Nuovo Masada

agosto 17, 2010

MASADA n° 1180. 17-8-2010.La criminalità come sistema di governo

Filed under: Masada — MasadaAdmin @ 1:29 pm

Edoardo Baraldi

La Lega definisca cos’è il fascismo ‘buono’ – Il Governo del cesso – I dinosauri bifidi – Negazionismo – Una moschea a due passi dalle due torri – Cosa fu il Partito dell’uomo Qualunque -– Il Nuovo Municipio – Luigi De Magistris – La criminalità come sistema di governo, di Roberto Scarpinato

Da Tafanus
Qualora non lo abbiate ancora fatto, vi invitiamo caldamente a firmare la raccolta di firme per chiedere le dimissioni dei più alti rappresentanti della “cricca”. Sappiamo bene che non le otterremo, ma vogliamo lanciare un segnale politico forte e chiaro.Grazie, e buon Ferragosto a tutti.
Tafanus

http://www.tafanus.it

http://firmiamo.it/dimissioni-per-verdini–caliendo–berlusconi-e-bertolaso

I leghisti ora fanno gli intellettuali, sentite con quali risultati esilaranti

http://danielesensi.blogspot.com/2010/08/radio-padania-il-fascismo-e-anche.html

Non so se avete mai captato Radio Padania, ma è un ascolto da scompisciarsi. Tra le baggianate dette dai conduttori e gli interventi somareschi del pubblico, non si sa se piangere o ridere, ma emerge lo spaccato di una Italia nordista sommamente ignorante, meschina, becera, da cui dovremmo allontanarci quanto prima se non vogliamo sprofondare nel buio.
Qua nei deliri di radio Padania il conduttore tenta una distinzione tra fascismo ‘buono’ e fascismo ‘cattivo’, quest’ultimo sarebbe rappresentato paradossalmente da Travaglio. Capite? Non è fascista B che sta distruggendo via via tutte le tutele e tutti i diritti democratici, costruendosi un sultanato assoluto, è fascista ‘cattivo’ Travaglio che denuncia i suoi misfatti, quelli che i leghisti fingono di non vedere, anche se all’inizio li vedevano benissimo, ma che ora ignorano per salvarsi il culo, il che sul piano della questione morale li boccia come degli opportunisti che si sono venduti la coscienza.
Il conduttore dice che “c’è anche un fascismo “buono”, non spiega bene cos’è, forse quello della riforma elettorale Calderoli che annienta la sovranità popolare, o il federalismo demaniale che svende tutto il territorio della Nazione, o la legge bavaglio che incapretta la magistratura e mette i potenti al riparo dei processi.
Il conduttore non sa che la distinzione tra fascismo ‘buono e ‘cattivo’ non c’è nella Legge Scelba, che punisce come reato l’esaltazione pubblica di “esponenti, princìpi, fatti o metodi del fascismo”, una legge peraltro mai attuata, altrimenti metà di quelli che ora sono al Governo l’avrebbero trasgredita e anche qualcuno della cosiddetta opposizione, tipo Violante che equiparò, non si per quale delirio, i repubblichini ai partigiani.
E ricordate che Radio Padania non è solo una radio: è l’emittente di un partito di governo.
Dunque Fini e Travaglio sarebbero fascismo ‘cattivo’. Berlusconi, Calderoli, Bossi, Verdini, Dell’Utri, Bertolaso e soci sarebbero fascismo ‘buono, come fascismo ‘buono’ sarà stato, del resto quello di Haider o di . Come Mussolini, Hitler e Goebbels?
Eh, andiamo bene!
Lo capite in che mani siamo????!!

VV

Il Governo del cesso
Viviana Vivarelli

Il Pdl non conosce limite al ridicolo che ormai lo sommerge nel suo tentativo di ‘boffizzare’ Fini. Fallito il colpaccio sull’appartamento di 45 mq di Montecarlo, sparge ora veleno su certi mobili da cucina spediti non si sa a chi, e Fini ha detto: “Chissà che accadrà quando sapranno del portaombrelli! ”.
Questo Fini deve essere proprio pulito come un angelo se non riescono ad attaccarsi a niente di meglio che dei pensili da cucina. E pensare che chi lo calunnia è uno che è pieno di reati fin qui, aiutato da una cricca di lestofanti che il migliore è da ergastolo. Altro che avere una trave nell’occhio e cercare un fuscello nell’occhio dell’altro! Qua si batte ogni spudoratezza! E che la Santanchè tiri fuori la questione morale e il conflitto di interessi solo per Fini è roba da scompisciarsi, finezze da citrulli integrali.
Dice Avvenire che la strategia ‘Boffo’ si ritorcerà alla fine su Feltri e lo trascinerà a fondo insieme al suo padrone. Speriamo! Ormai non ci resta che sperare nel suicidio della casta visto che la lotta politica è defunta.
Intanto Verdini è nei guai grossi per 60 milioni trafugati alla sua banca, e alla fine B sarà costretto a dimettere anche lui. Di dimissione in dimissione, la Banda Bassotti fa fuori se stessa per manifesta impresentabilità, gestione privatissima delle cose pubbliche, e ogni sorta di sopruso su leggi e norme. Quando il boss della banda rimarrà solo, non potrà dimettere anche se stesso o perderà d’un colpo le sue impunità create con tutte le leggi ad personam fatte per salvarsi il culo. Non gli resterà che scappare con tutto il malloppo. Come Craxi riparò ad Hammamet, lui scapperà ad Antigua, la bellissima isola dei Tropici, dove ha già sei ville e che è di fatto la sua privata banca offs hore, uno dei 68 paradisi fiscali dove ha rimpiattato tutti i miliardi rubati agli italiani, in evasioni fiscali e truffe finanziarie e ai cloni non resterà che andare a trovarlo in viaggi di pellegrinaggio reverente.

Caduto il peggior Presidente del Consiglio degli ultimi 60 anni, spero proprio che il Pd non erediti niente, perché non è giusto che degli incapaci, pigri, inetti, impotenti e collusi quali essi sono, ereditino un qualche potere, dopo tutti gli errori di quel fetente di D’Alema, che ha distrutto ogni idea di sx italiana e ha svenduto lo Stato a B, ben sorretto da altri inetti collusi quali Fassino, Franceschini, Bersani e Veltroni. Questa genìa ha tradito le proprie radici storiche, ha rinnegato il suo compito di opporsi al fascismo e al capitalismo, si è collusa col mercato peggiore, è stata il socio più utile di Berlusconi, ha ignorato il proprio elettorato, ha dimenticato i lavoratori, ha difeso gli interessi di una casta, e ora merita solo di sparire dalla faccia della Terra, sostituita da gente più giovane, onesta e sana.
Bloccato il Pd al suo zoccolo duro del 27% di vecchi rincoglioniti, il potere sarà conteso da un 3° polo promiscuo e rissoso con troppi galletti a comandare che chissà se saranno capaci di resuscitare la balena bianca.
Io mi rivolgo a tutto coloro che si accanirono contro Prodi e, non trovandogli nient’altro da rinfacciargli, montarono una polemica infinita e pregevole sulle case donate ai figli quando B aveva detassato le donazioni, per farne ai suoi, e fecero apparire la cosa come un reato, per Prodi ovviamente, non per B, che aveva fatto quella legge pro domo sua.
Cosa dicono oggi questi signori davanti alla cricca berlusconiana che razzia denaro pubblico, truffa, imbroglia, triplica i conti del terremoto, specula sulle Grandi Opere, ruba alle proprie banche, riscuote mazzette e corrompe magistrati, si compera sentenze e non va mai, mai, mai, in carcere? E che ha regalato cariche pubbliche a troiette o corrotti, facendo dell’Italia un bordello?
Cosa dicono, oggi, davanti ai vari Verdini, Scajola, Bertolaso, Brancher?
E quelli che deridevano l’Ulivo per essere una congerie di forze non assimilabili, cosa dicono ora davanti allo scannatoio che sta dilaniando il Pdl? Almeno i soci di Prodi avevano un certo stile e non sono mai scesi tanto in basso! Non si sono spiati e ricattati. Non hanno cercato di diffamarsi l’un l’altro. Non hanno cercato di distruggersi con false accuse e campagne colme di odio e di rancore. E non hanno mai ricoperto i loro odi eterni con buffonate come quel nome “partito dell’amore” o quell’altro “popolo della libertà!” che fanno arrossire al solo sentirli per quanto suonano falsi e ipocriti.
Prima abbiamo avuto il puttanaio di Villa Certosa e di Palazzo Grazioli (che per chi lo ricordasse non è una casa di malaffare per vecchi pervertiti ma un palazzo istituzionale), poi abbiamo avuto mezzo mondo che sghignazzava sulle gaffe di B e sulle sue figuracce all’estero, ora dobbiamo assistere allo spettacolo pietoso di una congerie malmessa in cui ognuno cerca di sputtanare l’altro! Quando siamo arrivati ai pensili da cucina, è stato chiaro che questo Governo e i media che lo massacrano sono arrivati a un livello tale di bassezza e di meschinità che non ha l’eguale al mondo!a quando finisce questo spettacolo indecoroso, incivile, osceno che umilia l’Italia, che offende i lavoratori, che disgusta i cittadini, e in cui non riusciamo a vedere il peggio per quanto si affondi sempre più in un merdaio inconcepibile?
..
Caro Fini, rimettiti a cuccia
Paolo De Gregorio

Mentre Casini e Rutelli annunciavano trionfalmente che era nato il terzo polo, cominciava la scientifica campagna di demolizione della credibilità di Fini, preso a cannonate dalle testate giornalistiche e televisive in mano al Caimano che ormai sono “organi di partito” (come la vecchia Unità del PCI che ce l’aveva scritto sotto l’intestazione). Non fanno più giornalismo, ma si muovono all’unisono con obiettivi e tattiche di un movimento politico. Questa è la sostanza. Contro questo strapotere c’è ben poco da fare. Non è brillante l’idea di andare a nuove elezioni (con l’attuale legge elettorale e monopolio televisivo) contro chi è capace di trasformare i ladri, presi con le mani nel sacco, in perseguitati politici dalla “deriva giustizialista della magistratura” che ha lo scopo di sovvertire i risultati elettorali.
Anche perché lo spettacolo offerto dalla cosiddetta “opposizione” è una rappresentazione di divisioni e personalismi, anche competitivi tra loro, senza alcun programma condiviso. Programma che comunque non sarebbe troppo diverso da quello berlusconiano, visto che sia centro-destra che centro-sinistra lasciano la guida dell’economia al liberismo globalizzato confindustriale, che sta abbandonando l’Italia e i lavoratori, per investire e produrre all’estero. Il rapporto di Mediobanca (reperibile su L’espresso di questa settimana) sul fenomeno delocalizzazioni parla chiaro, i principali gruppi industriali italiani hanno più della metà dei loro dipendenti all’estero, con punte del 63%. La causa viene così sintetizzata dal signor Boldrin, industriale del Nord Est: “servizi orrendi, conflittualità altissima, capitale umano mediocre o pessimo, tassazione effettiva inaccettabile”. Questa è una tendenza e un problema strutturale che andrebbe analizzato e, soprattutto, governato. Avete sentito mai il presidente del consiglio, del governo del “fare” come dice lui, parlare di economia se non in termini di banale ottimismo?
E l’opposizione? Avete mai sentito la proposta di affiancare al liberismo globalizzato un piano statale per rendere l’Italia autosufficiente energeticamente, con le rinnovabili diffuse su tutto il territorio (Bolzano già produce il 60% del suo fabbisogno con le rinnovabili), e di un piano statale per l’autosufficienza alimentare, ristrutturando la nostra agricoltura per i consumi interni e chiudendo le frontiere a prodotti agricoli esteri per difendere l’occupazione agricola? Siamo in emergenza occupazionale, il fenomeno è ormai conclamato e strutturale, ma le ricette sono sempre le stesse: rilanciare la produttività, rilanciare i consumi, ottimismo. Non ci si rende conto che interi segmenti di mercato, fino a l’altro ieri, erano in nostra mano, ma sono stati conquistati da altre economie emergenti e non torneranno indietro, gli imprenditori italiani delocalizzano dove più gli conviene, presto perderemo anche in quei settori più avanzati di alta tecnologia.
La politica italiana, quella di governo e quella di opposizione, è totalmente inadeguata a fronteggiare una situazione economica difficile, un debito pubblico enorme, una globalizzazione che ci sta marginalizzando, una perdita di posti di lavoro ormai emorragica. Di questo si dovrebbe parlare invece di elezioni! Fini in tutti questi anni ha votato a favore di tutte le leggi porcata per non far processare Berlusconi e la sua cricca, non credo che possa più rappresentare una destra seria e legalitaria, il suo destino politico si è aperto con Berlusconi e finirà con lui.
..
Ogni tanto riaffiora qualche negazionista
Viviana Vivarelli

Il negazionismo rifiuta di accettare l’Olocausto e asserisce che il genocidio degli ebrei da parte dei nazisti non è mai avvenuto e che è una enorme messinscena inventata dagli americani e dagli ebrei.
In Austria, Francia, Germania e Belgio il negazionismo è reato in quanto costituisce un insulto alla memoria di milioni di vittime.
In Israele, Portogallo e Spagna è reato la negazione di qualsiasi genocidio.
Norme antinegazioniste sono state introdotte anche in Nuova Zelanda, Svezia, Australia, Repubblica Ceca, Slovacchia, Lituania, Polonia e Romania.
Il carcere può arrivare anche a 10 anni.
In Italia non ci sono leggi penali di questo tipo perciò qua i negazionisti si permettono di mettere le loro stronzate sui blog, certi di non incorrere in pene per insulto alla memoria di milioni di vittime.
Nel 2007 le Nazioni Unite hanno approvato una risoluzione che “condanna senza riserve qualsiasi diniego dell’ Olocausto e sollecita tutti i membri a respingerlo, che sia parziale o totale, e a respingere iniziative in senso contrario”-
Secondo i negazionisti il marxismo è solo un diverso tipo di capitalismo.
Essi dicono che Hitler fu attaccato dal capitalismo ebraico e non fece altro che difendersi.
Le tesi principali dei negazionisti sono:
-I nazisti non hanno mai avuto intenzione di sterminare gli ebrei
-Le camere a gas sono una bufala
-Nella seconda guerra mondiale può essere che sia morto qualche ebreo ma non certo migliaia né tantomeno milioni
-L’Olocausto fu una invenzione ebraico-americana per giustificare i crimini degli Alleati
E’ vero che alcuni ebrei furono portati nei campi, ma ciò solo per difenderli dai pogrom. Questi campi erano accoglienti, avevano anche piscine e campi da gioco. Le camere a gas sono una balla ed è scientificamente impossibile sterminare masse di prigionieri con gas velenosi.
I negazionisti ignorano le migliaia di testimonianze dei sopravissuti. Ignorano le stesse testimonianze scritte dei gestori dei lager, i quali, con minuzia tipicamente teutonica, annotarono rigorosamente tutte le operazioni. Ignorano tutti i discorsi documentati di Hitler circa lo sterminio e la famosa pulizia etnica. Quando sono messi alle strette, sbottano in insulti volgari.
Rifiutano, tra le altre cose, il diario di Anna Frank. Negano anche le testimonianze dei gerarchi nazisti nel processo di Norimberga. Si attaccano in genere a dei particolari minuscoli delle testimonianze, dicendo che se un dettaglio è errato allora è errato tutto l’insieme.

I dinosauri bifidi
Viviana Vivarelli

Alcuni hanno la testa bifida: c’è posto solo per 2 etichette: fascista e comunista
Chi è fascista, come la Lega o B o Dell’Utri, considera chiunque non sia dei loro come comunista. Sono comunisti i giudici che indagano su B e la sua cricca, i giornalisti che svelano le trame di B e i suoi reati, i media che dicono qualche verità sulla gang di potere
Ma anche molti della sx extraparlamentare danno di fascista a chiunque non abbia la loro stessa sfumatura marxista. Hanno anche loro la testa bifida
Le teste bifide sono parecchie
Ma è come pretendere che il mondo abbia solo 2 colori: rosso e nero (anche se travestiti da tricolore o da verde o azzurro)
Invece i colori del mondo sono tanti e chi ne vede solo 2 è obsoleto, e sparirà, come i dinosauri
Così è facile sentire strani insulti.
Grillo dalla sx estrema viene insultato come fascista, mentre berlusconiani e leghisti gli danno di comunista.
Travaglio è insultato come fascista o comunista secondo i casi.
Fini, appena ha cominciato a criticare il grande capo, è stato tacciato immediatamente di comunismo (?) persino dalla vedova di Almirante per non parlare di Cicchitto, Feltri o la Santanchè.
Anch’io nel mio piccolo mi sono presa entrambi gli insulti, sarei una fascio-comunista.
Intanto la Lega conia la definizione di ‘fascismo buono’!? Un vero ossimoro! Peggio del fascio-comunismo!
In questa Babele di linguaggi e significati, in cui i nomi sono insulti, ognuno sembra dimenticarsi delle altre visioni del mondo:
delle socialdemocrazie, per es, di cui pure abbiamo in Europa 3 splendidi esempi di Stato, che potremmo prendere a modello e in cui un mercato non predatore riesce a coniugarsi con uno Stato non totalitario per il bene dei cittadini
Ci sono poi i no global, categoria durissima da capire per fascisti, comunisti, e anche archeodattili come Scalfari, anch’essi in via di estinzione.
I no global, come Grillo, non sono né di dx né di sx, dunque incomprensibili per le teste bifide, fisse nelle loro vecchie antinomie.

Ho detto almeno un milione di volte che sono entrata in politica solo dopo la macelleria messicana del G8 di Genova, quella che Amnesty International definì “La più grande sospensione dei diritti democratici, in un paese occidentale, dopo la 2° Guerra Mondiale”.
Sono entrata in politica come no global, operando dentro Lilliput, unione di 800 associazioni di volontariato italiane, ho fatto qualcosa in Manitese, ho lavorato duramente per 8 mesi, mettendoci tutti i miei soldi e le mie energie, alla campagna di bandiere di pace, creata da mia figlia e da due suoi amici, per scongiurare la guerra in Medio Oriente, dentro un movimento internazionale che portò alla marcia mondiale di 110 milioni di persone, ho seguito mia figlia nel suo lavoro di volontaria prima in Africa, a Korogocho, a Rio e nel deserto algerino, poi a Pisa.
Sono e resto una no global, il che vuol dire una che non è né di sx né di sx, ma critica entrambi gli schieramenti, critica la sx extraparlamentare per essere troppo schifiltosa e incapace di realizzare alcunché di concreto e unitivo, il centro per la sua ambiguità e il suo appoggiarsi non solo alla mafia ma anche ad un Vaticano che non è mai stato es. morale e civile, la dx totalitaria che ha ridotto l’Italia in queste miserabili condizioni che sono il contrario della democrazia.
Io sono, come tanti nel mondo, per una democrazia allargata e partecipata, che nasce dalle esperienze no global di Port Royal e dei Nuovi Municipi, contro il mercato delle multinazionali, contro i grandi organismi finanziari che stritolano il mondo, contro le cricche di potere che uccidono gli stati, contro le imprese dissennate che avvelenano il pianeta, contro le false democrazie, come quella americana dove solo i magnati si spartiscono il potere e si fanno leggi e tasse di comodo.
Sono per una democrazia dal basso, dove il controllo di chi amministra sia nelle mani dei cittadini e dove non esiste che pregiudicati, corrotti o mafiosi gestiscano potere pubblico, una democrazia che non somiglia affatto allo scippo di sovranità fatto da Calderoli né alle leggi pro-casta volute da B per garantirsi l’impunità assoluta, né somiglia alla partitocrazia gerontocratica che continua a dividere l’Italia tra la casta di quelli che tengono ogni potere e lo esercitano senza mandato e senza controllo fino alla morte, non pagando mai il fio del male che hanno fatto.
La democrazia no global non somiglia nemmeno alle rivoluzioni armate che hanno destituito caste nobiliari o militari per porre al vertice presunti governi comunisti popolari, perché la storia mostra come questi abbiano tradito tutte le speranze, con risultati che non sono mai stati democratici ma hanno messo un potere enorme nelle mani di una nomenclatura (casta di alti funzionari) totalitaria, lasciando la popolazione assolutamente priva di potere, di partecipazione e di controllo, oppure, anche peggio, tutto è finito con un despota che ha assunto su di sé un potere assoluto e totalitario per tutta la vita, designando anche il successore (vd Putin).
Quando ho incontrato la visione di Beppe Grillo e ho visto che faceva parlare spesso Premi Nobel o esperti internazionali, grandi nomi del mondo no global, come Stieglitz, Zanotelli, Paolo Farinella, Rigoberta Manciù o Goldman Sacks… sono rimasta incuriosita, perché né la sx moderata né la sx extraparlamentare sembravano aver il minimo interesse per i temi no global: l’inquinamento del pianeta, le energie sostenibili, il NO al nucleare, l’abbassamento progressivo delle difese del lavoro in un mercato globale, la delocalizzazione del lavoro, il cambio climatico, la democrazia dal basso, il rifiuto di una partitocrazia professionale e a vita, la lotta al precariato, la difesa della scuola e della ricerca, la difesa di beni collettivi come l’acqua, la difesa dei diritti costituzionali, l’attacco alla turpe predazione del mercato, la dissacrazione di un giornalismo di regime, infimo, servile e disinformante…..
In pratica sul suo blog ho trovato quasi tutti i temi no global, quelli che su altri blog non ho trovato.

Al momento mi manca:
un programma sui migranti
sui senza lavoro
e sui senza casa
un nuovo fisco
una qualche linea di politica estera
come si passa dai Nuovi Municipi ai Governi regionali a quello centrale
una valutazione su multinazionali, organismi finanziari internazionali e non, borsa e banche..
un modo per rendere le imprese a chi ci lavora, come avvenne in Argentina togliendole dalle mani di speculatori e avventurieri

Questo è Grillo. Questi sono i no global. Entrambe le posizioni sono terze rispetto al dualismo bifido dx-sx.
Si può anche pensare un mondo che non sia né di dx né di sx ma sia un modo nuovo di concepire la democrazia ripartendo dal basso.
Churchill disse: “La democrazia è il peggior sistema di governo, salvo tutti quelli sperimentati finora”. Churchill non era certo un democratico,né viveva in un paese che possa a buon diritto chiamarsi democratico, come non possono dirsi tali gli Stati uniti, dove solo chi è ricco conta qualcosa.

Ma io credo fermamente che, sempre restando nell’opzione democratica, si possa cominciare a sperimentare di meglio dei miserabili e precari modelli di democrazia che abbiamo adesso.

Una impopolare scelta di civiltà: una moschea a fianco di Ground zero
Vittorio Zucconi

Ci volevano fegato, enorme coraggio civile e un pizzico di vocazione al suicidio elettorale per fare quello che il Presidente Obama ha fatto venerdì sera. Una impopolare scelta di civiltà. Il coraggio di schierarsi decisamente, secondo la civiltà e la storia americane a favore della futura moschea a due isolati dagli spettri delle Torri Gemelle, perché gli Stati Uniti d’America sono costruiti sulla libertà di praticare “qualsiasi fede religiosa, da parte di qualsiasi cittadino, in qualsiasi luogo”.
In un momento orribile per la sua popolarità che comincia ad avvicinare gli abissi della “zona Bush” e dunque per le fortune del Partito Democratico avviato a una mazzata elettorale storica in novembre, prudenza, opportunismo e astuzia gli avrebbero dovuto consigliare silenzio, su una vicenda che non riguarda direttamente la Casa Bianca e dalla quale lui non ha nulla da guadagnare e dunque tutto da perdere. Preso tra una destra biliosamente demagogica e una sinistra sussiegosamente impermalosita, impaniato in un’economia che non riprende e lo trascina in basso, Obama avrebbe potuto ricorrere al collaudato trucco politichese della “triangolazione” inventato da Bill Clinton: dire una cosa e fare l’opposto.
Clinton avrebbe tuonato contro il fanatismo islamico e sotto traccia avrebbe incoraggiato la comunità musulmana a costruire il proprio centro magari due isolati più lontano, o avrebbe invocato la libertà religiosa, lavorando poi in silenzio per impedire quello che molti newyorkesi considerano un oltraggio alla memoria delle vittime del terrorismo islamista.
Ma Obama non è Clinton. La sua storia personale, la sua natura, la sua aspirazione a essere un leader etico e non soltanto un amministratore, gli ha impedito di guardare dall’altra parte come i suoi stessi consigliori gli raccomandavano. La sua è esclusivamente una religione civile, una fede nell’America della storia e della Costituzione come soltanto i cittadini di prima generazione, quale lui è, e di minoranza etnica che hanno conosciuto il sapore amaro della marginalizzazione, coltivano. Quando l’occasione per un discorso alto, nobile, laico, come sempre magnificamente pronunciato, si presenta, non sa resistere.
Fatta la scelta di parlare, non aveva scelta. Non poteva dire altro che “come cittadino e come Presidente – si noti la precedenza data alla parola cittadino – credo che i Mussulmani abbiano lo stesso diritto di praticare la propria religione di chiunque altro, in questa nazione”. Quando ciò che dovrebbe essere sacrosantamente ovvio diventa elettoralmente rischioso, il segno dei tempi non è buono.
Invano il suo addetto stampa Robert Gibbs, ormai avviato al licenziamento, gli aveva raccomandato di tenersi fuori da “una questione strettamente locale” come questa moschea di 13 piani da erigere due isolati a nord dal cratere dell’11/9, che a ormai quasi dieci anni di distanza dal massacro resta un grande vuoto nel cuore di Downtown Manhattan. Il sindaco della città, Bloomberg, si era già detto pienamente a favore della richiesta, nonostante l’opposizione della comunità ebraica. Il potentissimo comitato di zona aveva respinto all’unanimità – evento miracoloso nella città più litigiosa del mondo – una mozione per bloccare il “Centro Cordoba”, come i promotori hanno chiamato il progetto, ricordando la grande e squisita città multietnica andalusa governata dagli Arabi fino al XIII secolo. Obama non avrebbe quindi il potere né per bloccare, né per imporre la costruzione.
Se ha sentito il bisogno di intervenire davanti a leader mussulmani e chierici invitati alla Casa Bianca per l'”iftar”, il pasto serale che interrompe il digiuno quotidiano durante il Ramadan, è perché Obama si sente l’erede e il custode di una storia che comincia con Thomas Jefferson 220 anni or sono, quando il padre della democrazia americana e della separazione fra Stato e Chiesa s’intratteneva con religiosi mussulmani, perché nella sua vita è stato esposto a culture, esperienze, fedi, etnie diverse che gli rendono incomprensibili l’intolleranza e l’odio che quel cratere nel centro di Manhattan rappresentano. “Capisco le emozioni che questo problema suscita, ma questa è l’America e il principio secondo il quale popoli di ogni fede sono benvenuti, e non saranno trattati in maniere diverse dal loro governo, è parte essenziale di ciò che siamo”.
Meravigliosi principi che hanno fatto, più che cannoni e certamente più del dollaro, la grandezza di questa “città sulla collina” che gli Usa sono, ma che politicamente dimenticano una terribile verità: che esiste un’America pre 11 settembre 2001 e un’America post 11 settembre. Una moschea con grattacielo di 13 piani a cento metri da una tomba a cielo aperto scavata da chi uccise credendo di compiere una missione divina appartiene al “dopo”. Non ci sono conciliazioni razionali fra coloro che a New York, e nelle schiere dei seguaci di abili manipolatori della politica come Sarah Palin (“una provocazione” ha chiamato quel centro islamico), domandano “perché una moschea proprio lì” e coloro che, come Obama, chiedono: “Perché non lì?” visto che decine di mussulmani morirono quel giorni accanto a cristiani, ebrei, atei.
Infatti, Obama è riuscito a irritare tutti e a non accontentare nessuno, come accade a chi dice la cosa giusta, a parte il promotore del progetto, il costruttore Sharif al-Gamal, entusiasta. Dal mondo arabo e mussulmano arriva l’accusa di fare molto “simbolismo”, come fu il celebre discorso all’Islam pronunciato al Cairo, e poca sostanza, mentre il campo di Guantanamo resta aperto e le vittime “collaterali”, cioè innocenti, in Afghanistan e in Pakistan sotto i bombardamenti, si accumulano. La principale organizzazione ebraica degli Usa, la Anti Defamation Ligue, lo critica e si oppone ferocemente alla moschea, tra le grida e gli strepiti dei repubblicani che accusano il Presidente di “sacrilegio”.
E l’economia, che è il solo altare ai cui piedi alla fine ogni tabernacolo, ogni Libro, ogni paramento, ogni fede in America s’inchinano, resta una dea immusonita e incollerita che chiederà il sacrificio civile di un presidente, di Obama, che troppo ancora crede alla civiltà della politica e allo spirito dell’America, anche, e soprattutto, quando brutalmente ferita e offesa dai barbari.
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Storia della politica: il Partito dell’Uomo Qualunque

Il partito dell’Uomo qualunque nacque attorno a un giornale,a Roma nel 1944, ad opera del commediografo e giornalista Guglielmo Giannini.
Inserito nella U maiuscola si vede un torchio che schiaccia una striminzita immagine di uomo: simbolo della classe politica che opprime il piccolo borghese, il travet, l’uomo qualunque. Sotto la testata c’è una rozza vignetta dove un poveraccio scrive su un muro: Abbasso tutti.
Il giornale arriverà a 850.000 tirature nel 45. E’ una satira pesante pena di insulti. Giannini non è filofascista ma attorno a lui si aggregano gruppi di fascisti.
Giannini voleva dare voce all’uomo della strada, contrario al regime dei partiti e a ogni forma di statalizzazione. Era contrario al fascismo come al comunismo. Tentò di aderire al liberalismo ma fu rifiutato. Fonda il suo partito nel 46.
Lotta al comunismo
Lotta al capitalismo della grande industria
Propugnazione del liberismo economico individuale
Limitazione del prelievo fiscale
Negazione della presenza dello Stato nella vita sociale del paese
Nel 46 prende 1.211.956 voti, 5,3% delle preferenze, e guadagna 30 deputati diventando il 5° partito nazionale, dopo la DC, il PSIUP, il PCI, e l’UDN.
Alcide De Gasperi lo attacca. Nel 1947 Giannini si avvicina alla Dc e perde consensi finché sparisce.

Cosa sono i Nuovi Municipi
Per una globalizzazione dal basso, solidale e non gerarchica

Il mercato globale usa il territorio dei vari paesi come un unico spazio economico, in cui le risorse locali diventano prodotti di mercato, non pensando alla sostenibilità ambientale e sociale dei processi di produzione.
Il risultato è la distruzione delle risorse e delle differenze locali.
L’opposto sarà la loro valorizzazione, in processi di autonomia cosciente e responsabile, rifiutando il mercato unico.
Nascono così le reti civiche e il “buon governo” della società locale, che non deve essere un localismo chiuso e difensivo, ma sostituirà reti alternative alle reti globali, in una cooperazione non gerarchica e non strumentale.
Alla globalizzazione dall’alto delle multinazionali dove contrapporsi una globalizzazione dal basso, solidale, non gerarchica, tra società locali.
Per realizzare futuri sostenibili, gli enti locali avranno funzioni dirette nel governo economico e attiveranno nuove forme di esercizio della democrazia.
Solo rafforzando le società locali e i loro sistemi democratici di decisione si potrà resistere agli effetti omologanti del mercato neoliberista.
Nasce così il “Nuovo Municipio”, come laboratorio di autogoverno.
In esso sarà dominante la figura del produttore-abitante che prende cura di un luogo, vede crescere il lavoro autonomo, la microimpresa, il volontariato, il lavoro sociale, l’impresa a finalità etica, solidale, ambientale..
Il Nuovo Municipio difende le risorse locali, contro le espropriazioni esogene delle multinazionali (vd l’acqua) e promuove gli spazi pubblici come luoghi formativi di decisioni collettive.
E’ un nuovo rapporto diretto tra eletti ed elettori, mentre oggi i cittadini sono espropriati da ogni potere e devono obbedire a logiche superiori di tipo economico che vanno contro i loro interessi.
Il Nuovo Municipio attiverà nuovi istituti di decisione e controllo accanto agli istituti di democrazia delegata, allargandoli al maggior numero di soggetti, per la promozione “statutaria” di un futuro localmente condiviso. A questo progetto devono poter partecipare anche i soggetti più deboli, seguendo la Carta di Aalborg e le Agende 21.

Gli istituti decisionali della nuova cittadinanza comprendono:
-una rappresentanza delle principali associazioni economiche e di categoria (artigiani, agricoltori, commercio, industria, turismo, ecc.);
-una rappresentanza delle associazioni con finalità culturali, sociali, di difesa dell’ambiente;
-una rappresentanza di comitati e di forum, tematici, territoriali e urbani;
-una rappresentanza delle circoscrizioni o assemblee di quartiere, di zona ,ecc..

Ogni progetto deve essere presentato nel modo più semplice e comprensibile e deve essere partecipato dal n° più alto di cittadini.
Si deve poter discutere di tutto: anziani come bambini, donne come migranti, contadini come commercianti…per cercare un buon vivere comune.
Il Municipio si unirà alla rete di Municipi, secondo forme intermedie tra la democrazia delegata e la democrazia diretta (assemblea, referendum, ecc.). Si darà riconoscimento e rispetto alla multiculturalità.
Il Nuovo Municipio avrà politiche di accoglienza degli immigrati.

Nuovi indicatori di benessere:
-Grado e la forma della partecipazione sociale alle decisioni.
-Drastico ridimensionamento del PIL (come unico indicatore del benessere) . Il Pil sarà integrato con la qualità ambientale, urbana, territoriale, sociale, e il riconoscimento delle diversità culturali.
-Riconoscimento del patrimonio locale come base per la produzione di ricchezza durevole.
-Sostenibilità ecologica, chiusura tendenziale dei cicli delle acque, dei rifiuti, dell’alimentazione, dell’agricoltura; riduzione della mobilità; autonomia del sistema territoriale locale nella produzione, nell’informazione, nella cultura, negli stili di vita, ecc..
-Reti di relazione e di mutuo scambio fra società locali.

Il NM deve guidare uno sviluppo economico autocentrato, aiutando i soggetti deboli ad emergere, favorendo la crescita delle autonomie della società locale. Promuoverà le economie locali che mettano in valore i beni territoriali e ambientali comuni, che sviluppino tecnologie e filiere produttive appropriate al luogo e alle sue risorse,con relazioni improntate allo scambio solidale.

Il patrimonio territoriale è indivisibile. Si deve salvaguardare le riserve naturali (parchi e coste) e storiche o artistiche (monumenti, centri storici…).
Il patrimonio comprende il territorio come le genti, il paesaggio come la cultura, i saperi, le arti…La nuova economia valorizzerà questo patrimonio senza svenderlo a operazioni di speculazione commerciale.

Il NM curerà gli scambi tra culture, tra prodotti tipici, o saperi tecnici e politici, improntati al superamento della competizione economica selvaggia verso forme di cooperazione e di mutuo scambio solidale fra città del nord, fra sud e nord, fra sud e sud.
Il Municipio occidentale esporta la consapevolezza della crisi del proprio modello industrialista e sviluppista ed i germi delle alternative sperimentali a quella crisi; il municipio dei paesi poveri (in via di non sviluppo) può proporre gli insegnamenti della autorganizzazione della sopravvivenza allo sviluppo stesso.
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LUIGI DE MAGISTRIS

Dalle colline del Cilento, tra le campagne e il mare, tra punta Licosa e la Valle di Diano, penso alla strada che dobbiamo fare per conquistare l’Italia e liberarla dall’occupazione delle caste.
Il partito dell’amore è divenuto il partito dell’odio: Berlusconi e Fini, i soci fondatori del PDL se si potessero ammazzare lo farebbero senza remore.
Berlusconi + Bossi rappresentano la nuova destra: eversiva, estremista, razzista e populista. E’ nato, nel frattempo, il terzo polo che, attenzione, non è la nuova DC,in quanto non ha nulla di popolare: è un’operazione di “palazzo”.
Il terzo polo – quello che si presenta come la nuova destra liberale – è, in realtà, il riposizionamento, al centro, di una parte dei poteri forti: una fetta rilevante di Confindustria, probabilmente Montezemolo, un segmento significativo delle gerarchie ecclesiastiche che non tollerano più il folklore edonistico del sultano di Arcore, i finiani folgorati sulla via di Damasco sul tema della legalità, Casini e l’affine Caltagirone, Cuffaro (quello condannato per fatti di mafia, il vero azionista di maggioranza dell’UDC), Cesa (quello già coinvolto in inchieste su truffe all’unione europea), De Mita (il nuovo ideologo del terzo polo), Rutelli (alias Rutellone, il radical chicsinistrato Sindaco di Roma, frequentatore anche di “incriccati” della P3, già Nuova P2).
Ecco, il terzo polo non è il partito dell’amore, è il partito della normalizzazione. Raccolgono i frutti delle leggi vergogna berlusconiane che, soprattutto, ifiniani hanno avallato dalla prima all’ultima e si presentano, oggi, come gli uomini nuovi, i salvatori della patria dal berlusconismo. In realtà, vogliono solo liberarsi di Berlusconi e rimanere, dalla casta, agganciati alle poltrone.
Ovviamente, con alcuni finiani il dialogo su tanti temi è fattibile e, anzi, già in corso, penso, ad esempio, a Fabio Granata, ad Angela Napoli, con la quale ho, tra l’altro, un ottimo rapporto.
Il PD è, complessivamente, in stato confusionale, per certi versi non pervenuto, anche se la maggioranza della classe dirigente, forte del sostegno del Presidente della Repubblica, ha il terrore del voto e pur di non votare farebbe un “ribaltone” anche con Totò Riina o con il tronista Costantino. Realpolitik: pur di liberarsi di Berlusconi, alleiamoci anche con il diavolo.
La verità credo sia una sola: una fetta significativa della dirigenza del PD non vuol cambiare, è nel sistema. O’ sistema. Nel resto del csx che succede?
Vendola ha avuto il merito di proporsi per le primarie come leader del csx e di scoprire anche un modo innovativo di fare politica.
Non devono prendersela, però, Nichi e Claudio Fava se qualche loro compagno di coalizione, tra i quali mi ci metto anche io, sottolinea che la squadra è più importante del leader e che lo stesso Nichi è solo uno della squadra, poi si vedrà tutti insieme, popolo e partiti, chi sarà il più convincente per sconfiggere le vecchie e le nuove destre. Nichi è, sicuramente,uno dei protagonisti di questa avventura straordinaria per cambiare la nostra amata Italia, non facciamone però una icona al di sopra di ogni critica.
Si vince con la squadra, non con l’individualismo.
Costruiamola dunque questa squadra, tutti insieme, con dialogo e passione.
La federazione della sx si sta muovendo con argomentazioni interessanti purché non si pieghi alla logica del solipsismo politico, e decida di partecipare a un’alleanza per la democrazia e la difesa della Costituzione.
Quello che trovo più interessante di tutto è il popolo che si sta mettendo in movimento. Il quarto stato dei buoni e degli indignati. La rete, le piazze, le fabbriche, i luoghi di lavoro, le manifestazioni: tanta gente che partecipa, ascolta, pone domande, lotta, vuole verità e giustizia, pretende una politica pulita, vorrebbe il merito e non la logica dei furbetti e dei raccomandati.
Il popolo è con noi, è con quelli che si presentano puliti, con una storia trasparente alle spalle, che lottano per i diritti di tutti e soprattutto dei più deboli, senza scheletri negli armadi, ricchi di passione ed entusiasmo, capaci di dialogare con la gente senza mediazioni precostituite e, nello stesso tempo, con idee chiare ed innovative per governare, per unire un Paese dilaniato, per dargli prestigio e autorevolezza, rimettendo in moto l’economia e sconfiggendo la disoccupazione.
In tutto questo IDV, il mio partito?
Non l’ho certo omesso, anzi, come dire, dulcis in fundo. Vorrei che IDV prendesse la guida di un nuovo e diverso csx: antagonista al berlusconismo, che abbia nella questione morale e nella questione culturale le architravi della sua azione politica, con un progetto complessivo per il consolidamento dei diritti, con un programma economico che sappia tenere insieme la libera impresa e i diritti dei lavoratori che devono essere sempre più protagonisti del loro destino e della vita sociale, che sappia coniugare sviluppo economico e salvaguardia della natura, che imprima la svolta decisiva al contrasto ad ogni forma di criminalità. IDV deve essere coerente, senza contraddizioni tra chi pratica valori e chi, invece, razzola disvalore. IDV deve avere coraggio e non avere più tentennamenti: dialogare più profondamente con i movimenti e la società civile, formare una classe dirigente che sappia cogliere le straordinarie professionalità presenti nel Paese, offrire un messaggio politico chiaro e semplice, riformista e rivoluzionario allo stesso tempo.
In questi anni siamo stati la vera e unica forza di opposizione, strenui difensori della Costituzione Repubblicana, dimostriamo di essere la prima linea della coalizione pronta a sconfiggere Berlusconi e i normalizzatori post-berlusconiani; un partito protagonista, in grado di dialogare con il PD – con il quale vorremmo trovare un accordo vero, con tutti quei militanti e dirigenti che vogliono, come noi, un’altra Italia – e con tutti gli altri, capace di unire e non di dividere, rispettando gli altri e pretendendolo,senza condizioni strumentali (come quella che il Capo dello Stato deve essere al di sopra della critica, noi siamo per la laicità in politica come nella vita, nessuno è intoccabile).
Se sapremo essere tutto questo il popolo del cambiamento, di chi non vuole più la casta ma una politica dell’interesse pubblico e del bene comune, ci seguirà: non nell’interesse di IDV, ma del Paese tutto.

Oggi per sognare, ogni giorno per cambiare!

Luigi de Magistris
http://www.luigidemagistris.it
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La criminalità sistemica come metodo di governo (sunto)
Roberto Scarpinato, procuratore generale di Caltanissetta

Nei paesi a democrazia avanzata la criminalità non fa storia. In Italia, invece, è inestricabilmente intrecciata con la storia nazionale, perché protagonisti delle vicende criminali sono anche settori imponenti della classe dirigente.
La storia italiana è segnata da una criminalità dei potenti plurisecolare che si è manifestata in 3 modi: lo stragismo e l’omicidio per fini politici, la corruzione sistemica e la mafia.
Un francese, un inglese, un tedesco, uno spagnolo possono tranquillamente ignorare le vicende criminali dei loro paesi perché, tranne poche eccezioni, sono ininfluenti sul destino collettivo. Ma un italiano no. Deve conoscerla per capire la realtà. Per capire perché siamo sempre a rischio di crisi con un deficit che sempre aumenta, e perché i suoi dirigenti non si autoregolano. Perché la criminalità dei potenti condanna il paese al declino e incide sulla concreta qualità della vita di milioni di cittadini.
In Italia la criminalità dei potenti incide sul destino economico dell’intera nazione.
Da noi stragismo, corruzione e mafia fanno parte della costituzione materiale del paese, della sua identità culturale, del suo concreto modo di essere.

Nel 1500 un protagonista politico fu Cesare Borgia, duca di Valentino, figlio naturale del papa Alessandro VI, uno dei più corrotti della storia della chiesa, pluriassassino e stragista, uomo senza principi e senza onore.
Machiavelli scrisse Il Principe ispirandosi proprio a Cesare Borgia, ma in tanti ignorano che aveva conosciuto personalmente e che non era diverso dagli altri signorotti locali. Il fatto che Machiavelli ne apprezzasse le gesta e li prendesse a modello di comportamento, dimostra la “normalità” della pratica dell’omicidio e dell’astuzia sleale nella lotta politica, in dispregio di ogni regola e di ogni criterio di lealtà anche nello scontro militare.
Questa mostruosità è rimasta. Da noi è “normale” da secoli tributare ammirazione ai furbi ed ai violenti, quando in altri paesi di antiche tradizioni democratiche e civili – come l’Inghilterra – anche la contesa politica deve rispettare, pur nello scontro violento ed armato, regole di lealtà e di onore.
Anche in quei paesi sono esistititi ed esistono personaggi come i Borgia. Il punto è che costoro sono stati superati dall’evoluzione storica e civile, sicché oggi non godono di alcun consenso e sono costretti ad operare nell’ombra.
In Inghilterra, dopo secoli di accumulazione predatoria e di scorribande da parte delle classi dirigenti, si è consolidata intorno all’Ottocento una tradizione di moralità pubblica di cui sono emblematici la massima “l’onestà è la migliore politica” e la tradizione del rendere conto, per cui appena un dirigente è sfiorato da scandali si deve dimettere ed è emarginato anche per peccati veniali. Recentemente un importante esponente politico inglese è finito in carcere con una pesante condanna detentiva perché aveva negato che un albergo per la figlia – pochi milioni di lire – era stato pagato da un’azienda privata.
Anche in Francia e in Germania esiste una tradizione molto rigorosa all’interno della pubblica amministrazione, i cui funzionari sono selezionati con estremo rigore. Vincere slealmente e contro le regole è considerato meritevole di disprezzo sociale.

Dopo i Borgia, vennero i tanti Don Rodrigo, prototipo del potente italiano che ha dominato la scena sino agli inizi del Novecento e che ora è tornato a cavalcare la storia. Con lui il metodo mafioso è ordinario, non nasce con Riina e Provenzano, ma è un prodotto delle classi dirigenti, che si presentano come prepotenza organizzata, abuso di potere personale da parte di minoranze.
Don Rodrigo fa parte di un mondo di potenti al di sopra della legge: anzi del mondo che detta la legge.
Questo potere era riconosciuto come legittimo dall’ordinamento giuridico feudale fondato sulla natura divina dell’investitura del potere, delegato dall’alto verso il basso sulla base di linee di trasmissione di carattere personale: dal Dio al papa, dal papa all’imperatore, dall’imperatore ai re, dai re ai principi e via discendendo all’interno di una società castale. E’ il metodo con cui milioni di italiani hanno dovuto convivere per secoli da vittime o da carnefici perché in Italia il tardo feudalesimo è giunto sino alle soglie della modernità.

In Sicilia il feudalesimo è stato abolito ufficialmente solo nel 1812. In Piemonte sino al 1789 esisteva ancora la servitù della gleba. Mentre a Parigi prendevano la Bastiglia, in molte zone d’Italia ardevano ancora gli ultimi roghi dell’inquisizione.
La mostruosa normalità del Principe, dei Borgia, dei Don Rodrigo, non è cessata.
Queste figure hanno continuato a cavalcare i secoli, e, riproducendosi di generazione in generazione, sono giunti sino ai nostri giorni.

Lo stragismo dei Borgia, per es., è una costante storica. Nessuna storia nazionale europea è segnata, come quella italiana, da una catena così lunga ed ininterrotta di stragi.
Basti considerare la sequenza delle stragi italiane dal secondo dopoguerra sino a oggi. Dalla strage di stato di Portella della Ginestra del 1 maggio 1947, che inaugura la strategia della tensione, alla strage di Piazza Fontana a Milano, alla strage di Piazza della Loggia a Brescia, alla strage dell’Italicus, alla strage di Bologna, alle stragi politico-mafiose del 1992 a Palermo e del 1993 a Firenze, Milano, Roma. L’elenco degli omicidi politici poi è sconfinato.
Il sigillo del potere, la regia occulta di mandanti eccellenti dietro talune di quelle stragi e di molti omicidi emerge da vari indicatori.
In primo luogo i depistagli delle indagini della magistratura da parte di apparati dello stato. Si pensi alla strage di Portella della Ginestra, ed alle condanne definitive inflitte ad esponenti dei servizi segreti per avere depistato le indagini sulla strage di Bologna.
In secondo luogo l’assassinio di tutti coloro che erano depositari di segreti scottanti e che minacciavano di rivelare i nomi dei mandanti occulti eccellenti. Tutti gli esecutori materiali della strage di Portella della Ginestra – una decina di persone – furono assassinati. Dal bandito Giuliano a Gaspare Pisciotta, ucciso in carcere con un caffè corretto alla stricnina, dopo che in pubblica udienza aveva annunziato che avrebbe fatto i nomi dei mandanti della strage, rivelando i retroscena.
Ermanno Buzzi, condannato all’ergastolo come uno degli esecutori materiali della strage di Piazza della Loggia a Brescia, fu strangolato in carcere prima che potesse iniziare a collaborare con la magistratura.

Ma il sigillo del potere, oltre che nell’impossibilità della magistratura di accertare in sede giudiziaria la responsabilità dei mandanti eccellenti, si rivela anche nell’impossibilità dello stesso Parlamento di far luce sui retroscena politici delle stragi.
Così non fu possibile istituire una commissione parlamentare sulla strage di Portella della Ginestra, nonostante fosse stata richiesta a gran voce. La Commissione parlamentare sulle stragi neofasciste degli anni 70 è stata fatta morire con il tacito accordo trasversale di tutte le forze politiche, senza arrivare a una relazione conclusiva-

La Commissione Parlamentare Antimafia si è ben guardata dall’aprire un’inchiesta per accertare i retroscena politici sulle stragi del 1992 e del 1993.
Una parte dello stato dovrebbe processare un’altra parte dello stato.
Così gli scheletri vengono rimessi negli armadi.
Oltre lo stragismo anche il metodo mafioso, come metodo di gestione del potere, è giunto sino ai nostri giorni. Magistrati e poliziotti sono oggi preoccupati da un fenomeno che si diffonde a macchia d’olio: la progressiva diffusione del metodo mafioso nel mondo dei colletti bianchi. In centinaia di indagini in tutto il paese emergono associazioni a delinquere, comitati di affari, network di potere composti da colletti bianchi che si avvalgono di metodologie mafiose per conquistare illegalmente spazi di potere e condurre i loro affari.

Del resto nel codice penale per il reato di associazione mafiosa non è necessario utilizzare le armi o porre in essere atti di violenza materiale. Vi sono infatti mille metodi altrettanto efficaci per esercitare prepotenza organizzata, creando uno stato di soggezione diffusa e piegando la volontà dei singoli.
Il metodo mafioso è sempre stato una creatura delle classi dirigenti.
Leopoldo Franchetti, uomo della dx liberale, nel 1876 pubblicò una inchiesta sulla mafia che resta un capolavoro. Si rese conto che la mafia non era un problema di ordinaria criminalità ma un mix micidiale di cervello borghese e lupara proletaria. I più importanti capimafia erano colletti bianchi, esponenti della classe dirigente che utilizzavano il metodo mafioso come metodo di gestione del potere e come strumento di lotta politica per mantenere uno status quo fondato sui privilegi di pochi ai danni di tanti.

La somministrazione concreta della violenza veniva delegata ai mafiosi con la coppola storta – gli eredi dei bravi di don Rodrigo, i progenitori dei Riina e dei Provenzano di oggi – i quali, in cambio dei loro servigi, ottenevano protezioni e libertà di predazione sul territorio tramite le estorsioni. Da qui l’irredimibilità del problema mafia. La mafia è un affare di famiglia interno alla classe dirigente nazionale.
Il capo della mafia di Corleone, prima di Riina e Provenzano, era Michele Navarra, medico chirurgo. Il capo della mafia di Palermo negli anni Ottanta era Michele Greco, un ricco proprietario terriero, ospite dei migliori salotti palermitani. E oggi la realtà giudiziaria racconta un’altra storia, oscurata dai media.
In centinaia di procedimenti penali emergono centinaia di medici, professionisti, imprenditori, colletti bianchi che rivestono ruoli di capi organici. Quando in Italia si fa l’elenco dei poteri forti, si cita sempre la Confindustria, il Vaticano, i circoli finanziari, ma si dimentica di annoverare la borghesia mafiosa.

Dall’unità d’Italia ad oggi nessuno ha potuto governare questo paese senza tenere conto della forza politica di questo pezzo di classe dirigente e del blocco sociale che esprime.
Non è un caso che da quando nel 1996 la sx ha iniziato ad assumere responsabilità di governo, ha completamente cancellato dalla sua agenda politica il nodo dei rapporti tra mafia e politica.

Oltre allo stragismo, all’omicidio politico e al metodo mafioso, un altro modo in cui si è declinata nei secoli la criminalità dei potenti in Italia è stata la corruzione.
Sin dai tempi della Monarchia si registra una differenza sostanziale tra il nostro paese ed altri paesi europei. Altrove la corruzione è una sommatoria di casi singoli. In Italia, la corruzione è sistemica, codice culturale della classe dirigente che si autogarantisce l’impunità.
Si veda lo scandalo della Banca Romana nel 1893, una delle 5 banche nazionali autorizzate a stampare carta moneta per conto dello Stato. I dirigenti avevano stampato banconote false, duplicando i numeri di serie per una cifra spropositata e la Banca aveva erogato crediti senza garanzie, l potere del tempo: palazzinari legati alla famiglia reale, parlamentari della dx e della sx, ministri, ex ministri, giornalisti di grido. In totale circa 150. Si arrivò al crack. Il processo si concluse dopo 61 udienze con l’assoluzione di tutti gli imputati.
Nelle indagini era coinvolto anche il Presidente del Consiglio Giolitti, su mandato del quale solerti funzionari di polizia avevano fatto sparire casse di documenti scottanti che coinvolgevano politici e membri della famiglia reale.

La tangentopoli italiana non si è mai fermata ed ha attraversato il Fascismo, la prima e la seconda repubblica giungendo sino ai nostri giorni. Le storie di oggi sono la replica e la riedizione di quelle di ieri e dell’altro ieri, anche nei loro esiti: l’eterna impunità garantita, in un modo o in un altro, a tutti i principali protagonisti delle vicende corruttive.
La straordinaria continuità storica della corruzione sistemica nella storia italiana dimostra quanto sia depistante parlare di questione morale. Una patologia del potere che dura ininterrottamente da più di un secolo e mezzo godendo di eterna impunità, va interpretata per quello che realmente è. Un codice culturale che plasma la forma stessa di esercizio del potere.

Ma oggi è anche peggio. Prima, almeno fino alla fine della prima repubblica, la corruzione e l’abuso di potere dovevano essere praticati sottobanco; oggi invece l’abuso di potere e la corruzione possono essere praticati sempre di più alla luce del sole, perché di giorno in giorno vengono legalizzati.
Nel 1997 una maggioranza di csx con l’adesione entusiastica della minoranza di cdx ha varato una riforma dei reati contro la pubblica amministrazione, che ha sostanzialmente contribuito a legalizzare il clientelismo, la lottizzazione e la feudalizzazione delle istituzioni, consentendo la selezione del personale pubblico non per meriti, ma per grado di fedeltà a vari padrini e padroni.
Il risultato è stato conseguito abolendo il reato di abuso di ufficio non patrimoniale e lobotizzando il reato di abuso di ufficio patrimoniale, che è stato ridotto ad un cane che abbaia ma non può mordere. La pena è stata infatti ridotta da 5 a 3 anni, con tre conseguenze: niente più custodia cautelare per i colletti bianchi; niente più intercettazioni ed, infine, termini di prescrizione accorciati a 5 anni con le attenuanti generiche. In 5 anni celebrare 3 gradi di giudizio con il nuovo codice di procedura penale è impresa impossibile. I reati sono dunque destinati alla prescrizione.
Il reato di abuso di potere è stato ridotto in uno zombie; le condanne sono crollate da 1035 del 2000 a 45 del 2006. È stato il primo via libera alle mille forme di corruzione che si realizzano tramite l’abuso di ufficio, il Bengodi di parentopoli, vallettopoli, affittopoli ecc tutto a costo zero. Niente rischio penale.

Dopo la legalizzazione dell’abuso di potere, è venuta la legalizzazione del conflitto di interessi, o legalizzazione dell’interesse privato in atti d’ufficio, divenuta ormai la forma palese ed accettata di corruzione. Solo i parvenu del potere ed alcuni inguaribili passatisti oggi si ostinano a praticare il vecchio sistema della richiesta della tangente con la bustarella. Gli arrivati, quelli che occupano i gradini più alti della piramide, ormai praticano l’illegalità alla luce del sole. È pressoché sterminato l’elenco dei ministri, sottosegretari, parlamentari, consiglieri regionali, sindaci, amministratori e via dicendo, che utilizzano i loro poteri per fare i propri interessi elargendo finanziamenti pubblici, concessioni, crediti agevolati a imprese di famiglia o alle quali sono cointeressati, che distribuiscono consulenze d’oro a persone loro vicine, che assumono parenti e clienti nel pubblico sotto la scudo stellare della discrezionalità politica ed amministrativa. La nuova corruzione sta minando le basi dello stato sociale.

Sino alla prima metà degli anni Novanta la corruzione fu finanziata con la dilatazione della spesa pubblica, attraverso l’inflazione. La corruzione contribuì a portare il rapporto tra il debito pubblico e il PIL dal 60% del 1980 al 118% del 1990. L’Italia rischiò il default di tipo argentino.
Dopo che il trattato di Maastricht ha imposto rigorosi tetti massimi alla spesa, non è più possibile finanziare la corruzione con l’inflazione. La nuova corruzione legalizzata ha così cominciato a nutrirsi del tessuto muscolare connettivo del corpo sociale: cioè le riserve destinate a finanziare lo stato sociale e a garantire ai meno abbienti un portafoglio sociale di prestazioni gratuite che integrano il reddito da lavoro.

Lo smantellamento dello stato sociale sta avvenendo anche mediante privatizzazioni all’italiana, cioè dirottamento dal pubblico a società private delle risorse destinate a finanziare la sanità, la scuola, lo smaltimento dei rifiuti, etc. In centinaia di processi penali dal Nord al Sud è emerso come spesso, troppo spesso, le società destinatarie di tali fondi siano direttamente o indirettamente riconducibili a soggetti che fanno parte della nomenclatura del potere. Taluni processi penali hanno poi rivelato in che cosa si sono risolte alcune privatizzazioni delle principali imprese pubbliche in settori strategici, come le telecomunicazioni. Svendite sottocosto di beni di Stato ed arricchimenti spropositati di speculatori finanziari che godevano di occulte protezioni. Spartizione di settori strategici del patrimonio industriale nazionale tra poche decine di megagruppi: i soliti noti che mediante l’acquisizione di pacchetti strategici e ragnatele di partecipazioni incrociate, controllano – incontrollati – snodi cruciali dell’intera economia.

Gli argini si sono rotti soprattutto grazie alla diminuzione del peso della sx. Dopo la 2° guerra mondiale c’era in Italia il più forte partito comunista europeo, con una classe operaia che aspirava a divenire classe generale e ad assumere la direzione dello stato, mediante alleanze strategiche con il mondo riformista cattolico e la parte più evoluta della società civile.
Dopo la caduta del muro di Berlino e la sopravvenuta irrilevanza storica e sociale della classe operaia, l’antagonismo sociale si è completamente disarticolato.
Cessato il pericolo del sorpasso a sx, la dx ha inaugurato la stagione delle mani libere, la deregulation, o sistematica abolizione delle regole e dei controlli nell’economia e nella politica.

Uno degli obiettivi è diventata la Costituzione. Il nuovo potere vuole avere le mani libere e non sopporta regole e controlli. Vive la Costituzione come una camicia di forza e degenera verso l’assolutismo, svuotando le istituzioni e distruggendo la separazione e l’equilibrio tra i poteri, l’indipendenza della magistratura, una libera stampa ecc.
Una Costituzione che proprio perché non rifletteva la reali culture della maggioranza, si è tentato di sabotare in mille modi non appena i vecchi equilibri di potere si erano ristabiliti già negli anni Cinquanta. Sono state necessarie molte lotte ed è dovuto scorrere molto sangue perché alcune parti di quella Costituzione si traducessero in realtà e non restassero un libro dei sogni. Oggi la Costituzione è disarmata, affidata soltanto a se stessa e alle minoranze del paese, eredi di quelle stesse minoranze evolute che la concepirono.
Così quello a cui stiamo assistendo è uno straordinario ritorno al passato.
C’è una straordinaria coerenza interna nel disegno che anima la sequenza di iniziative politiche e di leggi che da un quindicennio stanno erodendo dall’interno la Costituzione del 1948, realizzando una ristrutturazione in senso autoritario dello stato e della democrazia. È sufficiente accennare telegraficamente ad alcuni dei principali passaggi.

Lo svuotamento della sovranità popolare mediante la privazione del diritto di scegliere i propri rappresentanti alle elezioni con il voto di preferenza.
La conseguente riduzione del Parlamento ad una assemblea di nominati dal Principe, meno di mezza dozzina di oligarchi che seleziona il personale parlamentare sulla base di criteri di fedeltà politica e di sudditanza.
La correlativa abolizione di fatto della separazione tra potere esecutivo e legislativo, perché un’assemblea di nominati dall’alto, privi di rapporto con il territorio, non può che ratificare nell’arco di un quarto d’ora le leggi che sono state confezionate dagli oligarchi che occupano l’esecutivo.
La progressiva abolizione della separazione tra potere esecutivo e potere giudiziario, portando la magistratura sotto il controllo dell’esecutivo.
E poi la limitazione del potere di controllo dell’opinione pubblica, tramite la sistematica occupazione di tutti gli spazi dell’informazione (si pensi alla riforma delle intercettazioni e al divieto di pubblicare atti processuali anche non più coperti dal segreto). Arriviamo alla concentrazione verticale del potere di tipo monarchico.

E’ il nuovo feudalesimo, che rifiuta naturalmente una giustizia unica per tutti, e crea luoghi privilegiati per i potenti. Nell’ordinamento feudale infatti la giustizia comune era riservata alla plebe. I potenti – gli aristocratici, gli ecclesiastici, i notai, quelli che contavano – avevano i loro fori speciali dove venivano giudicati dai loro pari secondo regole separate.
In Italia siamo arrivati alla disuguaglianza fatta norma, criminalizzando il disagio sociale e decriminalizzando i reati dei potenti.
Questo neofeudalesimo è affollato di vassalli in ricerca del loro principe, di sudditi contenti di esserlo, di intellettuali la cui massima aspirazione è di divenire il consigliori del principe e di essere iscritti nel suo libro paga…
Un paese che ha mancato il suo appuntamento con la modernità, passando direttamente dalla pre-modernità del tardo feudalesimo alla post-modernità, caratterizzata dalla crisi mondiale dello stato di diritto, senza avere avuto il tempo di vivere la stagione della modernità: quei 2, 3 secoli durante quali in paesi come la Francia, l’Inghilterra, gli Stati uniti si sono affermate le culture della modernità: l’illuminismo, il liberalismo, il moderno costituzionalismo, fondative del moderno stato democratico di diritto.
Così la vecchia cultura della roba si è saldata con la nuova cultura del profitto senza regole e senza limiti.
Chi salverà questo paese da se stesso?
La lezione della storia dimostra che a volte che il paese non è stato salvato dalle sue maggioranze, ma dalle sue minoranze.
Sono state le minoranze che hanno fatto il Risorgimento, trasformando un popolo di tribù in una nazione.
Sono state le minoranze che hanno fatto la Resistenza ed hanno concepito la costituzione.
E sono le minoranze quelle a cui oggi resta affidata la difesa della Costituzione. La difesa della Costituzione resta l’ultima spiaggia. Sino a quando questa Costituzione resterà in vita, sapremo sempre da dove ricominciare dopo le macerie.
Sino a quando questa Costituzione resterà in vita, sarà sempre possibile fare cancellare dalla Corte Costituzionale l’ennesima legge vergogna che uno schieramento politico approva e l’altro schieramento tiene in vita.
Salvare la Costituzione significa salvare la parte migliore della nostra storia.

Gli storici e gli analisti del potere sanno bene che la storia non è fatta né dalle maggioranze disorganizzate, né dalle oligarchie paralitiche. La storia – insegnava Salvemini – è fatta dalla dialettica e dallo scontro tra minoranze organizzate, consapevoli e attive, che vincendo le inerzie della maggioranza disorganizzata, la trascinano in una direzione o in un’altra, verso un nuovo o un vecchio ordine.

Oggi viviamo una fase della storia nella quale le minoranze eredi di quelle che vollero la Costituzione, che vollero il Concilio Vaticano II, che realizzarono lo statuto dei lavoratori, e che sono il seme ed il simbolo di un’altra Italia possibile, sono divenute orfane di rappresentanza e guida politica, perché troppo a lungo tradite da oligarchie partitiche paralitiche, autoreferenziali ed interessate solo alla propria riproduzione.

È tempo che qualcosa muoia perché qualcosa di nuovo possa nascere.
È tempo che ciascuno assuma su di se l’onere e la responsabilità di aiutare il vecchio a morire per consentire al nuovo di nascere.
Giacché il futuro non è il tempo che viene e sopraggiunge. Il futuro è il tempo che si costruisce. E – per citare ancora Salvemini – ciascuno di noi troverà nell’avvenire quel tanto che vi avrà messo di se stesso.
Solo chi si arrende ai fatti non vi troverà nulla, perché vi avrà messo nulla.

redazione@cosmopolisonline.it – COSMOPOLIS, rivista semestrale di cultura
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http://masadaweb.org

5 commenti »

  1. Dal portatile in casa di Jole.Non ho e-mail

    commento e sgomento
    Sono atterrita, costernata, frastornata, sbalordita, sbigottita, spaventata, terrorizzata.
    SOono in ansia, apprensione, panico, paura, sbigottimento, spavento, terrore, turbamento. Si possono aggiungere pure i disturbi di stomaco e quelli intestinali.Le aziende farmaceutiche credo abbiano avuto notevoli incrementi economici dalla situazione sopra descritta.

    Commento di mariapia — agosto 17, 2010 @ 2:09 pm | Rispondi

  2. Ciao Mariapia
    mi spiace che sei in una situazione disagiata. Puoi sempre scrivermi direttamente tramite Masada. In qualche modo ti rispondo.Le mail non vengonpo pubblicate in automatico, le vedo io prima e dò l’okei, per cui puoi scrivere quello che vuoi, anche cose private. Intanto mandami l’indirizzo di tua sorella e quello di Laura bionda, così ti mando due cartoline
    baci e auguri. Ma quando dura questa assistenza? Non vai a casa mai? Ti sei messa in un brutto impiccio.

    viviana

    Commento di MasadaAdmin — agosto 17, 2010 @ 4:13 pm | Rispondi

  3. Dopo aver visto “Complotti” il 28 luglio sulla 7 sono ancor più consapevole che la politica
    è una rappresentazione ben “manipolata di ombre cinesi” solo quello è consentito vedere.
    La morte di Luigi Ilardo dopo essere stato a Roma e parlato ampiamente con alte cariche
    dello Stato, non avendo verbalizzato, non viene utilizzato quello che ha detto? Siamo ancora qui a raccontarcela? Basta. Le cose le sanno.Lì, vengono dette.
    Tutto il resto è vomitevole, squallido, misero, contorto, indegno.
    Nell’animo umano, vi è così tanto spazio per la malvagità? Il potere, più dell’oppio?
    Gigliola

    Commento di MasadaAdmin — agosto 18, 2010 @ 9:44 am | Rispondi

  4. Bene, Pia, fin qui ci siamo. Leggo le tue lettere, poi le cestino. Spero che tu possa farti anche una casella e mail
    baci
    viviana

    Commento di MasadaAdmin — agosto 18, 2010 @ 2:56 pm | Rispondi

  5. GENIALE!

    http://www.ilfattoquotidiano.it/2010/08/19/primarie-le-facciamo-noi/51239/

    Ciao Viviana
    Emanuela

    LE PRIMARIE LE FACCIAMO NOI

    Ci risiamo. Quando le elezioni si avvicinano davvero, a destra come a sinistra, i proclami delle segreterie di partito si rivelano per quello che sono: dei bluff. Tutti parlano di democrazia e di volontà degli elettori, ma alla fine nei comuni, come in Parlamento, ci finiscono quasi esclusivamente uomini e donne scelti dalla Casta. E anche quando scattano le primarie, le consultazioni dei cittadini diventano spesso una corsa pilotata per “dare la forza del mandato popolare” a candidati di fatto selezionati dai soliti noti.

    Da oggi però vogliamo tornare noi a scegliere chi ci amministra. Grazie alla Rete. Per questo il Fatto Quotidiano lancia le primarie sul web. Per trovare nuovi candidati e nuovi programmi. Per spingere i cittadini a rimettersi in gioco suggerendo nomi o, magari, proponendosi essi stessi.

    Per ovvie ragioni tecniche partiamo solo con cinque grandi città. Cinque capoluoghi che nella primavera del 2011 saranno chiamati a votare i loro sindaci: Milano, Torino, Bologna, Napoli e Cagliari.

    Lo facciamo adesso perché i vertici dei partiti hanno cominciato da un pezzo a muoversi. Le trattative, sotterranee e nascoste come sempre, sono già in corso. Ma noi vogliamo arrivare prima. Vogliamo convincere i movimenti politici (tutti) a indire – come è già accaduto in Puglia – le primarie di coalizione. E vogliamo che vi partecipino pure i candidati più votati dal web.

    Come? Con una strategia in due fasi. In un primo momento vi proponiamo solo di indicare per ogni città il vostro sindaco ideale. Fatelo, se volete, scrivendo il suo nome in maiuscolo nei commenti e fatelo una volta sola. Poi, tra qualche settimana, cominceremo a tirare le somme e apriremo un vero e proprio sondaggio tra i nomi che risulteranno più citati.

    Ovviamente sono ammesse le campagne. Si può spiegare cioè ai navigatori perché si pensa che proprio il candidato in pectore sia meglio di un altro.

    Quello che vi chiediamo è di passare parola. Di spingere più persone possibile a far conoscere il loro parere. Servono le e-mail, le chat, i blog, i social network, le telefonate, gli sms, le chiacchiere in famiglia, nei bar, in spiaggia, nei luoghi di lavoro. Serve la passione, il coraggio e l’entusiasmo.

    Serve un progetto e un sogno. E serve, soprattutto, il vostro voto.

    Proponi il candidato della tua città cliccando sui link a questi articoli: MILANO – TORINO – BOLOGNA – NAPOLI – CAGLIARI

    Commento di MasadaAdmin — agosto 19, 2010 @ 5:51 pm | Rispondi


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