Nuovo Masada

ottobre 8, 2011

MASADA n° 1324 8/10/2011 ALCHIMIA LEZIONE 1

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Autore: Viviana Vivarelli

IL REBIS, LA COSA DOPPIA – COMPRESENZA DI MASCHILE E FEMMINILE

Guardiamo le tavole alchemiche che mostrano uno degli archetipi fondamentali dell’Alchimia: il REBIS ovvero la cosa doppia (res bis), la compresenza di Maschile e Femminile in uno stesso ente o comunque il rapporto universale tra l’energia maschile e quella femminile. Maschile e femminile compaiono come Sole e Luna, o Re e Regina, separati o riuniti in una stessa figura o rappresentati come due amanti abbracciati.
La compresenza di Maschile e Femminile può essere considerato diversamente a seconda del livello che scegliamo. Possiamo andare dal piano più grossolano a quello più sottile, al modo con cui l’energia come viene intesa nel mondo induista.

Possiamo iniziare partendo da un livello umano puramente sessuale, fisico, nella sua evidenza morfogenetica, ovvero la presenza in una stessa creatura di caratteri sessuali esterni distintivi di genere opposti: vagina, pene, testicoli, forma del corpo o del viso, qualità della pelle, voce, peluria ecc..
Da sempre nascono esseri umani, ognuno dotato di caratteri sessuali opposti: gli ermafroditi, e da sempre essi hanno destato interesse e curiosità (si pensi per esempio all’atleta sudafricana Caster Semenya, medaglia d’oro per gli 800 metri piani, che è piuttosto una pseudoermafrodita, in quanto all’interno del suo organo genitale, al posto di utero e ovaie ci sono i testicoli,

o alla tennista tedesca Sarah Gronert, nata con organi sessuali sia maschili che femminili e con una potenza fisica di tipo maschile dovuta alla presenza di ormoni maschili, e che poi è stata operata per diventare solo donna).

L’ermafrodita è una figura presente nel Pantheon degli dei, come divinità bisessuata, si veda il greco Ermafrodito, figlio di Ermes e Afrodite (Mercurio e Venere), che era amato da una ninfa e ottenne di fondere il proprio corpo col suo. Dell’Ermafrodita greco abbiamo una bella statua del terzo secolo a.C. nel museo archeologico di Istanbul.

Dunque parliamo di qualcosa che è sempre esistito.
Solo in tempi recenti questi doppi caratteri fisici sono stati corretti con la chirurgia plastica, gli ormoni ecc., così da ridurre o eliminare i caratteri del sesso non voluto e far emergere quelli del sesso prescelto, e, se pure la Chiesa rifiuta di accettare queste persone nella loro complessità sessuale, questa si è sempre presentata e addirittura può essere conservata e accentuata per motivi di commercio sessuale, come avviene per i trans.

In senso generale, sappiamo che tutte le cellule del nostro corpo sono sessuate. Tra i 46 cromosomi contenuti in ogni cellula, tra le cellule maschili ce n’è uno più piccolo, cromosoma y, che provoca delle variazioni nella produzione degli ormoni sessuali, con l’apparizione dei caratteri maschili già nel feto in via di sviluppo. Questi ormoni circolando nel sangue, modellano i caratteri sessuali del corpo sul piano morfologico e connotano diversamente il piano mentale e comportamentale.

Un secondo livello in cui si può considerare il Rebis, è quello psichico. Questa è una scoperta recente che si deve a Jung, il quale pone la cifra ‘due’ (conflitto e armonia) in tutta la sua ricerca e individua nella psiche umana la presenza ‘naturale’ di caratteri psichici maschili quanto femminili, anzi egli auspica che ognuno possa comunicare in modo armonioso con la sua controparte psichica, l’uomo con quella che Jung chiama la sua Anima, la donna col suo Animus, e ciò facendo si avrebbero non solo personalità più equilibrate ma un mondo sociale dove si smusserebbero i conflitti tra maschi e femmine, con una migliore complementarietà e integrazione tra generi. Insomma, per Jung, Maschile e Femminile sono due valenze psichiche presenti in ognuno e si dovrebbe fare in modo che nessuna delle due prevarichi sull’altra così da avere una personalità armonica col meglio di entrambe. I problemi nascono se ci sono squilibri o eccessi o se le due valenze psichiche non riescono a riconoscersi e a comunicare. A Jung il problema fisico sessuale non interessava e gli importava invece moltissimo di realizzare una armonizzazione l’uomo tra le sue diverse parti.
Per Freud, che pure è solo di 19 anni più vecchio, tutto questo è eresia. Freud risente del puritanesimo dell’ambiente austriaco, della matrice ebraica e del maschilismo biblico che sono le sue matrici culturali.
Le religioni del Libro, Islamismo, Ebraismo e Cattolicesimo, sono tutte basate su predominio del maschile. Freud costruisce una teoria psicologica interamente incentrata sul sesso maschile, sull’orgasmo e sulla paura della castrazione, e confessa di non riuscire nemmeno a concepire i modi di una psiche o di una sessualità femminile e tanto meno di un’etica delle donne, essendo la sua etica basata sulla minaccia della castrazione. Per Freud il problema del doppio sessuale, fisico o psichico, è risolto semplicisticamente con la condanna dell’omosessualità, considerata una patologia grave. E’ la stessa teoria sbrigativa assunta sia dal comunismo che dal nazismo o dalla morale cristiana.
In realtà le cose sono molto più complesse. E, per quanto non si sappia che Jung si sia occupato di pazienti con problemi di identità sessuale, pare evidente che per lui almeno la duplicità psichica non era una patologia ma la norma.

Ogni essere umano ha nella sua psiche valenze maschili e femminili. Questo in genere è vissuto bene dalle donne che non se ne fanno un problema, ma è vissuto male nell’uomo, a causa di condizionamenti sociali rigidi che tendono a penalizzare o emarginare chi non si adegua ai modelli ufficiali di machismo.
Una donna non ha alcun timore di apparire meno femminile se si veste da uomo o se affronta sport o professioni ritenute maschili, come il paracadutismo o l’ingresso nell’esercito o in marina, né teme che le sua affettuosità con le amiche siano scambiate per avance sessuali. Ma l’uomo deve difendere una immagine forte e omogenea accettata dall’ambiente sociale che teme costantemente di perdere. E qui purtroppo il costume, la massificazione dei costumi e il sistema cattolico hanno prodotto danni molto gravi, portando a forme di rigetto sociale estreme del diverso che arrivano fino alla persecuzione o alla violenza. Per frenare questi abusi, in quasi tutti i paesi europei l’omofobia è considerata reato, in Italia no, la dominanza della Chiesa ha impedito persino che la violenza causata da omofobia fosse considerata una aggravante. Negli Stati uniti questa discriminazione comincia ad essere rigettata e con Obama, oggi, gli omosessuali possono palesarsi persino nell’esercito, ma il cammino per l’accettazione sociale delle varianze sessuali è ancora molto lungo.
In ogni caso la valutazione dell’identità sessuale dipende dalla cultura. Il Cristianesimo ha creato nuove discriminazioni, demonizzando il diverso con lo stigma del peccato e complicando la situazione in modo inquietante. E questo perché la Chiesa ha utilizzato sempre la sessualità come uno strumento di potere e perciò non accetta di cambiare le sue valutazioni.
Prima del Cristianesimo, il mondo greco aveva conosciuto una stilizzazione molto particolare dell’omosessualità, addirittura comandata per costume, per cui essa non solo non era condannata ma addirittura era indotta con rapporti sessuali obbligati tra maschi adulti e ragazzi. L’adolescente che non aveva ancora la barba doveva fare la parte della donna nel rapporto amoroso omosessuale, così che gli uomini adulti si prendevano per amanti gli efebi preferendoli alle donne, come se offrissero loro un apprendistato all’ingresso nella polis. Poi, quando il ragazzo diventava uomo, gli cresceva la barba, si ingrossava la voce ecc., da amante passivo diventava un omosessuale attivo.
Se si pensa che in Iran gli omosessuali vengono uccisi e che la stessa persecuzione la fecero nazismo e comunismo, vediamo come le credenze culturali modifichino profondamente gli usi sessuali e come le valutazioni possano essere diverse in paesi diversi. Molto di ciò che concerne la sessualità, la famiglia, il rapporto tra sessi, la gerarchia di genere, è collegato alla cultura e ha poco di naturale.
Una volta imposti certi canoni sulla sessualità, ne discendono società diverse. Per cui il rapporto Maschile-Femminile dovrebbe essere valutato anche nei suoi risvolti sociali.

(Efebo)

Il Cristianesimo impose una società basata sul predominio del maschile, la dipendenza della donna, la demonizzazione della sessualità, la famiglia legittima come cellula fondamentale, il riconoscimento solo dei figli legittimi ecc. Ma non fu sempre così. Nei primi tre secoli della storia cristiana le cose andarono diversamente e, sempre parlando di Jung, ne dobbiamo accennare.

(Scene greche di omosessualità)

Un livello ancora superiore in cui possiamo considerare il contrapporsi di Maschile e Femminile, intesi come due funzioni, è quello mentale. Scoperte recenti (Mc Leane dopo il 1970) hanno comprovato che ognuno di noi ha due cervelli che funzionano diversamente, uno (l’emisfero destro) intuitivo e analogico, l’altro (quello sinistro) analitico e logico, detti appunto femminile e maschile. Anche qui l’armonia si avrebbe a parità di funzionamento (Einstein), e si ha invece disarmonia, squilibro, e patologia quando uno prevale troppo sull’altro, quasi a conferma del pensiero junghiano.

Abbiamo visto il piano fisico, materiale, psichico, mentale, vedremo poi quello sociale. Ma c’è un livello ancora superiore, quello metafisico, la considerazione del Maschile e Femminile come energie, valenze non più riferibili al sesso, alla psiche, alla mente o ai rapporti sociali tra uomini e donne ma a tutto ciò che esiste, all’intero universo, un Maschile e un Femminile visti come qualità universali. Qui si entra nella metafisica, secondo una lettura dell’universo esoterica e nell’Alchimia.
E’ questa lettura che viene fatta da molte religioni o che veniva fatta dai sistemi cognitivi antichi o nel pensiero anche scientifico cinese e indiano.
Ritroviamo queste due qualità sacralizzate nelle cosmogonie, nell’olimpo greco come nel Mahābhārata indiano, nel mondo antico egizio, o in tutte quelle famiglie di divinità che altro non sono che proiezioni di energie psichiche umane nel Cielo del Mito e del Sacro.
Il Tao è per eccellenza la filosofia in cui il Femminile e il Maschile, yin e yang, diventano due qualità metafisiche dell’esistente e Jung si ispirerà al Tao

Il piano dell’Alchimia è questo. Le figure che appaiono nelle tavole alchemiche si riferiscono a due qualità metafisiche dell’Universo: Sole e Luna, Re e Regina, simboli di un Maschile e di un Femminile archetipico, in cui il genere dei simboli è solo un indicatore qualitativo. Due modalità dell’Universo, simboliche ed eterne, archetipiche, che scaturiscono del linguaggio universale dell’Inconscio Collettivo, e possono presentarsi nei nostri sogni, nei culti, nei miti, nelle favole o nell’arte, così che l’ingresso nell’Alchimia serve anche a questo: a farci comprendere i messaggi dell’Inconscio Collettivo e ad evolvere col suo aiuto, perché queste immagini sono portatrici di energia e trasformatrici del profondo.

Abbiamo dunque accennato ad alcune modalità del REBIS:
– l’ermafrodita che presenta nello stesso corpo caratteri sessuali opposti.
– le nozze del Re e della Regina (che nella loro regalità indicano che si sta parlando di Energie Sacre) e invocano la necessità di una armonia
– l’essere umano diviso a metà tra Re e Regina, cioè tra Maschile e Femminile
– e infine l’essere umano a due teste, che è interessante, sia perché è una raffigurazione anche onirica molto antica, come tutto quello che emerge dall’Inconscio Collettivo, sia perché allude alle scoperte recenti dei due emisferi cerebrali: Ragione e Intuizione, e sia perché la doppia testa, che può comparire nei sogni, può indicare anche un’altra duplicità possibile: la mente che pensa in modo ordinario e la mente che pensa in modo straordinario, cioè la mente sciamanica.

Una delle mie allieve, una neurochirurga, Anna, ha svolto un cammino sciamanico che prosegue tutt’ora con l’aiuto dello yoga e della scuola sickh.
Sogna un telo bianco con riferimenti egizi su cui è dipinto un corpo con due teste, di capra e di cane. Lei ci mette una bocca e la trasforma in Hathor la dea egizia dell’amore. Anna è stata in Egitto, è rimasta colpita dalle divinità femminili, il suo figlio minore ha un vero culto per oggetti a forma di mucca e HATHOR era una dea egizia dell’amore e della maternità, il cui culto risale alla preistoria, rappresentata da una mucca, o in una donna che ha sul capo le corna del toro (o il quarto di luna) con al centro il disco solare (binomio Sole-Luna).

Hathor era la sposa di Horus, figlio di Iside e Osiride, la Luna e il Sole degli Egizi. Hathor è la Grande Madre, ed è una dea duplice, tanto che la chiamavano ‘la dea dai due volti dorati’, e questa duplicità con simboli animali è spesso presente nel mondo egizio. Hathor nel sogno viene associata alla capra (o ariete) e al cane. Anche Anubi, il dio egizio dei morti, ha la testa di cane e il cane (un tempo un lupo, cioè il mediatore tra mondo selvaggio e mondo umano) era considerato un animale psicopompo, un viaggiatore tra due mondi, l’accompagnatore delle anime dei morti nell’a di là, come il Cerbero, guardiano dell’Ade.

Il dio Solo o Amon-Ra sposo di Hathor, ha testa di ariete, è rappresentato da un ariete che regge il sole tra le corna ricurve. Nel tempio di Karnak c’è un viale affiancato da una lunga fila di sfingi con la testa di ariete. L’ariete più che una capra è il maschio della pecora.
In India la parola ‘capra’ vuol dire ciò-che-non-è-ancora-nato. Come il cane, anche la capra è un animale intermedio, che sta tra il mondo selvaggio degli istinti e quello domestico della casa ed è anche la guida psicopompa, o guardiano della soglia, che sta tra due mondi, così come nel nostro zodiaco l’ariete sta tra l’inverno e la primavera. L’ariete ha due compiti: tenere le ombre nell’Ade e impedire ai vivi di entrare nel mondo dei morti; è il guardiano tra conscio e inconscio, tra natura selvaggia e natura elaborata.
La capra-cane sta dove i due mondi si incontrano. La dea HATHOR rappresenta dunque la soglia dove lo sciamano incontra l’al di là. Anna mette una bocca alla sua immagine, cioè la attiva, la rende comunicante.

Il sogno parla della difficoltà di Anna a unificare le sue energie interiori, che nel sogno come nel mito vanno sempre a coppia, ma indica anche la sua missione. La doppia testa, cane e capra, le dice che il suo scopo non è solo di conciliare la sua parte Maschile con quella Femminile, la sua Ragione con la sua Intuizione, ma anche di sviluppare una mente magica.

L’animale a doppia testa è già comparso nei sogni di Anna. Ha sognato un pavone con due teste e le ho spiegato che in Birmania è il simbolo dello sciamano, indica che egli ha non solo una mente ordinaria ma anche una mente magica che gli permette di cacciare i demoni, così come il pavone, in natura, caccia i serpenti. Lo sciamano dunque ha una doppia testa. E questo doppio è un indicatore simbolico molto presente nell’Alchimia, così come duplici sono tutti gli archetipi.

INGRESSO NELL’ALCHIMIA ATTRAVERSO GLI GNOSTICI

Jung ebbe una vita molto lunga, 86 anni, in cui percorse una vera avventura spirituale, che era iniziata quando era ancora un bambino, molto maturo e già portato alla meditazione e all’introspezione. La ricerca psicoanalitica occupò in prevalenza i suoi studi ma si accompagnò a una crescita dell’anima, in cui egli gradatamente compose le sue antinomie per raggiungere una condizione di grande armonia interiore. Questa armonia era anche con l’ambiente, le piante, gli animali, le acque e tutte le energie del creato. Per questo lo chiamavano ‘il grande vecchio di Küsnacht’. In questa condizioni di armonia spirituale giunse, provvidenziale, la ricerca che occupò gli ultimi 30 anni della sua vita: l’Alchimia.
Alchimia vuol dire trasformazione, metamorfosi, crescita spirituale, materia grezza del piombo che si trasforma nell’oro filosofale. E in un certo senso tutti i passi della vita di Jung furono diretti a questa metamorfosi.
Così la storia di questo ricercatore d’anima non va considerata una dottrina, una teoria, e men che mai un manuale per vivere, quanto piuttosto un viaggio spirituale, un progresso evolutivo in cui dalla scienza (Jung era uno psichiatra) si sale sempre più verso la spiritualità.
Jung non fu solo un pioniere della psicoanalisi, fu un sensitivo, un veggente e uno sciamano e, nella sua ricerca alchemica, il mondo visibile e quella invisibile si congiunsero e si armonizzarono.
Egli fu uno degli uomini più intelligenti del mondo, e, nella sua lunga vita, si occupò di tutte le parti della conoscenza umana, anche se poco della sessualità e molto della metafisica..
Jung nacque nel 1875 e morì nel 1961. Attorno agli anni ’20, Jung entrava nella seconda metà della sua vita. Aveva cominciato la sua avventura conoscitiva occupandosi di casi psichiatrici nella clinica Burghölzli di Zurigo dove era diventato direttore, e da cui a 33 anni si era dimesso dedicandosi ai clienti privati, alle lezioni universitarie e alla ricerca interiore. Dal 1913, cioè dall’età di 38 anni, per 6 anni, Jung fece esperienza di viaggio sciamanico, sprofondando nel suo inconscio più profondo, e scrivendone nel famoso Libro Rosso, dove dipinse le immagini delle sue visioni. Era sempre stato un sensitivo ma questo viaggio sciamanico, che chiamò NEKUIA, gli aprì ancora di più le porte del paranormale. L’ingresso nell’Alchimia fu preceduto da alcuni sogni e da una forte esperienza paranormale.
Nel 1916, a 41 anni, per tre sere, l’altro mondo irruppe dentro di lui attraverso un dettato automatico. Il titolo era ‘I SETTE SERMONI DEI MORTI’, e in questo dettato appariva stranamente un personaggio di cui Jung non si era mai occupato e che era stato proprio soppresso nella storia della conoscenza, ma soprattutto nella storia della Chiesa. Il personaggio si chiamava BASILIDE, ed era un filosofo cristiano vissuto nel secondo secolo d. C.. Nel dettato automatico che Jung scrisse in stato di trance, Basilide gli parlava di una filosofia dei primi secoli del Cristianesimo, lo GNOSTICISMO, che ai suoi tempi era totalmente scomparsa. Questo dettato spinse Jung a studiare il cristianesimo dei primi secoli e i possibili contatti del Cristo con le comunità monastiche del suo ambiente, gli ESSENI, un gruppo di maestri spirituali che probabilmente il Cristo aveva frequentato, un gruppo ebraico organizzato in comunità monastiche, che poteva considerarsi come l’iniziatore della filosofia che poi fu detta cristiana.

Nel 1929, grazie al missionario protestante Richard Wilhelm, che aveva insegnato per 30 anni in Cina, Jung conobbe e studiò il testo fondamentale del taoismo cinese, l’I CHING, inoltrandosi nella simbologia del TAO e trovando straordinarie corrispondenze con alcuni concetti che gli erano arrivati come illuminazioni spontanee nella sua visione globale, che più che una teoria psicologica, era una visione filosofica, che comprendeva concetti come gli archetipi, l’inconscio collettivo, l’analogia, la sincronicità, il principio di individuazione, l’unione degli opposti…
In Cina il Tao aveva indicato il Maschile e il Femminile come le due energie fondamentali dell’Universo, che si esprimevano in tutte le cose e non dovevano essere viste come due poli nemici e contrapposti, ma come due energie complementari. Questa bellissima teoria che aveva avuto molte applicazioni nella scienza, nella medicina, nell’alimentazione, nella astronomia orientale.. non aveva poi avuto alcune realizzazione nella società, per cui erano perdurate le gerarchie di genere, che penalizzavano il mondo delle donne, emarginandole dal potere e relegandole a funzioni servili.
Con L’Alchimia i due mondi separati, il Maschile e il Femminile, cominciavano a riconoscersi e ad unirsi in nome di una visione superiore.
Per Jung, tutto questo aveva fatto parte di una produzione spontanea e autoctona, ma la correlazione tra il suo pensiero e quello orientale si era già chiarita, l’anno prima, con l’arrivo di un piccolo libro inviato da Richard Wilhelm, “IL SEGRETO DEL FIORE D’ORO”, che riportava il manoscritto di un testo cinese, dell’ottavo secolo d.C., che era un piccolo trattato di Alchimia taoista. Dunque l’Alchimia era entrata nella vita di Jung già nel 1928. Jung divorò il trattato e vi trovò la conferma di molte sue intuizioni come quella del mandala.

Cominciò pertanto a studiare l’Alchimia con una visione molto particolare, data la sua posizione di analista, e leggendola non tanto come una pratica chimica, farmaceutica, erboristica o metallurgica, per trarre oli essenziali dalle piante, trasformare i metalli, o scoprire nuovi farmaci, ma come una via di crescita interiore, in cui i simboli dell’inconscio collettivo si presentavano in un processo di purificazione dell’anima, processo che aveva molte analogie con la sua pratica psicoanalitica. Infatti Jung non era molto interessato ai problemi sociali, affettivi o famigliari dei suoi pazienti, che rilasciava alle sue assistenti, per riprendere poi queste persone e portarle avanti in un processo di evoluzione spirituale.
Notai ben presto che la psicologia analitica concordava stranamente con l’Alchimia. Le esperienze degli alchimisti erano, in un certo senso, le mie esperienze, e il loro mondo era il mio mondo…avevo trovato l’equivalente storico della mia psicologia dell’inconscio. Ora essa aveva un fondamento storico”.
Ricordiamo che, mentre a Burghölzli si era occupato soprattutto di schizofrenici, nella sua pratica analitica privata si imbatteva di solito in persone di una certa intelligenza e cultura, giunte a metà della loro vita, che avevano soddisfatto in qualche modo le esigenze primarie di lavoro, famiglia e successo, ma che, una volta risolti i problemi pratici generali, entravano in una strana inquietudine, come se cercassero un’altra meta al di là del banale adattamento alla vita. Era allora che potevano iniziare una grande svolta esistenziale innalzandosi ad una spiritualità superiore.
L’analisi con Jung si svolgeva così: inizialmente il paziente veniva ricevuto dalle sue assistenti che affrontavano i problemi personali e affettivi più contingenti, dopo di che Jung continuava il lavoro a un livello più alto, portando a galla gli archetipi, cioè le forme guida universali dell’anima, le grandi linee dell’energia.

Come tante volte era successo nei momenti di svolta della sua vita, Jung fu avviato allo studio dell’Alchimia da sogni premonitori.
Questa ricerca durò 30 anni e occupò in pratica tutta l’ultima parte della sua vita.
Ora il problema è che Jung non si era mai curato di essere divulgativo; a parte ‘I simboli dell’inconscio’, scrisse sempre i suoi libri solo per sé, come appunti di un pensiero in continua evoluzione, complicando la vita di chi voleva ridurlo ad uno schema preciso con definizioni chiare, e con l’Alchimia questa oscurità aumentò, perché egli iniziò una enorme raccolta delle tavole (disegni) alchemiche, senza curarsi di spiegarcele, per cui diventa ancora più difficile, oggi, ricostruire il suo processo di illuminazione.

Ma che cos’era l’Alchimia? Da una parte era stato il tentativo, prima della scienza materialista moderna, di costruire una scienza al ‘Femminile’, ispirata alla parte intuitiva o mistica della mente, una SCIENZA SPIRITUALE o ‘Simbolica’, che mettesse in comunicazione l’anima del ricercatore con l’anima della Natura, una ricerca che intendeva la Natura come una divinità intelligente, come l’avevano intesa e rispettata i primitivi, la GRANDE MADRE, una Dea, animata da energie sacre e in comunicazione con l’anima dell’uomo, concetto mistico che era presente nel mondo pagano e che la Chiesa respinse, per distinguersi proprio dal paganesimo, e che la scienza occidentale, in seguito, eliminò totalmente.
Per intendersi è lo stesso concetto di Natura che è vivente e sacra per un aborigeno australiano come un indiano Seminole o un indigeno guatemalteco. Ed è lo stesso concetto che rinasce nell’ambientalismo moderno, nell’ecologia, nella nuova visione di una Natura da rispettare e non da depredare, anche se ha perduto i suoi caratteri misteriosi e sacri.
Malgrado il rifiuto della Chiesa a comprendere la Natura e malgrado il riduzionismo materialista della scienza materialista, l’Inconscio Collettivo non aveva cessato di parlare, e aveva continuato a inviare i suoi simboli misteriosi attraverso i sogni, le intuizioni, l’arte, come simboli di archetipi e strumenti di trasformazione.
Accadeva ora un miracolo: negli anni ’30, uno studioso svizzero, di lingua tedesca, nato in un ambiente da una parte religioso perché la sua era una famiglia di preti, dall’altra impregnato di positivismo e materialismo, uno psichiatra intendeva ristabilire i legami tra la Grande Madre Naturale e il mondo psichico dell’uomo, i suoi sogni, le sue visioni, le sue intuizioni, all’interno di quel grande flusso di significati che sta nel profondo di ogni psiche e la unisce invisibilmente a tutte le altre e a tutto l’esistente, quel livello, intrapsichico e ultrapsichico che Jung chiama INCONSCIO COLLETTIVO.

L’inconscio, lo sappiamo, parla per immagini, i nostri sogni sono fatti di immagini e l’arte è essenzialmente figurativa. Jung, allora, cominciò a cercare i disegni, le immagini, i simboli pittorici, con cui gli alchimisti di ogni tempo, occidentali e orientali, avevano cercato di rappresentare le forze della Natura, intendendola come animata e in relazione con le energie della psiche.
Queste rappresentazioni, frutto di uno spirito visionario, avevano prodotto una enorme quantità di tavole dipinte che Jung raccolse da tutto il mondo, per dimostrare quello che lo aveva sempre interessato, e cioè che, al di là delle apparenti diversità culturali, c’è una base simbolica universale che accomuna tutti gli uomini ed è la matrice fondamentale di tutte le culture.
Nacque così la raccolta di tavole alchemiche di Jung, che fu la più grande d’Europa e la maggiore mai conosciuta.

L’uomo junghiano non è un uomo solo, isolato nell’universo, o adattato a un ambiente urbano, come vuole ogni teoria materialistica. Il suo universo filosofico raccoglie una serie infinita di corrispondenze, l’uomo con la natura, gli uomini tra loro, le civiltà e culture nel loro insieme, la psiche individuale con quella collettiva. Jung creò una grande visione metafisica che, con l’Alchimia, trovava il suo compimento.
Oggigiorno siamo effettivamente in grado di scorgere in che modo l’Alchimia abbia preparato la strada alla psicologia dell’inconscio: da un lato lasciando in eredità, senza volerlo, nella messe dei suoi simboli, un insieme di rappresentazioni simboliche che si rivela di inestimabile valore per i metodi di interpretazione moderni; e, dall’altro, indicando, con l’intenzionale ricerca di una sintesi, gli stessi procedimenti simbolici che riscopriamo nei sogni dei nostri pazienti. Oggi possiamo vedere come l’intero processo alchemico volto alla unificazione degli opposti può rappresentare anche l’itinerario di un singolo uomo verso l’individuazione, con la differenza non trascurabile che un individuo non potrà mai uguagliare, nella sua produzione simbolica, la ricchezza e l’ampiezza dei simboli dell’Alchimia”.

Uno dei primi punti dell’Alchimia era stata la riproposizione della Dea Madre: la Natura.
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(Prima lezione della quinta parte del corso di psicoanalisi su Jung, tenuto a Bologna dalla prof..Viviana Vivarelli e facente parte del libro “Lo specchio più chiaro”, pubblicato su internet)
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ALCHIMIA INDICE

Prima lezione
https://masadaweb.org/2011/10/08/masada-n%c2%b0-1324-8-10-2011-psicoanalisi-5-1-il-rebis-la-cosa-doppia-compresenza-di-maschile-e-femminile/

Seconda lezione
https://masadaweb.org/2011/10/11/masada-n%c2%b0-1326-11-10-2011-psicoanalisi-5-2-alchimia-la-riemersione-della-dea-esseni-e-gnostici-i-rotoli-di-qum-ran-dan-brown/

Terza e quarta lezione
https://masadaweb.org/2011/10/25/masada-n%c2%b0-1331-25-ottobre-2011-l%e2%80%99alchimia-globalita-e-interconnessione-%e2%80%93-le-leggi-dall%e2%80%99achimia/

Quinta lezione
https://masadaweb.org/2011/11/01/masada-n%c2%b0-1333-1112011-alchimia-lezione-5/
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http://masadaweb.org

13 commenti »

  1. Molto interessante e ricchissimo di stimoli. In questo momento regna un’immensa confusione sul Rebis e sulla conseguente individuazione: siamo come uno specchio in frantumi, in cui ogni frammento rispecchia l’unità ma nessuno si accorge del riflesso: si vedono solo i frammenti.
    A questo proposito mi piacerebbe condividere con voi una riflessione, mi sembra che sia in tema:
    http://domodama.wordpress.com/2011/10/09/pane-al-pane-e-latte-al-latte/

    Commento di samina — ottobre 9, 2011 @ 10:16 am | Rispondi

  2. Dare un nome alle cose significa e-vocarle, cioè chiamarle alla vita. Una cosa senza nome non esiste: e il nome non è soltanto un suono. E’ un senso. Il nome è il senso delle cose: le muove, come un’emozione; le fa percepire, a noi e in un certo modo a se stesse; le trasforma; le fa vibrare; le rende vive e vitali.

    Il nome consente di toccare le cose, di sentirle gustarle vederle aspirarne il profumo. Di riconoscerle.

    Il nome consente di essere: ci dona un’identità.

    Ora, in riferimento all’articolo apparso ieri su D di Repubblica in cui un uomo racconta il suo desiderio di allattare al seno (clicca qui), vorrei parafrasare il poeta Bruno Tognolini: lui dice che le filastrocche sono uccelli con due ali, quella del senso e quella del suono, e che queste ali devono equilibrarsi fra loro: la filastrocca non può prendere il volo se l’ala del senso è più lunga di quella del suono o viceversa. Aggiunge Tognolini nel suo saggio L’uccello con tre ali (che trovate qui): Le due ali di Senso e Suono sono importanti, ma evidentemente da sole non bastano a fare una filastrocca “bella”, cioè una filastrocca che rigenera le parole stanche e fa alzare in piedi la mente e la fa danzare. Evidentemente occorre una terza cosa. Forse c’è una terza ala, invisibile. Forse è una coda, che fa da timone. E purtroppo si può nominare solo nella lingua del gran mago Signor de Lapalisse.
    La terza ala invisibile delle filastrocche è la Bellezza.

    E che c’entrano le filastrocche?, vi chiederete. Beh, c’entrano, perché io quelle tre ali le vedo in ogni parola. Senso, suono e Bellezza (con la B non a caso maiuscola) rendono le parole alate, come diceva Omero. Alate come frecce con un ciuffetto di piume che le orientava nel volo e consentiva loro di essere dirette: dal cuore di uno al cuore dell’altro, passando attraverso la voce.

    Un-uomo-che-allatta-al-seno ancora non è una parola: forse perché non ha senso, non ha ancora suono, e nemmeno piume; è una parola che non vola. E come si fa a riconoscere una parola che vola? Vi faccio qualche esempio.

    I greci chiamavano il palato uranìskon: piccolo cielo. Già questo la dice lunga sul loro modo di battezzare le cose: le sentivano. Possiamo farlo ancora: sentire il palato con la lingua. E’ arcuato, proprio come il cielo – e qui, se lo facciamo risuonare, ci accorgiamo che per pronunciare la “c” di “cielo” abbiamo proprio bisogno del palato; sta in alto rispetto alla “lingua” – e quante volte abbiamo visto “lingue di terra”? Alcuni di noi, quando stanno in silenzio, tengono la lingua contro il palato: lo fanno naturalmente e non sanno che questa è una pratica per agevolare la meditazione; altri la lasciano pendere verso il basso; in ogni caso, ognuno di noi, nella propria bocca, coniuga cielo e terra, ma c’è di più.

    C’è di più, perché sappiamo che in cielo ci sono le stelle. Stelle deriva da stille: “gocce”. Per gli antichi, infatti, le stelle erano le gocce di latte che schizzarono fino al cielo quando il piccolo Eracle, in braccio alla madre, le diede una testata sul seno: nacque così la Via Lattea. Anche nel nostro piccolo cielo si formano quelle stelle, quando, appena nati, siamo alle prese con la nostra personale creazione del mondo. Stelle di latte a illuminare per la prima volta il nostro cielo delicato.

    E quelle stelle di latte che illuminano il cielo ci fanno essere felici. Guardate anche questa parola, pronunciatela: comincia con un soffio appena, poi gioca attivando proprio il nostro palato, un po’ più avanti dapprima e poi dietro, proprio come un bimbo che cerca per la prima volta il capezzolo e poi, trovatolo, lo schiaccia contro il palato; è pregna questa parola, ha una radice antica che risale alla notte dei tempi, quando anche l’umanità era neonata e spremeva fra le labbra il capezzolo del cielo. Quella radice, dhe-, aveva senso suono e bellezza: significava contemporaneamente ”allattare” ed “essere allattati”, e quindi – quindi perché gli antichi “neonati” tiravano le loro conclusioni senza tutti quei filtri mentali che utilizziamo oggi noi -, quindi da quella radice sono germogliate parole come “felicità”, “femmina”, “feto”, “figlio”.

    Un-uomo-che-allatta-al-seno non è una parola perché non sta né in cielo né in terra: non c’è, semplicemente. Un uomo che tiene il suo cucciolo stretto al seno e lo allatta col biberon e gli dona insieme a quel latte ogni tenerezza; un uomo che fantastica sui propri capezzoli come il giornalista autore dell’articolo citato (ma perché stimolarli col tiralatte??? ci sono modi meno meccanici per scoprire di averli!!!!) e vorrebbe nutrire di sé la propria creatura, quello sì che è bello. Ma stimolarsi il seno – senza un bambino, come lui stesso afferma, senza una compagna o un compagno, di cui non dice nulla -, beh questo non ha senso né suono e bellezza, è come cavar sangue da una rapa: diciamo pane al pane e latte al latte, va’….

    Samina

    http://domodama.wordpress.com/2011/10/09/pane-al-pane-e-latte-al-latte/

    Commento di Anonimo — ottobre 9, 2011 @ 12:13 pm | Rispondi

  3. ciao Viviana, ho cercato sul web il tuo libro Lo specchio più chiaro ma non lo trovo, puoi darmi qualche indicazione?
    Daniela

    Commento di Anonimo — ottobre 13, 2011 @ 6:05 am | Rispondi

  4. Ciao Daniela
    sei molto gentile, molti mi scrivono chiedendomi il libro, ma l’unico libro che vedi è quello pubblicato gratuitamente in Masada sul web o dato in forma di dispense agli allievi dei miei corsi, cioè ormai a un migliaio di persone. Con un po’ di pazienza riesci a stampartelo tutto gratis. E’ il mio regalo al mondo. Io non ho davvero i soldi sufficienti a farlo stampare, non lavoro più e non ho nemmeno una pensione, e non saprei proprio come farlo accettare a una casa editrice, tanto più che per me ciò comporterebbe altro lavoro se non spese, e poi per cosa? Ho un caro amico, che ha scritto e fatto pubblicare moltissimi libri sull’informatica o sul pensiero no global e non ne ha ricevuto un solo euro e un altro che riesce a farsi pubblicare libri fantasy che vanno per la maggiore, ma anche qui senza guadagno alcuno, la sua unica speranza è che da uno dei suoi libri facciano un film, perché allora ci guadagnerebbe ma è una speranza remota.
    Non è facile entrare nel mondo dell’editoria e ancora più difficile è guadagnarci qualcosa. A me va bene così, ho migliaia di lettori, ricevo migliaia di lettere entusiastiche e anche Masada con la sua media di 3000 letture ha più lettori di un piccolo giornale di provincia. Ho già la mia sodisfazione morale. Mi ci vorrebbe un editore che mi fa un’offerta economica, ma su un libro di 600 pagine e su questo argomento poco popolare dubito che possa mai esistere.
    Nel mio tema natale c’è la popolarità, ma quello ce l’ho già.
    Grazie comunque per la domanda
    saluti
    Viviana

    Commento di Anonimo — ottobre 13, 2011 @ 6:16 am | Rispondi

  5. Viviana, ti ringrazio! il tuo è un dono straordinario! Io sto stampando via via le tue lezioni, e leggerle è un piacere! Posso invitarti a Palermo a tenere una di queste tue lezioni? sarebbe bellissimo!
    Un immenso abbraccio,
    D.

    Commento di Anonimo — ottobre 13, 2011 @ 7:57 am | Rispondi

  6. Grazie, ricevo spesso richieste di tenere conferenze e un tempo dicevo di sì, ma solo a quelle a Bologna, ora dico di no a tutte, mi dispiace, ma non esco quasi più di casa. Faccio fatica a camminare e a muovermi e non saprei proprio come raggiungere la Sicilia coi pochi mezzi che ho.
    Grazie comunque
    Spero che il mio lavoro di tanti anni di studi abbia qualche valore anche così

    viviana

    Commento di Anonimo — ottobre 13, 2011 @ 7:59 am | Rispondi

  7. certo che ce l’ha: il tuo è un lavoro sull’Anima del mondo, e ci raggiunge tutti dall’interno. In questo momento così difficile le persone come te sono come Vestali che mantengono acceso il sacro fuoco. Non importa il clamore, solo esserci è importante, e tu ci sei.
    Daniela

    Commento di Anonimo — ottobre 13, 2011 @ 3:30 pm | Rispondi

  8. Che bel blog! complimenti! tante informazioni descritte con semplicita’ ed eleganza.
    E’ veramente un piacere leggerti!
    Grazie di cuore.

    Commento di Cinzia Bianchi — novembre 2, 2011 @ 10:55 am | Rispondi

  9. ciao Viviana,
    anche io sono appassionata di simbologia, oltre che estimatrice del grande C.G. Jung
    …e la sincronicità mi ha fatto approdare qui sul tuo meraviglioso blog…
    quello che mi piacerebbe, se me lo consenti è di dare uno sguardo al tuo tema natale – altra mia grandissima passione quella per l’Astrologia psicologica…e siccome in questo post fai un riferimento preciso…è la prima volta che lo leggo… – se ti fa piacere…vorrei soddisfare la mia curiosità finalizzata alla ricerca di fattori astrologici che inclinino alla simbologia e all’umanistica…
    grazie

    Rossella

    Commento di Rossella Leo — novembre 23, 2011 @ 12:15 pm | Rispondi

    • Bologna 1-4-1942 forse ore sei di mattina, non so bene

      Commento di MasadaAdmin — giugno 21, 2012 @ 12:23 pm | Rispondi

  10. Molto interessante, ma chissà perchè a me il Cristo appare come figura molto più tendente al femminile che al maschile…nonostante una morale che chiamerei più cattolica che cristiana. A tutt’oggi non sono convinta di conoscere il cristianesimo ab origine…molto di ciò che arriva sono deformazioni della cultura maschilista. Un’opinione….

    Commento di Mariarosaria — giugno 20, 2012 @ 10:27 am | Rispondi

  11. A Mariarosaria
    le valenze del divino sono sempre due, maschile e femminile. Anche io indulgo a pensare a un divino femminile in cui si incarna l’archetipo della madre. Anche gli angeli, che sono archetipi esistenti un po’ in tutte le culture, risentono di un genere. In questo caso ho sempre pensato ad angeli maschili, portatori della forza e della logica, per quanto le deva indiane siano invece angeli al femminile.
    ciao
    Vi

    Commento di MasadaAdmin — giugno 21, 2012 @ 12:18 pm | Rispondi


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