Nuovo Masada

febbraio 3, 2011

MASADA n° 1255. 3-2-2011. La rivoluzione è ora

Filed under: Masada — MasadaAdmin @ 7:05 pm

«Che puoi fare se non hai pane né futuro?»
(Giovane algerino)
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Ricordiamo la frase che Maria Antonietta rivolse alla sua cameriera quel fatidico 14 luglio: “Ma questa è una rivolta!”, per sentirsi rispondere: “No, maestà, è la rivoluzione”.
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Tunisia
Nel 1956 la Tunisia viene dichiarata Stato indipendente. Alle elezioni col 95% dei voti Bourghiba diventa Primo Ministro. La Tunisia abroga il doppio regime (coranico e civile) nei tribunali e nelle scuole. Comincia l’emancipazione delle donne: divieto della poligamia, necessità di un’età minima e del reciproco consenso per il matrimonio, abolizione del dovere di obbedienza della sposa, sostituzione del divorzio al ripudio solo maschile, si vieta l’uso del velo nelle scuole e alle tunisine è pienamente riconosciuto il diritto di voto.
1959, la prima Costituzione repubblicana conferma la natura ‘laica’ dello stato. 1963, Bourguiba inaugura la fase socialista, come necessaria allo sviluppo. L’ideatore ed esecutore è Ahmed Ben Salah, ex-sindacalista e ministro delle finanze. La Francia azzera gli aiuti allo sviluppo e le truppe francesi lasciano il poaese.
1965, legalizzazione dell’aborto; in precedenza era stato propagandato l’uso della pillola contraccettiva.

1968, nasce l’Associazione di salvaguardia del Corano, ostile alla laicità dello stato e affine ai Fratelli Musulmani, che sarà all’origine del partito Ennahda.
1978,”Giovedì nero”. Allo sciopero generale proclamato dal sindacato (UGTT) e ai disordini che ne seguono, la polizia risponde sparando sui manifestanti, su ordine del presidente: alcune centinaia i morti.
1981, aprile: al congresso del PSD Bourguiba apre al pluralismo politico: i primi due partiti di opposizione (MSD e PUP) saranno legalizzati nell’83
azione del Movimento della Tendenza Islamista, poi (febbraio 1989) Avanza Hezb Ennahda, il Movimento della Rinascita
1984, l’annuncio dell’aumento del prezzo del pane e dei cereali è accolto da violente manifestazioni spontanee; la repressione fa un centinaio di morti, il presidente annulla gli aumenti ma il generale Zine El-Abidine Ben Ali depone Bourguiba per senilità (morbo di Alzheimer), con un colpo di stato “medico”, favorito fra l’altro dall’Italia.
1989,: Zine El-Abidine Ben Ali viene per la prima volta eletto presidente (sarà rieletto nel 1994, 1999, 2004 e nel 2009). In parlamento il RCD ottiene la quasi totalità dei seggi, ma gli islamisti ricevono molti voti.
1991, Ennahda viene accusata di complotto islamista, il processo contro 277 militanti si conclude con 265 condanne ad almeno 20 anni di carcere (Ghannushi all’ergastolo).
2004, Ben Ali ottiene il 94,5% dei voti, viene rieletto, per la quinta volta, con un plebiscito
2011, rivolte per il carovita, Ben Alì fugge all’estero.
Oggi la Tunisia è una repubblica presidenziale fortemente squilibrata a vantaggio dell’esecutivo.
Il potere esecutivo è concentrato nel Presidente della Repubblica (i cui poteri costituzionali sono stati ulteriormente rafforzati nel 1988, 1997 e 2002), che lo esercita con l’assistenza di un Primo ministro e di più ministri, tutti di sua nomina e revoca. Della pubblica amministrazione, incluse le forze armate e dell’ordine, dispone il Presidente. In quanto garante dell’indipendenza nazionale, dell’integrità del territorio e del rispetto della costituzione e delle leggi può attribuirsi poteri speciali in caso di pericolo imminente.
Il Presidente nomina e rimuove i magistrati su proposta del Consiglio superiore della magistratura da lui integralmente nominato e presieduto.

Il 22 gennaio 2011, un giovane venditore ambulante, Mohamed Bouazizi, si dà fuoco davanti al governatorato, dopo che la polizia gli ha sequestrato la merce che cercava disperatamente di vendere per sfamare i suoi bambini. Il suo gesto è ripreso da video che sono diffusi su internet scatenando la rivolta. Ben Alì (74 anni) è costretto alla fuga dopo 23 anni di governo.

Da L’infedele
Dal terrorismo suicida alle torce umane


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Scritto da Sam, ragazzo tunisino
Faccio parte della nuova generazione che ha vissuto in Tunisia sotto il regno assoluto di Ben Ali.
Al liceo e al collegio si ha sempre paura di parlare di politica: “Ci sono informatori ovunque” ci viene detto. Nessuno osa discutere in pubblico. Tutti sono sospetti. Il vostro vicino, il vostro amico, il vostro droghiere sono informatori di Ben Ali: volete essere portati via con la forza voi, o vostro padre, in un luogo sconosciuto, una notte alle quattro di mattina?
Siamo cresciuti con questa paura di impegnarci, e continuiamo i nostri studi, le nostre passeggiate, le nostre serate, a prescindere dalla politica.
Durante gli anni del liceo cominciamo a sapere qualcosa dei meandri della famiglia reale, escono fuori storie, qua e là, in particolare su Leila la moglie di Ben Ali, che ha preso il controllo di un’industria, che si è appropriata del terreno di un altro, o che si è messa a trattare con la mafia italiana.
Se ne parla, se ne discute fra noi, tutti lo sanno ma nessuno agisce. Continuiamo a studiare, capiamo subito che la televisione tunisina è la peggiore al mondo, tutte le informazioni emanate sono effigi funzionali a glorificare il Presidente, Ben Ali, sempre ritratto nel suo momento migliore, sappiamo tutti che si tinge i capelli. Nessuno ama la sua donna dal sorriso di legno. Lei non ha mai avuto un’aria sincera.
Viviamo. Non viviamo: pensiamo di vivere. Siamo indotti a credere che va tutto bene perché facciamo parte della classe media, ma sappiamo che se i caffè sono pieni fino all’inverosimile durante il giorno è perché lì i disoccupati discutono di calcio.
Le prime discoteche aprono le porte, si comincia a uscire, a bere, inizia ad esserci vita notturna sulla costa di Sousse e Hammamet, altre storie circolano su un tal Trabelsi che ha aperto la faccia a una persona per invidia, di un altro che ha provocato un incidente con la macchina e se ne è andato a dormire, ancora un Trabelsi. Ci si scambiano queste storie, di nascosto, rapidamente. Ci vendichiamo a modo nostro, raccontando, abbiamo l’impressione di complottare.
I poliziotti hanno paura, se gli si dice che sei vicino a Ben Ali tutte le porte si aprono, gli hotel privati mettono a disposizione le loro stanze migliori, i parcheggi diventano gratuiti, le code per strada non esistono più. La Tunisia diventa un campo da gioco virtuale, loro non rischiano niente, possono fare tutto, usano le leggi come fossero marionette.
L’internet è bloccata, le pagine censurate sono assimilate alle pagine non trovate, in modo che si pensi che quelle pagine non sono mai esistite. Gli studenti si scambiano i proxy, la parola d’ordine diventa: Hai un proxy che funziona?’.
Siamo stanchi, ne discutiamo fra noi, sappiamo tutti che Leila Ben Ali ha provato a vendere un’isola tunisina, che vuole chiudere la Scuola americana di Tunisi per promuovere la sua scuola, queste storie circolano. Su Internet e negli zaini “abbiamo “La régente de Carthage”. Amiamo il nostro paese e vogliamo che questa situazione cambi ma non c’è un movimento organizzato, la tribù è pronta, manca all’appello un capo.
La Tunisia, la corruzione, le tangenti, abbiamo solo voglia di andarcene da qui, incominciamo a compilare domande per andare a studiare in Francia, in Canada… tutti vogliono scappare. E’ un atto vile, si dà per assunto. Si abbandona il proprio paese.
Si parte per la Francia, si dimentica un po’ la Tunisia, si ritorna per le vacanze. La Tunisia? Le spiagge di Sousse e Hammamet, le discoteche di notte, e i ristoranti. Questa è la Tunisia, un enorme Club Med.
Ed ecco che Wikileaks rivela quello che tutti mormorano.
Ecco, un giovane s’immola nel fuoco.
Ecco, venti tunisini vengono ammazzati in un sol giorno.
E per la prima volta vediamo l’occasione di ribellarci, di vendicarci di questa famiglia reale che si è presa tutto, di rovesciare quell’ordine stabilito che ha accompagnato tutta la nostra giovinezza.
Una giovinezza educata, che è stanca, e che si appresta ad abbattere tutti i simboli di questa vecchia Tunisia autocratica, attraverso una nuova rivoluzione, la Rivoluzione del Gelsomino, quella vera.

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I regimi dittatoriali fondati sull’appoggio delle forze armate si sgretolano rapidamente non appena i cittadini mostrano di non temere più lo scontro con i militari, dimostrando di essere pronti al sacrifici pur di ottenere i loro fini. Non appena questo sottile meccanismo sarà compreso dalle masse di altri paesi, altri rivoluzioni vedranno la luce.
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IL WEB
I social network ed i blog sono state le principali fonti d’informazione nei convulsi giorni che hanno portato alla caduta di Ben Ali. Twitter, Wikileaks ma soprattutto Facebook e i blog. .
I servizi segreti tunisini non sono riusciti a censurare l’enorme flusso d’informazioni provenienti dai social network, soprattutto Facebook.
L’azienda di Mark Zuckerberg si è rifiutata di chiudere l’accesso a decine di migliaia di utenti (2 milioni in Tunisia, un abitante su 5). I servizi segreti tunisini hanno cercato di imbavagliare le informazioni piratando conti, bloccando persone o cancellando profili ma non sono riusciti a bloccare l’oceano di informazioni estese a tutta la comunità virtuale del mondo arabofono, francofono ed anglofono ed era impossibile imbavagliare milioni di persone in tempo reale in tutte le direzioni del pianeta.
Impossibile per le autorità tunisine controllare i blog che dopo la rivolta sono proliferati come funghi. In Tunisia, come in tutto il mondo arabo, i blog sono il principale veicolo di contestazione nei confronti di regimi dispotici. Nel solo 2009 in Tunisia sono stati arrestati 151 blogger. Essi sono considerati pericolosi dal regime e sono stati fondamentali nella rivolta. L’es. più famoso è quello del blog ‘A Tunisian Girl’, creato una tunisina che per settimane ha dato quotidianamente informazioni preziose sulla sollevazione popolare, con foto di ‘manifestanti-martiri’ abbattuti dalla polizia e cronache degli arresti di blogger ed attivisti, E’ la “cyber-resistenza” che ha affiancato e supportato la resistenza di strada. O il sito d’informazione Nawaaat.org che dal giorno in cui Mohammed Bouazizi si è immolato ha pubblicato centinaia di articoli, foto e video sulla rivolta. Tutti i contenuti raccolti da Nawaat.org sono stati poi pubblicati via Prosperus praticamente in streaming 24 ore su 24. Nawaat ha anche agito attraverso un conto Twitter, con allerte, news, lanci (tipo agenzia), pubblicando una mole impressionante di articoli, video e foto in tempo reale. Notevole Anonymus, un gruppo di resistenti hackers alla ribalta per una serie di azioni a sostegno di Assange nella lotta contro la censura su Internet a livello planetario. Questi sono riusciti a bloccare i siti governativi. Mentre Ben Alì imponeva la censura ai media, i tunisini si trasformavano in giornalisti informando il mondo intero e insegnando ai popoli afflitti come si rovescia un tiranno.
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Anche lo Yemen “contagiato” dalla rivoluzione tunisina. Migliaia di persone contro il presidente Saleh. Rivolte anche in Algeria, in Giordania e in Albania.
Poco dopo esplode la rivoluzione egiziana.
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In Egitto il presidente Mubarak, 82 anni, ha il monopolio del potere ed è in carica da 30 anni. Anche in Egitto le condizioni economiche sono dure, le autorità corrotte, ridotta è la libertà di espressione, di riunione e associazione ecc. , il prezzo degli alimentari è cresciuto sensibilmente già nel 2008 scatenando proteste nella popolazione. L’Egitto ha enorme importanza, 80 milioni di abitanti, storia, influenza culturale in tutto il mondo arabo , cinema, televisione, peso politico ed economico. La protesta inizia il 25 gennaio, innescata con un effetto domino dopo la rivoluzione del gelsomino.
Nei primi 6 giorni ci sono 150 morti.
Mohamed El Baradei – premio nobel per la pace ed ex capo dell’agenzia atomica internazionale torna dall’esilio e si fa portavoce e guida della protesta contro il regime di Mubarak. “Sto cercando di mettermi in contatto con l’Esercito perché sono stato incaricato dalle forze di opposizione di formare un governo di salvezza nazionale”,.
Lo spettro della totale caduta nel caos di un Paese, come l’Egitto, pezzo fondamentale della scacchiera internazionale, spaventa tutto il mondo, tant’è che sulla questione sono intervenuti vari leader internazionali come Obama, ma anche il segretario di Stato Hilary Clinton che si sono espressi entrambi in favore di “Una ordinata transizione”.
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AVAAZ
Il potere dei cittadini si sta diffondendo in tutto il Medio Oriente. Nel giro di pochi giorni i manifestanti pacifici in Tunisia hanno abbattuto una dittatura che durava da 30 anni. Ora le proteste si sono propagate in Egitto, Yemen, Giordania e oltre. Questo potrebbe essere l’abbattimento del muro di Berlino del mondo arabo. Se la tirannia cadrà in Egitto, un’ondata di democrazia potrebbe inondare l’intera regione. Il dittatore egiziano Hosni Mubarak ha provato ad annientare le manifestazioni. Ma con un coraggio e una determinazione incredibili, i manifestanti non si sono fermati.
Ci sono momenti in cui la storia è scritta non dai potenti, ma dalla gente. E questo è uno di quelli. Le azioni di egiziani comuni nelle ore a venire avranno conseguenze enormi in tutto il paese, nella regione e nel mondo. Salutiamoli con la promessa di stare dalla loro parte in questa battaglia:

https://secure.avaaz.org/it/democracy_for_egypt/?vl


La famiglia di Mubarak ha lasciato il paese, ma la scorsa notte ha ordinato ai militari di occupare le strade. Ha minacciosamente promesso tolleranza zero per quello che lui chiama “caos”. In ogni caso, la storia sarà scritta nei prossimi giorni. Approfittiamo di questo momento per dimostrare a tutti i dittatori del mondo che non potranno durare a lungo contro il coraggio dei popoli uniti.
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Il fallimento della vecchia Europa neoliberista
Viviana Vivarelli

Già 10 anni fa il sociologo francese Alain Tourain scriveva dell’insostenibilità del capitalismo e del fallimento del modello neoliberista che avrebbe distrutto il pianeta, sfrenando solo le forze del lucro, dell’avidità e del potere. La crisi economica attuale è uno dei mezzi perversi che il neoliberismo ha usato proditoriamente per avanzare in modo ancor più micidiale distruggendo due secoli di lotte sociali. Le forze capitaliste si sono rivelate virulente sia nella spietata Europa delle banche, delle Borse suicide, delle multinazionali, degli speculatori e dei massacratori dei diritti del lavoro, che in questa Italia dove Berlusconi è arrivato alla spallata finale del potere e tenta le imprese, come 17 anni fa, con la proposta iniqua di riformare l’art. 41 della Costituzione

“L’iniziativa economica privata è libera. Non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza,alla libertà, alla dignità umana. La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l’attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali”.
Sembrerebbe innocuo e moderato ma toglierlo darebbe alle imprese un potere ancora più anarchico, più spietato, più libero di attuare ogni tipo di profitto senza nemmeno la remora del danno sociale, del “danno alla sicurezza, alla libertà e alla dignità umana”. E’ la ferocia del sistema Marchionne che entra nel gangli dello Stato. E’ il piatto di lenticchie con cui Berlusconi vende il sistema lavoro all’avidità del lucro più spietato.
Questo azzeramento di qualsiasi tipo di dovere per le imprese è il passo in più che il diavolo offre all’egoismo dei padroni, un passo in più su quella linea di affrancazione da lacci e lacciuoli con cui il Male tenta l’essere umano su una strada di delirio verso la perversione ‘sine lege’.
Per trattenere il potere Berlusconi offre due vie:la defiscalizzazione del Mezzogiorno, che porterebbe al tracollo le casse dello Stato, offrendo una iniquità in più alle mafie del Sud, e la riforma dell’art. 41 che regalerebbe una iniquità in più alle imprese del Nord.
Lo scopo del crimine, sia esso l’impunibile Tanzi o l’improcessabile Berlusconi, l’imprenditore cinico e disonesto Impregilo, il bieco costruttore Anemone amico di Bertolaso, o l’investitore mafioso Bontade è quello di un’azione ‘affrancata’ dai doveri di legge ed esente da pene, un’azione sfrenata e assoluta in cui vince l’ANOMIA, l’assenza di leggi interiori cioè morali, ed esteriori cioè poste dallo Stato, così da abolire sia la pena che consegue al reato che il rimorso che succede alla colpa, in un rovesciamento dei valori, per cui il male prevale impunito e si fa le sue leggi e il suo Stato, e l’occupazione del potere da parte del crimine procede di pari passo con la distruzione crescente delle leggi sociali e collettive per lasciare libero campo all’azione efferata impunita e dispotica.
Non è questo che B fa da sempre? E dietro a lui non c’è tutto un sistema disumano che è lo stesso neoliberismo europeo a fargli da sponda?
La riforma dell’art. 41 si affianca alle mire di un Marchionne, sostenuto vilmente da traditori come Bonanni e Angeletti, ma rientra nel quadro neoliberista e feroce di quell’Europa che tentò più volte di introdurre la direttiva BOLKENSTEIN, per cui un imprenditore poteva porre la sua sede sociale nello Stato europeo dove il lavoro era meno protetto e applicare anche all’interno della sua Nazione quelle condizioni di lavoro peggiorative in deroga ai diritti localmente riconosciuti. Con la riforma dell’art. 41 non si tenta di nuovo di fare questo?
Posso dire che di fronte a questo tentativo di distruggere i diritti del lavoro,la reazione dell’attuale csx fu inesistente? E che, sotto Prodi, nessun Italiano sentì mai parlare di quanto si stava fraudolentemente tramando in UE? Posso dire che la difesa che Prodi ha sempre fatto dell’UE si basava su una retorica ipocrita e negatrice del golpe neoliberista a danno dei lavoratori? E che anche allora il comportamento della cosiddetta sx (anche quella estrema), fatta eccezione della CGIL fu elusivo,complice e vile?

Finché avremo l’Europa delle banche e non dei popoli, l’Europa delle multinazionali e non dei lavoratori, l’ Europa di un neoliberismo che rifiuta di mettere freni e leggi a se stesso e non di una socialdemocrazia che guarda al bene dei cittadini, sarà inutile versare la melassa di una retorica autoelogiativa e inconcludente che mostra, nei fatti, un crescente grado di disoccupazione, un impoverimento progressivo sia della qualità della vita che della tutela dei diritti, una chiusura sul futuro dei nostri figli di fronte a una globalizzazione economica dai cui rischi l’UE non ci protegge mentre protegge benissimo le grandi imprese che de localizzano o le multinazionali che vogliono globalizzare il mondo degli sfruttati senza diritti.
Di fronte all’abisso invalicabile che c’è tra l’Europa delle promesse e quelle dei fatti, non abbiamo altra possibilità che negare il voto alle forze liberiste più spietate del nostro paese che in Berlusconi trovano il loro emblema e che si appoggiamo al crimine organizzato e anche a quella sx che ha rinnegato se stessa e quei diritti del lavoro e civili per cui tanti uomini hanno dato la vita, uomini che oggi vengono traditi e dimenticati in nome di un patto scellerato col neoliberismo e il crimine comune, di fronte a cui non ci restano occhi per piangere.

L’attuale crisi economico-finanziaria dovrebbe aver provato a sufficienza il fallimento del modello neoliberista. Ma se questo non si palesa, se nessuna delle grandi forze europee si preoccupa minimamente di modificare le perversioni del sistema bancario, borsistico ed economico, se invece di aprire a riforme che consolidino i diritti del lavoro e rafforzino i diritti civili, si marcia nel senso di un progressivo rafforzamento proprio di quegli strumenti con cui la crisi si è aperta, allora vuol dire che la crisi stessa è stata voluta dall’Europa dentro un piano mondiale di poteri neoliberisti per liberarsi delle pastoie che ancora moderano l’avidità senza fine, il lucro come potere massimo, lo sfruttamento del proletariato, il dispotismo dell’interesse di pochi sui diritti di molti, la negazione stessa dei principi fondamentali della democrazia.

Da questo punto di vista come da ogni punto di vista, l’UE si presenta come un grandissimo fallimento, un imbroglio di poteri forti a danno delle masse, che si maschera dietro qualche labile pretesto sociale mentre, in realtà, si dimostra volutamente negativa a migliorare economia, benessere e futuro delle masse, per perseguire piuttosto l’arricchimento sconfinato, il potere senza limiti e lo sfruttamento del pianeta da parte di pochi. Un disegno oligarchico, dunque, e non certo di democrazia allargata, che alla fine, per saziare le gole profonde di magnati come Berlusconi ci porterà alla rovina totale distruggendo il mondo sia nella sua sopravvivenza materiale che nelle sue speranze morali

Basterebbe guardare al modo con cui questa Europa ha sempre protetto despoti come Mubarak, Musharraf, i generali algerini, Sali Berisha, Alì Zardari, o il re Abdullah.. e come mai l’Europa ha protetto i popoli che lottavano per la loro emancipazione, per cui ha perfino negato i diritti democratici di chi aveva vinto regolari elezioni per appoggiare ora e sempre il potere dei tiranni.
Il distacco della retorica dai fatti non potrebbe essere più grande.

E ora questa Europa, che a parole è tanto democratica e che sulla democrazia ha suonato tanti pifferi e tromboni, guarda con imbarazzo e fastidio le rivoluzioni popolari di Egitto, Tunisia, Albania, Algeria, Yemen, Sudan, Giordania, Siria.. che stanno dilagando in Africa e in Medio Oriente. I capi europei celano a stento il timore che si sveli la grande ipocrisia, quella per cui si sono presentati al mondo come gli eroi di ideali democratici, portatori di una presunta superiorità morale, tanto da nascondere le loro guerre imperialistiche sotto la menzogna dell’esportazione di democrazia, col simulacro del terrorismo di Al Qaeda, che ha arricchito usurpatori e predatori, e, adesso che i fatti li chiamano a dare prova della loro decantata democrazia, sostenendo le masse in rivolta contro despoti intollerabili, vacillano, ospitano i despoti stessi, non riescono a far emergere una volontà estera europea che sia di aiuto o di tutela ai popoli che tentano di liberarsi, si dimostrano ancora una volta nei fatti amici del capitale e non delle masse.

In fondo a questa Europa stavano meglio i dittatori, in fondo essa ha sempre preferito le dittature infami che si poteva esecrare a parole mentre servivano agli affari.
E sulla scia di questa preferenza troviamo molti politici italiani, da Andreotti che arrivava a dire che era meglio che le Germanie restassero due, a Craxi amico della Tunisia, a Bossi che consultava il presidente bulgaro ed era amico di Haider, fino a Berlusconi alleato di Putin, Gheddafi e grande estimatore di Lukashenko e soggetti come Topolanek
Questa Europa ambigua e rinnegatrice dei suoi stessi proclami, è quella che nel 1991 tradì le elezioni libere algerine dopo 30 anni di dittatura sanguinaria e aiutò i generali a far fuori chi le aveva vinti, il Fis, o fronte islamico della salvezza, che aveva avuto il 75% dei consensi, con le successive migliaia di arresti e lo stroncamento del processo democratico.
E ora? Faranno lo stesso con le rivoluzioni egiziana e tunisina?

Ma chi la fa la politica estera dell’UE? Noi, forse? Leviamocelo dalla testa! E’ la solita percentuale del 2% di magnati sulle cui voglie è stata costruita l’Europa.
Come si è comportata l’ipocrita Europa con l’Iran? Prima ha sostenuto lo scià, edulcorando il suo dispotismo con le favole per il popolino su Soraya, e nascondendo le abiezioni della sua polizia che era la più famigerata del Medio Oriente, e l’enorme miseria del paese per cui lo Scià non faceva nulla, mentre noi della Persia sapevamo solo quello che raccontavano le favole dei rotocalchi, altro strumento disinformativo delle masse.
Poi con la rivoluzione è arrivato Komeini, e l’Europa, per paura di perdere i vantaggi dei suoi magnati, di quel 2%, è riuscita a farlo passare un ajatollah per ‘comunista’! E siccome non era un neoliberista fu descritto come un diavolo e gli venne contrapposto un altro criminale, Saddham, santificato dalle potenze occidentali, con gli americani che gli offrivano le chiavi delle città e costruivano per lui documentari apologetici quanto falsi. Lo stesso è stato fatto con Mubarak.
E cosa ha fato lo sceriffo del mondo? Il portatore delle libertà?
E quando mai l’UE ci ha mostrato le brutture della dittatura egiziana? Eppure il popolo egiziano soffriva sotto il suo strapotere, nepotismo assolutismo, corruzione, brutalità, torture…Ma noi italiani berlusconiani che cosa abbiamo fatto? Abbiamo fortemente aiutato l’UE a prendere i nemici di Mubarak e li abbiano consegnati alle carceri delle torture egiziane (vedi Abu Omar torturato al Cairo) e tutto questo con l’avvallo della CIA.
Quanto MLD sono stati dagli USA a questi tiranni per farli armare fino ai denti, per sostenere il loro potere sanguinario, per opprimere i loro popoli?
E ora Obama vuol apparire come un protettore degli egiziani?!! Dopo questi trascorsi, è difficile da credere!
E allora.. i diritti umani? La democrazia? Il bene dei popoli???????

Finora l’Europa sui diritti umani calpestati e sulle democrazia tradite ci ha marciato. E dovremmo credere alle balle trionfalistiche che ci propinava Prodi? Dovremmo credere alla saggezza di Bruxelles o della Banca Mondiale, o ai pii intenti di Obama, o alle promesse di Berlusconi? O magari al Vaticano che contro i dittatori non ha mai alzato verbo ed è stato sempre e ovunque la loro spalla preferita? (vd anche il comportamento della CEI verso B)
Diciamo che la famosa Europa delle libertà e dei popoli, finora i popoli li ha calpestati e le uniche libertà che ha garantito sono state quelle dei dittatori, dei magnati, degli speculatori, dei corrotti e dei corruttori che ci garantiscono a loro volta solo una rapina progressiva di libertà, di diritti, di sicurezza economica, di futuro.
E se noi non impariamo alla svelta ad emanciparci delle balle propinate dalla stampa di regime e non incominciamo a chiederci ad ogni scelta politica o economica “a chi giova?“ alla famosa democrazia non ci arriveremo mai.
E oggi, grazie a Berlusconi e alla pessima Europa e a una più che pessima sinistra che in Italia e in Europa è riuscita a suicidarsi con lotte intestine e falsi bersagli, perdendo di vita il vero nemico: le potenze neoliberiste, e riuscendo persino a mescolarsi con loro (vd D’Alema), la democrazia è diventata più lontana.
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Scrive Massimo FIni
“Adesso la tentazione, anzi il progetto, è di pilotare le rivoluzioni tunisina, albanese e egiziana a nostro uso e consumo. Di giocare sulla carne e sulla pelle di chi ha avuto il coraggio – che manca in Italia – di ribellarsi all’ingiustizia, perché torni tutto come prima e quei Paesi restino a fare da servi agli interessi dell’Occidente. Io credo che questa politica imperiale, di “gendarmi del mondo” che si sono autonominati tali, non paghi più, nemmeno in termini di realpolitik. Credo che sia venuto finalmente il momento di lasciare agli altri popoli il diritto elementare di autodeterminarsi da sé, secondo la propria storia, le proprie tradizioni, la propria cultura, la propria vocazione e anche i propri interessi. E forse allora scopriremmo che l’evidente ostilità che circonda l’Occidente, in Medio Oriente, in America Latina, in quel che resta dell’Africa nera, in Asia centrale, in Afghanistan, non è dovuta a motivi ideologici o religiosi, ma alle prepotenze militari, economiche e politiche di cui li facciamo oggetto da decenni se non da secoli. Usando costantemente la pratica dei “due pesi e due misure”. Questo sarebbe anche un modo per spazzar via il radicalismo terrorista, che peraltro è un fenomeno marginale. Dopo gli attentati londinesi di qualche anno fa, il sindaco di Londra, Livingstone, molto amato dai suoi concittadini, li condannò, ma disse anche: “Se il popolo inglese avesse dovuto subire le ingerenze che noi anglosassoni stiamo perpetrando da più di un secolo su quelli arabi e musulmani, credo che io sarei diventato un terrorista britannico”.
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Viviana

Noi non siamo cittadini liberi di un paese libero in una Europa delle libertà.
Siamo banderuole inconsce spinte dal vento della propaganda di regime.
Uscire da questa inconscietà e riprendere la libera valutazione e la libera scelta è il nostro compito primario di uomini vivi e dotati di coscienza.
La coscienza non è un ammenicolo di cui siamo dotati alla nascita, come un navigatore incorporato ab origine, è la conquista progressiva di chi si mette con buona volontà a cercare di capire se stesso e a cercare di capire quel che accade nel mondo, un lavoro eterno che ci impegnerà tutta la vita e non si limita all’opposizione al dittatore del giorno, ma non avrà mai fine, perché il male rinasce sempre e la lotta contro il male deve anch’essa rinascere sempre e affinare le sue armi via via che si affinano quelle del nemico.
Noi abbiamo solo due scelte: o arrenderci al male e parteggiare per esso, sostenendolo con pensieri e azioni (ed è la via più facile perché il male si associa spesso col potere), o lottare per il bene in una lotta che non finirà mai e ci garantisce solo sangue e rovina.
Ma per l’uomo che si sente libero dentro non c’è confronto, non c’è errore di scelta, non c’è esitazione.
La libertà è una cosa che ti nasce dentro e o ce l’hai o non ce l’hai e non può confondersi in alcun modo con le lusinghe dei potenti e non può essere comprata o venduta, scambiata o ridotta. E può manifestarsi solo nella lotta per realizzarla fuori di te, e non per te ma per tutti.
In questa realizzazione che è il nostro grande compito primario, le rivoluzioni di egiziani, tunisini, algerini, albanesi iraniani, sudanesi.. ci devono essere di stimolo e di aiuto perché l’uomo giusto non si vive solo per sé ma si identifica col mondo e la loro battaglia è la nostra battaglia.

Don Aldo:
Ho letto e riletto queste parole alte di Eodardo Galeano
Me le tengo care e preziose, come qualcosa da cui mai ci si potrà separare.
Nonostante lo stallo immondo in cui la cronaca ci ricaccia ogni dì, osiamo alzare lo sguardo e tentar di volare, seppur con ali zoppe.

Speriamo di poter avere il coraggio di essere soli e l’ardimento di stare insieme, perché non serve a niente un dente senza bocca, o un dito senza mano.
Speriamo di poter essere disubbidienti, ogni qualvolta riceviamo ordini che umiliano la nostra coscienza o violano il nostro buon senso.
Speriamo di poter meritare che ci chiamino pazzi, come sono state chiamate pazze le Madri di Plaza de Mayo, per commettere la pazzia di rifiutarci di dimenticare ai tempi dell’amnesia obbligatoria.
Speriamo di poter essere così cocciuti da continuare a credere, contro ogni evidenza, che vale la pena di essere uomini.

Speriamo di poter essere capaci di continuare a camminare per i cammini del vento, nonostante le cadute e i tradimenti e le sconfitte, perché la storia continua, dopo di noi, e quando lei dice addio, sta dicendo: arrivederci.
Speriamo di poter mantenere viva la certezza che è possibile essere compatrioti e contemporanei di tutti coloro che vivono animati dalla volontà di giustizia e dalla volontà di bellezza, ovunque nascano e ovunque vivano, perché le cartine dell’anima e del tempo non hanno frontiere.

Amore
è questo senso d’ali: averle, aprirle,
fendere con il petto un elemento ignoto
finora – e a un tratto divenuto la patria.
Come sono lontani il guscio e il bozzolo
a cui credemmo appartenere, il buio
dove crescemmo e dove non faremo
mai più ritorno!
Lieta o dolorosa
che sia la nostra ultima sorte, ormai

siamo per sempre segnati dal cielo»

(Margherita Guidacci)

La rivoluzione mediterranea e i nostri faraoni
Gad Lerner

Ormai è chiaro, stiamo vivendo un rivolgimento storico. L’effetto domino inaugurato dalla sollevazione in Tunisia manifesta il suo effetto più clamoroso in Egitto, paese-chiave degli equilibri internazionali e epicentro dell’islam sunnita. Mi dicono che Soleiman, il capo dei servizi segreti nominato vicepresidente, sarebbe uomo di grande intelligenza. Ma non basterà a frenare una vera e propria rivoluzione, nella quale decisivo e inedito si rivelano il ruolo di internet e dell’informazione autogestita.
Anche i Fratelli Musulmani sono spiazzati e travolti da un movimento che per ora mantiene caratteristiche di laicità. Dipenderà anche dalle potenze occidentali, finora ottusamente abbarbicate ai vecchi presidenti-dittatori, se la nuova questione mediterranea non ci si rivolterà contro. Di certo il governo italiano ora dovrà smettere di vantarsi del suo accordo con Gheddafi, fonte di discredito e prossimo a trasformarsi in carta straccia. L’idea malsana dei nostri faraoni, secondo cui la democrazia andrebbe bene al massimo a casa nostra, mentre sarebbe inadatta per i nostri vicini più poveri, rischiamo di pagarla cara.

Questo articolo è uscito su “Vanity Fair”
La rivoluzione è dei giovani: l’età media degli 80 milioni di egiziani è 24 anni! Ciò che spiega forse perché scarseggi lo spirito di rivolta fra i 60 milioni di italiani, la cui età media è di 44 anni, ovvero un ventennio sul groppone in più cadauno.
Li guardiamo dall’alto in basso –sponda nord versus sponda sud del medesimo piccolo mare- con la paura di chi finora aveva fatto il tifo per i loro presidenti-tiranni, considerando la piazza araba alla stregua di una minaccia barbarica. Ci tranquillizzava sapere che un tale Ben Ali governasse anche per noi la Tunisia da 23 anni; così come il vecchio Mubarak sovrintendeva all’Egitto da 30 anni; mentre l’eterno Gheddafi comanda in Libia da 42 anni; al punto da far apparire un novizio Bouteflika, il presidente dell’Algeria che gestisce il potere da “soli” 12 anni.
Ci vergogniamo ad ammetterlo, ma la democrazia ci sembrava una forma di governo inadatta per quei popoli di colorito olivastro, e per giunta poveri, e come se non bastasse giovani. Se i loro rais garantissero lealtà all’occidente, vigilanza contro gli integralisti, un filtro all’esodo dei migranti verso le nostre coste, senza dimenticare i rifornimenti di gas e petrolio a prezzi decenti: perché mai dovrebbero interessarci le condizioni di vita e il rispetto dei diritti civili per quei popoli “inferiori”?
Scusate la brutalità, ma non fingiamo di ignorarlo. Quei dittatori che fino a ieri chiamavamo presidenti, ricevuti a Roma in pompa magna da tutto il nostro establishment riunito, magari con esibizioni apposite di gheddafine (versione export delle nostre veline), hanno goduto del nostro sostegno decisivo fino al giorno prima della loro deposizione a furor di popolo.
La nostra ignoranza sulle società arabe, ricoperta con i soliti luoghi comuni su una piazza sempre e comunque reazionaria perché dominata dai Fratelli Musulmani, ha subito nel gennaio 2011 una smentita colossale. Come già nel 1979 in Iran fu un moto popolare rivoluzionario a sbriciolare il regime filoccidentale –ma non era affatto scontato prevalesse in seguito l’oscurantismo degli ayatollah- così oggi la rivoluzione nordafricana ha caratteristiche aperte, laiche e di aspirazione alla libertà che noi dovremmo ammirare, sentire familiari. Certo, la sollevazione avviene in condizioni di miseria economica e penuria di lavoro tali da rendere disperati i suoi protagonisti. I numerosi suicidi di disoccupati, le torce umane che hanno incendiato ogni contrada della regione, nulla hanno a che fare con l’islam ma rivelano l’insostenibilità degli squilibri di reddito fra paesi limitrofi che contraddistingue il Mediterraneo. Pensare di contenere tali disuguaglianze col metodo della democra-tura, rubo la cinica espressione con cui Gianni De Michelis teorizzava il “giusto mix” fra democrazia e dittatura, si è rivelato fallimentare. Caduti i regimi comunisti nel 1989, perché analoga sorte non dovrebbe toccare agli oppressori di altri popoli a noi vicini? Non dipenderà anche dalla nostra amicizia prevenire le mosse degli integralisti?

Destabilizzare per stabilizzare
Lucio Garofalo

La storia dell’umanità non segue un percorso uniforme e lineare, cioè un andamento progressivo caratterizzato da corsi e ricorsi, come asseriva il Vico. Al contrario, lo sviluppo storico si svolge attraverso una dialettica tra tendenze e forze contrastanti, che innescano cicli violenti e balzi rivoluzionari che non sempre procedono verso un miglioramento e un progresso del genere umano. Gli esempi non mancano, basterebbe riflettere sul funzionamento del potere e sui meccanismi di riproduzione dei rapporti di forza, a cominciare dai rapporti di comando e subordinazione tra le classi sociali, che sono il vero motore della storia.
Nel 1800 la reazione antigiacobina dell’assolutismo monarchico fu crudele e sanguinaria, incarnata dallo spirito codino e sanfedista dei regimi dispotici che ripresero a regnare dopo la Restaurazione sancita dal Congresso di Vienna nel 1815: i Borboni, lo Stato Pontificio, gli Asburgo, i Savoia (che erano tra le dinastie più retrive ed oscurantiste dell’epoca). Oggi lo spirito codino e liberticida è più subdolo e strisciante, assume atteggiamenti solo apparentemente morbidi e indolori, l’oltranzismo forcaiolo si traveste in forme più sfumate e sfaccettate, ma ciò non significa che il potere politico (e quello economico, che agisce dietro le quinte e decide realmente) non sia altrettanto efferato.
La natura reale del potere economico e politico nel mondo contemporaneo è tendenzialmente “rivoluzionaria” e “conservatrice” insieme, nella misura in cui il tratto distintivo e dominante del sistema capitalistico è quello di un movimento costantemente teso verso un’azione destabilizzante in senso conservatore, è una sorta di “rivoluzione permanente” programmata e indotta dall’alto, che mira a preservare e rafforzare l’ordine costituito. E le forze eversive che esercitano un ruolo di egemonia e di repressione, non sono di dx ma di centro, in quanto il potere si colloca per definizione, per indole e vocazione al centro degli schieramenti politici.
La chiave di lettura è riassumibile nel “divide et impera”, come insegnavano gli antichi Romani, padroni di un vasto impero, cioè “destabilizzare per stabilizzare”: in sintesi la “formula magica” della cosiddetta “strategia della tensione”, un’arma applicata più volte e mai dismessa, sempre pronta all’uso in quanto funzionale per autorizzare interventi antidemocratici e restrittivi, avallando la conservazione del potere. E’ sufficiente creare un facile e comodo pretesto per scatenare la repressione. I processi “rivoluzionari”, cioè repressivi, possono essere determinati dall’occasione di una crisi innescata dall’alto, quindi dal sistema stesso. E’ quanto sta accadendo nell’attuale momento storico, segnato da una recessione economica internazionale che non è contingente ma strutturale, e che non a caso incoraggia le tendenze più eversive e reazionarie, generando un fenomeno di terzomondizzazione dei rapporti di lavoro e degli stili di vita all’interno delle società più avanzate dell’occidente.
La realtà mostra lo sfacelo in cui versa la società capitalistica, talmente evidente da non poter essere negato neanche dai fanatici più incalliti della globalizzazione neoliberista, di cui Marx aveva intuito le dinamiche essenziali. La finanziarizzazione sempre più estesa dell’economia e del capitale, la terzomondizzazione del mercato del lavoro, la precarizzazione e la proletarizzazione sempre più diffusa dei lavoratori, la crescente competizione al ribasso e le tensioni sociali conseguenti, la ripresa della lotta di classe e della centralità del lavoro produttivo come necessità per una fuoriuscita dalla crisi globale, sono fenomeni che Marx aveva scoperto 150 anni fa.
Oggi le classi dominanti non sono più in condizione di imporre e propugnare un modello di vita credibile, una visione etica rigorosa, un’idea di società e di progresso che sappia infondere nell’animo dei giovani una fiducia nell’avvenire, tranne l’invito a consumare in modo incessante e scellerato le risorse esistenti, destinate ad esaurirsi, cioè beni effimeri legati al consumismo materiale, per cui le classi dirigenti sono lo specchio più patetico della decomposizione sociale. La società occidentale, soprattutto le classi dirigenti sono al tramonto proprio perché è venuto meno il ruolo di supremazia storica svolto dall’occidente nel mondo. Non a caso sono emerse nuove potenze economiche come Cina, India e Brasile, destinate a sconvolgere gli equilibri planetari…
Il capitalismo è ormai prigioniero di una crisi strutturale e ideologica, per cui non è più in grado di convincere e sedurre la gente, in particolare i giovani. Si pensi a quanto è accaduto in un continente come l’America Latina, attraversato da spinte e fermenti anticapitalistici ed antimperialistici. Si pensi a quanto accade in Europa e in Nord Africa, ai rivolgimenti e ai tumulti di massa che stanno ridisegnando gli assetti di intere nazioni.
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La rivoluzione è possibile
Olivier Besancenot, portavoce del Npa francese, di ritorno dalla Tunisia

“È qualche cosa che non avevo mai visto prima. Faccio parte di quella generazione di rivoluzionari che non ne ha mai vissuta una. È la prima volta che vedo un avvenimento come questo «dal vero». Me ne riempio gli occhi. Mi piace moltissimo questa effervescenza collettiva, è contagioso, inebriante. Ci sono migliaia di cittadini nelle strade, a grappoli, giovani che riferiscono gli avvenimenti su Facebook e Twitter, sindacati ultramobilitati per reclamare le dimissioni del nuovo governo. La rivoluzione è un processo complesso che avanza a mano a mano e traccia il proprio percorso. La rivoluzione continua perché la piazza ha un solo obiettivo: destituire questo simulacro di governo. Attualmente è ancora sempre l’oligarchia tunisina che ha il dominio del paese, la polizia è in mano agli stessi, come l’economia e questo non sta bene a nessuno. L’idea dell’opposizione è dare vita a un’assemblea costituente per cambiare le istituzioni e avanzare su un nuovo cammino.
Sono pieno di speranza . Ora so che la rivoluzione è possibile, è qui, sotto i miei occhi. Poi, nessuna rivoluzione assomiglia ad un’altra, non ci sono modelli. Io sono qui per imparare, per capire. Prendo appunti sull’organizzazione, la strutturazione del movimento, è appassionante. Abbiamo molto bisogno anche noi di una rivoluzione sociale-democratica.
Il popolo tunisino: «È la nostra rivoluzione e non vogliamo che ce la rubino».
Ken Loach diceva: «Le rivoluzioni sono sempre contagiose».
Il nostro compito in Francia è lottare contro il nostro proprio governo, il nostro proprio imperialismo. Non è la dx che lo farà, è chiaro.
Ma neanche la sx farà niente! Vi ricordo che fino a pochi giorni fa, Ben Ali faceva parte dell’Internazionale socialista… E non è solo il governo attuale che ha coperto il regime di Ben Ali. I tunisini sono arrabbiati per il comportamento di Sarcozy. Le sue scuse sono una buffonata. Si tratta di una complicità attiva, concreta, economica e finanziaria.

Il tramonto dei faraoni
Paolo De Gregorio

Quello che sta accadendo nel mondo arabo, e segnatamente in Egitto, Tunisia, Algeria, deve essere letto ed interpretato come il misero fallimento delle politiche occidentali, messe in atto da USA ed Europa. Questi grandi “esportatori di democrazia” hanno fatto finta di non accorgersi, per 30 anni, che democrazie non erano, mentre sottobanco contribuivano a mantenere e puntellare (dagli USA miliardi di dollari ogni anno all’esercito egiziano) regimi autoritari con premier inamovibili, corrotti, ladri, incapaci di muoversi nell’interesse del popolo, agli ordini del partito internazionale del petrolio e degli interessi occidentali in quell’area cruciale.
Ma la beffa gattopardesca è già pronta. Si mollano i dittatori, e ci si prepara ad appoggiare gli oppositori, che verranno comprati e addomesticati o minacciati per un nuovo ciclo di dominazione occidentale di tipo neo-colonialista. Il potere dei soldi, degli affari, della corruzione, a cura delle cancellerie occidentali, è un film visto e rivisto,che può essere interrotto solo dalla rivoluzione islamica che cacci per sempre gli stranieri da quelle terre. Il vile cinismo occidentale di aver appoggiato, in nome della democrazia, regimi dittatoriali di ladri sanguinari, deve essere punito severamente da quei popoli, che devono respingere ogni ingerenza nei loro affari interni e trovare forza e unità in alleanze che finalmente facciano parlare gli arabi con una voce sola.
Il carattere spontaneo e popolare di questa rivolta, l’assenza di organizzazione e di strategia, fanno pensare che la guida del movimento insurrezionale possa essere presa dalla componente islamica che ha capi riconosciuti, organizzazione, identità. Comunque vada a finire questo movimento, non sarà facile per il partito mondiale del petrolio riprendere il ferreo controllo in Medio Oriente, tenendo conto che le opzioni militari contro i popoli sono velleitarie e perdenti, come presto dimostrerà la resistenza afgana contro l’occupazione di truppe straniere.
Ma ciò che mi fa sorridere e mi fa sembrare un po’ patetici gli occidentali guerrafondai, è che continuano a testa bassa, come pugili suonati, a menare le mani, a spendere cifre colossali, affermando di essere democratici, con risultati catastrofici. Mentre i “comunisti” cinesi, spendendo molto meno, unici paladini del “libero mercato”, comprano dappertutto materie prime, porti, interi debiti pubblici di altri paesi, con i soldi in bocca, aumentano il loro PIL del 10% l’anno, aumentano enormemente il loro peso economico e politico nel mondo. E’ un mondo alla rovescia, i “democratici” sparano e i “comunisti” si affidano al “libero mercato. Naturalmente i grandi esperti, giornalisti, intellettuali, politicanti, dicono le solite scemenze e non riescono a vedere l’evidenza, cioè che la politica occidentale del DOMINO e della supremazia militare non rende nulla. Fa accumulare solo odio e debiti, e che tale politica va abbandonata, vanno sciolte le alleanze militari, e le enormi spese militari vanno trasformate in investimenti nella economia reale.
Qualcuno deve pur cominciare a dirglielo che la guerra è finita, magari con la cautela che si riserva agli anziani un po’ rimbambiti. Con uno come il ministro della Difesa La Russa, che sostiene, da sobrio, che siamo in Afghanistan per difendere l’Italia dal terrorismo, l’approccio per comunicargli che il terrorismo nasce se tu invadi un paese, deve essere graduale e delicato e necessita di una forte terapia di sostegno psicologico.
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La causa di una rivoluzione non è solo la fame
Viviana Vivarelli

Non credo che una rivoluzione scoppi unicamente perché c’è la fame. Vediamo da decenni paesi africani o asiatici in preda a fame e carestie, sotto governi disumani, eppure le rivoluzioni non scoppiano.
Ho analizzato gli studi fatti sulle cause delle rivoluzioni e non sembra che la fame sia tra queste.
La rivoluzione francese non scoppiò perché il popolo era affamato, anzi, nel panorama europeo la Francia se la passava meglio di altri paesi, aveva manifatture di pregio, fabbriche, molta esportazione, un relativo benessere.. Il paese europeo che stava peggio era la Germania dove la servitù della gleba aveva ridotto la popolazione peggio delle bestie. La rivoluzione scoppiò in Francia perché là ci furono degli ideologi (élite intellettuale) che diffusero idee innovative liberali prese dall’Inghilterra e mostrarono la differenza tra l’evoluzione politica che il paese poteva avere e lo stato paludoso e immobile in cui versava sotto la parassitaria corte di Versailles, quando, insomma, sorse la rabbia tra ciò che poteva essere e ciò che era. Non fu la fame ma un progetto politico innovativo che spinse alla rivolta, anche se poi il risultato temporaneo non fu l’auspicata democrazia ma la parentesi dell’impero napoleonico. Tuttavia il seme era stato buttato e tornò a fiorire.
Lo stesso nelle colonie americane. Non insorsero perché stavano male, ma per l’insopportazione contro un governo inglese incapace di dare progresso che strideva contro nuove idee di autonomia.
Nella rivoluzione russa, la fame esisteva da sempre e mai aveva prodotto rivolte. La rivoluzione partì, anche qui, dalle idee di un manipolo di intellettuali che dettero forma a un sogno più umano contro il dispotismo e lo strapotere. Fu il progetto di un mondo nuovo a spingere gli uomini a ribellarsi.
Non è solo la fame che porta la rivolta, ma il contrasto intollerabile tra la vita che si vive e un’altra vita possibile e migliore che balena davanti agli occhi.
Non è solo la fame che crea la rivolta. E’ il sogno.
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Qual è il progetto
Viviana Vivarelli

C’è ancora chi si chiede dove stia il progetto di un mondo nuovo
Meraviglia che dopo anni di diffusione di idee su questo, ancora la verità non ci accechi. Ma cosa abbiamo letto fin’ora? Cos’abbiamo capito?
Qual’è il sogno, ci si chiede.
Da almeno 30 anni esiste il movimento no global, un movimento apartitico e universale, contro la globalizzazione economica neoliberista, valido per tutti gli uomini di questo mondo, e diffuso in tutto il mondo, senza differenze di popolo o luogo, un movimento che mira alla salvezza del pianeta, a un’economia sostenibile, alla lotta contro il predominio delle multinazionali, al contrasto assoluto al neoliberismo, alla diffusione del pacifismo per la fine di tutte le guerre, alla chiusura dell’uso degli idrocarburi e del nucleare, alle energie pulite, a un progetto politico di democrazia diretta dal basso, massimamente ‘partecipata’ che rovesci la concezione gerarchica piramidale del comunismo, la quale storicamente ha prodotto solo nuove schiavitù di popoli sotto nomenclature elitarie poste in alto e tese ad abusi, con la riproposizione dell’eterna divisione tra le due classi fondamentali dei governanti e dei governati, due classi che non sono, come voleva Mrarx, borghesi e proletari, ma quelli che hanno tutto il potere e ne abusano e quelli che non hanno nessun potere e non contano niente.
Questo progetto è stato realizzato in varie parti del mondo (a partire da Port Royal) e cominciava a svilupparsi anche dal basso nei Nuovi Municipi che si diffondevano in tutta Italia e sono stati bloccati sia dalla dx che dalla sx.
Il progetto a cui partecipa Grillo somiglia in gran parte al progetto no global teso ad una economica sostenibile, a una democrazia dal basso, a una limitazione del potere delle caste politiche ed economiche e alla lotta sia del potere finanziario che di quello bancario o economico che delle caste politiche attuali, e volta all’abbattimento dell’ideologia neoliberista con tutti i suoi falsi miti e le sue menzogne.
Il progetto è questo.
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Qualcuno confonde rivolta con rivoluzione
Viviana Vivarelli

Una rivolta può scoppia anche per fame, viene repressa con la violenza dai regimi e lascia le cose come stanno.
Se rivolta e rivoluzione fossero la stessa cosa, gran parte dell’Africa avrebbe fatto la sua rivoluzione.
Per fare una rivoluzione la fame non basta, occorre una ideologia, occorre un sogno, un progetto. Il Sudafrica era da decenni sotto un regime tremendo ma la rivoluzione scoppiò quando emerse un Mandela, e lo stesso fu per l’India con Gandhi La fame non basta, ci vogliono le idee e ci vuole qualcuno che sappia diffondere queste idee al punto che la gente possa difenderle come difende se stessa.
Ci sono cose che vanno molto al di là della pancia. E una di queste è la speranza.
La cosa più difficile a questo mondo è capire che il mondo può cambiare non perché è arrivato il salvatore ma perché la lotta parte da se stessi.
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La coscienza collettiva e il web
Viviana Vivarelli

Due osservazioni: il processo di assunzione di coscienza autonoma dell’umanità ha fatto grossi passi avanti, ed esso sta facendo dei grossi balzi proprio grazie al web.
Avreste pensato mai che le rivoluzioni iraniana o tunisina o egiziana o algerina potessero essere incrementate o aiutate da internet? Avreste pensato mai all’Africa come la nuova terra dove potranno evidenziarsi ideologie nuove e forze di riscossa di libertà?
L’umanità è partita da una mentalità tribale, di gruppo, come nelle mandrie o negli sciami, poi, faticosamente si è fatta strada la soggettività, la coscienza autonoma. Ora assistiamo a una grossa evoluzione. Dall’io individuo e soggettivo si torna all’insieme ma in un modo totalmente nuovo, non più nel senso che il soggetto subisce il pensiero di gruppo, ma nel senso che ognuno può essere promotore di pensiero collettivo partendo da se stesso con un contributo in tempo reale che continuamente evolve e si perfeziona con l’aiuto di tutti e farà fare all’umanità un balzo evolutivo non confrontabile con quanto è avvenuto per millenni. Abbiamo una nuova soggettività molto attiva ma non egocentrata che incrementa l’evoluzione universale, e non è per niente cosa da poco!!!!
La grande novità che deve farsi strada nella storia dell’umanità è che un tempo aspettavamo i condottieri, i salvatori, i liberatori, ora dobbiamo arrivare a capire che gli ideologi siamo noi!

Gli araldi neri
Cesar Vallejo

Ci sono colpi nella vita, così forti…io non so!
Colpi come l’odio di Dio; come se di fronte ad essi,
la risacca di tutto il sofferto
ristagnasse nell’anima…Io non so!

Sono pochi; però sono…Aprono solchi scuri
nel volto più fiero e nel lombo più forte.
Saranno forse i puledri di barbari Attila;
o gli araldi neri che ci invia la Morte.

Son le cadute profonde dei Cristi dell’anima,
di qualche fede da adorare che il Destino bestemmia.
Questi colpi sanguinosi sono i crepitii
di qualche pane che sulla porta del forno ci si brucia.

E l’uomo…Povero…povero! Gira lo sguardo, come
quando una pacca sulla spalla ci chiama;
Gira gli occhi pazzi, e tutto il vissuto
ristagna, come una pozzanghera di colpa, nello sguardo.

Ci sono colpi nella vita, così forti…Io non so!

________________________________________
Vallejo. Rivoluzione peruviana

Vallejo, come pochi, seppe coniugare le dure e travagliate vicende personali con un’ansia di liberazione collettiva, dando voce intensa alla sua umanissima rivolta contro la discriminazione sociale e razziale, contro la separazione violenta dell’individuo dai propri simili

Massa

Finita la battaglia,
e morto il combattente, un uomo gli venne incontro
e disse: «Non morire; ti amo tanto!».
Ma il cadavere, ahi!, continuò a morire.
Gli si accostarono due ripetendo:
”Coraggio! Non lasciarci! Torna in vita!».
Ma il cadavere, ahi!, continuò a morire.
Ne accorsero venti, centomila, cinquecentomila,
gridando: «Tanto amore e non poter nulla contro la morte!».
Ma il cadavere, ahi!, continuò a morire.
Milioni di individui lo attorniarono,

con una stessa supplica: «Rimani, fratello!».
Ma il cadavere, ahi!, continuò a morire.
Allora, tutti gli uomini della terra
lo circondarono; li vide il cadavere triste, emozionato;
si alzò lentamente,
abbracciò il primo uomo; e si avviò…

( e noi, quand’è che il cadavere del popolo italiano comincerà a muoversì?)
..
Millennio
Eugenio Finardi

E così siamo all’ultimo decennio
di questo nostro secondo millennio
e ovunque crollano gli schieramenti
e si apre un’era
di dubbi e di rivolgimenti
c’è confusione nel mondo, c’è instabilità
sono finite le ideologie,
c’è spazio per le idee
è morto il dogma, si può cercare la fede

Solo qui da noi non cambia mai niente
le stesse vecchie facce,
la stessa brutta gente
gli stessi ladri,
i soliti vecchi quattro imbroglioni
e siamo ancora servi degli stessi padroni

Perché con la pancia piena
si fanno incubi invece di sognare
con la pancia troppo piena
si è troppo pesanti per volare
perché con la pancia piena
la gente ha paura di rischiare
quando ha la pancia troppo piena
la gente diventa, oh sì,
diventa scema

Il centro della mia città
è stato comprato da banche e da stilisti
da venditori di fumo
guidati da scaltri commercialisti

Perché qui da noi non cambia mai niente
le stesse vecchie facce,
la stessa brutta gente,
gli stessi ladri,
i soliti vecchi quattro ridicoli buffoni
e siamo ancora servi
anche se di nuovi padroni

Perché con la pancia piena
si fanno incubi invece di sognare
con la pancia troppo piena
si è troppo pesanti per volare
perché con la pancia piena
la gente ha paura di cambiare
quando ha la pancia troppo piena
la gente diventa, oh sì,
diventa oscena

Perché qui da noi non cambia mai niente
le stesse vecchie facce,
la stessa brutta gente,
gli stessi ladri,
i soliti vecchi quattro imbroglioni
e siamo ancora prigionieri
degli stessi vecchi schemi
perché con la pancia piena…

..
Mery C

E li vedi sulla strada
tra polvere e lacrime
a gridare parole vere
a sussurrare frasi di fede..
E li vedi mostrare le mani
con i calli di chi ha lavorato
con impegno e con dignità
E li vedi cantare in coro
con l’orgoglio di chi è presente
e pretende di guardare al futuro
per sè stesso e i propri figli
E li vedi morire stupiti,
ma non pentiti di aver dato la vita
per un sogno , per un ideale,
anelando giustizia e libertà…
E li vedi…….Sono i rivoluzionari….
Solo noi italiani non li vediamo….

..
Moreno Corelli
Ero nel dormiveglia, si fanno i sogni migliori. Volto l’angolo del vicoletto e mi trovo davanti a Palazzo Chigi, un subbuglio incredibile, una marea umana di gente che urlava: “SANDRO! SANDRO! SANDRO!” Non capivo e mi sono avvicinato per vedere meglio cosa stesse succedendo. Mi faccio spazio tra la folla e intravedo appena un militare che entra nel palazzo, era solo. Riesco a seguirlo mentre spalanca le porte e grida ai presenti: “l’Italia è fuori che vi aspetta, farabutti”.
Quando si gira lo riconosco e rimango a bocca aperta, si tratta di Sandro Pertini! E’ incazzato come una tigre. Lo seguo mentre esce e si dirige a Montecitorio,
dove un altra folla stratosferica lo aspetta e si ripete la stessa cosa di prima.
Di nuovo in marcia e di nuovo lo seguo, dopo poco mi rendo conto che stiamo arrivando a Palazzo Madama, la storia è sempre la stessa, enorme folla fuori che si allarga al passaggio del “vecchio combattente”, stesso iter.
Nuovamente lo seguo, ma ad un tratto si volta verso di me ed estrae la pistola, mi guarda e mi dice: “ora vado da solo, voglio riprendermi per un giorno soltanto il mio vecchio incarico”. Provo a seguirlo da lontano e vedo che si sta dirigendo verso il Quirinale, ma tutto sfuma con il messaggio della radiosveglia.

Ho letto un libro che spiega come interpretare i sogni, sotto la voce “governo” venivano indicati i vari tipi di ansia, sotto la voce “Pertini” veniva indicata una sola parola: “Libertà”!
..
I Tunisini, gli Algerini, gli Egiziani si ribellano e scendono in piazza a manifestare contro i loro dittatori.
Gli Italiani cosa fanno?
Si masturbano.
Il governo egiziano si è dimesso
In Iran la rivolta sta per esplodere nuovamente contro il regime degli ajatollah
La rivolta tunisina, algerina e egiziana si sta espandendo nel nord Africa
Timori in tutti i regimi dittatoriali islamici con un effetto a domino che sta per colpire anche il Marocco e altri paesi africani o del medio Oriente, timori persino negli emirati….
C’è un momento per la sopportazione. C’è un momento per la rivolta.
Ora è il momento della rivolta.
Il palazzo di Mubarak sta bruciando per un incendio appiccato da di dentro.
Quando vedremo appicciare il fuoco dentro la villa di Arcore?
VV
..
http://masadaweb.org

1 commento »

  1. quando verrà il momento sarà comunque troppo tardi perchè la nostra dignità, persa in tutti questi anni, non ce la renderà nessuno.

    Commento di cesare — febbraio 4, 2011 @ 9:03 pm | Rispondi


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