Nuovo Masada

ottobre 26, 2010

MASADA n° 1214. 26-10-2010. JUNG 3. Lezione 3. L’IMMAGINE SOCIALE – L’ARCHETIPO DELLA PERSONA

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(Questa è la terza lezione della terza parte di un corso e di un libro sulla vita e il pensiero di Jung della Prof. Viviana Vivarelli, dal titolo: ‘LO SPECCHIO PIU’ CHIARO’)

“Una maschera copre l’Io. Una maschera si mostra al mondo.”
(Viviana)

“Qualcosa è nascosto, va’ a scoprirlo/ va’ a cercarlo oltre la catena dei monti…/ qualcosa di perduto oltre i monti / Perduto e attende te, vai…”
(Ignoto)

“Tutto il mondo è un teatro e tutti gli uomini e le donne non sono che attori: essi hanno le loro uscite e le loro entrate; e uno stesso uomo, nella sua vita, rappresenta diverse parti… “

(Shakesperare)

“La società attuale viene generalmente definita come società dell’immagine, a sottolineare che mai nella storia si è dato un così imponente sviluppo dell’aspetto visivo del vivere umano, della rappresentazione, del mostrare e mostrarsi, della recita e dell’esibizione.”
(Erich Fromm)

Abbiamo detto che uno dei modi per guarire dalla depressione ma anche per vivere meglio è avanzare nel ‘processo di individuazione’, cioè rispondere a queste domande: chi siamo e per quale motivo siamo venuti al mondo, cioè qual’è il nostro compito esistenziale. Ma rispondere a queste domande non è affatto facile, prima di tutto perché in genere l’essere umano è ostacolato dalla sua parte inconscia o non riconosciuta, poi perché spesso ci identifichiamo con la nostra immagine sociale, con ciò che presentiamo al mondo e che non è esattamente ciò che siamo. Noi presentiamo agli altri una maschera e siccome in latino maschera si dice ‘Persona’, Jung si occupa di questo archetipo con un senso suo proprio.
Il termine persona ha molti significati. Nel linguaggio comune intende sia l’uomo che la donna. Ma nel linguaggio junghiano i termini assumono connotazioni molto particolari e ‘Persona’ indica qui il lato esteriore o visibile dell’individuo, mentre ‘Anima’ indica il lato interiore. Sia ‘Persona’ che ’Anima’ sono dunque archetipi, cioè moduli della psiche.

La ‘Persona’ è la parte della personalità che mostriamo agli altri, l’immagine sociale; l’Anima’ invece la parte di noi più intima e profonda che Jung legge nell’uomo come la sua parte femminile connessa al sentimento e nella donna come la sua parte maschile connessa all’’Eroe’ che è un altro archetipo.
Ognuno di noi è una molteplicità di elementi, è come un teatro con tanti attori o un condominio con tanti abitanti. Quando pensiamo a noi stessi, in genere ne scegliamo alcuni, quelli meglio rappresentativi e che ci fanno fare una figura migliore.

Provate a definire voi stessi con dei sostantivi o aggettivi: “Io sono….”Per es.: “Io sono una insegnante, una scrittrice, una persona franca e sincera, una cittadina rispettosa delle leggi ma anche una originale, una contestataria, una rivoluzionaria, una mamma e una nonna…”
Se questa definizione fosse data da altri che ci conoscono, sarebbe la stessa? Ne dubito. Se devo definirmi, lo faccio al positivo, per vanità e amor proprio, evito con cura ogni accenno ai miei difetti, tengo dei lati di me accuratamente nascosti, anzi rifiuto proprio di averli.
Probabilmente mio marito darebbe di me una definizione diversa, direbbe che sono aggressiva, ipercritica e impaziente. E mia figlia direbbe che sono dispotica, invasiva e comandina…

L’IO è la nostra coscienza, il punto di noi che focalizza le cose, ma è un attore come gli altri. Ognuno di noi è formato da molte parti che possono anche essere discordanti e in conflitto fra loro. Per cui il compito esistenziale è anche quello di conoscerle e armonizzarle, tendendo al Sé (che è un altro archetipo), una meta di armonia e equilibrio che in assoluto non si raggiunge mai ma è avvicinabile sulla via della progressiva ‘individuazione’.
La vita deve essere appunto una armonizzazione e una evoluzione.
La creatura sana e matura conosce se stessa, modera i propri difetti, sviluppa i propri talenti, armonizza le proprie parti e conduce una vita saggia e ragionevole in cui è di aiuto agli altri e partecipa all’evoluzione dell’umanità. Essa procede verso la realizzazione integrale del ‘Sé’ come unità di corpo, mente, anima e spirito.
Un soggetto sano e maturo è chiaro e autentico, non ha discrasie tra come è e come si mostra, tra il suo essere vero e la sua immagine sociale. Ma questa è una meta a cui possiamo tendere..

E’ ovvio che ci piacerebbe che gli altri ci vedessero come a noi piace vederci.
Noi amiamo pensarci in un certo modo e cerchiamo di presentarci agli altri in quel modo, sottolineando certi aspetti di noi che pensiamo di avere o che ci teniamo a mostrare, e nascondendone altri meno felici. Ma è come se recitassimo una parte. Qualche volta recitiamo bene, al punto da suggestionare anche noi stessi su presunte virtù, altre volte non convinciamo nessuno.
La ‘Persona’ indica la nostra immagine esterna, il nostro ruolo sociale, l’insieme di accorgimenti o strategie con cui ci mostriamo agli altri in un certo modo, cercando di dare una certa impressione di noi e tenendo nascosti certi aspetti meno positivi del nostro carattere.
In grafologia si dice che il testo è come il soggetto è, la firma è come si rappresenta agli altri. Se c’è molta differenza tra i due, abbiamo un soggetto che porta una maschera, per es. è timido ma non vuole farlo vedere, oppure è abituato per la sua professione a gestire rapporti sociali, per es. è un venditore, in cui assume una immagine di circostanza.

Ognuno, in un certo modo, riveste un ruolo o più ruoli e assume una o più immagine consona ad essi: la madre premurosa, l’insegnante attiva, l’impiegata diligente, la buona amica, l’ospite gentile ecc. Le situazioni delle vita possono essere molte e possiamo avere anche immagini diverse in situazioni o ruoli diversi.
Diciamo che la Persona è il nostro Io sociale nel teatro della vita in cui possiamo ricoprire diverse parti.
Oggi queste parti possono cambiare anche in situazioni virtuali come apparire in un certo modo sul web, in un blog o in una chat o su facebook. Internet ha moltiplicato il ruolo delle parti.

‘Persona’ in latino vuol dire maschera e la persona è la maschera sociale, quello che ci piace credere di essere o che mostriamo agli altri.
In un certo senso noi recitiamo sempre una parte e portiamo sempre una maschera, poi ci sono soggetti in cui la maschera si allontana molto dalla loro natura reale, per es. i mitomani, gli ambiziosi, gli ipocriti, i mentitori, gli attori, i politicanti..
Ma la maschera sociale può nascondere anche una vera natura che sta ai suoi antipodi. Nel caso di personaggi pubblici di una certa importanza, questo succede. I politici, per es., devono fingere di essere diversi da quello che sono per attrarre voti e più sono bravi attori più questo talento può fruttare.
In questo caso abbiamo una forte maschera pubblica, a volte costruita a tavolino dai consiglieri o dai image-maker, costruttori di immagine. Questa costruzione artificiale viene fatta in genere per le elezioni. Una intera èquipe ha lavorato per costruire l’immagine pubblica di Blair, o quella di Hilary Clinton. C’è dunque una personalità pubblica che si presenta al mondo e che deve essere accattivante, per cui degli specialisti la trattano e la lanciano come si può fare per un prodotto qualsiasi del mercato. Lo stesso accade quando si vuole lanciare un cantante o un attore e così via.
Dietro questa facciata spesso artificiale può esserci una perso molto diversa, e sarà tanto più diversa quanto più l’individuo recita, non è sincero, si cala in una parte per ambizione, avidità, profitto, è un opportunista.
Per i personaggi pubblici la maschera è costruita in funzione del successo e può essere altamente ingannevole, con parole molto diverse dalle intenzioni. Questo lo vediamo chiaramente nei programmi elettorali che vengono puntualmente elusi.
C’è chi ha bisogno della maschera per motivi professionali al punto che esiste anche la codificazione dell’immagine sociale per certe professioni o in certi campi: si pensi a un poliziotto, a un giudice, a un ministro, al presidente della repubblica, a un prete….j
Ma la discrasia tra apparenza re realtà la possiamo trovare anche per i timidi, gli insicuri, i mortificati, i depressi e infine per tutte le varie patologie mentali.
Il problema sarà capire cosa c’è sotto la maschera e se è positivo o negativo.

Stevenson narrò il caso estremo (si trattò di un sogno) del dottor Jekyll e di Mister Hyde (to hide =nascondere), cioè lo sdoppiamento di una personalità che metteva da una parte tutto il suo bene e dall’altra tutto il suo male, per cui di giorno era un eccellente medico stimato da tutti, la notte dopo aver bevuto la pozione usciva la sua controparte terribile e criminale.
Questa parte tutta negativa Jung la chiama ‘Ombra’, e ne fa un altro archetipo, cioè un’altra modalità psichica, come insieme di tutte le parti nascoste e non presentabili, il male che è in noi e che non vogliamo riconoscere ma che, se non è riconosciuto e gestito, può diventare incontrollabile ed esplosivo.
Ma potrebbe anche essere che ciò che nascondiamo sia invece un insieme di doti, bellissime, a magari non riconosciute, perché per inerzia ci siamo cristallizzati in una forma artificiale o in una immagine voluta dall’ambiente o dalle circostanze della vita.

Freud cerca nel paziente il suo lato nascosto, convinto che contenga un reato, una colpa. Jung è ottimista e crede che in ogni uomo si possano scavare tesori, le parti nascoste della casa, i talenti, le risorse non manifestate.
Abbiamo detto che una soluzione per la depressione e anche per l’evoluzione consiste nello scoprire chi siamo veramente e di farlo esprimere e realizzare. Ma chi siamo veramente? Siamo in grado di rispondere a questa domanda?
Jung chiamava questa ricerca su se stessi ‘individuazione’, ma diceva anche che la maggior parte delle creature umane moriva senza essersi mai individuata.
Noi viviamo molto spesso non secondo il nostro io più autentico ma secondo una maschera sociale, un personaggio in parte fittizio, una ‘Persona’.
Oggi parleremo dunque dell’archetipo della Persona la maschera che ci impedisce di essere dei veri ‘IO’. Cos’è un archetipo? E’ un modello fondamentale, un modulo psichico. Jung considerava la psiche come una entità universale che si ripete secondo moduli fissi e schemi ripetuti nella storia dell’umanità.
Anche la ‘Persona’ è un archetipo.
Essa è il modo con cui noi ci rappresentiamo agli altri o ci pensiamo, e può essere potentemente indotta dall’ambiente, fino a falsare o oscurare la nostra vera natura.
Ovviamente la malattia mentale esplode quando l’io è sacrificato e ucciso, quando il soggetto perde se stesso, quando non sa più chi è.

Ogni tempo ha la sua malattia. Il tempo di Freud fu dominato dalla nevrosi e la nevrosi per eccellenza era l’isteria, la malattia delle donne.
Nell’enorme manicomio della Salpetriere le isteriche erano delle povere emarginate, prostitute, mendicanti, alcolizzate, che presentavano sindromi simili. Qui la malattia mentale era figlia dell’emarginazione, era il modo con cui le donne alienate dal contesto sociale drammatizzarono con le posture del corpo un profondo disagio psichico.
Alla Salpetriere si osservava il male mentali dei poveri, mentre le pazienti di Freud erano ricche borghesi della società bene di Vienna, in cui la nevrosi non era il prodotto della miseria, ma di una società borghese ipocrita, che penalizzava gli impulsi sessuali della donna con precetti rigidi, che inibivano le pulsioni opponendo al desiderio il divieto e scatenando sensi di colpa.
A loro modo, anche le ricche pazienti di Freud erano delle emarginate, in una cultura maschilista dove la donna contava solo come oggetto sessuale, serva o ornamento.

La malattia del nostro tempo è la depressione, “L’ostinata nera orrenda barbara malinconia che mi lima e mi divora”, come diceva Leopardi, ma l’emarginazione non è finita e continua essere stridente la differenza tra una immagine coatta, mediatica, del femminile e ciò che una donna sente di essere.
Chiaramente la società è cambiata, la sfera sessuale oggi è regolata diversamente dal puritanesimo di Freud, si sono allentate le censure religiose, si è profondamente trasformata la famiglia o addirittura si è dissolta, il perbenismo borghese ha lasciato il passo a un maggiore permissivismo e l’identità individuale non è tanto imposta dalla famiglia, dalla scuola, dalla chiesa o dallo Stato ma da immagini virtuali martellate dai media. Noi, oggi, più che di nostro padre e nostra madre, siamo figli della televisione.
Ma ancora resta una domanda strisciante che spesso non trova risposta: chi sono io?
Dietro a questa domanda sta il problema dell’essere accettati e dell’accettarsi.
Molti assumono l’identità del “personaggio” che interpretano
, perché hanno il terrore del rifiuto sociale, del non riconoscimento, della non appartenenza e cercano di omologarsi a modelli precostituiti, questo accade soprattutto tra gli adolescenti che ancora non hanno una personalità formata e imitano modelli esterni o predominanti nel gruppo..

Se ci aggiungiamo tutte le difficoltà provenienti dall’inconscio, risulta che abbiamo un doppio inganno: ciò che mi arriva da un inconscio che non conosco ma mi condiziona e i condizionamenti esterni che mi arrivano dall’ambiente sociale.

Abbiamo detto che la psiche è fatta di molte parti, come una cipolla,o, come diceva Jung di molte subpersonalità.
Sopra l’IO troviamo appunto la maschera sociale. Essa si chiama ‘Persona’ dal latino per-sonare, suonare attraverso, perché nel teatro romano e prima in quello greco gli attori portavano una maschera che fungeva da amplificatore per la voce..
Noi siamo figli di antecedenti culturali, anche se non li conosciamo, che hanno modellato il nostro passato e si riverberano sul nostro presente. Una di queste radici è la cultura greca. In essa distinguiamo due forme di teatro. Uno è quello classico e stereotipato della polis, qui nel 2° o 3° secolo prima di Cristo nasce un teatro dell’anima, che proietta sulla scena i drammi della psiche e recita i suo miti. Questo teatro è tanto importante che anche oggi i principali complessi della psicoanalisi prendono nome da quei personaggi e da quei miti: complesso di Edipo, complesso di Giocasta ecc..
L’Olimpo greco è come un enorme scenario dove la psiche proietta ingigantendoli i propri drammi. Gli dei e gli eroi greci rappresentano le passioni umane e il teatro aveva una funzione terapeutica, catartica e purificatrice. Era una terapia dell’anima. Oggi si va dall’analista, duemila anni fa si andava a teatro. Lo spettatore vedeva oggettivati sulla scena i suoi drammi interiori e se ne liberava.
Questo teatro era molto importante e legava tra loro i greci in una stessa cultura e in una stessa avventura umana.
Nel teatro greco, o teatro della polis civilizzata, la Persona’ era una maschera, di cuoio o di gesso, che l’attore portava per amplificare la voce e fissare un ruolo, triste allegro, minaccioso ecc..
Ma la maschera era nata molto prima, in un tempo più antico, in seno alle antiche religioni della Terra che precedettero la religione olimpica, o religione del Cielo, portata dagli invasori Arii, e che, dopo il loro insediamento, non si perse ma continuo ad esistere oscurata e sotterranea.

Nella selva delle Baccanti, gli arcaici riti femminili dedicati alla Dea Madre erano molto diversi dal rigore stereotipato e ufficiale della polis maschile. Le orge primitive nelle selve montane delle donne simili a streghe nelle notti di luna piena erano riti a funzione sacra e liberatoria, in cui le Menadi, indossando la maschera rituale, si identificavano col dio Dioniso e raggiungevano un orgasmo parossistico.
Nel baccanale dionisiaco la maschera nascondeva e proteggeva la menade e la lasciava libera di scatenare la sua energia selvaggia.
Ma nella polis civilizzata e dominata da rigidi canoni maschili, tutto si modificò e il rito selvaggio delle baccanti diventò un teatro non partecipativo a cui solo si assisteva (skeptomai = contemplo), Tutto fu stilizzato secondo codici fissi, dando all’energia incontrollata una forma precostituita e istituzionale.
Anche oggi noi indossiamo una “maschera sociale” per presentarci al mondo, ma essa non ha più funzioni liberatorie, è una immagine indotta che costringe l’energia in forme convenzionali e in cui l’attore si identifica col personaggio.

L’io esiste in quanto appare, ma, se si cala troppo nel suo apparire, se diventa solo maschera, rischia di perdersi, come chi vive solo per il vestito che indossa o per l’immagine sociale che mostra o per un ruolo istituzionale.
Ecco dunque che quando quel ruolo decade, il soggetto può entrare in crisi, perché senza di quello rischia di non essere nessuno.
Il problema della Persona diventa allora il problema di una identità inesistente o precaria, nascosta o modificata, e può non essere facile tornare al nucleo di ciò che siamo, perché la maschera che ci ha dato identità e sicurezza per molto tempo. Di qui, per es., le depressioni di chi esce dal lavoro e non sa come riciclarsi senza di esso.
La ‘Persona’ è un archetipo che si lega all’essere percepiti, all’apparire, e ciò porta alla finzione, con un risvolto psicologico e uno sociale.
Ognuno va in giro con una maschera che è il suo modo di presentarsi, è la sua controfaccia pubblica, si pensi a come è importante l’immagine sociale di un prete, di un artista, di un politico, di un magistrato…, alle loro parole o ai loro atteggiamenti, a tutto ciò che mostrano al mondo.

Così ognuno di noi si mostra in un certo modo, manda avanti una immagine che dipende anche dalle aspettative degli altri o da ciò che vogliamo raccontare di noi stessi, dal nostro ruolo sociale ecc.

Siamo arrivati al punto che esistono creatori di immagini, costruttori artificiali di tipi, che costruiscono il cantante, la ballerina, il politico, il ministro, l’attore, il sovrano… che dettano pettinature, abiti, atteggiamenti, mimiche, linguaggi, look… inventano il passato, costruiscono opuscoli narrativi…
L’immagine non è mai neutra. L’immagine comunica. E ciò che deve essere comunicato spesso si costruisce a tavolino e non è nemmeno vero.
I cantanti, gli attori, i politici fanno uso di questi costruttori dell’immagine che costruiscono artificiosamente il personaggio, dal trucco televisivo al programma elettorale o artistico, alla storia della vita, basandosi su tecniche di marketing, in un mondo dove non ci sono più idee o umani, ma furbizie per vendere merci e umani, senza che vi sia poi molta differenza tra le une e gli altri.
Ma anche l’uomo comune usa degli espedienti, si racconta al meglio, e difficilmente si esprime per ciò che è, più facilmente si relaziona e si riconosce per ciò che mostra o che crede di essere.
Da una parte abbiamo l’Anima o personalità privata, dall’altra l’Io che si cala nella immagine pubblica. In ogni caso la maschera è un artifizio che ci allontana dalla naturalità, e, quanto più essa ci assorbe, tanto più aumenta una possibile nevrosi.
Se il ruolo ci vampirizza, evapora l’essere interiore; la recitazione squilibra il baricentro, rende fasullo il soggetto, rischia di mandare in frantumi “l’uomo dalle suole di vento” … .

Chiedevano una volta, in una trasmissione radio, quali caratteri dovesse avere un politico. Il pubblico diceva: la passione, il coraggio, il denaro… nessuno diceva: la coerenza. Eppure, quanto più una persona è centrata su di sé ed è vera, tanto più essa è coerente, e l’immagine e la parola corrispondono alla sua interiorità e dunque alle sue azioni, in modo naturale e non costruito.
Di questo in Oriente si ha precisa consapevolezza: un uomo che dice parole sagge deve per forza condurre una vita saggia, non ci può essere divergenza tra teoria e pratica, sono una cosa sola.
In Occidente, invece, ci hanno abituati a ritenere normale che ciò che uno dichiara possa essere contraddetto da ciò che uno fa, come se tra vita privata e pubblica, o tra programma e azione, ci potesse essere uno scarto. Così si arriva agli estremi di politici che si dichiarano cristiani e plaudono alla guerra o al capitale o di comunisti che si arricchiscono col denaro pubblico e svendono beni di tutti. La coerenza non esiste. Eppure Cristo lo dice chiaramente: io sono la Verità e la Vita, cioè quello che predichi come vero deve essere attestato dalle tue opere. O ognuno di noi dovrebbe far coincidere la propria verità con la propria vita.
Il problema è che, se uno si mostra per ciò che non è, si crea un disagio nella natura che prima o poi esploderà in forme parossistiche o patologiche. L’incoerenza è un dramma ma è anche una malattia.
E colui che falsifica la verità di se stesso finisce col falsificare tutta la realtà che lo circonda.

Una delle domande più pressanti del nostro tempo è: cosa c’è di vero in questo? In questo evento? In quest’uomo? In questo programma? In questo servizio giornalistico? Perché se io non capisco cosa è vero, come posso fare scelte vere?
Da tempo immemorabile la saggezza si identifica con la verità e la verità è ritenuta la massima meta umana, ma la verità passa per la mente che crea sempre costruzioni artificiali e convalida prima l’interesse, poi le sue giustificazioni.
Bateson diceva:”Noi creiamo il mondo che percepiamo, non perché non esista realtà fuori dalla nostra mente, ma perché scegliamo e modifichiamo la realtà che vediamo in modo che si adegui alle nostre convinzioni. Si tratta di una funzione necessaria al nostro adattamento e alla nostra sopravvivenza”. Ma la funzione necessaria, se sbaglia i propri obiettivi o falsifica il reale, diventa un’azione suicida.
Nella malattia mentale purtroppo la discrepanza tra realtà soggettiva e oggettiva è stridente e permette una cattiva sopravvivenza. In altri casi la differenza è più insidiosa, ci sono gli ingannati e quelli che si autoingannano. In ambedue i casi si ha la malattia.

Sappiamo che ognuno è dominato da qualche archetipo. Ma quando l’archetipo è eccessivo, “costella” nel bene e nel male il soggetto oltre il vero e il possibile.
Per esempio l’uomo che è invaso dall’archetipo del dominatore, è tormentato non solo da una brama senza fine ma anche da complessi di persecuzione, in cui si vede come vittima e cerca di convincere gli altri di complotti inesistenti, precipitandoli nella sua stessa sindrome.
Ci sarebbe da dire molto anche sul mito del terrorismo che costella i nostri anni e sull’uso strumentale che ne è stato fatto. Qui alla base c’è un fondamentale istinto di autodifesa, ma la sua strumentalizzazione non difende la comunità dal pericolo, anzi lo accresce, inducendo paure artificiali così che l’autodifesa si trasforma nell’alibi dell’aggressore.
L’eccesso vale anche per la maschera o Persona, che, da strumento relazionale necessario, può diventare una inquietante minaccia.
Quando la maschera sopravanza l’io e offusca il Sé, non è più un mezzo di espressione o relazione ma un impedimento alla propria realtà e una degenerazione dell’Io.
Del resto per alcuni, se la maschera è perduta, è spesso impossibile reintegrare la personalità originaria, perché, l’Io nudo è insussistente, perde le sue energie e smette di evolvere.
In certe patologie, come la schizofrenia, non solo manca una maschera sociale ma anche una immagine corporea.
Come sempre, il giusto sta nel mezzo. Ci deve essere una personalità privata e una immagine pubblica, ma ognuna nei giusti limiti. Dobbiamo sapere chi siamo, con un io forte, e nello stesso tempo dobbiamo sapere come ci dobbiamo comportare e rappresentare nelle varie circostanze sociali, con una maschera mirata, cioè agendo nel modo giusto nel luogo giusto.

Nel lungo processo evolutivo che chiamiamo vita, dovremmo decidere non solo la nostra identità ma, in certa misura, la nostra Persona, controllando le induzioni coatte. Nel nostro tempo accade spesso che l’Io non sia libero di scegliere come mostrarsi ma sia condizionato da immagini sociali mediatiche. I media impongono modelli virtuali massicci, ci dicono cosa dovremmo essere o cosa dovremmo avere o pensare, così da produrre sindromi da insufficienza o da impotenza.
Se tutte le donne della televisione sono bellissime e magrissima, come vivrà una ragazza non bella e non magra? Se il messaggio mediatico impone una felicità attraverso il mostrare una immagine omogenea, come si sentirà chi non si ricopre di quella immagine?
Più i media impongono la massificazione dell’immagine e del comportamento, più il diverso sarà emarginato, scacciato, eliminato.
E’ giusto questo?
Nel villaggio tribale ognuno aveva un suo ruolo naturale dentro una distribuzione sociale di competenze, in vista dell’armonia del tutto. Oggi le ragioni del marketing e della politica forzano modelli artificiali: la velina, il calciatore, il politico… in una corsa dove le identità più fragili vacillano.

In un mondo dove tutto è merce, i nuovi precetti presentano la felicità come un diritto da ottenere in qualsiasi modo, per cui nessuno si occupa della valutazione etica.
La Costituzione americana spinge gli uomini ad essere felici come se la felicità fosse un diritto. Meglio sarebbe se avesse parlato di responsabilità, ma il sistema mercantile ha focalizzato la felicità sull’apparire e sull’avere, il sembrare sull’evolvere, l’immagine sull’essenza.
Così i capi di governo, invece di programmi, fanno lifting o sceneggiate. Siamo al vertice della mostrazione amplificata in un deserto di contenuti sottostanti. Ormai si volta ciò che appare, non ciò che è. L’attore migliore ruba la scena all’uomo migliore. Vince chi è più preparato, meglio truccato, e più telegenico.

Nella civiltà del visibile tutto è immagine ma, dove l’immagine è solo costruita, resta la risonanza del vuoto.
I media sono uno specchio che riflette il niente e lo spettatore, ipnotizzato da questo specchio, invece di ritrovarsi si perde.
Il protagonista pubblico diventa ciò che mostra, non è più una realtà sostanziale con una vita reale e stati d’animo autentici, ma un prodotto virtuale, guidato da una regia, che vive attraverso l’immagine, e rischia di esistere in una rete di parole, slogan, immagini, ruoli, relazioni…virtuali, che possono allontanarsi molto dalla sua verità. E’ fagocitato dalla maschera.

Noi abbiamo un problema che gli antichi non avevano: la televisione.
Il mercato televisivo è uno strumento di falsificazione del reale, mirato alla vendita, alla pubblicità e alla propaganda, che sono altrettante manipolazioni mentali; la televisione modifica la realtà, disinforma, manipola i desideri; penetra i cervelli, induce sogni, genera frustrazione.
Nel film di Wim Wenders ‘Ai confini del mondo ’, c’era una invenzione con cui i ciechi vedevano i loro sogni e rimanevano intrappolati, così l’uomo moderno è ipnotizzato da sogni scelti da altri, che non provengono dal suo inconscio ma lo modellano da fuori, creati da manipolatori mentali.
L’identità oggi è un problema di sguardo. L’uomo viene assoggettato attraverso gli occhi.

Nel film ‘Minority report’ il controllo dello sguardo è il controllo dell’anima.
Per poter capire cosa succede, il protagonista deve cavarsi gli occhi e alterare la mente, cioè fare una destrutturazione visiva e mentale, unica via per sfuggire al controllo e all’incubo della cecità permanente, in una società dove i dominatori sono i colonizzatori dello sguardo.
Anche i miti di Odino e di Horus dicevano che, per ‘vedere’ realmente bisogna ridurre la vista fisica, cavarsi un occhio. Oggi potremmo dire che per capire meglio dovremmo spengere la televisione.
Nel mondo manipolato attraverso la visione si crea un doppio inganno: l’uomo diventa incapace di distinguere la verità dalla finzione, non solo fuori di sé ma anche dentro di sé, con conseguenze drammatiche.
Non abbiamo solo la dispersione dell’identità, ma la sua falsificazione.
In un mondo cieco c’è bisogno di veggenti e questi saranno i ‘non manipolati’, quelli che sfuggono radicalmente ai condizionamenti culturali, i non conformati, come furono il Buddha o il Cristo.
Nel mito il veggente è privo di un occhio o di tutti e due, segno che per capire bisogna limitare lo sguardo fisico, smettere di credere alle illusioni visive e accendere lo sguardo interiore senza le immagini falsificanti che ci inchiodano all’apparire di una materia falsificata e falsificante.
In tutte le grandi vie mistiche, l’accesso alla verità divina comincia con un atto di destrutturazione mentale.
Il tantra yoga, come molte forme del Buddismo, consiste proprio in un allenamento alla destrutturazione psichica e culturale per aprire l’accesso a realtà più vere, realtà interiori che superano l’inganno della realtà esteriore.

Il problema della responsabilità dell’uomo moderno è terribile proprio perché troppe informazioni equivalgono a nessuna informazione, dunque a nessuna scelta. Troppe immagini di una guerra non fanno capire nulla dei reali motivi di quella guerra. Un premier che recita come un attore ti dà uno spettacolo, non ti dà una verità.
Ma se l’uomo non sa chi è e non sa cosa succede, non capirà quale dev’essere il suo posto nel mondo, il suo destino o la sua azione. Vivrà in una confusione semantica. Valori come libertà, democrazia, progresso e pace… non saranno mai appresi dal gioco delle immagini e potranno rovesciarsi nel loro contrario se qualcuno li usa capziosamente.
Sicuramente le manipolazioni ci sono sempre state, abbiamo avuto tempi ben più fanatici e ciechi, dove chi la pensava diversamente andava al rogo o era crocifisso, ma mai come oggi i mezzi di suggestione hanno fatto un lavoro così puntuale per cancellare l’essere umano e marchiarlo a misura voluta.
Persino l’Apocalisse parla di un tempo dove ogni uomo porterà il marchio della Bestia. Nel 666 molti hanno letto il codice a barre, il marchio del mercato che riduce tutto a merce o a compratore, nullificando l’uomo.
Si dice che questo sia un mondo senza dei. Non è vero. Oggi le divinità si chiamano profitto, mercato e techne. Si è determinata una osmosi tra sacro e profano con la divinizzazione del profano. Nell’antichità le due cose erano unite ma in equilibrio. Il sacerdote conosceva i segreti della metallurgia, il panettiere benediva il pane. Poi il sacro ha preteso di prevaricare anche la scienza (vedi la Chiesa con Galilei). Infine, come se ci fosse stato un tacito patto, i due campi si sono separati: la Scienza ha gestito la materia, la Chiesa l’anima.
Oggi la techne e il mercato stanno invadendo l’anima, che non è più la sfera del divino ma un campo da colonizzare, così, in questa commistione di intenti, accade che i nuovi capi politici, invece di parlare di economia, usino un linguaggio religioso, si pensi a Bush o a bin Laden.
Il Sacro ufficiale parla inascoltato, e alla fine si comporta anch’esso come un mercante che vuole dominare un territorio.
Il linguaggio religioso è passato dalla creazione del mondo alla sua distruzione e ormai sta in bocca ai condottieri di eserciti nelle nuove crociate mercantili.

Il controllo dell’immagine è assunto da chi gestisce il potere: qualunque cosa tu sia, l’immagine che io darò di te sarà quella che conta, non la tua sostanza.
Non sei tu che ti cerchi, ma io che ti marchio.
L’immagine indotta allora diventa una trappola che occlude la tua ricerca, perché ogni ricerca è un pericolo per chi vuole l’uomo inerte.

Chi pensa, è vivo e disturba chi comanda. Il controllo riesce meglio con chi non pensa, sa poco, ha viaggiato poco, si è poco confrontato, vive in una piccola comunità omogenea, ha poco senso critico, conosce poco il mondo.
Lo scopo del potere non è creare una società di uomini ma un mercato di robot, dal voto sicuro, dagli acquisti sicuri, dal comportamento omologato.
Ma ogni volta che questo risultato è ottenuto, la civiltà muore, perché si sedimenta nella conservazione, non conosce l’apertura al nuovo.
Il contestatore, l’innovatore, il liberatore, deve rompere lo schema, non può essere di aiuto se è omologato, se è uguale a tutti, se è massificato, deve rappresentare la rottura di un pensiero nuovo, di una personalità fuori dalle righe. Per questo il potere cercherà di distruggerlo.
Uno stato totalitario cercherà di attuare la distruzione della scuola pubblica, con la precoce distinzione tra una élite dirigenziale, dotata di strumenti culturali, e la massa dei lavoratori che ne è deprivata, e censurerà un pensiero critico o dissenziente, mirando coi media alla formazione di un pensiero unico, senza pluralismi e termini di confronto.
Un potere totalitario distruggerà la cultura, perché la cultura è umanità ed è essenzialmente libertà.
La tv è un potente mezzo di omologazione.
In tv tutto è falso, falsi sono i tribunali, le riconciliazioni, le passioni, gli innamoramenti, le dichiarazioni, le prove, i quiz, i premi e le vincite… false le motivazioni delle paci e delle guerre. Micidiali sovrastrutture cooperano per tenere il mondo in uno stato permanente di ignoranza.

Il mondo televisivo è metaforizzato dal film ‘The Truman Shaw’ che è una parodia della realtà visuale, un mondo dove tutto è artificiale come su un set televisivo, dove esiste persino la gioia, ma è la gioia dell’inconscietà, della banalizzazione, perché tutto è spot, costruito ad arte. La vera realtà continua a esistere lontana dal protagonista, ma lui, non conoscendola, non può raggiungerla né difendersi dalla falsità. E tuttavia Truman diventa un eroe perché scopre l’inganno e tenta la sua liberazione dall’inganno, anche se tutto il sistema congiura per tenerlo in uno stato di minorità, come fosse una cavia e non una persona.
Truman si ribella per un diritto fondamentale che esplode in lui come essere umano: il diritto alla verità.
Due bisogni fondamentali ha l’uomo: il cibo per far sopravvivere il corpo, e la verità per far sopravvivere l’anima.
Truman riesce a intuire la propria virtualità, a ingannare tutte le telecamere, a sfuggire alla gabbia virtuale, ad arrivare ai confini del suo mondo di cartapesta, al limite della ‘videosfera’, dove si infila in un varco del falso cielo e si salva, entrando nel mondo vero…

Anche la malattia spesso è, similmente, un mondo virtuale, un esistere in modo falsato, e anche qui la faticosa guarigione è l’ingresso in un mondo di maggior verità. Ma non è detto che ciò sia piacevole o desiderato, perché l’uomo si abitua anche alle proprie prigioni che sono comunque qualcosa di noto e rassicurante che egli non vuol lasciare per paura dell’ignoto.
Anche uscire dalla massificazione comportamentale indotta da un ambiente è sinonimo di libertà. E dopo, una volta liberi, non si può più tornare alla condizione precedente.
Il cammino verso la verità in noi come fuori di noi è infinito. Ci saranno sempre videosfere da squarciare, è un processo che non finisce mai. Solo il fanatico crede di possedere la verità totale e di potersi fermare ma questo è un grande errore.

Ogni uomo in un certo senso è malato, malato di non conoscenza e dunque di non verità, ognuno è intrappolato nella sua rete, esterna o interna, di illusione.
Anche la malattia mentale è una rete illusoria. Il problema della maschera è anche il problema della libertà, poiché non ci può essere libertà se non c’è verità, dunque bisogna uscire da tutte le maschere, che da una parte ci proteggono ma dall’altra ci imprigionano.
Anche lo Stato è una maschera che ci inganna coi suoi artifizi e ci condiziona alle sue trappole. Il potere è sinonimo di non verità. Ma uno Stato che nega la verità ai suoi cittadini è uno Stato che nega la libertà.
Siamo malati perché inconsapevoli. Ogni uomo può guarire e cominciare a liberarsi e guarigione vuol dire consapevolezza.

Diceva Jung che noi siamo ciò che pensiamo e che la realtà virtuale, cioè quella creduta dalla mente, può essere sostanziale quanto e più della realtà vera, al punto da essere difesa visceralmente sempre e comunque.
Chi è in una sindrome di persecuzione crederà più ai suoi persecutori inesistenti che ai fatti. Io ho creduto per sette anni più alla mia morte che alla mia guarigione. Comunemente ogni uomo preferisce credere alle proprie idee piuttosto che alla realtà e, quando i fatti sono troppo espliciti, preferisce rimuoverli piuttosto che accettare di essersi sbagliato.
L’uomo dice: “Questa cosa è vera perché ci credo.” Poi dirà. “Questa cosa deve essere per forza vera perché l’ho creduta, per cui non posso essermi sbagliato. Questo si chiama razionalizzazione a posteriori. La ragione negativa è il primo ingannatore.
Se mi identifico troppo con le mie idee, non posso distruggere ciò che ho creduto, perché distruggerei me stesso. L’uomo esige coerenza nella sua fede, ma se non sarà capace di cambiare, la coerenza diventerò fanatismo.
La realtà mentale, se l’io è fragile e non ben centrato, è il primo ostacolo al cambiamento in quanto crea rigidità insuperabili che sfiorano la sopravvivenza.

Purtroppo, quanto più un soggetto vive in una maschera, tanto più gli sarà difficile relazionarsi con gli altri, perché ci si relaziona sempre e comunque solo con uomini veri, non con maschere. Questo può essere drammatico tra due partner, di cui ognuno si è innamorato dell’immagine apparente dell’altro senza averne penetrato la vera natura, o in cui uno ha idealizzato l’immagine dell’altro o vi ha proiettato i suoi desideri o una parte di sé mentre potrebbe arrivare alla triste scoperta che le sue proiezioni non si sono inverate.
Il dramma è che l’io stesso a volte non è consapevole di questi inganni.

Evoluzione non è solo sgombrare il campo dalla patologia ma realizzare ciò che realmente siamo o possiamo essere, scavando risorse dall’inconscio, aumentando la presa di coscienza del reale, affrontando il rischio di guardarci veramente dentro e guardando in faccia bene le cose per come sono.
Il motto del Duce “Credere, ubbidire e combattere” purtroppo sta risorgendo, ma non è un comando giusto. Meglio sarebbe: “Capire, scegliere e aiutare”.

La televisione impone una dittatura dell’immagine, ed è per molti è l’unico modello, l’educazione diretta per eccellenza, in luogo del libro, la scuola, il confronto o la vita, la riflessione o la meditazione abbiamo la forza dell’immagine, con tutti i suoi inganni.
I media operano attivamente per massificare l’individuo, odiano l’originalità, dunque odiano l’uomo vero. Impongono un vestire uguale, un gestire uguale, un mangiare uguale, un pensare uguale. Chi esce dal trend è visto come un pericolo e può sentire se stesso come una sofferenza, la sofferenza delle diversità è la sofferenza della non accettazione.
Scriveva Paladini nel ‘29: “Certo che è una cosa non troppo comoda avere delle idee. Si finisce con l’urtare in spigoli vivi, col venire abbagliati dal troppo sole, o col sentirsi isolati”.
Jung, che era un bambino vero, e dunque diverso, soffrì molto per questo. L’autenticità esige un grosso atto di coraggio e non c’è in giro tutto questo coraggio, anche perché non è che siamo stimolati al coraggio e alla individuazione bensì all’ubbidienza e alla massificazione. Poi perché la non accettazione sociale amplifica il dolore della non accettazione famigliare, dilata un antico complesso.
Il tipo di vita che facciamo spinge la creatura umana a conformarsi, non a presentare la sua originalità e la sua unicità. Chi non di conforma è rigettato.
Conformarsi è la condizione per essere accettato socialmente, assumendo la stessa immagine degli altri.
Ma il progresso non è mai stato realizzato dalla massa, in ogni civiltà è portato avanti dai diversi. Il genio, lo scienziato, il mistico, il vate… sono dei non omologati, persone che si staccano dalla norma, che pensano un pensiero alternativo.
Nella nostra società il diverso è penalizzato, lo scienziato è costretto ad andare all’estero, il genio è ridicolizzato, l’innovatore politico è messo al bando dal suo stesso partito, il giornalista ideativo o troppo libero è licenziato, persino il bambino precoce o originale è respinto dalla scuola…
La massa odia i diversi e il potere instilla l’odio ai diversi per mantenere se stesso in vita più facilmente.
L’immagine sociale è massificata il più possibile secondo un livello che è sempre molto generale, dunque molto basso.
Ci impongono l’adeguazione come fossimo pecore o polli in batteria. Ma gli uomini non sono pecore o polli, o almeno non dovrebbero diventarlo.

Oggi non vale più il detto cartesiano: “cogito ergo sum”, penso dunque sono, ma “videor ergo sum”, esisto in quanto appaio. Una cosa esiste in quanto è vista. Quando si vuole neutralizzare un contestatore, si vieta la sua immagine televisiva; quando si vuole censurare un evento, lo si fa sparire dal video o dai media. Un tempo la condanna sociale era cacciare il reprobo dalla pace della tribù, oggi è cacciare nel silenzio mediatico o diffondere una sua immagine negativa.
L’immaginario collettivo ha sostituito l’inconscio collettivo, ma poiché esso appartiene ad una gestione occulta del potere, non rinsangua con nuove energie le risorse dell’uomo bensì lo appiattisce in uno stereotipo che lo debilita. Essere come tutti è il grande imperativo. Ma se ognuno è come tutti, il progresso umano si ferma.
La natura, come possiede un istinto alla conservazione e alla ripetizione, così ha in sé un impulso alla variazione, al cambiamento, al progresso.
Se noi oggi abbiamo raggiunto un certo livello umano è grazie ai quei primati che si differenziarono dalle altre scimmie e dettero all’ereditarietà una nuova direzione.

La società dell’immagine è la civiltà dello sguardo ma, con i suoi eccessi, satura lo sguardo e lo rende cieco.
Il John Anderton del film ‘Minority Report’ “crede in quel che vede”, questo è l’inganno del potere che lo rende schiavo, e noi facciamo lo stesso: la Rai, la Cnn, le Twin Towers, il demone Saddham o il terrorista di Al Qaeda, le armi di sterminio di massa, il terrorismo, l’esportazione della democrazia… Le cose che crediamo di più spesso sono non nemmeno vere ma costruite artificialmente, indotte con mezzi tecnici, sono cose che “ci hanno fatto vedere.”
Quando le truppe americane sbarcarono nella prima guerra del Golfo, le equipe televisive erano pronte a riprenderle, al punto che alcune pattuglie dovettero ripetere lo sbarco perché le riprese non erano venute bene. Noi abbiamo visto questo. Di 10 anni di guerra in Medio Oriente sappiamo quello che ci hanno fatto vedere. Il resto è stato oscurato. I giornalisti dovevano dare solo notizie embedded. Chi non lo ha fatto è stato ammazzato. Gino Strada che dava informazioni diverse da quelle degli alleati è sempre stato visto male dalla CIA. Vedere non è sapere. Ci possono tenere imprigionati in una disinformazione solo operano sulle immagini. La censura è sempre stata il massimo strumento dal cattivo potere.

Occorre recuperare la capacità di vedere, prima di tutto noi stessi, poi gli altri. Per questo internet come l’analisi psicoanalitica, o l’introspezione spirituale, l’arte o il volontariato, la ricerca di conoscenza o la lotta sociale, possono essere vie di recupero del proprio sguardo e dunque della propria identità e coscienza, vie di libertà verso il proprio Sé.

L’Io deve squarciare le sovrastrutture per arrivare al nocciolo di se stesso, è lo smembramento di cui parlano i riti sciamanici primitivi, che indica la necessità di fare a pezzi tutti gli artifici patologici, le sovrastrutture culturali, per ricostruire il corpo nuovo, il corpo splendente.
Il compito è doloroso, chiede di affrontare anche il proprio vuoto interiore, la propria incoerenza e mancanza, la propria Ombra, ma la spiritualità può essere un aiuto che ci salva, perché, ponendo paradossalmente lo sguardo in alto, restituisce all’uomo il senso del proprio Sé.
Egualmente l’arte apre l’espressione di ciò che è più profondo, il volontariato toglie l’uomo dalle illusioni informative e lo mette concretamente in mezzo ai problemi del mondo così che li veda in carne e ossa, la lotta sociale reintegra l’essere umano tra i suoi simili e lo spinge a lottare per un futuro migliore.
Le vie sono tante. Ognuno avrà la sua. Ma l’uomo che dorme non lo sa; per sfuggire al dolore del coraggio si assoggetta a una lenta agonia che dura tutta la vita, restando nella massa, come fosse una scimmia, uno specchio vuoto che riflette una realtà che non gli appartiene.
Solo l’uomo che cerca di svegliarsi ha qualche speranza.

Si parla molto di progresso, i fatti mostrano invece che si cerca di portare la gente alla mera sopravvivenza e questo non è un progresso. L’uomo vuole vivere, non sopravvivere. Hanno clonato la pecora Dolly, sai che meraviglia! Sono milioni di anni che clonano le menti umane! CDon la superstizione, con la religione, con le induzioni del potere, con l’imitazione, con la paura. Oggi lo fanno in modo più organizzato e tecnologico, ma anche le menti libere si stanno organizzando e hanno preso a unirsi in tutto il mondo per smascherare gli ingannatori creando una controinformazione contro le menzogne del potere.
Oggi abbiamo esigenze che i nostri progenitori nemmeno si sognavano, si chiama ‘emancipazione’, ‘partecipazione’. ‘responsabilità collettiva’, ‘coscienza globale’. I media possono far finta di ignorarla ma non possono pretendere di ricacciare l’umanità nell’incoscienza del passato.
Eravamo parti inconsce di un branco, ma stiamo diventando uomini, non possiamo tornare a essere branco. Se gli inganni e le mistificazioni ci attorniano, ricorriamo alla frase profetica di papa Giovanni: “Nel Terzo Millennio tutto sarà svelato”.

Jung dice: “Segui il principio di individuazione”, lotta per essere ciò che veramente sei, non ti far massificare, salva la tua natura unica e insostituibile! C’è dentro di te una pulsione naturale che ti spinge a esistere per come effettivamente sei. Esci dall’incoscienza programmata, strappa le maschere che ti sei messo e quelle che il potere ti impone, non diventare uno dei mille per far comodo ad altri, ma uno di uno, ciò che in te unicamente sei, scongela i tuoi sogni ed esci dalla gabbia, non somigliare a nessun altro ma sii solamente te stesso!
Se troppe immagini artificiali ti fanno diventare artificiale, se ti saturano la mente affinché tu non possa pensare, liberatene, e suscita immagini che siano solo tue, provenienti da te! Solo così puoi essere libero e non succube, creatore di mondi e non passivo in un mondo costruito altrove.
Scappa da ogni programmazione precostituita e reinventa il tuo desiderio!
La realtà non è immodificabile, come non lo è il tuo destino; se evolvi tu, evolve il mondo.
Non è bello il mondo dell’apparire. I valori cedono alle immagini, che si estroflettono, nel proliferare dei timbri del corpo, piercing, tatuaggi, acconciature, ornamenti, abbigliamenti, look, status simbol, auto, marchi, logo… La relazione non è più sorretta dai sentimenti ma entra in una trama narcisistica dell’esibizione, nella dimensione dell’appaio-dunque-esisto, possiedo-dunque-godo, compro-dunque-sono, ho-potere-dunque-valgo.
Nel delirio dell’immagine il problema diventa “la fatica di essere se stessi”.

Il depresso può essere l’uomo incerto o smarrito, vinto nella corsa, che di sé non ama più niente.
Riesci a vedere?” «Can you see?» è la domanda ossessiva della veggente Agatha a John Anderton (Tom Cruise) in ‘Minority Report’. Tu, uomo, riesci a vedere chi sei e cosa ti intrappola in un mondo finto? Riesci a vedere l’inganno interno ed esterno? Riceviamo rapporti solo dal potere, non abbiamo ‘minority report’, testimonianze della minoranza, dunque crediamo in una verità indotta artificialmente. Ma il potere è niente e la minoranza è il mondo. Solo la minoranza può far cambiare il mondo.
La tragedia dell’uomo moderno è che, nella congerie infinita di in-put che lo assalgono, ha perso ogni bussola valutativa, e ha perso il senso del suo valore. Per questo i mandala presentano spesso proprio il logo della bussola, la ricerca di una direzione di vita. Occorre cambiare il baricentro.
L’eccezionale non è chi si omologa o si assimila seguendo i modelli fissi, ma chi aderisce a se stesso, rispettando la sua unicità. La fedeltà a se stessi è il rafforzamento dell’io fuori dal plagio passivo che porta alla perdita dell’anima.

L’uomo deve rientrare in sé, deve, soprattutto, sfuggire al dominio degli oggetti.
Martin Luther King diceva: “C’è sempre il pericolo che noi permettiamo ai mezzi di cui viviamo di sostituire i fini per cui viviamo.“ Oggi le cose contano più delle persone e si pretende di asservire gli uomini alla materia. La globalizzazione economica è l’imperio delle cose, il profitto l’unico dio. Il mercato l’unica morale.
E invece l’uomo deve volere per se stesso una propria realtà, non adeguarsi ciecamente a una realtà virtuale, non fasi oggettivare, farsi trasformare in cosa o merce, non ridursi ad essere un consumatore e un compratore, deve porsi come scopo la propria singolarità ed evoluzione.
Essere se stesso ed innalzare la vita al proprio Sé superiore è molto diverso che partecipare a uno spot omologante, può richiedere più fatica e immaginazione e una difesa strenua delle proprie caratteristiche contro il resto del mondo. Ma solo in quel che io sono posso esistere e crescere. La felicità non può essere lo scopo, al più sarà una conseguenza.
Gandhi o Madre Teresa, Martin Luther King o Van Gogh non si proposero di essere felici o di somigliare agli altri, la felicità generalista non era nei loro intenti, e, se lo fosse stata, non avremmo mai sentito parlare di loro, sarebbero rimasti confusi nel gregge senza essere utili a se stessi o al mondo.
Diceva il poeta Emerson: “Chiunque voglia essere un uomo, deve essere un non conformista”. San Paolo dice lo stesso.

La televisione ci comanda la felicità, ma, dove la felicità diventa un comandamento, ci si sente subito depressi. Più l’immagine è colorata, esuberante, sfarzosa… più il mondo personale appare noioso, oscuro, limitato e sconfitto. Il periodo di maggiore depressione il Natale. Assistere alla corsa sfrenata verso il piacere produce la paralisi, crea “la tragedia dell’insufficienza”. Si passa dall’età borghese della colpa a quella neoliberale dell’inadeguatezza, un tipo di alienazione generato proprio dalla esibizione di troppi beni che genera la sindrome della privazione, dell’inferiorità, della mancanza.

Immaginiamo come deve essere stato per il popolo albanese, tagliato fuori dal mondo, in una abominevole miseria materiale e morale, ma con una televisione affacciata sui canali italiani e tutti i loro spot e quiz. E’ ovvio che alcuni fossero disposti a vendere carne umana o a trafficare come scafisti per avere tutta quella grazia di Dio.
In un mondo dove si compra tutto e anche le ideologie sono merci, l’unico bene che non potranno mai comprare sono io stesso.
Io esisto in quanto mi faccio, ma l’unico modo che la società mi propone è basso e materiale, dunque non degno di me. ”La fatica del depresso può essere anche quella di non potersi adeguare alle esigenze inesauribili del suo tempo” .
Se il nevrotico freudiano soffriva di reminiscenze, il depresso oggi è “vittima di una patologia della felicità”.
Quando non sono in grado di confermare tutti i parametri esterni del mostrare e del possedere, che i media mi ordinano come indispensabili per la mia felicità, penso di non aver diritto a essere felice e le mie energie si ripiegano su se stesse. Mi sento impotente e inutile, non mi amo, non posso essere amato, e, poiché non sono in grado di ribellarmi alla società, cadrò nell’autocompatimento e nella commiserazione o cercherò strade illecite di autoaffermazione personale.
Se la società freudiana era nevrotica, quella odierna è maniaco-depressiva ed oscilla tra un delirio di onnipotenza e sacche di frustrazione debilitanti.
La nevrosi edipica, di cui parlava Freud, è ormai un caso raro. La fuga dei padri ha estromesso molte delle dinamiche familiari, l’estinzione della famiglia tradizionale ha fatto sparire il conflitto col padre. Freud vede la famiglia come la base indissolubile e pone ogni ambivalenza nel rapporto col Grande Padre, ma il padre oggi spesso manca, in USA la maggior parte delle famiglie sono costituite da una madre con uno o due figli, i ruoli familiari sono invertiti, le madri combattono da sole, la famiglia è dimezzata o molteplice, confusa o alternativa. Un teologo olandese ha proposto che non si chiedesse più ai bambini dei loro genitori ma delle ‘persone che vivono con loro’. Il Parlamento europeo accetta ormai famiglie omosessuali con diritti e doveri pari alla famiglia tradizionale. Aumentano a dismisura i bambini senza padre o con doppia figura paterna o materna. Il padre perde i caratteri tipici o esce fisicamente di scena. Questa è una società soprattutto di madri e ciò cambia anche i parametri freudiani. Negli anni 2000 negli Stati Uniti le famiglie senza padre erano già il 40% tra i bianchi e il 30% tra i neri. Molti bambini non hanno un padre come antagonista o modello. Le madri incarnano doppi ruoli e possono essere permissive o ambigue, con figli fragili, oscillanti tra fantasie di onnipotenza e cadute depressive, alla ricerca di emozioni forti o sensazioni effimere, che rifiutano il lavoro e la fatica, non conoscono l’etica o la fede, e sono alla disperata ricerca di una identità, ma, dove non esiste un riconoscimento o un’appartenenza subentra l’omologazione.
“Cosa vorresti fare?” chiedeva a un ragazzo una giornalista: “Intanto vorrei riposarmi. Poi vorrei avere una compagna. Che sia intelligente, mi capisca e si diverta con me”. La stanchezza del vivere viene addirittura prima del vivere. “Vorrei riposarmi”, un tempo un ragazzo avrebbe risposto che voleva diventare ingegnere o pilota, medico o pompiere, attivarsi, non riposarsi.
La pubblicità sta sostituendo l’istruzione, negli USA fa ormai parte del programma scolastico, la tv è nelle scuole per pubblicizzare prodotti da comprare, la scuola pubblica è abbandonata dallo Stato, non ce la fa a sopravvivere, i produttori si fanno sponsor della scuola stessa, così gli spot aggrediscono anche i consumatori di età minima. La tv è la nuova Bibbia comportamentale, il mercato si sostituisce alla religione e all’etica e induce depressione in chi non è all’altezza dei modelli di riferimento. Già Martin Luther King diceva: “Sembra che ognuno desideri solo essere identificato con la maggioranza. Successo, riconoscimento e conformismo sono le parole d’ordine. Ma noi abbiamo il mandato di essere non conformisti. San Paolo ci dice di essere convinti, non conformi”.

Il malessere prende fasce sempre più giovani, è il riverbero dell’omologazione epidemica. Un rapporto dell’OMS afferma che le grandi sfide del Duemila sono i disturbi cardiovascolari e quelli mentali, in primo luogo la diminuzione del senso di sé. Aumentano i disturbi d’ansia: fobie, patologie sessuali, disturbi dell’aggressività, manie ossessive, problemi alimentari e respiratori, intolleranze, allergie…
L’America ci presenta in modo ripetitivo ‘la strage’, estremo urlo di dolore del non omologato che precipita nella follia e scatena in una volta sola tutta la sua rabbia, il suo non essere, seminando morte in un olocausto sterminatore. “Poiché non posso essere, vi uccido tutti.“

Le nuove droghe sono gli antidepressivi, gli ansiolitici, i sonniferi, gli euforizzanti, gli eccitanti, che alimentano il mito della felicità. Ogni mese l’America inventa una nuova pillola della felicità e il fatto che ne inventi una al mese indica che non è con le pillole che risolveremo il problema del vivere. Anche nella cura continuiamo a essere consumatori, mai persone. “Tutto diventa curabile, senza che si sappia più bene cosa sia guaribile”. Paradossalmente, le società vogliono che l’uomo sia malato non guarito, l’uomo malato è ottimo consumatore, la chimica perpetua le malattie per tenere in vita il consumo, perché si mira alla vendita non alla salute, così come in altri campi si mira al mercato non alla pace.

Siamo la civiltà che mira al possesso, eppure Gesù ha detto chiaramente: “La vita di un uomo non consiste nell’abbondanza delle cose che possiede”. Non è il possesso che rende liberi, è il pensiero.
Martin Luther King ancora diceva: “Abbiamo coltivato una mentalità di massa e siamo passati da un rozzo individualismo a un rozzo collettivismo, ancora non siamo artefici della storia, siamo ‘fatti’ dalla storia”.
Dai Romani 12.2, S. Paolo ci esorta: “Non siate conformati a questo mondo, ma trasformatevi rinnovando la vostra mente.”

Il soggetto non è solo un consumatore di cibo, merci, slogan, spot.., l’uomo è un essere che parla, che pensa, e si può ancora aiutarlo attraverso la parola; la parola può cambiare l’immagine se trae l’essere dall’apparire e lo riporta al suo centro.
Se l’uomo può occuparsi meglio dei propri pensieri ed elevarli, il vero maestro non sarà chi vende merci o ideologie con tecniche di marketing, ma chi sollecita la mente con mezzi spirituali, il senso critico, l’intuizione, la scelta, la creatività, l’espressione.
La passività è ottusa; Hitler affermava che l’ottusità era prevalente tra i suoi seguaci: “Io uso l’emozione per i più, e serbo la ragione per pochi”. E ancora: “Più grossa è la bugia, più prontamente sarà creduta”. Così molti politici nutrono la mediocrità e l’omologazione. L’ignoranza è strumento di governo e la cultura, l’arte, l’intelligenza sono represse perché stimolano il pensiero, che è il vero terrorista agli occhi dei potenti.

Ma l’uomo è un artifex, un creatore, non deve subire il mondo, ma ‘crearlo’; deve potersi orientare verso ciò che intimamente vuole, liberando le sue capacità, aspirazioni, tipicità, il suo senso e scopo.
La vita è un’opera d’arte e noi ne siamo i creatori, non solo per noi stessi ma per la salvezza di tutti. Non c’è nulla di egoistico nel liberare se stessi dai veli dell’ignoranza, anzi è la cosa migliore che possiamo fare anche per gli altri. Il compito di chi vuole aiutare il mondo non è l’omologazione sociale o l’ubbidienza succube o, peggio ancora, la piaggeria cortigiana, ma il rispetto dell’unicità della creatura e dei suoi valori, in sé come negli altri.
Il precetto non è: io ti clono, ma: “io ti guardo con ammirazione diventare te stesso”. E’ chiaro che questo non dovrebbe essere solo il compito di un analista, ma di una madre, un padre, un insegnante, un religioso, un medico, un politico, un amico…

Contro la civiltà del mercato e della formattazione collettiva propongo la civiltà della singolarità, della gratuità, del rispetto, dell’anima, della libertà… in una ricerca di un personale e autonomo modello di vita.
Gesù dice una cosa paradossale: “A chi ha sarà dato, e a chi non ha sarà tolto anche quello che ha”, e non credo si riferisse ai beni materiali. Anche allinearsi a ciò che gli altri vogliono da noi è inerziale; molto più faticoso è iniziare a cercare ciò che vogliamo da noi stessi per noi stessi e per il mondo.
Bob Dylan diceva: “In tempi come questi, dominati dall’immagine, l’autore non ha scelta: deve scrivere”. L’uomo, aggiungerei, non ha scelta: deve scrivere se stesso.
Chiudiamo con una frase di Minority Report: “Comunque sia la tua condizione, qualunque sia il tuo condizionamento, ricorda che:”Tu puoi sempre scegliere”.

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JUNG 3 indice

Lezione 1 – https://masadaweb.org/2010/10/12/masada-n%C2%B0-1209-12-10-2010-jung-3-lezione-1-la-depressione-parte-prima/

Lezione 2 – https://masadaweb.org/2010/10/20/masada-n%C2%B0-1212-20-10-2010-jung-3-lezione-1-la-depressione-parte-seconda/

Lezione 3 – https://masadaweb.org/2010/10/26/masada-n%C2%B0-1214-26-10-2010-jung-3-lezione-3-l%E2%80%99immagine-sociale-l%E2%80%99archetipo-della-persona/

Lezione 4 – https://masadaweb.org/2010/11/04/masada-n%C2%B0-1218-4-11-2010-jung-3-lezione-4-a-un-passo-dalla-guarigione/

Lezione 5 -https://masadaweb.org/2010/11/09/masada-n%C2%B0-1221-9-11-2010-psicoanalisi-jung-3-lezione-5-la-depressione-di-jung-la-rottura-con-freud/


http://masadaweb.org

4 commenti »

  1. Solidali con i Sindaci di Terzigno e le signore di Terzigno !

    Le cave contengono RIFIUTI TOSSICI !!!! siamo solidali !

    Vogliamo il carcere per strage per tutte le IMPRESE che

    HANNO INVIATO TIR TOSSICI negli ultimi 10 15 anni (registrati dalla VIDEOSORVEGLIANZA SATELLITARE ! ) E tali imprese devono BONIFICARE la CAMPANIA !

    Grazie ! Ministro MARONI ! faccia subito questa legge ! GRAZIE ! arch. Graziella Iaccarino-Idelson Napoli

    Commento di MasadaAdmin — ottobre 27, 2010 @ 12:30 pm | Rispondi

  2. Cara Viviana ti faccio partecipe di una riflessione mia ad un gruppo di amici, di credenti di Milano, sul tema della “libertà e respons-abilità.

    Io penso che il credente in dio in special modo alla maniera del Mahatma, o di Raimon Pannikar per esempio, possa avere un fondo di speranza e di pace interiore, che lo aiuti a vivere e magari anche a credere. I tuoi articoli sono molto belli, struggenti.

    Io credo siano una cura e te ne ringrazio. In attesa di un abbraccio vero , ricevi un bacio virtuale.

    “Dio Ha creato l’uomo e lo ha lasciato in mano al suo consiglio” siracide 15/14

    Dio è amore che liberamente si dona. Amore che crea, l’amore che guarda, sorride ed ecco diviene. L’amore del papà e della mamma, fusi nel corpo e nello spirito (ed ecco i due sono una sola carne), da cui nasce la nuova vita. Il cuore non ha mai smesso di battere di madre in figlio fino dal principio quando l’Eterno che è amore che diviene, a pensato a te ed anche a me, come parti di Lui. Noi tutti siamo famiglia,( voi siete tutti fratelli, sorelle mt. 23).

    Tu oh Signore siedi nel giardino della creazione,

    e continuamente ci chiami, invochi il nostro nome.

    Noi veniamo a te che ci hai desiderato, atteso, voluto.

    Non la parola uscirà dalla bocca,

    ne la preghiera sgorgherà dal cuore,

    poiché saremo come innamorati nell’estasi dell’incontro.

    Io credo veramente che Il Misericordioso, Il Compassionevole in principio creò l’uomo e la donna insieme a tutta la creazione, per allargare ovunque guardasse e pensasse il suo spirito, la sua essenza. L’Eterno nell’atto pieno di amore della creazione, espande il sogno che diviene vita, e, come un innamorato, condivide con l’uomo, questo struggersi che è la bellezza del divenire. Egli era solo ed il suo sguardo cercava i nostri volti, proprio come un innamorato cerca ovunque gli occhi della sua innamorata, lo immaginate, ricordate il vostro sguardo?

    Quando la creatura si innamora e si dona completamente al suo amore comprende il desiderio di Dio, di più l’Eterno permette a noi creature di conoscere quasi i suoi sentimenti quando siamo nella condizione di amore agapico.

    Di qui nasce la libertà dell’uomo, che nelle prove della vita può anche allontanarsi dalla condizione di amore e respons-abilità per cui è venuto al mondo. A volte per ri-conoscere la nostra condizione di creature per il Regno, dobbiamo sperimentare l’allontanamento, l’estraneamento da chi ci vuol bene, da chi abbiamo amato, perfino da noi stessi (non puoi rinascere veramente se non muori almeno una volta), è la condizione ad esempio di tanti innamorati che patiscono la fine all’esperienza, od anche di tanti di noi, che sperano, cercano, pregano, vivono per un desiderio autentico di fraternità, sororità, condivisione e pur tuttavia si sentono, ci sentiamo spesso mancanti di fronte a questo. Ora una cosa io, noi tutti intimamente sappiamo, se non altro perché la vive , la annunzia continuamente a noi un fratello maggiore come don Angelo Casati: siamo nati, siamo stati voluti, desiderati da un desiderio insopprimibile di amore di compagnia per gustare insieme la vita, per creare famiglia, questo è il principio del Regno. Questo è anche comprendere che Il Regno di Dio è già iniziato, è già dentro di noi, nonostante la nostra imperfezione, i nostri egoismi, la nostra vanagloria, siamo venuti al mondo per comprendere che c’è un amore grande che ci ha desiderato, come quello di due innammorati, come quello di una mamma o di un papà, come tutto l’amore che fa muovere il nostro vivere quotidiano. La nostra intelligenza a volte comprende a fatica il disegno di Dio che chiede all’uomo di partecipare alla creazione. Lui a volte si ritrae come diceva Simone Weil e rimane a guardare la creatura con la Sua misericordia e compassione, ecco questa è la preghiera fratelli: che noi siamo chiesa, realmente comunione, fraternità, sororità, perchè il regno è già iniziato ed è già dentro di noi. Siamo stati desiderati, amati, perdonati perchè questo spirito di dolcezza e di verità che pervade la creazione, fosse condiviso, donato, ricevuto con gratitudine.

    Saverio De Pinto

    Commento di MasadaAdmin — ottobre 28, 2010 @ 5:59 pm | Rispondi

  3. Mi è piaciuto molto questo intervento. Grazie

    Commento di GIULIA — ottobre 30, 2010 @ 10:24 am | Rispondi

  4. complimenti per l’articolo davvero molto interessante penso che queste cose dovrebbero essere insegnate a scuola anche se capisco perfettamente che non e’interesse del regime dittatoriale italiano ancora complimenti

    Commento di svastika 67 — novembre 5, 2010 @ 4:37 pm | Rispondi


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