Nuovo Masada

marzo 10, 2010

MASADA n° 1104. 10-3-2010. PSICOANALISI. JUNG 2. LE FIABE. POLLICINO- HARRY POTTER

Filed under: Masada — MasadaAdmin @ 3:39 pm

(Lezione 9 del secondo corso su Jung, tenuto a Bologna dalla prof. Viviana Vivarelli, autrice del Libro “Lo specchio più chiaro” sulle opere e il pensiero di Carl Gustav Jung)

Uno scrittore può concepire una favola ma non può concepirne la morale
(Kipling)

Le fiabe dicono più che la verità. E non solo perché raccontano che i draghi esistono, ma anche perché affermano che si possono sconfiggere.”
(Chesterton)

La fiaba è una traccia educativa che prepara il bambino a conoscere il mondo.

Secondo Jung, l’inconscio collettivo si esprime nei sogni, nell’arte, nel fenomeno religioso, nei miti, nelle leggende e nelle fiabe. Le fiabe sono i miti dei bambini.
Secondo Jung le fiabe sono “l’espressione più pura dei processi psichici dell’inconscio collettivo e rappresentano gli archetipi in forma semplice e concisa“.
L’analisi delle fiabe secondo i principi della psicologia analitica junghiana è stata portata avanti da Marie-Louise von Franz che ha dedicato a questo soggetto ben cinque saggi.

Vediamo una fiaba per bambini molto piccoli: Pollicino, fiaba per bambini di 3-4 anni.
Gli analisti dicono che il male dei nostri tempi è LA SINDROME DELL’ABBANDONO, per questo c’è tanto desiderio di appartenere a gruppi o sette o fazioni: per non sentirsi soli o privi di una identità.
La paura dell’abbandono è forse la prima cosa che impariamo nella vita e appare già verso i sette-otto mesi, quando il bambino esprime una paura parossistica appena la madre esce dalla stanza, perché teme che non ritorni più. Ha elaborato il concetto che la madre è una persona staccata da lui e la sua scomparsa lo allarma. Più tardi avrà paura che i genitori spariscano, che lo abbandonino da qualche parte, che non ci siano quando è in pericolo, che non lo amino più.
Pollicino è la fiaba dell’abbandono, una condizione che si può superare solo con l’emancipazione e l’indipendenza, dunque presenta un primo archetipo, quella della SEPARAZIONE ED EMANCIPAZIONE.
Il bambino ha un forte attaccamento ai genitori, specie la madre e crescere significherà per lui emanciparsi, diventare autonomo.
L’emancipazione è un allargamento del sé, un rafforzamento del principio di identità.
Nella storia che vedemmo vista della ragazzina schizofrenica, la paziente deve rinascere da una nuova madre ma dipende poi da lei al punto che trovarla con un altro paziente la precipita nell’abisso dell’abbandono e la porta a cercare la morte. Il recupero avverrà attraverso simboli sostitutivi della madre putativa, per esempio imparerà a mangiare anche quando lei non è fisicamente presente ma le è vicina in modo simbolico nel foglietto in cui le scrive di mangiare. La madre reale che la difende dai pericoli ha il suo sostituto simbolico nella tigre di peluche messa sul suo letto. Via via la madre viene interiorizzata.
Allo stesso modo colui che è orfano o abbandonato dalla propria madre, può ricostruirla interiormente, come parte di sé.
Il concetto di SEPARAZIONE è molto importante nella psiche umana, tanto che lo ritroviamo in tutte le religioni. Nella Bibbia la storia dell’uomo nasce con la cacciata dall’Eden. Adamo viene separato da Dio per aver trasgredito. Lo stesso concetto appare in altre religioni.
Il bambino non amato, respinto o non accettato, vive inconsciamente la sua situazione come una colpa e può attivare verso se stesso sentimenti aggressivi, fino alla morte.
Molte religioni sono fondate su questo archetipo che si gioca su trasgressione, colpa e abbandono.
Nell’Induismo, già nascere è una colpa, la vita terrena è uno stato di caduta; l’atman è la scintilla divina precipitata sulla Terra che cerca di tornare all’unione col grande Brahman, o spirito universale. Il Buddhismo vive la vita come separazione dalla Chiara Luce Indifferenziata, per cui si scende nella Ruota delle Vite e si cerca di tornare all’Oceano Universale.
Il Cristianesimo inizia la storia dell’uomo col peccato originale, condizione che viene ereditata, come se l’uomo, già nascendo, si trovasse nella situazione di un separato; poi arriva Cristo che risana l’uomo dal peccato originale e lo riporta al Padre celeste.
I grandi miti religiosi parlano tutti di figli abbandonati che cercano la strada della salvezza o del ritorno.

Lo schema di Pollicino è simile, secondo il piano mentale di un bambino di 3-4 anni e contiene l’archetipo dell’abbandono in forma minimale e perfetta.
Abbiamo una famiglia primaria: padre, madre e bambini. I genitori sono poveri, dunque nella situazione di non poterli nutrire. La fiaba dice in modo chiaro che i genitori, di regola, non hanno abbastanza cibo-energia né per sé né per i figli. Sono carenti di ciò che serve. E chi non ha non può dare. Si parte da una situazione di deficienza. Senza cibo-energia o senza giusto amore non si può vivere e si muore. Ma se non hai, devi andare a cercare ciò che ti manca.
La fiaba parte dalla mancanza. L’inizio è amaro e dice che la sopravvivenza è affar nostro, non ne possiamo incolpare i genitori e dobbiamo cavarcela da soli nella vita, anche se questo è gravido di pericoli.
Il racconto si sviluppa in un mondo arcaico, rudimentale, emblematico, dove è in gioco la sopravvivenza personale, ma conserva tutto il suo valore anche nel mondo reale dell’adulto, privo spesso sia del superfluo che dell’essenziale. Anche chi ha troppo di tutto, può mancare dell’essenziale e proprio perché ha tutto, può allontanarsi dalla sua anima.
L’essenziale è ciò che è giusto per l’interiorità dell’uomo, non per la sua esteriorità: l’identità, il riconoscimento, il rispetto, l’amore, la spinta verso l’evoluzione…. Difficilmente uno saprà di cosa ha bisogno ma ognuno pensa di non avere ciò che gli spetta e il problema a volte è proprio capire quali sono le nostre vere esigenze.
L’uomo è precario perché vive senza sicurezza, senza corresponsione, spesso senza scopo né identità.
Siamo cercatori inquieti, incerti, insoddisfatti nei nostri bisogni fondamentali e dobbiamo ingegnarci da soli a procurarci quel che ci serve, perché nessuno ci aiuta veramente e per questo ci sentiamo abbandonati.
La fiaba di Pollicino è emblematica e trasmette una lezione amara già al bambino molto piccolo. E vale anche per un bambino molto ricco o molto amato, perché nessuno è esente dalla paura dell’abbandono e nessuno riceve totalmente ciò che desidera.
In fondo siamo tutti abbandonati, e siamo tutti dipendenti da altri o da qualcosa che sta fuori di noi: fortuna, amore, vita… Ma evoluzione significa proprio fare da sé, non aspettare che qualcuno o qualcosa ti salvi, dei arrangiarti, devi impegnare tutte le tue forze.
La fiaba insegna a conseguire l’autonomia. Ma questa bisogna conquistarsela con l’ingegno e il bambino non ne vuole sapere; se dipendesse da lui, resterebbe sempre in una situazione di dipendenza a vita, continuando a pretendere dai genitori protezione, assistenza, servizio, aiuto…
Pollicino che fa? Inizialmente tenta di tornare a casa, anche se è chiaro che i genitori non sono in grado di dargli sostentamento né prima né poi. Ma lui ci prova. Non vuole fare da sé. Così i figli, in genere, non ne vogliono sapere di stare da soli, ci provano ad avere assistenza a vita.
Nella fiaba il taglialegna cerca di rendere autonomi i figli in modo brusco, abbandonandoli nel bosco. La fiaba presenta una necessità crudele ma necessaria: colui che ti dovrebbe nutrire, alimentare, amare, crescere o capire… non può farlo perché non sa, non ha, non è nella condizione di fare o dare per sempre o di provvedere a tutti i tuoi bisogni. La vita è tua e prima o poi ti dovrai arrangiare. Arriva sempre un momento in cui devi capire che sei solo al mondo. La nostra vita è il nostro compito, non possiamo delegarlo ad altri; l’autonomia implica responsabilità.

Nella lingua cinese ‘uomo’ si scrive con due barrette oblique che si toccano in alto 人 e una orizzontale che taglia in croce, e c’è anche un segno per ‘uomo libero’ che mette sotto questa figurina stilizzata di uomo una barretta sotto i piedi, cioè l’uomo è realmente libero se sta dritto sui propri piedi, insomma se fa da sé.
Si comincia a crescere quando si diventa responsabili, e la difficoltà è una condizione necessaria, non è un ostacolo ma una occasione.
Il problema non riguarda solo i bambini, ma è generale.
Come diceva una scritta su un muro di Bologna: “Siamo tutti compagni di solitudini”.
Se l’inizio della fiaba fosse soddisfacente, non ci sarebbe crescita. La vita è un continuo processo di emancipazione a cui siamo costretti per necessità; se non ci fosse la molla della sofferenza non cominceremmo nemmeno a camminare. Purtroppo nell’uomo, come c’è un impulso ad andare avanti, c’è anche un impulso a restare fermo, e spesso il secondo è più forte. L’inerzia spaventosa della depressione ne è un esempio. Si rifiuta l’azione, si rifiuta l’evoluzione, si rifiuta il cambiamento, e la conseguenza è la sofferenza.
La fiaba dice che la vita va vissuta e la libertà va guadagnata; la soddisfazione non si eredita ma si conquista. La vita costringe a una ricerca generata dall’insoddisfazione, dal bisogno, dalla mancanza o dalla solitudine.
L’avventura consiste nel confrontarsi con le proprie paure e trovare una via d’uscita personale.
Se avessimo in sorte genitori o ambienti o situazioni che ci soddisfano totalmente, se la vita fosse una buona nutrice, e la casa primaria un paradiso, se tutto andasse perfettamente bene, non cresceremmo mai, non cominceremmo nemmeno a cercare, non andremmo mai oltre noi stessi.
Ognuno deve trarre da se stesso il proprio nutrimento e inventare la propria storia.

Jung chiama questo percorso PROCESSO DI INDIVIDUAZIONE, via attraverso cui si può diventare più umani, più liberi e più completi, perché ‘uomo’ non è qualcosa che si esiste in quanto è nato, ma è ciò che possiamo diventare.
Vivere è un viaggio iniziatico. Molte fiabe si presentano come viaggi iniziatici, cosparsi di prove. E il viaggio iniziatico diretto alla formazione del Sé comincia sempre dalla mancanza, proprio come nel ‘mito di Eros’.
Dunque, nella fiaba di Perrault, Pollicino e i suoi fratelli (Io e parti psichiche) sono abbandonati nel bosco (mondo), non perché i genitori siano cattivi, ma perché la legge della vita è che nessuno possa avere dagli altri tutto quello che gli occorre. Dunque l’abbandono o la mancanza sono i topoi, i luoghi (o elementi strutturali) primari della storia della vita.
Il rapporto coi genitori è il primo che conosciamo e da esso trarremo le prime mancanze, come stimoli per la futura iniziativa.
Freud vive i genitori come figure che attivano o ostacolano la pulsione al piacere, e dunque come cause di eccitazione o coercizione sessuale. Ma Jung sembra dirci che essi ci aiutano proprio in quanto sono mancanti, non ci corrispondono, e questa mancata corrispondenza ai nostri bisogni è addirittura necessaria, per spingerci a cercare altrove o dentro di noi quello che loro non possono darci.
Sulla scena delle passioni, il difetto di un genitore è stimolante come l’eccesso (eccesso è per es. il padre della Bella Addormentata nel bosco che elimina tutti gli arcolai per paura che lei possa bucarsi). Crea uno squilibrio sia il genitore che non dà amore come quello che ne dà troppo ed è troppo avvolgente o possessivo.
Freud direbbe che investiamo i nostri genitori di una eccessiva carica libidica; Jung direbbe che li vediamo come divinità mitiche, onnipotenti, archetipiche, preposte, per dovere irrinunciabile, alla nostra soddisfazione e dunque colpevoli di un fallimento. In realtà i genitori sono imani e limitati, e sarà proprio la loro insufficienza il limite che avvia la nostra crescita. Ovviamente essa dipenderà da quanto saremo capaci di emanciparci da loro, ridimensionandoli come figure umane non più mitiche.

Pollicino è l’energia primaria, il pollice, il radicamento, il primo chakra, l’ingegnosità, l’energia vitale di base che salverà alla fine tutti i fratelli, cioè l’insieme psichico totale . Ma Pollicino all’inizio della fiaba non vuole affatto diventare autonomo, vuole restare a casa ed essere nutrito dai genitori.
Per due volte Pollicino viene abbandonato nel bosco e per due volte, con un espediente, ritrova la strada di casa. La prima fase della vita non va verso l’emancipazione ma è conservativa e regressiva, vuole stare dentro l’alveo della protezione. Il piccolo uomo non vuole fare da sé, vuole essere servito e protetto. Così, ogni volta che la vita ci metterà in crisi, cercheremo di tornare alla sicurezza presunta delle origini che è sempre passiva o alle condizioni di un passato più favorevole. (Di qui per es. il ricorrente sogno che siamo tornati alla casa dell’infanzia).
Al terzo abbandono, Pollicino lascia una scia di briciole di pane che viene mangiata dagli uccelli e il ritorno è impedito, cioè sono le forze stesse della vita che impediscono il ritorno alla casa primaria, situazione di non crescita e di dipendenza iniziale . I cinque fratellini, cioè la famiglia psichica , devono affrontare il bosco ignoto, il mondo. Non sapendo farsi una casa propria, cercheranno una casa sostitutiva, che rappresenti il riparo, il calore e la protezione della famiglia primaria, per fronteggiare il buio della notte e il freddo che avanza.
Pollicino vede una luce ma, come spesso accade, ha trovato la casa dell’Orco. Abbiamo anche qui una coppia parentale, una parvenza di famiglia ma al contrario: padre, madre, cinque bambine (anche qui 5 come le dita della mano), ma è lo specchio oscuro, la parte ombra la cui energia è feroce e divorante. Pollicino cerca un’energia di vita ma trova un’energia di morte. La moglie dell’Orco li accoglie bene e dà loro da mangiare, ma Pollicino scopre che di notte l’Orco tornerà a casa per divorarli. Dunque hanno trovato una energia non accogliente ma distruttiva. Uscire da una dipendenza per cercarne un’altra può essere pericoloso. Possiamo cadere in altre situazioni di dipendenza, non più protettive ma divoranti. Una gang, una banda, un gruppo di tossici, un club di ultras, una compagnia di balordi, un centro sociale, una setta religiosa, una fazione politica… possono essere case sostitutive, specie per adolescenti o personalità fragili o poco formate. Ma possono essere la casa dell’Orco e fagocitarci.
Nella ricerca della relazione d’amore o della sicurezza, può accadere di incontrare chi non solo non ci protegge ma vuole divorare la nostra energia, possederci o plagiarci.
Lo schema SIMBIOSI / AUTONOMIA si scontra subito con lo schema DIPENDENZA / EMANCIPAZIONE.
E’ molto rassicurante nell’essere umano, il senso di appartenere a qualcuno o a qualcosa. La relazione d’APPARTENENZA è molto più ampia di quanto postuli Freud, che parla di un partner sessuale, in quanto non implica solo partner, parenti, amici.. ma si allarga alla sfera del sociale, della politica, dell’economia.
La parola CASA per Jung ha un significato molto estensibile e può comprendere una religione, una filosofia, una ideologia, un partito, una classe economica, una corporazione, l’esercito, la patria… Anche la moda può essere una casa, il modo per sentirsi dentro una identità, anche l’opinione pubblica, o la tradizione, e un uomo può realizzare la sua sicurezza o la sua identità per imitazione, facendo ciò che fan tutti, massificandosi o lasciandosi manipolare.
Contro la sindrome ’abbandonica, l’uomo cerca l’appartenenza e rischia di cadere nella dipendenza o nel plagio, cioè nella perdita della libertà, perché l’Orco può divorarlo. Qualunque appartenenza sembra preferibile allo stare soli: peccato che il compito esistenziale dell’uomo non sia l’appartenenza, ma la responsabilità.

La fiaba indica il possibile pericolo: la relazione affettiva che segue quella primaria può essere pericolosa, vampirica e devastante. Nella nuova casa o situazione, l’essere può essere abusato, non trova cibo ma diventa cibo lui stesso. Qualcuno approfitta di lui.
Nella fiaba, Pollicino, ovvero l’iniziativa personale, trova una soluzione abbastanza feroce. I cinque fratellini si scambieranno di letto con le cinque figlioline dell’Orco, così, quando di notte l’Orco arriverà, taglierà la testa non ai bambini ma alle orchine. Si sfugge al pericolo lasciando che l’energia vampirica castri i suoi stessi figli, cioè uccida se stessa. Nel mito minoico si taglia la testa al toro, qua si taglia la testa alle orchine. Il Male si decapita da solo. Ma riconoscere il Male è già indebolirlo.
La storia finisce come tutte le fiabe col trafugamento del tesoro che raffigura
l’esperienza ritrovata.

La fiaba parla dunque di una iniziazione. La prova è superare lo shock dell’abbandono e trovare la propria sopravvivenza. La lezione è brutale, ma, se ce l’ha fatta Pollicino, ce la faremo anche noi.
Si comincia con una mancanza: la denutrizione dell’anima e l’abbandono; si continua con una minaccia: il divoramento da parte del Male travestito da Bene; si finisce con la liberazione e l’autonomia del piccolo protagonista.
La morale è: per quanto ti possa sentire piccolo e indifeso, puoi farcela se tiri fuori il meglio di te e ti ingegni, e potrai salvare anche quelli che sono meno abili o portare avanti anche quelle parti di te che sono più lente.
Pollicino è un eroe iniziatico per bambini, come Teseo era l’eroe di un popolo arcaico. Compiuta l’impresa, diventa ricco, cioè acquisisce un possesso interiore, l’esperienza, la sicurezza. La ricchezza, o energia, è la conoscenza, e viene dall’aver combattuto col Male. da notare che il tesoro delle fiabe viene sempre dalla strega, dall’orco, dal drago.. cioè dal Male viene il Bene, la forza nasce dall’aver superato l’esperienza negativa. Il male è inevitabile, occorre riconoscerlo e trasformarlo.
Come dice un detto cabalistico: Il Male è Bene posto in un luogo sbagliato”.

Questa è una storia, in India dicono che anche i problemi psichici possono essere guariti con le storie. Le storie sono trame che educano l’anima.
Jung utilizza mito, fiaba, folklore, sogno… come strutture psichiche universali che nascono dall’inconscio collettivo e rappresentano pulsioni e soluzioni. Usa queste strutture non solo in modo terapeutico, orientativo e valutativo per la psiche, ma nel senso dell’evoluzione, come strumenti universali di crescita.
La fiaba, come il sogno, è una struttura di vita che cura la vita

LE FIABE SONO I MITI DEI BAMBINI: HARRY POTTER

Arrivo alle storie come una cantadora
(Clarissa Pinkola Estés)

Perché piace Harry Potter? Harry Potter sei tu, sono io, siamo noi, con tutte le sindromi abbandoniche e tutte le sofferenze; è il nostro bambino interiore con il suo strumento preferito: la bacchetta magica. Con essa possiamo creare ‘magia’ nelle nostre vite e in quelle degli altri, possiamo operare profondi cambiamenti, credere nei sogni anche se poi non si avverano, avere fiducia e speranza e attendere sereni le risposte alle nostre domande, anche se non arrivano nei tempi e modi stabiliti dalle nostre previsioni mentali, sapersi gustare un gelato al gusto di ‘miracolo quotidiano ’ e cercare di vedere le cose dal lato più bello e gustoso, di profilo e di fronte, diventare tutti protagonisti di questo grande show.
(Miriam)

Per vivere dobbiamo poter dare un senso alla nostra vita, cioè orientala specificamente verso alcuni archetipi. Questo senso, prima di esplicarsi in forme di comportamento utile o bello, deve essere auto-narrato all’io stesso. A questa funzione narrativa adempiono le fiabe per i bambini e i miti per gli adulti.
L’inconscio collettivo è costituito da archetipi, forme di funzionamento della psiche profonda, sappiamo che essi sono eterni, hanno una energia immutabile nel tempo, sono ereditati geneticamente e influenzano comportamento dell’uomo, guidando la sua vita. Non sono solo forme-guida, ma hanno una immensa energia psichica rigenerante. Sono grandi pulsioni vitalistiche che agiscono nell’uomo, provenendo dal suo profondo. Non sappiamo cosa siano in sé. Si rappresentano proiettandosi in modo simbolico, manifestandosi come figure, simboli o storie.
Il mito è appunto una storia, in cui si manifesta un archetipo, che, attraverso una narrazione emozionale, lavora sull’interiorità, stimolando forme di azione corrispondenti a un evento. Il mito non si spiega, è vivo, agisce, è energia in cammino.
I miti hanno sempre accompagnato, come grandi forze viventi, la storia dell’umanità, attivando modelli di comportamento fin dalla nascita. Le fiabe sono appunto i miti dei bambini, che li aiutano ad avviarsi sulla storia della vita, insegnando loro le grandi trame dell’esistenza, la lotta, il coraggio, la pazienza, l’abnegazione, il sacrificio, l’altruismo…, sono dunque grandi trame etiche sulle quali comincia a disegnarsi l’anima.
Ogni fiaba rappresenta un significato psicologico essenziale; la fiaba è dunque un modello archetipico. Le fiabe narrano gli archetipi, e pongono degli imprinting che lavorano sull’inconscio di ognuno, creando idealità morali e modelli di comportamento, hanno dunque un grande scopo pedagogico ed educativo.

Per esempio Cenerentola è una fiaba presente in tutto il mondo, in Oriente come in Occidente o in Africa, perché è la storia di una ragazza maltrattata da un femminile anaffettiva e maligno (la matrigna, la sorellastre…), che porta in sé un destino regale e riscatta la sua frustrazione diventando regina. La fiaba indica il desiderio di ognuno di essere apprezzato e, seguendola, ci sentiamo riscattati dalle nostre frustrazioni. Insomma il sogno americano, quello che si ripete in innumerevoli film.
L’archetipo dell’emarginato o non riconosciuto è tanto diffuso che lo troviamo perfino delle fiabe tibetane, nella raccolta del Ro Sgrung. C’è un bellissimo film neozelandese, ‘La ragazza delle balene ’, che lo riprende, in cui ritroviamo molti motivi archetipici: i gemelli, la balena, Madre Natura.
Le fiabe presentano figure psichiche: Cenerentola è il riscatto dalla frustrazione dell’anaffettività, la bella Addormentata nel Bosco è il risveglio dell’anima dalla depressione, Cappuccetto Rosso è la punizione della disubbidienza, Biancaneve l’ingenuità ecc.
Miti e favole nascono dall’inconscio collettivo, così come i sogni, e spesso sono fatti della stessa materia di cui sono fatti i sogni, essi fanno parte delle opere d’arte e possono essere interpretati allo stesso modo.
I bambini hanno bisogno delle fiabe come gli uomini hanno bisogno dei miti. E tutti insieme, adulti e bambini, hanno bisogno della bellezza.
Nei tempi antichi c’erano narratori itineranti che giravano di villaggio in villaggio. Poi ci fu chi raccolse queste fiabe per la propria terra, come i fratelli Grimm per la Germania nel 1800, o Giambattista Basile per la Campania nel 1500 5).

Anche i sistemi religiosi nascono come raccolte di grandi storie sulle origini del mondo e sulle energie divine. Il Vangelo stesso è una sequenza di storie.
Clarissa Pinkola Estes, grande narratrice di archetipi junghiani, dice:
Le storie sono un balsamo… Hanno un tale potere: non ci chiedono di fare, essere, agire,basta ascoltare. I rimedi per reintegrare o reclamare una pulsione psichica perduta si trovano nelle storie. Esse generano l’eccitamento, la tristezza, le domande, gli struggimenti e le conoscenze che spontaneamente riportano in superficie l’archetipo… Le storie sono disseminate di istruzioni che ci guidano nella complessità della vita… ci mettono in grado di comprendere il bisogno dell’archetipo e i modi per far risalire l’archetipo sommerso… sono una medicina che rafforza e guida l’individuo e la comunità” 6).
Analizzando le storie di tutti i tempi e i luoghi, appaiono trame simili, come se le storie fossero nate per scopi analoghi provenendo da una stessa fonte. Tramandate per via orale o fissate nei libri, le fiabe sono sempre esistite per aiutare i bambini a entrare nel mondo adulto, nella complessità del reale. Rappresentano una iniziazione.
Le fiabe che si sono tramandate attraverso i secoli sono quelle più prettamente archetipiche, che contengono una specie di saggezza eterna dell’umanità. Il ‘C’era una volta ’ proietta il bambino nella terra dell’inconscio collettivo, che è al di fuori dello spazio e del tempo, dove troverà alimento per le coordinate della sua anima. Il bambino manifesta di aver fame di fiabe come di latte. Come il latte nutre il suo corpo, le fiabe nutrono la sua psiche e la modellano. Esse hanno relazione coi sogni, tant’è che si può pensare che non siano altro che grandi sogni fissati nella memoria della specie.

La più importante allieva di Jung, Marie Louise von Franz, studiò con linguaggio semplice il messaggio dei sogni e delle fiabe. Nel corso della sua opera analizzò 65.000 sogni, dicendo che la cosa più sana che un uomo possa fare è seguire i propri sogni. Per Jung il sogno non è sempre la spia di un contenuto rimosso ma può essere la guida per la sua vita. Marie Louise von Franz diceva che: “i sogni ci indicano come trovare il senso della vita, come realizzare il nostro destino ed esprimere al massimo il potenziale che è dentro di noi”. Insomma i sogni come le fiabe aiutano il nostro principio di individuazione. Ci fanno capire chi siamo, per quale motivo siamo venuto al mondo, perché troviamo certi problemi e come possiamo risolverli.
Siamo fatti tutti di una stessa sostanza cosmica che parla attraverso significati, la nostra vita si modella nella scelta di questi significati. Sogni e fiabe sono i nostri aiuti immaginari.
Sentirsi vivi è un fatto fisico ma soprattutto psichico; ci sentiamo vivi quando siamo in pieno contatto col fluire della vita e intendiamo chiaramente i suoi significati, questo realizza il nostro pieno senso del vivere.
Un buon sogno può essere un oracolo, che ci alimenta e fortifica come una buona fiaba, ci permette di sentirci presenti alla vita e a noi stessi, ci fa sentire colmi di intensità. Noi siamo anche la fiaba che ci raccontiamo.
Diceva la von Franz che il più grande problema umano è lo squilibrio dell’energia. Quando l’energia di cui siamo intessuti si sbilancia, possiamo avere due casi ugualmente drammatici, o l’energia langue e allora l’uomo diventa astenico, pigro, apatico, depresso e irresponsabile, non valuta e non sceglie, delega la sua vita ad altri o la vive come un vegetale, sarà pertanto un cattivo uomo e un cattivo cittadino che fa deperire la vita intorno a sé, non è utile a se stesso né agli altri e produce una cattiva democrazia. Oppure l’energia è sovrabbondante ma non centrata, e il sovraccarico si scarica in aggressività, irritabilità, intolleranza, irrequietezza, molestia, danno umano e ambientale. Questo può avvenire nel bambino come nell’adulto. Molti mali, sia fisici che psichici, e anche molti cattivi comportamenti individuali e sociali dipendono da un dispiegamento squilibrato delle energie. Spesso ciò dipende dalla mancanza di modelli di comportamento giusti. L’uomo o il bambino che ha un giusto sentire e giusti scopi si attiva in modo naturale e sano ed è utile al mondo. Colui che non è centrato in se stesso invece non solo è infelice o agitato ma disturba anche l’opera degli altri.
Perciò, come il bambino ha bisogno di una buona storia per essere bene ispirato, così l’adulto ha bisogno di buoni esempi e di ideali per dare uno scopo più alto alla sua vita. I miti e le fiabe sono un grande aiuto. Si dice, in India, che ci sono delle fiabe che curano e il mondo ha un grande bisogno di essere curato.

Poiché ognuno conserva la sua parte bambina, ognuno è anche protagonista della propria fiaba di vita, in quanto si identifica con un personaggio che gli fa da modello e guida. Nel principio di individuazione c’è anche la ricerca di questo, però dobbiamo trovare un buon modello, di cui essere fieri, non qualcosa di cui non si ha stima.
Provate a chiedervi quale personaggio della narrativa o del cinema o dalle storia vi piacerebbe interpretare o quale invece sentite di portare addosso, e le due cose potrebbero anche essere diverse o opposte. Come c’è una identità positiva, così può esserci una identità negativa.
La letteratura di ogni tempo ha sempre avuto i suoi personaggi ispiratori, nelle fiabe dei bambini come nei miti dei popoli. Pensiamo ai grandi cicli epici: i poemi omerici, quelli celtici, i cicli carolingi, la saga tibetana di Gesar, il Mahabarata indiano, le saghe dei popoli polinesiani, le storie dei canti degli aborigeni australiani, l’Edda scandinava, il Beowulf anglosassone, le storie della Bibbia ecc.

Oggi, nella letteratura infantile, troviamo il grande successo delle storie di Harry Potter, più adatte a ragazzi dai 10 ai 13 anni, ma lette anche da bambini più piccoli. Anche Harry Potter è portatore di archetipi. Rappresenta l’Eroe, impegnato nella lotta tra Bene e Male. Ha in sé grandi valori, come l’amicizia, il coraggio, la fedeltà, la purezza; è una specie di moderno Pollicino calato in un mondo dominato dalla magia, cosa molto integrativa in un Occidente arido e materialista, per cui il mondo alternativo e magico di Harry Potter è un giusto complemento alla materialità imposta.
Come tutti i protagonisti che si rispettino, Harry Potter è l’orfano, il non difeso, colui che non ha né padre né madre. I genitori di Harry sono stati annichiliti dal Male ed esistono solo nel suo rimpianto soffocato.
Harry Potter è solo e le persone a cui è affidato sono meschine rappresentanti di un prototipo negativo: il patrigno e la matrigna, figure emblematiche di tante fiabe, parte nociva dell’archetipo materno e paterno, e non manca in cugino che surroga le sorellastre di altre fiabe.
Il mondo di Harry Potter è diviso tra coloro che non conoscono l’immaginazione creativa e sono legati alle cose materiali, i ‘babbani’, e i ‘maghi’, creature ‘altre’, dotate di poteri superiori, che possono usare nel bene come nel male. Il dualismo etico di questo mondo è rigoroso. Gli zii di Harry sono dei babbei, privi di intuizione magica e attaccati alle cose basse. Harry è l’eroe puro del Mondo Nuovo, e lo è per predestinazione, perché l’Essere si duplica nell’eroe e nel suo antagonista negativo.
Contro l’eroe si riversa Voldemort, il Mangiamorte, ‘Colui di cui non si può dire il nome’, il Male puro preso nella sua forma massima, ridotto a pura essenza, senza più volto o corpo, il cui solo nome suscita terrore e che si incorpora nei suoi servi, quelli che usa strumentalmente, persone dall’apparenza innocua, insegnanti, tutori della legge e della conoscenza, in un cerchio dove nulla è come appare e dove l’ipocrisia nasconde e controlla, creando chimere e infingimenti, un mondo crudele dove non si può stare soli ma occorre unirsi tra simili.
Harry combatterà gli intrighi del male con l’aiuto dei suoi amici, formando un gruppetto di resistenza. La nuova lezione che la fiaba ci dà è che oggi il mondo è troppo complesso, il Male è troppo grande per combatterlo da soli e occorre trovare degli alleati.
Di fronte allo strapotere del Male la lotta è decisamente impari, i ragazzi sono soggetti alle forze malefiche che vogliono distruggerli e devono imparare difese straordinarie, sorretti dalla purezza del cuore.
La fiaba ci presenta l’Archetipo dell’’Amicizia tra pari’ come nuovo strumento di difesa, contro il potere del Male senza nome e dai mille volti.
Non è il Male solo il terribile Voldemort, fanno parte del Male anche i Babbani, gli stupidi cloni del sistema, incapaci di comprendere e di vedere, privi di creatività e di bellezza, massificati e cloroformizzati… e sono il Male anche gli arrivisti, i piccoli arrampicatori, ragazzi intelligenti e dotati, spesso ricchi, quindi privilegiati per nascita, ma rivolti alla carriera e al potere e già pronti ad usare mezzi illeciti per procurarseli.
In questo mondo difficile, i piccoli protagonisti portano avanti un apprendimento magico, personale e segreto, sviluppano conoscenze iniziatiche, rafforzano legami personali, formano una pattuglia di eroi.
La fiaba insegna che occorrono forze speciali per sconfiggere un Male speciale, che si articola in molti modi, che non muore mai ma sempre si trasforma e seduce o incorpora i suoi succubi.
La fiaba insegna che la lotta non si può fare sperando in aiuti esterni, e che ognuno deve credere fortemente in se stesso, per quanto piccolo sia, sperimentando forme nuove di resistenza, partendo dal proprio cuore e usando le forze soprannaturali dello spirito.
Mentre nelle fiabe precedenti il protagonista riceveva aiuti magici dall’esterno, la novità di Harry Potter è che egli educa la propria magia. Ciò sembra indicare un passaggio evolutivo nell’eterna lotta del bene col male e lo svilupparsi nell’uomo di poteri sovra-naturali.
La vera magia, o potenza, siamo noi; questo è il nuovo potere, ma deve essere supportato dalle capacità morali: il coraggio, la fedeltà, l’amicizia, la speranza, la lealtà, l’onestà, la giustizia, il sacrificio, l’altruismo… le energie che da sempre configurano l’eroe attivo e positivo e trasfigurano la sua opera.
Harry Potter vince perché compie scelte libere e responsabili. Per quanto piccolo e fragile, non cede davanti al terribile Voldemort, ma resiste. La storia dice che per quanto il Male sembri essere diventato gigantesco, è la natura stessa che in Harry gli contrappone un valido antagonista. Dunque aumenta il Male ma cresce anche il Bene. La salvezza del mondo è nelle mani di questa nuova generazione. La fiaba di Harry Potter diventa la fiaba della RESPONSABILITA’ INDIVIDUALE dei nuovi giovani rispetto all’eterno negativo del mondo.
Se Harry Potter può vincere Voldemort, abbiamo tutti qualche speranza. Chi resiste non è perduto e uniti si può vincere 7).
Ma Harry Potter è anche un piccolo sciamano, è colui che il Male ha segnato sulla fronte ma è sopravvissuto, è un nato due volte, un vocatus.
Dal dolore: la resistenza; dalla perdita: l’eroismo. Harry è stato scelto, perché “La volontà non basta, è necessaria la predestinazione” 8). Questo mette nella fiaba un elemento trascendente in più e allarga la battaglia in un orizzonte trans-individuale.
Contro le forze del Male può stringersi la resistenza dei Buoni, che devono usare poteri speciali: l’intuizione, la capacità di oltrepassare se stessi, la costanza, il non arrendersi mai, il sacrificio, lo spirito… La lotta tra Voldemort e Harry Potter è la lotta tra il materialismo e la spiritualità. “Insegnare la tensione della ricerca. Abituarsi a cancellare ogni moto egoistico come non desiderabile” 9) e infine saper riconoscere colui che porta il segno e seguirlo come guida. Abituarsi a pensare che uniti si è una forza e che nulla vale come l’amicizia, che è il contrario dell’egoismo, come la solidarietà che è il contrario dell’accaparrazione.
La magia ha sempre abitato le fiabe con i suoi poteri sottili, c’è sempre stato accanto al protagonista un mago per aiutarlo, ma questa volta il mago è Harry stesso, e ciò segna l’ingresso del magico nell’essere umano, che deve trovare in sé il nuovo potere senza aspettarselo dagli altri; si apre il varco a una nuova generazione di esseri speciali, che partono da loro stessi e si fanno promotori di mondo nuovo, agendo in prima persona.
La magia non è più solo fuori dell’uomo in improbabili creature di altre dimensioni, ma è la possibilità di percepire l’invisibile e di usarlo a fin di bene. Per questo Harry Potter prepara a un salto evolutivo della specie.
Abbiamo la storia di un eroe che ci dice che possiamo essere tutti eroi. Non c’è Male che tenga di fronte all’intuizione del cuore e alla purezza dello spirito. Hayy Potter è una fiaba alchemica che può essere commentata con frasi alchemiche: “L’Intelligenza del Cuore è la visione del reale, una visione integrale che esclude ogni possibilità di interpretazione personale. Essa è l’intuizione preparatoria” 10).
La scuola per maghi è l’ambiente primario, ma l’insegnamento agisce diversamente secondo chi lo riceve. “La bocca del Maestro rivela all’orecchio del discepolo i principi fondamentali; il discepolo li intende secondo l’apertura del suo cuore” 11). Tutti ad Hogwarts imparano le stesse cose, ma solo i puri si salvano, i puri uniti in un cerchio di amici. Harry Potter è un predestinato che studia forze magiche, ma è la purezza del suo cuore la sua arma vincente. E’ il nuovo eroe interiore, eroe non della forza o dell’intelligenza o della ricchezza ma dell’intuizione e dell’amore, e questo i ragazzi lo percepiscono immediatamente, ricevendone insegnamenti sottili.

I MITI DELL’EROE appartengono a tutte le culture: l’eroe è un archetipo, un modello antichissimo dell’energia, una grande immagine psichica trainante e rigenerante che dà coraggio all’uomo e lo porta a fare cose grandi. L’eroe parte sempre da una situazione di deprivazione e sofferenza, è di oscure origini, l’ultimo della famiglia, il reietto, il dimenticato, l’orfano, l’emarginato.
Il suo scopo è l’individuazione e l’affronta subito, fin dall’inizio che è un inizio di difficoltà. Per questo lascia la casa e incontra avventure e pericoli, aiutato da forze magiche, finché supera le prove o uccide il drago e le sue virtù sono ricompensate col tesoro o le nozze regali. Anche in alchimia, come in analisi, il conseguimento è rappresentato dalle nozze del Re con la Regina, il maschile col femminile. Ogni parte psichica con l’altra.
La storia è metafora dell’avventura della vita. Tutti noi siamo dominati da qualche mancanza, lasciamo la famiglia, affrontiamo ostacoli che temprano il nostro carattere, e alla fine, se ci siamo condotti bene, riceviamo un premio, che è l’integrazione personale (le nozze regali come unione delle nostre parti psichiche, equilibro e armonia), l’accrescimento del nostro essere spirituale (il tesoro della conoscenza, la luce della trasformazione).
In ogni parte del mondo c’è un bambino che deve crescere, emanciparsi, raggiungere l’indipendenza, individuarsi, trovare dei compagni e dare un senso alla sua vita.
“Il Dio-eroe e il suo cammino costellato di cimenti sono un paradigma immutabile di comportamento ideale per il genere umano” 12).
La fiaba manifesta le fasi principali della vita: la situazione primaria con le sue difficoltà, la solitudine, il viaggio, le prove, il combattimento, la ricompensa. L’eroe è un trovatello, un abbandonato, un orfano, il figlio di una madre perseguitata o fuggente 13). La madre c’è e non c’è, è indegna o inadeguata, il padre manca o è ostile o inutile o indifferente. Il ‘fanciullo divino ’ è in una situazione di debolezza, pericolo e solitudine, questa norma esprime il massimo dei contrasti, il punto più basso dell’energia che può divenire il più alto. L’eroe parte da una situazione di mancanza 14), esprime la solitudine primordiale, lo stato di bisogno e di deprivazione di noi tutti.
Il ciclo dell’Eroe, a qualunque latitudine, è un messaggio cifrato dell’istinto che consiste in un racconto didascalico tramandato nei secoli.” 15)
Nel mito può variare qualche dettaglio, ma il modello fondamentale resiste: si va da una mancanza a una conquista, da un equilibrio difficile a uno stato consolidato, attraverso l’esercizio del bene e il rafforzamento del carattere attraverso delle prove.
Il modello fondamentale che viene attivato è l’ARCHETIPO, in questo caso l’archetipo dell’eroe. Esso produce l’Eroe-Anima e il Drago-Pericolo, cioè la lotta tra io e non io, Bene e Male, anche se il drago che minaccia di distruggerci può essere una controparte della psiche stessa, un frammento da cui ci siamo separati, o una persona vicina, o qualcosa di più astratto (una madre-vampiro, un padre-padrone, una persona cara che ci ha abbandonato, un padrone corrotto, un sistema ideologico depravato), anche un evento esogeno dalla portata collettiva (guerra, povertà, malattia, dittatura, pregiudizio ecc.).
Se riusciamo a domare il drago, a superare la prova, a temprare le forze e a far emergere poteri nuovi e sottili, l’energia focalizzata sul positivo ci renderà più forti e maturi, porterà avanti la nostra individuazione per il bene sociale (Sigfriedo uccide il drago e diventa invulnerabile perché si bagna nel suo sangue). La forza non viene dalla mollezza ma dalla difficoltà.
La fiaba insegna il coraggio e la responsabilità, il cui premio è l’arricchimento spirituale, l’integrazione psichica, l’espansione dell’anima, la pienezza del sé, l’equilibrio energetico, l’indebolimento del Male dentro e fuori di noi.
Così l’inconscio ci dà la traccia dell’avventura umana che si personalizza, entra nelle coordinate spazio-temporali, ma, come struttura universale, resta compito onnipresente ed eterno.
Le fiabe cominciano dicendo: “C’era una volta e insieme non c’era….” , ci proiettano in una meta-realtà, raccontando la storia dell’essenza del mondo, non la cronaca dei tempi.
Raccontiamo le favole ai bambini per prepararli a costruire il loro mito personale; parliamo al loro inconscio per educarli a vivere la Vita. Creiamo in loro immagini che nutriranno la loro volontà e il loro spirito, perché “l’ideale non è un desiderio ma un principio per il quale uno esercita la volontà” 16).

MITI SOCIALI

La vita di ogni uomo è una via verso se stesso, il tentativo di una via, l’accenno di un sentiero.
(Hermann Hesse))

In ogni azione vitale è il sentiero che conta, poiché implica tutti i rapporti di tempo, di spazio, e tutti i mezzi possibili tra un inizio e una fine.”
(Isha)

Ogni esistenza compie un periplo, grazie al quale l’anima, portata nella barca del corpo, si impegna nella coscienza.
(Isha)

Oggi l’umanità è più fragile perché ha spostato il centro del suo pensiero e dei suoi valori dall’essenza verso la superficie
(Agnese Sartori)

Se chiediamo a una persona di identificarsi in una fiaba al positivo o al negativo, proietterà in essa le condizioni del suo vivere, le sue sofferenze e i suoi desideri.
Assagioli diceva che ogni uomo si vive su tre piani: personale, sovra-personale e interpersonale, così accade per il mithos di ognuno. Il livello personale ci porta a sviluppare le nostre potenzialità, quello interpersonale a armonizzare le diverse parti della psiche, quello transpersonale contatta livelli superiori.
Possiamo dire che tutti abbiamo un ‘mito personale’, che discende dal nostro vissuto e rappresenta le nostre esperienze, i nostri condizionamenti e sogni, ed è molto legato alla specificità del nostro Io e alla sua realizzazione particolare; questo mito individuale fa parte del nostro principio di individuazione e può svilupparsi a un livello massimo o minimo.
Occorre poi, per Jung, che l’uomo si viva socialmente e dunque abbia un ‘mito sociale ’ che lo ponga in un progetto di miglioramento del mondo.
Infine ognuno di noi dovrebbe avere un ‘mito spirituale‘, in cui si solleva dalla materialità in un cammino dello spirito, secondo un compito d’anima. Tutte e tre questi miti fanno parte del nostro significato, del motivo per cui siamo venuto al mondo: sviluppare noi stessi, aiutare gli altri, tendere a Dio, secondo il motivo per cui siamo venuti a nascere, il lavoro che lo Spirito fa in noi.
Confusamente ognuno cerca di realizzare se stesso, molto pochi quelli che comprendono il proprio mito personale, pochissimi quelli che si inseriscono in un ‘mito sociale, ancora meno quelli che tendono anche all’elevazione dello Spirito, realizzando l’esperienza che lo Spirito può fare in noi per l’evoluzione dell’umanità, attraendola a sé come la luce attrae lo sguardo.
Il mito è una struttura fondante, che comprende una scala di contenuti e può essere considerato una linea di tendenza incarnata, sulla quale si sviluppa una vita.
Jung dice: “L’uomo non può vivere in un mondo di verità statistiche. Deve vivere nella sua realtà mitologica, che è l’espressione di ciò che egli è realmente e di ciò che sente di essere” 17).
Come ogni evento dinamico della natura, il mito si muove secondo linee attrattive fondamentali. Dice la teosofa Isha Schwaller de Lubics: “Ogni esistenza è dominata da linee di forza che la portano a una meta… La meta definisce il viaggio.. Ogni specie compie un percorso preciso per rispondere all’appello vitale della propria natura” 18). Ciò vale per l’uomo come essere fisiologico e come essere spirituale. Ogni uomo non è solo un essere senziente ma ha anche un kahrma, cioè un compito esistenziale, che può essere compreso o meno, realizzato o no.
La visione di Jung è finalistica e teleologica, per cui è il fine che attira a sé l’evolvere della creatura.
Hillman dirà che ognuno ha una impronta genetica, per cui svilupperà potenzialità specifiche, nel bene e nel male. Noi potremmo dire che vi sono linee attrattive proprie della specie e linee che appartengono al destino singolo. Alcune ci accomunano a tutti gli umani, altre sono tipiche di un percorso personale, che ognuno può fare individualmente, come può rifiutare o disconoscere. Jung dirà: “L’uomo non può vivere senza mito, senza storia. Crescere senza legami col passato è come nascere senza occhi e senza orecchi”.
Rendere lo specchio più chiaro vuol dire anche precisare a noi stessi lo specifico scopo per cui siamo venuti a vivere, il nostro senso sia individuale che sociale A tal fine occorre che ognuno impari “ciò che deve sapere affinché la sua esistenza raggiunga il suo fine essenziale”. Questo è un compito alchemico, cioè trasformativo, delle energie, a partire dall’inconscio buio iniziale fino ai primi bagliori della luce. “Spetta a te tracciare l’itinerario del viaggio – dice Isha 19) – e la sua ampiezza sarà quella del tuo desiderio” 20).
Così come vi sono trame nelle fiabe, vi sono trame nella vita. La vita è mito a se stessa. Noi siamo la nostra fiaba, la nostra trama di realtà vivente, di cui siamo il protagonista e i comprimari. Il senso della trama è il fine che la sorregge. “Se l’esistenza avesse come fine la morte, il mondo non sarebbe che orrore e follia”, ma posso chiedermi: “Sono io che do un senso alla mia vita o esso mi viene imposto dall’alto?” 21). Forse la domanda non è bene impostata. Se ciò che è fuori di me è identico a ciò che è dentro di me, allora chi è scelto equivale a chi sceglie.
Capire le metafore dell’immaginario è capire la psiche e i modi stessi della vita. La fiaba diventa a un tempo una struttura psicologica e alchemica, cioè in trasformazione, in evoluzione.
Il Bosco di Pollicino è la selva oscura di Dante, la complessità paurosa dentro e fuori di noi, il Labirinto di Minosse.
Pollicino è il più piccolo, il figlio minore, l’ultimo arrivato, ma tuttavia confida in se stesso, nella propria intuizione e astuzia. La Casa è la sicurezza, la risposta a tutti i bisogni, la nostra veste più grande, un Io allargato, un archetipo rassicurante, una proiezione sociale della Madre 22).
L’uomo primitivo non aveva complessità né spazi vuoti, perché non aveva individualità, viveva all’interno di una struttura collettiva forte e ordinativa, che lo accoglieva e gli dava senso. Il Mito collettivo era una grande Casa comune che conteneva la storia di tutto il gruppo, egli era in simbiosi col popolo, il clan la tribù, la famiglia. Ma l’uomo moderno è solo, vuoto e infelice perché si è alienato dalle strutture collettive e dai riti significanti, ha perso le strutture esterne dell’anima senza trovarne di interne, e deve cercare da solo un senso personale o sociale, cosa per niente facile, per cui diventa spesso uno scettico confusionale o uno che vive dell’esteriorità, perché non conosce le vie della propria anima o perché la cultura materialistica diffusa lo spinge a viversi in modo epidermico. “Siamo tutti nevrotici – diceva Jung – perché ci siamo alienati dalla nostra anima”.
L’uomo ha perduto l’appartenenza all’immaginario collettivo e spesso non ha nemmeno un mito personale, dunque ignora cosa dia senso alla sua vita, individualmente e collettivamente, e quali siano i giusti valori e ruoli, gli scopi individuali o universali; spesso si omologa a miti di basso profilo indotti dall’esterno, dal consumismo, dal mercato, dalle discrasie del potere, che non lo considera nemmeno una persona bensì un oggetto, una merce… ma ciò lascia assetate parti del suo essere e gli procura una dissociazione dal suo Sé.
La società sviluppa sistemi forti a servizio di poteri ristretti, ma non sono sempre umanamente validi, come il profitto per il profitto o l’uomo non più centro di valore. Il profitto da solo è un mito di basso livello che degrada la persona e la porta alla dispersione psichica. L’uomo ha bisogno anche di coltivare la propria spiritualità e di orientare ad essa la vita, ha bisogno di un mito sovrapersonale, o cadrà preda dei suoi istinti inferiori o sarà dominato da chi li gestisce per lui. Dice Isha: “Se la gente si comporta secondo gli istinti, i più forti opprimeranno i più deboli e le passioni umane avranno sempre il comando, infatti l’avaro vuole governare per possedere, e l’ambizioso vuole possedere per governare; per entrambi lo scettro è rappresentato dalla frusta! In tal caso il potere appartiene agli accaparratori più astuti. Quando il lusso (o il superfluo) diventa indispensabile, i ricchi hanno il sopravvento. Allora la società non è più retta dal principio della Qualità, ma dal favoritismo e dalla cupidigia” 23).
Il mito del nostro tempo si proietta oggi in leader che cercano solo la totalità del dominio, la forsennata ricerca del possesso, l’abuso del comando, l’arbitrio di chi si pone sopra la legge. Una società preda di scopi bassi è deleteria per i suoi membri e li conduce alla rovina, sia che comandino, sia che ubbidiscano. Dobbiamo scegliere sempre tra la Qualità e la Quantità, ma i due scopi sono antitetici. “Se la classe dirigente non viene selezionata in base alla qualità, viene selezionata dalla ricchezza materiale, cosa che testimonierà sempre la decadenza della società e l’infimo gradino da essa raggiunta” 24). In una società simile, chi non ha il potere resta in una identità debole, frutto di una caduta ideale e di un mercato che ruba all’uomo l’emancipazione del pensare e dell’essere e anzi lo demonizza perché il pensare e l’essere sono nemici del comandare.
Quando l’ideale scompare dalla scena della storia e della psiche, quando l’ideologia diventa non facoltà dell’uomo ma potere sull’uomo, il grande nemico dei governanti è l’uomo che pensa. Ma solo l’uomo che pensa cammina, e chi non pensa è divorato dall’Orco, come i fratelli di Pollicino.
Gli uomini senza potere si dividono allora tra quelli che cercano un’altra storia, un altro mondo possibile, e quelli che sono plagiati dagli idoli imposti e cercano una appartenenza e una omologazione. L’identità si può cercare anche per proiezione, partecipando alla corte del più forte, dove si crede libero chi si proietta nel potente e lo ripete acriticamente.
I clan primitivi avevano menti di gruppo, come colonie di api, vivevano simbioticamente miti collettivi e non conoscevano i drammi della singolarità. Ma dal piano indistinto e tribale la soggettività moderna ha estratto l’uomo personale, l’isola che emerge dal mare dell’inconscio, con un compito in più: la costruzione di se stesso al di là del gruppo, la coscienza della propria storia personale oltre la manipolazione nella storia collettiva, in cui anzi viene chiesto di promuovere realtà nuove. La soggettività nasce unita alla responsabilità: creare il mondo e non subirlo. Pollicino rappresenta una necessità drammatica, non rinviabile, di assunzione di responsabilità. Inutilmente tenta di sfuggire al suo compito tornando a casa, cerca di non crescere, di rinviare l’autonomia. Le circostanze impongono una rapida scelta. Così l’uomo è spinto a gravarsi di ciò che accade, per salvare se stesso, i suoi fratelli e tutti gli altri, e non può rinviare il compito, perché o ci salveremo tutti o non si salverà nessuno.
Oggi i media ci offrono massificanti case dell’Orco.
Jung diceva: “I demoni amano calare soprattutto nelle masse. In mezzo a una massa l’uomo è sradicato e quindi facile preda dei demoni. La tecnica nazista consisteva nel formare non individui bensì masse”. Il neoliberismo non è molto diverso. Anche la propaganda falsamente democratica ci induce ad abdicare al pensiero per seguire i dettami dei capi ideologici: “I demoni! Ogni uomo che smarrisce la sua ombra, ogni nazione che si valuta moralmente superiore è loro preda!
La fiaba di Pollicino dice che l’unica appartenenza salvica che ci resta non è in protettive case surrettizie, ma nell’abbracciare il nostro destino in modo attivo. Riconoscere il nostro compito sociale e non più rimandarlo: “La pace è frutto di lotta, non del sonno”, dice Isha.
E Jung:“L’unica possibilità di salvezza sta nel paziente lavoro di educazione dell’individuo. Il potere dei demoni è enorme e i moderni mezzi di suggestione sono al loro servizio.. Il Cristianesimo riuscì a mantenersi integro con la persuasione da persona a persona. Ecco, questa è la strada che anche noi dobbiamo percorrere se vogliamo sconfiggere i demoni. Io so che essi esistono così come so che esiste Buchenwald. E’ il mio destino essere preso per matto, soprattutto da coloro che sono posseduti dai demoni… Niente è più esaltante che cercare di capire. Allora ci rendiamo conto che la vita è grandiosa e bellissima e che non sempre la stupidità e l’ottusità trionfano… In questa epoca infausta l’unica speranza è l’attività interiore dell’individuo” 25).
Se l’uomo si mette sulla strada della libertà e dell’autonomia, si imbatte nel mito sociale. All’uomo primitivo era chiesto solo il gregarismo, a noi viene chiesta la scelta. Negli ultimi secoli il processo di autonomia dell’Io è avanzato nel dramma di una nuova solitudine. Ora la New Economy, per i suoi piani di imperio, vorrebbe ricacciarci nella folla dei succubi, ma non è più tempo di regni e colonie, le condizioni sono cambiate perché l’Io è cambiato. L’uomo ha bisogno di nuovi miti, perché i dogmi mercantili sono vuoti d’anima e si muovono su piani orizzontali e materiali, contro di lui.
Non c’è accumulo di beni o omologazione culturale o densità di potere che soddisfi i livelli spirituali dell’uomo. E’ altro che l’anima vuole. Saturare i piani materiali lascia sempre più deserti quelli spirituali. L’ideologia lucrativa schianta ancor più la libertà ideale dell’uomo.
C’è una forte negazione dell’anima nelle iterazioni di questo mondo globalizzato. Jung dice: “Chi non ritiene che la conoscenza debba convertirsi in obbligo morale, diviene preda del principio di potenza e ciò produce effetti dannosi, rovinosi non solo per gli altri ma per lui stesso” 26).
Un potere senza conoscenza non è nulla, un potere senza etica è una rovina collettiva.

Per salvare il mondo, occorrono nuovi miti fondati sull’obbligo morale, ma l’etica non può essere una propaganda artificiale appiccicata a un discorso di conquista, né possono esistere valori là dove i nomi diventano meri suoni che coprono la morte. L’insoddisfazione dell’uomo nasce dal sentire che la vita interiore gli viene negata, che la libertà di pensare e agire gli viene stroncata, che la stessa informazione gli viene data distorta, che ogni sicurezza progressivamente viene rubata, e lui non sa più chi è e cosa vuole e sempre più diventa un numero insignificante in un luogo anonimo dove il potere è nelle mani di pochi. Non si cammina guidati da ciechi. L’apologo del vecchio imperatore cieco di Kurosawa che conduce gli altri all’abisso è ancor più attuale.
Questa perdita di senso personale e collettivo che i nuovi miti economici o militari inducono pesantemente è una forte regressione sul piano dei valori dell’umanità, è il ritorno a una società passiva di sudditi, impresentabile e improponibile dopo il vivace progresso dei diritti e dei doveri dell’uomo e del cittadino e le autolimitazioni del potere connesse alla democrazia.
La nuova ideologia è anche peggio dei miti estremi della destra o della sinistra, perché almeno Comunismo e Nazismo creavano delle identificazioni forti, mentre l’uomo-consumatore è comunque proiettato a sensazioni effimere proprio in quanto è oggettivato e non trova alcuna grandezza nel consumismo. In luogo dell’alienazione marxista del lavoratore proletario abbiamo una nuova alienazione che colpisce l’uomo in quanto consumatore passivo. E’ questo misconoscimento operato dal sistema che isterilisce il processo della coscienza personale. Avviene allora una discrasia tra tre gruppi: quelli che, poco emancipati, soccombono alle imposizioni del sistema e vi si adeguano, arrivando a difenderlo per piccoli o grandi vantaggi personali, quelli che il mercato lo dominano ma ne sono essi stessi preda, in quanto continuano ad allontanarsi dal proprio Sé per adorare un vitello d’oro, e infine quelli che lottano per non diventare succubi e non accettano di usare gli altri né di prostituire se stesso, non accetta di essere divorato.
E’ di nuovo la storia di un Pollicino o di un Harry Potter, in un’ottica sociale e collettiva, e ancora dovrà essere il più piccolo, l’ultimo degli ultimi, il promotore del nuovo, quello che taglia la testa all’orco. E nessuna meraviglia se sarà visto come sovvertitore dell’ordine costituito!
Psicologicamente ci sono vittime in tutte e tre le categorie: gli Orchi, in quanto hanno perso la loro umanità e sono condannati a divorare i propri figli, creando genìe senz’anima; i fratelli di Pollicino, o succubi, perché non hanno svegliato una coscienza critica e rischiano di essere divorati per un desiderio passivo di sicurezza; gli stessi Pollicini, gravati dal compito gigantesco di salvare il mondo insieme a se stessi. Essi possono solo sperare di unirsi, credendo fortemente in quello che fanno, perché solo così potranno salvare tutta la famiglia umana.
Dunque abbiamo: quelli che non hanno dominio né sui beni né sull’io, quelli che hanno il potere sui beni e il comando delle persone ma crescono su un piano puramente materiale, e quelli che si dibattono per non essere né sfruttati né sfruttatori e possono evolvere solo trasformando il loro compito individuale in un mito collettivo e sociale.
Il problema è costruire una trama nobile, non esogena, durevole nel tempo e di portata collettiva, e non va nemmeno bene che il mito sia solo adattivo alla società perché conservare la società attuale significa decretarne la morte. Sognare un nuovo mondo vuol dire essere già usciti idealmente da un plagio di potere.
Per fortuna, quando una società cade in squilibri degenerativi, sorgono fisiologicamente gli anticorpi. Buddha, Gandhi, Madre Teresa, Papa Giovanni sovvertirono la società del loro tempo aprendola a nuovi impulsi. Buddha emancipò la mente dalla sudditanza agli dei e liberò dalla costrizione del desiderio. Gandhi eliminò le caste iniziando una liberazione politica non violenta. Madre Teresa annullò se stessa per il servizio ai morenti e ai parìa. Papa Giovanni uscì dall’isolamento pregiudiziale del Cattolicesimo per riaprire il dialogo tra le fedi e democratizzare una struttura assolutistica.
Il loro mito era forte perché non era egocentrato ma sociale e universale. Come dice Isha: “Nobiltà del senso altruista. Nobiltà del lavoro per una causa impersonale. Nobiltà dell’incorruttibilità”.
Il pioniere, il santo, l’innovatore sono portatori di valori forti, che vanno controcorrente proprio perché sono altamente collettivi, e, quanto più un mito è benefico al mondo e non fa solo gli interessi del suo portatore, tanto più esso è valido. L’uomo che si separa dalla propria cultura e dalle sue immagini trainanti (religiose, filosofiche, economiche, sociali…) e compie un balzo evolutivo, esprime la possibilità di contattare la grande matrice psichica universale, per riscoprire ciò che è collegabile all’intera umanità. I grandi rivoluzionari spirituali non sono mai stati figli passivi del loro tempo, ma lo hanno superato, e hanno sovvertito positivamente culture malate e decadenti con idee-guida evolutive. Il loro afflato non sta solo nell’ispirazione ma nell’universalità. Essi furono non narcisi costruttori di imperi ma tramiti di assoluto.
Ci sono periodi in cui la società è tanto degradata da produrre leader di basso profilo, volti all’ego e alla materia, proprio allora si sente più radicalmente il bisogno di individualità diverse e sconvolgenti. Quanto più l’Ego avanza, tanto più i bisogni collettivi rivendicano la loro necessità. Ed è allora che risuonano più alti gli ideali universali, come necessità imprescindibile. Ricordiamo che il tempo del Cristo venne entro la crisi dell’Impero romano, con imperatori impostori e corrotti, e sette e esoterismi incontrollati.
Abbiamo bisogno di ordine. Ma un sistema di ordine può essere involutivo o evolutivo. Anche un cimitero è un sistema di ordine, anche un lager, anche la Borsa o il mercato globalizzato. Jung dice che qualunque mito è un tentativo di dare ordine, anche miti pericolosi o disgreganti, come il delirio di uno schizofrenico o di un megalomane politico, ma non sono miti collettivi né salvici.
Ideologia e Mito non sono evolutivi e progressivi di per sé. Il Marxismo o il Nazismo o il Fascismo provarono nei fatti la loro natura di schemi deteriori, volti alla distruzione e alla negazione dell’uomo. In contrapposizione, l’attivismo del volontariato è una nuova forma ideale che può trasformare l’esistenza e illuminarla. Ma, per i sistemi di potere reazionari, essa appare come sovversione. E’ un’anomalia, che minaccia il sistema consolidato. Essere pacifisti, dopo l’11 settembre, è considerato anormale. Ma cosa è normale? Non esiste il mito della normalità anzi la massificazione è proprio il massimo dell’alienazione e della disumanità. Un tempo la normalità era l’adattamento totale dell’uomo alla società del suo tempo, per cui qualsiasi devianza dalla norma era insana.
Ma Jung obietta: “Potremmo chiamare ‘delirio’ qualsiasi credenza fuori dalla norma, come la fede negli angeli, nei dischi volanti, nella comunicazioni coi defunti, nella visione dei fantasmi; potremmo chiamare delirio la fede nella verginità di Maria, nella potenza di Visnù, o nei poteri carismatici e virtuali di un partito o di un leader, ma che senso avrebbe?
Non possiamo dire che tutti coloro che hanno una credenza diversa o presentano idee nuove solo per questo sono deliranti. Dov’è allora il criterio separativo? Si deve guardare alla solidità dell’IO, al suo grado di coesione e al suo adattamento alla realtà esterna, ai fatti, al vantaggio collettivo.
Cos’è che distingue uno schizofrenico, un genio, un santo, un veggente, un sensitivo, un filosofo, un innovatore, un artista, un mistico? Molto meno di quel che crediamo.
Un mito è un sistema come un altro e addirittura “ognuno ha bisogno del proprio sistema delirante per vivere” e, quando non esiste, l’uomo prova disorientamento e sofferenza, perché il mito nutre e realizza, tiene l’uomo in sé e lo consolida.
Così abbiamo avuto ‘la superiorità della razza bianca’,‘l’integralismo islamico’, ‘il sole socialista ’, ‘le crociate’, ‘la lotta alle streghe ’, ‘il complotto dei rossi ’, ‘il terrorismo’, il ‘Ku Klux Klan ’, il ‘neo-liberismo’…
Mito è l’idea portante e forte che conduce l’immaginario, non di per sé buona o giustificabile e può contenere tutto: grandi idealità come follie estreme, libero mercato come statalismo, pace come guerra.
Gandhi diceva: “Non posso parlare di religione a chi ha fame”, eppure l’uomo ha bisogno più di idee che di cibo. L’uomo si nutre di immagini ma vi sono immagini buone e altre no; solo i risultati in termini di verità, trasparenza, coerenza, bene ed etica, fanno prova di giustezza o di errore, ma è difficile fare valutazioni a priori, soprattutto per ciò che sembra lontano e diverso.
Così nel mito troviamo ‘i medici senza frontiera’, ‘il telefono azzurro’, le ‘sorelle di madre Teresa’, quelli del ‘G8’e quelli contro il G8, il Wto che difende i più forti o ‘Porto Alegre’ che difende i più deboli, i terroristi e i partigiani…
Una valutazione può trarsi nella misura di quanta sofferenza o salvezza il mito produca nel suo realizzarsi, se salvi il mondo, come tenta di fare Pollicino, o lo divori, come fa l’Orco. Difficile valutare, dovremmo saper distinguere il Bene dal Male. Hillman, nel suo ‘Codice dell’anima’, porta avanti anche l’evoluzione del seme del Male, DNA potenziale che si realizza come mala pianta. Non c’è solo Madre Teresa, nel suo Processo di Individuazione, ma anche Hitler o il mostro di Londra.
Jung parla poco del Male, anche se il problema della duplicità dell’Essere lo sconvolge per tutta la vita, ma, quando parla dell’Inconscio Collettivo e della sua emersione, lo vede spesso in una luce buona, naturale e salvica, la matrice della storia dell’anima, la grande Madre della vita e dell’evoluzione. Parla dei cattivi miti quando esplode la follia nazista, anche se, nel primo avvento di Hitler, nemmeno lo riconosce come Male ma per un po’ si sbaglia e crede sia arrivato l’uomo dell’ordine e della provvidenza, come molti altri. Quanti di noi oggi fanno lo stesso?

NOTE

1) I cinque bambini rappresentano la mano, cioè l’abilità del fare, del vivere, la totalità della persona.
2) In analisi sono frequenti le regressioni a comportamenti infantili quando l’energia non trova sufficiente forza per superare il conflitto o la sofferenza.
3) Anche la fuga nel medicinale antidepressivo o euforizzante, nell’alcool o nella droga può essere letta come un tentativo di fuga all’indietro.
4) Spesso nei sogni ci rappresentiamo come gruppo di più persone, cioè come psiche molteplice,
5) ‘Lo cunto de li cunti’.
6) Clarissa Pinkola Estes, ‘Donne che corrono coi lupi ’, Frassinelli. La Pinkola è analista junghiana ed è stata direttrice del C. G. Jung Center di Denver. In questo bellissimo libro analizza l’archetipo della donna selvaggia che esiste in ogni donna, ferina e insieme materna, che non vuole essere ingabbiata, l’autenticità priva di regole e pregiudizi che ogni donna deve poter trarre da se stessa, come forza potente e primigenia
7) La storia si dipana nell’impossibilità apparente del piccolo Potter di lottare contro l’enorme negatività di Valdemort e malgrado questa. Quando si è piccoli, occorre trovare amici. Se lo scopo è nobile, gli amici si troveranno. La rete di Lilliput prende oggi il suo nome dalla fiaba di Gulliver: quando il piccolo popolo si trova davanti il gigante, riesce a immobilizzarlo attraverso lo sforzo delle forze unite.
8 ) Isha, alchimia.
9) Idem.
10) Idem.
11) Idem.
12) Bruce Chatwin, ‘Le vie dei Canti’.
13) Erode vuole uccidere Gesù e la madre fugge con lui in Egitto. La madre di Dioniso, Semele, muore, e anche la madre di Asclepio muore; Leto fugge lontana dalla patria con Apollo contro l’ira dei Titani; Maia, madre di Hermes, vive lontana dall’Olimpo senza onore.
14) Il re dei re nasce in una stalla.
15) Bruce Chatwin.
16) Agnese Sartori, ‘Il segreto dell’aquila’, Mediterranee.
17) ‘Jung parla ’, op. cit.
18) sha Schwaller de Lubicz, moglie di Renée. La citerò qui di seguito, perché la sua ricerca è esoterica e alchemica e sarebbe piaciuta a Jung.
19) Isha era una donna bellissima, egittologa e studiosa di alchimia, che sposò Renée Schwaller de Lubicz e gli ispirò le sue ricerche sul tempio di Luxor.
20) Idem.
21) Idem.
22) Vediamo le analogie con terminologie correnti: ‘Cosa nostra’, ‘La casa delle libertà ’, ‘La casa comune europea ’, ‘La loggia ’…, tutti termini che dicono: “Entra qui e avrai sicurezza e protezione”.
23) Isha.
24) Idem.
25) ‘Jung parla ’, op. cit.
26) ‘Ricordi, sogni, riflessioni ’.
27) ‘Saggio di esposizione della teoria psicoanalitica ’, 1913.
..
http://masadaweb.org

2 commenti »

  1. Ciao Viviana afferro un pensiero per te e spero possa arrivarti con la stessa intensità e con lo stesso sorriso con cui si è creato in me…
    Grazie ancora per il tempo che mi doni.
    Manu

    Commento di MasadaAdmin — marzo 11, 2010 @ 7:31 am | Rispondi

  2. Arrivata a 52 anni ho ad un tratto smesso di chiedermi COSA ho fatto nella mia vita ma CHI sono diventata nel tempo, quanto vicina a me stessa sono arrivata finora. Credo che il gioco alla fine sia questo, il COSA è solo uno strumento per il CHI, questo penso.

    Commento di Valentina — marzo 12, 2010 @ 6:52 pm | Rispondi


RSS feed for comments on this post. TrackBack URI

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: