Nuovo Masada

novembre 9, 2010

MASADA n° 1221. 9-11-2010. PSICOANALISI. JUNG 3. Lezione 5. LA DEPRESSIONE DI JUNG: LA ROTTURA CON FREUD

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(Dal libro “Lo specchio più chiaro” della Prof. Viviana Vivarelli)

Dobbiamo onestamente riconoscere che nessun uomo è simile all’altro e che il semplice essere a un passo di distanza tra noi sulla via della ricerca può creare tali abissi di incomprensione reciproca che dobbiamo darci pace in eterno sulla possibilità di una sintonia soddisfacente. Ognuno di noi è così attaccato al suo particolare che a volte sembra persino assurda la stessa possibilità del comunicare. Ognuno è irriducibile a un altro, occupa una precisa porzione dell’essere, e perciò stesso non può occupare nessun’altra porzione possibile né, in assoluto, può comprenderla.”
(V)

Jung fu un bambino meditativo ma diventò un adulto gioioso molto positivo. Conobbe anche lui la depressione ma solo in casi eccezionali. Fu molto colpito dalla morte della moglie, che amava molto e che era una donna bellissima, molto intelligente, anche lei analista alla scuola di Zurigo, con lei ebbe 52 anni di matrimonio felice. Malgrado questo amore, Jung ebbe alcune amanti fisse, una era anche lei analista e lavorava con la moglie. Sia i collaboratori che la moglie sapevano di questa storia e, per quanto a noi questo possa apparire strano, la moglie non ebbe niente da dire e Jung amò l’altra donna anch’essa fino alla morte e quando questa arrivò ne fu molto addolorato.

Ma Jung conobbe la sua depressione più pesante non per la morte di persone care bensì per la rottura di una amicizia quella con Freud.
Nel 1907 Jung, che aveva 32 anni, mandò un libro sulla schizofrenia a Sigmund Freud, che ne aveva 51, scrivendogli dei suoi esperimenti con le associazioni. Freud lo invitò a Vienna e dal loro incontro nacque una travolgente amicizia.
Jung era un medico già famoso con sei anni di esperienza psichiatrica, aveva scritto testi importanti, formulando un pensiero proprio. e godeva di riconoscimento europeo.
Al primo incontro restarono affascinati l’uno dell’altro e parlarono per 13 ore consecutive, senza sentire stanchezza. Erano due delle menti più geniali d’Europa e stavano creando una scienza nuova e affascinante.
Jung disse di Freud: “Era un uomo che lasciava una forte impressione, chiaramente un genio”.
Si intrecciò una relazione straordinaria che durò sei anni, fino al 1913, un rapporto intenso, che sollecitò potenti emozioni reciproche, consce e inconsce, con un coinvolgimento potente. Quando il rapporto si spezzò, restò nei due non solo l’amarezza di una amicizia perduta ma un vero stato di depressione, un lutto che richiese lungo tempo per sanarsi.

In breve Freud nominò Jung suo pupillo, suo successore, vicedirettore della scuola di Vienna, direttore della rivista psicoanalitica. Quando Freud lo citava come successore, Jung provava un profondo imbarazzo perché ciò ventilava l’ipotesi di dover dirigere un partito riportando di peso le idee del suo fondatore e senza la possibilità di proporre nulla di suo.
Jung scrisse: “Non potevo sacrificare la mia indipendenza personale… il mio interesse era la ricerca della verità e questo non aveva nulla a che fare con questioni di prestigio personale.”
Come il rapporto si ruppe, la scuola di Vienna dettò l’ostracismo alla scuola di Zurigo e l’antipatia tra le due scuole arriva fino ai tempi nostri.

Le cose che accaddero in questi sei anni furono molte.
Su questo rapporto di amicizia e di collaborazione Freud riversò un transfert molto forte. Più vecchio di Jung di 19 anni, avrebbe potuto essere suo padre e proiettò su di lui un rapporto paterno rovesciato, vivendolo come un figlio elettivo. Freud soffriva di un complesso paterno negativo, aveva verso il proprio padre un rapporto antagonista in cui nutriva, insieme all’amore, la pulsione di sbarazzarsi di lui.
Ora il transfert di Freud rovesciò il rapporto e, nel suo immaginario, fu Jung-figlio a volersi sbarazzare di Freud-padre. L’inconscio di Freud cominciò a sospettare che l’altro nutrisse nei suoi confronti delle pulsioni di morte.
La posizione di Jung era diversa. Aveva una sconfinata ammirazione per l’amico maggiore di età, non aveva mai conosciuto una persona tanto interessante e stimolante, che faceva vibrare al meglio tutte le sue potenzialità, ma non fu coinvolto da complessi inconsci e l’ammirazione non gli impedì, fin dall’inizio, di percepire le differenze tra il suo pensiero e quello di Freud e di conservare la propria autonomia.

La teoria freudiana nasceva completa, immutabile, come un dogma, per soddisfare un bisogno di certezza del fondatore, si strutturava monoliticamente attorno alla sessualità. Jung, invece, era contrario alle teorie dogmatiche ed era più interessato allo spirito.
Non potevano essere più diversi. Per Freud la sessualità era tutto, origine dei complessi e scopo della vita.
Jung diceva invece: “La sessualità (fisiologica) in fin dei conti è soltanto un effetto dell’attività ghiandolare e sarebbe errato definire il cervello semplice appendice delle ghiandole sessuali”.
Freud spiava l’inconscio attraverso i sogni, le catene associative, l’emersione casuale dei contenuti rimossi… Era convinto che certi contenuti volessero emergere dall’inconscio individuale ma fossero repressi da una censura automatica in quanto sessuo-aggressivi e dunque trasgressivi rispetto alle norme codificate. Jung non poteva accettare che tutti i sintomi psichici fossero riconducibili a una sessualità bloccata, aveva una esperienza psichiatrica clinica che a Freud mancava e aveva studiato patologie gravi come la psicosi o la schizofrenia dove la teoria sessuale non era implicabile, e anche nelle analisi private aveva incontrato troppi casi in cui il fattore sessuale era secondario e il soggetto soffriva di un disadattamento sociale, di una mancata realizzazione o era depresso per circostanze tragiche del vissuto o per ferite narcisistiche o altro. La patologia poteva nascere da una vita non equilibrata in cui le energie si focalizzavano solo su un punto, ma questo non era necessariamente sessuale: “per esempio uomini di affari potevano essere prestigiosi ma di fatto impotenti perché tutto la loro energia psichica era impegnata nel far soldi o nel dettar legge”, in altri casi il disagio poteva dipendere da un lutto, da una separazione, dalla dipendenza da un famigliare ecc.
La sessualità come unico referente era riduttiva, Jung non poteva pensare che la causa di tutte le nevrosi fosse un trauma sessuale o una rimozione sessuale. La nevrosi poteva essere provocata da un disagio in un qualunque istinto primario.
Il problema maggiore non è sempre il sesso. Il maggiore problema di uno può essere la sopravvivenza, per un altro il potere, o la realizzazione personale, il riconoscimento, o un lutto, o il disagio sul lavoro, per molti il problema è l’amore. Uno può essere carente nell’alimentazioni materiale, un altro in quella affettiva, un terzo nella realizzazione della propria identità o della propria spiritualità.
I sogni possono rivelare vari generi di mancanza. “Allo stesso modo della psicologia della sessualità – diceva Jung- si potrebbe studiare la psicologia della nutrizione”. E’ difficile trattare una anoressia o una bulimia solo in termini sessuali. L’uomo è molto complesso e non può essere studiato secondo un’unica funzione. Ridurre tutto al sesso è semplicistico.

Se Freud dà troppa importanza alla libido, Jung darà molta importanza allo spirito.
L’uomo moderno ha perduto il senso del sacro, è povero di significati ma può riscoprire vecchi simboli: “Nelle profondità inconsce di ognuno si celano i tentativi del Grande Vecchio di dare espressione alle esperienze spirituali… Abbiamo rinunciato al Dio medievale e abbiamo divinizzato l’oro. Nessuna meraviglia se siamo tutti nevrotici”.
Freud aveva scandalizzato i benpensanti parlando di sessualità in un tempo in cui essa era un tabù e parlarne comportava una forte trasgressione culturale, ciò gli valse l’ostilità accademica, ma Jung lo aveva difeso pubblicamente. Per questo Freud lo aveva invitato a Vienna.
Jung era già un personaggio noto, psichiatra famoso presso un importante ospedale svizzero, ed era protestante e dunque poteva servire a Freud per entrare nel mondo della psichiatria svizzera e nell’ambito cristiano. In realtà le loro posizioni erano molto diverse. Freud basava tutto sulla sessualità e diffidava della spiritualità, considerandola una forma di sessualità rimossa; per lui il massimo della realizzazione umana era un orgasmo ben riuscito con un partner di sesso diverso. La spiritualità era invece l’interesse prevalente di Jung per cui la vetta della vita era l’esperienza religiosa.

Fin da principio ebbi una riserva mentale con lui, non condividevo molte delle sue posizioni: il suo approccio esclusivamente personale, la sua noncuranza per le condizioni storiche dell’uomo, quando noi dipendiamo largamente dalla storia”.

Freud era un materialista e tutti i materialisti si trovano in difficoltà col mondo dello spirito che non comprendono, in più era visceralmente avvinto alla teoria della sessualità, che difendeva in modo astioso. Jung considerava la ‘libido’ un pregiudizio e temeva la sua fanatizzazione.
Una volta Freud gli disse con forza: “Mio caro, promettetemi di non abbandonare mai la teoria della sessualità! Vedete, dobbiamo farne un dogma, un incredibile baluardo!”. Jung chiese: “Un baluardo contro che?” Contro la nera marea di fango dell’occultismo!”. La frase risuonò terribile, quelle parole (baluardo, dogma, occultismo) erano eccessive e creparono la loro amicizia. Ciò che Freud chiamava con disprezzo ‘occultismo’ era per Jung il centro del suo interesse: filosofia, religione, spiritualità, paranormale… tutto ciò in cui credeva e che fioriva spontaneamente dalla sua natura.
Jung pensò che anche la teoria sessuale poteva essere occulta, che era un’ipotesi relativa e parziale e non poteva diventare un articolo di fede per cui trattare gli oppositori come eretici.
La teoria sessuale serviva a Freud per realizzarsi ed era tutt’uno con lui.
Ho sempre riconosciuto la grandezza e il genio di Freud, ma era un uomo incredibilmente testardo, veniva dal nulla e il mondo gli era ostile, gli occorse una grande ostinazione per riuscire a farsi accettare; se non l’avesse avuta, le sue teorie sarebbero rimaste sconosciute.”
La libido diventava una ‘res religiosa observanda’, Freud era ateo ed eliminava Dio ma la sessualità finiva col diventare un altro Dio, un ‘Deus absconditus’ , un dogma.
Né Freud né Jung si occupano del dogma nella dottrina rivelata, ma Jung usa il termine ‘dogmatico’ per per indicare l’attaccamento acritico di Freud alla libido, come atteggiamento mentale che non ammette discussioni.
Il padre di Jung era stato un dogmatico tradizionale. Quando il figlio lo interrogava sulla religione, si irritava e rispondeva: “Tu vuoi sempre pensare. Non si deve pensare, ma credere”. Ma Jung non voleva credere, voleva capire, e ora Freud gli riproponeva una imposizione simile.

Dopo il 1913 le divergenze tra Freud e Jung divennero molto forti.
Jung non si curava dell’incesto né della colpa. Era poco interessato al Super-io, cercava manifestazioni non sessuali dell’energia, valutava il sogno non come messaggio criptato ma come espressione naturale dell’inconscio, soprattutto era volto al futuro e non al passato e si apriva alla visione religiosa e all’arte.
Freud perpetuava eterni ritorni a un passato infantile; per Jung l’intera vita era parte di una realtà più grande e imperitura che si sviluppa attraverso molte esistenze.
Freud tendeva all’adattamento esterno del soggetto, per Jung la psiche cresce nel proprio cerchio magico tendendo a un’integrazione interiore.
Freud era legato a un sistema codificato in cui induce il paziente, Jung dirà sempre di non possedere nessun sistema e di limitarsi a osservare il malato e a formulare ipotesi, caso per caso, in una ricerca aperta, partendo da lui.
L’Io freudiano domina la psiche e attira la trasformazione dell’Es, Jung considera l’Io solo una parte della personalità, vuole valorizzare tutte le parti psichiche e conciliarle e incoraggia i pazienti a parlare con i loro soggetti intrapsichici rendendoli attivi come in un teatro.
Freud deriva il suo sapere dalle scienze sperimentali, positiviste, mentre la cultura di Jung è vastissima e essenzialmente filosofico-religiosa. Non considera la sessualità in modo fisiologico ma la vede come un altro volto di Dio, slancio universale e sublimato dell’energia della vita, concetto molto diffuso in Oriente, dove i templi mostrano il sacro attraverso sculture erotiche.
Il rimosso irrompeva nell’ordine della coscienza e Freud ne era atterrito, perché accettava solo quei fenomeni che riusciva a inserire nella teoria della sessualità, lasciando il resto nel rimosso. Jung invece era aperto a tutto e decise di dedicare la vita proprio allo studio della ‘nera marea di fango dell’occultismo’.
Freud appariva angustiato dall’amarezza, era un grande nevrotico, che tentava col linguaggio della logica di riorganizzare forze inconsce indomabili. Secondo Jung: “Freud è una persona nevrotica e non fa nulla per nasconderlo”.
Metaforicamente, in Freud, questo sforzo di dare volto all’inconscio produrrà il terribile carcinoma al viso, alla bocca, che lo portò a morte dopo atroce agonia.
Freud credeva che i complessi nascessero solo dalla rimozione. Jung già a 29 anni, studiando le associazioni, aveva intuito che ci sono complessi autonomi che non hanno niente a che fare con la rimozione e sarà proprio questa intuizione a portarlo all’inconscio collettivo:“Per Freud l’inconscio era solo materiale rimosso, una specie di discarica delle esperienze spiacevoli.”
Per tutta la vita Freud cercò di trattare la pulsione sessuale freddamente, come una astratta funzione biologica, e di considerare la malattia mentale come un disturbo organico da curare chimicamente, ma le sue emozioni lo tradivano. Quando parlava della sessualità, cercava di usare termini scientifici, freddi, tecnici, come fosse un elettricista o un idraulico, nello stesso tempo sembrava riferirsi a qualcosa di empio e terribile, con una amarezza che nasceva da conflitti psichici, e dove la scientificità era tradita dalla passione. Era come si ostinasse a regolare la punta di un iceberg che lo portava a fondo con la parte sommersa. Il materialismo e l’orgoglio gli impedirono un’autoanalisi che invece era indispensabile, così ci appare oggi come una figura aggrappata all’intelletto ma soggiogato dal rimosso.

Attorno a Freud c’erano una ventina di giovani medici che formavano una specie di consorteria, la scuola di Vienna. Molti di loro si sentivano soffocare dal maestro e pensavano che la libido non fosse sufficiente a spiegare le malattie mentali.
Un altro analista, ADLER, aveva elaborato una teoria dei conflitti basata sul desiderio di potenza, per cui ogni figlio desiderava superare il padre. Anch’egli partecipava alle riunioni. Ma la sua pulsione primaria era il potere, il desiderio di prevalere sugli altri, che partiva da un complesso di inferiorità. Napoleone o Hitler erano esempi di questa inferiorità rovesciata in megalomania e anche i Tedeschi del dopoguerra, secondo Jung, avevano una sindrome simile. Nel gruppo freudiano Adler era il più giovane e il più debole e ne soffriva; era lui stesso spinto da un complesso di inferiorità e da una pulsione di potenza.

Jung considera validi i due impulsi, impulso erotico e impulso di potenza, ma li vede come due modalità possibili di una stessa energia. In Eros l’uomo è piegato dall’istinto, nella potenza cerca di dominare un oggetto o di possederlo.
Ma è un sensitivo e deve sistemare in qualche modo anche questa sua peculiarità, che Freud non avrebbe mai compreso.
Quando Jung chiese a Freud cosa pensasse di precognizione e parapsicologia, la reazione dell’altro fu così sdegnata, “Dobbiamo aborrire la mera marea di fango dell’occultismo”, che Jung ne restò sconvolto, il suo diaframma divenne come un ferro incandescente, era tanto offeso che proiettò la sua energia su una libreria vicina producendo uno schianto selvaggio che li fece balzare in piedi spaventati. Jung disse che quello schianto era una esteriorizzazione della sua emozione, ma Freud reagì come a un’eresia, allora Jung, calmo, predisse un altro scoppio e questo si produsse immediatamente, aumentando la reazione furiosa di Freud.

Nel 1909 Jung lascia la clinica di cui è direttore per dedicarsi ai suoi studi, alla clientela privata e all’università. Ha la carica di primo presidente dell’Associazione Psicoanalitica Internazionale di Vienna di Freud ed è direttore esclusivo della Rivista di psicoanalisi, ma riesce sempre meno ad accettare la dottrina di Freud.
Quando i due si incontrano a Brema prima di partire insieme per l’America, il discorso cade sull’argomento del giorno, i ‘cadaveri delle paludi ’, resti di uomini preistorici ritrovati mummificati negli acquitrini danesi e svedesi. Sono a tavola insieme, Freud risulta tanto sconvolto da questo discorso che sviene. Come si riprende, spiega che, con quelle allusioni agli uomini morti, Jung gli sta augurando la morte. E’ il transfert che agisce, proiettando sull’altro il suo complesso paterno rovesciato. Jung resta sbalordito. Freud sta rivivendo il rapporto conflittuale col padre, mettendosi nei suoi panni. Freud si sente il padre, Jung è il figlio che vuole spodestarlo o ucciderlo.
Freud sviene in un’altra situazione, nel 1912, a una conferenza di psicoanalisi a Monaco. Il discorso era finito sul faraone Amenofi IV, che aveva introdotto il monoteismo in Egitto e aveva fatto cancellare il nome del dio Amon dai cartigli e, poiché suo padre si chiamava Amon-Hotep, ciò significava aver fatto cancellare anche il nome del padre. Di nuovo scatta il complesso paterno di Freud. Jung sta difendendo il faraone come grande personalità religiosa, ma Freud sente questo come un attacco virtuale del figlio-Jung contro il padre-Freud e perde i sensi cadendo dalla sedia. E’ lui il faraone il cui nome viene cancellato dal figlio. Difendendo Amenofi, è come se Jung attaccasse lui. Lo portano su un divano e, quando rinviene, fissa Jung con odio come avesse tentato di ucciderlo.
Si è svegliato il tormentoso complesso padre-figlio, di cui Freud soffre. La difesa del faraone si trasforma nella difesa del parricidio, reato Freud che sente come una minaccia personale, essendo la sua tentazione. La proiezione rivela la sua nevrosi. L’atmosfera è di grande imbarazzo e Jung ne resta sconvolto.

I due partono per tenere una serie di conferenze in America. Durante il viaggio in nave, che durò 4 settimane, Jung aveva raccontato a Freud i propri sogni ma era rimasto dubbioso sulle interpretazioni ricevute.
Quando poi è Freud che racconta un suo sogno e Jung gli fa delle domande, l’altro rifiuta di rispondere, dicendo: “Non posso mettere a repentaglio la mia autorità“. Jung resta annichilito e la sua stima crolla, vedendo che Freud “pone la propria autorità personale al di sopra della verità”.

A New York Jung lo sfida, sostenendo che i disturbi psicotici e la schizofrenia non possono essere spiegati da traumi di natura sessuale. Nessuno può affermare che la realtà sia tutta in funzione del sesso. Freud rimane impietrito.
Jung fa questo sogno: “Una casa sconosciuta a quattro piani. Sopra: c’è un salotto ammobiliato; sotto: l’ambiente è buio e antico, del 1400-500; una pesante porta si apre su una cantina ancora più antica, di epoca romana, con blocchi di pietra e mattoni. Nel pavimento di pietra una lastra porta un anello e apre l’accesso ad una scala sottostante che scende a una caverna antichissima scavata nella roccia, con cocci, ossa e teschi sul pavimento.”
Freud interpreta il sogno nel senso a lui solito: Jung desidera uccidere il proprio padre. Jung non è d’accordo, ma, per non litigare, cerca di compiacerlo; per lui la discesa progressiva indica la possibilità di inoltrarsi in parti sempre più profonde della psiche fino all’uomo primitivo che è in ognuno, per cui il sogno gli mostra che la coscienza è formata da successive stratificazioni storiche.
Il mio sogno rappresentava una specie di diagramma strutturale della psiche umana… Fu la mia prima intuizione dell’esistenza nella psiche personale di un a priori collettivo“.
La psiche contiene strutture istintive molto antiche, modelli umani primari, che si manifestano tramite gli archetipi, forme indicibili ed eterne di una energia ignota. L’evoluzione psichica ha necessità di incontrare gli archetipi e di arricchire il conscio con gli apporti dell’inconscio. L’uomo è in possesso di una energia psichica indifferenziata, che si trasforma continuamente, l’inconscio è immaginabile solo in questo rapporto dialettico con la coscienza, è la scintilla che la alimenta e la fa evolvere, di esso non sappiamo altro che ciò che emerge in forma simbolica. Noi non conosciamo gli archetipi, che sono le vie dell’energia, vediamo solo come si rappresentano a noi. L’inconscio può essere visto solo come processo o divenire, metamorfosi costante dovuta all’incontro tra due polarità, l’inconoscibile e il conosciuto. La vita psichica è un processo alimentato costantemente da una fonte sovrapsichica.
Questo divenire trasformativo è simboleggiato dall’EROE CHE MUORE E RINASCE. La morte e resurrezione dell’eroe rappresentano la paradossalità del vivere, noi moriamo continuamente a noi stessi, per rinascere a una coscienza più alta . L’evoluzione è un percorso attraverso una consapevolezza progressiva.
Freud è rimasto impigliato negli antagonismi del secondo chakra, o funzione della sessualità, o luogo dell’istinto del piacere e della generazione, ma l’uomo deve andare avanti.

Nel 1912 Jung pubblica un libro che segna definitivamente il suo distacco da Freud, in cui parla dei simboli che fanno evolvere l’energia psichica da una fase istintuale a una fase successiva. E’ cominciata la sua crescita verso lo spirito. Ma Freud qui non può seguirlo. Se il dogma libidico di Freud si fonda sull’immanenza, quello spirituale di Jung si fonda sulla trascendenza.
Non è solo lo scontro tra due caratteri diversi, Jung contrappone alla concretezza empirica di Freud una visione metafisica. E questo né Freud né molti analisti positivisti potevano accettarlo. A tutt’oggi molti analisti che si dicono junghiani prendono le distanze da molti atteggiamenti di Jung non reputandoli scientifici. Chi invece ha una propensione per la metafisica ama Jung proprio per il suo atteggiamento non scientista in senso stretto.
Jacov Levi dice la società occidentale aveva superato la fedeltà al padre e aveva rotto i legami con il capo tribù autoritario, organizzandosi in una struttura sociale democratica, liberandosi dunque dalla Legge del Padre, e aprendo la strada alla filosofia e alla metafisica. Allo stesso modo nel gruppo di Vienna Jung si ribella a Freud-padre e capostipite della psicoanalisi, abbandona la sua teoria delle pulsioni, dell’incesto edipico e apre un pensiero nuovo basto sulla spiritualità e la metafisica trascendentale. Mentre Freud ribadisce continuamente il carattere criminale delle pulsioni infantili, Jung non si stanca di ripetere che esse sono innocue e non hanno gli effetti devastanti che la libido freudiana bloccata pretende di avere. Inoltre, mentre per Freud l’inconscio è il luogo dei contenuti morali rimossi perché illeciti, dunque il luogo per eccellenza dell’illecito, per Jung l’inconscio collettivo è la fonte stessa dei contenuti morali, in un rovesciamento della situazione. Alla teoria delle pulsioni sostituisce quella degli archetipi, relegando le pulsioni al corpo, e riferendo gli archetipi non solo alla psiche ma all’anima.

Freud era sconcertato, non riusciva nemmeno a capire come potesse accadere che il suo allievo migliore e pupillo, respingesse la sua teoria sessuale, era come se lo uccidesse. Scrivendo ad Abraham, Freud dice addirittura: “Lei mi capisce perché mi è più vicino per parentela e per razza, Jung no”: Va bene che Jung era cristiano e figlio di un prete, ma la frase suona proprio male, soprattutto da parte di uno che non era nemmeno ebreo osservante. Ricorrere addirittura all’appartenenza per razza non era molto scientifico. Addirittura Freud arriva a dire che se il mondo ha antipatia per la psicoanalisi è perché odia gli ebrei.
Analizzando la fobia del piccolo Hans, trova che la paura dell’evirazione ha una radice antisemita. C’era evidentemente in lui una tensione tra il desiderio di primeggiare e un complesso di inferiorità che creava queste paranoie.
E così, se Jung si opponeva a lui, dipendeva dal fatto che non fosse ebreo. E allora Adler ? Ma, nel suo caso, Freud dice che dell’inconscio capiva poco.
In realtà Freud ha con l’ebraismo lo stesso rapporto conflittuale, mai elaborato, che ha col padre, lo rinnega ma ne resta coinvolto e allora rende sacro, cioè dogmatico, il tabù del padre come la libido.
Già Tacito aveva scritto che gli ebrei si distinguono per una sfrenata libidine a causa della circoncisione. E poi riappare l’ebreo Freud, che focalizza l’attenzione proprio sul pene.
Dal punto di vista di Jung questi discorsi erano privi di senso.
Alla vigilia delle sue nozze con la nipote del rabbino, Freud si era mostrato sprezzante della sua appartenenza ebraica e aveva addirittura minacciato di farsi battezzare. Ma poi i suoi riferimenti all’appartenenza ebraica erano diventati più fitti, come se connotassero un modo di pensare e di esistere.
Non era la fede il collante ma l’appartenenza a “una cerchia di uomini eletti e di elevato sentire”, dotata «di una religione che accrebbe la loro presunzione, al punto da credersi superiori a tutti gli altri popoli» e a cui era stato imposto «di progredire spiritualmente… aprendo la strada all’apprezzamento del lavoro intellettuale e a nuove rinunce pulsionali».

Così Freud prese molto male il distacco di Jung come un attacco personale. Chi non accettava la sua teoria, non accettava la sua persona.
Durante una lezione Jung aveva criticato un vecchio libro di medicina in cui si paragonava il cervello a un piatto di spaghetti il cui vapore è la psiche, similmente alla Levi Montalcino chiamerà il pensiero “un epifenomeno del cervello, così come il sudore lo è della pelle”.
“Freud era fermo nella sua prospettiva positivista, che io consideravo un pregiudizio”.
Nel 1912 Jung cita lo Zarathustra di Nietzsche per rivendicare il proprio diritto all’autonomia, dicendo che «si fa torto a un maestro rimanendo sempre suo allievo».
Nella sua visione, l’uomo, attraverso l’inconscio collettivo, attinge valori e sensi che lo aiutano nel suo processo di individuazione, è ormai oltre la terapia dei sintomi nevrotici e si apre a una metafisica più ampia.

Inutilmente Freud allude a Jung come al suo figlio ideale, al suo erede e successore. Jung è giovane e non vuole la direzione subalterna di un’associazione che funziona come un partito totalitario, totalmente condizionata da un capo assoluto, non può pensare di diventare un clone di Freud, rinnegando la propria libertà di pensiero e la propria identità personale.
Il contrasto divenne sempre più aspro, Freud gli disse che trattava i colleghi che gli facevano resistenza come trattava i suoi pazienti, Jung ribatté che la libido è un concetto superato perché troppo rigido e unilaterale, e che non esistono dogmi ma ipotesi, finché, nel 1913, uscì dall’associazione e dalla rivista, abbandonando la presidenza dell’Associazione, e l’amicizia tra i due si spezzò, con gli analisti della cerchia di Freud che gli davano l’ostracismo.
Da allora le loro interpretazioni furono sempre più divergenti, con la separazione della scuola psicoanalitica di Zurigo dalla scuola freudiana di Vienna. La prima sarà chiamata psicologia analitica, la seconda psicologia dinamica.

Ogni cosa da allora sarà trattata diversamente.
Per Freud il sogno è un messaggio criptato, ingannevole e obliquo, che nasconde un desiderio colpevole, per Jung l’inconscio non ha alcun artifizio o malignità, ma esprime se stesso secondo la propria natura e secondo il proprio codice,”così come una pianta cresce o un animale cerca il cibo“.
Il sogno della casa a più piani (l’anima sedimentata) porta Jung verso il passato dell’umanità, i miti ne sono la storia, ed egli li studia con interesse febbrile, collegando la mitologia antica con la psicologia dei primitivi, allontanandosi sempre più da Freud. L’inconscio lo avvisa di questo distacco crescente col Sogno del doganiere:
Jung sogna di essere in montagna sul confine austriaco-svizzero verso sera. Appare un ufficiale anziano della dogana austriaca, amareggiato e triste (di certo Freud), che dice di essere uno spettro: “Uno di quelli che non poterono morire veramente!”.
Dogana, censura e confine indicano il discrimine tra conscio e inconscio, l’analisi è l’accertamento doganale. Sul vecchio doganiere che non riesce a morire si proietta l’ombra del padre, amareggiato e triste, poiché l’evoluzione rappresenta ciò che muore e rinasce, ‘colui che non può morire veramente ’ indica la staticità della non evoluzione; le merci di contrabbando sono i contenuti dell’inconscio che cercano di affiorare. Occorre liberarsi dagli spettri e passare il confine. Jung accomuna il formalismo dogmatico del padre al criticismo materialista di Freud, ambedue devono essere superati per esplorare territori nuovi.
Il sogno continua con una città italiana solare a mezzogiorno, forse Bergamo o Basilea. I negozi chiudono per il pranzo e nella folla, sotto una forte luce, un cavaliere crociato in armatura sale le scale verso Jung .
Jung resta molto scosso da questa immagine senza capirne il senso. Il mezzodì è come la mezzanotte, un punto dove il tempo si sospende e spazi diversi si toccano, i Greci mettevano nel mezzodì l’apparizione di Pan, il dio della totalità. Ma il mezzodì è anche la pausa della vita in cui ci si alimenta di cibo nuovo. La città italiana dà il senso del Sud, punto cardinale da cui si trae vigore e calore . Il cavaliere attrae la sua attenzione come portatore, mascherato e difeso, di un messaggio ignoto, messaggio evolutivo visto che sale le scale; viene dal 1100, e questo è il secolo in cui inizia l’ALCHIMIA. L’alchimia, come la ricerca del Graal, simboleggiano la conoscenza spirituale, conoscenza segreta dell’anima che trasforma chi la possiede nell’uomo puro.

Jung non sa ancora dove sta andando, ma qualcosa dentro di lui conosce il suo progetto e lo indica. Il tessitore inconscio conosce il disegno della tela. “Tutto il mio essere cercava una cosa ancora ignorata che potesse dare un significato alla banalità della vita”.
Guardare solo ai limiti dell’uomo è poco, occorre trovare un senso superiore che ci conduca. Quando l’io non è nella propria centralità, non cammina lungo la via del suo cuore e del suo progetto segreto, allora l’uomo cade nella sofferenza e nella nevrosi. Quando siamo su una via sbagliata, non possiamo semplicemente cambiare strada, dobbiamo capire chi siamo e dove vogliamo andare. L’attaccamento alla malattia e il rifiuto della guarigione mostrano che il sofferente conosce solo una forma di vita e non può abbandonarla se non ne riceve un’altra in cambio. Continuare a girare il meccanismo del dolore (come vuole l’analisi retrospettiva freudiana) non risolve il dolore, l’essere deve capire meglio se stesso per trovare un nuovo indirizzo, una nuova meta, deve guardare avanti e dare una speranza al mutamento. La nevrosi è solo un caso limite, in senso lato tutti siamo nevrotici, cioè confusi nella sofferenza, questo ci dovrebbe rendere più tolleranti, perché partecipi di uno stesso destino.

Per mesi Jung elabora il proprio pensiero, sente di dover realizzare il distacco ma non è facile. Quando alla fine rompe con Freud, è l’isolamento, tutti lo abbandonano. Abraham accusa Jung di trasformare l’osservazione scientifica in filosofia e questa in teologia.
Lasciare Freud significa abbandonare una via facile di successo, piena di gratificazioni sociali ed economiche, per restare solo con se stesso e ricominciare tutto da capo. Il suo progetto viene criticato dagli altri analisti, ma lui oltrepassa la sessualità come funzione biologica e la coglie solo come riflesso di qualcosa di più ampio e numinoso.
La sessualità è della massima importanza come espressione dello spirito ctonio (sotterraneo) perché questa è l’altra faccia di Dio, il lato oscuro dell’immagine divina“.

Freud era legato a un sistema fisso e dogmatico, Jung dirà sempre di non possedere nessun sistema e di limitarsi a osservare il malato e a formulare ipotesi, caso per caso, in una ricerca aperta, partendo da lui.
L’Io freudiano domina la psiche e attira la trasformazione dell’Es, Jung considera l’Io solo una parte della personalità, vuole valorizzare tutte le parti psichiche e conciliarle, e incoraggia i pazienti a parlare con i loro soggetti intrapsichici vivendoli teatralmente.
Nel 1913 la rottura è consumata ed è dolorosissima per entrambi. Freud cade in una situazione d’angoscia che gli cambiò il carattere, Jung precipita in un disorientamento e in una solitudine così forti che ancora da vecchio ne parla con amarezza: “Cominciò per me un periodo di incertezza, di disorientamento. Mi sentivo letteralmente sospeso, perché non avevo ancora trovato un punto d’appoggio”.
Fu un periodo difficile. Jung aveva 38 anni; voleva scrivere un libro contro Freud ma scoprì che era bloccato e impotente Per due mesi fu tormentato da un blocco della scrittura, perché esporre le proprie idee significava ripudiare Freud, tuttavia, come aveva sacrificato la sua carriera accademica per amore di Freud, ora sacrificava Freud per amore della verità.
La moglie di Jung era una donna molto intelligente, anch’essa analista, e partecipò al dolore di questa rottura, anche se Freud non le era mai piaciuto.

Il periodo depressivo durò alcuni anni. Fra il ‘14 e il ’19, egli si allontanò anche dall’università e rischiò una forma di psicosi.
Ricordiamo che Freud trattò prevalentemente pazienti nevrotici, mentre Jung pazienti psicotici. La psicosi è una delle patologie mentali più difficili, manca la centralità di un Io, manca una qualche obiettiva rappresentazione del reale. Analizzando questi pazienti, Jung era arrivato a trovare contenuti inconsci che non potevano in alcun modo riferirsi al passato rimosso ma sembravano piuttosto patrimonio di tutta l’umanità, e fiorivano nei miti, nelle fiabe, nei testi sacri di popoli diversi. Ipotizzò dunque che vi fossero immagino collettive ereditate proprie della specie umana. Inoltre Jung fece ricerche in campi molto diversi e che molti considerano poco scientifici, come l’Astrologia, il simbolismo dei Tarocchi o l’esoterismo.
Aveva 39 anni e sembrava aver perso ogni interesse per la ricerca scientifica.
Non solo i due leader si separarono ma le reciproche scuole consumarono una scissione che non cercarono mai più di comporre.

Il momento peggiore fu l’autunno del 1913.
Jung si sentiva sotto il peso di una oppressione gravissima che lo schiacciava.

Ora, quando siamo sconvolti da una situazione traumatica, una malattia, un lutto, una separazione, diventiamo indifesi, le barriere della coscienza si indeboliscono ed è proprio in quei momenti che si attivano canali diversi, più sottili, come se ci aprissimo a input diversi, diventassimo permeabili ad altri apporti. Così accadde che in Jung, grazie alla sua angoscia, cominciò a verificarsi una percezione terribile: il presentimento di una sciagura più ampia e generale, “come se ci fosse qualcosa nell’aria”, un cataclisma che riguardava l’intera Europa.
Jung cominciò ad avere una serie di sogni e visioni che anticipavano la Prima Guerra Mondiale, sogni su un evento collettivo, in cui l’inconscio diventava profetico .
Per uscire dalla cupa depressione decise alla fine di seguire l’inconscio. “Dal momento che non so nulla di nulla, farò semplicemente quel che mi capita” . Gli vennero allora in mente i giochi che faceva a 8-9 anni, si mise allora in riva al lago, come un bambino, a fare costruzioni con le pietre e il fango, incurante di chi lo vedeva. Ripeté questo gioco ogni giorno come un rito, come se questa attività manuale senza scopo potesse aiutarlo a ritrovare se stesso e, mentre lavorava con l’acqua, le pietruzze e il fango, sentiva riordinarsi il fiume del suo inconscio. Il gioco gli permise di sciogliere il blocco che gli impediva di scrivere e riaprì la sua creatività.
Ogni volta che nella sua vita Jung si trovò in un vicolo cieco, si mise a fare lavori manuali, dipingere, scolpire, spaccare legna, murare pietre.., come se la manualità fosse una via per svegliare forze nascoste. Il contatto col materiale, il legno, la pietra, i colori, l’acqua… gli ridava equilibrio e sanava le lacerazioni.
Molto lentamente in me cominciò a delinearsi un mutamento interiore. Nel ‘16 avvertii l’impulso di dare forma a qualcosa. Ero sollecitato dall’intimo… nacquero così i sette sermoni dei morti”. Questo fu l’apertura al paranormale, la scrittura automatica.

La separazione con Freud non fu il solo trauma della sua vita che risolse con la manualità. Ci furono altri momenti difficili, come la morte della madre che amava molto e quella della moglie, che pure amava molto. Jung superò queste crisi spaccando pietre, incidendo, dipingendo, murando, aggiungendo nuove ali al suo ritiro di Böllingen. Considerava le attività manuali potentemente terapeutiche.
Come un sogno riesce a reintegrare una psiche confusa, così le mani possono guarire, decentrando il mondo interiore sul mondo esteriore e rimodellandolo attraverso operazioni su quello.

JUNG 3 indice

Lezione 1 – https://masadaweb.org/2010/10/12/masada-n%C2%B0-1209-12-10-2010-jung-3-lezione-1-la-depressione-parte-prima/

Lezione 2 – https://masadaweb.org/2010/10/20/masada-n%C2%B0-1212-20-10-2010-jung-3-lezione-1-la-depressione-parte-seconda/

Lezione 3 – https://masadaweb.org/2010/10/26/masada-n%C2%B0-1214-26-10-2010-jung-3-lezione-3-l%E2%80%99immagine-sociale-l%E2%80%99archetipo-della-persona/

Lezione 4 – https://masadaweb.org/2010/11/04/masada-n%C2%B0-1218-4-11-2010-jung-3-lezione-4-a-un-passo-dalla-guarigione/
..
http://masadaweb.org

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