Nuovo Masada

ottobre 20, 2010

MASADA n° 1212. 20-10-2010. JUNG 3- Lezione 2- LA DEPRESSIONE (PARTE SECONDA)

Filed under: Masada — MasadaAdmin @ 7:34 pm

Dal libro “Lo specchio più chiaro” della Prof. Viviana Vivarelli

(La prima parte è a questo indirizzo
https://masadaweb.org/2010/10/12/masada-n%C2%B0-1209-12-10-2010-jung-3-lezione-1-la-depressione-parte-prima/

Curiosamente, la depressione peggiore è venuta quando il problema più grave, quello respiratorio, si è risolto con un miracolo, e sono guarita definitivamente da una malformazione che doveva essere congenita e irreversibile e per cui ero arrivata vicina alla morte. Proprio allora, mi sono fatta 7 anni di depressione, una depressione molta strana perché ha aperto dei canali paranormali che assolutamente non volevo.
Da cui due considerazioni: non sai mai che bene può nascere dal tuo male o che male dal tuo bene, magari diventerai depresso perché finalmente ti sposi, o guarisci o vinci al superenalotto, o per qualcosa che ti accade e che era esattamente quello che volevi.
Insomma la realtà più forte è sempre quella mentale, per cui già lavorare su quella è un primo passo e spesso non siamo infelici per ciò che è ma perché la nostra aspettativa non si accorda con la nostra vita.
Ma la vita è sempre piena di sorprese e può sempre stupirci con effetti speciali. E’ incredibile quel che può succederci domani o girando l’angolo.

Jung diceva che il 98% dei problemi dei suoi pazienti erano problemi affettivi e famigliari. Ora la famiglia andrebbe un pop’ ridimensionata, l’abbiamo esaltata fuori di misura e siamo vittime di un inganno perpetrato troppo a lungo. Non è vero affatto che la famiglia sia tutto il bene del mondo, al contrario dobbiamo accettare il fatto che nella maggior parte dei casi essa è un covo di vipere, un luogo di problemi irrisolti, il principale ambiente dei conflitti; non per niente i maggiori complessi codificati dagli analisti rientrano tutti nell’ambito famigliare o affettivo, Noi non avremo mai la famiglia che vorremmo come non avremo mai il partner che vorremmo.

Se solo ci rendessimo conto bene di questo e ci dessimo pace, avremmo fatto un grosso passo avanti. Abbandonare certe illusioni infantili è solo un bene.
Le sofferenze maggiori nascono dal contrasto tra i nostri desideri e la realtà.
Io ho desiderato per gran parte della mia vita essere amata da un padre che concepiva un figlio come una proprietà da sfruttare e manipolare e mi rifiutava perché femmina. Ricordo che un’amica, stufa delle mie continue lamentazioni su questo padre che non mi amava, sbottò e mi disse bruscamente: “Va bene! Cerca di capirlo fino in fondo: non ti ama, non ti ha mai amata, non ti amerà mai! Guarda bene questa cosa. Buttatici dentro, E’ così e sarà sempre così. Non c’è niente da fare”.
Io pensai che fosse impazzita e mi odiasse. Ho dovuto tornarci sopra molte volte per capire che aveva ragione. Ero troppo attaccata alle mie illusioni e era questo il mio male. Realizzare che ci sono cose che non si cambiano e darsi pace è un passo importante.
Ci sono cose che i nostri desideri non possono cambiare. E’ inutile restarci aggrappati.
Non tutti, è vero, hanno un padre-padrone, ma un qualunque bambino dell’asilo è in grado di dirti che almeno uno dei genitori non gli va bene, e, quando lo disegna o lo descrive, risulta anche molto peggiore di com’è in realtà.
Curiosamente, la depressione peggiore è venuta quando il problema più grave, quello respiratorio, si è risolto con un miracolo, e sono guarita definitivamente da una malformazione che doveva essere congenita e irreversibile e per cui ero arrivata vicina alla morte. Proprio allora, mi sono fatta 7 anni di depressione, una depressione molta strana perché ha aperto dei canali paranormali che assolutamente non volevo.
Da cui due considerazioni: non sai mai che bene può nascere dal tuo male o che male dal tuo bene, magari diventerai depresso perché finalmente ti sposi, o guarisci o vinci al superenalotto, o per qualcosa che ti accade e che era esattamente quello che volevi.
Insomma la realtà più forte è sempre quella mentale, per cui già lavorare su quella è un primo passo e spesso non siamo infelici per ciò che è ma perché la nostra aspettativa non si accorda con la nostra vita.
Ma la vita è sempre piena di sorprese e può sempre stupirci con effetti speciali. E’ incredibile quel che può succederci domani o girando l’angolo.

Jung diceva che il 98% dei problemi dei suoi pazienti erano problemi affettivi e famigliari. Ora la famiglia andrebbe un pop’ ridimensionata, l’abbiamo esaltata fuori di misura e siamo vittime di un inganno perpetrato troppo a lungo. Non è vero affatto che la famiglia sia tutto il bene del mondo, al contrario dobbiamo accettare il fatto che nella maggior parte dei casi essa è un covo di vipere, un luogo di problemi irrisolti, il principale ambiente dei conflitti; non per niente i maggiori complessi codificati dagli analisti rientrano tutti nell’ambito famigliare o affettivo, Noi non avremo mai la famiglia che vorremmo come non avremo mai il partner che vorremmo.
Se solo ci rendessimo conto bene di questo e ci dessimo pace, avremmo fatto un grosso passo avanti. Abbandonare certe illusioni infantili è solo un bene.
Le sofferenze maggiori nascono dal contrasto tra i nostri desideri e la realtà.
Io ho desiderato per gran parte della mia vita essere amata da un padre che concepiva un figlio come una proprietà da sfruttare e manipolare e mi rifiutava perché femmina. Ricordo che un’amica, stufa delle mie continue lamentazioni su questo padre che non mi amava, sbottò e mi disse bruscamente: “Va bene! Cerca di capirlo fino in fondo: non ti ama, non ti ha mai amata, non ti amerà mai! Guarda bene questa cosa. Buttatici dentro, E’ così e sarà sempre così. Non c’è niente da fare”.
Io pensai che fosse impazzita e mi odiasse. Ho dovuto tornarci sopra molte volte per capire che aveva ragione. Ero troppo attaccata alle mie illusioni e era questo il mio male. Realizzare che ci sono cose che non si cambiano e darsi pace è un passo importante.
Ci sono cose che i nostri desideri non possono cambiare. E’ inutile restarci aggrappati.
Non tutti, è vero, hanno un padre-padrone, ma un qualunque bambino dell’asilo è in grado di dirti che almeno uno dei genitori non gli va bene, e, quando lo disegna o lo descrive, risulta anche molto peggiore di com’è in realtà.
Superare la forza dei nostri desideri e smettere di pretendere che l’altro sia come lo vorremmo, è già un primo passo verso il riprendere se stessi. Non si può stare tutta la vita a inseguire desideri irrealizzabili. Ci deve essere un momento in cui prendiamo le cose come sono e ci diamo pace.

Spesso questi legami morbosi con famigliari che non sono all’altezza di un ruolo sognato segna gran parte della vita. Jung trovava queste sindromi tipiche nelle favole o nei miti. La fiaba di Pollicino rappresenta la sindrome dell’abbandono. Dobbiamo capire che non possiamo conquistare l’amore degli altri con la dedizione, la fatica, l’abnegazione, il sacrificio, i regali… non possiamo comprare gli affetti, e dietro la sindrome del rifiuto si nasconde una debolezza dell’io che non si placherà mai finché continueremo a delegare la nostra soddisfazione agli altri, ma può rinforzarsi quando metteremo al centro della nostra ricerca l’amore per noi stessi, sciogliendo le dipendenze che abbiamo col mondo esterno. Se la felicità dipende da me, posso anche fare qualcosa per darmela. Se dipende da altri, posso continuare a sbattere la testa contro l’impossibile.
Freud cerca la causa della depressione a ritroso in un evento nascosto nel passato o in una colpa, e finisce col cadere in una analisi interminabile, ma non si può restare a lungo rivolti verso eventi negativi del passato, a un certo punto bisogna darsi pace con quel che è stato e guardare avanti.
Jung cura la depressione con maggiore libertà, aprendo il futuro, spingendo la personalità ad evolvere, valorizzando le sue doti, volgendola verso nuovi orizzonti, partendo dal positivo della personalità stessa e dal suo compito esistenziale
Jung dice: INDIVIDUATI! Guarda per cosa sei nato e fallo! Hai un compito nella vita. Scoprilo ed eseguilo!

Se non ci sono problemi esogeni enormi, guerra, miseria, morte, lutti, separazioni, malattie… se rientriamo in casi di depressione con moderate cause affettive, espressive o relazionali, allora l’utilizzo di un analista o di un buon amico può essere provvidenziale.
E’ allora, dice Jung, che l’inconscio può essere una grande guida.
Intanto, nei casi non gravi, quando una perturbazione sembra troppo pesante da sopportare, rimandiamola al giorno dopo, divaghiamoci, dormiamoci su, lasciamo marinare il problema nell’inconscio, che è il primo alambicco per la decantazione, in cui possono nascere nuove prospettive o soluzioni. Questo rimandare alla macchina dell’inconscio è anche il metodo con cui molti scienziati hanno scoperto di colpo soluzioni a problemi scientifici. Rimandare a volte è un po’ guarire. Decentrarsi è la soluzione più immediata. Nel canale della mente passa un solo messaggio per volta. Cambiamo il messaggio!
Appena la mente avrà cessato di arrovellarsi sulla soluzione impossibile, l’inconscio aprirà una nuova prospettiva, e già questo può fare il miracolo. E’ come quando un terminale va in tilt e si accede alla MEMORIA centrale, che ha altre risorse. Si lascia a riposo la mente cosciente e si distoglie l’energia dal problema, disimpegnandola in altre operazioni: meditazione, preghiera, musica, danza, lavoro manuale o artistico, anche una grossa fatica fisica come sistemare il giardino o vuotare un armadio. Intanto stancare il corpo fisicamente sollecita la produzione di endorfine, ormoni del piacere che danno vitalità; si può anche, soltanto, come diceva Kirkegaard, camminare:
Soprattutto, non perdere la voglia di camminare. Io, camminando ogni giorno, raggiungo uno stato di benessere e mi lascio alle spalle ogni malanno. I pensieri migliori li ho avuti mentre camminavo, e non conosco pensiero così gravoso da non poter essere lasciato alle spalle con una camminata. Stando fermi si arriva sempre più vicini al sentirsi malati“.

Poiché siamo esseri psico-fisici, l’energia può essere mossa anche partendo dal corpo. Quando la vita si trova di fronte a un intoppo, l’uomo cerca di superarlo. L’AZIONE è sempre la prima via. Qualche volta la soluzione è accessibile con mezzi ordinari o straordinari. Altre volte sembra impossibile.
Se si ha un conflitto o un problema, diceva Jung, non sempre si può risolverlo, ma si può superarlo innalzando il livello di coscienza:
“E‘ come essere sul pendio di una montagna immersi in una tempesta, se si sale più in alto ci si trova all’asciutto anche se continuiamo a vedere la tempesta, ma questa ora è sotto di noi“. Nel primo caso l’uomo dice: “Soffro”, nel secondo: “So di soffrire”, con distacco. Uscire da noi e oggettivarci è sempre utile.
Vivere significa anche dominare la vita, non esserne succubi, cioè realizzare un equilibrio tra mondo esteriore e mondo interiore. La vita è un problema dinamico di equilibrio. L’artista realizza questo equilibrio con l’opera d’arte, l’uomo comune con l’atto armonico, con l’impulso del fare positivo, con l’impeccabilità, la bellezza, l’aiuto al mondo.
Se qualcosa ti schiaccia e ti sembra insopportabile, comincia a uscirne! Distaccati! Fa’ qualcosa! Decentrati! E affidati a forze diverse da quelle del razionale. Il mondo non è solo logica, è sorpresa, stupore, realtà inattesa! Comincia con la trasformazione esteriore e si modificherà anche il mondo interiore.

Per ogni analista, la ripresa comincia dal sogno. Nel sogno sintetizziamo il mito interiore in immagini visibili in cui conscio e inconscio comunicano. La creazione è raggiunta in compiutezza quando i nostri squilibri sono avviati a soluzione, o visti diversamente e l’energia ricomincia a respirare in se stessa.
L’energia universale è retta da un grande senso dell’equilibrio, Affidarsi ad essa è già migliorare. Si entra in un oceano dove le onde si compongono in armonia.
Le vie per entrarci sono tante. Io consiglio sempre l’amicizia, perché siamo al mondo in tanti per aiutarci e più si sta soli più si cade in basso. Poi ci sono: l’arte, la religione, la bellezza, l’amore vissuto in senso ampio, il volontariato, l’impegno politico, gli animali, la natura…. Non ci sono limiti alle vie provvidenziali per il bene nostro e di tutti. Come dicono in India: tante sono le vie per scendere al Gange, ovvero tanti i modi per attingere all’acqua della vita.

Poiché l’arte è in grado di realizzare l’incontro tra i due mondi (la natura fuori di noi e la natura dentro di noi), Jung si è molto interessato alle vie dell’espressione artistica, quelle creative e manuali, che sono in sé terapeutiche e evolutive.
Jung stesso scriveva, dipingeva, creava mandala, spaccava pietre, murava, scolpiva, cucinava, coltivava piante, andava in barca a vela, raccontava fiabe e miti, attuava visualizzazioni interiori… sempre con grandissima cura, attento al valore intrinseco che ogni azione impeccabile reca in sé; persino il suo diario, la scrittura del Libro Rosso, che fu un capolavoro, in elegante carattere gotico con pitture miniaturizzate, univa l’intuizione del sacro alla bellezza e all’impeccabilità.
Jung era convinto che l’arte aprisse un canale diretto con l’inconscio e portasse alla luce le immagini archetipiche. Da un lavoro ben fatto emana un appagato fulgore. In un capolavoro compiuto l’uomo infonde la sua bellezza e capta una scintilla di eterno.
‘Bellezza’ e ‘impegno’ sono vie molto buone per l’energia, l’inconscio tocca il conscio e lo attiva, l’ispirazione si palesa. I Greci parlavano di katharsis, purificazione, e anche di liberazione, da kathairo = ‘liberare il paese dai mostri’. La ‘catarsi’ è parte fondamentale dell’evoluzione. Non tutti hanno vocazione d’artista, ma ognuno può liberare il genio che è in lui e che può rivelarsi in ogni atto, parola o compito: anche dare un thè agli amici o cuocere una torta o scrivere una lettera.
Capolavoro è fare un liquorino al cioccolato come rimboccare le coperte o raccontare una favola.
Opera d’arte è l’amicizia, l’accudimento, la cura… Può esserci bellezza in ogni cosa che esce dall’uomo e la bellezza è sempre cura al dolore.
Avevo un’amica i cui pranzi erano capolavori, con lei il gusto della vita si offriva insieme all’amore, ci sentivamo più buoni, credevamo nella vita e in noi stessi, non ci dava solo cibo ma armonia, non pranzi ma amore. Ognuno si sentiva riconciliato, riprendeva fiducia in sé e negli altri. C’era Dio alla sua tavola. Licia era rimasta orfana di madre molto presto ed era sopravvissuta alla leucemia, aveva due figli ingrati e un pessimo marito, ma mi ha insegnato che se vuoi amare devi amarti e devi fare con passione quello che fai. E’ amore anche quello che mettiamo nei nostri atti quotidiani.
L’uomo che vive con passione la sua vita non si annoia mai e la depressione gli sta lontana.
E’ vero che sembra un paradosso dire che LA DEPPRESSIONE SI CURA CON LA PASSIONE, ma Pascal diceva: “Metti in moto la macchina e le cose andranno da sé”.
E’ vero che “per vivere la vita ci vuole molta vita”, ma per vivere bene la vita ci vuole sempre molta passione e questa fa parte dello sforzo. Se non c’è, dobbiamo inventarla.
Dovremmo sempre vivere come se ogni giorno fosse un dono da fare a noi stessi e agli altri. Noi siamo qui per dare un senso alla vita non per trovarlo.
La vita nasce dalla forza del fare e dalla forza dell’amare. L’inerzia produce sofferenza e malattia e non dipende affatto da ciò che si è, tutti gli uomini più dotati hanno sofferto di grandi depressioni. Mozart, la cui musica sembra sgorgare dalla gioia stessa, nei momenti neri diceva: “C’è una specie di vuoto che mi causa dolore… neanche il mio lavoro mi dà gioia alcuna”.

E’ difficile dire cosa sia la depressione, nessuna definizione medica regge, credo che ogni causa sia insufficiente. La depressione è uno squilibrio che il mutare di una piuma può trasformare in equilibrio nuovo, senza che sappiamo dire dove stia esattamente questa piuma.
Anche nei momenti peggiori, quando mi sentivo come un mare nero in tempesta, avevo l’intuizione che quella tempesta fosse solo in superficie e che, sotto di essa, ci fosse un oceano assolutamente calmo e tranquillo, a cui potevo arrivare se solo lo volevo.
Buddha diceva che la depressione è il risultato di una scelta sbagliata, un atto di mancanza nei confronti di sé e dell’universo, una volizione bassa e negligente che esclude lo sforzo, un venir meno della buona volontà, la considerava una forma di inerzia. Buddha parlava di retto pensiero, retta parola, retta azione.
Una mente retta è naturalmente dinamica, impegnata, portata all’azione positiva, dà frutti benefici, crea movimento, lavoro, invenzione, meditazione, preghiera, dono, aiuto, bellezza. Già pensare a se stessi come a produttori di bellezza aiuta.
L’inerzia blocca la libera espansione delle energie e porta stagnazione e miseria, noia e apatia, trasformando il vivido splendore in opacità. Essere depressi, per Buddha, è un atto della volontà, perché l’energia generosa di sé alimenta altra energia, mentre l’energia che limita se stessa produce involuzione e chiusura. O tutto scorre, o tutto si blocca. Dipende da noi cominciare la strada dei mille passi storti che ci portano verso il basso, o la serie delle mille ali che ci portano in alto.
Quando le energie si riducono al minimo, abbiamo l’ottundimento della coscienza, la limitazione dell’anima, l’anestesia del fare, la degradazione dell’io.

Ogni uomo ha un campo di potenzialità a sua disposizione, ed è suo dovere e diritto ampliarlo. Il suo essere cresce in questa estensione. Noi siamo in quanto ‘facciamo’ e anche in quanto ci dilatiamo oltre noi stessi. La vita è un continuo superamento. Persino l’asceta chiuso nella sua cella interiore è un essere in cammino.
Se un bambino è limitato nel suo fare, nel suo procedere al di là del limite attuale, si ammalerà; un bambino che non gioca è un bambino malato, un adulto che non fa, che non si mette a rischio, che non si sottopone a sforzo, che non si collega con gli altri, è un adulto infelice.
La vita procede in quanto supera se stessa. Noi possiamo avanzare in un cammino materiale, morale, spirituale e la vita esiste in quanto va avanti; se si ferma, se comincia a recedere si inaridisce.
Abbiamo tanta paura della morte che siamo anche capaci di fare di noi stessi dei viandanti di morte. La depressione sta in questa involuzione, è un blocco dell’agire, dell’amare, del credere, in quanto l’uomo sceglie a volte la strada del rifiuto, la fuga all’indietro, una via recessiva che sembra facile perché meno faticosa, ma la rinuncia del vitale ha in sé un enorme pericolo: inverte la tendenza di vita in tendenza di morte.
Flaubert diceva: “L’elemento psichico mi aggredisce e la coscienza scompare, con il sentimento della vita”.
Quando l’uomo rinuncia a vivere in avanti si procura una enorme sofferenza perché tutti i suoi impulsi di vita si rovesciano e cadono indietro, come un albero che cresce i suoi rami verso il basso invece che verso l’alto.
Dice Tolstoj: “La mia vita si arrestò… Potevo respirare, mangiare, bere.. ma la mia vita non c’era”.
Depressione vuol dire caduta del vitale. La prima conseguenza che la depressione porta con sé è la riduzione delle capacità sensoriali positive e del livello di coscienza relazionale. ‘Sapere’ vuol dire ‘aver sapore’, la vita non sa più di niente, non ha più buon sapore. Ma la vita ha sapore per quanto decidiamo di impegnarci in essa. Possiamo paragonarla a una luce emergente mentre la depressione è una nebbia vischiosa che elimina ogni brillantezza. Diceva Winston Churchill: “La luce svanì… sedevo alla camera dei Comuni ma una nera depressione sedeva su di me… il ‘cane nero’ mi prendeva alla gola”. La luce svanì!
Il mondo è una realtà significativa e pulsante, ma il depresso occlude la propria coscienza e si focalizza su piccoli particolari, perde di vista il senso, il significato, e si uccide lentamente. In luogo della totalità della vita: piccoli brandelli dell’essere, disarticolati. La vita perde la sua interezza, la percezione si fissa sul dettaglio e lo amplifica in un assoluto.
Siamo formati da più livelli, c’è un livello materiale legato alla percezione, alla funzionalità del corpo, al piacere dei sensi; un livello volitivo legato ai compiti nuovi, ai traguardi, ai superamenti; uno emozionale in cui ci rapportiamo ai nostri sentimenti; uno simbolico in cui apriamo le conoscenze sottili; e uno etico in cui sentiamo responsabilità sociali, esistiamo negli altri, creiamo bellezza o bene o cura per il mondo; infine c’è un livello spirituale che innalza le nostre energie verso il divino e apre l’anima all’assoluto.
Il depresso disperde tutti i suoi livelli, che sono altrettanti scopi vitali, si ripiega su se stesso in un cantuccio arido e abbandonato, piccolo e pesantissimo come un buco nero che avvolge tutto. La vita diventa un non senso, la coscienza una trappola, la mente un luogo soffocante. E’ una cosa diabolica, il Grande Separatore compie la sua scissione peggiore, ci divide da noi stessi. Facevano bene gli antichi a mandare lo sciamano nel luogo dell’altrove a cercare l’anima smarrita. Non tu sei colpevole, la tua anima si è persa, è scappata via e tu soffri perché sei rimasto senz’anima, allora lo sciamano parte per un volo astrale e va a ricercare la fuggitiva per riportarla in te insieme al senso della vita. Oggi l’analista cerca la tua anima nei tuoi sogni, attraverso i disegni, creando giochi di musica o danza, che funzionano come riti moderni per acchiappare l’anima e fissarla di nuovo nel luogo della vita. Facciamo giochi per fare vita.
Ricordiamo la ragazza nera della prefazione, coperta di argilla finché non aveva ritrovato il suo destino, il suo scopo. La depressione è bianca, incolore, non come la morte, ma come la vita neo-nata che deve nascere di nuovo. E’ la preparazione per la creatura nuova, lo stato di incubazione, l’attesa prima del salto, il preambolo prima della storia. In questo senso la depressione è una fase preparatoria, come l’incubazione del feto. Con questo senso dobbiamo connotarla. Siamo noi il feto, il bambino non ancora nato, la depressione è la nostra placenta. Ferma la vita per creare vita, accettiamola il giusto tempo come una necessità naturale.

Certo è difficile vedere la depressione come una energia che può diventare positiva in quanto essa è uno dei maggiori pesi che dobbiamo sopportare nella vita, ci appare perciò come un atto contro natura in cui il grande universo diventa un piccolo punto angusto e negativo, come una terribile limitazione. E odiamo la sua persistenza autofagica che si nutre di noi, per tutto il tempo che ci tiene in pugno, fino al punto in cui si esercita una formidabile inversione. E’ una chiusura della coscienza; se chiudi la coscienza, elimini lo sforzo ma elimini anche la vita, il mondo interiore si ripiega, finché non ci sarà più un grammo di energia per fare niente di significativo. Paradossalmente essa è energia, ma invece di essere energia che tu mangi, è lei che mangia te. Se tu non mangi il drago, il drago ti mangerà. Eppure la stessa energia che si comprime è energia che potrebbe esaltarsi. L’energia è neutra, devi darle un significato. Ma qual’è il nostro significato? Spesso il significato è l’amore.

La protagonista del ‘Diario di una schizofrenica’ trova il suo significato in una madre simbolica: essere riconosciuta per potersi riconoscere. Spesso è la mancanza della radice a non far crescere la pianta. Colin Wilson dice: “L’uomo vive e si evolve nutrendosi di significato come il bambino si nutre di cibo”. Il significato nasce dalla vitalità che è un prodursi per uno scopo, energia che cresce in un riconoscimento.
Per molto tempo si è pensato che se mancava il primo riconoscimento, non avrebbe potuto prodursi nessun altro; eppure non è vero nemmeno questo. Il significato della vita non dipende da quanto ti regala la vita, non è un dono che ricevi passivamente, ma dipende da quanta energia metti nelle cose che fai. Sei tu che dai il significato o che crei la radice e lo puoi fare per quanto mescoli il tuo sforzo alle cose, per quanto esse discendono da te. A volte tutto comincia con un piccolo scivolamento; prendi male uno sgarbo, una lontananza, invece di minimizzare un negativo lo ecciti, scegli di ritirare le antenne, fai piccoli atti di introversione, decidi di non decidere… poi la cosa diventa una valanga, alla fine non reagisci più nel positivo. Sicuramente all’inizio ci sono piccole cose importanti, vivere bene è una disciplina che implica una volontà, quando è tardi la volontà diventa schiava.
Noi solo questo abbiamo: ciò che facciamo, ciò che si impasta di noi, ciò che si realizza attraverso il nostro essere. Ognuno deve volgersi al proprio fare, uno si cimenterà a correre sempre meglio, l’altro a cantare, un terzo a imparare una lingua straniera o a progettare un viaggio o ad ascoltare gli altri o a occuparsi di un malato. Il mondo non è ciò che ci viene dato ma ciò che noi gli diamo in base a ciò che siamo. Scoprire la nostra natura vuol dire già imparare a vivere.
Non si può essere felici se viviamo ciechi di noi ma non si può essere felici se viviamo solo di noi. Anche il nostro essere è un dono che facciamo al mondo. La vita è un compito ma non solo per noi stessi, e, quando si decide di venir meno al compito, la vita si affloscia come un pallone bucato. Il depresso pretende di essere legittimamente desolato perché non riceve dalla vita quello che crede gli spetti. La sua passività è una gola avida che vuol ricevere ciò che non produce.
La persona attiva inventa il proprio piacere in quanto se lo guadagna. La vita a volte bisogna sudarsela, ma non sempre si può; ogni volta che non lo facciamo, siamo come soldati in fuga, sconfitti prima di combattere.
Il depresso pensa di non avere un senso. Se il problema è l’amore, bisogna amare, l’attivo ama, diffonde amore e simpatia, impara a dire e fare quello che può piacere, porta doni, fa complimenti, offre servigi, si rende gradevole, offre simpatia, rallegra, è generoso, cerca di migliorare il suo aspetto, fa cose buone, si guadagna l’amore e alla fine lo merita perché lo produce.
Non esiste fiaba dove il protagonista sposi fin dall’inizio la principessa; la fiaba è un succedersi di prove, impegni, atti buoni e belli che sono diffusi verso ogni personaggio incontrato, in ogni parte della fiaba. La principessa non sposa il protagonista solo perché lui l’ha corteggiata, ma perché è stato buono col ruscello, ha protetto il daino, ha salvato la vecchia, ha separato tre quintali di semi… La vita ci sposa perché l’abbiamo lungamente corteggiata, perché ogni volta che il protagonista ha aiutato, salvato o protetto un altro… ha cresciuto se stesso. Si dovrebbe vivere attraverso noi, non per noi. Già concepire la vita come un mezzo e non come un diritto a volte cambia le cose. Contenere l’egoismo può essere un buon passo. Un decentramento dall’ego può costruire una crescita.
L’amore ci corrisponde in quanto noi abbiamo amato la vita, l’abbiamo protetta, aiutata, salvata, impegnandoci fuori di noi e oltre noi. Sembra paradossale dire queste cose mentre la società attorno abbaia il contrario e predica ideologie di prevaricazione e possesso. Ma la corresponsione vera del vivere non è proprio nel premio conseguito quanto nel fatto di aver vissuto in modo utile e fattivo, da vivi, non da zombi. Il viaggio non sta nella meta ma nel cammino. La vita non è un avere ma un fare, la vita è una pianta luminosa e sottile di cui aver cura e da coltivare con amore, nonostante noi.

Dunque due punti contano: vivere non solo per noi e impegnarsi nello sforzo. Lo sforzo è vitale, alimenta la vita. Lo sforzo può essere anche fisico, quante volte si ricomincia dal corpo! I bambini capiscono istintivamente la bellezza dello sforzo fisico, il bambino porta spaventosi pesi, esercitando non solo i muscoli ma il suo senso di espansione, cerca di arrampicarsi in posti erti mettendosi a rischio per la gioia del superamento dell’ostacolo, per saggiare la sua abilità, si sforza di andare in bicicletta per imparare la bellezza dell’equilibrio che è come volare con grazia e destrezza. Tutto quello che fa mette le ali. Crescendo lo dimentichiamo e sentiamo lo sforzo solo come fatica e oppressione. La depressione è la negazione dello sforzo. Non c’è cosa per piccola della nostra giornata che non possa stimolarci a farla meglio, anche svuotare un grosso armadio e rimettere le cose a posto cacciando via gli oggetti inutili può essere utile come dissodare un giardino o riordinare un cassetto. Non c’è di meglio, se sei di cattivo umore, che lavorare in un giardino o in un orto, specie se c’è molto da fare e se ci sono lavori pesanti e soluzioni da inventare; ti ritroverai sporco, sfinito, con le spalle rotte e le mani sbucciate ma con un senso di pienezza. Il lavoro, specie quello duro (spaccare legna, lavare i vetri, spostare i mobili, vuotare una cantina) ha in sé una speciale soddisfazione, le negatività sono bruciate, si producono endorfine o ormoni del piacere che sono euforizzanti naturali, la rabbia viene agita, la noia scompare, il contatto con cose solide, rassicuranti, come terra, alberi, pietre, materiali, riporta alla concretezza, alla solidità, al vero.

Jung consigliava spesso lavori manuali: fare un giardino o un muro, spostare pietre o cucinare, spaccare legna, ma va bene anche cucire o dipingere o imbiancare: “Fare cose semplici per sentirsi di nuovo semplici.”
Se lavori tre giorni per fare un pranzo galattico per i tuoi amici e crei tutte le condizioni perché si divertano e siano felici, alla fine ti ritroverai stanchissimo ma appagato. Se invece passi tre giorni sul divano a vedere la televisione, ti ritroverai istupidito e torpido, scontento di te e arrabbiato con gli altri, inquinato.
Io ho passato sette anni distesa su un letto al buio in situazione di coma, poi un giorno ho deciso di fare qualcosa per gli altri e ho inventato una situazione di incontro gratuito per una ripresa comune e sono guarita anch’io. Non sono guarita quando ho ricevuto qualcosa ma quando ho fatto qualcosa. Noi non siamo porti a cui le navi arrivano ma cantieri da cui le navi salpano.
Può essere che i primi passi siano quasi impossibili, ma lo sforzo crea di per sé energia, la macchina si mette in moto e alla fine si vola, ma niente senza fatica!

I centri di recupero o per la meditazione, persino i centri per boy scout prevedono un bel po’ di lavoro duro e di fatica fisica. Il lavoro ha una sua etica e un suo premio. L’inerzia non invade mai totalmente la psiche se il corpo si muove. Può occuparne molta parte ma possiamo fare appello alla parte residua per lanciare una sfida: ce la farò a vincere contro la voglia di non fare? Posso sfidare e provocare il piccolo eroe mai vinto che sta dentro di me e vedere se ce la fa a vincere l’inerzia e l’autocompatimento. E’ l’eterna lotta del bene contro il male. Mi alzo al mattino e non ho voglia di fare niente, anzi se potessi mi sdraierei davanti alla televisione o tornerei a letto. Il fatto stesso di sentirmi obbligata a rimettere a posto la casa, a lavarmi, a pulire, a dare al mondo che ho attorno una immagine più accogliente, a essere pronta a ricevere gli altri, è sufficiente a rimettere in moto le energie e, se non ho voglia di fare nulla per me, posso però crearmi degli impegni di lavoro fuori di me: devo finire una lezione, voglio regalare una cassetta registrata a una amica, so che qualcuno ha bisogno che gli telefoni o gli scriva, alla fine mi sento utile, necessaria, positiva, e se questi impegni non li ho me li invento, da fare nel mondo ce n’è fin troppo, alla sera avrò qualche soddisfazione in più, avrò colorata di senso la mia vita, sarò stata utile a me stessa e a qualcun altro. Alla sera posso chiedermi: cosa ho raddrizzato oggi, chi ho ascoltato, a chi ho sorriso, a chi ho fatto un regalo, a chi ho rivolto un pensiero carino, quale senso di bellezza ho scoperto e partecipato, in cosa sono stata positiva? Come dice Wilson: “Di colpo fui consapevole di vasti spazi interiori, di strani significati dentro di me”.

E’ quando costruisco il mondo che mi trovo al centro del mondo. “Sono come un albero che all’improvviso diventa conscio che le sue radici affondano profondamente, molto profondamente, nel terreno, assai più di quanto i suoi rami si allunghino sopra di esso”.
Guardiamo quante volte diciamo no alla vita, quante volte ci ritiriamo di fronte all’impegno, cediamo all’inerzia o dimentichiamo gli altri, quante volte siamo avari di noi e aspettiamo di avere ma non ci offriamo per dare.
Dostoievsky racconta questa storia: “Un ateo non credeva nella vita dopo la morte. Dopo la sua morte Dio gli ordinò di percorrere un miliardo di miglia per penitenza. L’ateo si stese a terra e rifiutò di muoversi. Dopo un milione di anni era molto stufo di stare lì e, trascinando i piedi svogliatamente, cominciò a camminare, e alla fine, a poco a poco, percorse il miliardo di miglia. Allora Dio lo fece entrare in cielo. Dopo cinque minuti che era in cielo l’ateo disse che, se avesse saputo che il Cielo era così bello, avrebbe percorso dieci volte di più solo per cinque minuti di paradiso”.
Dostoievsky capiva che c’è un significato mistico nello SFORZO, per cui qualunque sforzo è degno di essere affrontato indipendentemente dal risultato. Solo l’uomo che si sforza a migliorare una qualunque cosa della sua vita o della vita degli altri può sperare in una evoluzione che è premio a se stessa.
Lo sforzo deve essere accompagnato dalla BELLEZZA.
Posso bere il mio thè in un bicchiere di plastica, ma il senso della bellezza ha spinto la civiltà giapponese a fare della cerimonia del thè un rito impeccabile, il cui senso raggiunge l’anima.
Il prigioniero di Sing Sing trovò un uccellino che era entrato nella sua prigione e curare quell’uccellino e dopo di lui altri lo fece diventare un grande ornitologo e gli rese la libertà perduta.
Non è ciò che abbiamo che ci rende felici ma ciò che riusciamo a fare partendo da ciò che abbiamo o addirittura da ciò che ci manca.
Anna Frank aveva un diario ma quel diario, scritto da una bambina ebrea nella sua soffitta, è prova di eterno.

E una cosa ancora accade: più lo sforzo si orienta verso l’alto, verso la perfezione che da noi sgorga, più la vita ha sapore, la nostra percezione si affina e la coscienza cresce.
Noi”, come dice Wilson, “siamo sempre più capaci di reagire alle vibrazioni sottili dell’energia e dunque ci sentiamo vivi e vibranti… più elevata è la forma, più profonda è la sua capacità di registrare significati, e più è potente la presa sulla vita”.
Non solo ci espandiamo verso l’esterno, ma aumenta la penetrazione verso l’interno. Se la depressione è come uno strumento sordo o stridente, la capacità vitale è come una lussureggiante ricchezza di suoni in cui penetriamo nella molteplicità di toni della vita. La mente è infinita, le nostre capacità potenziali sono enormi; le possibilità di ascolto e di intelligenza dentro e fuori ci offrono un mondo ricchissimo.
Un bambino che è nel fiorire della vita vive una cascata continua di emozioni e di scoperte, perché la sua curiosità è insaziabile, perché il mondo lo attira e lo stimola finché non cade sfinito nel sonno. Ma anche l’anziano che si cimenta, impara, cammina, ama, ride… è come un eterno bambino la cui vitalità non cessa mai. Non c’è un’età per vivere, non c’è una condizione o situazione, c’è una volontà che alimenta se stessa. Attivare i livelli crea vortici positivi, anima e movimento, produce occasioni, potenzia risorse. E la vita risponde.
Bertrand Russel dice: “Devo, prima di morire, trovare un qualche sistema per dire la cosa essenziale che è in me e che non ho ancora detto, una cosa che non sia negativa ma sia proprio il soffio della vita ardente”. La vita ardente! Noi tendiamo alla brillantezza della vita ardente!

E accade poi che, quando ci attiviamo, il mondo si attivi attorno a noi con una serie di singolari coincidenze e le stelle, realmente, sorridano. Come un’eco, la vita esterna ci corrisponde e ci mostra la sua bellezza. La regola che impariamo è che il mondo ci rimanda ciò che gli mandiamo. Il potere fluisce dall’anima e la natura si fa avanti per baciarlo.
Wordsworth dice: “Divenni conscio che il segreto della vita consiste nel condividere la follia di Dio… il potere di far scaturire una particolare esultanza in voi stessi…una specie di erotismo cosmico”.
L’energia che inviamo agli altri è una vera e propria forza.
Dion Fortune, che fu psicologa freudiana e si occupò di occultismo, credeva che persone malevoli emanassero forze ostili che la psiche percepiva come disordine, smarrimento o infelicità. Anche la sfortuna rientrava nell’onda di queste forze, per cui un soggetto poteva esserne invaso e abbassare le proprie difese psichiche, con un arresto della propria energia attiva e una “resa vulnerabile alla sconfitta e alla stagnazione” o anche una propensione all’incidente e alla malattia.

Viceversa, attivare l’energia psichica in senso positivo verso gli altri o verso il mondo rende più forti e fortunati e crea un’onda positiva che si irradia tutto attorno. C’è una circolarità tra dare e ricevere, produrre e subire, per cui è altamente benefico diventare propulsori attivi di energia buona e forte, e ciò che si fa per il mondo torna a noi stessi in modo circolare. A volte basta fare piccoli spostamenti mentali, rovesciare una critica in una battuta possibilista, un rifiuto in una forma più accettante, un sentimento di antipatia in una formula più benevola.
Mia figlia è nata con la camicia ed è convinta non solo di essere fortunata ma di portare fortuna anche agli altri, ne è così convinta che anche gli altri alla fine lo credono e le portano continue conferme di questo. Ma poteva scegliere il contrario. Ogni psiche è una forza che capta il mondo ma anche lo plasma, è artefice di universo, in una circolarità ricettiva e irradiante. Dinamizzare le proprie energie ha effetti che si amplificano a spirale dinamizzando la realtà attorno a noi nello stesso modo. C’è sempre un atto di volontà una scelta, che sta prima di ogni nostri fare. Possiamo scegliere di essere così o così.

Un’altra cosa, poi. Noi crediamo che si debba focalizzare la nostra attenzione solo sulla mente conscia, qualche volta siamo consapevoli dell’intelligenza del nostro corpo, più spesso siamo preda dei nostri impulsi e soffriamo passivamente dei nostri sentimenti. Sicuramente può darsi che una delle nostre menti ci faccia soffrire nel negativo, ma ricordiamo che siamo tanti, abbiamo molte intelligenze, ognuna col suo linguaggio; deprimerne alcune o ignorarle ci fa fruire di un numero inferiore di risorse.
Quando la mente conscia ci dice che il mondo va male, Jung attira la nostra attenzione sulla mente inconscia, sull’intuizione per es., come sapienza superiore, che vede più cose e riesce a valicare tempo e spazio.
Jung aveva lampi di consapevolezza di fonte ignota ma di grande certezza, a cui si affidava, riceveva premonizioni e credeva nella forza sapienziale e rigeneratrice dei sogni, si sentiva fuso con la natura e percepiva i rapporti sottili che legano ogni uomo alle persone che ama o conosce.
Jung colloquiava con le sue guide interne, senza preoccuparsi se fossero o no visibili, le considerava vere realtà oggettive o realtà d’anima e anche da loro riceveva consigli e messaggi. Anche il colloquio con l’angelo può essere positivo.
Jung aveva rapporti col mondo dei morti e con ciò che era stato in altre vite. La sua realtà psichica era molteplice e ricca e non si esauriva nella mente razionale e nelle possibilità logiche o nelle percezioni tangibili. Ciò aumentava le soluzioni e anche le risorse.
Più che uno psichiatra, era un esoterico, un alchimista, percettivo delle molte forme che si intrecciano alla nostra. Infine credeva che attraverso l’interiorità di ognuno parlasse e si esprimesse l’Inconscio Collettivo, col suo patrimonio di conoscenze e risorse, che poteva prendersi cura di noi come una Grande Madre portandoci in salvo.
Può darsi che Io mi senta in pericolo, ma io non sono solo l’Io, sono altre cose, altre menti e altre forme, e quelle possono aiutarmi.
Infine Jung pensava che ogni condizione dell’uomo possa servire all’uomo, anche la depressione. La depressione è qualcosa che si cerca, dunque qualcosa che può essere trovato. E quel qualcosa può servire a scopi che non vediamo, o a vite che non sappiamo. Jung guardava più in là, non tendeva tanto all’abolizione del sintomo, quanto all’ampliamento dello spirito, per un salto di consapevolezza, a cui anche quel sintomo poteva essere funzionale.
Non si trattava solo di eliminare la sofferenza ma di far avanzare l’uomo oltre se stesso.
Quando diceva: “soffriamo perché siamo anime povere” intendeva questo. La terapia è evoluzione, la vita si guarisce salendo.

Siamo come castelli dalle mille stanze e ne usiamo solo alcune, strette e anguste come prigioni, in cui ci sentiamo soffocare, ritirati nelle piccole difficoltà quotidiane o nei disagi mentali, con lo sguardo fisso solo a quelli, come se non ci fossero per noi altri spazi, e abbassiamo talmente la nostra soglia di sofferenza che cose insignificanti ci danno il tormento, diventano insopportabili come un gesso che stride. Mentre l’uomo che ha il senso della propria grandezza e lascia respirare la sua anima, supera le piccole negatività del mondo, conquista l’imperturbabilità e niente scalfisce la sua calma serena e la sua forza magnanima.

Ma le possibilità sono infinite. Se il nostro sguardo si rimpicciolisce, diventiamo noi stessi più piccoli e insignificanti. E questo senso di insignificanza si riverbera sul mondo che diventa distante, mentre la vita stessa perde ogni senso e diventa un fardello inutile.
Il depresso è un forte accusatore, dice: sono depresso perché è successo questo, perché mi manca quello, perché sono sfortunato, perché non sono amato… Non fa nulla per procurarsi ciò che gli manca o un suo equivalente, non attiva l’energia, la blocca. Jung non intende risolvere la sua mancanza, gli dice: allarga l’anima, riprendi te stesso, esci dall’angolo, coltiva un giardino, dipingi, prega, spacca le pietre, corri in campagna, contatta gli altri, credi nella tua luce.
Al tempo di Freud la malattia era la nevrosi, oggi è la depressione. Siamo depressi come un puledro sarebbe depresso se lo chiudessero in un box senza farlo correre, la nostra energia vola bassa, cerca cose di basso livello o si fissa solo sul poco, sulla routine, sulle cose di massa, non si sperimenta in ampiezza e varietà, non produce tutto quello di cui sarebbe capace.
Siamo depressi perché non lavoriamo abbastanza per la nostra gioia, il nostro piacere, per cercare vita e produrla, non ci diamo altre possibilità e, se riduciamo al minimo la nostra vita, questa si ribellerà contro di noi e ci farà del male.
Vivere è un compito, non un premio.
La depressione è un atto di inerzia e di rifiuto. Ma la vita ama le persone di buona volontà: “Metti in moto la macchina!” diceva Pascal, il resto verrà.
Una cosa notiamo: che il depresso non ha attenzione per nulla attorno. E chi non ha interessi non è interessante. La sua coscienza si focalizza solo su di sé ma in sé non trova nulla, il restringimento della sua coscienza corrisponde a una diminuzione di luce, il suo se stesso da solo non è scopo di vita.
Ma ognuno è un ‘noi’, ognuno è mondo. Più la nostra energia vive in modo ampio e allarga i propri orizzonti, più la persona acquisisce completezza e pienezza.
Noi siamo ciò che pensiamo. Dipende da noi restringere o aumentare il cerchio del nostro pensiero e quindi del nostro essere.

Al limite opposto abbiamo l’eroe, il mistico, il santo, il creatore, l’inventore, il genio, l’artista… colui che libera e scatena le forze magnetiche di una energia liberata. Gilgamesch sognò una stella che cadeva a terra come una grande pietra e il suo popolo si rianimò e adorò questa pietra. Egli era un depresso che faceva deperire anche il suo popolo, ma il sogno liberò la stella e Gilgamesch diventò un eroe, e anche il suo popolo fu rianimato dalla nuova energia e non venerò lui ma la stella che si esprimeva attraverso lui, venerò l’energia.
Sentirsi strumento di grandezza, di amore o di bellezza rende l’uomo capace di grandi cose e ispira gli altri a seguirlo. Finché riferiamo tutto a noi, la scena è angusta e le possibilità limitate, ma quando ci sentiamo strumenti di valori e ci viviamo come mezzi per realizzare lo spirito, ecco che possiamo valicare le nostre forze e superare le nostre possibilità.
Questo è il senso epico della vita, per cui non occorre essere Gilgamesh per vivere in modo grande, basta avere un vecchio da curare o un’amica da consolare, basta avere mani, occhi e cuore per fare di ciò che facciamo un piccolo capolavoro, come Babette col suo pranzo. Creare qualcosa oltre noi stessi.

Avevo un’amica, Lori, il cui dono più grande era il sorriso, il suo viso era così dolce e radioso che la gente era attratta da lei e le sorrideva per la strada, era come un sole tenero. Un sorriso non si inventa, nasce da una moltitudine di pensieri sereni, dalla dolcezza del cuore che si esercita in una vita d’amore. Avremmo bisogno di un sorriso così quando siamo davanti a uno sportello e l’impiegata arcigna si rifiuta di ascoltarci e ci manda via in modo sgarbato, quando un medico assente ci dà col contagocce le notizie di un parente operato, quando un superiore ci sevizia o un parente scarica su di noi il suo malcontento.
Cura, attenzione, amore che esce fuori di sé, dimenticare il proprio egoismo e costruire bellezza attorno, queste sono cose che tutti possono affrontare. Nulla è troppo difficile o lontano da noi, l’inerzia trascina in basso, l’azione vera porta verso l’alto. L’uomo depresso si allontana dalla verità.
La vitalità si associa alla consapevolezza, l’inerte non è consapevole di niente, non vede bellezza, non sente amore, è cieco e sordo agli altri, la sua vibrazione è annebbiata, non vede i colori, non sente i suoni, non risponde ai segnali fioriti che la vita gli manda, è come un pianoforte che ha perso i tasti e risuona sordamente.
La negligenza è sordità di vita e dunque perdita di occasioni.
L’I Ching dice: Coloro che seguono la parte di se stessi che è grande diverranno grandi, coloro che seguono la parte che è piccola diverranno piccoli”.
Jung porta l’uomo ad alzare lo sguardo verso la sua parte magnifica e fluente. Grande deve essere il lavoro ma non l’aspettativa. Se grande è solo ciò che è atteso, la tendenza si rovescia. L’uomo che cerca a tutti i costi l’amore non lo troverà, la donna che cerca a tutti i costi di essere madre diverrà infeconda, nemmeno la telepatia si può attivare con un desiderio troppo forte di attivarla o il colloquio con i morti o la relazione con l’angelo.
C’è un campo dell’azione dove dobbiamo fare tutto quello che possiamo, e un campo dell’imponderabile dove dobbiamo essere leggeri come colombe.
C’è un donarsi della vita che viene quando ti apri e diventi fiducioso, quando non aspetti nulla e non esigi nulla. Anche nella meditazione orientale c’è un risultato che sorge quando si cessa di volere e si diventa ricettivi.
Così la vita è un’alternanza di impegno e di fede, pienezza e vacuità.

Gurdjieff spronava i suoi allievi con dosi massicce di lavoro, proponendo compiti impossibili; il continuo sforzo spazzava via oceani di nebbie depressive, quel che restava era genio puro. Egli era convinto che l’uomo che lavora fuori di se stesso cresce in se stesso. Noi cerchiamo significati nella vita, in realtà, diceva Gurdjieff, noi siamo addormentati pesti, non vediamo significati perché siamo immersi in un coma profondo e ci muoviamo come sonnambuli. Una scossa violenta, un lavoro pesante, un impegno micidiale scuotono l’uomo che dorme.
In tempo di guerra non ci sono depressi. Nei mondi di pura sopravvivenza non esiste depressione. La depressione è la noia di civiltà stanche e appagate. Non abbiamo bisogno di ipnotici, la nostra insonnia è la risposta notturna alla noia quotidiana. Il significato non si trova, c’è già, ci circonda, interi mondi da attraversare, migliaia di persone da aiutare, il senso c’è, bisogna svegliarsi per trovarlo, uscendo da se stessi per ritrovare se stessi. Gurdjieff era convinto che qualunque inizio, qualunque sforzo intenso, producesse uno shock alla coscienza addormentata e la destasse di colpo. I suoi baroni, i suoi conti… erano costretti a fare del duro lavoro, spaccavano pietre, tagliavano alberi…e poi… altro duro lavoro sul proprio corpo per tirare fuori di sé l’impossibile.
Gurdjieff diceva: “Fa’ un lavoro manuale duro e, mentre lo fai, impara a memoria un lunghissimo elenco di parole straniere. Se sarai troppo occupato nel lavoro che fai, non avrai tempo per commiserarti”.
E’ meglio tormentare il proprio spirito che soffrire la propria vacuità”.

L’io è nemico del noi. Anche Eraclito diceva che chi dorme vive in un sonno privato, ma chi si desta si sveglia a una coscienza collettiva. Più aumenta la consapevolezza universale, più diminuisce la solitudine dell’io. Più si vive a un basso livello di coscienza, più si resta oscuri a noi stessi.
Viviamo sempre al di sotto delle nostre potenzialità, esprimendo una parte infinitesima del nostro valore. Forse un giorno saremmo giudicati per questo, non ci chiederanno se abbiamo obbedito ai dieci comandamenti ma se abbiamo vissuto veramente e che cosa abbiamo fatto dello spirito vitale che ci è stato dato. Come dice il poeta: “La morte ha da trovarci vivi!”. E Jung: “Da un punto di vista individuale e clinico, l’analista junghiano non cerca tanto di guarire le malattie dei pazienti, quanto di aiutarli a scartare le scorie che li imprigionano, di distruggere le calcificazioni psichiche, la pietraia impersonale che ricopre la forma vera e individuale di ognuno”.
Superare la forza dei nostri desideri e smettere di pretendere che l’altro sia come lo vorremmo, è già un primo passo verso il riprendere se stessi. Non si può stare tutta la vita a inseguire desideri irrealizzabili. Ci deve essere un momento in cui prendiamo le cose come sono e ci diamo pace.

Spesso questi legami morbosi con famigliari che non sono all’altezza di un ruolo sognato segna gran parte della vita. Jung trovava queste sindromi tipiche nelle favole o nei miti. La fiaba di Pollicino rappresenta la sindrome dell’abbandono. Dobbiamo capire che non possiamo conquistare l’amore degli altri con la dedizione, la fatica, l’abnegazione, il sacrificio, i regali… non possiamo comprare gli affetti, e dietro la sindrome del rifiuto si nasconde una debolezza dell’io che non si placherà mai finché continueremo a delegare la nostra soddisfazione agli altri, ma può rinforzarsi quando metteremo al centro della nostra ricerca l’amore per noi stessi, sciogliendo le dipendenze che abbiamo col mondo esterno. Se la felicità dipende da me, posso anche fare qualcosa per darmela. Se dipende da altri, posso continuare a sbattere la testa contro l’impossibile.
Freud cerca la causa della depressione a ritroso in un evento nascosto nel passato o in una colpa, e finisce col cadere in una analisi interminabile, ma non si può restare a lungo rivolti verso eventi negativi del passato, a un certo punto bisogna darsi pace con quel che è stato e guardare avanti.
Jung cura la depressione con maggiore libertà, aprendo il futuro, spingendo la personalità ad evolvere, valorizzando le sue doti, volgendola verso nuovi orizzonti, partendo dal positivo della personalità stessa e dal suo compito esistenziale
Jung dice: INDIVIDUATI! Guarda per cosa sei nato e fallo! Hai un compito nella vita. Scoprilo ed eseguilo!

Se non ci sono problemi esogeni enormi, guerra, miseria, morte, lutti, separazioni, malattie… se rientriamo in casi di depressione con moderate cause affettive, espressive o relazionali, allora l’utilizzo di un analista o di un buon amico può essere provvidenziale.
E’ allora, dice Jung, che l’inconscio può essere una grande guida.
Intanto, nei casi non gravi, quando una perturbazione sembra troppo pesante da sopportare, rimandiamola al giorno dopo, divaghiamoci, dormiamoci su, lasciamo marinare il problema nell’inconscio, che è il primo alambicco per la decantazione, in cui possono nascere nuove prospettive o soluzioni. Questo rimandare alla macchina dell’inconscio è anche il metodo con cui molti scienziati hanno scoperto di colpo soluzioni a problemi scientifici. Rimandare a volte è un po’ guarire. Decentrarsi è la soluzione più immediata. Nel canale della mente passa un solo messaggio per volta. Cambiamo il messaggio!
Appena la mente avrà cessato di arrovellarsi sulla soluzione impossibile, l’inconscio aprirà una nuova prospettiva, e già questo può fare il miracolo. E’ come quando un terminale va in tilt e si accede alla MEMORIA centrale, che ha altre risorse. Si lascia a riposo la mente cosciente e si distoglie l’energia dal problema, disimpegnandola in altre operazioni: meditazione, preghiera, musica, danza, lavoro manuale o artistico, anche una grossa fatica fisica come sistemare il giardino o vuotare un armadio. Intanto stancare il corpo fisicamente sollecita la produzione di endorfine, ormoni del piacere che danno vitalità; si può anche, soltanto, come diceva Kirkegaard, camminare:
Soprattutto, non perdere la voglia di camminare. Io, camminando ogni giorno, raggiungo uno stato di benessere e mi lascio alle spalle ogni malanno. I pensieri migliori li ho avuti mentre camminavo, e non conosco pensiero così gravoso da non poter essere lasciato alle spalle con una camminata. Stando fermi si arriva sempre più vicini al sentirsi malati“.

Poiché siamo esseri psico-fisici, l’energia può essere mossa anche partendo dal corpo. Quando la vita si trova di fronte a un intoppo, l’uomo cerca di superarlo. L’AZIONE è sempre la prima via. Qualche volta la soluzione è accessibile con mezzi ordinari o straordinari. Altre volte sembra impossibile.
Se si ha un conflitto o un problema, diceva Jung, non sempre si può risolverlo, ma si può superarlo innalzando il livello di coscienza:
“E‘ come essere sul pendio di una montagna immersi in una tempesta, se si sale più in alto ci si trova all’asciutto anche se continuiamo a vedere la tempesta, ma questa ora è sotto di noi“. Nel primo caso l’uomo dice: “Soffro”, nel secondo: “So di soffrire”, con distacco. Uscire da noi e oggettivarci è sempre utile.
Vivere significa anche dominare la vita, non esserne succubi, cioè realizzare un equilibrio tra mondo esteriore e mondo interiore. La vita è un problema dinamico di equilibrio. L’artista realizza questo equilibrio con l’opera d’arte, l’uomo comune con l’atto armonico, con l’impulso del fare positivo, con l’impeccabilità, la bellezza, l’aiuto al mondo.
Se qualcosa ti schiaccia e ti sembra insopportabile, comincia a uscirne! Distaccati! Fa’ qualcosa! Decentrati! E affidati a forze diverse da quelle del razionale. Il mondo non è solo logica, è sorpresa, stupore, realtà inattesa! Comincia con la trasformazione esteriore e si modificherà anche il mondo interiore.

Per ogni analista, la ripresa comincia dal sogno. Nel sogno sintetizziamo il mito interiore in immagini visibili in cui conscio e inconscio comunicano. La creazione è raggiunta in compiutezza quando i nostri squilibri sono avviati a soluzione, o visti diversamente e l’energia ricomincia a respirare in se stessa.
L’energia universale è retta da un grande senso dell’equilibrio, Affidarsi ad essa è già migliorare. Si entra in un oceano dove le onde si compongono in armonia.
Le vie per entrarci sono tante. Io consiglio sempre l’amicizia, perché siamo al mondo in tanti per aiutarci e più si sta soli più si cade in basso. Poi ci sono: l’arte, la religione, la bellezza, l’amore vissuto in senso ampio, il volontariato, l’impegno politico, gli animali, la natura…. Non ci sono limiti alle vie provvidenziali per il bene nostro e di tutti. Come dicono in India: tante sono le vie per scendere al Gange, ovvero tanti i modi per attingere all’acqua della vita.

Poiché l’arte è in grado di realizzare l’incontro tra i due mondi (la natura fuori di noi e la natura dentro di noi), Jung si è molto interessato alle vie dell’espressione artistica, quelle creative e manuali, che sono in sé terapeutiche e evolutive.
Jung stesso scriveva, dipingeva, creava mandala, spaccava pietre, murava, scolpiva, cucinava, coltivava piante, andava in barca a vela, raccontava fiabe e miti, attuava visualizzazioni interiori… sempre con grandissima cura, attento al valore intrinseco che ogni azione impeccabile reca in sé; persino il suo diario, la scrittura del Libro Rosso, che fu un capolavoro, in elegante carattere gotico con pitture miniaturizzate, univa l’intuizione del sacro alla bellezza e all’impeccabilità.
Jung era convinto che l’arte aprisse un canale diretto con l’inconscio e portasse alla luce le immagini archetipiche. Da un lavoro ben fatto emana un appagato fulgore. In un capolavoro compiuto l’uomo infonde la sua bellezza e capta una scintilla di eterno.
‘Bellezza’ e ‘impegno’ sono vie molto buone per l’energia, l’inconscio tocca il conscio e lo attiva, l’ispirazione si palesa. I Greci parlavano di katharsis, purificazione, e anche di liberazione, da kathairo = ‘liberare il paese dai mostri’. La ‘catarsi’ è parte fondamentale dell’evoluzione. Non tutti hanno vocazione d’artista, ma ognuno può liberare il genio che è in lui e che può rivelarsi in ogni atto, parola o compito: anche dare un thè agli amici o cuocere una torta o scrivere una lettera.
Capolavoro è fare un liquorino al cioccolato come rimboccare le coperte o raccontare una favola.
Opera d’arte è l’amicizia, l’accudimento, la cura… Può esserci bellezza in ogni cosa che esce dall’uomo e la bellezza è sempre cura al dolore.
Avevo un’amica i cui pranzi erano capolavori, con lei il gusto della vita si offriva insieme all’amore, ci sentivamo più buoni, credevamo nella vita e in noi stessi, non ci dava solo cibo ma armonia, non pranzi ma amore. Ognuno si sentiva riconciliato, riprendeva fiducia in sé e negli altri. C’era Dio alla sua tavola. Licia era rimasta orfana di madre molto presto ed era sopravvissuta alla leucemia, aveva due figli ingrati e un pessimo marito, ma mi ha insegnato che se vuoi amare devi amarti e devi fare con passione quello che fai. E’ amore anche quello che mettiamo nei nostri atti quotidiani.
L’uomo che vive con passione la sua vita non si annoia mai e la depressione gli sta lontana.
E’ vero che sembra un paradosso dire che LA DEPPRESSIONE SI CURA CON LA PASSIONE, ma Pascal diceva: “Metti in moto la macchina e le cose andranno da sé”.
E’ vero che “per vivere la vita ci vuole molta vita”, ma per vivere bene la vita ci vuole sempre molta passione e questa fa parte dello sforzo. Se non c’è, dobbiamo inventarla.
Dovremmo sempre vivere come se ogni giorno fosse un dono da fare a noi stessi e agli altri. Noi siamo qui per dare un senso alla vita non per trovarlo.
La vita nasce dalla forza del fare e dalla forza dell’amare. L’inerzia produce sofferenza e malattia e non dipende affatto da ciò che si è, tutti gli uomini più dotati hanno sofferto di grandi depressioni. Mozart, la cui musica sembra sgorgare dalla gioia stessa, nei momenti neri diceva: “C’è una specie di vuoto che mi causa dolore… neanche il mio lavoro mi dà gioia alcuna”.

E’ difficile dire cosa sia la depressione, nessuna definizione medica regge, credo che ogni causa sia insufficiente. La depressione è uno squilibrio che il mutare di una piuma può trasformare in equilibrio nuovo, senza che sappiamo dire dove stia esattamente questa piuma.
Anche nei momenti peggiori, quando mi sentivo come un mare nero in tempesta, avevo l’intuizione che quella tempesta fosse solo in superficie e che, sotto di essa, ci fosse un oceano assolutamente calmo e tranquillo, a cui potevo arrivare se solo lo volevo.
Buddha diceva che la depressione è il risultato di una scelta sbagliata, un atto di mancanza nei confronti di sé e dell’universo, una volizione bassa e negligente che esclude lo sforzo, un venir meno della buona volontà, la considerava una forma di inerzia. Buddha parlava di retto pensiero, retta parola, retta azione.
Una mente retta è naturalmente dinamica, impegnata, portata all’azione positiva, dà frutti benefici, crea movimento, lavoro, invenzione, meditazione, preghiera, dono, aiuto, bellezza. Già pensare a se stessi come a produttori di bellezza aiuta.
L’inerzia blocca la libera espansione delle energie e porta stagnazione e miseria, noia e apatia, trasformando il vivido splendore in opacità. Essere depressi, per Buddha, è un atto della volontà, perché l’energia generosa di sé alimenta altra energia, mentre l’energia che limita se stessa produce involuzione e chiusura. O tutto scorre, o tutto si blocca. Dipende da noi cominciare la strada dei mille passi storti che ci portano verso il basso, o la serie delle mille ali che ci portano in alto.
Quando le energie si riducono al minimo, abbiamo l’ottundimento della coscienza, la limitazione dell’anima, l’anestesia del fare, la degradazione dell’io.

Ogni uomo ha un campo di potenzialità a sua disposizione, ed è suo dovere e diritto ampliarlo. Il suo essere cresce in questa estensione. Noi siamo in quanto ‘facciamo’ e anche in quanto ci dilatiamo oltre noi stessi. La vita è un continuo superamento. Persino l’asceta chiuso nella sua cella interiore è un essere in cammino.
Se un bambino è limitato nel suo fare, nel suo procedere al di là del limite attuale, si ammalerà; un bambino che non gioca è un bambino malato, un adulto che non fa, che non si mette a rischio, che non si sottopone a sforzo, che non si collega con gli altri, è un adulto infelice.
La vita procede in quanto supera se stessa. Noi possiamo avanzare in un cammino materiale, morale, spirituale e la vita esiste in quanto va avanti; se si ferma, se comincia a recedere si inaridisce.
Abbiamo tanta paura della morte che siamo anche capaci di fare di noi stessi dei viandanti di morte. La depressione sta in questa involuzione, è un blocco dell’agire, dell’amare, del credere, in quanto l’uomo sceglie a volte la strada del rifiuto, la fuga all’indietro, una via recessiva che sembra facile perché meno faticosa, ma la rinuncia del vitale ha in sé un enorme pericolo: inverte la tendenza di vita in tendenza di morte.
Flaubert diceva: “L’elemento psichico mi aggredisce e la coscienza scompare, con il sentimento della vita”.
Quando l’uomo rinuncia a vivere in avanti si procura una enorme sofferenza perché tutti i suoi impulsi di vita si rovesciano e cadono indietro, come un albero che cresce i suoi rami verso il basso invece che verso l’alto.
Dice Tolstoj: “La mia vita si arrestò… Potevo respirare, mangiare, bere.. ma la mia vita non c’era”.
Depressione vuol dire caduta del vitale. La prima conseguenza che la depressione porta con sé è la riduzione delle capacità sensoriali positive e del livello di coscienza relazionale. ‘Sapere’ vuol dire ‘aver sapore’, la vita non sa più di niente, non ha più buon sapore. Ma la vita ha sapore per quanto decidiamo di impegnarci in essa. Possiamo paragonarla a una luce emergente mentre la depressione è una nebbia vischiosa che elimina ogni brillantezza. Diceva Winston Churchill: “La luce svanì… sedevo alla camera dei Comuni ma una nera depressione sedeva su di me… il ‘cane nero’ mi prendeva alla gola”. La luce svanì!
Il mondo è una realtà significativa e pulsante, ma il depresso occlude la propria coscienza e si focalizza su piccoli particolari, perde di vista il senso, il significato, e si uccide lentamente. In luogo della totalità della vita: piccoli brandelli dell’essere, disarticolati. La vita perde la sua interezza, la percezione si fissa sul dettaglio e lo amplifica in un assoluto.
Siamo formati da più livelli, c’è un livello materiale legato alla percezione, alla funzionalità del corpo, al piacere dei sensi; un livello volitivo legato ai compiti nuovi, ai traguardi, ai superamenti; uno emozionale in cui ci rapportiamo ai nostri sentimenti; uno simbolico in cui apriamo le conoscenze sottili; e uno etico in cui sentiamo responsabilità sociali, esistiamo negli altri, creiamo bellezza o bene o cura per il mondo; infine c’è un livello spirituale che innalza le nostre energie verso il divino e apre l’anima all’assoluto.
Il depresso disperde tutti i suoi livelli, che sono altrettanti scopi vitali, si ripiega su se stesso in un cantuccio arido e abbandonato, piccolo e pesantissimo come un buco nero che avvolge tutto. La vita diventa un non senso, la coscienza una trappola, la mente un luogo soffocante. E’ una cosa diabolica, il Grande Separatore compie la sua scissione peggiore, ci divide da noi stessi. Facevano bene gli antichi a mandare lo sciamano nel luogo dell’altrove a cercare l’anima smarrita. Non tu sei colpevole, la tua anima si è persa, è scappata via e tu soffri perché sei rimasto senz’anima, allora lo sciamano parte per un volo astrale e va a ricercare la fuggitiva per riportarla in te insieme al senso della vita. Oggi l’analista cerca la tua anima nei tuoi sogni, attraverso i disegni, creando giochi di musica o danza, che funzionano come riti moderni per acchiappare l’anima e fissarla di nuovo nel luogo della vita. Facciamo giochi per fare vita.
Ricordiamo la ragazza nera della prefazione, coperta di argilla finché non aveva ritrovato il suo destino, il suo scopo. La depressione è bianca, incolore, non come la morte, ma come la vita neo-nata che deve nascere di nuovo. E’ la preparazione per la creatura nuova, lo stato di incubazione, l’attesa prima del salto, il preambolo prima della storia. In questo senso la depressione è una fase preparatoria, come l’incubazione del feto. Con questo senso dobbiamo connotarla. Siamo noi il feto, il bambino non ancora nato, la depressione è la nostra placenta. Ferma la vita per creare vita, accettiamola il giusto tempo come una necessità naturale.

Certo è difficile vedere la depressione come una energia che può diventare positiva in quanto essa è uno dei maggiori pesi che dobbiamo sopportare nella vita, ci appare perciò come un atto contro natura in cui il grande universo diventa un piccolo punto angusto e negativo, come una terribile limitazione. E odiamo la sua persistenza autofagica che si nutre di noi, per tutto il tempo che ci tiene in pugno, fino al punto in cui si esercita una formidabile inversione. E’ una chiusura della coscienza; se chiudi la coscienza, elimini lo sforzo ma elimini anche la vita, il mondo interiore si ripiega, finché non ci sarà più un grammo di energia per fare niente di significativo. Paradossalmente essa è energia, ma invece di essere energia che tu mangi, è lei che mangia te. Se tu non mangi il drago, il drago ti mangerà. Eppure la stessa energia che si comprime è energia che potrebbe esaltarsi. L’energia è neutra, devi darle un significato. Ma qual’è il nostro significato? Spesso il significato è l’amore.

La protagonista del ‘Diario di una schizofrenica’ trova il suo significato in una madre simbolica: essere riconosciuta per potersi riconoscere. Spesso è la mancanza della radice a non far crescere la pianta. Colin Wilson dice: “L’uomo vive e si evolve nutrendosi di significato come il bambino si nutre di cibo”. Il significato nasce dalla vitalità che è un prodursi per uno scopo, energia che cresce in un riconoscimento.
Per molto tempo si è pensato che se mancava il primo riconoscimento, non avrebbe potuto prodursi nessun altro; eppure non è vero nemmeno questo. Il significato della vita non dipende da quanto ti regala la vita, non è un dono che ricevi passivamente, ma dipende da quanta energia metti nelle cose che fai. Sei tu che dai il significato o che crei la radice e lo puoi fare per quanto mescoli il tuo sforzo alle cose, per quanto esse discendono da te. A volte tutto comincia con un piccolo scivolamento; prendi male uno sgarbo, una lontananza, invece di minimizzare un negativo lo ecciti, scegli di ritirare le antenne, fai piccoli atti di introversione, decidi di non decidere… poi la cosa diventa una valanga, alla fine non reagisci più nel positivo. Sicuramente all’inizio ci sono piccole cose importanti, vivere bene è una disciplina che implica una volontà, quando è tardi la volontà diventa schiava.
Noi solo questo abbiamo: ciò che facciamo, ciò che si impasta di noi, ciò che si realizza attraverso il nostro essere. Ognuno deve volgersi al proprio fare, uno si cimenterà a correre sempre meglio, l’altro a cantare, un terzo a imparare una lingua straniera o a progettare un viaggio o ad ascoltare gli altri o a occuparsi di un malato. Il mondo non è ciò che ci viene dato ma ciò che noi gli diamo in base a ciò che siamo. Scoprire la nostra natura vuol dire già imparare a vivere.
Non si può essere felici se viviamo ciechi di noi ma non si può essere felici se viviamo solo di noi. Anche il nostro essere è un dono che facciamo al mondo. La vita è un compito ma non solo per noi stessi, e, quando si decide di venir meno al compito, la vita si affloscia come un pallone bucato. Il depresso pretende di essere legittimamente desolato perché non riceve dalla vita quello che crede gli spetti. La sua passività è una gola avida che vuol ricevere ciò che non produce.
La persona attiva inventa il proprio piacere in quanto se lo guadagna. La vita a volte bisogna sudarsela, ma non sempre si può; ogni volta che non lo facciamo, siamo come soldati in fuga, sconfitti prima di combattere.
Il depresso pensa di non avere un senso. Se il problema è l’amore, bisogna amare, l’attivo ama, diffonde amore e simpatia, impara a dire e fare quello che può piacere, porta doni, fa complimenti, offre servigi, si rende gradevole, offre simpatia, rallegra, è generoso, cerca di migliorare il suo aspetto, fa cose buone, si guadagna l’amore e alla fine lo merita perché lo produce.
Non esiste fiaba dove il protagonista sposi fin dall’inizio la principessa; la fiaba è un succedersi di prove, impegni, atti buoni e belli che sono diffusi verso ogni personaggio incontrato, in ogni parte della fiaba. La principessa non sposa il protagonista solo perché lui l’ha corteggiata, ma perché è stato buono col ruscello, ha protetto il daino, ha salvato la vecchia, ha separato tre quintali di semi… La vita ci sposa perché l’abbiamo lungamente corteggiata, perché ogni volta che il protagonista ha aiutato, salvato o protetto un altro… ha cresciuto se stesso. Si dovrebbe vivere attraverso noi, non per noi. Già concepire la vita come un mezzo e non come un diritto a volte cambia le cose. Contenere l’egoismo può essere un buon passo. Un decentramento dall’ego può costruire una crescita.
L’amore ci corrisponde in quanto noi abbiamo amato la vita, l’abbiamo protetta, aiutata, salvata, impegnandoci fuori di noi e oltre noi. Sembra paradossale dire queste cose mentre la società attorno abbaia il contrario e predica ideologie di prevaricazione e possesso. Ma la corresponsione vera del vivere non è proprio nel premio conseguito quanto nel fatto di aver vissuto in modo utile e fattivo, da vivi, non da zombi. Il viaggio non sta nella meta ma nel cammino. La vita non è un avere ma un fare, la vita è una pianta luminosa e sottile di cui aver cura e da coltivare con amore, nonostante noi.

Dunque due punti contano: vivere non solo per noi e impegnarsi nello sforzo. Lo sforzo è vitale, alimenta la vita. Lo sforzo può essere anche fisico, quante volte si ricomincia dal corpo! I bambini capiscono istintivamente la bellezza dello sforzo fisico, il bambino porta spaventosi pesi, esercitando non solo i muscoli ma il suo senso di espansione, cerca di arrampicarsi in posti erti mettendosi a rischio per la gioia del superamento dell’ostacolo, per saggiare la sua abilità, si sforza di andare in bicicletta per imparare la bellezza dell’equilibrio che è come volare con grazia e destrezza. Tutto quello che fa mette le ali. Crescendo lo dimentichiamo e sentiamo lo sforzo solo come fatica e oppressione. La depressione è la negazione dello sforzo. Non c’è cosa per piccola della nostra giornata che non possa stimolarci a farla meglio, anche svuotare un grosso armadio e rimettere le cose a posto cacciando via gli oggetti inutili può essere utile come dissodare un giardino o riordinare un cassetto. Non c’è di meglio, se sei di cattivo umore, che lavorare in un giardino o in un orto, specie se c’è molto da fare e se ci sono lavori pesanti e soluzioni da inventare; ti ritroverai sporco, sfinito, con le spalle rotte e le mani sbucciate ma con un senso di pienezza. Il lavoro, specie quello duro (spaccare legna, lavare i vetri, spostare i mobili, vuotare una cantina) ha in sé una speciale soddisfazione, le negatività sono bruciate, si producono endorfine o ormoni del piacere che sono euforizzanti naturali, la rabbia viene agita, la noia scompare, il contatto con cose solide, rassicuranti, come terra, alberi, pietre, materiali, riporta alla concretezza, alla solidità, al vero.

Jung consigliava spesso lavori manuali: fare un giardino o un muro, spostare pietre o cucinare, spaccare legna, ma va bene anche cucire o dipingere o imbiancare: “Fare cose semplici per sentirsi di nuovo semplici.”
Se lavori tre giorni per fare un pranzo galattico per i tuoi amici e crei tutte le condizioni perché si divertano e siano felici, alla fine ti ritroverai stanchissimo ma appagato. Se invece passi tre giorni sul divano a vedere la televisione, ti ritroverai istupidito e torpido, scontento di te e arrabbiato con gli altri, inquinato.
Io ho passato sette anni distesa su un letto al buio in situazione di coma, poi un giorno ho deciso di fare qualcosa per gli altri e ho inventato una situazione di incontro gratuito per una ripresa comune e sono guarita anch’io. Non sono guarita quando ho ricevuto qualcosa ma quando ho fatto qualcosa. Noi non siamo porti a cui le navi arrivano ma cantieri da cui le navi salpano.
Può essere che i primi passi siano quasi impossibili, ma lo sforzo crea di per sé energia, la macchina si mette in moto e alla fine si vola, ma niente senza fatica!

I centri di recupero o per la meditazione, persino i centri per boy scout prevedono un bel po’ di lavoro duro e di fatica fisica. Il lavoro ha una sua etica e un suo premio. L’inerzia non invade mai totalmente la psiche se il corpo si muove. Può occuparne molta parte ma possiamo fare appello alla parte residua per lanciare una sfida: ce la farò a vincere contro la voglia di non fare? Posso sfidare e provocare il piccolo eroe mai vinto che sta dentro di me e vedere se ce la fa a vincere l’inerzia e l’autocompatimento. E’ l’eterna lotta del bene contro il male. Mi alzo al mattino e non ho voglia di fare niente, anzi se potessi mi sdraierei davanti alla televisione o tornerei a letto. Il fatto stesso di sentirmi obbligata a rimettere a posto la casa, a lavarmi, a pulire, a dare al mondo che ho attorno una immagine più accogliente, a essere pronta a ricevere gli altri, è sufficiente a rimettere in moto le energie e, se non ho voglia di fare nulla per me, posso però crearmi degli impegni di lavoro fuori di me: devo finire una lezione, voglio regalare una cassetta registrata a una amica, so che qualcuno ha bisogno che gli telefoni o gli scriva, alla fine mi sento utile, necessaria, positiva, e se questi impegni non li ho me li invento, da fare nel mondo ce n’è fin troppo, alla sera avrò qualche soddisfazione in più, avrò colorata di senso la mia vita, sarò stata utile a me stessa e a qualcun altro. Alla sera posso chiedermi: cosa ho raddrizzato oggi, chi ho ascoltato, a chi ho sorriso, a chi ho fatto un regalo, a chi ho rivolto un pensiero carino, quale senso di bellezza ho scoperto e partecipato, in cosa sono stata positiva? Come dice Wilson: “Di colpo fui consapevole di vasti spazi interiori, di strani significati dentro di me”.

E’ quando costruisco il mondo che mi trovo al centro del mondo. “Sono come un albero che all’improvviso diventa conscio che le sue radici affondano profondamente, molto profondamente, nel terreno, assai più di quanto i suoi rami si allunghino sopra di esso”.
Guardiamo quante volte diciamo no alla vita, quante volte ci ritiriamo di fronte all’impegno, cediamo all’inerzia o dimentichiamo gli altri, quante volte siamo avari di noi e aspettiamo di avere ma non ci offriamo per dare.
Dostoievsky racconta questa storia: “Un ateo non credeva nella vita dopo la morte. Dopo la sua morte Dio gli ordinò di percorrere un miliardo di miglia per penitenza. L’ateo si stese a terra e rifiutò di muoversi. Dopo un milione di anni era molto stufo di stare lì e, trascinando i piedi svogliatamente, cominciò a camminare, e alla fine, a poco a poco, percorse il miliardo di miglia. Allora Dio lo fece entrare in cielo. Dopo cinque minuti che era in cielo l’ateo disse che, se avesse saputo che il Cielo era così bello, avrebbe percorso dieci volte di più solo per cinque minuti di paradiso”.
Dostoievsky capiva che c’è un significato mistico nello SFORZO, per cui qualunque sforzo è degno di essere affrontato indipendentemente dal risultato. Solo l’uomo che si sforza a migliorare una qualunque cosa della sua vita o della vita degli altri può sperare in una evoluzione che è premio a se stessa.
Lo sforzo deve essere accompagnato dalla BELLEZZA.
Posso bere il mio thè in un bicchiere di plastica, ma il senso della bellezza ha spinto la civiltà giapponese a fare della cerimonia del thè un rito impeccabile, il cui senso raggiunge l’anima.
Il prigioniero di Sing Sing trovò un uccellino che era entrato nella sua prigione e curare quell’uccellino e dopo di lui altri lo fece diventare un grande ornitologo e gli rese la libertà perduta.
Non è ciò che abbiamo che ci rende felici ma ciò che riusciamo a fare partendo da ciò che abbiamo o addirittura da ciò che ci manca.
Anna Frank aveva un diario ma quel diario, scritto da una bambina ebrea nella sua soffitta, è prova di eterno.

E una cosa ancora accade: più lo sforzo si orienta verso l’alto, verso la perfezione che da noi sgorga, più la vita ha sapore, la nostra percezione si affina e la coscienza cresce.
Noi”, come dice Wilson, “siamo sempre più capaci di reagire alle vibrazioni sottili dell’energia e dunque ci sentiamo vivi e vibranti… più elevata è la forma, più profonda è la sua capacità di registrare significati, e più è potente la presa sulla vita”.
Non solo ci espandiamo verso l’esterno, ma aumenta la penetrazione verso l’interno. Se la depressione è come uno strumento sordo o stridente, la capacità vitale è come una lussureggiante ricchezza di suoni in cui penetriamo nella molteplicità di toni della vita. La mente è infinita, le nostre capacità potenziali sono enormi; le possibilità di ascolto e di intelligenza dentro e fuori ci offrono un mondo ricchissimo.
Un bambino che è nel fiorire della vita vive una cascata continua di emozioni e di scoperte, perché la sua curiosità è insaziabile, perché il mondo lo attira e lo stimola finché non cade sfinito nel sonno. Ma anche l’anziano che si cimenta, impara, cammina, ama, ride… è come un eterno bambino la cui vitalità non cessa mai. Non c’è un’età per vivere, non c’è una condizione o situazione, c’è una volontà che alimenta se stessa. Attivare i livelli crea vortici positivi, anima e movimento, produce occasioni, potenzia risorse. E la vita risponde.
Bertrand Russel dice: “Devo, prima di morire, trovare un qualche sistema per dire la cosa essenziale che è in me e che non ho ancora detto, una cosa che non sia negativa ma sia proprio il soffio della vita ardente”. La vita ardente! Noi tendiamo alla brillantezza della vita ardente!

E accade poi che, quando ci attiviamo, il mondo si attivi attorno a noi con una serie di singolari coincidenze e le stelle, realmente, sorridano. Come un’eco, la vita esterna ci corrisponde e ci mostra la sua bellezza. La regola che impariamo è che il mondo ci rimanda ciò che gli mandiamo. Il potere fluisce dall’anima e la natura si fa avanti per baciarlo.
Wordsworth dice: “Divenni conscio che il segreto della vita consiste nel condividere la follia di Dio… il potere di far scaturire una particolare esultanza in voi stessi…una specie di erotismo cosmico”.
L’energia che inviamo agli altri è una vera e propria forza.
Dion Fortune, che fu psicologa freudiana e si occupò di occultismo, credeva che persone malevoli emanassero forze ostili che la psiche percepiva come disordine, smarrimento o infelicità. Anche la sfortuna rientrava nell’onda di queste forze, per cui un soggetto poteva esserne invaso e abbassare le proprie difese psichiche, con un arresto della propria energia attiva e una “resa vulnerabile alla sconfitta e alla stagnazione” o anche una propensione all’incidente e alla malattia.

Viceversa, attivare l’energia psichica in senso positivo verso gli altri o verso il mondo rende più forti e fortunati e crea un’onda positiva che si irradia tutto attorno. C’è una circolarità tra dare e ricevere, produrre e subire, per cui è altamente benefico diventare propulsori attivi di energia buona e forte, e ciò che si fa per il mondo torna a noi stessi in modo circolare. A volte basta fare piccoli spostamenti mentali, rovesciare una critica in una battuta possibilista, un rifiuto in una forma più accettante, un sentimento di antipatia in una formula più benevola.
Mia figlia è nata con la camicia ed è convinta non solo di essere fortunata ma di portare fortuna anche agli altri, ne è così convinta che anche gli altri alla fine lo credono e le portano continue conferme di questo. Ma poteva scegliere il contrario. Ogni psiche è una forza che capta il mondo ma anche lo plasma, è artefice di universo, in una circolarità ricettiva e irradiante. Dinamizzare le proprie energie ha effetti che si amplificano a spirale dinamizzando la realtà attorno a noi nello stesso modo. C’è sempre un atto di volontà una scelta, che sta prima di ogni nostri fare. Possiamo scegliere di essere così o così.

Un’altra cosa, poi. Noi crediamo che si debba focalizzare la nostra attenzione solo sulla mente conscia, qualche volta siamo consapevoli dell’intelligenza del nostro corpo, più spesso siamo preda dei nostri impulsi e soffriamo passivamente dei nostri sentimenti. Sicuramente può darsi che una delle nostre menti ci faccia soffrire nel negativo, ma ricordiamo che siamo tanti, abbiamo molte intelligenze, ognuna col suo linguaggio; deprimerne alcune o ignorarle ci fa fruire di un numero inferiore di risorse.
Quando la mente conscia ci dice che il mondo va male, Jung attira la nostra attenzione sulla mente inconscia, sull’intuizione per es., come sapienza superiore, che vede più cose e riesce a valicare tempo e spazio.
Jung aveva lampi di consapevolezza di fonte ignota ma di grande certezza, a cui si affidava, riceveva premonizioni e credeva nella forza sapienziale e rigeneratrice dei sogni, si sentiva fuso con la natura e percepiva i rapporti sottili che legano ogni uomo alle persone che ama o conosce.
Jung colloquiava con le sue guide interne, senza preoccuparsi se fossero o no visibili, le considerava vere realtà oggettive o realtà d’anima e anche da loro riceveva consigli e messaggi. Anche il colloquio con l’angelo può essere positivo.
Jung aveva rapporti col mondo dei morti e con ciò che era stato in altre vite. La sua realtà psichica era molteplice e ricca e non si esauriva nella mente razionale e nelle possibilità logiche o nelle percezioni tangibili. Ciò aumentava le soluzioni e anche le risorse.
Più che uno psichiatra, era un esoterico, un alchimista, percettivo delle molte forme che si intrecciano alla nostra. Infine credeva che attraverso l’interiorità di ognuno parlasse e si esprimesse l’Inconscio Collettivo, col suo patrimonio di conoscenze e risorse, che poteva prendersi cura di noi come una Grande Madre portandoci in salvo.
Può darsi che Io mi senta in pericolo, ma io non sono solo l’Io, sono altre cose, altre menti e altre forme, e quelle possono aiutarmi.
Infine Jung pensava che ogni condizione dell’uomo possa servire all’uomo, anche la depressione. La depressione è qualcosa che si cerca, dunque qualcosa che può essere trovato. E quel qualcosa può servire a scopi che non vediamo, o a vite che non sappiamo. Jung guardava più in là, non tendeva tanto all’abolizione del sintomo, quanto all’ampliamento dello spirito, per un salto di consapevolezza, a cui anche quel sintomo poteva essere funzionale.
Non si trattava solo di eliminare la sofferenza ma di far avanzare l’uomo oltre se stesso.
Quando diceva: “soffriamo perché siamo anime povere” intendeva questo. La terapia è evoluzione, la vita si guarisce salendo.

Siamo come castelli dalle mille stanze e ne usiamo solo alcune, strette e anguste come prigioni, in cui ci sentiamo soffocare, ritirati nelle piccole difficoltà quotidiane o nei disagi mentali, con lo sguardo fisso solo a quelli, come se non ci fossero per noi altri spazi, e abbassiamo talmente la nostra soglia di sofferenza che cose insignificanti ci danno il tormento, diventano insopportabili come un gesso che stride. Mentre l’uomo che ha il senso della propria grandezza e lascia respirare la sua anima, supera le piccole negatività del mondo, conquista l’imperturbabilità e niente scalfisce la sua calma serena e la sua forza magnanima.

Ma le possibilità sono infinite. Se il nostro sguardo si rimpicciolisce, diventiamo noi stessi più piccoli e insignificanti. E questo senso di insignificanza si riverbera sul mondo che diventa distante, mentre la vita stessa perde ogni senso e diventa un fardello inutile.
Il depresso è un forte accusatore, dice: sono depresso perché è successo questo, perché mi manca quello, perché sono sfortunato, perché non sono amato… Non fa nulla per procurarsi ciò che gli manca o un suo equivalente, non attiva l’energia, la blocca. Jung non intende risolvere la sua mancanza, gli dice: allarga l’anima, riprendi te stesso, esci dall’angolo, coltiva un giardino, dipingi, prega, spacca le pietre, corri in campagna, contatta gli altri, credi nella tua luce.
Al tempo di Freud la malattia era la nevrosi, oggi è la depressione. Siamo depressi come un puledro sarebbe depresso se lo chiudessero in un box senza farlo correre, la nostra energia vola bassa, cerca cose di basso livello o si fissa solo sul poco, sulla routine, sulle cose di massa, non si sperimenta in ampiezza e varietà, non produce tutto quello di cui sarebbe capace.
Siamo depressi perché non lavoriamo abbastanza per la nostra gioia, il nostro piacere, per cercare vita e produrla, non ci diamo altre possibilità e, se riduciamo al minimo la nostra vita, questa si ribellerà contro di noi e ci farà del male.
Vivere è un compito, non un premio.
La depressione è un atto di inerzia e di rifiuto. Ma la vita ama le persone di buona volontà: “Metti in moto la macchina!” diceva Pascal, il resto verrà.
Una cosa notiamo: che il depresso non ha attenzione per nulla attorno. E chi non ha interessi non è interessante. La sua coscienza si focalizza solo su di sé ma in sé non trova nulla, il restringimento della sua coscienza corrisponde a una diminuzione di luce, il suo se stesso da solo non è scopo di vita.
Ma ognuno è un ‘noi’, ognuno è mondo. Più la nostra energia vive in modo ampio e allarga i propri orizzonti, più la persona acquisisce completezza e pienezza.
Noi siamo ciò che pensiamo. Dipende da noi restringere o aumentare il cerchio del nostro pensiero e quindi del nostro essere.

Al limite opposto abbiamo l’eroe, il mistico, il santo, il creatore, l’inventore, il genio, l’artista… colui che libera e scatena le forze magnetiche di una energia liberata. Gilgamesch sognò una stella che cadeva a terra come una grande pietra e il suo popolo si rianimò e adorò questa pietra. Egli era un depresso che faceva deperire anche il suo popolo, ma il sogno liberò la stella e Gilgamesch diventò un eroe, e anche il suo popolo fu rianimato dalla nuova energia e non venerò lui ma la stella che si esprimeva attraverso lui, venerò l’energia.
Sentirsi strumento di grandezza, di amore o di bellezza rende l’uomo capace di grandi cose e ispira gli altri a seguirlo. Finché riferiamo tutto a noi, la scena è angusta e le possibilità limitate, ma quando ci sentiamo strumenti di valori e ci viviamo come mezzi per realizzare lo spirito, ecco che possiamo valicare le nostre forze e superare le nostre possibilità.
Questo è il senso epico della vita, per cui non occorre essere Gilgamesh per vivere in modo grande, basta avere un vecchio da curare o un’amica da consolare, basta avere mani, occhi e cuore per fare di ciò che facciamo un piccolo capolavoro, come Babette col suo pranzo. Creare qualcosa oltre noi stessi.

Avevo un’amica, Lori, il cui dono più grande era il sorriso, il suo viso era così dolce e radioso che la gente era attratta da lei e le sorrideva per la strada, era come un sole tenero. Un sorriso non si inventa, nasce da una moltitudine di pensieri sereni, dalla dolcezza del cuore che si esercita in una vita d’amore. Avremmo bisogno di un sorriso così quando siamo davanti a uno sportello e l’impiegata arcigna si rifiuta di ascoltarci e ci manda via in modo sgarbato, quando un medico assente ci dà col contagocce le notizie di un parente operato, quando un superiore ci sevizia o un parente scarica su di noi il suo malcontento.
Cura, attenzione, amore che esce fuori di sé, dimenticare il proprio egoismo e costruire bellezza attorno, queste sono cose che tutti possono affrontare. Nulla è troppo difficile o lontano da noi, l’inerzia trascina in basso, l’azione vera porta verso l’alto. L’uomo depresso si allontana dalla verità.
La vitalità si associa alla consapevolezza, l’inerte non è consapevole di niente, non vede bellezza, non sente amore, è cieco e sordo agli altri, la sua vibrazione è annebbiata, non vede i colori, non sente i suoni, non risponde ai segnali fioriti che la vita gli manda, è come un pianoforte che ha perso i tasti e risuona sordamente.
La negligenza è sordità di vita e dunque perdita di occasioni.
L’I Ching dice: Coloro che seguono la parte di se stessi che è grande diverranno grandi, coloro che seguono la parte che è piccola diverranno piccoli”.
Jung porta l’uomo ad alzare lo sguardo verso la sua parte magnifica e fluente. Grande deve essere il lavoro ma non l’aspettativa. Se grande è solo ciò che è atteso, la tendenza si rovescia. L’uomo che cerca a tutti i costi l’amore non lo troverà, la donna che cerca a tutti i costi di essere madre diverrà infeconda, nemmeno la telepatia si può attivare con un desiderio troppo forte di attivarla o il colloquio con i morti o la relazione con l’angelo.
C’è un campo dell’azione dove dobbiamo fare tutto quello che possiamo, e un campo dell’imponderabile dove dobbiamo essere leggeri come colombe.
C’è un donarsi della vita che viene quando ti apri e diventi fiducioso, quando non aspetti nulla e non esigi nulla. Anche nella meditazione orientale c’è un risultato che sorge quando si cessa di volere e si diventa ricettivi.
Così la vita è un’alternanza di impegno e di fede, pienezza e vacuità.

Gurdjieff spronava i suoi allievi con dosi massicce di lavoro, proponendo compiti impossibili; il continuo sforzo spazzava via oceani di nebbie depressive, quel che restava era genio puro. Egli era convinto che l’uomo che lavora fuori di se stesso cresce in se stesso. Noi cerchiamo significati nella vita, in realtà, diceva Gurdjieff, noi siamo addormentati pesti, non vediamo significati perché siamo immersi in un coma profondo e ci muoviamo come sonnambuli. Una scossa violenta, un lavoro pesante, un impegno micidiale scuotono l’uomo che dorme.
In tempo di guerra non ci sono depressi. Nei mondi di pura sopravvivenza non esiste depressione. La depressione è la noia di civiltà stanche e appagate. Non abbiamo bisogno di ipnotici, la nostra insonnia è la risposta notturna alla noia quotidiana. Il significato non si trova, c’è già, ci circonda, interi mondi da attraversare, migliaia di persone da aiutare, il senso c’è, bisogna svegliarsi per trovarlo, uscendo da se stessi per ritrovare se stessi. Gurdjieff era convinto che qualunque inizio, qualunque sforzo intenso, producesse uno shock alla coscienza addormentata e la destasse di colpo. I suoi baroni, i suoi conti… erano costretti a fare del duro lavoro, spaccavano pietre, tagliavano alberi…e poi… altro duro lavoro sul proprio corpo per tirare fuori di sé l’impossibile.
Gurdjieff diceva: “Fa’ un lavoro manuale duro e, mentre lo fai, impara a memoria un lunghissimo elenco di parole straniere. Se sarai troppo occupato nel lavoro che fai, non avrai tempo per commiserarti”.
E’ meglio tormentare il proprio spirito che soffrire la propria vacuità”.

L’io è nemico del noi. Anche Eraclito diceva che chi dorme vive in un sonno privato, ma chi si desta si sveglia a una coscienza collettiva. Più aumenta la consapevolezza universale, più diminuisce la solitudine dell’io. Più si vive a un basso livello di coscienza, più si resta oscuri a noi stessi.
Viviamo sempre al di sotto delle nostre potenzialità, esprimendo una parte infinitesima del nostro valore. Forse un giorno saremmo giudicati per questo, non ci chiederanno se abbiamo obbedito ai dieci comandamenti ma se abbiamo vissuto veramente e che cosa abbiamo fatto dello spirito vitale che ci è stato dato. Come dice il poeta: “La morte ha da trovarci vivi!”. E Jung: “Da un punto di vista individuale e clinico, l’analista junghiano non cerca tanto di guarire le malattie dei pazienti, quanto di aiutarli a scartare le scorie che li imprigionano, di distruggere le calcificazioni psichiche, la pietraia impersonale che ricopre la forma vera e individuale di ognuno”. E ancora: “La vita è piena di speranza, di brutalità, di dolore, di malattia e di morte, tuttavia ha una pienezza, una soddisfazione, una bellezza emotiva insondabile”.
..
http://masadaweb.org

2 commenti »

  1. Molto interessante. Grazie

    Commento di Paola Lombardo — ottobre 21, 2010 @ 10:24 pm | Rispondi


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