Nuovo Masada

settembre 18, 2010

MASADA n° 1196. 18-10-2010. L’economia partecipata

Filed under: Masada — MasadaAdmin @ 2:31 pm

(Mondrian)

Padre Balducci e la ricchezza iniqua – Anche Veltroni fa la sua scissione – Bondi, il Ministro che distrugge la cultura – Chi difende l’acqua pubblica? – L’economia partecipata: la cogestione – I Nuovi Municipi e il bilancio partecipato – Cos’è wikipedia – Oltre la dx e oltre la sx –

Italia come il Congo per la libertà di stampa, peggio di Botswana e Namibia per la corruzione, vicini a Sudan ed Egitto per il debito pubblico… Berlusconi ha reso l’Italia talmente simile all’Africa che Veltroni ha deciso di restare.
(Stefano Moretti)

Doriana Goracci ci manda:
In bocca ai lupi

un avvenire silenzioso, in cui il futuro si ripercuote
quando al posto della vita, troveranno le aule vuote
senza voli di speranza, sopra il dio dell’ignoranza ;
solo avere o non avere il cristo appeso in una stanza
ad imparare la filosofia, come leggere
la vita sopra a una posologia
rotolando inanimati, dentro a un vortice di corrente
dove il pensare è relegato ,in una luce intermittente
confezionato in serie, nella fabbrica della scuola
esce un nuovo dirigente con collare e museruola
che si mette assieme agli altri a pisciare su una aiuola

per marcare il proprio ambiente
nel suo spazio inesistente
rimanendo per la vita”laureato e ripetente”

da Riccardo Solari (amico poeta libero di FB)

Ernesto Balducci (sunto)

Ernesto Balducci osservava che, nel Vangelo di Luca, Cristo non fa differenza tra ricchezza giusta e ingiusta. La ricchezza è intrinsecamente disonesta.
Quanti amministratori si fanno amici attraverso transazioni disoneste, quanti commercianti speculano per trarre guadagni illeciti!
Ma è troppo comodo uscire dalla città considerandola perduta.
Se è vero che la ricchezza è iniquità, siamo tutti dentro una struttura iniqua che non abbiamo costruito, eppure ci viviamo. Oggi poi non c’è un fatto economico in un punto qualsiasi del pianeta che non abbia rapporti oggettivi con un altro fatto economico. Il nostro benessere e la fame del mondo sono tali che l’uno è perché c’è l’altro. Qualcuno dice: «Non c’è niente da fare». Molti giovani lasciano la vita sociale, cercano un modo di vivere più legato alla natura.
Non è però la via giusta, perché o ci si salva insieme o non ci si salva. Se io voglio salvarmi lasciando alla loro perdizione i corrotti, già per questo non mi salvo.
Viviamo in una società di scambi, dove la fatica di uno rifluisce in beneficio di tutti e la fatica di tutti rifluisce, come possibilità di godimento di un bene, su ciascuno.
Il denaro è un ritrovato dell’uomo sociale, dell’uomo razionale. Ma se i rapporti col denaro sono improntati alla violenza, alla prevaricazione, al dominio dell’uno sull’altro, tutti andremo male.
L’economia è perversa se da una parte crea l’accumulo di denaro e dall’altra lo sfruttamento e la povertà.
Il valore cristiano fondamentale non è difendere Dio ma liberare i poveri dallo sfruttamento.
La scelta di fondo da fare non è quella di una ricchezza pulita che non c’è. Anche i salari, gli stipendi rientrano in questo. Noi possiamo usufruire di una privilegiata spartizione del reddito se esso viene da uno sfruttamento compiuto altrove. Non c’è nessun soldo puro. Ogni soldo puzza. Ma invece di stare a demonizzare il soldo andiamo a vedere i rapporti reali che nel denaro si rispecchiano.
Il 1° obiettivo è cambiare questo mondo, nel piccolo e nel grande, facendo scelte precise, chiederci, di fronte a ogni legge o programma che ci viene proposto, cosa significa per coloro che portano il peso dell’iniquità della ricchezza.
Noi amministriamo cose che più o meno sono derivate da una organizzazione-rapina. Saperlo porta a una severa attitudine morale che poi scatta nei momenti giusti a suggerirci valutazioni conformi a verità.
Siamo stati così mercificati mentalmente che non sappiamo più vedere le cose se non secondo il valore di merce. Anche Dio viene mercificato come garanzia dell’ordine economico esistente.
L’occhio mercificato è l’occhio che domina, per cui ci è negata la purezza delle cose, un contatto vero con la realtà. Così la nostra vita consumistica ci fa deperire come soggetti umani.
Perfino nei nostri rapporti inter-soggettivi quel che conta non è l’essere ma l’avere. Noi siamo fieri di stare con gente che ha, non con gente che è. Uno che è ma non ha, non conta più nulla per noi. Abbiamo questo vizio strutturale, una deformazione antropologica radicata che ci rende presuntuosi. Abbiamo una ripugnanza profonda per l’uomo che non ha. Questo è l’effetto della ricchezza iniqua: siamo disumanizzati. E’ perciò cerchiamo dei rapporti veri, veramente umani. Cerchiamo un rapporto con la natura non soggetta alla terribile legge che sta distruggendo tutto.
Qui ci vuole una rivoluzione culturale che ci restituisca gli occhi veri: nei rapporti reciproci, nei rapporti con la natura, con le cose, nei progetti della giornata.
20-30 anni fa credevamo di essere l’avanguardia nella carovana umana e si guardava gli arretrati dicendo: «Presto arriverete anche voi». Oggi non abbiamo più il coraggio di dirlo.
Vorremmo finalmente ritrovare rapporti di scambio in cui la legge non sia quella della ricchezza ingiusta ma dell’amore reciproco, della solidarietà. Ormai ce lo gridano le piante, il cielo, i frutti che portano il segno della vergogna.
Dobbiamo ridare concretezza a questo sogno antico ed essere molto più abili dei figli delle tenebre, che amministrano il mondo. Abilità non vuol dire astuzia, vuol dire scal¬trezza, competenza, impegno, attenzione. Dobbiamo non ritirarci lasciando il mondo in mano agli amministratori iniqui ma sottrarre il mondo dalle loro ma¬ni. E’ questo il nostro compito.
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DEMENZE
VV

Mentre Berlusconi scende a picco e la compravendita dei 20 onorevoli lo mette
a ricatto di Fini e della Lega, proprio quando il Pd potrebbe fare punto per autogoal degli avversari, il demenziale Veltroni provoca una scissione interna rigettando Bersani e annunciando che il suo gruppo si separerà dal Pd. Per quanto uno possa anche pensare che un candidato preso fuori dal Pd sia ormai meglio di qualsiasi candidato preso nel Pd, soprattutto se preso da D’Alema, il sabotaggio interno costituito dalla scissione di Veltroni è talmente anomala. talmente idiota, talmente suicida, da far sembrare Fini un grande statista.
Non se ne può più di questi deficienti incapaci e falliti che tirano il Pd sempre più a fondo come macine di mulino!
Ma facciamo una colletta e mandiamo Veltroni e D’Alema in Africa per sempre, non necessariamente insieme, non necessariamente ad Hammamet, ma fuori dai coglioni!
Per indicare quanto questo gesto sia autolesionista, cretino e inutile, basti pensare che il pacifico Prodi, che ormai è fuori dalla politica e ormai conta quanto un privato elettore, è stato preso dalla disperazione ed è andato in escandescenze. Ma ci sarà mai fine al masochismo dentro il Pd! Ma si suicidino e facciamo prima! Possiamo noi pensare di essere governati da dei coglioni?
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Paolo p
Il problema è che ormai non è più un “paese”. E’ solo un osso da finire a spolpare. sento dire che abbiamo toccato il fondo ma continuiamo a scavare. Se anche Confindustria ha aperto gli occhi preoccupata della situazione siamo proprio alla frutta. Io penso che i sostenitori del Berlusca siano colpevoli quanto lui e complici nella distruzione del nostro stato (ormai nove anni su dieci di governo dal 2000, senza un punto di programma realizzato). Sulla nostra credibilità: ieri sentivo alla TV che non vengono più capitali stranieri in italia, ci credo appena arrivano scompaiono da qualche parte e chi se ne appropria non rischia mai nulla. Finchè i bilanci possono essere truccati senza che accada nulla chi volete che venga ad investire da noi?

FAMA NON OLET
Viviana Vivarelli

Non riuscirò a parlare con sufficiente disprezzo di un Ministro indegno come la Gelmini che con totale cinismo e spregiudicatezza sta mandando a fondo la scuola italiana, pur di mantenere i fasti e i nefasti della corte di Berlusconi, con la sofferenza di migliaia di famiglie e e quella di migliaia di insegnanti e operatori scolastici.

Ministro non meno indegno è quel Bondi che dopo aver ammazzato a tagli tutto il mondo del teatro e della cultura, ci viene ora a dire che in Italia non si faranno mai più mostre d’arte.
Una mostra che vale 4 milioni ne ricava 6, ma a questi sciagurati manca totalmente il senso del valore di ciò che questo paese è e può dare. Siamo lo stato primo al mondo per opere d’arte e il ministro dei beni culturali ci dice che non ci sono più soldi per fare mostre e che quella di Roma per Van Gogh sarà l’ultima. Davvero non solo lo spirito imprenditoriale è morto in questo paese ma i vari settori produttivi (e l’arte e la scuola in primis) sono in mano dei suoi assassini. Tale è l’incultura di questa gente che considera sviluppo solo quelle grandi opere da cui può trarre immediate mazzette, e ovviamente l’arte, la ricerca e la scuola non lo sono.

Un’altra cosa volevo dire: è tale il degrado culturale e l’appiattimento dei nostri media a una totale assenza di morale pubblica, che la RAI e persino RAI3 si permettono di offrire a tizi del calibro di Stracquadanio ruoli di opinionista. Io pensavo che un discredito totale avrebbe colpito costui negandogli qualsiasi visibilità, visto il cinismo e l’abiezione delle sue dichiarazioni, al contrario è il personaggio più richiesto dai talk show. Con disgusto dobbiamo notare che qui una volta di più non il merito o il valore o la virtù contano ma la capacità di far scena, di far parlare di sé, non importa se nel male, per cui le star del momento sono il sindaco di Adro, Stracquadanio o quel Nucara che non ha vergogna di dire che è incaricato da B di comprare onorevoli. Una volta si diceva che pecunia non olet, ora non olet nemmeno la fama, e non sia a guardare se è stata guadagnata per merito o per demerito.

CHI DIFENDE L’ACQUA PUBBLICA?

Purtroppo mentre Berlusconi e Lega vendono indegnamente la nostra acqua, Pd, Centro e Idv non si impegnano abbastanza per difendere l’acqua pubblica.
E’ grottesco che Bossi celebri con riti di fantasia l’acqua del Po e Borghezio dica, con caldi e commossi accenti, che “Bossi ha messo il sacro nella politica” e poi, nei fatti, la Lega svenda l’acqua pubblica in un mercato vergognoso, come se l’acqua di tutti i fiumi e le sorgenti italiane fosse meno sacra di quella del Po.
Non saranno certo le sceneggiate fatte ad uso e consumo dei fanatici a impedire che ciò che è di tutti diventi preda mercantile di pochi.
Bossi nega col suo voto quello che proclama solennemente davanti ai suoi, macchiandosi di spergiuro.
In quanto a Fini, nel suo lungo discorso di Mirabello, non ha fatto il minimo accenno al turpe mercato dei beni pubblici, acqua e demanio (forse non sono patria anch’essi?) mentre ha votato per la loro morte come gli altri membri di questo governo, questo che resterà nella storia come il governo della dissoluzione e disintegrazione di ogni diritto civile e valore nazionale.
Ora la difesa dell’acqua pubblica resta a noi cittadini. Deve essere la nostra battaglia! Non dobbiamo e non possiamo disertarla!

Scrive Zanotelli
REFERENDUM ACQUA- LA VITA VINCE!

La cittadinanza attiva italiana ha ottenuto una straordinaria vittoria raccogliendo un milione e quattrocentomila firme per chiedere un referendum contro la privatizzazione dell’acqua(Legge Ronchi ,19 novembre 2009).
Questo grazie a una straordinaria convergenza di forze sociali che vanno da associazioni laiche come Arci o Mani Tese, o cattoliche come Agesci o Acli, da sindacati , da movimenti come NO TAV o NO Dal Molin, da reti come Lilliput o Assobotteghe…. In nessun referendum si era mai visto un tale schieramento di forze sociali così trasversali , che hanno trovato poi la capacità di organizzarsi a livello locale, provinciale, regionale. E’ stata l’acqua, fonte della vita, che ha riunito in unità la cittadinanza attiva. E’ fondamentale notare che tutto questo è avvenuto senza l’appoggio dei partiti, senza soldi e senza la grande stampa. I partiti al governo ci hanno attaccato pesantemente (le dure dichiarazioni di Ronchi e Tremonti), mentre i partiti dell’opposizione presenti in Parlamento (PD e IDV) ci hanno remato contro.
Il Comitato Referendario ha sfidato il popolo italiano con delle scelte ben precise. In piena vittoria del mercato e della finanza, i 3 quesiti referendari chiedevano che , 1°, l’acqua venisse dichiarata un bene di non rilevanza economica, 2°, l’acqua venisse tolta dal mercato e, 3°, che non si facesse profitto sull’acqua. E’ il massimo che si può chiedere a un popolo in pieno neo-liberismo.
Intorno ai banchetti della raccolta firme, si è svolta “la battaglia antropologica fra la persona, dotata di diritti e doveri e l’homo economicus, furbo, speculatore irresponsabile e pronto a tutto, pur di arricchirsi”- così ha scritto il costituzionalista Ugo Mattei.
Ha vinto la persona, ha vinto il diritto umano. Ed è la prima grande vittoria per un bene comune(insieme all’aria) più prezioso che abbiamo.
A Roma abbiamo festeggiato questa vittoria a Piazza Navona il 19 luglio, portando poi gli scatoloni contenenti le firme alla Corte di Cassazione. Che festa!
Ma ora si apre la campagna referendaria vera e propria!
Per questo, il 4 settembre, i referenti regionali del Forum italiano dei movimenti per l’acqua pubblica, si sono ritrovati a Roma per valutare come procedere e sopratutto per preparare l’incontro nazionale di tutto il movimento in difesa dell’acqua pubblica, che si terrà a Firenze (18-19 settembre).
La Corte Costituzionale entro il 15 ottobre dovrà esprimersi sulla validità delle firme raccolte e poi darci i quesiti referendari, ed infine dovrà fissare la data del referendum dal 15 aprile al 15 giugno 2011.
E’ un appuntamento fondamentale questo,per cui dobbiamo organizzarci così bene da portare almeno 25 milioni di italiani a votare (è il quorum necessario per la validità del referendum).
Mi appello a tutti perché ogni cittadino italiano e ogni cristiano si impegni per salvare “sorella acqua”. In questo cammino referendario, abbiamo avuto l’impegno serio di tante associazioni cristiane, di parrocchie e anche di diocesi (la diocesi di Termoli per esempio), ma ci è mancata la voce dei Vescovi, sopratutto della CEI. Dopo le parole così chiare del Papa sull’acqua nella sua enciclica sociale, mi aspetto che i vescovi facciano altrettanto ,perché questo è un problema etico, morale, vitale per il nostro paese e per l’umanità. Se perdiamo il referendum sull’acqua, abbiamo perso tutto.
Per questo chiediamo a tutti di impegnarsi a tutti i livelli.
A livello personale chiediamo uno sforzo per informarsi e informare sull’acqua tramite internet (www.acquabenecomune.org), tramite cd o dvd (come Per amore dell’acqua), libri, opuscoli per potere poi coscientizzare la gente con incontri pubblici, dibattiti, conferenze e serate sul tema. Solo così potremo portare 25 milioni di italiani a votare. La grande stampa e i media non ci aiuteranno!
A livello comunale, chiediamo a tutti di fare pressione sui propri consigli comunali perché votino a maggioranza che l’acqua è un bene di non -rilevanza economica, modificando poi lo statuto comunale per inserirvi quella decisione. Questo potrebbe diventare un altro referendum popolare. Perché, per esempio, per la Giornata dell’acqua (22 marzo 2011), non potremo invitare quei Comuni che hanno così votato ad esporre un simbolo e a contarsi?Potrebbe essere questo il referendum dei Comuni.
Ma c’è di più! Dobbiamo far passare la notizia che la legge Ronchi non proibisce il totalmente pubblico. E quello che la legge non proibisce, facciamolo! Dobbiamo gridare dai tetti che i Comuni, le province, le regioni e le comunità di valle che vogliono gestire la loro acqua come Azienda Speciale o Ente di Diritto Pubblico, lo possono fare. E’ questo il contributo della cittadinanza attiva di Napoli alla lotta contro la privatizzazione dell’acqua. E’ stato l’avvocato M. Montalto, sostenuto dall’Ordine degli avvocati dell’Ambiente di Napoli, e il costituzionalista A.Lucarelli della Federico II di Napoli, a dimostrare che questo si può fare. E’ questa la sfida in atto in Puglia per trasformare l’Acquedotto Pugliese da Spa a Ente di diritto pubblico. E’ la sfida in atto nel Comune di Napoli di far passare l’Arin da Spa a Azienda Speciale. Speriamo che questo avvenga presto e Napoli diventi la “capitale dell’acqua pubblica”, anticipando il risultato del referendum.
Ci conforta in questo la decisione dell’assemblea Generale dell’ONU, che ha approvato lo scorso luglio la risoluzione che “dichiara il diritto all’acqua potabile e sicura e ai servizi igienici ,un diritto umano essenziale al pieno godimento della vita e di tutti i diritti umani” .
“Questa risoluzione è un fatto storico importante- ha detto R.Petrella – , un significativo passo in avanti sul cammino dell’accesso all’acqua potabile per tutti.” Questo nostro impegno per l’acqua pubblica, ha infatti una portata mondiale, sopratutto per i più poveri.
Sull’acqua ci giochiamo tutto sia per noi, sia per i poveri. Se perdiamo l’acqua, abbiamo perso tutto.
Dobbiamo vincere! Se ce l’ha fatta l’Uruguay, la Bolivia, l’Ecuador, Parigi, ce la possiamo fare anche noi.
Diamoci da fare: si tratta di vita o di morte per noi, per i poveri, per il pianeta.

CRISI GLOBALE PER L’ACQUA
Sergio Paronetto

L’Onu paventa 135 milioni di morti, soprattutto bambini, nel prossimo decennio
C’è un’altra crisi globale da scongiurare, quella dell’acqua

In assenza di misure efficaci di salvaguardia dell’acqua potrebbe verificarsi una crisi globale che nell’arco di un decennio potrebbe provocare entro il 2020 135 milioni di morti, in massima parte bambini. Lo sostiene l’Unep, il programma per l’ambiente dell’Onu, nel Greening Water Law, un rapporto prodotto e proposto in occasione della Settimana mondiale dell’Acqua, la manifestazione internazionale che ha concluso sabato a Stoccolma la sua ventesima edizione. L’Unep raccomanda a Governi e organizzazioni che operano nel campo dell’approvvigionamento, gestione e tutela dell’acqua in mettere mano alle legislazioni vigenti per dare la necessaria priorità alle istanze ambientali di salvaguardia.
Secondo il documento c’è già in corso una sorta di guerra tra le necessità in continua crescita della popolazione mondiale e il sistema ambientale e naturalistico che ha bisogno di acqua per mantenersi in vita. Anche in questo caso si tratta di una guerra contro i poveri. Sempre più impoverito, infatti, è l’ambiente planetario, mentre cresce di anno in anno il numero delle persone prive di accesso all’acqua.
Il rapporto dell’Unep, in linea con quelli diffusi negli ultimi mesi dalle diverse agenzie dell’Onu, ricorda che 1,8 milioni di bambini sotto i cinque anni muoiono ogni anno per malattie gastroenteriche attribuibili a una mancanza di acqua potabile e servizi igienici di base. Secondo l’Unep, se non verranno adottate misure più eque e organiche per migliorare l’approvvigionamento d’acqua dolce per tutti gli usi, il numero delle vittime di questa guerra potrebbe appunto salire a 135 milioni entro il 2020. Al tempo stesso, l’impiego irrazionale delle acque dolci e il suo impatto sugli ecosistemi è la causa principale della perdita di biodiversità i cui effetti sono ben evidenti in fiumi, laghi e zone umide in tutto il mondo. Secondo il rapporto è necessario costituire una autorità mondiale dell’acqua che predisponga una strategia sostenuta da un corpus legislativo. Ma è anche prioritario mettere mano agli attuali modelli di sviluppo per orientare le scelte verso indirizzi più equi e sostenibili. Purtroppo, questa priorità sembra ignorata, mentre i reali rapporti di forza impediscano ancora l’affermazione dei principi di diritto internazionale che, almeno in teoria, tutti i Governi dichiarano di condividere. Ne ha offerto una dimostrazione, proprio quest’anno, la proclamazione fatta dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite dell’acqua come diritto umano fondamentale. La risoluzione dell’Assemblea, non vincolante per gli Stati, non ha avuto adeguata diffusione sulla stampa internazionale, né tanto meno è stata seguita da significative inversioni di tendenza nelle politiche governative a ogni latitudine.
Lo Stockholm International Water Institute (Siwi), che organizza l’appuntamento annuale, ha sottolineato che la tendenza degli ultimi anni sembra andare anzi in direzione contraria. Mentre da più parti si continuano a perseguire, sotto diverse forme, progetti di privatizzazione dell’acqua, nei Paesi in via di sviluppo – e non solo – persistono gravi ritardi internazionali nelle iniziative volte a garantire l’accesso all’acqua potabile a tutti gli esseri umani. Il Siwi ha insistito quest’anno soprattutto sul punto della qualità dell’acqua, lamentando che questo tema è “messo da parte rispetto ad altri meno urgenti” dagli organismi internazionali e dai Governi dei Paesi avanzati, con un atteggiamento inaccettabile in un mondo in cui ottocento milioni di persone non hanno accesso all’acqua potabile e oltre due MLD e mezzo non dispongono di un decente sistema di fognature.
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L’ECONOMIA PARTECIPATA. LA COGESTIONE
Viviana Vivarelli

Un passo fondamentale in un sistema di democrazia partecipata è la cogestione del lavoro, di cui fa buona prova la Germania.
La cogestione è un sistema che sta esattamente all’opposto del sistema illegittimo, illegale e predatorio di Marchionne, che stralcia i lavoratori come fossero pezzi di bestiame Nella cogestione al contrario c’è la partecipazione attiva dei lavoratori nei processi decisionali delle aziende, con ovviamente anche una partecipazione ai risultati economici e alla redistribuzione degli utili. E’ la democrazia portata in azienda e con essa la faremmo finita con tragedie come il fallimento di Parmalat o della Mariella Burani per speculazioni in Borsa dei proprietari, o la chiusura per delocalizzione della Omsa per avidità eccessiva di ricavi.
USA e Germania sono ai due estremi.
In USA i lavoratori non hanno alcuna rappresentanza negli organi decisionali e la gestione è affidata a manager che hanno il compito di massimizzare il profitto per gli azionisti soci (vd Marchionne). Invece in Germania, i lavoratori e le rappresentanze sindacali hanno un potere significativo nella gestione dell’azienda.
Ricordiamo che l’Argentina è fallita perché i suoi governi hanno seguito le direttive dei grandi organismi neoliberisti internazionali: la Banca Mondiale, l’Organizzazione del Commercio… e che l’Italia di Berlusconi è orientata sulla stessa falsariga.: privatizzazioni, riduzione del welfare, distruzione delle forze sindacali, mano libera ai confindustriali anche se agiscono illegalmente, distruzione dello statuto del lavoro
ecc. E’ vergognoso che in una simile condizioni l’UE ci chieda una ‘moderazione dei salari’, il che in termini spiccioli significa portare alla fame i lavoratori.
Quando l’Argentina ha toccato il fondo e si è trovata con le banche chiuse, fallimenti a catena e i magnati che scappavano col malloppo, la cogestione è stata l’unico modo per non chiudere le fabbriche e ricominciare a crescere.

La cogestione nelle imprese si sta allargando in America latina, in Venezuela, in Argentina..ma i nostri media embedded si guardano bene dal parlarne. Sono le fabbriche senza padrone. L’analogo in economia della democrazia senza partiti.
Le nuove parole del terzo millennio sono: democrazia partecipata, nuovi municipi, politica senza partiti, fabbriche senza padrone. La rivoluzione dal basso è cominciata.
In Venezuela, con quel Chavez che il liberismo tenta di screditare in ogni modo, il Governo appoggiò le fabbriche che volevano darsi una gestione partecipata.
Dopo l’83 le aziende in crisi erano migliaia e chiudevano. Chavez, come arrivà al governo, cominciò a espropriarle per un programma di recupero industriale. Oggi, non solo lo Stato appoggia le fabbriche ma le compra anche dalle banche che le detengono per essere fallite e poi le passa agli operai.
Ci sono tre modelli: quelle che sono al 100% cooperative , le statali e quelle che hanno una partecipazione statale del 51% , anche in questo caso l’assemblea dei lavoratori elegge il direttore. Subito 800 imprese entrarono in un modello di cogestione. Tra le imprese statali l’impresa dell’alluminio fu quella più avanzata, è al 100% statale eppure costruisce un modello in cui il controllo è degli operai.
Chavez elencò in tv 1.100 imprese chiuse e fece appello alla popolazione affinché le occupassero, dando la preferenza alle cooperative negli acquisti di beni e servizi. Ci sono poi i crediti a condizioni agevolate. Lo Stato investì soldi nelle nuove imprese, sotto forma di crediti che la cooperativa, dopo un anno di esenzione, paga con interessi dall’1 al 4 % annuale, quando l’inflazione in Venezuela arriva al 15%. E mentre si paga questo credito, lo Stato trasferisce azioni alla cooperativa.
Ma in Italia Tremonti e Berlusconi ci tengono all’oscuro di tutto questo e ci danno da credere che esistono solo due vie: o la cessione immediata di ogni diritto al sistema Marchionne o la morte per fame.

Tremonti ha la faccia di ridere del sistema tedesco che basa la produttività su fattori ben più vari di quella riduzione di salari e diritti che sembra la mannaia forzata dei lavoratori italiani e sconfessa sia coloro che vedono l’unica sopravvivenza del capitale nella delocalizzazione o quelli che attaccano la classe operaia per presunti vizi di rendimento (e tra questi mettiamoci anche gli immondi Bonanni, Angelletti e D’Alema).
Dire che la macchina tedesca lavora a pieno ritmo tenendo compressi i salari è privo di senso quando il salario di un operaio tedesco, con lo stesso euro, è doppio di uno italiano. Se la Germania è la prima potenza industriale d’Europa, questo non accade in virtù di una Confindustria allattata e viziata da 60 anni a suon di contributi statali e mancanza di controlli fiscali e finanziari. E nemmeno grazie a delocalizzazioni spietate. E non porta con sé una crescita di prezzi e costi grazie alle bollette sempre in aumento, ai trasporti passati tutti su gomma, alle tasse esose e crescenti, agli iter burocratici sempre più farraginosi, ai processi giudiziali dall’esito incerto, alla mancanza di infrastrutture..La 1° causa del successo tedesco è il rispetto delle regole, a partire dagli industriali tedeschi.
In Italia non esiste nemmeno una politica industriale, non esiste nemmeno un ministro allo sviluppo, lo sviluppo non fa nemmeno parte di quei 5 punti per cui si dovrebbe votare Berlusconi. In Italia l’industria è morta perché gente come Tremonti e Berlusconi hanno deciso di farla morire. Tutta la politica industriale della Lega è consistita nel pagare le multe per le quote latte ai trasgressori, o votare per lo scudo fiscale ai mafiosi. La nostra politica industriale è quella del circo di Gheddafi e delle 500 ragazze affittate per fingersi interessate al Corano o degli affari privati di Berlusconi con Putin o i capi del Magreb, per impiantare le sue televisioni.

Io ho studiato economia e la prima cosa che ho imparato è che l’economia è amorale e che all’impresa non basta il profitto, non le basta non diventare intramarginale, esige che il profitto sia alto, pretende che si massimizzino gli utili riducendo i costi, e i lavoratori non sono considerati ‘risorse’ ma costi da abbattere.
Nella logica neoliberista conta solo la produttività dell’impresa e questa pretende che ogni anno gli utili siano superiori a quelli dell’anno precedente. Altrimenti si chiamano i razionalizzatori, come Marchionne, che abbattono scuri sul costo prevalente, quello del lavoro.
Se un’impresa con 300 operai guadagna ma non abbastanza secondo l’avidità del padrone, una società liberista gli dà, nei fatti, tutto il diritto di farla fallire, di delocalizzare, di truffare il fisco, di infierire sui suoi operai, di usare lavoro nero. Non si prevedono pene corrispettive alla gravità del danno e saranno riducibili, rimandabili, condonabili…
Si possono licenziare 300 operai, si possono tenerli sul posto di lavoro senza pagarli per anni.. Nessuno si chiede quanto costa alla società che 300 operai siano senza lavoro; quanto costa al Paese che questo prodotto non si produce e bisogna importarlo dall’estero. Quanto costa alla Stato e alla società che queste famiglie non hanno lavoro. Quanto costa alle imprese di materia prima che vendevano un’impresa che chiude. Sempre manca il costo totale. E’ un conto che dovrebbe fare un governo onesto. Ma non ci sono più governi onesti.
Ecco perché la crisi si risolve
1° con la democrazia partecipata
2° con la cogestione nelle fabbriche
Non esiste altro modo che ripartire dal basso.

Se si dovrà ripartire dai Comuni per realizzare una politica senza partiti e senza capipartito, una democrazia partecipata, così si dovrà ripartire dai posti di lavoro per realizzare una azienda senza padroni, una economia partecipata.
Questa è la cogestione.
Un sistema che realizzare una democrazia economica, alternativo al modello della società ad azionariato diffuso, dove conta solo l’incremento sui frutti azionari, nella spersonalizzazione massima della gestione del lavoro e nella disumanizzazione estrema delle scelte produttive.
Il modello marxista della nazionalizzazione dei mezzi di produzione non ha funzionato.
Il nuovo modello non è una rivoluzione proletaria che porta al potere una nuova casta succedanea di quella vecchia che finisce con l’assorbire gli stessi abusi della precedente, separando il potere dal cittadino o dal lavoratore e creando una nuova separazione

Tutti i sistemi verticistici sono falliti. Sono fallite le grandi chiese che hanno prodotto solo separazioni, odio e guerre. Sono falliti i grandi sistemi finanziari internazionali che hanno messo in atto attività anarchiche incontrollate, bruciando capitale senza alcuna capacitò di autoregolarsi. Sono falliti i sistemi neoliberisti che hanno creato modi di vita insostenibili per il pianeta e conducendo a rovina non solo le grandi masse popolari ma anche i loro massimi speculatori. Ma sono falliti anche i sistemi che erano partiti da speranze comuniste e che hanno finito con l’instaurare nuove tirannie. Sono fallite le grandi ideologie che si reggono ormai solo sugli estremismi di pochi fanatici mentre i partiti fingono di proseguirle ma senza più alcuna fede o onestà. Sono falliti i partiti diventati non più credibili in una amalgama indecente di collusioni d interessi e di reciproci ricatti.
In qualunque parte del mondo noi siamo e qualunque cosa facciamo, se vogliamo costruire futuro, possiamo ripartire solo da qualcosa che sia più lontano possibile da sistemi verticistici, possiamo solo ripartire dalla base, il che vuol dire da noi stessi, inventando sistemi di cooperazione, cogestione o collaborazione dal basso, in cui le scelte, i controlli e le valutazioni dipendano da chi fa parte vivente di quella situazione e ne pagherebbe gli eventuali danni sulla sua persona e sulla sua famiglia, senza dipendere più da cricche ristrette di esosi dominanti.
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La cogestione è legata ad una separazione fra proprietà e gestione delle aziende. Una separazione fra proprietà e gestione è radicata nelle public company statunitensi, dove tuttavia sono scarsi gli esempi di cogestione.
La partecipazione dei dipendenti e del sindacato ai processi decisionali, e al risultato economico mediante bonus e premi di produzione, non comporta la proprietà dei mezzi di produzione e una modifica dell’assetto proprietario di un’impresa.

Nel 1976, il governo del socialdemocratico Helmut Schmidt approvò, con un largo consenso politico, la riforma che introduceva in Germania il principio della cogestione. I lavoratori avevano diritto di eleggere metà dei rappresentanti del Consiglio di Sorveglianza. La restante metà e il Presidente sono eletti dall’Assemblea degli Azionisti. Per le delibere del Consiglio di Sorveglianza, il voto del Presidente vale doppio in caso di parità degli esiti elettorali.
Il modello tedesco è stato successivamente introdotto in molti Paesi europei, fra i quali Olanda e Repubblica Ceca.

Con la riforma del diritto societario, in Italia le imprese possono adottare un modello di gestione simile a quello francese o a quello tedesco.
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La democrazia partecipata si può e si deve fare
Viviana Vivarelli

Cominciamo eliminando la legge porcata di Calderoli e rendiamo agli elettori il diritto di scegliere e votare i nomi che desiderano, così che non sia come adesso che le liste le fanno 5 o 6 persone che candidano moglie e parenti, amanti e delinquenti per cui sono eletti per forza i primi della lista!
Poi torniamo al proporzionale, sia pure con una soglia alta, per levare lo schifo attuale in cui prende la maggioranza anche chi ha appena il 26% I partiti si alleino in base a coalizioni, in cui il peso delle varie forze sia deciso dagli elettori
E togliamo questo schifo di premio di maggioranza che dà un potere esagerato a chi ha appena un voto più di un altro, con conseguente strapotere del capo di quel partito
Almeno otterremo un parlamento rappresentativo dell’elettorato e non succube di una ristretta cerchia di capi-partito
Poi rinforziamo gli organi di vigilanza e controllo, al contrario di quanto avviene ora in cui sono stati svuotati di ogni potere
Aumentiamo poi gli istituti di democrazia diretta, partendo dal referendum che deve diventare valido seguendo il criterio per cui vale la maggioranza di quelli che hanno votato, e non degli elettori potenziali, esattamente come avviene per l’elezione dei politici
Ma aumentiamo anche l’ascolto ‘vincolante’ degli elettori attraverso internet, cominciando dalle scelte locali, come avviene in Svizzera dove ci sono due o tre sondaggi la settimana.
Eliminiamo i compensi pubblici ai giornali e i compensi di voto ai partiti. Obama ci insegna che grazie al web un candidato può autosostenersi con la rete
Facciamo leggi chiare contro ogni tipo di conflitti di interesse e rendiamo l’attività pubblica un fatto transitorio e non professionale (non più di due legislature, come abbiamo firmato con legge a iniziativa popolare).
Sospeso da qualsiasi carica pubblica chiunque abbia avuto una condanna in 1°grado ed eliminazione a vita per truffa o furto aggravato per condanne di 3°
Il dispotismo si fa partendo dall’alto e accentrando il potere in una cricca ristretta di persone che fanno i loro interessi privati contro il bene comune (da tale punto di vista l’esito di una rivoluzione proletaria può essere una dittatura esattamente come l’esito di uno stato apparentemente democratico).
La democrazia sarà partecipata quando partirà dal basso e vedrà i cittadini avere voce in capitolo nelle decisioni amministrative sul loro territorio
(partendo nemmeno dai Comuni ma dai quartieri).
Io so che si può fare perché ho lavorato per farla e so che si può fare perché ci sono luoghi dove è stata fatta.
Ma se si va nella direzione opposta di considerare i cittadini come una mandria di mucche da spolpare nell’interesse privato di pochi, di democrazia ce ne sarà poca.
Il punto fondamentale, anche partendo dal quartiere, sarà quello di mettere direttamente i cittadini in alcune decisioni di ordine finanziario, si può cominciare col decidere come spendere i fondi di quartiere per la quota relativa a verde pubblico, o alle scuole, o ai trasporti…
Si deve incrementare con i sondaggi su tutti i cittadini in ordine a una serie crescente di scelte amministrative, purché tali sondaggi non siano facoltativi o consultivi ma vincolanti.
Si devono perfezionare organi di controllo ‘dal basso’ e anche di sanzione ‘dal basso’ contro gli amministratori infedeli. Ci devono essere regole tassative che escludano ‘penalmente’ gli amministratori indegni con l’espulsione definitiva dalla PA.
La democrazia partecipata deve avere degli istituti di democrazia diretta. In Italia abbiamo il referendum (ormai impraticabile così com’è) e il sindacato (altrettanto obsoleto, visto che lo Stato non reagisce alle infrazioni plateali dei diritti del lavoro).
La democrazia diretta è la forma di democrazia nella quale i cittadini, in quanto popolo sovrano, non sono soltanto elettori che delegano il proprio potere politico ai rappresentanti ma sono anche legislatori.

IL BILANCIO PARTECIPATO

Uno strumento di democrazia diretta che si sta affermando è il bilancio partecipativo dall’esperienza di Porto Alegre in Brasile. Grazie a internet possiamo applicare nuove forme di democrazia diretta e-democracy (per es. un referendum elettronico, come in Svizzera).
Teoricamente la Costituzione ci dà 3 strumenti di democrazia diretta: uno è la proposta di legge a iniziativa popolare (ma abbiamo visto che ne ha fatto il Parlamento delle 3 leggi a iniziativa popolare di Grillo), poi c’è il referendum che è ormai inapplicabile per mancanza cronica di votanti e anche per essere stato più volte calpestato dal Parlamento, il terzo è il sindacato che deve trovare altre forme di lotta o sarà distrutto dalle strategie Marchionne.
Tutti e 3 questi strumenti finora sono serviti a poco.
Eliminati anche questi 3 strumenti, ci resta solo la democrazia rappresentativa che col maggioritario abbiamo visto dove è andata a finire.
Ma non è ovunque così.
La Svizzera, per es. applica la democrazia diretta a livello nazionale, cantonale e comunale. Il popolo può bloccare una legge o una modifica della costituzione deciso dal parlamento tramite referendum o può imporre un cambiamento legislativo o costituzionale tramite un’iniziativa popolare. In due cantoni svizzeri, il Canton Appenzello Interno e il Glarona, la votazione avviene in modo tradizionale tramite alzata di mano (Landsgemeinde); altrove il voto viene espresso al seggio o per corrispondenza.
In quasi tutte le democrazie moderne, comunque, esistono istituti di democrazia diretta, anche se perlopiù sono fortemente limitati dai rispettivi governi o parlamenti.
Quello che vogliamo fare è aumentare il peso dei cittadini nelle decisioni pubbliche.
La democrazia mista con aumento degli istituti di democrazia diretta è la sola strada del futuro per gli stati più moderni.
Occorre che i cittadini possano sia proporre leggi sia respingere leggi già approvate dal parlamento.
In Svizzera devono essere approvate dal voto del Popolo e dei Cantoni le modifiche della Costituzione, l’adesione a organizzazioni di sicurezza collettiva o a comunità sopranazionali e le leggi federali dichiarate urgenti (prive di base costituzionale e con durata di validità superiore a un anno). Devono essere approvate dal Popolo le iniziative popolari per la revisione totale della Costituzione, le iniziative popolari per la revisione parziale della Costituzione presentate in forma di proposta generica e respinte dai rappresentanti ed il principio di una revisione totale della Costituzione in caso di disaccordo fra i due rami del parlamento.
Referendum facoltativo. Se 50 000 aventi diritto di voto o otto Cantoni (repubbliche federate della Svizzera) ne fanno richiesta sono sottoposti al voto del Popolo: le leggi federali, le leggi federali dichiarate urgenti (con durata di validità superiore a un anno), i decreti federali, i trattati internazionali.
La popolazione votante si aggira intorno al 40%. Per aumentare questa percentuale si sta sperimentando l’uso del voto elettronico.
In Svizzera, come in tutti i paesi democratici, i cittadini eleggono i propri rappresentanti. Ma la Svizzera dà ai cittadini anche la possibilità di partecipare direttamente al processo decisionale. Benché la democrazia diretta non sia una prerogativa unica della Svizzera, il sistema svizzero è probabilmente il più ampio nel mondo. I cittadini svizzeri possono sia fare proposte legislative, sia respingere la legislazione già approvata dal Parlamento. L’unico caso in cui il Parlamento può agire contro questo diritto è se la proposta legislativa è anticostituzionale o se viola il diritto internazionale.

Il Bilancio partecipato è fondamentale in una vera democrazia, esso non è un’utopia, è già stato provato in molti Comuni italiani, che chiamano se stessi Nuovi Municipi.
..
VANTAGGI DI UNA DEMOCRAZIA PARTECIPATA

La democrazia partecipata è un nuovo modo di vivere a attivare la democrazia che si sta diffondendo a macchia d’olio in tutto il mondo. Ha come 1°obbiettivo quello di coinvolgere direttamente i cittadini in alcune scelte di governo, e in particolare quelle che lo riguardano direttamente più da vicino.
Oggi è necessaria più che mai proprio perché la democrazia sta degenerando in forme di accentramento del potere per classi o caste, che calpestano ormai i diritti universali e inviolabili dell’uomo.
La democrazia partecipata porta gli uomini a nuove forme di solidarietà, di cooperazione, di confronto e di collaborazione, mentre la vecchia democrazia degenerata si basa sulla separazione, sull’odio reciproco, sull’antagonismo, sulla divisione, a tutto vantaggio dei pochi che comandano e che usano l’odio sociale e l’egoismo individuale come molle per allontanare da sé qualunque posizione critica e conservare meglio il potere.
Nella democrazia partecipata i cittadini sono chiamati a discutere sui vari problemi, con un ruolo significativo nel processo decisionale. Si deve arrivare alle decisioni coinvolgendo tutte le parti in causa attraverso un dibattito moderato da conciliatori, con circolazione trasparente delle informazioni e coinvolgimento dei cittadini.

Luigi Bobbio indica 3 vantaggi della democrazia reale: permette la discussione del problema, facilita il confronto, produce decisioni migliori.
Essa rende i cittadini più contenti e li fa sentire più liberi con un maggiore bene sociale.
In fin dei conti ciò che diciamo non è diverso dalle sperimentazioni economiche, produttive e commerciali che siamo stati capaci di applicare nelle cooperative, solo che qui si parla di applicazioni politiche.
Infine essa promuove le virtù civiche insegnando alle persone ad ascoltare, a essere più tolleranti e spesso a costruire rapporti di fiducia reciproca.
Port Alegre in Brasile è stata capace di applicare un modello di democrazia partecipata a un milione di persone.
Più in piccolo il comune di Grattamare è stato detto la Port Royal italiana perché è diventato un Nuovo Municipio. Grottamare ha solo 15 000 abitanti e tuttavia, grazie al suo sindaco, ha potuto sperimentare la democrazia partecipata.
In un certo senso, ogni Comune può essere un esempio a sé stante che adatta il proprio percorso alle proprie necessità, in quanto sono i cittadini stessi che propongono le proprie vie.
Copio da una ricerca della regione Toscana: Porto Alegre con il 22% dei suoi 1,3 milioni di abitanti, nel 2000, ancora alloggiati in favelas o in insediamenti irregolari; con la sua povertà di massa e il suo, fino a poco tempo fa dilagante analfabetismo, apparirebbe come una tra le sedi più improbabili per un esperimento di democrazia partecipata, tanto più complesso come quello di cui è stata ed è tuttora scenario. Nell’arco di 15 anni l’amministrazione che governa Porto Alegre non ha messo in piedi un mero processo di controllo sociale o di deresponsabilizzazione istituzionale ma ha saputo creare una fortissima tradizione di deliberazione popolare nel cuore del sistema di governo locale.
La trasformazione politica sperimentata a Porto Alegre porta in sé germi potenzialmente rivoluzionari: la rinuncia della classe politica a vaste fette dei privilegi insiti nel suo potere decisionale, l’attenzione ai più deboli e alle minoranze economiche, etniche, sessuali e culturali, lo stimolo a far sviluppare ai cittadini una forte coscienza critica verso i propri eletti.”
Il 1° comune italiano a dotarsi di un bilancio partecipativo è stato il municipio di Pieve Emmanuele (Milano),17.000 abit.. La struttura che è stata data alla redazione del bilancio si articola in 3 fasi, la stessa struttura che a grandi linee è stata adottata in molti altri bilanci partecipati, Novellara, Modena, Piacenza, Pescara, San Benedetto del Tronto, Udine ecc.
-La 1a fase è l’ascolto della cittadinanza attraverso raccolta delle proposte dei cittadini o l’emersione dei bisogni, fatto con modi diversi, dalle assemblee
propositive alla compilazione di apposite schede.
-La 2a fase consiste nel vaglio delle proposte, attraverso tavoli di attuabilità con esponenti della cittadinanza o direttamente dagli uffici comunali interessati
-La 3a fase consiste nel voto diretto dei cittadini sulle singole proposte.
Dapprima non tutte le voci di bilancio sono partecipate, spesso nemmeno la metà, ma la maggior parte di questi soldi viene destinata alla realizzazione di spazi pubblici come parchi, giardini e campi sportivi.
Più ampia e particolare è l’esperienza del comune di Grottammare (AP) dove la
partecipazione dei cittadini alle scelte della PA è in atto da quasi 20 anno, dove parlare di partecipazione in un ottica di puro bilancio economico è quanto meno riduttivo. Grottammare sviluppa la partecipazione grazie a due organi appositamente creati le assemblee e i comitati di quartiere.
Le assemblee vengono fatte solo quando sorgono grandi interessi comuni
I comitati di quartiere sono invece un anello di mediazione permanente tra il quartiere e i centri direzionali.

A Por Royal il bilancio partecipato si sviluppava in alcuni momenti precisi dell’anno. A marzo c’erano riunioni preparatorie di micro-livello in tutto il territorio, in aprile e maggio si riuniscono le assemblee territoriali per votare le priorità relative all’anno seguente e per eleggere i 48 delegati al Consiglio di bilancio, l’organo, formato in parte dalle Istituzione e in parte dal risultato della democrazia partecipata, deputato a scegliere le priorità di spesa per l’anno successivo.
Il Consiglio di bilancio si riunisce invece a partire da settembre, amministratori,
consiglieri comunali e delegati eletti dalle assemblee di cittadini definiscono di comune accordo il programma economico d’insieme.
Come si vede si intrecciavano due forme diverse di democrazia.
Inizialmente parteciparono solo 1300 persone, nel 1989. Nel 2002 erano diventate 31300, con un’ altissima percentuale di donne e di non abbienti.
Il bilancio partecipativo intendeva realizzare una giustizia distributiva e una democrazia decisionale. Il risultato fu un enorme miglioramento della gestione della città, interessando gran parte delle istituzioni internazionali, come l’Onu o la Banca mondiale. Così è accaduto: il nuovo patto sociale tra istituzioni locali e settori diversi della cittadinanza è cresciuto nel tempo, grazie all’impegno del Comune a dar concretezza, visibilità e risposte efficaci a proposte e indicazioni dei cittadini. Solo così, dalla discussione di obiettivi localizzati nel tempo e nello spazio, si è passati alla costruzione di scelte strategiche per il territorio, fino alla redazione condivisa del Piano Regolatore Ambientale e di quello di Sviluppo Economico, passando ,come emerso nel recente Forum mondiale dell’educazione, tenutosi in ottobre a Porto Alegre, per l’affollata Costituente Scolastica, che ha riorganizzato l’intero sistema educativo incentrandolo sul riscatto del senso di cittadinanza e stabilendo direttrici pedagogiche di non-esclusione, con lo scopo di rispettare i ritmi, i tempi e le differenti esperienze di apprendimento degli alunni di ogni fascia sociale, età e condizione culturale di partenza.
Da molti anni, infatti, Porto Alegre non è più sola nella sperimentazione di avanzati processi di democratizzazione decisionale. Oltre 140 città in Brasile, tra esse Recife, San Paolo, Belo Horizonte e Belém, e altre in America Latina ,Montevideo, Rosario, Buenos Aires, da tempo hanno, infatti, iniziato a sperimentare strumenti di partecipazione modellati sul Bilancio partecipativo, adattandoli a territori, storie e culture differenti, con risultati diversi e spesso interessanti.

Io mi batto per una democrazia partecipata da molti anni.
Non invento nulla, diffondo solo idee che sono state applicate nel mondo da almeno 20 anni e che sono alla base del piano no global di democratizzazione dal basso. I Nuovi Municipi in Italia esistono da altrettanto tempo.
Non è colpa mia se sono tutti di una sx alternativa che non ha sponde né nella sx moderata né in qualle eztraparlamentari, né è colpa mia se la sx ufficiale di governo o di opposizione ha fatto finta di ignorare queste sperimentazioni, e quando le presento in qualche artcololo, melo censurano entrambe, impedendomi anche di esporlo.
Continuo a ripetere che la partitocrazia è marcia e che è inutile fossilizzarsi sulla difesa o l’attacco di questo o quel partito. Dx e sx sono ormai divisioni obsolete.
La democrazia è un sistema degenerato che tutto rappresenta e difende fuorché gli interessi e i bisogni dei cittadini.
Capisco che Marx non aveva parlato di questo, ma Marx parlava 150 anni fa e noi siamo vivi adesso.
E ogni tempo e luogo deve parlare il suo linguaggio e percorrere le sue vie e non ripetere ciò che è morto.
Sono convinta che una nuova democrazia dal basso sia fondamentale.
E sono altresì convinta che ci dobbiamo provare.
Nulla può essere peggio di quel che sta accadendo ora.

Compravendita della coerenza: l’esempio di Vittorio Feltri
Rosario Amico Roxas

La campagna denigratoria (a torto o a ragione, non importa) scatenata da Feltri contro Fini, è solo una clava che il cavaliere utilizza per punire chiunque si dovesse permettere di osare il dissenso sul pensiero unico imposto a tutti i suoi subalterni, clienti, servi, schiavi e popolo bove.
Feltri è l’esempio più eclatante del venduto al miglior offerente, infatti cambia opinione a seconda da dove spira il venticello portatore di moneta sonante.
L’11 agosto del 1990, infatti, in occasione dell’approvazione della legge Mammì (più nota come “decreto Berlusconi”) così scriveva su L’Europeo:
“Per quattordici anni, diconsi quattordici anni, la Fininvest ha scippato vari privilegi, complici i partiti: la Dc, il Pri, il Psdi, il Pli e il Pci con la loro stolida inerzia; e il Psi con il suo attivismo furfantesco, cui si deve tra l’altro la perla denominata ‘decreto Berlusconi’, cioè la scappatoia che consente all’intestatario di fare provvisoriamente i propri comodi in attesa che possa farseli definitivamente. Decreto elaborato in fretta e furia nel 1984 ad opera di Bettino Craxi in persona, decreto in sospetta posizione di fuorigioco costituzionale, decreto che perfino in una repubblica delle banane avrebbe suscitato scandalo e sarebbe stato cancellato dalla magistratura, in un soprassalto di dignità, e che invece in Italia è ancora spudoratamente in vigore senza che i suoi genitori siano morti suicidi per la vergogna”.
Quindi, pochi giorni dopo, in occasione della rapina della Mondadori, sempre su L’Europeo, aggiungeva.
“Il dottor Silvio di Milano 2, l’amico antennuto del Garofano, pretende tre emittenti, pubblicità pressoché illimitata, la Mondadori, un quotidiano e alcuni periodici. Poca roba. Perché non dargli anche un paio di stazioni radiofoniche, il bollettino dei naviganti e la Gazzetta ufficiale, così almeno le leggi se le fa sul bancone della tipografia?”.
E’ ovvio che non si può concedere il beneficio della coerenza ad un simile personaggio, molto simile a quel Bossi che su La Padania con una serie di documentati articoli, chiedeva all’attuale suo imperatore: “Berlusconi, sei mafioso ? Rispondi”.

L’ennesima truffa !
Kasap Aia

C’è un trattato di “amicizia” fra Italia e Libia, siglato nell’ottobre 2008. Dunque B svenderebbe e umilierebbe l’Italia, trasformandola nel palcoscenico di un dittatore, in cambio di un trattato che prevede un esborso di 5 MLD di euro in 25 anni per risarcire la Libia dai danni coloniali. In cambio, una strada prioritaria per le aziende italiane.
In realtà, però, dietro a questa storia c’è un grosso giro di affari che coinvolge direttamente il Presidente del Consiglio. Gheddafi fa la star in casa nostra perché B tutela l’ennesimo conflitto d’interessi. Come scriveva il ‘Guardian’, qualche giorno fa, c’è un legame d’affari fra Gheddafi e B. Una società libica chiamata Lafitrade ha acquisito il 10% della Quinta Comunication, una compagnia di produzione cinematografica fondata da Tarak Ben Ammar, storico socio di B. Lafitrade è controllata da Lafico, il braccio d’investimenti della famiglia Gheddafi. E l’altro partner di Ben Ammar nella Quinta Comunication è, “con circa il ventidue per cento del capitale”, scrive il ‘Guardian’, una società registrata in Lussemburgo di proprietà della Fininvest, la finanziaria di B. Sempre il ‘Guardian’ faceva notare il fatto che Quinta Comunication e Mediaset, ossia l’impero televisivo di B, possiedono ciascuna il 25% di una nuova televisione via satellite, Arabala Nessma Tv, che opera anche in Libia, sulla quale il colonnello potrebbe esercitare influenza attraverso la quota che ha rilevato nella Quinta Comunication.
..
Di Pietro

La manovra da 24 MLD di euro in due anni, presentata dal ministro Tremonti, è sbagliata e in larga parte inutile.
In Europa stanno preparandosi a tagli della spesa pubblica della nostra stessa entità anche se il loro debito pubblico è largamente inferiore al nostro. Ma in paesi come Germania ed Inghilterra la macchina burocratica ed amministrativa è largamente più snella ed efficiente della nostra.
Questo governo promette lacrime e sangue ai cittadini e propone “tagli” necessari per risanare il debito pubblico. Falso. Prima di tagliare dobbiamo innanzitutto ridurre gli sprechi e arrivare a una manovra più virtuosa ma meno dolorosa per la popolazione. In un solo anno, il 2009, B e Tremonti hanno fatto lievitare il debito pubblico di 100 MLD di euro ed ora propinano una manovra in 2 anni che recupera un quarto del buco creato nelle casse dello Stato grazie alla loro gestione dissennata delle finanze.
Per 2 anni hanno preferito anestetizzare la crisi, spendendo e spandendo, per ingraziarsi l’opinione pubblica in occasione forse delle elezioni europee e amministrative del 2009 e 2010. Terminati gli appuntamenti elettorali hanno calato il siparietto e fatto “esplodere la crisi”, addossando la responsabilità agli italiani e ai governi passati.
Peccato che dal 1996 a oggi i governi che hanno fatto segnare un Pil nullo o negativo sono stati esclusivamente quelli del signor B. Stranamente le sue aziende hanno però segnato sempre ottimi risultati.
Non si può parlare agli italiani di lacrime e sangue, di pensionamento posticipato, d’innalzamento del tetto dell’età pensionabile per le donne se chi propone queste soluzioni matura la pensione dopo appena 2 anni ed ha gli stipendi di categoria più alti d’Europa.
L’Italia dei Valori ha presentato una manovra di taglio da 65 MLD di euro in 2 anni ma andando ad azzerare i costi inutili e gli sprechi della politica. Non è accettabile tagliare i servizi e lo stato sociale se prima non si eliminano i mille privilegi di cui il potere politico fa sfoggio, i mille investimenti inutili per foraggiare le imprese amiche il tutto senza rilanciare la lotta all’evasione fiscale che si aggira su una cifra vicina ai 300 MLD di euro annui.
Nei prossimi giorni saremo al fianco dei cittadini per promuovere questa manovra, per dare la nostra solidarietà ai tagli alla cultura, allo stato sociale, al settore pubblico. Prima di tagliare i servizi vitali per i cittadini vogliamo tagliare quelli utili solo alla politica.

WIKIPEDIA

Un numero enorme di persone consultano continuamente wikipedia.
E’ work in progress e migliora continuamente. Io dico a Grillo che dovrebbe usarla, come ieri dicevo di usarla ai no global, che invece hanno lavorato molto sul campo e non abbastanza sul web o sulla stampa.
Wikipedia è nata in USA, come enciclopedia multilingue collaborativa, online e gratuita, nata con il progetto di una organizzazione non a scopo di lucro. Il nome vuol dire ‘cultura veloce’, dal termine hawaiano wiki (veloce), con l’aggiunta del suffisso di origine greca -pedia (cultura)
È pubblicata in oltre 270 lingue, l’inglese ha il maggior numero di voci e contiene voci sia sugli argomenti propri di una tradizionale enciclopedia sia su quelli di almanacchi, dizionari geografici e di attualità. Il suo scopo è creare un’enciclopedia libera e ricca di contenuti, nel maggior numero di lingue possibile.
E’ uno dei 10 siti più visitati al mondo, ha 60 milioni di accessi al giorno. Dà la possibilità a chiunque di collaborare, utilizzando un sistema di modifica e pubblicazione aperto.
Contiene 10 milioni di voci.
È curata da volontari seguendo un modello di sviluppo di tipo wiki, per cui le pagine possono essere modificate da chiunque e non c’è un comitato di redazione né alcun controllo preventivo sul materiale inviato. Uno dei principi alla base di Wikipedia è il punto di vista neutrale.
Se vogliamo fare una democrazia partecipata, va bene che riconosciamo anche il valore di una enciclopedia partecipata.
E’ il concetto di Grillo: sul web non c’è errore che resista a lungo. Prima o poi sarà denunciato o corretto.

Oltre la dx e la sx
Viviana Vivarelli

Dobbiamo mettercelo in testa: il mondo diviso in dx e sx è finito, entrambe hanno fatto anche troppi danni per poter godere ancora della vecchia considerazione storica e ideologica.
Purtroppo di ideologia pura non si vive e si finisce come la sx extraparlamentare, nel nulla, o come servi del padrone (vd Capezzone, Cicchitto, Bondi, Ferrara, Adornato, Gonfalonieri, Liguori, Frattini, la Maiolo, Cazzola, Quagliarello, Deodori, Vito, Pera, Borghini, Guzzanti, Caparra, Pecorella..per non contare gli ex finiani venduti oggi a B).
Ogni paese europeo dà un chiaro segnale: la dx da sola o la sx da sola non ce la fanno.
Lo sanno Germania e UK, tra poco anche Francia o Spagna e dobbiamo capirlo anche noi, abbattendo la legge porcellum.
L’astensione aumenta. In Italia il 50% degli elettori ha detto chiaro che non vuole né la dx né la sx. I ducetti alla D’Alema o alla B arroccati al bipolarismo, difendono uno zombi, che Bossi sorregge coi suoi voti, ma è accanimento terapeutico. In Italia il bipolarismo è morto da sempre e solo la corruzione e i soldi di B lo hanno preteso, complice D’Alema: torniamo al proporzionale! Sarebbe anche un segno democratico
I vecchi partiti hanno mostrato ormai tutta la loro incapacità ad adeguarsi ai modi nuovi di comunicare, di gestire l’informazione, di pensare l’economia, di vedere la produzione, di innovare la politica, di attivare la democrazia, di salvare il pianeta.
Mentre le dx si sono uniformate a una facile predazione di mercato che abbassa ogni esistente a merce e pone come unico fine il profitto di pochi sulla disgrazia di molti (ma questo non può durare), le sx non hanno fatto che impallidire e sparire sulla scena mondiale, provincializzandosi sempre più e perdendo quelle caratteristiche internazionali con cui erano nate contro il grande capitalismo e le sue razzie, schiavizzazioni e guerre, e hanno finito col chiudersi ognuna nel suo buco, allineandosi al dittatore di turno per non perdere uno straccio di potere o suicidandosi.
E’ ora che tutto questo finisca e si ripensi la politica in termini nuovi!

RIDIAMARO : – )

Per ora i leghisti imbullonano i crocefissi. Poi passeranno a imbullonare i cristiani.
Viviana
..
L’intelligenza è quella cosa che uno cerca in tutti i modi di incrementare.
L’idiozia lo stesso.
Viviana
..
Iaidon
Gelmini: “Nelle scuole ci sono più simboli di sx che della Lega”. Mariastella, quelli si chiamano libri.
..
Leonsimbolo
Scompiglio per i cittadini di Adro quando hanno scoperto che gli zerbini col simbolo della Lega Nord per la scuola elementare erano “Made in Naples”.
Hanno deciso di tenerli lo stesso perché nella confezione c’era un biglietto con scritto:”Pestare questo simbolo porta bene!”.

PapiRe
– Per via dei tagli alla spesa scolastica la materia che verrà insegnata in inglese al quinto anno sarà l’italiano.
– La scuola italiana è ormai bombardata. E questa volta Gheddafi non c’entra nulla.
– La bibbia sarà letta in classe. Per imparare la matematica invece il Vaticano sta approntando corsi di teologia del calcolo differenziale.
– Ad Adro lo zerbino d’entrata della scuola, quello dove ci si puliscono le scarpe, reca il simbolo della lega. Capita la sottile ironia?
..
Giorgio Cigolotti
Stracquadanio: “Legittimo prostituirsi
se si vuole fare carriera”
E’ il partito dell’amore… a pagamento!!!
..
Claudio Croci
La scuola di Adro scelta come set del film: “Il miglio verde padano”
..
Berlusconi: «Nessuna compravendita di parlamentari».
Li affitta. (Stefano Belloni)
..
Una botta di voto e via!
..
Sembra che nel pacchetto acquisto di B per gli onorevoli si segua il sistema Anemone per i mutui, quello Bertolaso per l’artrosi.
Viviana

http://masadaweb.org

4 commenti »

  1. Baschi, irlandesi e corsi hanno mille ragioni per rivendicare la loro indipendenza …

    Sono tutte e tre le entità vittime di un colonialismo di secoli …

    Si può poi discutere sulle forme di lotta più efficaci … tra l’altro da molti anni l’Ira non fa più lotta armata …. ed anche i corsi, pur con forti differenze tra le varie organizzazioni indipendentiste ed a volte con agganci non sempre raccomandabili con settori della malavita locale, non mi sembra stiano svolgendo alcun tipo di “guerra”, preferendo ormai un’antagonismo di massa ed alla luce del sole …

    La stessa Eta ha appena annunciato un “cessate il fuoco” unilaterale … anche se sembrerebbe non essere stata presa molto sul serio, rispetto a questo annuncio, dal governo spagnolo ….

    Ma, come dicevo, quelle sono, al di là delle forme di lotta, battaglie anticoloniali sacrosante ….. quelle nazionalità esistono storicamente …

    La Padania, come giustamente ha detto chiaramente anche Fini, come entità nazionale non esiste …. e comunque il Nord Italia non è “colonizzato” da nessuno … anzi, casomai, è storicamente il Nord Italia – dal lontano 1860 – a “colonizzare” in qualche modo il Sud ….

    Lungi da me qualunque nostalgia “borbonica” o qualunque sentimento antirisorgimentale ( che invece spesso manifesta proprio la Lega) … ma non c’è dubbio che l’Italia Unita che si realizzò 150 anni fa fu più un annessione forzata e feroce del resto d’Italia al Piemonte che una vera unificazione nazionale …. non propriamente quello che auspicavano Garibaldi, Pisacane o Mazzini …. e le conseguenze di questo ancora si vivono …..

    K.

    Commento di MasadaAdmin — settembre 19, 2010 @ 4:46 am | Rispondi

  2. SUD allo sfascio :l’Italia PURE !

    Bossi non lo capisce che se il SUD si sfascia l’Italia segue? da Napoli se ne vanno tutti! rimane la camorra? Bossi non può ragionare ? i poltici non ragionano mai ?

    Graziella

    Commento di MasadaAdmin — settembre 20, 2010 @ 5:44 am | Rispondi

  3. Viviana una volta gli umini dovevano vestire di nero e partecipare alle parate…ora si vestono di verde e partecipano alle parate:è l’inizio di un regime..cambia solo il colore!
    Il pericolo non è berlusconi ma la lega!

    Oreste Mori

    Commento di MasadaAdmin — settembre 20, 2010 @ 6:35 am | Rispondi

  4. Oltre ai simboli leghisti chi va rimosso è il sindaco di Agro, un provocatore come tanti della lega, cosa aspettano i cittadini che non lo condividono a buttarlo fuori e col forcone, perchè quell’individuo tutto può essere meno che un sindaco.

    LEGA LADRONA sempre e ovunque.

    Sandro

    Commento di MasadaAdmin — settembre 20, 2010 @ 6:36 am | Rispondi


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