della materia. Marie-Luise von Franz, che è l’allieva più importante di Jung mette nel quarto stadio la Monna Lisa di Leonardo, la saggezza in perscrutabile.
Alla fine del suo percorso, l’intero processo del pensiero junghiano si basa sull’importanza del quattro, fondamento archetipico della psiche umana, come totalità di processi consci e inconsci. Ugualmente per gli alchimisti la Grande Opera nella ricerca della Pietra Filosofale o saggezza si sviluppa su 4 fasi.
Quando un soggetto comincia ad armonizzarsi, nei suoi mandala compare il simbolo della quaternità. Appena, nella trasformazione, l’energia interiore comincia ad unirsi con l’energia cosmica, appare, nel sogno o nel disegno, il QUATTRO, simbolo unificatore, che appare nel caos e nella confusione della nigredo, il caos iniziale.

I simboli unificatori più frequenti e universali sono, come nel Mandala: CENTRO, CERCHIO, CROCE e QUADRATO.
Importante è anche l’apparizione in sogno dell’arcobaleno, o coda del pavone, come sintesi delle tonalità della luce, segno dell’integrazione raggiunta.

La Quaternità comprende tutte le figure indicate che si riferiscono al Sé, alla totalità personale che prelude alla totalità divina.
La coscienza è l’isola che emerge dall’oceano del Tutto “il quale la oltrepassa in misura indefinita e indefinibile, includendo necessariamente anche la totalità degli archetipi”, per cui chi raggiunge il Sé raggiunge il tutto.
La totalità comprende il visibile e l’invisibile, la cifra della realtà invisibile è il TRE, quello della realtà totale è il QUATTRO.
Il Quattro indica la Terra, l’universo creato, l’immanenza, la solidità, la tangibilità, la stabilizzazione. Se il movimento scorrevole è circolare, il quadrato è la stabilità raggiunta.
I filosofi arabi parlano del Quattro come di un numero perfetto, Pitagora considera sacra la Tetrade e gli Ebrei ripongono in un Tetragramma, 4 lettere, l’impronunciabile nome di Dio. Questa cifra rappresenta lo sviluppo completo della manifestazione e si dinamizza nei 4 bracci della croce, discesa dello Spirito nell’incarnazione, che collega il piano verticale o divino con quello orizzontale o terreno. Cristo è detto ‘quadrato’, perché è il dio incarnato in Terra. Nel Cristianesimo il Quadrato che comprende la croce rappresenta il Cristo con i 4 evangelisti, come quattro elementi fondamentali del cosmo, Acqua, Aria, Terra e Fuoco.

Il Quattro è il mondo inscritto nel tempo e nello spazio; cerchio e quadrato sono i due aspetti del Dio nella creazione.
Molti spazi sacri, città o templi, sono quadrati; la civiltà nomade costruisce abitazioni rotonde, quella sedentaria quadrate. Sul Quattro sono ritmate le età del mondo, gli elementi fondamentali (Acqua, Terra, Fuoco, Aria), le fasi lunari, la vita umana, le stagioni, le regioni della terra, i punti cardinali, i venti… quattro braccia hanno Shiva, Visnu e Ganesha. I mandala tantrici sono quadrati. Anche in Cina lo spazio è quadrato, la città cinese ha quattro porte cardinali e lo stesso la città etrusca e poi romana.

Citiamo anche il SATOR; o quadrato magico, di difficile interpretazione, una ricorrente iscrizione latina, in forma di quadrato magico, composta da cinque parole: SATOR, AREPO, TENET, OPERA, ROTAS. La loro giustapposizione, nell’ordine indicato, dà luogo a un palindromo, vale a dire una frase che rimane identica se letta da sinistra a destra o viceversa. L’iscrizione è stata trovata un po’ dappertutto, epigrafi di lapidi, graffiti.. ma il senso e il significato simbolico rimangono ancora oscuri, nonostante le numerose ipotesi formulate.

Il Quadrato rappresenta più propriamente lo spazio, l’ordine spaziale del mondo, mentre il Cerchio ne simboleggia l’ordine temporale. Il cubo, o pietra cubica, manifesta la discesa di Dio, come compimento e perfezione di Dio sulla Terra. La Kaaba della Mecca è una pietra posta in un tempio cubico, come sono cubiche le case islamiche.

Negli stupa indiani o negli edifici islamici troviamo riuniti tre simboli essenziali di tre mondi: un cubo sormontato da una semisfera con sopra una antenna; il cubo rappresenta la Terra, la semisfera il Cielo visibile, e l’antenna la tensione dello Spirito verso l’alto, Cielo invisibile o Ultracielo .
Platone considera il quadrato e il cerchio “assolutamente belli in sé”, riferisce il 4 alla materializzazione delle idee e il 3 all’idea stessa, l’idea in sé, per cui il 4 è il mondo dei fenomeni, il 3 delle essenze. 4 è la materia, 3 lo spirito.
Poiché il Quadrato evoca il segreto, moltissimi sono i quadrati magici usati come strumenti protettivi contro le energie negative.
L’intero sistema junghiano è fondato sulla preminenza della Quaternità, come totalità dei processi psichici.
Noi potremmo dire che i nostri cervelli sono 4; quello rettile, quello mammifero, quello superiore o della neocorteccia, e infine un cervello paranormale o mistico.

Così anche le tappe del percorso alchemico sono 4: Nigredo, Albedo, Rubedo e uomo d’oro. Nella sua fase più alta abbiamo:
-la Gnosi o Conoscenza Superiore
-la Trasmutazione, stimolata dallo studio della Natura
-la Rivelazione che fa dall’Iniziato un Illuminato
-l’Elisir di Lunga Vita, ovvero eliminazione della morte, che porta il corpo materiale a viversi come corpo astrale o spirituale.
Ad ogni metallo corrisponde un pianeta; quando questo pianeta esercita un influsso maggiore sul metallo, è più facile modificarlo. Saturno, lento e pesante, corrisponde al Piombo. Venere al malleabile Rame. Il Sole all’Oro. La Luna all’Argento. Mercurio al Mercurio. Marte al Ferro. Giove allo Stagno. Così capitava che negli elisir medicinali tratti da metalli si nominassero i pianeti pensando alle virtù corrispondenti.
Gli alchimisti erano astrologhi e iniziavano i loro lavori come un giardiniere pianta le piante, con un occhio al cielo, perché le posizioni planetarie potevano smorzare o attivare l’energia dei metalli corrispondenti.
L’Opera alchemica è simboleggiata dalla quadratura del cerchio, scompone il caos in 4 elementi per ricomporli in unità superiore (il Cerchio). L’Uno si produce dal 4: “Dall’Uno rozzo e impuro sorge un Uno oltremodo puro e sottile”. Il mondo psichico tende al SE’.

(Dal Libro rosso)

IL SE’. IL SEGRETO DEL FIORE D’ORO

Se vuoi completare il corpo di diamante senza che nulla trabocchi/ diligentemente riscalda le radici della coscienza e della vita/ accendi la luce nel beato paese che è vicino/ e là nascosto vi dimori sempre il tuo vero io
(Lao Tzu)

Il fiore d’oro è la sostanza mistica della trasmutazione. Il fiore d’oro dell’Opera è la Pietra
(Jung)

Il Sé appare esistere in una sfera di realtà diversa dal pulsare della corrente dei fenomeni psichici e di quella della vita organica, è ad essa trascendente e non può da questa venire influenzato, mentre il suo influsso può modificare profondamente le condizioni psicofisiche in cui l’Io esiste”.
(Roberto Assaggioli)

Il SE’ è l’archetipo più grande. E’ la Saggezza raggiunta.
Nell’uomo eterno c’è una pulsione universale verso la consapevolezza assoluta, l’armonia delle energie, la pacificazione dei contrari. L’alchimia esprime questa aspirazione applicandosi all’esperimento sulla natura, descrivendolo secondo il dinamismo e il linguaggio dell’inconscio. L’alchimia si sviluppa in ogni cultura come aspirazione eterna.
Nel mondo taoista il SE’ viene chiamato IL FIORE D’ORO.
Ed ecco che, quando Jung comincia a interessarsi di alchimia cinese, nel 1928, a 53 anni, un suo amico, il missionario protestante e sinologo Richard Wilhelm, gli manda per posta da Pechino la traduzione di un antico trattato taoista che è intitolato appunto: ‘IL SEGRETO DEL FIORE D’ORO’, un piccolo testo filosofico che integra il suo studio sullo gnosticismo e conferma l’intuizione di Jung che la psiche ha in sé una pulsione verso la totalità. L’Io deve trasformarsi per diventare il Sé, in un percorso spirituale che porta l’ego alla personalità globale.
Il testo taoista parla del Sé chiamandolo con molti nomi: Fiore d’Oro, Corpo di Diamante, Frutto Sacro…, è ciò che completerebbe in assoluto l’attuazione della personalità., l’ultima meta dell’ultimo cerchio.
Nella filosofia taoista ci sono intuizioni che Jung può collegare alle sue esperienze.

Il segreto del fiore d’oro è un testo alchemico. La Cina ci dà una delle alchimie più antiche (IV-V sec. a.C.), del resto la medicina cinese è tra le più antiche del mondo e sono stati proprio gli alchimisti cinesi a scoprire la macrobiotica, che attribuisce ad ogni pianta o erba una sua essenza o vibrazione, qualcosa di simile alla ‘segnatura’ di Böhme.
La segnatura è quella visione spirituale intuita da Jacob Böhme, secondo cui Dio ha posto un segno sulle piante per indicarci quali malattie possono curare. Jacob Böhme era quel ciabattino, che per un riflesso di sole su un piatto di peltro ebbe una illuminazione da cui imparò direttamente da Dio la virtù medicinale di ogni pianta, e su queste scrisse il libro ‘Signatura rerum’. Paracelso lo studia per migliorare scientificamente le sue cure medicinali.
Nella stessa forma delle piante ci poteva essere un segno chi indicava dalla forma e dai colori a cosa quella pianta potesse servire. Per es, la noce cura le malattie cerebrali perché somiglia a un cervello, oppure: “Si è scoperto che bagnando delle compresse di garza in acqua di biancospino e applicandole nei punti in cui sono penetrate delle spine, queste fuoriescono e si può affermare che la spina dà il rimedio alla sua stessa puntura“. In questo caso la segnatura è proprio nella spina che cura le ferite da spine. Piante con fiori gialli, come la calendula, servivano a curare l’ittero; piante rosse erano usate per le malattie del sangue. John Gerard nel suo Erbario consigliava di mettere le foglie, i fiori e i semi di iperico a macerare in un bicchiere con olio d’oliva, posto poi in un luogo caldo e assolato. Dopo qualche settimana il liquido veniva filtrato e nuovamente posto al sole; se ne otteneva un olio color del sangue che veniva usato per le ferite profonde. Si pensava che i fiori dell’iperico somigliassero alle bolle dell’infezione. I frutti della Portulaca venivano usati per curare le patologie renali proprio per la loro forma che somiglia a quest’organo. L’equiseto, o coda cavallina, veniva impiegato per la cura delle malattie originanti dalla colonna vertebrale ecc.

Nel Taoismo l’uomo è legato alla natura e, seguendo lo studio della natura, può scoprire i segreti del vitale.
Anche gli alchimisti cinesi erano medici, scienziati, filosofi, metallurgici, chimici, maghi…, anch’esso tentavano di prolungare la vita con droghe semi-magiche e rimedi naturali, con l’Elisir di lunga vita o la mitica Pietra Filosofale.
‘Il segreto del Fiore d’Oro’ parla il linguaggio dell’inconscio e ne contiene la simbolica. Jung confronta così la psicoanalisi con l’alchimia occidentale e col Taoismo cinese.
Il confronto con Lao Tzu è molto produttivo, da una parte Jung, un moderno studioso europeo di formazione scientifica e razionalista, dall’altra Lao Tzu, un saggio filosofo cinese del sesto secolo a. C., eppure i due avevano visioni simili, attraversate da una stessa intelligenza che usa lo stesso codice.

Jung è sempre più convinto che visione occidentale e orientale derivino da una sola matrice universale, l’uomo attuale si è alienato dalle sue sorgenti d’anima, ora l’inconscio lo spinge a ritrovare se stesso. Ecco, allora, che una meditazione sull’alchimia può inserirsi nella ripresa del cammino spirituale, e l’uomo frammentato e alienato può riprendere il percorso verso il Sé.
Jung è un alchimista dell’anima; legge i simboli e la fasi alchemiche riferendosi non alla natura ma al perfezionamento spirituale. Le icone alchemiche disegnano le tappe della metamorfosi. A livello profondo, della psiche come della natura, si incontrano immagini fondamentali che rappresentano gli archetipi, cioè le grandi vie dell’energia. Re e Regina, aquila e pavone, serpente e drago… un divenire universale che si muove per linee comuni. Comprendendo i simboli alchemici diventa più facile comprendere i disturbi della psiche come i sogni straordinari, l’arte come le religioni, le favole come i miti, la fisica come la medicina, l’astronomia come l’astrologia, perché l’alchimia è il codice interpretativo della natura come dell’anima.

LA GRANDE OPERA

L’idea di ritornare a una semplicità originaria non era ingenua, antiscientifica o fuori della realtà. La rinuncia – dissi- può essere una soluzione anche di questi tempi. “Forse hai ragione- disse Arkady – se il mondo ha un futuro, è un futuro ascetico“.
(Bruce Chatwin , Le vie dei Canti)

Quando l’anima produce se stessa, è Padre e Figlio e Pietra finale e iniziale
(C. G. Jung)

Difficilmente un uomo comune può capire l’alchimia. Essa seleziona gli uomini spirituali. Gli altri possono guardarla come un cumulo di fantasie. Ma per gli uomini speciali, anche solo parlare di alchimia e accennare ai suoi simboli, produce una concentrazione massima di energie che si esprime col sogno, con l’incontro sincronico, con l’arte, con la poesia, con una nuova illuminazione del mondo.
Difficilmente nel tempo l’alchimia è stata compresa. I suoi operatori sono stati cercati come inventori di effetti speciali o creatori di materia oltre la natura.
L’uomo volgare cerca il mondo della materia, l’uomo spirituale guarda al cielo. Possiamo avere due tipi di ricchezza, quella dell’oro comune e quella della conoscenza. La gente comune cerca l’oro materiale, il saggio l’oro dello spirito. Qualunque cosa uno faccia nella vita terrena, può interpretarla ad una luce superiore. Questa è la differenza tra il chimico e l’alchimista. Non è la materia su cui lavoriamo che fa la differenza, ma la nostra evoluzione. Possiamo trovare la ricchezza del cuore in un ambiente di grande costrizione materiale, o possiamo perdere ogni elemento dell’anima anche vivendo in un tempio a contatto di santi. Anzi i veri santi ebbero spesso la sorte di essere perseguitati proprio da coloro che esibivano la loro posizione religiosa, lo abbiamo visto con Böhme che fu perseguitato dal pastore luterano della sua chiesa Gregor Richter, mentre le sue opere vennero messe all’indice anche dopo la sua morte e lui e la sua famiglia furono diffamati.
Oggi molti cercano la spiritualità come fosse un bene da comprare o da ricevere o seguono guru che li convince con miracoli o grandi effetti, mentre nessuno può farci avanzare di un passo se noi stessi non camminiamo.

Quando l’erborista lavora a un preparato, deve triturare e macerare la materia visibile per trarne la forza, o essenza invisibile. A volte, nella vita, facciamo questo per un senso di utilità o di vantaggio, cerchiamo di trarre da tutto il meglio, facciamo fruttare i soldi, usiamo gli amici, cerchiamo il massimo divertimento nel tempo libero o il massimo di denaro o di successo dal lavoro. Questa è ancora l’Opera Minore. L’avidità di sapere, possedere, godere, usare… ma è ancora poco, lavora qui la parte materiale della psiche sulla parte materiale del mondo.
Nell’Opera Maggiore si cerca l’essenza spirituale dell’uomo e si muovono strumenti diversi dall’avidità materiale e dall’accaparramento.
Con l’Opera Minore si può fare qualunque cosa. Si può elaborare materia e ricavare materia. Si può usare anima e ricavare anima.
Yunus, banchiere del Bangladesh ha fatto anima facendo operazioni bancarie. E inventando il microcredito L’arcivescovo Marcinkus ha usato una posizione spirituale per fare denaro. Il dottor Schweitzer ha fatto anima con la terapia come con la musica. Un grande monaco buddista, Thich Nhat Hanh, ha fatto anima attraverso il sindacato. Gandhi era un avvocato, in realtà molto diverso da certi che conosciamo.

Qualcosa, dentro di noi, ciecamente cerca e, anche quando questa ricerca prende vie sbagliate, attesta che nell’uomo c’è una tensione insopprimibile, essa nasce dall’inconscio che spinge sempre l’uomo verso il Sé, processo inesauribile, colmo di ambiguità, che ci porta a contraddizioni. Nel caso migliore la coscienza avanza, i conflitti si placano, il male del vivere guarisce, l’evoluzione procede, finché l’uomo, divenuto uomo d’oro, accoglie dentro di sé tutto senza soffrire. Noi siamo qui per far prova. Il compito è: comprendere per superare, conciliare per unificare: Solve et coagula.
Una leggenda buddista racconta che avvicinarono il Buddha per chiedergli il segreto della conoscenza, il maestro indicò silenziosamente un piccolo fiore. Nessuno comprese.
Io credo che il Buddha volesse dire che ovunque è bellezza e che non avremo bellezza continuando a cercare di possedere le cose più straordinarie o lontane da noi, ma avremo conoscenza quando impareremo a vedere la bellezza esattamente là dove ci troviamo.

L’alchimia è una via di crescita, la vita si impara vivendo, anche se a volte ci vuole molta vita per vivere la vita, la vita diventa evolutiva quando noi ci permettiamo l’evoluzione. Ognuno è alchimista di se stesso; ognuno cerca qualcosa di irraggiungibile, il vello d’oro, il tesoro lontano…; lo cerchiamo in qualcosa che non abbiamo o che ci sfugge, soffriamo di imperfezione e incolpiamo il mondo della nostra insufficienza, mentre il tesoro è presente proprio nella nostra imperfezione e nelle nostre limitazioni. Allo stesso modo cerchiamo sempre spiegazioni nella coscienza mentre la verità emerge dal contatto subitaneo e spesso non voluto con l’inconscio.
La coscienza combatte l‘inconscio, così come l’alchimista combatte il verderame (viriditas) sul bronzo, eppure la perfezione del bronzo sta proprio in quel verderame che diventerà Oro, è la verità nascosta, il Cristo interiore, il mistero della trasformazione. Il verde oro è la perfezione nascosta nella materia, è il divino immanente.
Giulia sogna oggetti fatti di terra, di un giallo verde, marcescente. Quel colore dice che sta avvenendo un’elaborazione sull’Ombra, essa si ossida venendo a contatto con l’ossigeno della coscienza; il nostro scopo non è essere chiari e semplici, ma essere completi e nessuno sarà completo se non grazie alla propria Ombra. Il giallo del metallo originario è la nostra natura che si ossida entrando nel tumulto delle emozioni, dei sentimenti. Ciò che ci fa soffrire è anche ciò che ci fa crescere. Una volta sono entrata nel mondo del mio guardiano della soglia. Era un mondo non umano, privo di emozioni, di sentimenti. Il nostro mondo, al suo sguardo, brulicava di calore come una cosa esageratamente calda e viva, aveva questa nota in più che era il coinvolgimento emozionale. Ho visto attraverso i suoi occhi una normale cena serale, una famiglia che mangiava seduta attorno al tavolo sotto una lampada, ma quella scena brulicava intensamente di vita, quella vita che il mio guardiano non possedeva.
Occorre dunque ritornare nella vita per poter crescere. Dobbiamo tornare nella potenza dell’Ombra.
È l’imperfezione dell’ostrica che crea la perla. Dovrà essere il limite e l’imperfezione della nostra vita a creare la nostra parte aurea. Dunque si deve essere tolleranti verso l’imperfezione, verso l’Ombra, verso l’apparente negativo, perché é grazie ad esso che ci sarà progresso e crescita. Questo non è facile da capire e non è facile da accettare.

Dunque, a ogni fase della nostra vita, a ogni cerchio che riusciamo a chiudere, ci dobbiamo di nuovo tuffare nell’Ombra, dobbiamo ricominciare l’Opera.
Non tutti comprendono. Non tutti sanno e fanno. L’alchimia del vivere non è per tutti. Anzi più uno è lontano dal suo Centro, meno capirà, anche se le vie dell’illuminazione sono infinite Alla fine l’alchimia è per iniziati. E noi vorremmo essere quegli iniziati. Ma il seme non cresce perché lo spingiamo, crescerò quando sarà il suo tempo, e si prenderà tutta l’incubazione che gli serve.
Per questo la Grande Opera è solo per pochi, persone diverse che non sono comprese dal mondo, perché comprendono cose che il mondo nemmeno vede. L’iniziato è chi ricomincia ogni volta la ricerca, ha antenne più sottili, sta nel mondo pur essendone fuori, vive difeso da una purezza che lo preserva. Vede cose che altri non vedono, dice parole che altri non comprendono ma entra nel cuore del mondo e comunica col suo spirito perché va controcorrente, come la ciotola del Buddha sull’acqua del fiume. Gli altri possono cercarlo per avidità, per senso dell’utile, per comprare da lui trasformazioni a buon mercato, per desiderio di uso o possesso… perché sono immersi nella materia e cercano vie di potere. L’alchimista ha il potere, ma non è il potere, del mondo sul mondo.
Chi vuole diventare alchimista crede di inseguire lo spirito, ma spesso cerca solo qualcosa che lo distingua dagli altri. Ma lo scopo non è il successo o la ricchezza, la potenza o la salute ma il superamento delle contraddizioni per giungere là dove una sola energia circola in tutte le cose. E come si ottiene questo potere? Connettendoci con l’Inconscio Collettivo, che è il grande oceano che circonda la nostra psiche, cioè con l’anima del mondo.

In questo cammino la coscienza è aiutata dall’inconscio e il suo ponte è l’anima: “…collegamento tra il nostro Io cosciente e il grande mare dell’inconscio personale che fluisce in quello collettivo, ancora più vasto” .

Per chi è riuscito nell’impresa e si è avvicinato al SE’, arrivare al CORPO DI DIAMANTE vuol dire uscire dall’io distruttibile e precario, soggetto agli impulsi e alle passioni, immerso nella materia e nei condizionamenti, per avvicinarsi al Sé indistruttibile e impermanente. Tutti i grandi spiriti parlano solo di questo. Se riusciamo a vincere la nostra natura inferiore, la psiche illumina la coscienza ordinaria che diventa coscienza straordinaria, l’uomo addormentato diviene risvegliato. Chi è immerso nella coscienza ordinaria è come fosse intorpidito dal sonno, ripete meccanicamente gli stessi sogni, non evolve, non cresce, vegeta come una pianta, ha impulsi istintivi come un animale. Deve trasformare la sua energia, destarsi dal sonno e passare a uno stato più lucido. Eraclito dice: “Con gli occhi aperti vedi il morto, con gli occhi chiusi vedi il vivo”. Puoi uscire dal mondo delle apparenze effimere e precarie della sua parte vegetativa o animale, per entrare nel mondo dell’eterno e dell’ineffabile, dello spirituale e del divino. Ma questo non vuol dire avere delle facoltà in più. Una trasformazione è cosa diversa da un aumento nel possesso.
Se sei cambiato, vedi in modo diverso, agisci in modo diverso, accetti cose che prima non accettavi, è questo il tuo arricchimento. L’uomo risvegliato diventa più semplice. Non sente e non agisce più come un animale ma sente e agisce come un essere spirituale, ed è allora che non è più Piombo ma Oro, non più materia vile ma spirito. Questa è alchimia.
Veniamo alla vita per confrontarci con la vita, essa è l’insegnamento, la prova. L’oro è potenzialmente in noi, non fuori di noi. Noi siamo il pozzo da cui si cava l’acqua della vita, la pietra della conoscenza, l’oro è in noi anche se lo cerchiamo fuori di noi.

L’acqua è connessa al Padre, che dà la vita, ed è la fonte permanente, il maestro. Quest’acqua, o tesoro, è come la pietra di volta della casa di cui parla il Vangelo, la pietra quadrata rigettata da tutti e di poco valore materiale che però tiene in piedi l’edificio, la pietra di volta che ha la responsabilità di tenere il tutto.
L’immagine del percorso è la scala, alla sua base l’uomo dorme, in cima gli angeli suonano la tromba per svegliarlo. L’inconscio cerca di svegliarci dal sonno inviandoci immagini rivelatrici. Una scala unisce il livello inferiore e quello superiore, è di fronte a noi anche se vogliamo fuggire dalla vita, scansare le difficoltà e gli ostacoli.

Sogno che sono in una grande casa istituzionale da cui voglio uscire (il destino), ma la fuga è difficile perché ci sono tre porte da passare che solo il custode può aprire in modo automatico dall’alto. Con me è Laura di montagna, che come me si sente intrappolata in una vita asfittica e ne vorrebbe fuggire. Con grossa difficoltà riusciamo a superare le tre porte ma, fuori, sotto di noi, c’è a destra (razionalità della coscienza) una scarpata di terra nera e franosa su cui scivoliamo verso il basso (mancanza di sicurezze di base). In basso c’è un piccolo canale cristallino pieno di zampilli (l’inconscio), ma siamo atterrite all’idea di cadervi dentro. Per uscire definitivamente sulla piazza, dovremmo vincere la frana del terreno sotto di noi e superare ancora un grosso cancello nero che ci separa dalla libertà. Dunque sogniamo la libertà mentre il custode ci obbliga a un destino limitato, rifiutiamo di entrare nelle acque pulite dell’inconscio che ci purificherebbe e ci darebbe vita, aprendoci la libertà della piazza, e invece annaspiamo nei nostri limiti, nelle nostre insicurezze. Liberarsi non è affatto facile, ci sono cancelli e la strada è franosa.

Come la liberazione, la conoscenza non è facile ed è fatta di ricadute all’indietro. Abbiamo la risorsa infinita dell’inconscio ma rifiutiamo di bere alle sue acque, anche parziali, che nel sogno sono rappresentate da un piccolo canale, preferendo una situazione di instabilità. Se invece di cercare impossibili vie di fuga, realizzassimo meglio quel che siamo e quel che vogliamo, potremmo ricevere in dono energie sconosciute.

Integrare l‘Ombra vuol dire integrare ciò che nella nostra vita o nella nostra psiche chiamiamo ‘negativo’.
Il giovane attore Ethan Hawke dice: “Sapete qual è l’indice del successo? Una persona di successo sa gestire la propria delusione. Ognuno è deluso da qualcosa. Vorrebbe qualcosa che non è stato, vorrebbe essere da qualche altra parte… ma la persona di successo sa convogliare le proprie delusioni in qualcosa di positivo”. Il processo alchemico è questo.
Lo junghiano Hillman dice: noi dividiamo il mondo in dolore e piacere e quando uno dice che la consapevolezza è un tesoro, pensiamo subito a un piacere. Eppure nella consapevolezza c’è dolore e non la conquistiamo senza aver attraversato del dolore. Noi non vorremmo incontrarlo e riconoscerlo. In realtà è il dolore che ci rende sensibili. Il dolore è il bisogno non soddisfatto, la mancanza, la perdita, la delusione, la disillusione. Siamo pieni di desideri e li vorremmo soddisfatti. Uno di questi desideri è la consapevolezza, guardiamo alla consapevolezza come se fosse uno dei beni tra tanti, e invece è un’altra cosa, che può comprendere la capacità di cambiare i desideri. In realtà cerchiamo sempre di liberarci dal dolore, ma Hillman chiede. “Non è forse, alla fine, un messaggio inviato dalla psiche?” Non fa parte anch’esso del linguaggio della vita?
Noi, dice Hillman, abbiamo strutture di aggressività, dominio, potere, sadismo che sembrano attive e proprio per questo non le consideriamo patologiche. Mentre penalizziamo come sindrome la tristezza, la depressione, l’improduttività, l’attesa che sono fenomeni apparentemente passivi… il vero miracolo sarebbe un depresso che accetta la sua depressione come qualcosa di positivo invece di combatterla. Forse sarebbe l’inizio di un cominciare a capire… un certo approfondimento del dolore potrebbe essere addirittura mistico”.
Il sogno dei tre cancelli che poi sono addirittura quattro e sintetizza in immagine il nostro desiderio di evasione dalla nostra vita e dal nostro destino e l’incapacità di capire che la sorgente della vita è al di qua dell’ultimo cancello e non nella piazza indifferente che si apre dopo di esso, è nelle condizioni della vita stessa e non fuori. Il sogno dice anche che è proprio quando la terra si sgretola sotto i nostri piedi mentre desideriamo di non essere in questo destino ma in qualche luogo là fuori che siamo più vicini all’acqua di vita. La depressione non è che la macerazione della nigredo, l’elaborazione alchemica della materia, in cui essa viene strapazzata e pestata perché possa esprimere la sua essenza.

Lo Spirito è in alto, l’Anima è in mezzo, debole e recessiva. “Lo Spirito è sulle montagne, l’Anima nella valle” . Ma “Lo smarrimento è un segno dell’anima… l’anima ci fa decadere nella penombra, nel disagio”, non viviamo in una terra di sicurezza, ma in una situazione franosa in cui ci sentiamo vulnerabili. Anche quando l’Io si sente forte, l’Anima coglie la sua debolezza e comincia a vivere in quella, per cui, paradossalmente, può essere proprio una depressione a preparare una nuova fase di crescita. Non si potrebbe avere, o essere, un’anima se non si potesse sentire di averla persa. Chi ha un Io forte non può sentire di aver perso nulla”. Invece l’Io forte può manifestarsi in violenza, potere, sadismo, dominio… L’Io sembra una sostanza dura ma è solo una maschera, un niente, una illusione. L’Anima invece è un ponte verso il Sé. Ma l’Anima non è data, bisogna lavorarci, liberarla dagli involucri culturali. Jung dice che stiamo contattando l’anima quando siamo lunatici, incerti, di umor nero, e abbiamo perduto le fantasie di onnipotenza dell’Ego, quando siamo in esperienza ‘ piangereccia’, come dice Aurora.

La penombra e il crepuscolo possono essere i segni di un cambiamento, dell’inizio di un nuovo cammino, di un nuovo anello di crescita.
Ma questa fase di nigredo, di insicurezza, di caos, e di vulnerabilità, può manifestarsi nel sintomo del corpo, può diventare il tramite di un messaggio.
Vi ricordate Groddeck? Il precursore di Freud, e scopritore del disturbo psicosomatico, che diceva : “Se ti fa male qualcosa, prova a chiedergli: Cosa mi stai dicendo? Qual è il messaggio?” Perché il corpo parla col corpo e si deve capire cosa ti dice.

In questo momento ho tre molari che sono cresciuti il doppio, perché ho tolto tanto tempo fa i molari sottostanti, e quelli superiori hanno continuato a crescere nella speranza di trovare i loro partner fermarsi nella coppia ritrovata, ma i miei poveri molari superiori non potranno fare nessuna coppia per cui la loro crescita è assurda, l’unione è impossibile. Quanti incontri impossibili ho tentato di realizzare nella mia vita? Tre. Il padre, il marito, la figlia. Ogni volta uno smisurato desiderio ha dovuto limitarsi e accontentarsi. Ma perché mi fanno male solo ora? Perché sono in un momento di crisi, in cui devo decidere se rinunciare ad insegnare e questa scelta è difficile e dolorosa. Mi sento vecchia, mi sembra di non poter più mordere la vita in quello in cui sono brava. E i molari si fanno carico di segnalarmi la mia insicurezza, impedendomi materialmente di mordere con una infiammazione alla bocca. Non mi servono più a niente questi tre molari e dovrei toglierli, ma questo atto equivale a rinunciare a cose importanti della mia vita. A ben vedere posso vivere anche senza, ma non mi so decidere.
I denti compaiono anche nei sogni: tutti i denti indicano valenze maschili, perché fanno parte della mascella che è la volitività, dote maschile per eccellenza, anche quando compare in una donna. Gli incisivi servono per addentare il cibo, cioè mordere la vita, ma i molari indicano persone maschili della famiglia, il padre, il nonno, il marito..per cui si dice che sognare la caduta di uno di questi denti sia la morte di un uomo di famiglia. I molari mascellari, in particolare, cioè gli ultimi, servono a masticare il cibo, cioè pestare ed elaborate a fondo la vita. Ma io non ho più padre o nonno, per cui questi denti si riferiscono alla mia volontà, alla mia iniziativa, in cui si riversano blocchi psichici di esperienze lontane, anche col padre, che non mi ha mai accettata (coppia non riuscita, come i miei molari), riprendendo esperienze lontane. Quella con mio padre è l’esperienza più remota di incontro fallito che possa farmi soffrire.
Il fatto che mio padre non mi abbia mai riconosciuta mi impedisce, per esempio, di vendere al giusto prezzo il mio lavoro, di offrire a una casa editrice il mio libro migliore. Resto in attesa che qualcuno, un padre putativo, emerga dal mondo ignoto e mi offra un riconoscimento postumo, mi venga a cercare, mi riconosca agli occhi del mondo.
Ma quel padre putativo non è venuto, e tra 4 mesi io avrò 70 anni. Il mio tempo è scaduto. I molari di sopra non si incontreranno mai coi molari di sotto. Io lo devo realizzare, me ne devo fare una ragione. Ecco perché i miei molari mi fanno male. Perché devo abbandonare la speranza.
Eppure, stranamente, mentre faccio tutte queste malinconiche considerazioni, i misi sogni splendono di bellezza e mi promettono una grandissima luce, una via diritti e aperta, la nascita di un bambino. E allora penso che questa fase di malumore e di tristezza, di irrequietezza e di sintomi fisici, possa preludere all’inizio di un nuovo ciclo, come fosse una nigredo, un momento critico in cui la mia negritudine si addensa, si moltiplica, perché da essa deve partire il nuovo Uroboro, la crescita risanatrice.

E, quando siamo depressi, la soluzione è dire: io sento la depressione, ma io ‘non sono’ la depressione. E vivo malgrado questa. Sono depressa? Ciò vuol dire che sto per produrre cose nuove .
Chopin, Petrarca, Beethoven e Michelangelo ebbero potenti crisi depressive eppure furono egualmente produttivi, anzi la depressione aumentò la loro sensibilità. La depressione è il fuoco acceso che ci costringe a stare nella fucina dell’anima, è il nostro athanor, il crogiolo, dove non possiamo fare come se nulla fosse, ma ci dobbiamo fermare, la vita ci ferma.
In quei momenti, dice Hillman, noi non cerchiamo soluzioni “l’anima desidera risposte immaginative che la mettano in moto, che la appaghino, la approfondiscano”.
Quando riusciamo a riprendere il cammino, il miracolo è fatto e diventiamo meritevoli. La purificazione è raggiunta. Le scorie restare a parte, fino alla prossima crisi.

È difficile parlare di chi è sulla vetta. Non avendone esperienza, possiamo solo immaginarlo. Si tratta di momenti rari. In quei momenti gran parte delle nostre scorie sono state consumate e tendiamo alla mente universale. E’ una brevissima e lancinante modificazione di coscienza in cui l’energia comunica direttamente con la creazione. A quel punto l’energia fuori e quella dentro sono identiche e le vibrazioni si sintonizzano.
La vita è il nostro processo alchemico. La pietra filosofale è quel senso sottile che ci permette di raggiungere la conoscenza di noi e del mondo. Noi siamo il piombo ovvero la materia, l’anima è il mezzo, lo spirito il fine. Il processo avviene nella nostra natura, e avviene nella nostra anima. Opus maggiore e minore coincidono.
Colui che non sa come liberare dalle sue catene la verità racchiusa nella propria anima, non avrà successo nemmeno nell’opus fisico. Colui che sa fabbricare la pietra, può far ciò soltanto sulla base della giusta dottrina: dalla quale risulta trasformato egli stesso” .
L’estrazione dell’essenza da pietre o piante come dalla psiche è l’Opera Minore, ma l’estrazione dell’essenza spirituale è il fine più grande.
La scienza si ferma alla chimica o alla psicologia, ma l’alchimia è una via per le forze che stanno ‘prima’ delle configurazioni della materia, la vita oltre l’apparenza, il mondo delle vibrazioni sottili. Quando tutta la scoria materiale si sarà consumata, resterà la vibrazione fondamentale, ciò per cui ognuno è ciò che è. Come dice Eliot : “Il fine di tutto il nostro esplorare / sarà di giungere al punto da cui siamo partiti / e di conoscere il luogo per la prima volta”.

L’alchimia oltrepassa la sostanza fisica per arrivare alla vibrazione della vita. Finché sarà circondata dalla materia, sarà soggetta alla costrizione della materia, ma quando la frequenza sarà liberata si esprimerà secondo la natura dello spirito. Albertus lo dice chiaramente: “L’alchimia è un aumento di vibrazioni”.
Psichicamente abbiamo un processo di individuazione teso a liberare l’uomo dalle sovrastrutture e dai suoi limiti. Per questo l’intelletto non basta, non sarà con la ragione che troveremo l’armonia, occorre liberare l’immaginazione. Quando lo psicologo dipende da una teoria, crea una griglia dove l’anima è assente, tenta di ordinare il caos in un quadro artificiale, mentre il caos ha una sua vitalità e ricchezza e occorre, a volte, aggirare la ragione.
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2 commenti »

  1. Cara Aurora
    scusami se non sono molto presente, ma passo una di quelle fasi che ho descritto alla voce MALINCHOLYA.
    Mi sento disorientata e di cattivo umore e mi sono chiusa in una solitudine pesante e triste, dove sono solo molto suscettibile e amareggiata.
    Sarà che i nostro cuori rispondono a stelle che ora non ne vogliono sapere di sorriderci.
    Eppure i miei oroscopi sono sempre brillanti e i miei sogno sono sempre belli.
    Stanotte andavo a stare un una casa nuova che era un po’ mia un po’ di mia figlia. Sognare una casa è fare un chek up di noi stessi. Era una casa immensa e molto luminosa, del tutto vuota e ancora da arredare, vedevo solo il corridoio di ingresso che era una grande luce, sarà stato lungo 60 metri, con un pavimento chiaro, pensavo a metterci a destra un grande armadio bianco alto come una persona e lungo lungo per mettere i soprabiti dei visitatori e pensavo che ci volevo anche due file di cassetti perché si ha bisogno anche di tante cose piccole. Chissà perché malgrado tutta quella luce volevo aprire alcune vetrate sul lato nord della casa dove c’era una striscia di giardino. Il giardino era enorme, un solo lungo grande prato di un km di lunghezza, non c’erano piante, anche qui era tutto da fare, al massimo
    si poteva pareggiare l’erba. Mi sentivo molto stupita di questa grande casa così chiara ma anche così vuota e tutta da sistemare. Non sapevo bene cosa fare a da dove iniziare.
    Mi sentivo anche un po’ sola in tutta quella grandezza e pensavo che dovevo prendere i pasti nella cucina della casetta al mio fianco destro dove abitavano le due persone di servizio alla casa, l’autista e sua moglie che poteva essere la cuoca, e dovevo precisare i loro
    compiti nella nuova sistemazione e farmi aiutare.
    Le aperture a nord parlano della morte come il giardino di sola erba . Il lungo corridoio parla di una fase preparatoria. La nuova casa indica una nuova sistemazione esistenziale ancora tutta da vedere. Non so nemmeno se questo sogno sia buono o cattivo.
    Tutto sommato la casa mi piaceva ma non sapevo nemmeno cosa fare
    Viviana

    Commento di MasadaAdmin — dicembre 2, 2011 @ 3:51 pm | Rispondi

  2. Viviana cara,
    Ieri, leggendo la tua dispensa, mi sono sentita pervasa da una serenita’ che non risentivo da tempo. Prova e’ che l’energia si trasmette anche attraverso gli scritti. E’ stato come se qualcuno conversasse e dicesse :”ecco, il dolore e’ compreso e condiviso, non ti preoccupare, questo e’ il cammino”.
    E adesso condivido il tuo disagio. Lo conosco molto bene quel disagio. Eppure il tuo sogno e’ bello. Entrerai presto nell’11o settimo anno. Sai benissimo che i cicli della vita si svolgono sette per sette e forzatamente marcano (non foss’altro che per l’eta’ stessa) il cammino con
    dei paletti ben distintivi. Sei “tu” che vorresti aprire due vetrate verso il nord nonostante tutta la luce che pervade la cosa, tutta la luce del mondo non basta mai. Con il nostro istinto di possesso, vorremmo poterla immagazzinare per effonderla quando fa buio.
    Ecco, una vita diversa ti aspetta. Tutta da costruire. I mezzi sono diversi, li troverai, ti verranno dati. Ancora non sai quali sono questi mezzi, con quali mobili arrederai la casa, ma verranno fuori pian piano, la casa c’e’ ed anche il giardino, due enormi contenitori pieni di luce che non hai che da riempire magari con i tuoi dipinti, i tuoi scritti, le tue idee, i tuoi cipigli smussati, i tuoi categorici “no”,la tua voglia di esserci, fermamente esserci, la tua voglia di vivere partecipando intensamente che ti sembra ti sia negata, solo perche’ la tua vita ha
    bisogno di essere indirizzata diversamente. Penso che se solo “si viene a patti” con le varie fasi della vita, permetteremmo al nuovo di mettere radici e germogliare. Non e’ facile. Vivere e’ come quel fiume che sembra scorrere sempre uguale calmo e tranquillo, in piena e in vortice, ma non ti bagna mai della stessa acqua.
    Sai, prima di intraprendere il cammino di Santiago, ero letteralmente terrorizzata. Quando per la prima volta a casa ho cercato di sollevare lo zaino con le cose assolutamente essenziali, rigorosamente un massimo di 9 chili (la tua “casetta in spalla” per 800 km) non ci sono riuscita e sono scoppiata in un pianto dirotto. La mia schiena e’ tutta scogliotica e mi
    fa male. Cosi’ come le ginocchia. Come potevo pretendere di portarlo in spalla tanto a lungo?
    In cammino ho imparato che la posizione leggermente ricurva che sei costretta ad avere per sopportare lo zaino, cosi’ come il calore che effonde lo zaino alla schiena, e’ quanto di piu’ salutare ci possa essere per la mia schiena scogliotica, ed il camminare regolare e’ un toccasana per i reumatismi alle ginocchia. Non ho mai sofferto un sol giorno di mal di schiena ne’ di male alle ginocchia.
    Il cammino di regala quello di cui hai bisogno, dicono di Santiago. Ma vale sempre, per ogni cammino.
    Sii serena, amica carissima. Condividiamo tutti lo stesso cammino sostenendoci l’un l’altro in un grande affettuoso abbraccio.

    aurora

    Commento di MasadaAdmin — dicembre 2, 2011 @ 3:53 pm | Rispondi


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