Nuovo Masada

marzo 8, 2011

MASADA n° 1269. 8-3-2011. JUNG 4 – 8. IL LIBRO ROSSO. LE PERSONIFICAZIONI

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(Questa è una lezione di un corso tenuto dalla Prof. Viviana Vivarelli, seguendo il suo libro su Jung “Lo specchio più chiaro”)

Il fantastico non è l’immaginario, non sta sulle nuvole, deve essere estratto dalle viscere della terra.
La fantasia autentica non è nella fuga verso l’irreale, ma si cala nella realtà profonda come un palombaro. Su scala cosmica solo il fantastico ha possibilità di essere vero
“.
(Teilhard de Chardin)

E dietro le maschere / l’anima, che è sola”.
(Borges)

Fu come se fosse entrato nel dialogo, come terzo, un interlocutore più complesso”. (Borges)

Mi sono moltiplicato per sentirmi / per sentirmi ho dovuto sentir tutto / ho straripato, non ho fatto altro che traboccarmi / mi sono spogliato, mi sono dato / e vi è in ogni angolo della mia anima un altare a un dio differente”.
(Fernando Pessoa)

Noi siamo come isole, picchi emergenti dalle acque, e quello che è illuminato dal sole è la nostra consapevolezza; sotto il pelo delle acque sta il nostro subconscio, più sotto c’è l’Inconscio Individuale, dove noi abbiamo rimosso quelle parti di noi o del nostro vissuto che non vogliamo vedere; ma più profondamente ancora il picco si unisce nel fondale a una piattaforma comune, che esce dal nostro destino individuale e che è propria della specie umana, essa unisce tutti gli uomini di tutti i tempi e di tutti i luoghi, ed è l’energia base di ogni esistenza, è il sostrato da cui emergono quelle forme dell’energia che guidano e hanno sempre guidato i comportamenti umani: l’eroismo, la maternità, il sacrificio.. tutti gli aspetti fondamentali dello psichismo umano. Jung li chiama Archetipi.

Capita a tutti di sognare un gruppo di persone. Secondo Jung, esse sono le nostre parti psichiche. Capita anche di sognarne qualcuna in particolare: la vicina di casa o alter ego, il regista o maestro spirituale, l’insegnante che ci fa l’esame o parte giudicante ecc.
In analisi si può giocare con queste parti psichiche, animandole, personificandole, dando loro un nome e un carattere o immergendole in una storia. E questo può essere fatto singolarmente o in gruppo, col racconto o il disegno, la creta o la poesia, il teatro o la danza.
Potrebbe esistere una disarmonia tra queste parti psichiche, per cui esplicitarle o drammatizzarle permette di metterle a confronto per costruire una coabitazione migliore.
Esse emergono dall’Inconscio Individuale e non sono tutte gratificanti e felici. Potrebbe essersi ‘la madre cattiva’, o ‘il giudice negativo’. Si pensi per esempio alla regina del Tibet nella storia della ragazzina schizofrenica, che le dava ordini suicidi.
Ricordo una figlia di cattiva madre che dalla sua storia individuale trasse due personificazioni: una bambina respinta e non amata e una madre matrigna e anaffettiva e, una notte, agì queste due parti e le fece parlare tra loro ininterrottamente fino all’alba, alla ricerca di una soluzione, finché finalmente la madre riprese con sé la sua bambina respinta e le dette pace, e lei poté telefonare al suo analista e dirgli che era guarita.
Conciliare le energie della nostra psiche, traendo alla luce i contenuti difficili e indigeribili è il primo passo sulla via della consapevolezza. E proiettare fiori di noi questi contenuti personificandoli può essere di aiuto nel nostro cammino interiore. Questa è l’analisi junghiana.

Un secondo passo, più difficile, è quello di affondare ancor più giù, nell’Inconscio Collettivo, per trarne immagini archetipiche, che ci vengono incontro dalla storia della specie. Ed è quello che Jung comincia a fare a un certo punto della sua vita.

Il nostro libro si intitola ‘Lo specchio più chiaro’, perché ha come meta una maggiore consapevolezza, secondo un percorso che riporta l’uomo alla sua fonte, pellegrino che giunge al santuario, identità ritrovata, Uroboro.
La vita è un viaggio iniziatico. Sta a noi scoprirne il segreto. Un viaggio iniziatico è quello che ci porta alla Verità e all’Unione. Jung lo chiama ‘Processo di individuazione’.
La prima fase si compie nell’Inconscio Individuale per evocarne i contenuti rimossi della nostra storia ed elaborarli per integrarne le energie respinte, che, altrimenti, ci ostacolerebbero. Come dice Eliot “Non possiamo smettere di esplorare, e alla fine della nostra esplorazione ritorneremo da dove eravamo partiti e conosceremo quel posto per la prima volta”. “L’uomo dovrebbe sforzarsi di conoscere se stesso per poi vivere in armonia con la propria verità. Ciascuno deve vivere secondo la propria natura” .
La seconda fase del cammino, più rara e propria solo di alcuni, si compie andando ancora più giù ed esplorando l’Inconscio Collettivo per conoscere un universo più grande.
Per raggiungere l’essenza di ciò che veramente siamo non ci sono regole, ognuno deve essere semplicemente se stesso.

L’inconscio ci manda spesso il sogno della casa; che rappresenta la nostra immagine psichica colta nell’istante, una specie di radiografia psichica espressa per simboli, ma questa casa non è unitaria, la psiche è una entità complessa, per cui più che una casa, come diceva una mia allieva, noi siamo un condominio.
Jung vede l’uomo come un insieme di parti diverse, non necessariamente omogenee, e cerca di isolarle personificandole, facendone dei personaggi. Lo fa con i pazienti e anche con se stesso come un processo in cui l’Io prende atto della sua molteplicità per esprimere meglio le sue energie e liberare quelle bloccate. L’analisi junghiana consiste nell’esteriorizzare il gioco delle passioni facendo un teatro di personaggi e accogliendo tutto ciò che emerge dall’inconscio, si gioca come una rappresentazione scenica intrapsichica.
Ma perché è importante questa oggettivazione? Perché l’uomo capisce meglio ciò che vede fuori e distacca da sé: “Perché vede solo ciò che gli giunge dall’esterno, così che può più facilmente riconoscerlo e porlo coscientemente in sé, nel luogo da cui non si è mai allontanato” . E’ un vero e proprio TEATRO DELL’ANIMA.

Jung conosce la potente forza terapeutica del teatro delle passioni che già gli antichi greci, più di duemila anni fa, avevano stilizzato come cura della psiche. Il teatro greco rappresentava i grandi moti dell’anima, e Aristotele diceva che era catartico, cioè purificatore, in quanto lo spettatore, vedendosi dinanzi le proprie passioni, poteva prenderne le distanze e meglio giudicarle per passare a un migliore equilibrio.
Così fa l’analista junghiano, portando il paziente ad esprimere, mediante personaggi o simboli, parti del proprio Inconscio Individuale. In questa oggettivazione egli vede meglio le sue passioni e può viverle con maggiore equilibrio. Il distacco permette un allargamento della coscienza. Quando essa allarga i propri confini, la passione che prima lo stringeva, trova uno spazio più grande dove può respirare, relativizzarsi e venire meglio elaborata. L’Io non è più stroncato dalla passione che lo travolge, ma libera altre risorse ed energie con cui risollevarsi. “Mangia l’Ombra”, come diceva Jung, cioè integra le energie non più bloccate.
In questa opera la psiche si allarga e, più si fa spazio nella psiche, più la passione diventa controllabile e armonizzabile e i contenuti emergenti possono essere integrati con un migliore equilibrio psichico
Ma Jung vuole qualcosa di più e tenta un vero sprofondamento sciamanico nell’Inconscio Collettivo.
Comincia scrivendo tutto quello che l’Inconscio gli manda, sensazioni, stati d’animo, visioni… e come libera l’Inconscio, è una ridda incontrollata di immagini ed emozioni che si apre davanti a lui e che Jung vive in modo tumultuoso per annotarlo poi diligentemente nei suoi diari.

E’ da dire che a partire dal 1910 circa furono molti in Europa a tentare questa immersione profonda, analisti, artisti, antropologi, chimici, poeti…, sedotti dall’esplorazione dell’Inconscio Collettivo. In una prova estrema di immersione, aiutandosi a volte con allucinogeni, come gli sciamani primitivi, o immergendosi in uno stato ipnagogico che è di per sé produttore di endorfine, o droghe interne, con allucinazioni e visioni.
Il chimico Ludwig Staudenmaier, nel tentativo di capire la magia, fece delle prove da cui ottenne allucinazioni visive e auditive, vide sorgere personaggi con cui parlò ecc., e scrisse a Jung dei suoi esperimenti. Molti in poesia fecero uso di automatismi creando quel filone poetico chiamato SURREALISMO. Nella pittura il movimento si espresse nelle coloratissime forme dinamiche di Mirò, o nei disegni elaboratissimi di Marx Ernst, o nelle unioni improbabili di Magritte. Altri tentarono la scrittura automatica.

Il viaggio sciamanico di Jung cominciò nel 1913, aveva 38 anni.
Inizia così il periodo più intenso della sua vita, quella in cui, com’egli dice: “Cominciai a inseguire le mie immagini interiori”.
La mia vita intera è consistita nell’elaborazione di quanto era scaturito dall’inconscio, sommergendomi come una corrente enigmatica e minacciando di travolgermi. Una sola esistenza non sarebbe bastata per dare forma a quella materia prima”.
Tutto il suo lavoro, da allora, fu un tentativo di capire e fissare “quell’inizio numinoso”.
Il viaggio sciamanico lo prese tanto che l’anno successivo lasciò la direzione della clinica e la docenza, si dimise dall’Associazione psicoanalitica e divise la giornata tra le sue ricerche sull’inconscio, i pazienti, le lezioni e la famiglia, in modo molto disciplinato. Il giorno lavorava, la sera lo aspettava il viaggio allucinatorio in cui si sprofondava nell’inconscio rischiando una deriva psichica, da cui si difendeva con la solidità dei suoi compiti professionali e famigliari che costituirono l’ancora che gli impediva di cadere in una psicosi.
Il suo metodo consisteva nel rilassarsi profondamente con lo yoga, finché non riusciva a escludere la coscienza e a mettere a tacere il lavorio del pensiero cosciente, a quel punto cominciava una fantasia e lasciava poi che essa prendesse il comando con l’aprirsi di quel canale che egli chiamava Immaginazione Attiva, un vero e proprio canale sciamanico che lo sprofondava in quel mondo rutilante di forme e colori che è l’Inconscio Collettivo. Egli si calava nel suo profondo come avrebbe fatto un sciamano con la mescalina. Si lasciava cadere come in un pozzo ed emergeva un incredibile mondo, animato e vivacissimo, brulicante di forme vive, di suoni, di percezioni, di colori. Quel mondo non era razionalizzabile e spesso nemmeno verbalizzabile, non lo si poteva chiudere in etichette o definizioni, ma lo si poteva evocare e, a volte, dipingere.

L’esperienza era traumatica, Jung cadeva in un vortice e doveva aggrapparsi al tavolo per non cadere. Spesso usciva da questi esperimenti così sconvolto che doveva fare degli esercizi di rilassamento Yoga per dominarsi e riprendere il controllo.
In seguito, Jung cercava di scrivere quello che era emerso nelle sue allucinazioni in taccuini, con varie osservazioni sui suoi stati d’animo.
Mise questi scritti dapprima nel LIBRO NEROIl libro del mio esperimento più difficile”, formato da sette taccuini, poi nel LIBER NOVUS o LIBRO ROSSO, grande volume rilegato in pelle rossa di 205 pagine che egli riempì di scritti e disegni tra il 1914 e il 1930, per 16 anni. Jung lasciò detto che questo libro, che è il più importante della sua vita, non fosse pubblicato e gli eredi furono fedeli alla consegna. Dopo la sua morte il libro restò chiuso per 23 anni nella cassaforte di una banca svizzera finché gli eredi dettero il permesso di pubblicarlo e nel 2009 esso apparve a Londra nella versione inglese.
Samu Shamdasani, uno psichiatra e docente orientale che insegna a Londra, ha studiato questo straordinario testo esoterico per 13 anni, cominciando dai frammenti che aveva cercato e trovato per pervenire infine all’opera completa disvelata.
Jung scrisse il Libro Rosso in una grafia simile a quella gotica, con una cura estrema, e in esso riversò con margini istoriati e sontuosi disegni quello che aveva visto nelle sue allucinazioni. All’inizio descrisse le illustrazioni nel testo, poi smise di farlo e le immagini divennero sempre più simboliche. L’opera si ispirava all’iconografia medievale, una fase storica che secondo Jung ognuno vive nel proprio sviluppo psichico.
Questo libro è fondamentale per capire l’opera junghiana.
Jung era un artista, che aveva dipinto anche prima, in genere paesaggi, era anche uno scultore, e decorò con dipinti murali la sua casa da eremita sul lago, ma i dipinti del Libro Rosso presentavano dei caratteri particolari, alcuni erano simili alle miniature medievali degli antichi codici sacri, altri erano di tipo mandalico, simili in parte alle visioni geometriche e coloratissime che in Messico vengono ricevute sotto l’influsso della mescalina, e anche ai motivi geometrici ripetuti che gli aborigeni australiani ricevono nelle loro visioni sacre. Questo del motivo geometrico ripetuto è una costante delle allucinazioni rituali sotto l’influsso di droghe.
Il Libro Rosso è un libro visionario, frutto di quella facoltà che Jung chiamava IMMAGINAZIONE ATTIVA o CANALE PER L’INCONSCIO COLLETTIVO.
Una sua paziente, Tina Keller, racconta di aver visto spesso il Libro Rosso aperto su un leggio su qualche illustrazione non ancora finita e testimonia dell’infinita precisione con cui Jung realizzava questi suoi dipinti, perché anche in quella precisione quasi rituale consisteva l’evoluzione dell’anima.

Quando Jung affonda nell’Inconscio profondo, sente emergere da sé alcune PERSONIFICAZIONI, forme energetiche che accompagnano la sua evoluzione, rappresentazioni dell’energia che si mostrano come personaggi reali. E’ un gioco psichico, in cui egli non prende nessuna posizione reificante che dia alle immagini fantasmatiche una sostanza di realtà, semplicemente usa quelle forme ideali come interlocutorie in un percorso di conoscenza, convinto che sia il canale dell’Immaginazione Attiva a farle arrivare dall’Inconscio Collettivo.
Emergono personaggi bizzarri, come fossero demoni interni, ed egli li descrive o li dipinge nel suo diario, per vederne meglio da ogni dettaglio il particolare simbolismo.
Vengono al suo cospetto le parti cangianti dell’energia, che mutano col mutare della vita e hanno, ognuna, una funzione catartica o evolutiva.

Tra le sue visualizzazioni interiori spiccano due personaggi: il vecchio ELIA dalla barba bianca che diventerò poi FILEMONE, e una fanciulla cieca detta SALOME’.
Le due figure appaiono spontaneamente alla mente di Jung ed egli ne ascolta i messaggi come se fossero persone reali.
Elia è la sua stessa saggezza, quella che sentiva accanto a sé anche da bambino e per cui i compagni di scuola lo deridevano chiamandolo ‘Abramo’, una figura biblica antica e solenne.
Salomè ha a che fare col suo erotismo, è il mondo delle passioni, incontrollato e primitivo e, perciò stesso, fallace e questo è il motivo per cui è cieca.

Una terza immagine sarà quella del SERPENTE NERO, energia ctonia, profonda ed oscura, assimilabile all’energia della Madre Terra, paragonabile a Iside, primitiva divinità nera che rappresenta la forza profonda, ctonia, della Terra, una energia da sempre presente in tutte le religioni delle dee Madri, quella per cui anche nei nostri sogni l’Energia universale si presenta sotto forma di serpente.

Jung non dà la stessa importanza alle vie messaggere. Vede che le parole di Elia sono sagge, quelle di Salomè ambigue. Non tutto ciò che viene dall’inconscio è divino, l’uomo deve sapere che anche nel suo profondo può celarsi l’errore. Come mi disse l’angelo: “Anche nell’al di là ci sono ingannatori”.
Anche lo sciamanesimo contatta rappresentanti dell’energia, individuale o cosmica. Lo sciamano comunica con i propri demoni interiori e può vederli proiettati nella forma dei piante o di animali totemici, da cui egli attinge forza e conoscenza, o contro cui egli deve combattere, perché servono a metterlo alla prova.
Non ci importa sapere se queste figure sono oggettive o soggettive; in esse l’energia si rappresenta con forme di persone o animali, come intelligenze a sé stanti, alcune buone, altre pericolose, e non sta a noi giudicare se siano proiezioni del mentale.
Jung sa che il suo gioco è a rischio di psicosi, ma sente che il compito della sua vita è questo viaggio nell’inconscio, come uno sciamano che incontra i suoi dei.
Una cosa è la mente dell’artista che crea un gioco scenico in cui la mente domina le forme che crea, un’altra è la schizofrenia in cui le forme prendono il sopravvento sulla coscienza e la distruggono, un’altra infine, difficile e intermedia, è la posizione dello sciamano che riceve le allucinazioni e le studia come una via di conoscenza, senza esserne dominato.

Non tutto quel che viene dal profondo è lodevole; Salomè è la parte di Jung attinente agli istinti, archetipo della seduzione, è la vergine che ha concupito il re per avere la testa di Giovanni Battista, l’energia cieca della concupiscenza che corrompe la coscienza, è dunque una proiezione erratica, fallibile, è il femminino erotico e la forza delle passioni non illuminate ma seduttive.
Elia, invece, rappresenta la saggezza antica e superiore, l’elemento conoscitivo saggio ed equilibrato, il Logos sapienziale e lontano, che possiamo immaginare, nelle nostre visualizzazioni, come ‘il grande vecchio della montagna’.
Salomè è l’Eros, Elia il Logos, poi verrà FILEMONE, spirito guida di Jung, a sintetizzare entrambi, esprimendo una transizione tra livello materiale e spirituale, legame tra Eros e Logos, Terra e Acqua, non a caso dotato di elementi di Terra e di Acqua.

Filemone appare a Jung in un sogno, è su zolle di terra ma da esse traspare il mare, ha corna di Toro ma ali d’uccello, verdi e azzurre, come il chakra del suore saggio e della mente illuminata, è portatore di una dimensione psichica superiore al 4° chakra, che si fa tramite tra sensazione e intelletto, istintualità e saggezza.
Naturalmente è interessante anche il nome con cui l’anghelos o daimon, messaggero dell’energia, si evidenzia; il nome è spesso significativo perché nulla è casuale nel mondo dello spirito, e ‘Filemone’ vuol dire, appunto, “l’amico dell’uomo”, l’amico della mente.

Le figure archetipiche appaiono nei grandi momenti della vita, quando una fase finisce e ne inizia un’altra. Sono tutori del passaggio, guardiani della soglia, figure transazionali, che aiutano l’evoluzione, il salto quantico.
Possiamo pensare la vita come un fiume di energia che scorre in un oceano infinito. L’energia è tutto ciò che è in atto, che diviene, che di per sé si muove. Anche io sono energia che si muove, la mia psiche è un continuo movimento e mutamento. Ma ci sono momenti in cui il mio divenire deve fare dei balzi discontinui, momenti di grande cambiamento , ed è allora che le personificazioni dell’inconscio emergono come indicatori del cammino.
Il mondo antico intuiva perfettamente questi salti energetici e li raffigurava con simboli sacri. La comunità aiutava il cambiamento con riti di passaggio, la pubertà, l’adolescenza… Oggi, noi abbiamo perso il senso dell’aiuto e lasciamo l’uomo solo nei propri mutamenti.
Molte delle personificazioni junghiane sembrano forme intermedie di energia, forme di passaggio che aiutano la transizione, forme-bardo, come appare nelle divinità tibetane o nei segni tantrici.
Se la vita è movimento e mutamento, la sua espressione massima non è il luogo centrale della stabilità, ma il punto transizionale, là dove un’energia si trasforma in un’altra, il luogo di mezzo.

All’inizio dei miei 29 anni medianici, quando guarii dalla morte e rinacqui trasformata, l’angelo disse a viva voce: “Cerca Mercurio!”, il dio per eccellenza del passaggio (Ermes), l’ energia di collegamento tra cielo e terra, mondo umano e divino, vita terrena e al di là. Così emergeva la personificazione del cambiamento.
In astrologia Mercurio viene dopo i due luminari, Sole, o energia maschile della creazione, Luna, o energia femminile della generazione. Mercurio, il pianeta più vicino, ne è il mediatore. Questo dio, nel mondo greco, ha le ali ai piedi e sul cappello, a indicare la mobilità fisica e mentale, è la comunicazione tra due modalità dell’essere o tra due dimensioni psichiche, divinità intermedia che interpreta la forza della trasformazione, il crocicchio dei tarocchi, il cambiamento di direzione, la scelta, la possibilità alterna, una figura che sembra simboleggiare il ponte tra due stati dell’essere o due possibilità.
Nel punto del guado si vedono le due sponde, in natura ogni passaggio conserva ciò che l’ente era prima del movimento mentre guarda a ciò che sarà poi. C’è una sua specifica qualità in questi tempi, che crea inquietudine e scompenso, e sono questi i tempi in cui uno cerca un lettore di tarocchi o un interprete dei sogni.
Come dall’essere bambini si diventa adulti conservando qualcosa delle esperienze infantili; nei punti di metamorfosi la vita di prima si mescola con quella di poi. La pianta si sviluppa dal seme ma deve conservarlo e riprodurlo, altrimenti la vita si arresta. Nel gioco delle energie il passaggio da una dimensione all’altra avviene fluidamente o in modo discontinuo, ma mai in modo tanto brusco da distruggere la sua storia o si apre lo sconcerto.
La complessità dei tempi di mutamento connota le figure junghiane, che sono spesso duplici, come sintesi di qualità opposte, ‘indicative di passaggi’, transazionali, appaiono al bivio e indicano la strada come sempre fanno gli archetipi, tutori di nuovi comportamenti.

FILEMONE appare in sogno a Jung, e sarà molto importante nella sua evoluzione , come uno spirito guida.
“C’era un cielo azzurro, che sembrava un mare, non coperto da nubi ma da zolle di terra bruna. Sembrava che le zolle si allontanassero l’una dall’altra e lasciassero scorgere l’acqua azzurra del mare. Quest’acqua era però il cielo azzurro. Improvvisamente, dalla destra giungeva, librandosi nell’aria, un essere alato. Era un vecchio con le corna taurine. Portava un mazzo di quattro chiavi, tenendone una come fosse sul punto di aprire una serratura. Era alato, e le sue ali erano quelle di un martin pescatore, con i suoi caratteristici colori. Non riuscendo a capire questa immagine, la dipinsi”.
Il mattino seguente al sogno, Jung trovò sulla sua terrazza sul lago un martin pescatore morto, uccello che in genere non si trova sul lago di Zurigo (evento sincronico). Jung dipinge Filemone sul suo diario e capisce che è l’evoluzione della figura di Elia, il maestro spirituale, con cui comincia a parlare nelle sue passeggiate, chiedendogli spiegazioni.

FILEMONE è uno spirito guida nato attraverso l’Immaginazione Attiva, formato da elementi pagani, uno spirito guardiano che parla a Jung e gli dà indicazioni di conoscenza. E’ la saggezza interiore più alta. Quando parla, appare come esterno a Jung, come portatore di una verità che Jung non possiede e dunque lo sorprende.
Filemone insegna a Jung LA REALTA’ DELL’ANIMA.
Gli dice: “Ti comporti con i pensieri come fossi tu a produrli, invece i pensieri sono dotati di vita propria, come animali nella foresta, o uomini in una stanza o uccelli nell’aria“.
Già Freud aveva dimostrato che la coscienza è tutt’altro che padrona della psiche e che ci sono contenuti che possono soverchiarla in modo incontrollabile. Ora il percorso junghiano infrange ancora di più l’assolutezza dell’io che crede di governare se stesso. Non solo la psiche viene distinta in parti che sembrano soggetti a sé stanti, ma anche ciò di cui siamo custodi gelosi, il pensiero, esce dalla sfera del controllo per mostrarsi come luogo di contenuti non più consci, realtà oggettive che sembrano prodursi da sole. Come diceva Filemone: nella la mente possono entrare pensieri, come una stanza entrano uccelli.
Così Filemone insegna a Jung che la psiche è una realtà oggettiva e non soggettiva.
Noi sappiamo poco della psiche, essa è più ampia dei nostri desideri o delle nostre costruzioni, non è solo uno strumento, è un territorio da esplorare, un luogo dove avventurarsi colmi di stupore per avere nuova conoscenza. Come aveva detto Eraclito, “Mai finisce la scoperta di noi stessi perché i confini dell’anima sono infiniti”.

FILEMONE sarà la guida dell’esplorazione dell’Inconscio il guru necessario per la nuova tappa del cammino spirituale.
Noi siamo abituati a pensare che i contenuti della nostra mente nascano da noi, ma Filemone insegna a Jung che la mente può incontrare realtà che non produce e non dipendono da lei. La mente deve capire che non produce tutto ciò che contiene: “Se tu vedessi delle persone in una stanza, non penseresti certo che tu le hai fatte né che ne sei responsabile“. Così ci sono pensieri che vedi nella tua mente e puoi guardarli oggettivamente sapendo che non li ha prodotti. Ci sono cose che dipendono da noi e altre che possiamo solo guardare quando le incontriamo. Viaggiare nell’anima è come partire da luoghi noti per avanzare verso l’ignoto; vi sono ambienti, anche psichici, che possiamo esplorare ma che non sempre possiamo cambiare perché hanno una loro realtà che non dipende dal nostro volere.

Con pazienza e determinazione, Filemone insegna a Jung a distinguere tra il pensiero che elabora e il pensiero che contempla. Filemone è l’ordinatore dell’Immaginazione Attiva, la guida interiore nel viaggio più profondo.
Jung conversa con lui come fosse una persona reale, e da questo rapporto, amichevole e sicuro, guadagna calma e sicurezza. Percepisce Filemone come una intelligenza superiore, che mette nella sua mente intuizioni che da sola essa non avrebbe. Lui lo interroga e l’altro risponde.
Filemone attiva una conoscenza superiore, antica e profonda, in parte connessa con la materia (le corna taurine ), in parte aperta allo spirito (le ali). E’ dunque un tramite tra due dimensioni, alto e basso. Jung lo sente reale come una persona vera e gli parla come si può parlare a un maestro in carne ed ossa, ricevendone conoscenze ermetiche, fatte di simboli o enigmi.
La voce di Filemone risuona nella sua interiorità come la voce dell’entità risuona nel medium.
Col suo tramite, Jung intuisce l’esistenza di una grande energia universale, una psiche cosmica.

Mentre Freud scruta i sogni cercando indizi di reato e colpe di desiderio, Jung viaggia attraverso i sogni, le visioni, le voci, le allucinazioni, come attraverso un territorio di significati misteriosi, cercando simboli antichi di civiltà scomparse, fili di Arianna per misteriosi tesori, fuori dalla dimensione spazio-temporale per entrare nel regno della Visione e della Promessa.
Ormai dalla cura della patologia si è spostato sempre più alla esplorazione e trasformazione dell’anima, così apre le porte del proprio mondo interiore a questi interlocutori invisibili e cammina insieme a loro, per andare oltre se stesso. E’ il suo viaggio sciamanico. E le personificazioni sono gli alleati o gli antagonisti.
Queste figure non sono assolute e eterne, sono relative e funzionali, legate a fasi della vita e, quando hanno esaurito il loro compito, cedono il passo ad altre, come fanno gli angeli.

Quindici anni dopo la comparsa di Filemone, Jung ricevette la visita di un indiano colto e spirituale, amico di Gandhi, che gli spiegò che in India era molto importante il rapporto educativo tra guru (maestro) e chelah (allievo). Gli disse anche che il maestro spirituale poteva essere una creatura non vivente, una pura intelligenza che non si era mai incarnata, una guida totalmente ideale. Nel Buddhismo e nell’Induismo il maestro è fondamentale ma il maestro può essere anche uno spirito non incarnato che esisteva in un’altra fascia di vita.
La maggior parte degli uomini, gli disse il visitatore indiano, ha maestri viventi ma c’è sempre qualcuno che ha per maestro una energia pura”.

Un’altra figura che emerse dall’inconscio fu il KA.
Il Ka appare nell’antico Egitto come una delle essenze più difficili da interpretare, è la parte dello spirito che si incarna, ciò che comunemente intendiamo per anima.
Noi abbiamo distinto psiche, anima e spirito, tre livelli che tendono a Dio; ma le quattro essenze sono collegate da tramiti, in quanto lo Spirito emana da Dio e, quando esso decide di fare l’esperienza terrena, incarna una parte della sua energia spirituale in un corpo e in un’anima collegata a quel corpo e responsabile del suo destino.
Oggi non facciamo caso a queste distinzioni, ma nelle religioni antiche esse erano molto importanti e anche difficili per noi da intendere.
I Tibetani non nominano mai l’anima, parlano piuttosto di un ‘principio di coscienza’, una scintilla divina che si incarna, “un aspetto di potenza cosmica incarnato nell’individualità” , forza vitale insita in ognuno, che si unisce a un dato corpo.

KA è il doppio egizio, ma è anche la prima lettera dell’alfabeto sanscrito, che vuol dire “chi”, cioè “chi è Dio?” Ovvero: qual’è in noi la parte di Dio? Qual è la nostra scintilla divina?
Alcuni chiamano questa essenza ‘perispirito’, manifestazione delle energie vitali che tiene insieme una vita e la protegge, forza intelligente che anima la materia di un corpo, e scaturisce dal vitale universale quando, per un certo tempo, si circoscrive in una precisa persona.
Nelle antiche religioni era profonda l’elaborazione di questo mistero, anche se, in sostanza, esse sono realtà noumeniche, inconoscibili, che possiamo solo indicare e su cui possiamo solo fare ipotesi.
Ora, in tutti i tempi le realtà dell’anima sono apparse all’immaginazione attiva attraverso simboli. Così avviene per Jung.

Dice Jung: “Vidi il KA emergere da un profondo pozzo, come una testa circonfusa da un nimbo di stelle, su cui si librava un’ala. Portava con sé un reliquiario e uno stilo e disse: “Io sono colui che seppellisce gli dei in oro e gemme“.
La simbologia è sottile, le allusioni evocano un ordine esoterico. Siamo entrati in un mondo alchemico che si esprime con immagini e simboli.
Il profondo pozzo richiama i resoconti di chi ha avuto esperienze di premorte: IL TUNNEL. Quando il punto di coscienza lascia il corpo, si sente proiettato in tunnel nero; quando ritorna nel corpo, è come se emergesse da un pozzo profondo. Al centro di ognuno è il pozzo o tunnel che ci connette con una dimensione che sta oltre l’esistenza terrena, i Tibetani lo chiamano la “corda d’argento” e lo immaginano come un movimento a spirale di energia simile a quello dei chakra.
Un tunnel di energia in movimento collega dunque l’essere vivi con l’essere morti, così, per analogia, presso molte civiltà antiche, si scava al centro dell’abitato un pozzo che colleghi il mondo dell’al di qua col mondo dell’al di là. Gli Etruschi ponevano il pozzo (mundus) al centro del villaggio o della città o dell’accampamento militare, come luogo simbolico, canale che mette in comunicazione il mondo sotterraneo con quello terreno, passaggio interdimensionale tra due livelli di energia.
Il divino è spesso descritto come capo, testa senza corpo. L’immagine è simile alla testina alata che sta alla sommità del Caducèo greco, o alle erme, o colonnine sacre che in Grecia segnavano i confini agrari, simbolo di Mercurio, dio dei crocicchi e dei confini, divinità che connette cielo e terra, morti e vivi, dio messaggero.
Una testa parlante è anche Tagete (Voltumna), il dio etrusco della terra e dei confini agrari, che sbuca con testa di bambino da un campo e detta le leggi sacre. Anche i nostri cherubini sono messaggeri celesti raffigurati come testine alate.
Le stelle indicano, da tempo immemorabile, il cielo simbolico sede del divino.
L’ala è naturalmente simbolo di ciò che è sacro e porta in alto.
Il Mercurio romano o l’Ermes greco compaiono con ali al capo e ai piedi e in mano uno stilo o bastone appuntito attorno a cui si arrotolano due serpenti e in cima una testina alata. L’erma (da Ermes), che presso Greci e Romani, indicava sacralmente i confini e il cui vandalismo era punito con la morte, è una colonnina, rastremata in basso, sormontata da una testina alata. Mondi diversi uniscono concetti analoghi con gli stessi simboli: confine tra due territori, ali, bastone, stilo o asse. Un indiano direbbe che il Ka è la linea che unisce l’Atman, o spirito individuale, al Brahman, o spirito universale.
Il reliquiario della visione di Jung collega sacralità e morte, è ciò che di solito contiene il frammento di un corpo santo.
Stelle e ala riportano al cielo, il pozzo indica il canale che collega con la terra profonda, attraverso cui livello superiore e inferiore si toccano.
Lo stilo (piuma) è la piuma di pavone che sovrasta MAAT, la dea egizia dell’ordine cosmico. Il Ka solleva il concetto di Filemone a una forma più alta, universale, è pozzo e stelle, uomo e cosmo.

Seppellire gli dei vuol dire sprofondare l’energia divina universale nel reliquiario prezioso della psiche profonda, cioè incarnare l’anima nel corpo.
Il Ka unisce significati lontani, valori trascendenti e immanenti, spirito e materia, il divino superiore all’uomo interiore.
La visione allude a oro e gemme, oro è ‘metallo’, parola che contiene la sillaba ‘ME’, il nome più antico dato alla Luna e i primi sacerdoti delle religioni materne erano metallurgici; lavoravano i metalli, la metallurgia era una scienza sacra e fu la prima alchimia o scienza della trasformazione.
L’immagine apparsa a Jung è piena di significati ma fondamentalmente sta a significare che un’altra svolta stava arrivando.
Come dice il Poeta Pietro Cimatti: “La mente deve attuare un eterno rinnovamento”.

Lo sprofondamento nell’inconscio attiva le facoltà oniriche di Jung, aprendolo a quello che in India si chiama Akasha, o conoscenza universale, aprendolo alla profezia, che vuol dire vedere prima.
Nel 1914, anno in cui inizia la sua esplorazione dell’Inconscio Collettivo, Jung ha 39 anni, e comincia per lui una nuova fase della vita, che è segnata da una serie di sogni profetici. Jung non sa che sono profetici, ma poiché sono terribili e lo sconvolgono e non sa come interpretarli, teme di essere impazzito. Solo quando scoppia la prima guerra mondiale, capisce di avere avuto dei grandi sogni o sogni profetici.
Fra giugno e luglio fa per tre volte questo sogno:
Sono in terra straniera e devo tornare rapidamente a casa perché stava per arrivare un’ondata di freddo glaciale”.
Nel luglio 1914 la Società Psicoanalitica di Zurigo decise di staccarsi dall’Associazione Psicoanalitica Internazionale e prese il nome di Associazione di Psicologia ‘Analitica’ (‘Dinamica’ indica quella di Freud) . La rottura col dogmatismo rigido di Freud era completata. Jung continuò a partecipare alle riunioni che si tenevano due volte al mese e continuò a curare pazienti, ma non parlò a nessuno dei suoi esperimenti con l’inconscio. Adempì anche ai turni di obbligo militare, come si usava in Svizzera. La sua giornata era molto piena. Ma la sera l’inconscio lo aspettava.
Com’egli racconta “la mia famiglia e la mia professione restarono una gioiosa realtà e una garanzia che ero normale e reale”.

Nel 1913 Jung aveva avuto una serie di sogni profetici.
Il 28 giugno 1914 l’arciduca Francesco Ferdinando, erede al trono d’Austria, venne assassinato da uno studente serbo. L’Austria dichiarò guerra alla Serbia. Era scoppiata la prima guerra mondiale.
Jung era come soffocato da un peso indicibile, stava malissimo, doveva preparare una conferenza sulla schizofrenia per un convegno ad Aberdeen, in Scozia, ma stava così male che pensava di essere diventato lui stesso schizofrenico. Il congresso doveva tenersi in luglio, lo stesso periodo in cui nei suoi tre sogni si era visto in viaggio nei mari del Sud.
Il 31 luglio, finito il convegno, lesse sui giornali che era scoppiata la guerra. Capì che non era schizofrenico ma che, alcuni mesi prima, aveva avuto una profezia. Quello che aveva sognato non si riferiva a lui ma a all’Europa. Erano stati GRANDI SOGNI che predicevano un grande evento collettivo.
La mente umana, toccando l’Inconscio Collettivo, poteva penetrare in una dimensione che usciva dallo spazio-tempo. L’Inconscio Collettivo conosceva la storia e poteva vederla prima.
Se Jung si era sentito minacciato da una psicosi, era perché la mente può essere assalita da contenuti che la sovrastano e non riuscendo né a capirli né ad elaborarli teme di impazzire.

Qui di seguito le 12 fantasie di premonizione che aveva avuto, esse erano iniziate nove mesi prima dell’evento, nove mesi per l’incubazione della morte, come nove mesi per l’incubazione della vita:
-Ottobre 1913: visione di un’inondazione con migliaia di morti, mentre una voce fuori campo assicura che tutto questo avverrà.
-Visione di un mare di sangue che inonda il mare del Nord.
-12 e 18 dicembre 1913: visione dell’eroe Sigfriedo che galleggia morto su un’acqua nera
-25 dicembre 1913: il piede di un gigante enorme cammina su una città con massacri di inaudita crudeltà
-2 gennaio 1914: mare di sangue con una sterminata processione di morti
-22 gennaio: la sua Anima sorge davanti a lui e gli chiede se accetterà guerra e distruzione, gli mostra immagini di devastazione, armi da guerra, resti umani, navi affondate, nazioni distrutte…
-21 maggio 1914: una voce dice che ovunque muoiono vittime sacrificali
-giugno-luglio 1914 infine i tre sogni in cui si vede in un paese straniero ma deve tornare rapidamente a casa perché sta per arrivare un’ondata di freddo glaciale.
..
NOTE

[1] Ibidem.

[2] E. Ruggini.

[3] Il serpente o drago è una figura archetipica, controparte dell’eroe e indissolubilmente unita a lui. L’eroe nasce dal drago o lo uccide o lo doma o si bagna nel suo sangue. L’eroe sarà dunque conosciuto con i simboli del drago, vedi Apollo, detto Pizio perché uccisore del serpente Pitone, la sacerdotessa del serpente o Pizia, S. Giorgio uccisore del drago, Mago Merlino che doma la forza del drago, Sigfrido reso invincibile dal sangue del drago ecc.

[4] Messaggio medianico.

[5] Al contrario della Beatrice di Dante che è l’anima illuminata.

[6] Una personificazione parallela è Virgilio che guida Dante nel suo viaggio nell’al di là.

[7] Dal sanscrito Matis, o dalla radice indo-germanica Man = uomo, Man indica il pensare, l’uomo è uomo in quanto o pensa. O dall’indo-europeo Ma, misurare, perché pensare non è altro che misurare, valutare. Filemone contiene dunque la parola uomo e la parola greca phileo, amore = ‘colui che ama l’uomo’.

[8] Il Toro è da sempre simbolo dell’elemento terra. Le antiche dee madri connesse alla fecondità della Terra portavano sul capo corna taurine che poi divennero la falce lunata. Lo stesso simbolo (vedi l’Iside egizia) appare sulle figure femminili degli Arcani maggiori dei Tarocchi.

[9] Castaneda.

[10] La religione degli antichi Egizi era molto complessa. L’anima, in verità, era divisa in più parti: l’AKH o KHU o SAHU (ibis piumato), si staccava dal corpo alla sua morte, come una sfera di luce che torna al creatore; il BA era la parte spirituale, riconducibile alla personalità di ognuno ed era ciò che dà a un corpo la sua forma, ma allo stesso tempo era eterno (cicogna, uccello con testa umana o ariete); il KA era il principio immateriale che nel mondo fisico cresce con l’uomo ed è in grado di conservare i ricordi e i sentimenti della vita terrena.

Poi c’era AB o IB, il cuore, sede di tutte le emozioni (ma anche la memoria, e il coraggio…) e ritenuto superiore al cervello, era questa la parte che permetteva la sopravvivenza oltre la morte. Infine HEKAU, il potere della magia o di conoscere gli dei. E SEKHEM, l’energia di una persona defunta. Lo SHEUT, o ombra, presente sempre in ognuno, era nera, parte oscura dell’anima che conservava gli aspetti negativi dell’esistenza terrena. Generalmente l’ombra veniva considerata il doppio immateriale di ogni forma.

[11] André Virel.

[12] A Bologna, il complesso delle sette chiese sorse su un antico tempio egizio della guarigione, che a sua volta era stato costruito attorno a un antico pozzo, tutt’ora visibile sotto una grata. Il tempio era dedicato alla dea Iside (dea della terra nera), e le sacerdotesse salivano e scendevano le scalette del pozzo per prendervi l’acqua miracolosa. Il tempio era luogo di culto dove avvenivano guarigioni miracolose, prima etrusche, poi egizie, infine cristiane. A sua volta il pozzo era il centro dell’accampamento romano e prim’ancora etrusco, e divenne poi il centro della Bologna medievale, che da qui fa dipartire l’incrocio delle sue direttrici primitive, perfettamente visibili dall’alto delle due Torri.

[13] Ricordate il sogno in cui 4 statue di dei sono conficcate a testa in giù nella terra e la sognatrice deve tirarli fuori? Cioè estrarre il divino dal corpo.

[14] Mestruazioni= Periodo della Luna, Mensis, latino = mese; mene, greco = luna; Month e Moon, inglese, mese e luna.

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INDICE JUNG 4

Lezione 1
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Lezione 2
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Lezione 3
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Lezione 4
https://masadaweb.org/2011/02/16/masada-n%C2%B0-1260-16-2-2011-jung-4-4-archetipi-il-bambino-divino/

Lezione 5
https://masadaweb.org/2011/02/18/masada-n%C2%B0-1262-16-2-2011-jung-4-4-bis-archetipi-animus-e-anima-il-maschile-e-il-femminile/

Lezione 6
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Lezione 7
https://masadaweb.org/2011/03/01/masada-n%C2%B0-1266-1-3-2011-il-mandala-jung-4-lezione-6/

Lezione 8
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Lezione 9
https://masadaweb.org/2011/04/07/masada-n%C2%B0-1279-7-4-2011-jung-l%E2%80%99i-ching/

Lezione 10
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Lezione 11
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Lezione 12
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.
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