Nuovo Masada

marzo 22, 2011

MASADA n° 1275. 22-3-2011. JUNG 4- 10. ABBANDONO ALL’INCONSCIO – LA NEKUIA- IL POZZO – L’ORECCHIO E LA CONCHIGLIA

Filed under: Masada — MasadaAdmin @ 1:10 pm

(Questa lezione fa parte di una serie di corsi tenuti a Bologna dalla prof. Viviana Vivarelli, seguendo il suo libro “Lo specchio più chiaro”, camminando con Jung)

“Per me- disse lo stregone – esiste solo il cammino lungo sentieri che hanno un cuore. Lungo questo io cammino… E la sola prova che vale è attraversarlo in tutta la sua lunghezza” .
(Y la unica prueba che vale es attraversar todo su largo).
“E qui io cammino guardando, guardando, senza fiato”.
(“Y por hai recorro, mirando, mirando, sin aliento).
(Carlos Castaneda)

“Dal mondo intellettuale interno / prigioniera dei miei sogni / mi affaccio sull’orlo dell’altrove /…sciamanico è il mio viaggio / nell’origine di pura energia / Karmico il mio sentire / e nel propagar del tempo / i miei pensieri/ illuminate vibrazioni.”
(Licia Leonesi)

Riprendiamo la storia di Jung e l’inizio del suo viaggio sciamanico, la NEKUIA, l’ingresso nel mondo sotterraneo.
Prima di rivedere questo capitolo, l’inconscio mi ha mandato un sogno che ho vissuto con grande inquietudine quasi con terrore, come un avviso di pericolo. L’ho fatto 3 giorni prima, alle 4 del mattino e dopo non sono riuscita più a dormire. In esso si parla del rischio che si può correre scendendo nell’ignoto, rischio di non poter più tornare.

Dal bordo di una strada vedevo in basso un campo in riva all’oceano. La vegetazione era bassa e intricata come a cespugli fitti e impraticabili, ma, in una specie di radura centrale, vedevo strani prodotti marini, enormi conchiglie rosate leggerissime, quasi trasparenti, come grandi orecchie, dalle ondulazioni barocche e affascinanti. Scendevo infine nel campo perché volevo raccoglierle e ne prendevo una piccola e fragile, ma, nel tentare di tornare dal campo sulla strada, mi accorgevo che non riuscivo più a superare il dislivello ed ero rimasta prigioniera in basso. Sulla destra si inerpicava un sentierino tracciato da quelli che erano venuti prima di me e lo imboccavo ma finiva nel nulla e sopra di me lo strapiombo mostrava delle pietre a cui potevo aggrapparmi per risalire ma la spalla destra mi faceva troppo male perché potessi aggrapparmi. Così ero disperata. Ma a quel punto in cima allo strapiombo è apparsa la testa di Jung sorridente, con gli occhiali e un cappelluccio sul capo, mi ha porto la mano ma pensavo che non ce l’avrei mai fatta a prenderla. Invece, con un rapido balzo, mi ha riportato sulla strada. Al che mi sono svegliata di botto, molto impaurita per il gran rischio che avevo corso di non poter più tornare.

L’ORECCHIO
Di cosa è sinonimo l’orecchio? Uno degli ultimi messaggi a voce diretta disse: “Il sentimento del cosmo comunica con te con l’udito“.

Nel sogno dunque compaiono ‘l’orecchio’ e ‘la conchiglia’. E certe conchiglie sembrano realmente orecchie. Sul momento mi sembrava che il sogno fosse incomprensibile, poi, preparando questo capitolo, il senso di è dipanato.
Di cosa sono simbolo l’orecchio e la conchiglia? Abbiamo due simboli mistici e alchemici.
L’orecchio indica la saggezza dell’ascolto interiore, e la conchiglia, per Fulcanelli, simboleggia la pietra filosofale.
Il Battista battezza il Cristo versandogli sul capo l’acqua con una conchiglia.
La conchiglia è il simbolo del primo alito di vita e indica l’organo femminile e la generazione, in particolare la generazione della perla, che, come nella metamorfosi alchemica è la trasformazione della polvere in gioiello. Ma nel simbolismo cristiano il guscio della conchiglia è anche la tomba che racchiude l’uomo dopo la morte, prima della resurrezione. Vita e morte si confondono come sempre nell’archetipo si uniscono gli opposti. Ed ecco che la conchiglia si fa segno di trasformazione.
La conchiglia compare anche come emblema nel pellegrinaggio a Santiago (San Giacomo) de Campostela (il campo della stella). Qui i significati sono tradizionalmente molti. San Giacomo Maggiore, uno degli apostoli di Cristo, era un pescatore, e la leggenda dice che la luce di una stella indico un campo in cui furono trovati i resti del suo corpo, senza il capo, insieme a delle conchiglie. Ma chi faceva un pellegrinaggio al santuario costruito in suo nome, raggiungeva le coste atlantiche della Galizia e riportava una conchiglia che cuciva sul mantello come prova del suo viaggio, oppure ci si riferisce alla raggiera di linee della capasanta, simbolo delle infinte strade per cui si arriva a Dio.

http://t1.gstatic.com/images?q=tbn:ANd9GcTdLnM8xHqHR1o7dsNINLQ4bBRrymqCXjgAkNp9AK9RVRLsM5OWaQ

Ma perché le orecchie?
Un dio induista che rappresenta l’intelligenza cosmica ha orecchie che rappresentano le 4 direzioni dello spazio, e alle direzioni dello spazio si riferiscono, nell’orecchio, i canali vestibolari, che ci danno il senso dell’equilibrio e ci mettono in contatto con lo spazio esterno. Le grandi orecchie del dio elefante Ganesha hanno la stessa funzione. In Cina i saggi sono rappresentati con orecchie lunghe, segno di saggezza e immortalità, lo stesso Lao Tzu viene chiamato ‘grandi orecchie’, e in Africa ci si fora i lobi appendendo ad essi dei pesi con lo stesso scopo.

In India si dice che il saggio riesce a udire “i suoni inaudibili”, riflessi della vibrazione primordiale, come i mantra, o suoni dell’alfabeto sanscrito, che tentano di riprodurre il ‘verbo’ che dette origine al mondo.

Il Tao parla della misteriosa “luce auricolare”.
E sappiamo tutti che l’orecchio rappresenta un corpo umano in posizione fetale e che mettere gli aghi dell’agopuntura in certi punti è come metterli negli organi corrispondenti.
All’orecchio è assegnata anche una simbologia generativa, tanto che nel messale di Strasburgo è scritto “Sii felice, vergine Maria che concepisti con le orecchie”, in quanto si crede che lo Spirito Santo generò in lei come suono, il Verbo che dà origine a tutte le cose. Nell’Antico Testamento la potenza di Dio si manifesta come fuoco e come rombo.
San Paolo dice che la fede arriva all’uomo attraverso l’udito “fides ex auditu”. E nel sufismo islamico all’orecchio spetta l’ascolto mistico, quello del cuore (sam).
Ecco dunque il significato della frase arrivata a me per chiaroudienza: : “Il sentimento del cosmo comunica con te con l’udito“.

Il simbolo più noto e importante dell’induismo è un suono, OHM, da AUM (in Sanscrito O è una lettera composta dalla combinazione della A e della U) nell’induismo è una sillaba sacra, il mantra più importante e potente, paragonabile alla croce dei cristiani o alla luna crescente dei musulmani. Significa “Ciò che non ha inizio né fine”. All’om è attribuita un’efficacia psico-terapeutica illimitata. È considerato il seme (bija), o la base di ogni mantra. Om è il primo suono uscito dalla bocca del dio creatore Brahma. Il suo suono è la fonte di tutti i suoni. Rappresenta l’intera gamma dei suoni, tutte le possibilità di tutti i suoni che possono essere prodotti. “A” è il suono che può essere prodotto senza muovere o toccare lingua e palato, “M” e prodotto con le labbra chiuse. Tra questi due suoni esistono tutti gli altri. È pronunciato all’inizio e alla fine delle preghiere, canti, è usato anche nei rituali Buddisti e Jaina. Rappresenta numerose importanti triadi:
I tre mondi: la terra, l’atmosfera, il cielo.
Trimurti: Brahma, Shiva, Vishnu.
Tre veda: Rig, Yajur, Sama.

Devo ricordare, a questo punto, un episodio della mia vita universitaria (dopo l’abbandono di Matematica, feci Scienze Politiche e, dopo la prima laurea, feci anche Filosofia). Ai miei tempi e non so se anche oggi, i docenti erano dei semidei inavvicinabili, specie alcuni, a cui non osavamo rivolgere la parola tantomeno a lezione, che contattavamo solo col tramite degli assistenti, e davanti ai quali stavamo in religioso silenzio. Eppure durante la lezione di uno di questi luminari, uno sprezzante analista lacaniano di Milano, io mi alzai in piedi interrompendo di botto la sua lezione e dissi che lo vedevo dentro uno scafandro da astronauta che si inoltrava, vacillando, dentro un enorme orecchio. Immagino che analizzare i contenuti alieni e contaminanti di un paziente con gravi problemi psichici comporti l’uso di varie difese e sia come inoltrarsi in un territorio marziano e sappiamo che questo esplorazione di un mondo sconosciuto avviene mediante l’ascolto, ma la visione comportava l’avvertimento che, malgrado lo scafandro, l’analista poteva essere soggetto a una infezione psichica ed era già a un punto di stanchezza e recessione. E’ noto che certi analisti devono periodicamente farsi decontaminare andando a loro volta in analisi.
Io narrai la mia visione. Il professore non batté ciglio, e, quando ebbi, finito, riprese la lezione dal punto dove era rimasto.

La conchiglia è pure un simbolo molto antico che compare in culture diverse, connesso alle acque, alla fecondità, all’organo femminile e al mondo del’al di là, alla vita ma anche alla morte. La troviamo spesso nei quadri rinascimentali (Botticelli, Tiziano…) in mano o dietro la dea dell’amore. In Cina accompagna le effigi dell’imperatore in senso di prosperità. Per gli Aztechi il dio della conchiglia è il dio della Luna. E per i Maya essa indica il mondo sotterraneo o mondo dei morti. Può stare dunque benissimo in un sogno per indicare l’Inconscio Collettivo. La troviamo anche spesso nelle decorazioni dei monumenti funebri.

L’inconscio ci affascina, ma è molto pericoloso entrare nell’inconscio. Il mio sogno mi dice che è molto pericoloso entrare nell’inconscio profondo.
Lo scopo finale della vita è l’armonizzazione della psiche e l’integrazione delle nuove energie mediante amplificazione della coscienza fino a raggiungere il Sé. Jung tende a questo fine con approssimazioni graduali, in un incontro progressivo con i contenuti ignoti e una metabolizzazione costante dei loro valori energetici.
Questo cammino evolutivo in cui il conscio integra l’inconscio è appunto ciò Jung chiama PROCESSO DI INDIVIDUAZIONE. Freud dirige la libido del paziente verso l’esterno per un migliore equilibrio adattivo, Jung integra e riequilibra le energie coscienti e quelle inconsce in un gioco interiore, in cui la psiche individuale si proietta verso la psiche collettiva, o Io universale, in una crescita costante che è allargamento d’anima.
La totalità psichica è costituita da una parte cosciente, da un inconscio individuale e dagli apporti da un inconscio collettivo. Alla fine le tre parti si devono incontrare.
Una volta che l’uomo ha elaborato i contenuti del suo inconscio individuale, deve attivare gli archetipi che affiorano in lui attraverso i simboli universali. Essi arrivano nei momenti cruciali della sua vita per attivare i suoi comportamenti progressivi.
L’inconscio ci manda i suoi messaggi e noi ci chiediamo se possiamo anche interrogarlo.
Il canale che apre il viaggio all’esplorazione del mondo ignoto è l’IMMAGINAZIONE ATTIVA, una funzione quasi medianica da non confondere con la fantasia o semplice immaginazione, che è la capacità di costruire nuove rappresentazioni mentali combinando quelle che già abbiamo, mentre ciò di cui parla Jung è un canale particolare che ci apre alla visione dell’altrove, comunica con l’Inconscio Collettivo e ne trae visioni che creano un mondo nuovo, così come il dio egizio Ptah creava il mondo traendolo dalle immagini che aveva nel cuore.

jj

Le figure che scegliamo saranno la nostra guida o il nostro tiranno.
Mircea Eliade dice: “Il fantastico non è fuori dalla realtà come apparizione dell’impossibile ma esprime un contatto profondo con la realtà, come manifestazione delle leggi naturali, al di fuori del velo del sonno intellettuale (abitudini pregiudizi e conformismi)” .
E ancora: “Oggi le Immagini sono degradate. Sta al senso dell’uomo moderno risvegliare il patrimonio che ha in sé. Chi è privo di immaginazione è da compiangere come un infelice. L’immaginazione è importante per la salute, la felicità e la ricchezza della vita interiore. Quando questo canale si fa sterile, si entra nel dramma. Avere immaginazione significa godere di un flusso ininterrotto di immagini e godere il mondo nella sua totalità. Chi è privo di questo è tagliato fuori dalla realtà profonda della vita e dalla sua stessa anima” .

Siamo all’interno dell’esplorazione di un mondo di energia che fino a un certo punto può essere attivante e benefico, ma dopo una certa soglia (di qui l’immagine de I GUARDIANI DELLA SOGLIA) può diventare pericoloso.
Mi ricordo a questo punto di un altro sogno, che feci a 20 anni.

Forzata da mio padre avevo fatto un anno di Fisica e Matematica, per confermare quello che sapevo, e cioè che non ero portata per quel tipo di studi, ma cambiare facoltà comportava una lotta estenuante con un padre-padrone e riattivare tutto il mio dissidio profondo con lui. Poiché, al tempo, l’Università offriva una assistenza psicoanalitica gratuita, decisi velocemente di affrontare una analisi e mi capitò un analista freudiano così scostante a antipatico e così antitetico al mio modo di pensare che abbandonai l’analisi alla seconda seduta.
Avevo 20 anni e feci questo sogno.

“Ero con molte persone (molteplicità psichica), affacciata sul bordo di uno stagno che stava in basso come un pozzo, nero e vischioso come fosse di nafta (inconscio). Uno di noi propose di tuffarci ed ecco che eravamo tutti nudi in costume e pronti a buttarci (così come io ero pronta ad affrontare una analisi). Io masticavo una chewingum (quel po’ di psicologia che masticavo al tempo) e l’ho buttato nello stagno. Ma questo si è sollevato orribilmente come due fauci nere munite di denti aguzzi e ha divorato il chewingum. Così abbiamo capito di colpo che tuffarci in quel pozzo era molto pericoloso e abbiamo cominciato a scappare. Correvamo come pazzi in una landa piatta e desolata. E abbiamo visto che davanti a noi, praticamente nel nulla, sorgeva un altissimo cancello aperto e, se lo avessimo superato, saremmo stati in salvo, ma vedevamo i servi del Signore (i guardiani della soglia) che spingevano lentamente i due battenti per chiuderli e imprigionarci per sempre in balia del mostro.
Solo io riuscivo a salvarmi e a passare, perché “portavo sul capo un cappello con enormi fiori e rose a colori vivacissimi” E così “non poterono vedermi!

Ho tutt’ora difficoltà a interpretare quest’ultima parte del sogno..
Lo associo solo a un altro messaggio di chiaro udienza che diceva: “Tuo è l’entusiasmo!”

Ordinariamente, l’intero percorso psichico è un’oscillazione continua tra conscio e inconscio. Dentro di noi è un crepuscolo con variazioni di luce e di ombre, fuori è il mondo esterno, con le sue esigenze concrete. La nostra vita è un continuo adattarsi a tre luoghi fondamentali: coscienza, mondo esterno, mondo inconscio. Equilibrare il triplice rapporto produce la salute e la felicità, può realizzare meglio la sopravvivenza, può portare avanti l’evoluzione. L’oscillazione tra queste tre istanze può essere più o meno feconda e può salire a realtà più elevate, ma la crescita dovrebbe procedere con misura, per aggiustamenti progressivi. L’inconscio profondo esiste ma dopo un certo tratto deve essere avvicinato cautamente, proprio perché è un territorio vasto e inquietante che può produrre afflussi incontrollati, come nella psicosi, con rischio di sprofondare la coscienza nell’alienazione, nell’inflazione o nella follia.
L’inconscio collettivo è una realtà sovradimensionale in cui coesistono tutti i tempi e tutti gli spazi e da cui possono promanare avvertimenti e predizioni.

Abbiamo visto come, poco prima della seconda guerra mondiale, Jung attraversa un periodo di depressione in cui appaiono visioni profetiche che vengono dall’Inconscio Collettivo, il luogo dove tutto si sa. Le visioni lo sconvolgono. Queste fasi allucinatorie gli fanno temere una psicosi.
La ricerca sull’inconscio collettivo lo affascina e lo porta ad un punto cruciale dove ed egli sente di dover procedere oltre, con suo grande rischio, affrontando la discesa diretta nella propria interiorità più profonda. Un giorno prende la decisione suprema: cedere all’inconscio collettivo, sprofondarsi in esso e agire in sintonia con le energie oscure, sperando che esse non lo sommergano. Si lascia dunque andare a quello che chiama la NEKUIA, la discesa nell’Ade. E’ l’Io stesso a volerlo, per cui non ci sarà il franare squilibrante della coscienza che perde il proprio controllo ma una determinazione cosciente, come per un esploratore che decide di inoltrarsi in un territorio ignoto e pericoloso con la paura di non poterne riemergere. Dopo quella decisione, Jung diventa un viaggiatore sciamanico.
Il suo è un viaggio interdimensionale, attuato mediante la visione e l’allucinazione, un viaggio di veggenza, dall’indoeuropeo vid, che indica il vedere sovrumano.
Il salto dimensionale si realizza proprio quando la coscienza accetta totalmente il ‘non fare’, di abbandonarsi totalmente, di perdere tutte le sue coordinate, ciò che la sostiene e la supporta, ‘l’in sé’.

Jung decide di realizzare quella variazione di energia che lo trasporterà a un livello diverso, con un balzo psichico. Questo spostamento è avvertito da ogni sensitivo quasi fisicamente come un atto dinamico di trasferimento dell’energia, un movimento interno che apre un’altra finestra di realtà, come avviene a una radio quando cambia la sua lunghezza d’onda o come avviene in un sogno quando ci sembra di cadere. L’esperienza è immediata ma chi l’ha provata non può facilmente spiegarla agli altri. Solo chi sperimenta una volta può ripetere l’esperienza, come se avesse acquisito il controllo di una funzione interna, ma anche così non può spiegare o insegnare. In effetti anche nel mondo ordinario l’esperienza modificativa può essere approssimata lavorando sulle sue condizioni preliminari ma mai trasmessa, è il convergere di un insieme di energie sottili e indefinite che permettono di sintonizzarsi allo scopo e fanno sbocciare l’esperienza. Di colpo la coscienza si sgancia dal mondo sensibile o razionale e balza in altre dimensioni. Per indicare questa caduta, lo sciamano tolteco giustamente non parla di volontà ma di INTENTO. Mentre ‘l’intenzione ’ è un atto volitivo rivolto a un oggetto in una realtà percepita, ‘l’intento ’ modifica le coordinate stesse dell’io e dunque la sua facoltà di percezione. Il modo cambia il mondo, trasformando il soggetto.
In luogo dell’attività del controllo, della lucidità, della coscienza e dell’attenzione, occorre qui esercitare la passività, l’abbandono, la fuga dall’Io, la disattenzione, qualcosa che lo sciamano chiama INTENTO.
La volontà crea variazioni in questo mondo, l’intento apre la visuale su mondi diversi.
Nella psiche del sensitivo, intento e intenzione sono due condizioni polari. L’intenzione è una modificazione di realtà. L’intento è un passaggio che squarcia la realtà. Mentre l’intenzione si sostanzia in un fare, l’intento consiste nel non fare.
Potrebbe essere più chiara la differenza che passa tra rito e visione. Si possono eseguire riti senza spostare la coscienza. Viceversa la coscienza può fare balzi visionari indipendentemente dal rito. Il rito è una tecnica per favorire con oggetti al di qua il passaggio al mondo al di là, come un percorso di corteggiamento, una sequela di eventi propiziatori. La visione è l’esplodere del passaggio, il balzo compiuto. E tuttavia il rito può servire ad aprire la visione come metodica, purché compiuto con ripetitività, automatismo, distacco, spersonalizzazione, quando insomma avvenga al modo del non fare e del non essere.

Sul ‘non fare ’, o tecnica dell’abbandono, che implica spersonalizzazione e disidentificazione, il tolteco Don Juan racconta del guerriero spirituale che si confonde con l’ambiente, diventando esso stesso natura; la full immersion come partecipazione trasformativa, in cui si cessa di essere ciò che si è per diventare Ciò Che E’.
Se il cacciatore è vigile e fremente, se è proteso alla caccia, l’animale lo fiuterà immediatamente e fuggirà. Se invece egli si farà natura, se cesserà di essere se stesso per mimetizzarsi nell’ambiente circostante, l’anima non lo fiuterà come un diverso e si lascerà avvicinare. Così è l’ignoto. Per avvicinarlo, occorre cessare di essere se stessi, e quanto meno saremo noi stessi tanto più saremo pronti ad avvicinare l’ignoto. Solo che questa fuga da se stessi comporta l’estremo pericolo di non poter più tornare: la perdita di sé, la pazzia, la psicosi, la schizofrenia, il coma…
Ognuno di noi è fatto di una sostanza che partecipa dell’assoluto e di una sovrastruttura che ci identifica come persona; siamo sostanza infinita entro una scorza limitata; normalmente siamo magnetizzati dalla seconda, ignorando la prima; percorrere una via di spiritualità consiste nel dissipare la sopravveste finita dell’ego per espanderci nell’infinito, l’energia che sta in sé e l’energia che sta in tutto; lasciata la prima, si apre l’accesso a una prospettiva ignota. La vigilanza della coscienza deve staccarsi per produrre l’espansione dell’inconscio. Il suo limite è il suo supporto e la sua chiusura. Quando l’io cessa di sussistere nel proprio limite, si apre uno spazio che attrae sostanza infinita; la configurazione dell’uomo terreno scompare per un punto di visione aperto sull’altrove, come una frequenza ristretta che, escludendosi, apra la frequenza infinita. L’esempio migliore è quello di un magnete: la vita separata è come un magnete che tiene il frammento metallico avvinto a sé, nella visione il frammento si stacca dal magnete e diventa libero di esplorare l’universo.
Ciò che appare, allora, può avere un senso individuale, oppure può avere un senso collettivo se il viaggiatore sciamanico si attiva per conto di una comunità.
Nel caso del soggetto chiuso in sé e per sé possiamo avere l’estasi o l’en-stasi (samhadi), stato modificato che apre alte conoscenze ed esperienze.
Nel caso dello sciamano di gruppo abbiamo invece una dilatazione della coscienza per trarre previsioni sul futuro o aruspici collettivi.
Nel caso di un sensitivo, possiamo arrivare allo “sguardo di lato da sé” che vede l’intera vita del soggetto che gli sta di fronte come sospesa in un tempo fuori dal tempo, come io ho fatto per un ventennio.

I miei due sogni mi dicevano che c’era del pericolo nella discesa nell’inconscio.
La tecnica che Jung attiva per penetrare l’inconscio collettivo non può essere intrapresa da tutti perché l’immersione comporta un pericolo di psicosi o di disgregazione psichica, in quanto la condizione preliminare del viaggio è la destrutturazione dell’ordine psichico e questo non è da tutti sostenibile, e implica un annientamento della sopravveste personale simile a quello delle tecniche tantriche che p un vero e proprio sradicamento da tutte le nostre sicurezze.
Jung vede bene i pericoli della sua scelta ma decide lo stesso di dare inizio all’incredibile viaggio. La NEKUIA è la meta della sua vita; come se ogni tappa del suo esistere portasse a questo, partendo da quelle prime meditazioni di bambino, seduto sulla pietra.
Il termine Nékuia è greco, letteralmente vuol dire Viaggio al termine della notte, generalmente in letteratura viene usato per indicare la discesa agli Inferi di Ulisse nell’Odissea, o di Eracle, Orfeo, Teseo insieme all’amico Piritoo ed Enea.. La nekuia è anche chiamata Catabasi (letteralmente discesa dal greco kata=giù e bainein=andare).
Ricordiamo che i Greci avevano due religioni, una, olimpica, essoterica, ufficiale col pantheon degli dei che conosciamo, al’altra, molto più antica e antecedente la discesa degli Arii, legata agli antichi culti mediterranei delle Dee Madri, costituita dai riti misterici, come i misteri orfici, legati alla figura di Orfeo e Dioniso, o i misteri eleusini, legati alla figura di Demetra e Persefone.
Di nuovo ritroviamo come simbolo della dea Madre, insieme alla falce di Luna, anche la conchiglia.

Le esperienze di sogno ordinario, sogno lucido, visione e allucinazione vedono dunque Jung come osservatore ‘passivo’ dell’altra realtà, ma un giorno egli prende la decisione di entrare nella dinamica profonda delle energie, offrendosi ‘volontariamente’ e ‘lucidamente’, come ‘natura in trasformazione’. Considera questo salto sciamanico un esperimento scientifico, un vero atto di empirìa. Come lo scienziato usa il metodo obiettivo per osservare dei batteri su un vetrino, così egli usa un canale più profondo per immergersi nel mondo dentro di sé, al di là del ristretto campo coscienziale, nel territorio alieno dell’ultra-coscienza.
Jung si getta nel pozzo.
Posso qui sottolineare l’analogia del pozzo che ci porta al mondo sotterraneo (vedi il Ka di cui si è parlato in precedenza) col tunnel o canale di energia spiraliforme che ci porta al mondo dell’al di là (hereafter, come lo chiamano gli inglesi, il mondo dopo qui).
Appena Jung inizia questo viaggio da entronauta, subito ne risulta modificato, perché tuffarsi nel pozzo dell’energia produce una metamorfosi.
Lo sciamano è dunque il viaggiatore modificato, perché non si può viaggiare nell’Essere senza essere trasformati nel proprio essere. Offrendosi all’energia, Jung si prepara ad essere divorato.

E’ il 13 dicembre del 1913, Jung ha 38 anni, età fatidica della vita in cui le energie o entrano in crisi o fanno un balzo verso l’alto, egli abbandona ogni cautela e si lascia andare, è nel suo studio, solo, senza la protezione di un tutore psichico o di un maestro spirituale. Se tutta la sua storia lo ha visto come esploratore dei regni intrapsichici dei suoi pazienti, in quel fatidico giorno la sua esperienza diventa ancora più profonda, in quanto egli si abbandona al fiume impetuoso del proprio inconscio, sostituendo al controllo della coscienza l’accettazione della possibile metamorfosi, libera la Forza, temendo una potenza caotica e devastante, unica via per penetrare il mondo primordiale. Ed ecco che di colpo esplode davanti a lui una ridda di immagini, allucinazioni frenetiche ed intense, che lo stordiscono in veri e propri assalti coscienziali. Resta travolto dalle emozioni ma osserva tutto febbrilmente annotando ogni dettaglio, espresso “nel linguaggio elevato, patetico e perfino ampolloso” degli archetipi, “stile fantasioso che mi dà ai nervi come un coltello che sfrega sul piatto“. La fuoruscita dell’inconscio è così violenta che si esteriorizza in percezioni esterne vivissime, per cui a volte sente le parole con le orecchie (allucinazioni auditive), a volte egli stesso le bisbiglia con le labbra (invasamento), gli appaiono oggetti realissimi con esplosioni vivide di colori, come sotto l’effetto di una droga. Come psichiatra sa che l’esperienza è pericolosa e tuttavia offre tutte le percezioni; è atterrito da visioni terribili o bizzarre, ma sente che ‘deve’ restare nel territorio alieno e misterioso che sottostà ogni uomo. Cedere totalmente e volutamente nel pozzo dell’inconscio è come cedere al caos.
L’atto iniziale è difficile, non basta volersi abbandonare, occorre lasciare ogni difesa conservativa della coscienza, con uno sforzo quasi contro natura, disancorarsi da se stessi. Aggrappato alla scrivania, comincia a sprofondare in una voragine, in un buio inesorabile, cade a balzi, 10 metri, 30 metri, 100 metri… poi i suoi piedi raggiungono una massa soffice, viscida e nera:

Ero immerso nel buio, all’ingresso di una caverna dove c’era un nano, entrai guadando un’acqua gelida fino ai ginocchi; in fondo alla caverna presi da una roccia un cristallo rosso, aprendo una cavità, sotto vidi un corso d’acqua su cui galleggiava il cadavere di un giovinetto biondo ferito al capo. Di colpo arrivò un gigantesco scarabeo nero e infine apparve un sole rosso abbagliante. Volli porre la pietra sull’apertura ma ne sprizzò sangue.”

E’ precipitato in un abisso cosmico. La sua visione evoca un dramma epico di morte e resurrezione. Sono apparsi tre elementi simbolici: l’eroe, lo scarabeo, il sole. L’eroe è Sigfriedo, ed è lo stesso Jung giovane, il protagonista del suo mito personale, la dimensione epica della sua psiche giovanile come prima personificazione del Sé. L’inconscio gli dice che, per andare avanti, occorre che il mito dell’eroe muoia, lo scarabeo indica la morte del primo archetipo e la resurrezione. Una fase della sua evoluzione è finita, un’altra sta iniziando.
La psiche nuova esige che si dissolva la prima identificazione, la dimensione eroica che guida ogni giovane. Sigfriedo è la volontà epica e ardimentosa, ora essa, ferita alla testa, deve cedere al tempo nuovo ed essere portata via dalle acque oscure dell’inconscio. L’energia cercherà un nuovo mito. Per evolvere bisogna morire a ciò che si è e rinascere in una forma nuova. Il sole abbagliante (cristallo rosso) segna l’inizio del cambiamento. Sole e cristallo indicano la prima fase della trasmutazione. La fase è rubra, come sono rossi i chakra inferiori e come è rossa la prima fase della trasformazione alchemica. rossi i chakra inferiori e come è rossa la prima fase della trasformazione alchemica. Sigfriedo è la volontà giovanile, l’azione eroica, il dio-eroe che vive nel motto: “Dove c’è una volontà, c’è una via”, spinto da pulsione e passione, la volontà ardimentosa e istintuale, che deve essere abbandonata, perché nella nuova fase occorre incontrare identità nuove e non più con la forza della volontà; solo così il nano, guardiano dei tesori del profondo, potrà aprire la caverna dell’inconscio. La visione dice a Jung che, se vuole intraprendere una via iniziatica, deve sacrificare la dimensione giovanile e volitiva dell’io e andare oltre. La vita è una successione di morti e rinascite psichiche. Ma lo sciamano deve conoscere la morte e la rinascita, sarà un nato due volte. La morte non è il cessare della vita, ma il passaggio a una forma di vita progressiva. Lo sciamano si evolve attraverso progressive morti e resurrezioni, che non sono solo fisiche o psichiche ma spirituali, cioè attraversano sostanziali cambiamenti di coscienza con successivi ampliamenti di percezione.
Il dio-eroe rappresenta il mondo audace e intraprendente, basato sul coraggio e la baldanza giovanile. Se i primi 19 anni della vita si sostanziano nell’apprendimento, i secondi 19 anni sono volti all’eroicità, ovvero allo sviluppo della volontà. Ma chi vuole diventare sciamano, ovvero uomo di conoscenza, deve fare un terzo passo, abbandonando la volontà per arrendersi alla Forza. Mentre la volontà promana dall’ego (Terzo Chakra), la Forza è “l’allargamento del cuore”, il quale non comanda ma riceve e irradia, è l’ascolto del cuore saggio, come nell’orecchio mistico sufi il sam o soffio divino, è la conchiglia che ascolta il rumore del mare, cioè il suono dell’Energia infinita.
Si deve passare da una fase volitiva ‘sul’ mondo a una fase di ‘accoglienza’ del mondo. Come diceva il mio ultimo messaggio di chiaroudienza “Il soggetto deve diventare l’oggetto”. L’egocentrismo deve cedere all’universalità (Quarto Chakra). E non è un passo da poco. Ci vuole un enorme coraggio per rinunciare alla propria volontà e alla propria razionalità, che sono i sostegni più forti dell’ego. Ma solo così la parte profonda dell’inconscio può produrre la nuova rigenerazione evolutiva .
Nel mito nibelungico, come in altri miti, il nano sta a guardia del tesoro perché i nani delle leggende sono i custodi dei tesori del mondo sotterraneo, i custodi del profondo.
Lo scarabeo, che segue la visione dell’eroe morto, è un simbolo di resurrezione.
Gli egizi avevano un nome per ogni posizione del sole e il sole all’alba era kepher, il nome dello scarabeo. Uno scarabeo di giada era posto sul cuore della mummia del faraone per accompagnarlo alla vita eterna. Mentre il sole rosso è il sole morente, lo scarabeo è il sole nascente. La visione si apre dopo il sollevamento del cristallo rosso, il suo significato arriverà a Jung più tardi, attraverso l’alchimia medievale, e rappresenta la prima cristallizzazione della vita, la fase primaria della trasformazione alchemica. Il ROSSO, notturno, centripeto e sotterraneo, è il colore del fuoco centrale, dell’uomo come della terra (scendere all’interno di sé è come scendere all’interno di un vulcano), il fuoco scioglie ogni sostanza nel crogiolo o forno, la materia grezza viene liquefatta dal calore e purificata dalle scorie per trovare una nuova purezza: Il Rosso è il mistero vitale, nascosto nel fondo delle tenebre, l’energia profonda dell’anima, la conoscenza esoterica negata ai non iniziati, la scienza occulta che nei Tarocchi compare nelle vesti carminio di Papessa, Eremita e Imperatrice, la prima materia che si scioglie e purifica affinché l’essere possa cambiare natura. Il materiale grezzo ferroso, fatto liquido e rosso, abbandona le sue scorie per fare emergere l’oro, l’essenza, il sole alchemico. La cristallizzazione rossa è la forma inferiore del processo, quella aurea la fase finale, ma la trasformazione costa sangue e vuole la morte di ciò che era prima. Se non morirai a ciò che sei, non potrai diventare ciò che puoi.
Il rosso matrice ha, nel corso della morte iniziatica, un valore sacramentale. Gli adepti dei misteri di Cibele scendevano in una fossa aspersi col sangue rosso di un toro o montone. L’Oceano di porpora e il Mar Rosso dei Greci rappresentavano il luogo simbolico della trasformazione, dove la vita confluisce nella morte, e in molte società segrete l’iniziazione comporta un rito di sangue o impone vesti di porpora.

Sedici anni dopo, Jung scriverà la prefazione di un libro di oracoli, l’I Ching, ed estrarrà un esagramma molto adatto a lui, ‘il crogiolo ’, indicante che il compito della sua vita era proprio quello di essere un recipiente di trasformazione, propria o altrui, un athanor o coppa, luogo eletto dove le energie gradualmente si purificano.
La visualizzazione che Jung induceva per attuare lo sganciamento dalla coscienza proveniva, come abbiamo visto, in parte dallo yoga, di cui Jung era praticante. Cominciava appunto con un profondo rilassamento yoga fino a non avvertire più alcuna parte del suo corpo e rendere vacua la mente. Immaginava poi di scendere in un baratro o cratere, con salti progressivi: 100 m, 200, 300…, come fosse diventato un perfetto e spersonalizzato strumento di osservazione che annotava attentamente tutto ciò che compariva e accadeva. Il rito del cadere in un abisso rendeva percettivamente il distacco progressivo dalla propria coscienza fino a diventare un puro punto di visione.
Fino a quel momento la psicologia si era occupata del comportamento visibile esterno dell’uomo, poi Freud aveva ipotizzato un primo strato inferiore della psiche, o inconscio individuale, ora Jung, come uno speleologo dell’anima, si inoltrava in strati molto più profondi, sganciandosi progressivamente dalla coscienza, come avviene in una esperienza sciamanica. In questo viaggio, sciamanesimo e alchimia si connettevano. Pur non avendo studiato a fondo le tecniche sciamaniche, il suo uso dei simboli e la penetrazione nel mondo interiore facevano di Jung uno sciamano naturale. D’altro canto egli intendeva queste esperienze come mezzi di evoluzione dello spirito. A suo modo sentiva di riprendere il cammino alchemico, compiuto 400 anni prima dal suo compatriota Paracelso, uno che Jung sentiva in sé come una vita precedente. Si sentiva connesso al medico alchimista rinascimentale secondo un concetto particolare di kahrma, visto non come trasmigrazione dell’anima ma come ‘compito in cammino’, un ‘dover fare’ che poteva coinvolgere vite diverse in tempi successivi o unirle in modi sincronici, secondo un iter progressivo. Attraverso molte vite, lo Spirito portava avanti un proprio disegno.
Affrontare l’inconscio profondo è una impresa titanica, affidata solo a pochi eletti; uno di questi poteva essere stato Goethe, il nume tutelare di Jung , forse suo avo, che fino a tarda età era stato proteso a questo incontro alchemico, incontro periglioso perché la realtà ultrapsichica ha altezze e profondità tali da far vacillare la mente umana e dissestarne le strutture.
C’è nell’uomo un segreto che l’uomo inconsciamente sa ma che la sua mente ha dimenticato e che attrae invisibilmente tutto il suo essere. Paracelso e gli altri alchimisti avevano dato indecifrabili nomi segreti al mistero centrale dell’anima. Jung dice: “Parente e straniera allo stesso tempo, la mente umana riconosce e non riconosce la sconosciuta sorella che viene a lei, intangibile e tuttavia reale“.

Così, dal 1913, per sei anni, in modo sistematico, Jung si avventura nel territorio rischioso dell’anima, come un viaggiatore che si lascia assorbire da un luogo ignoto. La sua non è una ricerca ma una immersione. Lascia che i contenuti vengano liberamente a lui e lo possiedano, annega nel mare dell’irrazionale, sacrificando il potere egemonico dell’intelletto per confrontarsi con le immagini sfolgoranti e sorprendenti dell’inconscio, abbandonando la sponda sicura della coscienza e col rischio costante di cadere nella schizofrenia o nella psicosi. E’ il grande periodo dell’IMMAGINAZIONE ATTIVA, in cui proietta le sue fantasie dipingendo le personificazioni e i simboli spontanei.
Questi sei anni saranno il periodo più importante della sua vita.
L’età in cui il percorso inizia, 38 anni, è sintomatica della crisi di mezzo che colpisce le persone più creative per portarle a nuove dimensioni esistenziali, sempre che non le distrugga , come se la curva oscillante della vita trovasse qui la sua punta più bassa per emergere o crollare definitivamente. Vi sono analogie con la menopausa femminile, una trasformazione delle energie che può produrre patologie quanto più il passaggio è difficile e le energie della generazione non riescono a sublimarsi in energie spirituali, oppure che può produrre un incredibile salto di qualità esistenziale. Il malessere esprime la difficoltà ad accettare il mutamento. Nella donna energie prima strutturate a fini riproduttivi, devono balzare ad altri piani, per es. quello della sensitività , dell’arte o del volontariato, ma forze conservative si oppongono al mutamento, perché esso è vissuto come morte. Solo chi ha forti scopi di realizzazione o sa ristrutturarsi su piani superiori (arte, magia, terapia, aiuto sociale, conoscenza…) passa indenne il guado.

A questo punto, sempre, durante le lezioni, qualcuno mi chiede: “Ma perché dovremmo entrare nel pozzo dell’Inconscio?”, come Castaneda chiese allo sciamano Don Juan: “Ma perché entrare in mondi paralleli?” . E Don Juan rispose: “Perché sei una creatura magica di consapevolezza, il cui viaggio evolutivo è stato momentaneamente interrotto da forze esterne che hanno trasformato gli uomini in vortici e li hanno fissati nel loro girare attorno”, perché noi partiamo da confini angusti ma miriamo all’assoluto, in quanto eravamo creature di luce e tendiamo a ridiventarlo.
Quando noi viviamo solo in ciò che siamo, senza andare oltre, finiamo col soffrire un senso di incompletezza, di insufficienza, una inquietudine che a volte diventa lacerante, siamo depressi e angosciati, qualcosa ci chiama oltre il conosciuto, soffriamo un senso di mancanza.
Non è facile vivere solo nel Tonal, il mondo finito, perché la nostra stessa natura è infinita e anela a qualcosa che sta oltre, anela all’infinito. Ma, come disse anche Gesù: “Molti sono chiamati, pochi gli eletti”.

A noi il divieto, a noi la vigilanza
ma voi, voi non avete che da venire
trionfate su di noi!

(Angelo di Hanna)

(Le lezioni che precedono questa sono rintracciabili a http://masadaweb.org)

2 commenti »

  1. CIO’ CHE SCRIVI E’ AFFASCINANTE OLTRE OGNI MISURA,GRAZIE

    Commento di Anonimo — aprile 7, 2011 @ 8:26 am | Rispondi

  2. Il noto e l’ignoto sono la stessa cosa,solo che i più non lo sanno.

    Commento di mr. absent — aprile 14, 2011 @ 8:37 pm | Rispondi


RSS feed for comments on this post. TrackBack URI

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: