Nuovo Masada

dicembre 30, 2010

MASADA n° 1242- 29-12-2010. Sul finire di un anno perduto

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Buon Anno – Perseguitati – Infrante due vetrine delle Lega – Un vecchio che non mi piace – Bartali salvò 800 ebrei – La crescita di Internet: i Cives net – Gli ambigui giornali italiani: Il Riformista – Siamo il paese delle puzzette, delle marchette e delle patacche – Il rovescio di Dio – Una FIAT degenerata – La scienza del clima – La minaccia dei fiumi – Il mito della falsa crescita

Vorrei mandare a tutti un forte augurio per il Nuovo Anno
Viviana Vivarelli

Vorrei che il Nuovo Anno fosse un campo e vorrei ripulirlo dalla zizzania seminata ad arte dai dispotici e dai megalomani, quelli che usano le divisioni per comandare, che diffondono bugie per usurpare, che conoscono solo il proprio utile egoistico per coartare gli altri, che fanno violenza alle leggi per frodare la giustizia e manipolano le menti per plagiarle e confonderle, inventando sempre nuove truffe, imbrogli e panzane, per distrarre con dicerie fasulle, scoop inventati, patacche menzognere, tenendo i cittadini ben separati e in lotta tra loro perché vincono sulle loro divisioni, mentre gli uomini avrebbero bisogno di essere governati insieme e dovrebbero coesistere alla luce di valori e di ideali, con principi sani e trasparenti e intenti collettivi, per fini di ordine e prosperità, ma soprattutto per un futuro di civiltà e diritti partecipati comune.

Vorrei che il mio campo avesse ogni sorta di piante che crescono in pace, piante lussureggianti o modeste, maschili e femminili, di ogni latitudine e cultura, di pianura o di montagna, tali da allietare con la loro stessa vista multicolore e la loro convivenza armoniosa il giardino del mondo. E vorrei che queste piante fossero le più varie possibile, perché così le ha volute la creazione, affinché tutte insieme si integrino e rafforzino, riempiendo il mondo per la bellezza straordinaria delle loro varietà e delle loro differenze.
Vorrei vedere il mio campo ripulito da tutto ciò che falsifica la verità, rende artificiale e coatto il mondo e peggiora la realtà, di chi se ne frega del futuro altrui, ignorando sofferenze e privazioni, calpestando i diritti e perseguendo solo il turpe scopo di agguantare più potere possibile, con tutti quei mezzi che qualsiasi etica o principio naturale o buon senso giudicherebbe illegittimi e indegni di un uomo onesto che vuole edificare un mondo onesto.
Vorrei piantare nel mio campo la buona volontà, la sincerità e la trasparenza, l’aiuto reciproco, il rispetto per cose e persone, la parità nei diritti di vita e di realizzazione e la minor disparità possibile nelle possibilità e nelle occasioni, ma soprattutto vorrei seminare l’utopia di un mondo più unitivo possibile, in cui le differenze hanno un valore di ricchezza collettiva e non sono un pretesto per offendere, avvilire, mortificare ed emarginare nessuno.

Perseguitati
Viviana Vivarelli

C’è sempre qualcuno che è perseguitato da qualcun altro
Quand’è che impareremo a vivere insieme senza scannarci, emarginarci, esiliarci, privarci di diritti naturali e legali, disprezzarci, creare delle apartheid o delle campagne di odio, considerare quello o quello inferiori a noi, approfittarcene, creare sugli esclusi dei poteri, delle lotte, delle guerre, delle disuguaglianze?
Quand’è che i partiti peggiori e le chiese peggiori e le nazioni peggiori cesseranno di scagliare gli uomini gli uni contro gli altri? Di cercare capri espiatori? Di bollare questo o quel gruppo come inferiore, spregevole, contro natura, inferiore? Di negare la parità, l’uguaglianza, il rispetto a categorie di persone su basi pregiudiziali e infami?
Il mondo potrebbe essere migliore se imparassimo semplicemente a convivere, a non ripetere perfide disuguaglianze, a non bollare persone o gruppi con epiteti che rivelano una sostanziale dominanza nel cuore umano di Satana, il grande separatore!
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Sopra e sotto del Po
Luca Massaro

Ci sono milioni di persone al di sopra del Po che ne hanno piene le scatole e che sono pronte a battersi per ottenere la libertà». firmato Umberto Bossi.
Ma se per caso ci fossero milioni di persone che al di sotto del Po avessero anche loro le scatole piene e fossero pronte a battersi per la libertà, vorrei sapere la libertà da chi? Da quelli che abitano al di sopra? Ma se sono questi che, secondo Bossi, non hanno la libertà! Ma chi l’ha presa questa libertà? O meglio: dove si trova? Al di sopra o al di sotto del Po?
La libertà era in Arno, ma c’è stata la piena ed è sfociata nel Tirreno; dipoi forti correnti settentrionali l’hanno trascinata verso sud. Pare si sia arenata a Lampedusa, in un Centro di Prima Accoglienza. Dato che essa è necessariamente senza documenti, ci sono forti probabilità che le forze dell’ordine non la riconoscano e la scambino per una Clandestina.

Infrante due vetrine della Lega
Viviana Vivarelli

Contro una sede della Lega presso la casa di Bossi sono state buttate due bombe carta che hanno rotto due vetrine, un episodio di vandalismo politico non bello certo, ma che è una goccia nel mare di violenza seminato dalla Lega in questi 16 anni e, dinanzi alla gigantesca indignazione dei media e dei politici che invoca “rispetto alla democrazia”, ci chiediamo quando mai c’è stata una indignazione parallela sui tanti casi di violenza verbale e non solo della Lega. E dove stava Maroni che ora a momenti chiede l’emergenza nazionale a difesa di due vetrine, quando attaccava lo stato italiano e gli stranieri in Italia, quando i suoi davano fuoco ai pagliericci dei barboni, spargevano detersivi sulle extracomunitari, sbraitavano nelle piazze fiumi di odio sociale contro migranti o meridionali, chiudevano i kebab o versavano piscio di maiale sulle fondamenta delle moschee, vociavano su fantomatiche ronde contro gli stranieri, escludevano dalla mensa scolastica e alle case popolari i bambini più poveri, esigevano classi differenziate o assurdi esami di italianità, innalzavano mura separatrici, minacciavano diecimila fucili contro Roma, e, bellissimo il finale, si assolvevano dal reato di banda armata!
La Lega è una fazione secessionista che vomita questo paese, lo odia, tenta di dividerlo, ne distrugge le leggi. La Lega sparge inciviltà, xenofobia, razzismo e anti-italianità e non perde occasione per sputare sui simboli nazionali e i suoi capi le hanno spergiurato una fedeltà grottesca al loro investimento, vorrebbero distruggere la Costituzione e hanno in odio tutta la Nazione sotto il Po. Per non farsi mancare nulla, la Lega ha anche appoggiato le peggiori e più antidemocratiche leggi di B. Ha fatto una legge, la Bossi-Fini, che è un capolavoro di sadismo e cattiveria e resta in gran parte inapplicabile perché non ha mai stati stanziato i fondi per renderla agibile, costringendo migliaia di migranti ad attese, fatiche e sofferenze che non esistono in nessun paese civile. La Lega rifiuta a chi è islamico l’uso di una moschea; molti suoi sindaci emarginano e puniscono i poveri non italiani. La Lega infine gioisce se i numeri degli sbarcati a Lampedusa sono calati e se ne frega se centinaia di poveri disgraziati sono cadaveri in fondo al mare. La Lega ha fatto con Gheddafi un patto di un sadismo inaudito per cui i migranti sono rispediti ai suoi lager, alle sue torture, alla morte orrenda nel deserto. Quanti di questi morti sono da addebitare alla Lega?
Ma certo cosa volete che siano queste cose di fronte a due vetrine infrante!?

Don Aldo manda
Un Vecchio che non mi piace
Sepulveda

Mi piacciono i vecchi, ma non tutti, e non ho mai temuto la vecchiaia perché la vita mi ha offerto incon¬tri con anziani formidabili. Con uomini e donne che hanno portato o portano le rughe, i capelli bianchi, l’apparente lentezza, con orgoglio e allegria, e ora che sto per compiere sessant’anni mi preparo a diventare come loro. Quelle donne e quegli uomini che hanno sui volti la mappa gloriosa di vite gloriose sono il mio modello, e per rispetto a loro e a me stesso voglio parlare in queste pagine di un vecchio patetico che rappresenta esattamente il contrario ed è l’immagine stessa della senilità, prigioniero di un destino simile a quello di Dorian Gray.
Il vecchio di questa cronaca è un italiano che ha rimpiazzato la serenità normalmente concessa dagli anni con un libertinaggio smisurato. Suppongo che una volta gli sia capitato di assistere, al solo scopo di censurarla, a una messa in scena della Resistibile ascesa di Arturo Ui di Brecht e abbia deciso che gli specchi servivano da guida per rimediare per mezzo di protesi a ciò che la vita gli aveva negato. Ha cominciato falsando la propria statura fisica, perché l’altra, quella morale, è intoccabile. Un calzolaio gli disegna scarpe speciali provviste di zeppe nascoste che gli concedono più o meno 4 cm so¬pra il livello del mare. Da qui, il lavoro di un sarto che deve confezionargli i pantaloni per due gambe che non sono le sue, e deve dotargli le giacche di spalline che mostrino un uomo alto e anche robusto. Sussiste però il problema della testa, perché non ci sono pro¬tesi che ne aumentino le dimensioni, e per quanto provi davanti allo specchio le pose di Mussolini, la sua rimane quella di un vecchio bassetto, quasi privo di collo, infilata a forza in un corpo alieno.
La caduta dei capelli è una questione decisa dagli anni, una legge della natura, e tutti i trapianti a cui si è sottoposto sono falliti perché l’erba non cresce sul terreno sterile. Così, forse ispirandosi alla famosa macchia che orna la testa di Gorbačev, ha deciso di tatuarsi un’ombra scura sotto i suoi quattro peli sten¬tatí e l’effetto finale è quello di un vecchietto che si copre la testa con un basco cencioso.
Una volta, una truccatrice decise di coprire le rughe sul viso di sir Lawrence Olivier, prima che il grande attore uscisse sul palcoscenico a recitare Amleto. Il grande attore con gentilezza glielo impedì e aggiunse: «Non sono rughe, sono cicatrici amate che mi hanno lasciato le migliori battaglie». L’italiano a cui mi rife¬risco, invece, ha deciso di diventare «il più bello d’Europa» e si è ricoverato in una clinica svizzera specializzata in chirurgia estetica. Il risultato finale è quello di un vecchio cinese che ha seri problemi ad aprire gli occhi. Così, dopo una serie di fallimenti prevedibili in un apprendista Peter Pan, ha optato per gridare al mondo la sua virilità di latin lover della terza età.
Può esserci qualcosa di più grottesco di un anziano bassetto ma tutto impettito, mezzo calvo ma con la testa dipinta, dagli occhi a mandorla a forza di bisturi e dalla dentatura impeccabile grazie a trattamenti che gli impediscono di chiudere la bocca? Se a questa visione da incubo aggiungiamo un’adolescente, anco¬ra minorenne, generosamente presentata dai genitori, una bambina che candidamente chiama l’anziano «papi», abbiamo una trama da opera buffa che di sicuro fa rivoltare Rossini e Puccini nella tomba.
Un’infinità di veline, cioè di fanciulle dall’aria infan¬tile ma discretamente puttane, hanno invaso la resi¬denza ufficiale dell’anziano insieme a meretrici a tariffe business che si definiscono escort, e lungi dal procla¬mare ai quattro venti le virtù amatorie dell’anfitrione, queste signorine dichiarano che si tratta di un simpa¬tico vecchietto, la cui maggior prodezza sessuale è farle sedere con lui a guardare vecchi video, dove canta noiose canzoni romantiche dell’Italia di Domenico Modugno.
Il vecchietto ha una villa in Sardegna, stupefacente per quanto è kitsch, che è frequentata da gruppi di veline trasportate su aerei dell’Aeronautica italiana, per rallegrare altri vecchietti che vanno li ad attestare il loro europeismo. In mezzo alle ragazze che fanno il bagno con poca roba addosso, grazie alla perizia di un paparazzo, abbiamo visto un uomo di governo profondamente euroscettico che sfoggiava un’erezione a carico dell’erario pubblico italiano, e al centro di tutto questo la figura inossidabile di «papi» che, a sentire le invitate, porta a spasso avanti e indietro la sua senile arroganza, la sua insolente senilità, la sua ignobile decadenza, convinto di essere il nuovo Nerone.
E, come dice la Bibbia, diamo a Dio quel che è di Dio e a Cesare una residenza geriatrica.

(Luis Sepùlveda: “Ritratto di gruppo con assenza”; pp. 145-148)

Bartali salvò 800 ebrei

Giorgio Goldenberg racconta che se è vivo a 78 anni lo deve a Gino Bartali, che nascose la sua famiglia in cantina.
Pochi lo sanno ma Gino Bartali contribuì a salvare almeno 800 perseguitati, tra il 1943 e il 1944, tra cui molti bambini ed anziani. Si allenava in bici sui pendii dell´Appennino, sfruttando la libertà di movimento che godeva grazie alla sua celebrità (nel 1941 aveva conquistato la Coppa Piero Marin davanti a Fausto Coppi, allo sprint, e la Coppa dell´Angelo; nel 1942 gli attribuirono un fittizio Giro d´Italia). Bartali girava le montagne nascondendo nella canna della bici documenti falsi da consegnare alle famiglie rifugiate in conventi e monasteri per aiutarle a scappare dall´Italia.
Il rischio era enorme, ma Gino non tollerava quel che stava succedendo. Si era messo in contatto con l´organizzazione messa in piedi dall´ebreo pisano Giorgio Nissim, in cui lavoravano sacerdoti e suore cattoliche. Tutto documentato. Basta leggere la storia di questa formidabile rete consultando il decimo numero della rivista Ecclesia.
L´attività del campione non si limitò a far da staffetta. Gino sfidò le Ss, offrendo ai quattro Goldenberg rifugio in uno scantinato che possedeva. Si era sposato da poco, nell´ottobre del 1941 era diventato padre di Andrea, i capoccioni fascisti del quartiere lo convocavano spesso perché sospettavano di lui ma non avevano abbastanza prove per incastrarlo, e lo sottoponevano a sorveglianza. Nonostante ciò, egli accolse i 4 profughi di Fiume negli ultimi mesi dell´occupazione nazista di Firenze, i mesi più terribili e cruenti. I Goldenberg erano miracolosamente scampati alle retate dei fascisti a Fiume ed erano riusciti a trovare riparo a Fiesole. Giorgio era iscritto alla scuola elementare ebraica, faceva la spola da Fiesole e a Firenze mentre i suoi genitori diventarono amici di Bartali e di Sizzi. Poi la situazione precipita e le vite degli ebrei erano appese a un filo e Bartali li nascose in una sua cantina, in zona Gavinana.
Siamo onorati di aver avuto un italiano così buono, Per Bartali sarà piantato un albero nel Bosco dei Giusti, allo Yad Vashem, uno dei luoghi della Memoria più sacri per il popolo ebraico. E per l´umanità intera.
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Ricordi di Natale
Viviana Vivarelli

Quand’ero piccola, a Natale, era il primo dopoguerra, e babbo, mamma e io piccina si era sfollati, venuti giù dalla montagna e in cerca di casa. Ricordo il biroccio col mulo e sopra poche cose annodate nei lenzuoli.
Ci misero in una casa vecchia a coabitazione con altri sfollati, nel centro di Firenze, presso la Chiesa di Santa Croce, dormivamo nella stanza di passaggio sui materassi per terra, la camera buona, di là dalle scale, l’avevano gli altri che erano arrivati prima. Quando entrai la prima volta in cucina, l’altra donna tagliava la testa a un pollo sul tagliere, era una cosa ricca un pollo, ma la donna mi guardò con occhi spiritati e quando tagliò la testa con un colpo secco mi sentii una ladra di case come tagliassero la testa anche a me.
Poi se ne andarono e lasciarono alcune cose: due volumi dell’enciclopedia, A e B, so tutto sull’aloe e su Babilonia, poi una bamboletta di biscuit a mezzo busto con le puppine di fuori che se la riempivi d’acqua le uscivano due schizzi dai capezzoli e una sedia rococò che non stava ritta, lasciarono anche un bambolino di piombo nudo che pisciava.
Prima di quella casa eravamo avevamo fatto i guardiani in una villetta abbandonata in Via Morgagni, dormivamo in soffitta. Io stavo sempre in terrazza e la villetta davanti a me era stata requisita dagli americani, c’erano molti soldati negri, musica vivace e tante donnine allegre. Io stavo affacciata la balcone e buttavo giù certi aeroplanini di carta; una volta mi ero sporta più del dovuto e dei grossi negri presero a urlare in una lingua che non capivo per attirare l’attenzione su quella bambina col fiocco bianco che stava per cadere.
I primi Natali non li ricordo. Avevamo sempre freddo perché non c’era legna né carbone. La stufa economica faceva poco calore e nella stanza lontana si gelava. Io avevo sempre i geloni ai piedi perché mettevo i piedini gelati nel forno e la pelle si spaccava. Tossivo sempre e da mangiare c’era poco.
Mio padre era entrato come cameriere all’Excelsior, dove c’era il comando alleato, e portava a volte certe bottiglie di Vov quasi finite con qualche gocciolino in fondo da leccare, e anche qualche barattolo di cavolo cattivissimo o di noccioline, filava un po’ di roba di nascosto col rischio di un licenziamento ma la fame era grande. Portava anche delle riviste americane dove si vedevano i disegni di frigoriferi e automobili e di gente allegra che faceva il picnic o mangiava salse o barattoli di zuppa; una volta portò e nascose delle riviste scure, che io naturalmente scovai e guardai, c’erano delle foto orribili di montagne di ossa con morti così magri da sembrare scheletri, tutti nudi e terribili, che mi produssero molti incubi, c’erano anche foto strane di guanti e paralumi, quando imparai a leggere scoprii che erano fatti di pelle umana.
Un giorno arrivò anche un grande foglio con un quadro di Hieronimus Bosch che raffigurava un truce inferno pieno di diavoli. Ho sempre associato le foto dei paralumi e dei mucchi di scheletri nudi a quell’inferno.
Arrivò anche un’altra tavola di Bosch, verdazzurra, come vidi poi essere il mare di Puglia, l’interno di un mare di sogno in cui levitava una barca, un santo e un pesce. Quel verd’azzurro, da allora, significò per me il contrario esatto del male e dell’inferno e fu per sempre il mio colore preferito e lo metto spesso nei miei dipinti. Quelle due pagine erano tutta l’arte che conobbi allora.
Mio padre raccontava che gli americani mostravano in albergo certi loro filmati fatti dai loro corrispondenti di guerra dove si vedevano i paesini liberati del sud, con la gente che esce dalle caverne o dalle catapecchie, gente magra da far paura, con facce da morti o da sopravvissuti e occhi da invasati. Mio padre si arrabbiava e diceva che in quei film noi italiani sembravamo delle bestie.
La strada dove abitavamo era molto vecchia, si chiamava Via delle Pinzochere, le pinzochere erano state certe beghine, non so se suore, che avevano occupato un tempo la casa di fianco alla nostra con le grate alle finestre.
Invece, di fronte alla casa c’era lo studio di Annigoni, che allora non era così famoso e non faceva ancora i ritratti ai re, e un giorno il pittore offrì a mio padre un quadro ma chi ce li aveva i soldi per comprarlo?
Sempre di fronte, n una casa con la corte, abitava La Pira ma non l’ho mai visto, nemmeno più tardi, quando ero iscritta a Sicienze politiche e in teoria doveva essere un mio docente, ma non si fece vedere mai.
La casa dove abitavamo era molto vecchia e un giorno che ero appena uscita dal piccolo cesso, il soffitto crollò ed era fatto di calcinacci e paglia, mia madre urlò come una pazza credendo che la frana mi avesse sotterrato e si mise a scavare tra le macerie, mentre io ero appena uscita e stavo nel cavo di una finestra, zitta, con la mia bambolina, quando mi scoprì me ne dette di santa ragione come reazione nervosa, poi disse che era stato un miracolo e che aveva sognato la Madonna sull’altare tra le luci e la Madonna mi aveva salvata.
In quella casa non conoscevo nessuno e non veniva nessuno, ci vissi in un isolamento quasi totale, e non mi era permesso di frequentare altri bambini. Ma ricordo che una volta sgattaiolai fuori e andai da una bambina vicina che faceva il suo compleanno, non ci fece entrare in casa, ci mise a sedere sui gradini delle scale e poi passò con certe caramelle, ma solo chi aveva i soldi per comprarle poteva averne e io naturalmente non avevo nulla e non ebbi nulla, soffrendo di un senso di esclusione che mi ha accompagnato spesso nella vita.
I primi Natali non li ho in mente, ero troppo piccola ed eravamo troppo poveri, ma ricordo un Natale che avevo forse 5 anni. Mi ero alzata da sola e scalza, col camicino da notte, avevo attraversato le scale per entrare in casa, avevo furia di aprire la porta per vedere i regali ma la chiave non girava o io non sapevo farlo, così cincischiai nel freddo, sempre più tremante, finché non mi feci tutta la pipì addosso. Ricordo ancora la vergogna delle pipì che mi scendeva calda tra le gambe nel pianerottolo buio e gelido.
Quei regali me li ricordo tutti come se li avessi in fila: delle arance (poche), dei mandarini, dei cioccolatini duri e amari, una stufina economica piccola da bambole, di latta, col forno che si apriva, alcune pentoline da bambola di latta col manico, un servitino di celluloide rosa da thè, con tazzine e piattini, una bamboletta di celluloide piccola che si spaccò subito a metà.. non però tutte queste cose insieme, una per anno.
Quando andai a scuola ebbi anche dei libri: il primo anno: Davide Copperfield, il secondo anno Davide Copperfield…va bene avere genitori distratti, ma in tutta la casa c’erano solo due libri, ed erano sempre Davide Copperfield, e poi non mi piaceva nemmeno, questo mi sembrò proprio una ingiustizia bella e buona.
Eravamo iscritti alla lista dei poveri e a Natale due suore ci portarono un grosso pacco di carta marrone con dentro un pezzo di stoffa ruspida a puntini marroni e bianchi, ho sempre odiato il colore marrone, e quella stoffa doveva essere fatta con l’ortica perché bucava. Non ho mai capito perché regalare una stoffa a un povero che magari non sa cucire. Odiai quelle suore, stupide e sdolcinate, e non per la stoffa che era orribile, ma per le parole che dissero, che mi fecero capire di colpo che c’era una lista dei poveri e noi ci stavamo iscritti, Nessuno fino allora mi aveva detto che ero povera e quello fu il Natale peggiore. Mia madre invece le ringraziò molto e io odiai anche lei di un odio bruciante.
Mi fece un abito marrone, brutto e sgraziato, che mi stava malissimo e mi bucava la pelle, da allora non ho mai portato nulla di marrone.
Mio padre a quel tempo faceva la maschera al teatro Comunale e mi fece entrare di soppiatto. Davano la Turandot e i avevo forse 8 anni. Entrai nel buio col mio vestito marrone da povera, e rimasi in piedi, per paura che fosse male occupare qualche posto vuoto, timida e impacciata come può essere una bambina entrata di soppiatto che teme di essere scoperta, ma la bellezza dell’opera mi travolse, nel buio ero Liù, ero la principessa, ero il giovane sconosciuto, ero il boia rutilante e i buffoni e le cento comparse vestite splendidamente e non c’era più nessun vestito di ortica a pizzicarmi e nessuna povertà a fari sentire triste e diversa.

La minaccia dei fiumi
Il Bacchiglione, metafora dei disastri annunciati
ROBERTO MANIA, FABIO TONACCI

«Vada in mona ghe se da vergognarse. Quel casso de, de…». Ce l’ha con il Bacchiglione il vecchio di Cresole, frazione di Caldogno, a due passi da Vicenza. Il fiume è lì a una cinquantina di metri, gonfio e melmoso, di nuovo prossimo alla piena. Resta ostile quel fiume. Compresso, ancora dentro gli argini indeboliti, mentre dal cielo continua a piovere. Tanto che ieri è di nuovo scattato l’allarme a Vicenza, alcune strade si sono allagate. C’è il rischio di una nuova alluvione a poco di un mese da quella di Ognissanti, quando acqua e fango entrarono violenti nella città, affondando tutta la campagna intorno, giù fino a valle alle porte di Padova. Tre morti, danni per oltre 1 MLD di €. 150.000 animali annegati, 3.000 persone sfollate. I segni del disastro stanno scomparendo, però: ci si è messi al lavoro subito, senza aspettare gli aiuti e neanche le visite di rito dei governanti. L’antipolitica nordestina si pratica pure così. A Vicenza sono arrivate meno richieste di soldi per la ricostruzione di quanti ne siano stati stanziati. Ma perché si aspetta l’alluvione e i morti per intervenire? Perché è meglio l’emergenza anziché la manutenzione? Perché i disastri aumentano con il passare degli anni? Perché negli altri paesi è diverso?

Il vecchio non ha mai amato il Bacchiglione che ha rotto solo poco più a nord e che già nel 1966 trasportò distruzione. Continua a disprezzarlo. Come un po’ tutti da queste parti. Perché c’è stata una sorta di rimozione collettiva, quasi a nasconderlo quel corso d’acqua con i suoi 119 km e il suo fittissimo reticolo di affluenti e sorgive. Qui, in questo pezzo della “metropoli padana” senza identità comune con un tasso impressionante di urbanizzazione, dove i capannoni e le casette con giardino si sono costruiti dovunque per aggrappare il benessere, si vive sopra l’acqua. Perché questa è la zona del Veneto dove piove di più. I paesi sono come sulle palafitte. Qui il fiume non lo vorrebbero più. Ricorda la fatica e la miseria dei secoli passati. Così l’hanno imbrigliato, rettificato, svuotato, spolpato, raddrizzato, modernizzato. Niente più anse, bensì un percorso dritto, veloce. Troppo veloce. Forse lo stanno uccidendo il fiume. Che come un animale in gabbia ogni tanto si ribella perché vorrebbe vivere, esondare e rientrare.

Ma il Bacchiglione non è altro che un fiume dell’Italia. Solo ieri sono scattati gli allarmi anche per il Piave, il Secchia, il Panaro. In Italia non si fa prevenzione perché alle elezioni non paga. Il nostro è il paese dove non si interviene a monte perché se ne avvantaggerebbe la popolazione a valle, dove si è imposta la strategia dell’emergenza al posto della normale manutenzione, dove si frammentano le competenze tra Genio civile, Autorità di bacino, Magistrato delle acque, Protezione civile, Consorzi di Bonifica, enti locali. Dove tra il 2002 e il 2010 ci sono state 35 frane e 72 alluvioni che hanno fatto 219 vittime, 126 per frane e 91 per alluvione. Vuol dire 30 morti ogni anno a causa del dissesto idrogeologico. C’è stato un peggioramento dalla seconda metà degli anni 80 e il picco nel decennio successivo. Con un costo dunque crescente: 52 MLD nell’arco degli anni dal 1948 al 2009, pari a 800 milioni l’anno. Ma se si dividono i periodi (tra il ‘48 e il ‘90 e tra il ‘91 e il 2009) emerge che fino agli anni 90 la media era di 700 milioni per diventare poi quasi il doppio: 1,2 MLD a causa del non controllo. È l’Italia che produce i “disastri a km zero”, tutti fatti in casa, autentici. Completamente colpa nostra. E tutti lo sanno. Da decenni e forse più.

Cresole è una golena naturale. Era. Ora è un paesino che galleggia. Si tirano su le case a meno di 30 m dal fiume. Sono previste già altre 5 palazzine a 2 piani. Cementificazione. Non è abusivismo, è tutto regolare qui. Case, capannoni e chiese. Quasi dentro il fiume. ..Dal Duemila i residenti di Caldogno sono aumentati di mille unità, sono diventati 11.150. Si è costruito ma non si è fatto nulla per mettere in sicurezza la zona. L’onda di Ognissanti ha buttato giù i garage, invaso gli interrati, distrutto le auto. Fa paura l’acqua. A novembre c’erano i sommozzatori qui in Piazza della Chiesa. Ora si ripara tutto, in fretta. Si rimuove. Perché è troppo tardi per mettere in discussione questo modello di sviluppo. Lo sa bene il sindaco di Caldogno, Marcello Vezzaro, ex Psi, eletto con una lista civica formata da ex popolari, ex forzisti del Pdl. Con la sx e la Lega all’opposizione. L’Ici non c’è più, spiega, e gli oneri di urbanizzazione finiscono per essere una fonte importante di entrate. Costruire, allora.

Dice Michele Bertucco, presidente della Legambiente del Veneto: «Molti Comuni pensano di fare cassa non sapendo che questo porterà ad un aumento della spesa». Questa è l’Italia delle contraddizioni localiste, dei tagli ai trasferimenti dal centro alla periferia, del federalismo mal concepito, delle colate di cemento sempre e dovunque. E la Lega Nord? Il governo del territorio non doveva essere la risposta al malgoverno centralista di Roma? Perché questa è anche l’Italia della Lega, del ribellismo nordista. Del rancore antistatalista. E – forse – di fronte all’acqua che avanza e alla richiesta di aiuti a Roma, del fallimento leghista…
Ciascuno ha fatto programmazione nel proprio orto, nel proprio pezzo di terra. Si è costruito un territorio puntiforme senza programmazione comune. E questo territorio è diventato una plaga, una grande megalopoli inconsapevole. Il fiume è di tutti e allora non è di nessuno. Rimozione.

Sul fiume si scontrano interessi, lobby contrapposte, corporazioni. Si combatte non solo contro la costruzione della nuova base militare Usa del “Dal Molin”, dove a pochi metri dagli argini sono stati impiantati 3.500 piloni a una profondità di 18 metri. «Provocando un rialzo della falda di 20 cm».. Ci sono i contadini sussidiati dall’UE che preferiscono essere espropriati dei loro terreni per destinarli alla costituzione delle cassa di espansione e si oppongono invece al meno remunerativo indennizzo, che include la manutenzione dell’argine; ci sono i “signori della ghiaia”, che qui contano eccome, e anche quelli, un po’ in declino, dell’argilla con cui si fanno i mattoni.

Antonio Stedile ha assistito in diretta dai campi della sua azienda alla rottura del Timonchio, affluente del Bacchiglione. I suoi campi sono immersi nell’acqua ma i danni sono stati relativi. Da 20 anni provava a spiegare quanto fosse pericoloso il fiume e debole l’argine. Inutilmente. Ma lui, come gli altri agricoltori, si oppone alla cassa di espansione e alla diversa destinazione produttive dei campi. C’è un “fronte del no” guidato da Gianfranco Farina, che non è un agricoltore bensì un tecnico. Rappresenta la maggior parte dei contadini. Dicono no al progetto della cassa di espansione. Rinviare gli interventi ci ha fatto almeno risparmiare? C’è stato un beneficio per le casse pubbliche ai vari livelli? C’è chi ha fatto qualche conto: se la cassa fosse stata realizzata 30 anni fa sarebbe costata meno di 35 milioni di €, quasi la metà dei danni provocati dall’alluvione dei primi di novembre. Sprechi. Cambiare le coltivazioni potrebbe essere una soluzione? Oppure: non si dovrebbero lasciare gli spazi per far esondare i fiumi? I contadini sostengono che quei terreni perderebbero di valore, che le falde sono destinate ad essere inquinate, che l’indennizzo è ridicolo e che, infine, il progetto di passare dalle attuali coltivazioni (dal mais alle erbe mediche agli alberi da frutto) a quella di alberi da legno a ciclo breve da tagliare a fini energetici non stia in piedi.

Dietro ci intravedono la sagoma delle imprese dell’argilla. Perché le lobby sono sempre in agguato. Dappertutto, nel paese dei mille campanili. Sono pronti – gli agricoltori di Caldogno – a ricorrere al Tar e poi agli organismi comunitari, come si fa sempre in Italia. Rilanciano allora: mini bacini a monte per ridurre la velocità del fiume… E’ un’idea antica. Si trattava di alzare la diga dagli attuali 23 a 45 metri. Il ricordo della tragedia del Vajont bloccò tutto – per sempre – quasi 50 anni fa. Mezzo secolo buttato. Ora non è neanche possibile immaginare un innalzamento della diga perché l’area è diventata industriale. Le fabbriche sono entrate nel fiume. Dove c’era il Cotonificio Rossi – siamo a Debba, periferia di Vicenza – c’è ora una serie di capannoni. C’è da quasi 14 anni anche la Sdb di Claudio Bagante, produce cavi elettrici speciali. Il fiume è lì a un passo. È entrato dentro il capannone trascinando fango e detriti. Bagante stima di aver subito un danno intorno ai 200 mila €. Ha buttato 15 t di rame. Dieci giorni di fermo produttivo, poi ha ripreso, insieme ai suoi 20 dipendenti, dopo aver rimesso in ordine la fabbrica, smontato e ripulito tutti motori dei macchinari. Circa l’80% della produzione va all’estero. Prevedeva di chiudere l’anno con un fatturato intorno ai 5 milioni, saranno 4 e mezzo. «Nessuno ci aveva avvisato di quello che stava accadendo».

Eppure tutto era prevedibile. Come quasi sempre, in Italia. A Padova c’è uno dei dipartimenti di Ingegneria idraulica tra i più prestigiosi nel mondo. A guidare la “scuola padovana” è Luigi D’Alpaos, bellunese, ordinario di Idrodinamica, che da giovane assistente fece parte nella seconda metà degli anni Sessanta della “Commissione De Marchi” incaricata dal governo di individuare i rimedi per evitare i danni provocati dall’alluvione del 1966. Le proposte della Commissione stanno sul tavolo di D’Alpaos, un po’ ingiallite, alcune superate. Tutte inattuate. Decenni persi in chiacchiere, veti e controveti. «Si è considerato il rischio idraulico come un accidente dal quale prescindere. Provate a trovare un sindaco che non abbia tombato un fosso per costruire una pista ciclabile! A Vicenza si lamentano ma hanno costruito la zona industriale dove passa il Retrone, affluente del Bacchiglione. Che, alla fine, è stato ingessato in maniera indecente».

Da quasi 20 anni D’Alpaos ha messo a punto un modello matematico che permette di calcolare, e prevedere, le conseguenze, lungo il tragitto, di una eventuale piena. La tragedia di Ognissanti, come tante altre, poteva essere largamente evitata. «C’è uno scollamento tra il mondo della ricerca e le istituzioni che ai diversi livelli devono decidere…Servirebbe un dittatore delle acque, perché non c’è nulla di democratico nella gestione di un fiume». Ma forse è troppo tardi. Il Bacchiglione, come tutti i fiumi, statisticamente esonda più o meno ogni 50 anni. Ma si continua a stare fermi, ad aspettare la prossima tragedia.

DON ALDO

A proposito del “Dio Rovesciato” del Natale Cristiano leggo quanto segue:
Questo radicamento nella bellezza dell’umanità e della vita sfortunatamente è spesso occultato nel discorso religioso istituzionale. Come se il mondo, la società, la vita, la realtà quotidiana non fossero parte integrante della nostra esperienza di Dio, come se fosse necessario, per fare bene, lasciare il mondo fuori dalla porta del tempio affinché questo sia “puro”. Questo modo di vedere contiene una pericolosa separazione tra l’amore di Dio e l’amore del mondo. Ciò che primeggia è l’obbedienza stretta alla “legge” di Dio e le pratiche rituali che vi si collegano, il resto è secondario, futile. Secondo questa propettiva, Dio vuole che lo si serva, non che lo si viva. Il sacro istituisce così una frattura radicale con il profano. Dio regna sul mondo e, come un signore, lo domina, non lo abita. Le gioie e le speranze, le sofferenze e le aspirazioni del popolo non sono le sue. Bisogna onorarlo, pagargli il debito, pena una terribile punizione. La libertà umana è vista come una minaccia. Ciò che conta è l’ordine dettato dall’alto….”.
La lunga citazione è presa da un bellissimo articolo di Jean-Claude Ravet apparso aulla rivista canadese “Relations” e pubblicato sul n.92 di Adista.
Ve ne consiglio la lettura per esteso, in allegato.
Un abbraccio laico da un prete non clericale, credente ma non credulone, fedele ma non feticista.
Aldo

IL ROVESCIO DI DIO
(Jean-Claude Ravet sulla rivista canadese “Relations”-Adista 92/10)

C’è chi vede nelle religioni un’immensa fonte di violenza al punto che, se sparissero, il mondo non avrebbe che da guadagnarci. Altri le considerano come indispensabili artigiane di pace. Tutti hanno in testa una lunga lista di eventi .. Da un lato, atti di violenza inauditi, abietti, barbari, dall’altro testimonianze ammirevoli di solidarietà, compassione, resistenza eroica al male: tutti fatti in nome di Dio. Così, le religioni sono capaci del peggio come del meglio. Ma su cosa poggiano questi estremi: il potere di fomentare l’odio, di umiliare, di dominare e quello di generare la bontà, l’amore, l’aiuto reciproco? Lo sguardo naturalmente si focalizza prima di tutto sui testi sacri delle grandi religioni. Ciò che colpisce è l’immensa bontà che sprigiona da questi: il Dio degli umili della Bibbia, il Dio dei poveri e degli oppressi dei Vangeli, il Dio misericordioso del Corano e i doveri di solidarietà, di condivisione e di giustizia che ne derivano. “Credere che Dio possa ordinare agli uomini atti atroci di ingiustizia e di crudeltà, è il più grande errore che si possa commettere nei suoi confronti”, scriveva Simone Weil.
Si potranno trovare però anche dei passaggi bellicosi, citarli fuori contesto o dare loro un’importanza che non hanno. Su questo fanno leva tanto i critici dell'”illusione religiosa” quanto i fanatici e i fondamentalisti. Ma gli uni e gli altri contraddicono la lunga tradizione ermeneutica che ricorda che un testo sacro deve essere letto tenendo presente il suo contesto e il suo pretesto. Questo è incastonato nella storia e risponde a un’aspettativa che ha per posta la condizione umana. E’ che la prima parola di Dio, come ricordava Sant’Agostino, è la vita – personale e collettiva – e la storia. E’ in esse che Dio parla prima di tutto. Non tener conto di questo, è fare di un testo sacro “un idolo”, nel senso che gli davano i profeti biblici, cioè una cosa morta che si sostituisce alla vita e alla coscienza morale, e sottomette l’esistenza a un potere inumano distruttivo. E’ fare di un testo portatore di vita, una cosa che porta la morte e l’odio del corpo. Quando Simone Weil vede nell’ Iliade di Omero un’opera che parla di Dio meglio del Libro di Giosuè nella Bibbia, applica questa griglia di lettura. Ogni testo diventa potenzialmente parola di Dio. Il testo cosiddetto sacro lo è in virtù del riconoscimento collettivo e storico che lì risiede una fonte essenziale – una non unica – cui attingere, e che non tutto è uguale né da imitare. Il respiro non è la lettera.
Questo radicamento nella bellezza dell’umanità e della vita sfortunatamente è spesso occultato nel discorso religioso istituzionale. Come se il mondo, la società, la vita, la realtà quotidiana non fossero parte integrante della nostra esperienza di Dio, come se fosse necessario, per fare bene, lasciare il mondo fuori dalla porta del tempio affinché questo sia “puro”. Questo modo di vedere contiene una pericolosa separazione tra l’amore di Dio e l’amore del mondo. Ciò che primeggia è l’obbedienza stretta alla “legge” di Dio e le pratiche rituali che vi si collega¬no, il resto è secondario, futile. Secondo questa prospettiva, Dio vuole che lo si serva, non che lo si viva. Il sacro istituisce così una frattura radicale con il profano. Dio regna sul mondo e, come un signore, lo domina, non lo abita. Le gioie e le speranze, le sofferenze e le aspirazioni del popolo non sono le sue. Bisogna onorarlo, pagargli il debito, pena una terribile punizione. La libertà umana è vista come una minaccia. Ciò che conta è l’ordine dettato dall’alto.
Certamente esistono diversi livelli in questa scissione religiosa dal mondo. Ma in ogni caso, questa resta una fonte di violenza latente e strutturale. La paura della libertà contiene i germi della dominazione. Cosa c’è di meglio per colui che è un “lupo per l’uomo” che un popolo che si trasformi in “agnello”? Nessun conflitto, nessun disordine all’orizzonte. Non stupisce che i gruppi politici di destra trovino un terreno fertile in questo modo di essere della religione, che sostiene la sottomissione. A questa violenza “normale”, senza risonanza, si legano a volte più grandi violenze. Perché il sacro così concepito, regnante in assoluto sulla realtà umana – ed esigente una totale sottomissione – finisce per strumentalizzare l’umano al punto che il sacrificio della sua dignità e della sua libertà diviene una semplice esigenza in nome della Verità. Ciò che dovrebbe essere amore, servizio, condivisione, diventa dominio, asservimento e giogo. E ciò che doveva essere liberazione si trasforma in camicia di forza. Le parole di pace e giustizia – e di Dio stesso – si mettono allora al servizio di una terribile violenza, celata sotto il velo del sacro e dell’intoccabile.
La religione – religare (collegare) e religere (rileggere) – si vede così sfigurata. Non collega più gli esseri umani tra loro, li lega. Non rilegge più la vita e le realtà inafferrabili, in cerca di senso; consegna una verità, legge alla lettera, uccide il senso imponendolo.
Questa violenza del sacro – la strumentalizzazione dell’essere umano e della vita al servizio di una verità o di una logica assoluta – non è presente solo nelle religioni, si trova anche nelle forme pervertite della politica e dell’economia. Si adatta altrettanto bene alla ragione e alla scienza.

LA CRESCITA DI INTERNET
Viviana Vivarelli

Studio Istat (dati riportati da IFQ).
Mentre i giornali muoiono nella disinformazione e nell’apologia di regime,internet sta rapidamente avanzando. Più di metà degli italiani ha ormai accesso al web
Il 39% degli italiani non lo usa affatto (OFFLINE), sono i nuovi analfabeti emarginati dal mondo moderno ,i paria della civiltà.
Degli altri, un 15 % (gli INTERNAUTI) gira a caso, chatta, fa posta, guarda porno, non cerca informazione.
Un 17% (gli INFONAUTI) legge i quotidiani on line ma non partecipa al dibattito politico, non fa politica attiva.
Infine ci sono i CIVES NET (29%, ormai uno su tre! ) che vanno alla grande, questi usano molto il web,per acquisire informazioni, fare acquisti, ascoltare musica, guardare film… Sono i cittadini di domani, quelli che si interessano a una democrazia nuova, che vogliono costruire un futuro migliore e sostenibile, che non sono clonati faziosamente da vecchie strutture ormai fatiscenti o delinquenziali, quelli che si informano, dibattono, si confrontano.. ma non solo: questi (e sono un italiano su 3!) agiscono nel cuore della politica attiva di questo paese in quanto partecipano a sottoscrizioni, promuovono sul territorio incontri e manifestazioni, vanno alle proteste di piazza, creano gruppi politici dal basso, si fanno promotori di verità,affrontano problemi, elaborano programmi e soluzioni, facendo una limpidissima concorrenza ai giornali cartacei servili e cortigiani e mostrando un chiaro e libero impegno civile, mentre modificano la loro vita pratica usando la raccolta differenziata, l’economia energetica, gli acquisti senza intermediari, il boicottaggio di merci o telegiornali infetti, sono gli stessi che apprezzano Ballarò o Annozero, Lasette o Report, Augias o Matrix…
Sono quelli che nel loro futuro hanno WikiLeaks, il disvelamento di tutte le patacche dei regimi e i loro oscuri intrighi. Non sono berlusconiani. Non sono leghisti. Sono di una nuova sx. O meglio di un partito che non c’è e che va oltre la dx e la sx ufficiali ed esce dai loro chiusi spartiti ormai senza senso.
E sono giovani!!! Sono i giovani che costruiranno un nuovo domani!
E di tutto questo Grillo è stato l’apripista!
..
GLI AMBIGUI GIORNALI ITALIANI: IL RIFORMISTA
Viviana Vivarelli

Se i giornali sono come questi qui, che garanzie di verità possono dare?
Prendiamo un giornale della ‘cosiddetta’ opposizione: “Il riformista”. Lo inventa Claudio Velardi, dalemiano. Ma lo realizza 7 anni fa Antonio Polito, doveva essere il giornale di Rutelli e della Margherita, quella che fa a B un’opposizione migliore del Pd, tanto che Rutelli candida Polito al Senato! Sta in Senato un anno e mezzo e, quando torna, il sostituto Paolo Franchi per così pochi mesi di lavoro prende una liquidazione faraonica di 800.000 €. Questi giornali non informano, non aiutano il paese ma a soldi stanno come pascià. Complimenti! Che tarpone sia Polito lo abbiamo visto in tv nei vari dibattiti, e quale sia la sua ‘opposizione’ a B pure.
Ma resto Il riformista non decolla mai, non supera mai le 2.000 copie. Ci sono dei blog on line che hanno più lettori (il mio per es.).
L’opposizione a B è talmente salda che nel 2008 Polito premia addirittura Berlusconi con l’Oscar del suo giornale come ‘miglior politico nazionale’..
Ora Polito se ne va e lascia il posto a Stefano Cappellini. E se ne vanno anche gli Angelucci, perché (altra cosa che avviene solo in Italia) i re delle Cliniche private laziali, i grandi mestatori amici di B, sono proprietari del Riformista e, con la patacca d una falsa cooperativa, ottengono dal governo 2.5 milioni di contributi pubblici (soldi nostri rubati grazie alla Lega!). E anche il palazzo del giornale è proprio degli Angelucci come lo è il palazzo di Botteghe oscure, ex sede del PCI. Vedi come gira il mondo! Nel 2008 Angelucci voleva rilanciare il giornale con 5 milioni di € ma non è andata. Il Riformista non si ssale. E come faccia un giornale che vende solo 2.000 copie a ricevere 2.5 milioni e mezzo dallo Stato è un mistero solo italiano, ovvero un furto solo italiano. Il Riformista non solo ha poche pagine, non solo ha zero notizie, ma costa anche più degli altri, un euro e mezzo a copia ma che fa? I suoi introiti li riceve dalla mangiatoia di Stato. Come dice la Gelmini, qua si premia il merito!!! Certo le firme non sono esaltanti come l’ambiguo Pansa tanto di opposizione da passare a Libero.
Gli Angelucci ora meditano di comprare l’Unità e Bersani è amicissimo di Polito. Non proseguo per amor di patria.

Siamo il paese delle puzzette, delle marchette e delle patacche
Viviana Vivarelli

Scrive Travaglio: “Un sedicente caposcorta ci ha confidato che qualche mese fa si inventò di avere sventato un attentato a un giornalista e poi, per renderlo più credibile, esplose alcuni colpi di pistola riuscendo a centrare il soffitto, il mancorrente e un battiscopa, dopodiché il giornalista andò in tournée in tutte le tv ad accusare la sx, partito dell’odio, poi, quando la patacca stava per essere smascherata, accusò Fini di essersi organizzato un falso attentato per dare la colpa a B. La notizia, diversamente dalle altre, ci parve talmente incredibile che abbiamo esitato fino all’ultimo a pubblicarla: se ne diamo conto, è solo perché pare che sia vera.”
Pare che le patacche si moltiplichino sostituendo ormai qualunque programma o ideologia. Chiameranno questo ‘l’anno delle patacche’, dalla ricostruzione de l’Aquila a ‘la crisi non c’è più’. Dalle accuse (finte) a Boffo alla casa influente di Montecarlo, da Scajola che compra casa ‘a sua insaputa’ alla nipote di Moubarak..
Belpietro accusa Fini di fingere un attentato dopo che lui stesso ha finto un attentato. E subito dopo la Lega, per non esser da meno, presenta un attentato anche lei. Curioso! Tanti attentati e mai nessun ferito o morto e sopra tutto il falso attentato del Duomo di Milano col falso naso rotto e il falso sangue che esce già coagulato dal sacchetto di plastica nero!
Davvero il trend delle coglionate pensa di vincere le elezioni fingendo vittimismo e spargendo false accuse. Non sappiamo capire dove porterà un’Italia dove le idee o le azioni di governo sono state sostituite dalle patacche, dai tornado elettorali basati sul niente, dalle risse che non diventano mai separazioni, dalle opposizioni che non diventano mai unioni,. Siamo il paese del ridicolo, ma tra il ridicolo e la tragedia a volte c’è solo un passo.

UNA FIAT DEGENERATA
Viviana Vivarelli

Una volta la Fiat era la maggiore azienda d’Italia e certamente la più assistita
Poi la degenerazione della famiglia Agnelli l’ha resa la più grande disgrazia nazionale.
Se il nonno Agnelli era un cocainomane mummificato, la razza poi disrazza, il figlio Giovanni muore, un nipote si suicida, un 3° fa una vita da suburbio e si fa beccare oscenamente con trans e droga, resta l’esile filiforme John Elkan,la pietra tombale della prima azienda automobilistica italiana, praticamente un ectoplasma.
Ora col killer Marchionne, debitamente assistito dai più servili sindacalisti italiani e da un ministro del lavoro rancoroso e inetto, la degenerazione della casata sta arrivando al suo culmine.
Chiede Furio Colombo:”Perché questo giovane rampollo ha scelto di non esistere mentre si discute di portar via da Torino ciò che resta della Fiat e di farlo morire nella semi-fallita Chrisler? Perché si sente solo la voce dell’incompetente Bonanni o di quel Sacconi che si vendica di vecchie ferite? Ma John Elkan non vede che la somma di tutte le umilianti vessazioni imposte agli operai vale immensamente meno di un valido progetto di produzione, di un nuovo modello d’auto, di un qualcosa di innovativo che interrompa i tristi anni di non vendite che sono il segno di Marchionne?”
E quando lo statuto dei lavoratori sarà a pezzi, la contrattazione collettiva pure e gli operai si saranno piegati col ricatto a tutti i capricci di un despota che intende annientare i loro diritti, quando sindacalisti e politici si saranno asserviti alla distruzione di ogni statuto dei lavoratori e di ogni Patto collettivo, quando dei valori dei lavoratori non resterò più nulla, e si sarà indicato a Confindustria un rapido ritorno a un passato schiavista, forse questo farà vendere più auto? Due anni di patimenti e perché poi? Per ripresentare la Punto che già non vende?! Perché Marchionne non ha una minima innovazione, una minima via per incrementare il mercato.al di là dell’abbattimento di costi e diritti umani? Marchionne è uno schiavista che non vuol distruggere solo la Fiat ma gli operai italiani. E’ questo che l’efebico Elkan desidera? E’ questo fallimento civile, nonché industriale, che vuole legare al suo nome?
Anche questo è un modo per diventare sempre più sudditi, sempre meno liberi.

E’ in mano a questo tipo di informazione che gli italiani dovrebbero crescere?

28 agosto 2009, Feltri comincia il suo attacco al direttore di Avvenire, Boffo, portavoce della CEI e reo di aver fatto delle velate critiche a B. Feltri accusa Boffo, in base a un fantomatico e anonimo foglietto, di essere un omosessuale, per di più reo di molestie telefoniche, spinge così avanti la sua campagna denigratoria da distruggergli la reputazione e costringerlo alle dimissioni. Fatto gravissimo, anche se legalmente l’attacco è privo di prove. E la Cei non querela Feltri solo per non allargare ulteriormente lo scandalo e affida poi a Boffo un altro incarico di prestigio.
Dopo 6 mesi Feltri confessa allegramente che non era vero niente. Si era solo divertito!
L’ordine dei giornalisti lo sospende per 6 mesi ma lui glissa passando ad altro incarico, editore prima e poi condirettore con Belpietro a comprova ulteriore che l’ordine dei giornalisti è uno dei tanti enti inutili e che, in Italia, la libertà di stampa è confluita ormai nella libera diffamazione.

14 settembre 2009, parte il nuovo attacco di Feltri a Gianfranco Fini per una presunta sottrazione di denaro al suo partito, anche qui senza prove o riscontri legali, con la patacca della casa di Montecarlo che diventa un ossessivo tormentone. Anche Fini ha osato rivolgere delle critiche a sua maestà Berlusconi e l’affronto risulta tanto intollerabile al sultano che deve essere punito dal suo scagnozzo. Anche questa vicenda finirà in un nulla di fatto mail danno mediatico e politico è alle stelle e 2 mesi di attacchi logoranti e 60 articoli diffamatori rendono rovente il rapporto tra Fini e Berlusconi fino alla fondazione di Futuro e Libertà col distacco finale di Fini dal Pdl. Ma no basta. Il livoroso Berlusconi deve vendicarsi ancora e ancora e aizza il solito killer mediatico insieme a Belpietro, Porro e Sallusti, mentre i deputati e senatori portavoce del premier danno all’attacco enorme risonanza televisiva. Non basta ancora: il re delle escort attacca il suo ormai ex alleato proprio con una storiaccia di escort, tirata a galla da 11 anni fa e rispolverata come nuova con ragazze da 2000 € a botta (Berlusconi le paga 5.000), fino allo scoop finale che più inverosimile non si può: addirittura un attentato che Fini avrebbe commissionato contro se stesso, uscendone leggermente ferito, con lo scopo di darne poi la colpa a Berlusconi. Delirio puro!
Siamo al Grandguignol finale con altro sangue finto che sgorga come a Milano.
Il museo delle cere (come altro chiamare Berlusconi, Feltri, Belpietro e Sallusti?) è diventato il museo degli orrori sanguinolenti.
E gli italiani mandano ancora giù?
Davanti alla politica fatta a forza di scandali fasulli, intimidazioni e querele, diffamazioni e compravendite, menzogne e patacche, ancora ci sono italiani che non rigettano? Che non vomitano? Che ritengono accettabile un andazzo così osceno?

Il giornalista di El Pais Miguel Mora dice che in Spagna una notizia come quella del falso attentato a un premier non sarebbe passata, non sarebbe nemmeno stata pubblicata e, se un giornalista avesse osato farlo, il reo di tanta bassezza sarebbe finito sotto inchiesta, per il motivo che nessun giornalista serio può impiantare uno scandalo di queste proporzioni campato per aria, “Girano voci…”, senza delle prove, senza dei riscontri, senza il nome del confessante. Perché altrimenti di questo passo qualunque potente potrebbe far scrivere quello che vuole e abbattere l’avversario solo con la menzogna dei suoi media.

La giornalista francese Marcelle Padovani dichiara con vero schifo che persone come Feltri, Belpietro, Sallusti, Porro non si possono chiamare giornalisti, sono feccia, ricattatori e diffamatori a servizio di un padrone dissoluto, che non bada a mezzi illeciti pur di fare grancassa. E questo non è giornalismo ma killeraggio politico.
Eppure, anche davanti a questi reati, abbiamo personaggi come il giudice costituzionale Mazzella che si affannano a contattare i giudici della Consulta affinché concedano il legittimo impedimento all’osceno Berlusconi per salvarlo da tutti i suoi guai. Luigi Mazzella, lo ricordiamo, fu quello che nel maggio 2009 tenne nella sua casa romana una cena col collega delle Corte Costituzionale Paolo Maria Napolitano, Alfano, Letta e Berlusconi, al fine di coartare la Consulta che il dì seguente doveva esprimersi sul Lodo Alfano. Questi sono certi ministri, certi magistrati e certi giornalisti.
Eppure anche di fronte a questi scenari di una laidezza incredibile, la Lega continua a sostenere questo pupazzo infame senza una parola di rimorso.
Eppure continuano a esserci italiani, pezzi di merda, che dicono “per fortuna che Silvio c’è”.

Il negazionismo del cambio climatico (sunto)

A Cancun in Messico c’è stata, invano, la 16° Convenzione sui cambiamenti climatici. Ma nel mondo non si parla di questo, bensì si diffonde un negazionismo mediatico, molto utile ai regimi di dx e alle società petrolifere, che, pur perpetuando una distruzione ambientale non mettono nemmeno sotto critica i danni del sistema neoliberista, essi rifiutano gli studi degli scienziati e arrivano a negare lo stesso cambio climatico. Si arriva a punte grottesche come il nostro celeberrimo Veronesi che, per non perdere i finanziamenti dell’Enel alla sua fondazione, nega persino i rischi delle scorie nucleari. I metodi di questo negazionismo sono gli stessi con cui per decine di anni si sono negati i tumori polmonari prodotti dal tabacco.
Il Global carbon project, il più autorevole programma internazionale di ricerche sul carbonio, ha detto che la crescita annuale di anidride carbonica nell’atmosfera è stata minore a causa della crisi economica, anche se resta 39% in più rispetto all’inizio della rivoluzione industriale.
I paesi più industrializzati hanno registrato una riduzione di emissioni (USA – 6.9%, Regno Unito – 8.6%, Germania – 7%, Giappone – 11,8%, Russia -8.4%). Le economie emergenti le hanno aumentate (Cina +8%, India + 6.2%, Corea del Sud + 1.4%).
Oggi il carbone è la maggiore fonte di emissione di CO2 (il 92%, soprattutto a causa di Cina e India). Ci aggiungiamo i danni della deforestazione.
Dai dati risulta che dovremmo affrettare le riduzioni dei gas serra ma i governi continuano a glissare.
James Hansen, uno dei maggiori climatologi internazionali, ha scritto un libro molto bello “Tempeste. Il clima che lasciamo in eredità ai nostri nipoti, l’urgenza di agire”, in cui scrive: «Il maggiore ostacolo alla soluzione del problema è il ruolo del denaro nella politica, l’interferenza indebita degli interessi privati”. I politici seguono solo i loro interessi finanziari e ingannano i popoli. Andando avanti così, la situazione si aggraverà. Con una concentrazione di 387 ppm di CO2 siamo già nella fascia di pericolo e si profila un disastro per le generazioni future. Occorrerebbe interrompere immediatamente l’uso del carbone e incrementare le foreste. Ma i politici stornano. Il neoliberismo prosegue come un folle la strada del petrolio e del nucleare, si estrarrà petrolio dalle sabbie bituminose, dagli scisti e dal carbone e la disfatta della Terra diverrà più rapida. Avanziamo verso la devastazione.
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RAN. IL MITO DELLA FALSA CRESCITA
Viviana Vivarelli

C’è una scena del film giapponese Ran dove un ragazzo cieco brancola sull’orlo di un baratro, simbolo, oggi, di un mondo che precipita mentre i politici brancolano di fronte al disastro come ciechi privi di visione e senso di realtà. Il potere di chi domina l’opinione pubblica o decide dei capitali di Stato o delle sorti del mondo, il potere dei gestori politici come dei manipolatori mediatici, si basa solo su due cose: l’efferato proposito di mantenere un potere personale contro tutto e tutti, e la brama di aumentare questo potere con ogni mezzo possibile annullando la democrazia. Di fronte a loro: una platea impotente di elettori disinformati, incolti, impreparati, incapaci di vedere e di capire, somari o, peggio ancora, criminali o sciocchi imbolsiti da fanatismi e propagande dissolutrici e impossibilitati a farsi massa critica:
Ciechi che governano ciechi. Si dice che in un mondo i ciechi è fortunato chi ha un occhio solo, ma in un mondo di non vedenti cronici e malvagi, il monocolo o chi mostra la realtà com’è rischia solo il linciaggio, come avviene per Assange.
Le religioni sono fallite e da traide de union dei popoli e maestre del Bene sono rimaste regimi dissolutori delle stesse comunità, finalizzate a un potere non meno bieco di quello politico. Il comunismo è fallito e si presenta ormai solo come una bellissima filosofia obsoleta e arcaica che non è riuscita a realizzarsi nella storia, i regimi che sono nati da lui si sono contaminati con un capitalismo ancora più selvaggio e distruttivo. Il neoliberismo è fallito, rovesciando tutte le sue promesse, impoverendo il mondo e mettendo a repentaglio la vita stessa del pianeta. E pur tuttavia né il sistema finanziario né quello bancario o politico internazionale né quello delle grandi chiese mostrano segni di ravvedimento e di cambio di intenzioni,
40 anni di allarmi sui rischi di una crescita continua incontrollata e insostenibile, sono sfumati in niente, pur essendo questa basata su un inverosimile Pil e sull’avidità sfrenata di pochi paesi occidentali se non di pochi magnati.
Solo pochi gruppi, poche multinazionali, pochi magnati intendono schiacciare e dominare il mondo e tutta l’informazione, l’economia, la politica, ruotano attorno ai loro sporchi e limitati interessi, con 50 guerre per l’accaparramento inconsulto di materie prime, la corsa inesausta ai combustibili fossili, .l’assurdità di un sistema finanziario ormai basato sull’effimero che impoverisce il mondo squassandolo con progressive crisi devastanti e mirate e la perdita costante di quei diritti umani e di quei valori sociali che fino a poco tempo fa costituivano ancora un valore universale.
E si continua con questo delirio della crescita progressiva, ormai ampiamente sfatato dai fatti e dall’impossibilità cronica del pianeta di alimentarla come dall’assurda imposizione che la crescita progressiva debba corrispondere all’arricchimento interminabile di pochi magnati contro l’impoverimento progressivo e fatale delle grandi masse.
Siamo in un tale delirio di intenti, in un delirio talmente suicida, che non si vede come questo possa continuare. La tragedia è che invece di cambiare rotta, stiamo assistendo a una regressione al peggio del passato, a un allargamento dello sfruttamento e delle privazioni, a una crescita delle difficoltà della vita, mentre gruppi di fanatici senza testa inneggiano a questo o a quel distruttore senza nemmeno capire la follia delle loro intenzioni.
Siamo 6 miliardi di sofferenti e presto saremo 9 miliardi di disgraziati che vedranno solo aumentare le loro sofferenze, nel nome di odi deliranti o di crisi economiche costruite appositamente per annientare i diritti dei senza potere, e dovremmo invece unirci e lottare contro quelle poche migliaia di gaudenti cinici e sfrenati che intendono solo aumentare il loro potere personale gettando solo dolore attorno a sé e nel mondo. E vedere anche nullatenenti o subalterni fanatizzarsi per sostenere questa cricca di avidi folli dà il senso di una tale iniquità e insensatezza da lasciare sbalorditi.

Il mito della crescita continua è stato un falso mito. Non solo questa è sostanzialmente impossibile, impossibile proprio nei fatti, non solo il suo fallimento dovrebbe spingerci verso un’economia locale o di sponda, più autarchica e controllata, più sobria e misurata, quell’economia sostenibile che il mondo no global propaganda da tempo e che in Italia trova oggi assertori nel M5S, ma resta stranamente ancora in oblio per i movimenti della sx estrema come moderata, ma dovremmo modificare sostanzialmente i modi stessi del vivere in una svolta epocale dei desideri e dei progetti.
Sono i dati stessi del selvaggio mercato neoliberista a dircelo, oltre al fatto che nessuna teoria può essere imposta al mondo perché produce solo l’interesse di pochi contro il danno palese di tutti. Essa è in ciò stesso fallace e iniqua e destinata s soccombere E se volgiamo lo sguardo ai più, balza in chiara evidenza che il sistema neoliberista non ha prodotto per le masse alcun utile, non ha rispettato la promessa della crescita incontrollata e del beneficio allargato. Questo sistema non solo è risultato controproducente al progresso e alla civiltà, ma ha allargato i suoi effetti funesti dai paesi del terzo mondo a quelli del primo che stanno cadendo in vortici progressivi di immiserimento sia materiale che morale e sociale.
C’è il verso di una poesia che dice che abbiamo tutti un’ala soltanto e possiamo volare solo abbracciati, Io credo che anche per il progresso del mondo abbiamo una mano soltanto e possiamo realizzarlo solo se due mani si incontrano e lavorano insieme, quella di chi lavora e quella di chi possiede, quella del reggitore e quella del cittadino. Se questa unione delle due mani continuerà ad essere negata, anche chi crede oggi di avere la ricchezza e il potere si troverà nelle condizioni di non sapere più a chi vendere le sue merci, a chi distribuire le sue azioni, a chi proporre i suoi partiti, si troverà in fondo a quel baratro che non aveva voluto vedere.
..
La società dei beni comuni
Viviana Vivarelli

Il concetto di beni comuni dovrebbe essere passato ormai nelle certezze di un mondo moderno e civile. Valori come l’acqua, la scuola, l’informazione, la raccolta dei rifiuti, le strade sicure, l’ordine pubblico, una sanità non privata decente, i trasporti accessibili, la purezza dell’aria, il verde pubblico, i parchi nazionali, la bellezza delle coste, la sicurezza del suolo, il regime dei fiumi, la stabilità delle montagne.. dovrebbero essere beni universali beni considerati da tutti proprietà indissolubile di tutti, e che tutti difendono come la propria vita, la propria casa, la propria ricchezza, la propria famiglia. Ma non è così. La perversione neoliberista ha svilito ognuno di questi beni, di per sé sacro e non trasferibile, al livello brutale di merci commerciabili su un mercato spietato, corruttibili a piacere, dissacrabili a volere, non più patrimonio di tutti ma merci da suk per il beneficio di pochi.
La stranezza di questa caduta della difesa di valori comuni e di beni collettivi è che nemmeno i partiti della sx, sia quella storica e ormai extraparlamentare che. quella ormai irriconoscibile della finta e bolsa opposizione parlamentare, sembrano accorgersi di quanto accade, sembrano capire l’importanza di ciò che ci viene sottratto, nella loro omologazione indifferente e sciatta ad un neoliberismo d’accatto che nei beni comuni vede solo lo sfondo di ulteriori predazioni.
La denuncia di questa inerte trascuratezza della sx in merito a questo importantissimo tema viene da un libro di Paolo Cacciari, “La società dei beni comuni”.. Egli ricorda che non molti decenni fa l’acqua era un bene abbondante, gratuito e di tutti. Oggi l’immondo decreto Ronchi ne affida la gestione a privati, fingendo di ignorare che ovunque nel mondo la gestione dell’acqua sia stata privatizzata, le conseguenze sono state disastrose, con rincari del 300%, acqua non più erogata o potabile, fino a vere rivolte popolari.. La stessa cosa comincia a delinearsi in Italia ovunque società private a fini di lucro hanno sostituito lo Stato. Eppure le prime a fare questo obbrobrio sono state proprio le amministrazioni di sx e lo stesso Vendola, oggi, cede alle gestioni private, nell’’acqua come nella sanità. Perché?

Tra le cose meravigliose fatte da questo blog mettiamoci la difesa dell’acqua
Un milione e mezzo di italiani ha votato il referendum contro la sua privatizzazione
Ai primi del 1900 la popolazione mondiale era circa un MLD e mezzo, oggi siamo quasi 7 e nel 2050 saremo più di 9
Ci sarebbe acqua per tutti se le industrie non la inquinassero (e con le centrali nucleari sarà molto peggio perché richiedono enormi quantità di acqua per il loro raffreddamento). Abbiamo visto come in ogni paese la difesa delle sorgenti, dei fiumi e dei laghi sia quasi nulla. Chiunque ha potuto scaricare impunemente veleni nel fiumi e in Italia sulle falde acquifere ci aprono addirittura discariche con percolato inquinante. Dunque nel nostro prossimo futuro di acqua potabile ce ne sarà sempre meno.In molti territori non si usa nemmeno l’irrigazione a goccia e ci sono zone come il nostro Trentino dove bagnare gli alberi da sopra comporta un consumo insostenibile e peggio ancora va in Piemonte o in Lombardia con le risaie
L’uso indiscriminato a mai frenato dei pesticidi e la depenalizzazione degli scarichi industriali porta ad altri inquinamenti
Alla fine anche paesi ricchi di acque naturali come l’Italia si troveranno strozzati dalla sete, tanto più là dove la criminalità organizzata ha messo da tempo le mani sull’acqua .Eppure nemmeno si parla più delle perdite abissali del nostro acquedotto fatiscente,le migliori acque termali restano cedute per pochi centesimi a società che ci si ingrassano e che sono per lo più della mafia,e l’emerito ministro Ronchi pensa bene di privatizzare la gestione di quel che resta e di renderci ancora di più il paese che consuma più acqua imbottigliata del mondo. Della messa a regime dei fiumi nemmeno parlarne
Ancora una volta il bene pubblico è stato calpestato per dare profitti irragionevoli a pochi privati. Anche qui la sx dorme e solo l’M5S ha dato segni di vitalità. Anche qui i diritti del mercato hanno avuto la meglio su quelli della gente
..
http://masadaweb.org

7 commenti »

  1. Osservatorio sulla LEGALITA ! ne abbiamo bisogno !
    nessuno ci dice MAI che le elezioni sono ANTICOSTITUZIONALI perché dobbiamo noi cittadini SCEGLIERE CHI VOTARE ! Nessuno ci ha mai detto che i GOVERNI così eletti NON SONO COSTITUZIONALI ! Forse ce lo potrebbe dire la CORTE COSTITUZIONALE
    se qualcuno le ponesse il quesito : ma anche la CORTE DEI CONTI non fa mai un CONTO
    e siamo ridotti alla MUNNEZZA TOTALE ! Grazie a IL FATTO per l’OSSERVATORIO SULLA
    LEGALITA’ ! GRAZIE !
    Graziella

    Commento di MasadaAdmin — dicembre 30, 2010 @ 6:53 pm | Rispondi

  2. Buon anno nuovo Viviana, con un enorme grazie per tutto il tuo lavoro di condivisione di conoscenza.
    Grazie di avere tutta questa forza e passione sociale, e di saperne far partecipe chi ti legge.
    Un saluto ed un abbraccio.
    Paola

    Commento di Paola Lombardo — dicembre 31, 2010 @ 7:36 pm | Rispondi

  3. Tanti auguri di un buon 2011, anche con questo governo, con la crisi che ci avvolge la vita, con i problemi nascosti, con le promesse fatte e dimenticate e con una situazione così, l’ottimismo e la speranza sono alcune delle poche cose che ci rimangono.
    AUGURIIII

    Giacomo Gasparetto

    Commento di MasadaAdmin — dicembre 31, 2010 @ 7:50 pm | Rispondi

  4. Grazie ! Angelo VASSALLO MERITA !

    che bella persona, che amore per la sua terra, che politico pulito ! ma non è stato protetto !

    Grazie per aver nominato un uomo del SUD Uomo dell’anno RAINEWS ! non solo MUNNEZZA

    al SUD ! grazie !

    Graziella Iaccarino

    Commento di MasadaAdmin — dicembre 31, 2010 @ 7:52 pm | Rispondi

  5. Grandi!!!

    Auguri anche a Voi di Cuore dal Parco Nazionale del Pollino!!!!

    Francesco

    Commento di MasadaAdmin — dicembre 31, 2010 @ 7:53 pm | Rispondi

  6. auguri a te e famiglia,,,

    Armando di Napoli

    Commento di MasadaAdmin — dicembre 31, 2010 @ 7:53 pm | Rispondi

  7. Buon anno Viviana. Continua cosi’.
    Un abbraccio.

    Commento di illupo — gennaio 1, 2011 @ 11:21 am | Rispondi


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