Nuovo Masada

novembre 22, 2011

MASADA n° 1342 22/11/2011 ALCHIMIA LEZIONE 7

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Autore: Viviana Vivarelli

GLI ALCHIMISTI

L’alchimista, al termine del suo lavoro sulla materia, vede operarsi in lui una specie di trasmutazione. Ciò che avviene nel suo crogiolo avviene anche nella sua coscienza o nella sua anima. Vi è un mutamento di stato. Nel momento in cui la ‘Grande Opera’ si compie, l’alchimista diventa un ‘uomo risvegliato ’.
(Jung)

Ci sono sempre stati alchimisti, cioè conoscitori delle energie e modificatori della vita, e forse esserlo è una condizione dell’anima, una predisposizione, come essere mistici o sciamani. Gli alchimisti vengono prima di ogni tempo e prima della storia.

Gli alchimisti scrivono poco, ci lasciano poco di scritto. Abbiamo visto uno di questi scritti, sulle visioni di Zosimo, che poi non è altro che un lunghissimo sogno intervallato da piccoli risvegli, pieno di simboli. Di loro abbiamo prevalentemente disegni, Uno dei modi con cui si espressero furono poi le costruzioni sacre, il tempio di Karnak come le cattedrali gotiche. Nel 1500 Nicolas de Valois scriveva che i segreti dell’energia furono conosciuti prima della scrittura ed espressi come architettura.
I SITI SACRI sono una modalità antichissima dell’energia, conosciuta in tutti i tempi, già migliaia di anni fa, in correlazione a luoghi speciali della Terra pervasi da speciali energie, i ‘luoghi delle forze’, dove le antiche costruzioni, in genere sacre, ci parlano con i materiali, le misure, le forme, gli orientamenti, i collegamenti con le energie delle stelle, della Terra o dei fiumi, le relazioni con le linee di forza del pianeta, quelle che in Oriente si chiamano ‘le linee del drago’, e tutti questi elementi ci mostrano un codice sacro, una simbolica fatta di materiali e di disposizioni, connessi alle grandi forze del mondo.
Un tempo il loro significato era noto all’uomo, che si orientava secondo le forze invisibili del creato, con costruzioni, riti e sacrifici, perché capiva il senso vivo del divino nel mondo; oggi l’uomo è diventato sordo al mistero, si è alienato dal cuore della Terra, costruisce edifici indifferenti alle grandi forze e spesso nocivi alla sua salute e si aggira negli antichi siti sacri senza più partecipare alla loro energia taumaturgica.
Gli antichi sacerdoti, invece, non solo conoscevano il gioco delle grandi forze telluriche o siderali che raccontavano nelle loro cosmogonie e nei loro miti, ma conoscevano l’esoterismo, penetravano lo Spirito del Mondo e comunicavano con esso.
Gli alchimisti sono su questa linea, sospesi tra la conoscenza antica, che è un tutt’uno, anima-materia, e le nuove scienze moderne, dominate dall’intelletto. Essi studiano le forze della la Vita che vengono prima e al di là delle sue manifestazioni visibili. Furono ricercatori dell’energia sottile, convinti che fosse comunicabile all’uomo in quanto permeava l’uomo stesso come la natura.

Degli alchimisti più antichi non sappiamo niente, non sappiamo niente nemmeno degli Etruschi la cui lingua non è stata decodificata e appare per lo più in scritte funerarie, non sappiamo nulla dei Celti che non avevano scrittura, né dei Maia o dei Toltechi; sappiamo molto poco perfino delle 70 cattedrali gotiche che i templari fecero sorgere nel XII secolo in Europa…Considerando solo gli ultimi secoli, sappiamo che molti alchimisti furono medici, molti erboristi, altri chimici o metallurghi, tutti furono filosofi e molti mistici.
Comunque si presentassero, in ogni tempo e luogo, sappiamo che non ebbero vita facile, furono osteggiati, principalmente dalla Chiesa, e molti furono uccisi. Anche per questo i loro testi sono ermetici, con molte tavole pittoriche e moltissimi in forma di segno, disegno, scultura o architettura, interpretabile da altri alchimisti ma oscuri ai profani.

A Jung la loro ricerca filosofica e mistica piace moltissimo. Si collega alla sua ricerca sull’inconscio, entra con perfetta sintonia nella sua avventura spirituale e gli permette di allargarla su una base storica.
Egli dirà: “La Grande Opera esige sforzi costanti. Essi proiettano la coscienza su un piano intermedio, tra il Conscio e l’Inconscio, producendo l’ascensione della materia fino alla Luce Ignota che ne costituisce il limite.
Il viaggio attraverso l’alchimia è un viaggio iniziatico, che spesso parte, come abbiamo visto in Böhme, da stati di illuminazione.
Può darsi che il collegamento che Jung fa tra linguaggio dell’alchimia e linguaggio dell’inconscia sia giusto, in effetti è straordinario che essa si presentasse con caratteri e simboli simili su tutta la Terra, in Oriente come in occidente, secondo un codice universale, formato da immagini, com’è il codice visivo e simbolico dei sogni e il linguaggio dell’inconscio collettivo.
Simboli, stili e codice fanno capire che nella psiche c’è uno stesso spirito universale, che si presenta immutato attraverso i tempi e i luoghi.

L’alchimia ha due sorelle: la mistica e l’astrologia. Questa triade essenziale si presenta unita, nelle operazioni di laboratorio come nei portali delle cattedrali gotiche, indicando una ricerca che collega Terra a Cielo, orientata alle grandi forze naturali, e che sempre implica la purificazione della materia insieme a quella dell’anima.
Con grande pazienza, dunque, Jung si mette a studiare e interpretare centinaia di tavole alchemiche, decifrando innumerevoli simboli, che per lui sono il codice dell’inconscio collettivo con tutta la sua grande rete di analogie, elementi sincronici, corrispondenze
Studia questo codice mediante l’AMPLIFICAZIONE, lo stesso metodo che aveva introdotto per i sogni, usando l’IMMAGINAZIONE ATTIVA, che è il canale che ci congiunge mirabilmente con l’inconscio collettivo, i suoi simboli e i suoi archetipi.
Per tutto questo non possiamo considerare l’alchimia l’anticamera della chimica o della medicina o della metallurgia moderne, anche se si realizzarono operazioni di grande interesse scientifico nei laboratori, sia pure con tecniche rudimentali e strumenti inadeguati, con storte, alambicchi, crogioli e forni di fusione, e sicuramente molti alchimisti fecero notevoli scoperte, però nessuna scienza posteriore al 1600 somiglia più all’alchimia, perché i presupposti della ricerca, dei modi e dei fini della scienza attuale sono totalmente diversi.
Cartesio è l’ultimo che premette a una ricerca sull’ottica una prefazione filosofica. Dopo di lui fisica e filosofia divergono e la filosofia si occuperà di più di problemi del contesto sociale.

L’alchimia non fu un insieme di operazioni materiali su elementi fisici, il suo quid essenziale stava in fattori indefiniti, raramente quantificabili e spesso non identificati, e, anche quando nominava elementi noti, per es. fattori chimici, oltrepassava le caratteristiche materiali per alludere a significati sottili e simbolici, valori ‘qualitativi’ di cui l’ingrediente era solo un simbolo analogico. Per es. il Mercurio è un minerale, ma in alchimia è molte più cose, è l’energia in trasformazione, la trasformazione stessa, la trasmutazione dell’operatore che si innalza a un piano superiore. La duplicità, che è il segno di Mercurio, vale in chimica ma anche in psicologia, e indica la possibilità di distaccarsi dal proprio Ego per allargarsi all’intero mondo.
Essi cercarono di correlare le energie dei metalli e le fasi dei processi della materia alle forze dei corpi celesti e al ritmo delle energie telluriche secondo corrispondenze ancora vive nelle scienze cinesi e indiane.
Certo è che vivevano nel mistero, anzi l’aura segreta che circondava le loro pratiche era fattore essenziale del processo. L’operatore si sentiva come un iniziato che era introdotto in un processo segreto e sacro, per cui l’iniziazione segreta era condizione fondamentale dell’opera, non per proteggere un brevetto ma metteva in una condizione spirituale adeguata, preparava l’anima ad accogliere una crescita spirituale, orientava verso l’alto le energie dell’operatore.
Questo è una caratteristica specifica dell’alchimia, un concetto completamente scomparso dalla scienza moderna, che non si ammanta più del segreto, che non si rivolge più al sacro, che non cerca più la sintesi tra l’Anima dell’uomo e l’Anima del Mondo.

Alcuni equiparano l’alchimia alla magia. Magia vuol dire potenza, potere. La scienza è il potere sulla materia, l’alchimia è il potere sull’anima usando la materia, un agire sul piano delle energie che animano tutti i fenomeni ma che sono essenzialmente energie spirituali. I confini tra alchimia e magia non possono essere netti.
Ovviamente non vogliamo né possiamo ricostruire l’atmosfera, le tecniche, le metodologie e non è questo che ci interessa. Quello che è grave è l’aver perso di vista il pensiero profondo e unitivo che sottostava alla magia come allo sciamanesimo come all’alchimia, aver diviso il mondo in operazioni materiali e spirituali, aver disprezzato il mondo invisibile come un inganno rifiutato dalla mente razionale ed empirica, che ha barato sui propri reali poteri, per pretesa di imperio.
Dal punto di vista spirituale, la scienza è una volgarizzazione dell’alchimia, quando l’uomo ne rimuove l’anima e l’etica e, anche la responsabilità. Il mondo di oggi è un mondo scientifico e tecnologico, ma è un mondo senz’anima.
Anche la magia è una via di conoscenza e azione tra simili; una materia animata e uno spirito materializzato si incontrano, interagendo, e riducibili a Uno. Nell’operazione alchemica come in quella magica, l’operatore si trasforma insieme all’oggetto trasformato, in un processo interattivo. Non c’è la gerarchia tra intelletto e materia tipica della nostra mentalità, né c’è estraneità tra soggetto e natura, ma un incontro rispettoso tra spirito dentro e spirito fuori, in una visione integrale del tutto, come nel Tao.
Oggi la scienza ha rotto l’unione simbiotica tra anima e mondo per privilegiare le elaborazioni manipolative dell’intelletto, calpestando la natura come un oggetto inerte e inferiore, che si gestisce per puro vantaggio degradandone l’essenza. Abbiamo perso il rispetto per il creato.
Quando separiamo la materia dallo spirito e subordiniamo la Terra al nostro imperio, creiamo una barriera che ci impedisce di capire le trasformazioni sottili e roviniamo il mondo.
Il peccato del mondo occidentale moderno è aver rinnegato l’anima della natura, calpestando insieme l’anima dell’uomo. Nel moderno Occidente scientifico e distruggendo, siamo diventati creature alienate, dal mondo come da noi stessi, incapaci di veri rapporti di spiritualità. C’è un indebolimento generale del livello anima che ci porta a rovina, abbassa la nostra percezione del reale e dell’insieme e ci aliena dalla comunione con l’altro, strappandoci al senso maternale per ridurci al senso materiale.
Siamo i signori dell’intelletto, abbiamo privilegiato l’intelletto, a discapito delle altre nostre funzioni, e gli alchimisti insistono a dire che l’intelletto non basta, che può essere limitativo, che si deve andare oltre, e ricordiamo che nella cultura induista, buddista o taoista, la mente è solo uno dei sei sensi, un senso come gli altri, uno inferiore, legato a una conoscenza imperfetta, condizionato dall’illusorio velo di Maia che ci lega al mondo fenomenico o alla realtà dell’apparire.
La mente ragionante discrimina e separa e dunque non può avere una vera visione del mondo, del mondo come realmente è; la conoscenza superiore o spirituale collega e riunifica, ci porta istantaneamente all’Anima del Mondo, il Mondo com’è; ci innalza dal nostro Ego privato e separativo al senso del Tutto.
La scienza è una via della nostra mente materiale sulla materia del mondo, ma sorge dal rinnegamento dell’Anima individuale che porta al disconoscimento dell’Anima del Mondo. Questa è totalmente ignorata dallo scienziato moderno, educato a vedere solo l’aspetto apparente delle cose, incapace di leggervi dentro, buono solo a legare apparenza con apparenza, perdendo lo spirito intimo della realtà.

Ciò che dovremmo capire è che la conoscenza dell’Essere si gioca su più livelli. Se la parte più superficiale di noi si connette col livello più superficiale del mondo, vedremo solo la superficie del mondo e avremo solo una crescita orizzontale. Se risveglieremo vibrazioni più profonde, potremo contattare livelli più profondi di realtà, in una progressione conoscitiva che è emersione d’anima, crescita verticale. Realtà fuori che respira con la realtà dentro, anima che incontra anima, evoluzione del conoscere che diventa vera crescita. Ecco perché sa tanto nelle scienze aumenta il suo accumulo di dati, ma chi cresce in sapere interiore si connette all’Universale. In un caso: possesso quantitativo, nell’altro evoluzione qualitativa della sostanza umana.
Non meravigli la coincidenza, in alchimia, tra Energia e Spirito, in quanto l’Energia, come nello sciamanesimo o nella magia, viene considerata non solo intelligente ma sacra. E questa è la maggiore differenza tra questi operatori sottili e gli scienziati moderni.

LETTURA JUNGHIANA

Ho studiato testi alchemici per quindici anni, senza parlarne ad alcuno, perché non volevo suggestionare i miei pazienti o influenzare i colleghi. Ho concluso che le operazioni alchemiche riguardano una realtà psicologica”.
(Jung)

Questa è l’interpretazione di Jung. Per lui, l‘alchimia è la proiezione, nelle operazioni di laboratorio o nelle tavole, di un dramma insieme cosmico e psichico. La novità che Jung porta è la lettura analitica dei simboli alchemici secondo i canoni dell’inconscio collettivo, così che egli vede le trasformazioni fisiche come una metafora delle trasformazioni psichiche, in un processo parallelo natura-anima.
Non è più il piombo che si trasforma in oro, ma l’anima grossolana che diventa anima sottile, o, nel caso dei suoi pazienti, inconscio caotico che diventa cosmo ordinato, problemi contingenti che si affinano in una crescita spirituale.
L’Opus magnum – dice – aveva due funzioni: salvare l’anima e salvare il mondo”.
La materia su cui Jung lavora è l’inconscio. Lo spirito mercuriale è l’anima del mondo imprigionata nella materia. Ciò che spinge alla liberazione è detto in alchimia PIETRA FILOSOFALE, o corpus glorificationis.
L’alchimia europea medievale usa termini latini e così Jung userà termini latini per i simboli alchemici.
Le tre fasi dell’opera alchemica, la nigredo o dissoluzione della materia, l’albedo, o purificazione e sublimazione e la rubedo o ultima stadio, vengono trasferite nell’analisi. L’opera alchemica diventa la redenzione della psiche, un processo graduale di purificazione dal caos nero primitivo, che, attraverso varie purificazioni e sublimazioni, va verso l’essenza dell’anima, come nella distillazione di una pianta, o nella purificazione di un metallo, quando, lasciata la scoria pesante, si libera la parte leggera, la potenza pura.
La nigredo è lo spirito ctonio, la parte inconscia e oscura, che provoca sofferenza, la psiche imprigionata nell’Ombra e preda degli opposti. Occorre individuare le opposizioni, svelarle e riunirle, nella coniunctio oppositorum che porta all’integrazione dell’Ombra. La nostra parte oscura non ci cinge più d’assedio e non interferisce più negativamente col nostro agire cosciente ma si traduce in energia che possiamo assimilare positivamente per la nostra crescita umana.
L’Opus diventa la lotta contro l’Ombra, energia da assimilare e integrare nella coscienza. La materia sarà sofferente finché la nigredo non scomparirà. Quando ciò sarà fatto, l’uomo sarà cresciuto in tutte le sue parti, avrà aumentato il suo splendore; non si tratta solo della scomparsa dei sintomi ma di una crescita evolutiva sia per noi che per il mondo.
Quando il processo è compiuto, la coda del pavone (cauda pavonis) annuncerà l’aurora e la nascita di un nuovo giorno (albedo). Lo stato di bianchezza, o depurazione delle scorie, non è ancora la vera vita, è uno stato astratto e ideale ma morto. Occorre dargli sangue (rubedo), vivificarlo e renderlo produttivo. Quando l’Opera avrà attraversato tutte le sue fasi, l’anima sarà reintegrata. L’esperienza è sempre e comunque religiosa. Quando si ristabilisce l’equilibrio dello spirito si arriva a uno stato di grazia, “stato di perfetta serenità, equilibrio creativo, fonte dell’energia spirituale”.

Ciò che si cerca è un mistero, un arcanum, ovunque si cerchi, dentro di sé o in Natura, ma l’arcanum, come dice Jung, è nell’uomo stesso, “…che, illuminato dalla natura, conoscerà attraverso le cose esterne se stesso. L’Arcanum si trova in lui, è il suo vero Sé, che egli ancora non conosce, ma che via via apprende attraverso la conoscenza delle cose esterne” .
L’arcanum è ciò che conosciamo col nome di ispirazione divina. La sua presenza si manifesta nell’esperienza profonda della psiche come infinita serenità, pace assoluta, coincidenza di opposti, esperienza numinosa, cioè sacra, che trascende ogni categoria cognitiva.
Ma prima di arrivare a questo compimento l’uomo può attraversare periodi di crisi, pericolosi al punto da distruggerlo. Questi conflitti con le loro soluzioni possono manifestarsi con le immagini e i simboli presenti in tutte le religioni del mondo come nell’alchimia.
Un tempo la fede aiutava il dramma dell’uomo, oggi essa non ha più valore terapeutico e l’uomo è diventato più solo. Il mondo moderno è desacralizzato, per questo è in crisi. “L’uomo moderno deve perciò trovare altrove nel suo profondo le sorgenti della propria vita spirituale e per trovarle deve individualmente lottare contro il male, confrontarsi con l’Ombra, integrare il demone”.
L’uomo-materia, imprigionato nella sua opacità, tende all’uomo d’oro, umanità nobile ed elevata. Se il processo è giusto, si sviluppa nel medico come nel paziente. Come dice Novalis. “L’amore è il principio che rende possibile la magia”. Come la trasformazione avveniva nell’athanor e nell’alchimista, così avviene in entrambi gli operatori: purificazione delle impurità, liberazione delle scorie, decantazione delle essenze. L’uomo materiale e particolare diventa l’anthropos, uomo essenziale e universale. Si va dall’imperfetto al perfetto, dall’impuro al puro. Lo scopo realizzato trionfalmente è la ‘pietra filosofale’. E’ colui che ha trovato la via, ha intuito la conoscenza totale.

Il complesso umano è una mescolanza di anima e materia, e può attivarsi secondo una scala di livelli, esemplificati dai CHAKRA: pura sopravvivenza sensoriale legata alla materia, volontà e potenza nel mondo, accoglimento dell’altro come parte di noi, e poi, via via, funzioni sempre più sottili e allargate, verso la conoscenza superiore, la spiritualità, il divino…, come un fiore di loto che si apre, a comprendere realtà via via più ampie, fino al Cielo.
Il progresso esiste solo in questo allargamento della coscienza.
In linguaggio junghiano, la trasformazione dal piombo all’oro è la metafora del percorso attraverso cui l’immaginazione attiva si libera dalla materia bruta in progressivi gradi di evoluzione.
Il principio di individuazione è la pulsione spirituale che in ognuno porta avanti l’Opera per la completa realizzazione del Sé.
Se da una parte c’è l’Io gravato dalle scorie dell’inconscio individuale, dall’altra c’è il Sé, come termine e traguardo di aperta consapevolezza.
Ogni uomo ha un’essenza segreta che deve essere liberata da impurità e corruzione e la sua vita è l’occasione che gli viene data come percorso graduale di conoscenza e ascesi.
Lo spirito avanza con l’aprirsi della coscienza. Il processo di individuazione che guida l’io, lo porta verso il Sé.
Nelle icone alchemiche Jung riconosce il linguaggio degli archetipi, le grandi figure dell’immaginario universale. Mentre con la fantasia l’uomo inventa cose che non esistono, con l’immaginazione attiva si apre alle grandi forze della vita.
Ma questo processo non è per tutti. Come dice il Vangelo “Molti sono i chiamati, pochi gli eletti”.
L’alchimia non è per tutti, è connessa al segreto e il segreto è necessario perché il suo oggetto è il più profondo che si possa immaginare: essenza dell’Io, essenza della Natura e essenza dello spirito, che nel corso dell’Opera confluiscono una nell’altra.

Nella psicoterapia l’immaginazione attiva del paziente porta alla luce i contenuti dell’inconscio, attivando simboli e archetipi. Le immagini non sono inventate dalla fantasia ma si producono per forza propria secondo gli scopi dell’inconscio collettivo. Dice Jung: “Le idee entrano nella mente ma non tu le hai create, entrano come uccelli entrano nella stanza”.
Occorre dunque predisporre la mente all’accoglienza del nuovo che arriva dall’inconscio, e questo Jung lo facilita col metodo della VISUALIZZAZIONE, che accelera il processo di maturazione del paziente.

Ricordate Böhme, che chiedeva di comunicare con la ‘stella interiore’, mettendo a tacere corpo e mente?
Così la pratica dello yoga insegna a Jung a tacitare le impressioni fisiche e il lavorio mentale per aprirsi al profondo di sé. Quello che emerge sono immagini, e queste immagini sono simboliche. Nell’abbandono alla nekuia possono apparire simboli del passato e del futuro, immagini primordiali e arcaiche, elementi mitologici, Urbilden, modelli originari, rappresentazioni di archetipi.
Jung amplifica queste immagini comparandole ai miti, le cosmogonie, le fiabe.., così che i contenuti non siano più considerati prodotti individuali ma visti alla luce dei grandi movimenti dell’energia universale.
Come il filologo, che si trova davanti una lingua misteriosa, cerca di analizzarla comparandola con altre lingue note, così fa Jung con sogni e visioni, estendendoli a tutta la cultura umana.

(Paul Gaughin)

Il mistero dell’alchimia si preannuncia a Jung in un sogno che confonde la vibrazione del mondo con quella del Cristo:
Una notte mi svegliai e vidi ai piedi del mio letto, circonfusa di luce abbagliante, la figura del Cristo sulla croce. Non sembrava del tutto vivo, ma era estremamente nitido e distinto e vidi che il suo corpo era fatto di oro tendente al verde. La visione era meravigliosamente bella e tuttavia ne rimasi profondamente scosso”.
Jung pensò all’analogia con la viriditas degli alchimisti, l’oro verde, che non è l’oro comune ma una qualità, essenza o vibrazione che è ovunque.
La VIRIDITAS è il colore della Natura e indica l’energia, la forza vitale (vis) immessa in tutta la creazione dal soffio divino. Essa si esprime non solo nel verde della natura ma a tutti i livelli, fisici e spirituali del creato. Il chakra verde o quarto o dell’amore. E’ presente anche nell’anima dell’uomo, poiché è il principio della vita e del movimento. Simboleggia la salute, la prosperità, la bellezza, che latini chiamavano integritas (integrità), i greci holon (il tutto) gli ebrei shalom (la pace).
La Viriditas corrisponde anche ad una tappa dell’opera alchemica, chiamata OPERA AL VERDE, che vari autori medievali sostituivano a volte all’ Albedo, o Opera al Bianco. Verde smeraldo è la Tavola Smaragdina di Ermete Trismegista dove sono incisi i principi dell’arte alchemica. E Jung vi legge una rappresentazione del Sé, la cui funzione è di attirare la liberazione dell’Io, chiuso nelle sue contraddizioni, sepolto nel suo egocentrismo per armonizzarlo con l’intero mondo.
In molte tradizioni spirituali, il verde è associato alla dea dell’Amore, Venere, alla Grande Madre, all’energia femminile del Cuore, portatrice di guarigione e salvezza. Il verde è simbolo della totalità a cui l’individuo tende perennemente, attraverso le prove della sua esistenza, superando le tante piccole morti necessarie per apprezzare la Vita.

Nella visione allucinatoria di Jung, il Cristo verde oro appare come l’anima mundi, potenza che anima tutto il mondo. Analogo al Buddha d’oro o al Buddha di giada.

Nell’alchimia Jung vede la trasformazione della psiche che si libera via via dalle impurità per rinascere nella metamorfosi spirituale, da materia a luce, in senso platonico, come nell’uomo della caverna che va dalla visione delle ombre al Sole, in progressiva illuminazione.
Lo sguardo interiore di Jung coglie nell’alchimia il percorso di un ciclo iniziatico, per cui trascurerà le reali scoperte chimiche o fisiche degli alchimisti per privilegiare i simboli d’anima.
Nelle tavole alchemiche ritroverà le immagini dei sogni, dei disegni, dell’arte, della trasformazione dell’energia… il linguaggio della psiche profonda, i simboli dell’inconscio collettivo.

L’alchimia è una scienza più complessa di quello che ognuno riesca a comprendere e si rivolge al mondo della natura come della psiche, per trascenderle entrambe, in nome di una unità che si riverbera in manifestazioni parallele, nel cuore dell’uomo come in quello della natura, energia dentro come fuori, non dissimili ma rispecchiate, unità superiore alle manifestazioni, come il Sole è superiore alle gradazioni di luce che da lui emanano.
Come nello gnosticismo Jung ha visto un Dio si riverbera in emanazioni successive fino alla materia, una specie di sorgente d’acqua che zampilla sempre più in basso, così leggerà nell’alchimia la storia dell’ascesa di un’anima che risale, attraverso le operazioni sul mondo, alla fonte suprema dell’essere.
In fondo la grande legge è che, qualunque cosa fai, puoi scoprire che tutto è uno e che tu sei in tutto.
Ed è proprio in nome di questa unità fondamentale, di questa energia insieme immanente e trascendente, che, nel procedimento alchemico, qualunque esso sia, soggetto e oggetto risultano coinvolti come fattori necessari e paritetici, per una affinità sincronica che lega natura ed anima.
La simbiosi è tale che le trasformazioni possono avvenire solo quando si entra nella stessa lunghezza d’onda, e l’operatore vibra in sintonia con l’oggetto, in risonanza con esso. Un po’ come una pianta che fa più fiori se è in risonanza con chi la cura. Si purifica la materia, si purifica l’essere umano, entrambi procedono.
L’alchimia questo lo sapeva ma la scienza volle dimenticarlo, rimuovendolo per tre secoli. Oggi la fisica quantistica ripropone l’intuizione che la natura non è ‘là fuori ’ come vuole la fisica meccanicistica, e di dice che l’osservatore fa parte del campo osservato e con l’atto stesso del suo osservare lo modifica, come un operatore immerso in uno stagno che, muovendosi, fa muovere tutto lo stagno. La natura non è davanti a me, staccata da me ma mi circonda a me connessa; sono io stesso che danzo con la natura, soggetto e oggetto tornano ad essere parti di un organismo comune, com-partecipanti.

Le esperienze della nuova fisica sono straordinarie proprio perché cominciano a tornare a questa percezione del reale. Potrebbe essere un cambiamento radicale, filosofico ed esistenziale, un cambiamento di paradigma, che inaugura un mutamento definitivo dei rapporti dell’uomo col mondo, una nuova percezione della realtà e un rinnovamento della conoscenza.
Il fisico quantistico potrebbe essere il nuovo alchimista, intendendo il suo rapporto con l’oggetto all’interno di una quadro di comunicazione, simbiosi e crescita.
Jung è profondamente convinto che tutto l’esistente sia interconnesso, una unione sincretica che è il suo principio più grande dell’alchimia. Lo conducono ad esso tutte le esperienze interiori, religiose, filosofiche e parapsicologiche attraverso cui ha percepito l’unione della materia con lo spirito.
Non c’è differenza fra parte e intero, uomini e cose, Terra e Cielo… una stessa energia comprende tutto l’universo.
Jung è convinto che tutto comunichi: il dentro e il fuori, l’alto e il basso, vivi e morti, natura e anima, energie visibili e invisibili… tutto interagisce nello stesso tempo, in termini sincronici, secondo unità di senso.

LA PROSPETTIVA GLOBALE

Vasti eravamo e di un’unica sostanza
senza testa né piedi eravamo
eravamo un’unica testa, un’unica cosa come il

raggio di Sole.
Senza nodi eravamo e limpidi come l’acqua.

(Jacob Böhme)

Il soprannaturale che si accompagna sempre al naturale”.
(Paul Claudel)

Gli alchimisti leggono il libro dell’uomo e quello del mondo in una prospettiva unitaria, che correla i moti dell’animo ai metalli, alle piante, ai pianeti, le stagioni, i luoghi… in base a flussi intelligenti che si rispecchiano ovunque perché: “Ciò che è in alto è in basso e ciò che è in basso è in alto. Il microcosmo rispecchia il macrocosmo”, come dice la Tavola Smaragdina.
Paracelso afferma: “Non esiste niente in cielo e in terra che non sia anche nell’uomo”.

L’alchimia è trasformazione. Nel ‘Libro dei sette capitoli’, attribuito a ERMETE TRISMEGISTO, le fasi della trasformazione sono associate alle influenze dei due luminari, Sole e Luna, e dei cinque pianeti visibili. Vi è una corrispondenza in tutto e fra tutte le cose, per il solo fatto che abbiamo una sola energia che assume forme diverse, a seconda della diversa vibrazione, cioè del modo con cui danza; è una visione olografica dell’Universo che ci contiene come noi lo conteniamo.
Swedenborg dice: “Tutte le apparenze e tutte le forme materiali sono solo maschere e gusci che ci fanno intravedere le forme più profonde della natura”.

I sogni guidano Jung in questa direzione ed egli ne resta estasiato.
Lo studio del TAO conferma le sue intuizioni. Il mutamento interiore dell’uomo è elemento indispensabile al processo alchemico. Egli intende trasformare la natura non dominandola ma abbracciandola, facendosi natura egli stesso, in un processo partecipativo e in cui l’operatore è mistes, ‘mistico’, cioè mescolato.
La mistica è una via che pone l’uomo a contatto col trascendente, cioè con ciò che oltrepassa il dato fenomenico, che non appare nella forma apparente delle cose, ma è nascosto, misterioso, sovrannaturale.
Nell’antico mondo greco il mystes era l’iniziato ai MISTERI, verità superiori non conoscibili tramite la ragione che richiedono uno strumento che si accende misteriosamente come un dono e che nel cristianesimo prende il nome di GRAZIA.
I misteri sono presenti in ogni sistema religioso.
Tutti possono accedere alle pratiche rituali, ma il sacro non sta nei riti e non traspare facilmente.
‘Religione’ è, per sua essenza, collegamento, ponte, accesso a ciò che non è visibile per vie ordinarie, il trascendente divino, così che solo pochi si avvicinano alla rivelazione, nel difficile cammino verso il sacro. Questo cammino è iniziatico e implica una profonda trasformazione interiore, senza la quale nulla accade.
L’essenza di ogni religione sta nel termine COMUNIONE, cun munis, che si presta a stare insieme, che accetta di entrare in contatto col divino per parteciparne, forma di luce inferiore che si accosta alla luce superiore, vibrazione che sale per incontrarsi con una vibrazione più alta. Di qui il concetto di ‘nozze sacre’ o unione mistica, sponsali di Re e Regina o Rebis.

Affinché la nostra essenza si mescoli col divino, occorre che siano tagliati i guna. Guna significa qualità e secondo l’induismo ci sono tre qualità dell’essere umano: uno è essere oscuro, torpido e inerte, il secondo è essere agitato e tormentato, il terzo è raggiungere la stabilità e l’armonia . Bisogna arrivare a questo stato, per ottenere la leggerezza, la luce e la pace. E’ lo stato del risveglio dell’anima.
I legami che ci radicano all’esteriorità e all’egocentricità sono i primi e più bassi livelli di conoscenza:
Bohme dice: “Se fai tacere i sensi e la volontà della tua individualità, allora l’udito, la vista e la parola eterni si riveleranno in te. È infatti il tuo proprio sentire, volere e vedere che ti impedisce di vedere Dio” .
Ecco perché quel vocabolo ‘mistico’, ‘misterico’, con la radice myein, che vuol dire ‘chiudere, serrare’, chiudere gli occhi della vista fisica, serrare le labbra al parlare ordinario per l’immersione segreta, che oltrepassa i sensi fisici e la mente comune, oltre la calotta aperta dell’uomo, oltre l’ultimo chakra umano, oltre i limiti dell’uomo terreno, oltre ciò che io qui sono.
L’abbandono dell’io empirico porta a una nuova identità, o piuttosto a uno scioglimento dell’identità umana nella totalità divina, perché l’identità è una gabbia, ma il divino è la liberazione. Gli islamici chiamano questa condizione ittihad, l’unione, moriamo come entità separate, rinasciamo nel Tutto eterno.
La nascita è caduta e separazione dal divino, al contrario, dissolvendosi l’Io, scompare la separazione tra Io e divino.
Quando l’uomo si muove verso la comunione con Dio, parte come soggetto, ma al termine del processo si annulla, realizzando che, come essere separato, non è mai esistito.
Nel bar-do tibetano il ritorno alle origini è il dissolvimento nella ‘chiara luce indifferenziata’.

Jung si è occupato di coscienza ordinaria, tentando di illuminare gli oscuri contenuti dell’inconscio individuale, ‘l’ignoto dentro di noi’, appartenente alla nostra storia personale, ma ora si volge ad una coscienza trascendentale, cioè costitutiva di Assoluto; completa l’evoluzione verso ‘l’ignoto fuori di noi’, oltrepassando i limiti ordinari per cercare l’Essere nella sua purezza, come condizione di ogni realtà e di ogni conoscenza possibile.

È chiaro che l’Essere trascendente in assoluto è Dio, unione di tutti i contrari, fontana che zampilla vita, dove conoscenza è essenza, capire diventa essere, e l’Essere è il Sole da cui trae alimento e significato tutto il mondo.
Ma il Dio dell’alchimia non è il trascendente assoluto, il non conoscibile e sovraordinato, di cui nulla si può dire e a cui nulla si può riferire; il divino alchemico è l’energia nella creazione, nel divenire, l’immanenza del Creatore nel creato.
A questo punto non c’è più differenza tra un rito misterico e un’operazione alchemica. L’alchimia entra nella vita interna del processo, come energia che comunica con energia. E, come nel rito, il contatto può prodursi attraverso il simbolo, sin ballein, ciò che permette di saltare al di là, unendo l’io al reale vero, il simbolo, mediatore o ponte o sinapsi tra livelli dell’Essere.
L’alchimia come piano metafisico apre molti più problemi di quanto i suoi oscuri frammenti possano chiarire. Evidenzia una qualità alta nel rapporto uomo-mondo; non vuole accrescere il potere gestionale dell’uomo sulle cose, ma piuttosto far crescere l’uomo in se stesso, in giusta armonia col Tutto.
Cattivi tempi dunque, questi, per l’alchimia, visto che oggi “l’egemonia è più importante della sopravvivenza” e il materialismo è così pesante e insormontabile da richiedere l’avvento di una nuova generazione, come unica speranza di sopravvivenza planetaria.
Separando l’anima che è dentro di noi dal mondo fuori di noi, abbiamo separato la vita dalla Vita, restringendo le nostre capacità di salvezza. Ma nessuno di noi si salverà se non si salverà insieme a tutti gli altri Se non ci salveremo tutti, non si salverà nessuno. Il futuro del mondo sta tutto nella speranza di una resurrezione collettiva.

Se percorriamo i sentieri della mistica religiosa, ritroviamo ovunque questo concetto di trasparenza e di appartenenza.
Così RUMI, nella mistica islamica (sufismo), oltrepassa gli strumenti esteriori (sensi, intelletto e mente) per concepire l’anima come un grande mare di pace, sulla cui superficie le increspature sono la vita quotidiana e gli attaccamenti esteriori, ma l’oceano è l’unità primordiale e profonda a cui da sempre apparteniamo. Non diversamente parlò il Buddha.
Un tempo i popoli possedevano questo senso di continuità che lega in un insieme tutto ciò che esiste e lo rivela all’anima come manifestazione del divino.
L’uomo frantumato separa sé dal Sé, distruggendo anima e mondo.
Solo l’illuminazione che vede di colpo la continuità come Unica Essenza ci porta a percepire il Tutto, da qualunque frammento essa parta, contro la visione parcellizzata della scienza, che perde ogni nozione di insieme, come perde la sacralità della vita.
Non diversamente nella kabbalah il mondo è creato in dieci parole e dieci sono gli attributi di Dio, detti SEFIROTH, queste dieci qualità insieme alle 22 lettere dell’alfabeto ebraico (che sono suoni creatori come le sillabe del sanscrito) producono il mondo, in modo che l’intero universo non è che un unico intreccio di analogie e corrispondenze.
I Sefiroth sono un sistema globale dove il tutto, fino alla più piccola particella, si sviluppa rispecchiando l’infinito. Ogni frammenti del mondo rispecchia il divino. E anche questa è alchimia.


cosm
Se Dio è cosmos, ordine e unione, il Diavolo è diaballein, disordine e disunione, e dunque il nostro mondo è l’apoteosi del Diavolo e delle divisioni che induce nei rapporti con la natura, in quelli sociali, tra popoli, politiche, scienze, religioni, filosofie, nel rapporto con noi stessi… Ma l’esaltazione della divisione porta alla catastrofe. Dia, di traverso, e ballein, gettare. Il diavolo è colui che divide.
Al diaballein dobbiamo contrapporre il ‘simbolo’ che unifica, percezione che porta naturalmente a Dio.
Frutti della separazione cognitiva sono la disintegrazione della psiche e dunque dell’identità, l’alienazione individuale, l’anoressia sociale, l’irresponsabilità morale, il non rispetto alla vita, l’arroganza, la prevaricazione,il dominio, l’indifferenza alle sorti dell’umanità e dell’ecosistema, l’apatia o l’anomia, il restringere ogni scopo a tempi brevi e i risultati a spazi incerti, la distruzione del futuro e della speranza.
Separare la mente dallo spirito porta a un abuso tragico di pulsioni egocentrate, molto lontane da ciò che in India si chiama DHARMA, legge di giustizia universale, che si esprime in modo indifferenziato come legge del mondo e legge dell’uomo.
Chi ha perso la coscienza di sé ha perso la coscienza del mondo, è un separato, un alienato, anche quando tenta di trascinare gli altri nella propria alienazione, controllando la psicologia delle masse o il sistema finanziario o la diffusione delle informazioni o le risorse.
La scienza è un codice che legge la natura dall’esterno, ma vi sono altre vie di conoscenza che incontrano la natura dall’interno e la percepiscono in un atto simbiotico. In fondo nulla viene conosciuto come ciò che viviamo dal di dentro.
Dice Gibran: “E l’uno all’altro, e ognuno a se stesso,/ Fino al giorno in cui tu parlerai e io ascolterò,/ E penserò che la tua voce sia la mia,/ E quando mi alzerò davanti a te/ Penserò a me stesso di fronte ad uno specchio“.

Agli inizi del 1900 un sensitivo torinese, di nome ROL, fissando in una vetrina un mazzo di carte da gioco rovesciate, intuisce di colpo la relazione tra la frequenza del ‘verde’, la nota musicale ‘fa’, e certi atti di trasformazione mentale e fisica insieme, impossessandosi della capacità di modificare forme e colori con un moto della mente. Il veggente di Torino comincia a trasformare la materia da un mazzo di carte, ‘vede’ con gli occhi della mente il dorso verde, verde, ma il dorso è nero. Possibile che non abbia riconosciuto questo colore? Continua a sentire il verde che vibra nella sua testa e si rende conto che la sua vibrazione corrisponde a quella della quarta nota musicale, elementi che insieme irradiano calore. La sua sensitività nasce qui, dalla correlazione che il suo spirito stabilisce automaticamente tra colore, suono e calore. Lo stesso concetto lo ritroviamo nei Veda. Rol scrive: “Ho scoperto la legge che lega le vibrazioni cromatiche del verde e quelle sonore della quarta nota musicale a certe vibrazioni termiche: il segreto della coscienza sublime, la quale abbraccia le squisite intuizioni che, attraverso l’ordine e l’armonia, conducono l’uomo alla percezione della propria identità spirituale“.
La percezione diventa di colpo da unitaria analogica, intuendo la connessione tra le energie e, perciò stesso, di fa chiave dello spirito, senza discontinuità.
Il verde è il colore della crescita, il colore della clorofilla, il fa è il suono della crescita, il suono che fa crescere le piante. Nell’universo alchemico colore-suono-calore sono termini analoghi, sulla stessa frequenza, e scoprirlo significa penetrare i segreti della vita e aprire canali superiori, rendendo lo spirito attivo e creatore.
Dopo quel flash di consapevolezza, Rol diventa capace di sintonizzare la sua mente sulla frequenza voluta e operare cambiamenti nella materia, come un illusionista o un cantante che può posizionare la sua voce su note diverse.
Il principio base della ricerca è intuire che vi sono leggi per la formazione di tutte le cose e che l’uomo, se le penetra, può accelerare i processi che fanno giungere a compimento la natura.

Da secoli e millenni gli alchimisti, cercatori solitari della materia come dell’anima, esercitano la loro arte misterica e mistica. L’alchimia è una vocazione che attraversa i tempi. L’approccio alle loro intuizioni può essere difficile per noi se ci siamo separati dal valore unificante del simbolo, e impossibile quando esso non parla più alla nostra comprensione profonda.
Se abbiamo distaccato la materia dallo spirito faremo fatica a comprendere una scienza della natura dove materia e spirito sono una cosa sola. Dovremmo immaginare un uomo che sente tutto il mondo come una sola energia e intuisce che l’anima delle cose si muove parallela alla sua anima, manifestandosi attraverso simboli e visioni. Per descrivere i processi della natura, quell’uomo userà il linguaggio del suo inconscio.
La maggior parte dei testi alchemici riguarda la metamorfosi delle energie e l’alchimia, più che una scienza, sembra un percorso iniziatico, in cui il linguaggio simbolico dei processi è simile al linguaggio dei sogni e realtà fisica e psichica si confondono.
L’alchimia connessa ad esperimenti materiali compare in Occidente nel tardo Medioevo (in Cina molto prima), ma l’alchimia come trasformazione delle energie connessa al sacro è molto più antica.

Nella Grecia classica i misteri eleusini o orfici selezionano i fedeli con riti iniziatici affinché gli eletti raggiungano la rinascita. I riti si basano, in genere, sui miti di Demetra, dea delle messi, la cui figlia Proserpina viene rapita dal dio degli inferi e sprofondata nell’Ade. Il mito spiega in forma simbolica la resurrezione della natura dopo il gelo invernale e il fedele la riattiva in sé come resurrezione interiore. Abbiamo visitato questo mito quando abbiamo parlato dell’archetipo morte e resurrezione. Noi viviamo in parte come morti, terre invernali, e vorremmo svegliarci, cioè passare alla luce, a una vibrazione più alta di vita, a una frequenza superiore. Il rito è la via per arrivare a questo.
La magia rinascimentale persegue lo stesso scopo ma ha perduto il furore religioso. Nel mondo sacro antico, gli eletti sono coloro che risalgono la scala frequenziale, in successive trasformazioni, finché diventano i ‘risvegliati’. La scala della consapevolezza è spirituale a attiva miracoli. Dentro e fuori si corrispondono. Colui che sa, alla fine, crea, diventa tutt’uno con ciò che trasforma. Passa dall’immagine parziale all’essere totale. Da strumento di modificazione diventa energia modificata.
Il processo alchemico è una via di autocoscienza, che purifica e sublima dentro come fuori, sollevando da uno stato di offuscamento fino all’illuminazione.

Ci sono molte vie per crescere in se stessi, ci sono vie attraverso le opere, e vie attraverso la conoscenza ma nessuna via è buona se non è una via dello Spirito.
Come dice lo stregone a don Juan:” Per me c’è solo il viaggio su strade che hanno un cuore, qualsiasi strada abbia un cuore. Là io viaggio, e l’unica sfida che valga è attraversarla in tutta la sua lunghezza. Là io viaggio guardando, guardando, senza fiato: «Para mi solo recorrer los caminos que tienen corazon, cualquier camino que tenga corazon. Por ahi yo recorro, y la unica prueba que vale es atravesar todo su largo. Y por ahi yo recorro mirando, mirando, sin aliento.»
Poiché l’uomo è riverberato da ciò che fa, se risana è guarito, se migliora è migliorato, se purifica è purificato, se trasforma è trasformato. Il percorso che toglie le scorie all’oggetto naturale per raggiungerne l’essenza si riverbera in lui. Ogni atto che egli compie è energia di cui si nutre, perché lo attiva nel profondo.
Così, attraverso la vita che modelliamo fuori, modelliamo l’anima dentro.
È come se esistesse un piano di energia assoluta, informazione pura o informazione in sé, ENERGIA IMPLICATA, e piani manifesti, energia fuori di sé o ENERGIA ESPLICATA. Ma è sempre un unicum.
Prima delle cose c’è la configurazione, prima della configurazione c’è l’informazione ed essa ha natura ideale, come aveva intuito Platone.
I modi dell’energia vengono prima delle cose manifeste. Ma la nostra fisica ancora non li coglie, fermandosi alle mere apparenze, si basa sui sei sensi primari che comprendono anche la mente, non applica il senso superiore che apre l’anima; guarda l’apparenza materiale del mondo, non tocca la sua realtà segreta.
Usando i primi sei sensi, l’oggetto si separa dall’io e l’evoluzione è solo orizzontale. Aprendo l’occhio dell’anima, si aprono sensi superiori che annullano la distinzione dell’oggetto con l’io e inizia una evoluzione verticale, perché più lontani si è dal Creatore, più il mondo risulta diviso e disarticolato; più vicini si è al senso unitario del mondo, più la realtà appare unita.
L’alchimista considera il suo rapporto con la natura come un abbraccio, in cui entrambi, la sua anima e l’anima della natura, celebrano le nozze sacre ed evolvono insieme. In queste nozze, energie contrapposte si uniscono e diventano una cosa sola. Ciò che accade non è più un’operazione materiale sulla materia, ma un’operazione spirituale e fisica sullo spirito-materia del mondo.

LA PURIFICAZIONE

Il maggior numero di porte si apre dall’interno
(Da ‘Il mattino dei maghi’, di Pauwels e Bergier)

L’alchimista inizia il processo come il fedele inizia il rito. Davanti a lui e dentro di lui è la materia offuscata, il fattore oscuro della natura naturata, manifestazione parziale e incompleta, lontana dalla creazione, mentre l’energia che crea è natura naturans, forza attivante che risale le vie della creazione ed evolve verso il Creatore…

Vorrei inserire qui una mail che mi arriva da un sito di spiritualità. Il blog di Samina.

Forse bisognerebbe comprendere che tutto è inutile, e penetrare questa consapevolezza fino ad impregnarsene completamente.
Inutile come una foglia, un’alba o un tramonto – o un susseguirsi di stelle: allora e solo allora saremmo VIVI. A che servono fiori frutti stelle vento? A nulla: eppure ci sono.
Lasciare cadere: è questo il segreto.

La monaca Chiyono studiò per anni, ma non fu capace di trovare l’Illuminazione.
Una notte stava portando un vecchio secchio pieno d’acqua.
E mentre camminava solitaria guardava la luna piena riflessa nell’acqua del secchio.
Improvvisamente, la canna di bambù che sorreggeva il secchio, si ruppe, e il secchio cadde a terra.
L’acqua fuggì via, il riflesso della luna scomparve – e Chiyono trovò l’illuminazione.
E scrisse questi versi:
“In un modo e nell’altro
ho cercato di sorreggere il secchio
sperando che il debole bambù
non si sarebbe mai spezzato.
Improvvisamente il sostegno si è rotto.
Non più acqua,
non più luna nell’acqua,
il vuoto nelle mie mani”
Ecco come ne parla Osho, nella spiegazione del più significativo di questi racconti zen, dal titolo: « Né acqua, né luna ». « Va col vuoto tra le mani, poiché questo è tutto. Questo è il mio dono. Se riesci a portare il vuoto tra le tue mani, allora ogni cosa diventa possibile. Non portarti dietro i tuoi pensieri, la tua conoscenza, non portarti dietro niente di ciò che riempie il secchio, e che non è altro che acqua, perché altrimenti guarderai sempre e solo il riflesso, e nient’altro. Nella ricchezza, nei beni materiali, nella casa, nel prestigio, tu non vedrai che il riflesso della luna piena nell’acqua del secchio, mentre la luna vera è li, in alto, che ti aspetta da sempre. Lascia cadere il secchio, cosi che l’acqua sfugga via, e con essa la luna. Solo questo ti permetterà di alzar e lo sguardo e vedere la vera luna nel cielo; ma prima devi avere conosciuto il sapore del vuoto, devi lasciar cadere il secchio della tua mente, dei tuoi pensieri: non più acqua, né luna. Il vuoto nelle mani».
Lasciamo cadere la luna, perché possa tornare a nuotare, viva nel cielo.”

Il processo alchemico tende all’atto puro, essenza, o realtà senza scorie, ciò che è in sé essenziale e non frammisto, Essere allo stato originario, anima simboleggiata dall’Oro. Il processo è, allo stesso tempo, formazione e in-formazione, cioè via per giungere all’Essere nella sua purezza, e configurazione dell’Essere stesso, cifra conoscitiva della sua forma e elemento del suo mostrarsi.
Tuttavia, mentre nella fisicità dell’operazione c’è una certa regolarità che dipende dall’impeccabilità delle fasi per cui un risultato è prevedibile, qui la meta non è affatto certa. Il percorso è congruente al risultato e così ogni fase, ma ci sono molti più fattori instabili e indipendenti dall’operatore. L’atto di grazia o viene o non viene, ma difficilmente è derivabile dal soggetto o dall’oggetto, più spesso è una luce che abbaglia come per volontà esterna, imprevedibile, proprio quando sembra che tutto sia perduto.
L’energia risale, attraverso successive trasformazioni, dall’impuro al puro; l’umiltà e l’impeccabilità di ogni atto parziale porta al passo successivo, soggetto e oggetto si fondono, come due strumenti musicali che devono accordarsi.
La purificazione riguarda l’alchimista nella stessa misura della sostanza naturale. La natura è soggettiva o oggettiva solo in apparenza, in realtà si muove contemporaneamente come energia dentro di me e come oggetto in trasformazione fuori di me, specchio che si rispecchia.

In questo nostro libro che segue l’avventura di esistenziale e conoscitiva di Jung, siamo partiti alla ricerca dello specchio più chiaro prima nell’analisi della parte oscura in noi, poi nell’integrazione dell’ignoto dentro di noi, poi nel mistero più alto che ci trascende, ora l’alchimia ci insegna che, se nello specchio non vediamo tutto il mondo, non vediamo ancora niente. Lo specchio è la visione della totalità. Solo a quel punto l’ombra sarà dissipata e la creatura sarà pronta per il Creatore.

Certamente la purificazione può essere perseguita in molti modi:
-lavorando sul corpo fisico, come il fachiro o l’asceta (digiuno, postura, solitudine, virtù dell’animo, coerenza, valori etici… ),
-lavorando sul corpo mentale, come il filosofo, il matematico o il poeta (aprendo l’intelletto e oltrepassandolo con l’immaginazione attiva o facoltà di conoscere oltre il limite),
-lavorando sulla natura attraverso processi trasformativi che ne rispettino l’essenza, come fa l’alchimista o il giusto scienziato…
-lavorando sul corpo spirituale, come il santo o il mistico (con la preghiera, la contemplazione, la meditazione, il rito, la preghiera, il canto…),
-lavorando sul cuore, come chi compie opere di servizio sociale o volontariato, aiuta gli amici, è servizievole e accogliente, con la dedizione della propria opera o dei propri affetti.
Ma sempre ci sarà alchimia quando ci sarà unione e ci sarà evoluzione.
..
http://masadaweb.org

1 commento »

  1. le tue lezioni sono profonde e commoventi. Ti ringrazio per questo dono che fai all’Universo, Viviana 🙂

    Commento di samina — novembre 22, 2011 @ 9:22 pm | Rispondi


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