Nuovo Masada

febbraio 16, 2010

MASADA n° 1090. PSICOANALISI. JUNG 2. Lezione 6. Mente logica e mente intuitiva

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(Lezione 6 del secondo corso su Jung, tenuto a Bologna dalla prof. Viviana Vivarelli, autrice del Libro “Lo specchio più chiaro” sulle opere e il pensiero di Carl Gustav Jung)

MENTE LOGICA E MENTE INTUITIVA

Esistono in noi due intelligenze complementari, una regge l’altra e la saggezza consiste nel sapersene servire simultaneamente
(Schwaller de Lubicz )

Da un lato il pensiero ordisce con pazienza i concetti/dall’altro la poesia espone i miti
(E. Zolla)

L’intuizione è più importante della tecnica
(Maestro Funakoshi)

Così come nella psiche umana ci sono due valenze, una maschile e una femminile, nel cervello ci sono due emisferi, uno maschile e uno femminile. La scoperta risale al 1968, quando uno psicobiologo, Roger Sperry, premio Nobel per la medicina, presentò le sue scoperte sulla duplice funzione del cervello umano.
Il nostro cervello si forma attraverso uno sviluppo lentissimo nei millenni, che parte da un cervello che viene chiamato ‘rettile’ che presiede alle funzioni fondamentali della sopravvivenza, funzioni come mangiare, bere, dormire, mantenere la temperatura corporea, produrre ormoni, muoversi, fuggire o lottare, sopravvivere e riprodursi (400 milioni di anni fa).
Da esso si forma un cervello successivo, detto ‘mammifero’ o emozionale, che presiede a funzioni affettive e relazionale, la famiglia, i figli, il clan, le emozioni, i sentimenti, le credenze ecc. (100 milioni di anni fa).
Poi, in tempi relativamente recenti, si è sviluppato un cervello superiore, o neocorteccia, diviso in due emisferi o lobi temporali con funzioni specifiche relative al pensiero (20 milioni di anni fa).
Ognuna di queste due parti ha una visione propria del mondo. Non abbiamo una mente sola ma due, con due ottiche, due prospettive distinte e due modi di lavorare, ma il fenomeno è ancora più complesso.
Il cervello, nella sua totalità, è l’aggregazione di strati funzionali successivi, come quelle città che vengono più volte riedificate conservando le tracce delle costruzioni più antiche.

Mc Leane disse che il cervello umano era il risultato di una lentissima evoluzione che partiva dal regno animale, dagli anfibi emersi dagli abissi che risalivano sulla terra e da cui poi erano derivate le scimmie.
Il primo a formarsi fu un cervello rettile, molto antico, di cui restano le tracce tutt’ora, che permise all’uomo di radicarsi sulla terra, sopravvivere, alimentarsi, difendere il territorio e riprodursi (1° e 2° chakra). Conserviamo ancora i resti di quell’arcaico cervello rettile.
Su questo si è sviluppato un successivo cervello mammifero (3° e 4° chakra), in grado di gestire volontà e sentimenti, con cui l’uomo ha sviluppato i primi rudimenti della socialità, ha imparato a vivere in gruppo (tribù, clan), difendendo non solo la famiglia ristretta ma interessi più estesi. Anche questo cervello rimane in noi.
Dopo milioni di anni si formò un terzo cervello, la neocorteccia, o cervello superiore, diviso in due emisferi collegati da un fascio di fibre nervose, il corpo calloso.
I due emisferi sono detti cervello razionale e intuitivo. Uno è relativo alla quantità delle cose, l’altro alla qualità. Uno funziona in modo logico, l’altro analogico.
Col primo l’uomo è arrivato al linguaggio concettuale, alle scienze, alle tecniche; col secondo all’arte, alla poesia, alla religione, alla spiritualità.
Riprendendo lo schema della Brennan e prima di lei di Madame Blawatski, possiamo dire che il cervello rettile corrisponde ai primi tre chakra, il cervello mammifero al quarto, e gli altri due cervelli vanno dal quinto chakra in su.

I due emisferi della neocorteccia rappresentano i centri di due funzioni molto diverse. Come dice Roger Sperry, la mente è bicamerale.
Nei due emisferi uno stesso stimolo esterno o interno produce reazioni diverse, sono come due occhi appartenenti a due menti distinte e lavorano in modo polare producendo sue diverse visioni del mondo.
E’ come avessimo due menti che possono funzionare indipendentemente, perché hanno funzioni differenziate. Ogni emisfero reagisce a suo modo e si relaziona preferibilmente a certi stimoli e non ad altri e li elabora a proprio modo.
Se si vuole comunicare a uno dei due emisferi, si deve usare il linguaggio a lui proprio. Il risultato sono due punti di vista che possono contrastarsi, reprimersi o integrarsi o può essere, come spesso accade, che uno resti nell’ombra e se ne usi solo l’altro, o per tendenze personali, o per abitudine indotta dall’ambiente, dal sistema culturale, dalla scuola, dalle richieste sociali. Per esempio noi viviamo in una civiltà che privilegia fortemente il cervello rettile (conquista e difesa del territorio, soddisfazione degli istinti primari, aggressività e prevaricazione), mentre c’è poca o punta educazione del cervello mammifero (socialità, accoglienza, amicizia, buone relazioni sociali, cura della famiglia, rispetto per il partner, amore per i figli ecc.) e, riguardo al cervello superiore, c0è una netta prevalenza a quello logico mentre persiste una forte opposizione a quello analogico. Per es. abbiamo quasi annientano le funzioni paranormali e la spiritualità.
Il cervello, comunque, è ambivalente, l’ambivalenza è una caratteristica della natura e la ritroviamo nella mente superiore.
Noi siamo in genere lateralizzati e tutt’altro che coesi e univoci, non integriamo entrambi i cervelli. Il pensiero è il risultato di due processi cognitivi e reattivi distinti e per niente assimilabili, di cui possiamo privilegiare l’uno o l’altro.

L’emisfero detto maschile presiede alla razionalità, quello femminile all’intuizione. Il 1° è analitico e separativo, il 2° intuitivo e relazionale.
L’emisfero maschile o sinistro comanda in modo incrociato la parte destra del corpo, che nelle somatizzazioni abbiamo chiamato parte maschile, cioè la parte destra; l’altro, quello femminile, comanda la parte sinistra del corpo. Per cui abbiamo detto che nelle patologie lateralizzate possiamo avere delle indicazioni psicoanalitiche di genere.
Un cervello, abbiamo detto, funziona in modo logico, l’altro in modo analogico. L’emisfero razionale può solo elaborare i dati di cui è venuto a conoscenza senza produrre niente di nuovo, è come un computer che elabora i dati che sono in memoria.
L’emisfero intuitivo, invece, è aperto a soluzione nuove che vengono da un altrove infinito nel tempo e nello spazio. L’emisfero logico pesca nell’archivio di memoria personale esistente, quello analogico è in grado di pescare in una memoria universale. (Ritroviamo qui la dualità che abbiamo visto in Jung tra inconscio individuale e inconscio collettivo).
La mente analitica funziona in modo lineare, per sequenze, secondo quelle regole indiscusse che Aristotele pose a fondamento della sua “Logica”.
Mente lineare vuol dire connessione ripetitiva entro le categorie dello spazio, del tempo e della causa, secondo il principio di non contraddizione. Queste sono le tre regole di Aristotele.
Lo schema primario che dà ordine e giustificazione a questo tipo di pensiero risale all’antica filosofia greca, alla logica di Aristotele, che fu il primo occidentale a schematizzare il funzionamento del pensiero.
Il pensiero occidentale, del resto, ha scelto di privilegiare questa parte della mente e ha costruito un discorso sulla natura, la scienza e la tecnologia basato sulle categorie di spazio, tempo, causa e non contraddizione, ma avrebbe potuto fare anche diversamente, come è avvenuto nelle civiltà orientali, che invece, per esempio, usano un principio che Jung scoprirà per suo conto, che è quello della sincronicità, che per il pensiero logico è un non senso.
Il mondo orientale ha privilegiato la via analogica dell’emisfero intuitivo e ha trovato verità altrettanto stimabili ma diversamente strutturate, costruendo tutta una enciclopedia delle scienze altrettanto funzionali e utili quanto quelle occidentali, ma che partono da postulati diversi.
Il mondo che la nostra scienza costruisce non è l’unico mondo possibile.
Mente occidentale e mente orientale hanno prodotto due visioni del mondo diverse che a volte riescono a conciliarsi, a volte sono assolutamente irriducibili.

Sulla mente lineare poggia il pensiero aritmetico (infatti i numeri si estendono in un ordine posto in un tempo, prima l’1 poi il 2…) e in un ordine geometrico (le forme si estendono in uno spazio), si hanno scienze che partono da assiomi e sono essenzialmente deduttive.
Il pensiero razionale usa dei modelli di riferimento, o schemi logici, scelti in modo assiomatico, cioè non dimostrabile.
L’antico sistema greco prese come schema di base quello grammaticale o verbale, e costruì la filosofia prima e la scienza poi come fossero analisi del linguaggio.
La mente razionale produce paradigmi, ovvero modelli strutturali di elaborazione dei dati, che sono indiscutibili, si danno per buoni e basta. Il paradosso è proprio questo: che la mente razionale pone come proprio punto di partenza degli enti o delle regole non razionalizzabili, e spesso continua a conservarli anche quando sono diventati reperti archeologici ma hanno la fissità di dogmi. Il che la dice lunga sulla democraticità e libertà della ricerca scientifica e fa capire come il sapere non sia altro che una forma di potere.
Il filosofo Edgar Morin chiama ognuno di questi paradigmi: ‘l’Anteriore o il Fondatore’, l’archè, ciò che stava prima di ogni elaborazione. Dunque anche la scienza ha i suoi Archetipi, rispettati come divinità. Qualunque ricerca scientifica si metta contro uno di questi idoli viene messo all’indice o emarginato dalla comunità scientifica dominante.
Bacone diceva: noi siamo dominati dagli idoli, della tribù, della spelonca, del foro e del teatro; cioè gli errori tipici della razza umana, i pregiudizi individuali, quelli della piazza e quelli della cultura.
Lo storico della scienza Thomas Kuhn dice che la comunità scientifica accetta per convenzione un apparato di paradigmi su cui non esercita alcun senso critico e che non può essere messo in discussione, come fosse un dogma sacro.
Uno di questi dogmi è la falsificazione, cioè si accetta come scientifico solo ciò che può essere riprodotto in laboratorio, e ciò finisce per essere selettivo fuori misura perché infiniti fenomeni della natura o della mente o dell’affettività non sono riproducibili in laboratorio, l’amore per esempio o una esperienza paranormale.
La nostra civiltà è dominata dal pensiero scientifico e questo porta vari inconvenienti: intanto la ragione può solo lavorare sui dati che ha, senza trarre nulla di nuovo, è un pensiero elaborativo dell’esistente ma non creativo di conoscenze nuove. La mente detta maschile o logica è razionale, costruttiva, algoritmica (preposta al calcolo), conseguente, lineare e analitica. Vuole esempi precisi, procede per prove ed errori, apprende mediante regole fisse, pone nomi e categorie, delimita, seziona, giudica e ordina.
La mente detta femminile, o intuitiva, non chiude mai l’oggetto in definizioni o classi, è aperta, fluttuante, afferra insiemi, cioè modelli ricchi e associativi, è estetica ed emozionale, relaziona e salta passaggi conseguenti, scopre cose nuove, oltrepassa i limiti del conosciuto.
L’istruzione programmata delle nostre scuole parla in genere al cervello razionale e lavora poco su quello intuitivo, e più si sale nell’ordine scolastico, più questa lateralizzazione aumenta.
Il cervello logico eccede nell’astrazione per segni (non per simboli), in verbalizzazione, lettura e scrittura secondo regole fisse, matematica ecc.
Mette le cose in fila (funzione lineare) e in ordine (funzione sistematica), si basa su regole generali (funzione normativa), critica e rimuove ciò che non comprende, è incapace di autocritica, ha una comprensione della realtà in termini di dominio e sfruttamento, non si propone la com-prensione, che vuol dire prendere qualcosa con sé e averne cura o la relazione, che vuol dire mettere in comunicazione enti lontani. Non implica, infine, la scelta e il giudizio.

Le funzioni razionali moderne si fissano soprattutto dopo il 1600, da quando Galilei precisò le due vie logiche per eccellenza, le funzioni privilegiate dell’emisfero sinistro o maschile che sono induzione e deduzione: il pensiero che parte dal molteplice dei dati esperienziali e ne trae leggi o concetti generali, e il pensiero che deduce da un assioma tutto quello che astrattamente ne può dedurre, per es. tutte le regole geometriche che si possono trarre dalla definizione di triangolo.
Come criteri di accettazione della verità delle cose, o paradigmi della ricerca scientifica, l’emisfero razionale usa la ripetibilità del fenomeno e la sua falsificabilità. Anche queste due regole vengono da Galilei, che riproduceva in laboratorio modellini del reale, cioè falsificava e riproduceva un fenomeno per vederne le cause. Ma prenderle come regole auree dello studio della realtà, come le uniche categorie fuori di cui non esiste conoscenza seria, è limitativo. Le vie mentali non sono solo queste e i paradigmi scientifici diventano spesso esclusivi della realtà tutta intera. I paradigmi entro cui si studia la natura sono una cornice che lascia fuori molto più di quanto non riesca a comprendere.

La crisi delle scienze occidentali inizia verso il 1930 con Einstein che, dopo aver messo a dura prova spazio e tempo, scopre che la luce, che era sempre stata studiata come corpuscolare, dava risultati anche se veniva considerata come un’onda, solo che onda e particelle non sono congruenti.
La luce risultava perciò un ente paradossale, corpuscolare e ondulatorio insieme, e mandava all’aria il principio di non contraddizione aristotelico.
La fisica classica pretende che la natura sia logica.
La fisica quantistica scopre che la natura è paradossale e contraddice la nostra logica.
Può accadere che un elettrone occupi due spazi diversi (l’esperienza della bilocazione manda in crisi il concetto di spazio) o che due elettroni che hanno fatto un lavoro comune restino in un rapporto telepatico per cui, dando per es. una quota di calore a uno, la recepisce anche l’altro (ciò mette in crisi il concetto di distanza), oppure accade che in natura si presentino effetti prima delle cause (e va in crisi del concetto di causa). Insomma la natura presenta fenomeni paradossali (contro il principio di non contraddizione).
Questa crisi delle vecchie coordinate è aumentata con la teoria del caos, la quale ha studiato proprio quei fenomeni naturali che apparentemente sembrano fuori da ogni ordine logico e dunque imprevedibili, per esempio il modo con cui cadono le gocce da un rubinetto, o come si formano le nubi, o si strutturano le coste, o si sviluppano i fenomeni finanziari in Borsa, o si muove il cervello di uno schizofrenico.
Insomma sembrerebbe che fenomeni come questi non fossero riducibili a numero, algoritmo, e funzione. Essi dovrebbero stare fuori da ogni scienza, ma la teoria del caos scopre che questo fenomeni presentano analogie ‘di forma’, il che ci riporta al cervello intuitivo che lavora per immagini.
Il pensiero scientifico, che vuole ridurre tutto il mondo a numero, si accorge che esiste un altro sguardo che penetra i segreti dell’imponderabile secondo criteri non numerici ma formali.
Per esempio si scopre che il frammento di una costa presenta una forma (o frattale) che si ripete inalterata in una parte più grande della costa, in una più grande ancora e così via. Oppure che, riducendo col computer a grafica i dati del cervello di uno schizofrenico, si evidenzia un “attrattore strano”, per cui tutti i dati dei cervelli schizofrenici presentano la stessa ANALOGIA DI FORMA, o si scopre che tutti i tifoni hanno uno schema simile a una farfalla. Insomma sotto la mole dei dati quantitativi c’è un disegno, una forma, cioè una QUALITA’ che la matematica da sola non avrebbe scoperto.
Lo scienziato scopre che il mondo può essere letto non solo in modo quantitativo ma qualitativo.

Così gli uomini restano divisi tra quelli che usano in prevalenza l’emisfero razionale, che procede per dati quantificabili, analisi, peso e misura, e regole fisse, e quelli che usano prevalentemente l’emisfero intuitivo che procede per immagini, icone, visioni in una straordinaria apertura al possibile.
Se le due tipologie umane sono lateralizzate, danno luogo a tipi che non si comprendono, si avversano e restano in opposizione. L’uomo che ‘numera’ e quello che ‘vede’ sono l’uno all’altro ignoti.

Prendiamo esempi celebri: Galilei col suo pensiero logico-matematico riduce tutto a numero, Platone col suo pensiero poetico e intuitivo procede per metafore, miti e simboli. Così Laplace si oppone a Chagall.
Freud e Jung appartengono a questi due generi polari: il razionalista e l’intuitivo, l’uomo che vuol ridurre la psiche a schema, meccanismo o numero, e il visionario che va alla scoperta dell’inconscio, cioè dell’ignoto, attraverso immagini. Da una parte lo psicologo che fa statistiche, dall’altra il poeta che sogna. Di qua il matematico, di là l’alchimista.
In Freud chiaramente prevale l’emisfero razionale, che usa segni, definizioni e tabelle, compone e scompone la psiche come fosse una macchina di cui precisa pezzi e funzionamenti, la sua psicologia sembra una tecnica, i suoi libri sembrano manuali di idraulica o meccanica.
In Jung prevale l’emisfero intuitivo, con simboli, metafore, sogni, forme poetiche, visioni e allucinazioni. E’ ovvio che i due non si intendano.
Così gli uomini si dividono spesso secondo questa o quella prospettiva, a volte naturale a volte indotta, e in genere i tipi lateralizzati non comunicano bene tra di loro, sono come un cieco che parla a un sordo o un sordo che mostra figure a un cieco; non si intendono, l’uno vede ciò che all’altro sfugge e ognuno può diventare antipatico nella difesa della propria prospettiva, come se quella fosse esaustiva di tutto. Poi va da sé che la natura fa incontrare le coppie proprio secondo il richiamo degli opposti, in una specie di integrazione possibile che quasi mai riesce.
L’intuitivo ‘vede’ ma non sa spiegare, fonda le sue certezze su intuizioni che lo convincono ma sembrano basate sul nulla; l’analitico spiega ma non convince, in genere è povero nel sentimento e non ha abbastanza immaginazione per afferrare il nuovo o trasmetterlo.

Come si vede, parlare di maschile e di femminile è molto più sottile che parlare di sesso.
Nella realtà in genere va un po’ meglio, le divisioni estreme sono rare, i due emisferi non sono lateralizzati in modo così rigido e presentano due modalità della mente che sono comunicanti. L’uomo equilibrato e pienamente consapevole usa entrambe le vie mentali.
Einstein, il cui cervello è ancora conservato, presenta dei lobi temporali bene sviluppati e un corpo calloso più ampio del normale, gli mancava anche la scissura di Silvio, segno che usava entrambe le menti e le collegava rapidamente tra loro, e in effetti molte delle sue scoperte gli apparvero come film mentali, come visioni, che egli poi sviluppò col calcolo matematico. 1)

Morin diceva: “Se evadere dalla logica è delirio stravagante, essere asserviti alla logica è delirio razionalizzatore. Occorre una razionalità ammorbidita, in contatto con l’empirico, dove la logica non trionfi né ceda, che ci porti ai limiti dell’intelletto e alle frontiere del reale. E che dialoghi con la poesia” .2)

La mente destra o intuitiva è propriamente la mente che crea il nuovo. Più che elaborare dati in archivio sembra ricevere dati nuovi. Invece di partire da elementi noti da elaborare in forma sistematica, afferra flash di conoscenza improvvisa che sembrano scaturire dal nulla. Non è una mente lineare ma procede a spirali.

De Bono: “Ci siamo ossessivamente impegnati nel sistema critico e argomentativo quale strumento assoluto di cambiamento, ma questo è inutile al cambiamento perché non contiene creatività. Ci siamo calati interamente nei paradigmi dimenticando la creatività del loro cambiamento”.

Mentre il frutto della mente razionale è per eccellenza il logos, o discorso, verbale, temporale, spaziale e causale, cioè una sequenza di procedure (la frase, la connessione tra periodi, l’algoritmo matematico della mente numerante, la deduzione geometrica), il frutto della mente intuitiva è la visione, la percezione istantanea, così che si parla di mente artistica o percettivo-visiva.
Ogni tempo ha creato le sue metafore, sistemi orientati su modelli di riferimento a priori. Quando la filosofia greca iniziò il suo percorso con Socrate, il modello di riferimento fu il linguaggio, la grammatica, tanto che la filosofia esordì come retorica e oratoria. La logica della scienze fu desunta dalla logica della verbalizzazione e così il linguaggio nelle sue connessioni fu il principale strumento scientifico. Nel 1600, da Galilei e poi Spinoza e Newton, il modello fu l’orologio, il meccanismo ordinato. Oggi abbiamo il computer, che incombe sulle neuroscienze come sulle scienze sociali e anche il DNA si propone come una forte metafora cognitiva. Forse ogni metafora coglie un aspetto possibile del reale e sarebbe più giusto far interferire più modelli tra loro. Il sistema prescelto e il suo modello orientativo plasmano la realtà, ma la realtà è sempre oltre, da una parte sembra consentire qualcosa, dall’altra sfugge ad prese mentali scelte a priori.

De Rosa dice: “Il pensiero semplificante ideologizza, cioè crede che la realtà sia solo ciò che è intelligibile; razionalizza, cioè impedisce alla realtà di esistere fuori del sistema razionale, e normalizza, cioè rifiuta la stranezza e il mistero”.

Ma la nuova scienza è stata costretta a scoprire anche l’interrelazione che il soggetto che studia e l’oggetto che viene studiato. Noi non siamo solo osservatori del mondo ma con la nostra osservazione modifichiamo il mondo. Oggi sappiamo che anche un sondaggio modifica le posizioni politiche, per cui anche i sondaggi sono diventati strumenti politici.
Se l’osservazione dell’elettrone fa saltare l’elettrone, nasce una nuova metafora del reale come ‘tappeto’ interconnesso, di cui siamo fibra e colore, non molti dissimile dalla totalità induista o dalla sincronicità taoista, e questo concetto di una realtà interrelata ricompaiono all’orizzonte evocate dalla fisica dei quanti.
Cartesio, Bacone e Newton credevano che l’uomo dominasse il mondo restando in qualche modo oggettivamente fuori dal mondo, e guardavano l’uomo come fosse separato dalla natura e potesse osservarla da fuori, ma il fisico e matematico Niels Bohr dice chiaramente: ”Siamo allo stesso tempo spettatori e attori del mondo”. E il chimico Prigogine aggiunge: “Al posto della descrizione classica del mondo come automa, è meglio tornare al modello del mondo greco come opera d’arte”. L’arte! Ma quando mai la scienza si è ispirata all’arte?
Quando Jung chiede al suo daimon cosa fosse il suo lavoro, il daimon risponde “E’ arte!” Con l’arte noi torniamo alla circolarità della mente, all’emisfero intuitivo o mistico o artistico e alla sua visione fondamentale: il mondo come bellezza.

Se la mente maschile pretende di stare fuori dal mondo e di analizzarlo e regolamentarlo da fuori, la mente femminile, partecipativa e simbiotica, si sente invece ‘dentro’ la natura, scaturisce dalla natura come lo zampillo al centro del laghetto. Come il fisico quantistico che non è mai di fronte all’elettrone ma danza con lui, così l’uomo non è mai fuori della natura, ma è dentro di essa come il pesce nel lago e, quando si muove il pesce, si muove anche il lago. Noi siamo immersi nell’I CHING, nella danza dei mutamenti. E anche la nostra fisica occidentale, a poco a poco, sta entrando in questa visuale del mondo visto dall’interno, del mondo come insieme di energie interagenti, dell’universo relazionale. E questa è una visione femminile. Ed è la visione di Jung. 3)

Bateson, filosofo e psicologo 4), dice : “Ci hanno abituati a immaginare le strutture, salvo quelle musicali, come cose fisse. Ciò è una sciocchezza. La vita è innanzitutto una danza di parti interagenti. La struttura può determinare il processo, ma il processo può determinare la struttura”.

La cultura separa le due menti, eppure, cercando nelle biografie degli scienziati, troviamo che scoperte e invenzioni sono precedute da un flash di visione totale, in cui la mente intuitiva mostra la soluzione attraverso una immagine, poi comincia il faticoso e lungo lavoro della mente razionale che deve stendere il progetto e giustificarlo o numerarlo per renderlo presentabile al consesso scientifico. Ma spesso la visione che precede il lavoro di elaborazione pratico è assimilabile alla visione mistica o a quella artistica.
Lo schema della struttura atomica fu ricevuto da Niels Bohr attraverso un sogno, la stessa cosa avvenne per sistemi filosofici, scoperte, invenzioni ecc.
Il più grande matematico di tutti i tempi, il ragazzo indiano Ramanujad, ricevette tutte le funzioni della matematica superiore in sogno dalla dea Namagiri.
Prima la mente intuitiva manda l’immagine, poi la mente razionale la elabora in modo che sia scientificamente trasmissibile e praticamente utilizzabile secondo i concetti e le modalità del sistema che dovrò accoglierla.
Ma la visione è stata semplicemente ricevuta, è esplosa nella mente umana come un qualcosa che veniva da fuori, è una forma-pensiero esogena.

C’è dunque una mente visionaria e una mente misurante.
La musica, la poesia, l’opera pittorica spesso semplicemente esplodono nella mente dell’artista come illuminazioni che lo attraversano, come se egli si limitasse a riceverle da fonti ignote che sono al di fuori di lui. Il pensiero creativo è un pensiero diverso, che abbandona le strade note e porta a vedere il mondo in un altro modo, è un’altra via originaria dell’energia.
Se l’uomo imparasse ad usare di più l’emisfero intuitivo, avrebbe uno strumento formidabile per allargare i propri confini di conoscenza e di espressione e potrebbe non solo accelerare la propria creatività artistica ma far evolvere anche la propria crescita spirituale.
Questo è l’emisfero che sente, partecipa e relazione, perciò usare l’immaginazione significa sentire i propri problemi in modo diverso e trovare nuove soluzioni.
L’uso dell’emisfero intuitivo può essere risolutivo anche per problemi personali ed esistenziali, perché la mente razionale non può far altro che rielaborare all’infinito i vecchi dati con percorsi ripetitivi, imprigionandosi sempre più nella loro vischiosità, con vecchie sinapsi consunte e circuiti neuronali obbligati, in cui l’attività mentale si stressa, come il topo nel labirinto, mentre la mente intuitiva può produrre quella visione nuova o quel diverso modo di sentire che genera liberazione.

Dunque, proprio perché siamo abituati al pensiero logico ripetitivo, è bene ogni tanto far tacere il pensiero analitico che a suo modo è cieco e coatto, ed aprire il pensiero che vede, il pensiero visionario.
Passare da un emisfero all’altro è un atto di volontà e anche di allenamento che può cambiare il mondo e può trasformare la noia e la stanchezza in incommensurabile gioia.
In fondo anche in un austera riunione operativa di lavoro si può passare dall’analisi rigorosa dei dati a un liberatorio brain storming, in cui si lascia libera la mente destra di andare dove vuole e di esprimere in assoluta spontaneità soluzioni nuove.
La vita spesso non è opera di comprensione analitica ma è visione.
Nella visione il senso appare di colpo all’occhio interiore, è un vedere interno, che si apre non nei luoghi delle apparenze o delle misure ma nei luoghi dei sensi e dei significati, un vedere che diventa immediatamente un essere e un sentire, perché è un capire dal di dentro, senza bisogno di parole.
Questo è ciò che intendono i saggi quando dicono che vedere significa essere nella verità, e se sei nella verità sei anche sano, nel corpo come nella psiche, perché l’energia scorre in te come deve, senza impedimenti, e la tua natura si realizza in piena naturalità.

Da 2.500 anni, ma in particolare negli ultimi tre secoli, l’Occidente ha privilegiato l’emisfero razionale. Il fatto che esso trovi tanta gratificazione nella nostra civiltà tecnologica non significa di per sé che sia il migliore. Se ci siamo abituati a non far lavorare l’emisfero femminile o intuitivo, ciò non deve essere considerato un punto di vantaggio. Semplicemente le cose in questa parte del mondo sono andate così, stabilendo rigide gerarchie di potere, ma altrove le cose sono andate diversamente. Per cui ogni civiltà ha acquisito dei valori, ne ha persi altri.
Se seguiamo l’evoluzione storica della civiltà occidentale, possiamo ipotizzare che in tempi molto antichi vi sia stata una prevalenza del cervello intuitivo e che poi, circa tremila anni fa, abbia cominciato a delinearsi un gruppo di funzioni opposte: il cervello razionale, appunto, il quale poi ha preso il sopravvento.

Il cervello intuitivo si collega a forme mentali molto antiche, presenti nelle civiltà del passato, che conosce la realtà non in modo empirico o analitico ma quasi per simbiosi e secondo categorie generali o universali, percepisce per insiemi o totalità, ha un alto grado di relazione e connessione tra eventi, ha un tipo di attività che possiamo chiamare visione percettiva o visione globale, non elabora conoscenza in modo lineare ma ha flash di insieme, porta l’io a vivere la realtà partecipandone (quella ‘partecipazione mistica’ di cui parlava l’antropologo Lévi-Strauss).
Anche la visione dell’artista e del poeta rientra in questa funzione; nella visione estetica l’oggetto è percepito nella sua essenzialità, la contemplazione della bellezza è una partecipazione particolare alla realtà, una forma particolare di conoscenza.
L’arte non è una tecnica quanto l’apertura del cervello intuitivo, che penetra profondamente alcuni elementi della realtà in un approccio globale e simbiotico, spesso non verbalizzato o verbalizzabile, che è allo stesso tempo un sentire e un capire. E l’attività di chi gode un’opera d’arte o la crea in modo trasformativo. Nell’arte appare quello che Jung studierà poi come alchimia. L’io che si trasforma nella metamorfosi con la natura.

Possiamo verificare questa funzione seguendo i mutamenti del campo elettromagnetico cerebrale, per cui vediamo che, quando il cervello intuitivo è in funzione, si realizza una variazione nelle lunghezze d’onda della mente che diventano più lente e armoniche, apportatrici di pace.
Sperry aveva esaminato le funzioni dei due emisferi e aveva visto che abbiamo da una parte una funzione sequenziale, analitica e verbale, dall’altra una funzione intuitiva, visiva, percettiva globale. Tra i due emisferi c’è un cordone di fibre nervose, il corpo calloso, che permette rapidi passaggi di informazioni da un emisfero all’altro, esso è più consistente nella donna, il che fa pensare che la donna abbia più rapide e frequenti connessioni tra ragione e intuito.
Non fu l’organo a esplicare la funzione, ma la funzione preparò l’organo e lo codificò nel DNA; la funzione si precisò per il fine. Questo vuol dire che, cambiando i fini della vita, la materia aderì all’evoluzione del pensiero, modificando la struttura visibile, la morfologia. Via via che cambiarono gli scopi della collettività, la struttura fisica del cervello cambiò per adeguarsi al cambiamento culturale, e anche il cervello si articolò in forme più complesse.

Dopo il cervello rettile, mammifero, razionale e intuitivo, potremmo ipotizzare oggi che il salto evolutivo consisterà nella generazione di un quinto cervello, una sovra-mente, che già opera in modo sottile in un numero ampio di soggetti, finché l’intera specie umana sarà pronta al salto biologico e il DNA assumerà genericamente la mutazione.
Questo quinto cervello, in taluni, è già evidente in quanto la funzione precede l’organo.
Come nel pluringuista, l’allenamento a parlare più lingue, produce più circonvoluzioni cerebrali, cioè l’esercizio modifica la materia, così il percorso della vita modifica il corpo e dunque anche il cervello. L’apertura a nuove attività di pensiero fa evolvere la materia cerebrale e la specializza, aprendo all’evoluzione della specie.

Nel percorso che porta l’energia a strutturare la materia cerebrale, così da formare prima un cervello rettile, poi un cervello mammifero, infine una neo-corteccia, con i lobi sinistro e destro e poi, forse, in futuro, una sovra-mente, si evidenzia uno scopo che via via si libera.
Il cervello rettile è pura istintualità e conservazione dell’ego materiale.
Il cervello mammifero è formazione e tutela del nucleo sociale: famiglia, tribù, clan…
La mente razionale è conoscenza analitica del mondo mediante separazione delle parti.
La mente destra è conoscenza relazionale e simbiotica della realtà attraverso bellezza, emozione e valore.
I due movimenti sono opposti, uno chiude nel particolare, dunque anche nel proprio particolare, l’altro apre all’universale dunque anche all’umanità. Non sono solo due vie cognitive ma anche etiche.
Il percorso umano dovrebbe crescere da una prospettiva egoica-materiale ad una prospettiva sempre più collettiva e universale, fino a una spiritualità onnicomprensiva. Il percorso è evolutivo in senso etico se va dall’Ego al Tutto, se lo spirito muove dalla sua circoscrizione alla materia fino alla libera esplicazione, come totalità e energia. Dalla matrice soggettiva alla Totalità. L’energia, che con la creazione diventa molti, si libera dall’Uno parziale separato, per tornare a essere Uno in quanto Tutto. E questo è induismo.
Lo stesso percorso appare nella successione dei chakra, da quelli inferiori, delle gambe, del radicamento o della sessualità a quelli via via superiori che portano l’energia a fuoruscire dalla struttura umana per farsi comprensione della luce universale.
Questo carattere dell’universalità crescente è il metro che ci permette di valutare ogni singola manifestazione dell’energia nella storia del mondo o dell’individuo.
Quanto più sei Ego tanto più sei limite e materia e sei all’inizio del processo. Quanto più superi l’Io, tanto più ti estendi in qualità e spirito.
Non a caso nell’Induismo i sensi sono sei, comprensivi anche della ragione; anche la ragione è un senso, quindi ancora uno strumento limitato e immerso nella materia, ma la mente nel suo complesso è capace di funzioni superiori alla ragione stessa.

Jung non parla nemmeno di intuizione ma usa un termine nuovo per una funzione nuova, ed è L’IMMAGINAZIONE ATTIVA, pensiero laterale che esce dall’ambito umano per collegarsi all’inconscio collettivo. Questo pensiero laterale è ricco di possibilità in modo incredibile.

De Rosa dice: “C’è un pensiero ordinario (lui lo chiama verticale) che è quello che scorre nelle vie neuronali culturalmente disposte, come l’acqua che scende dai fianchi di una montagna e si raccoglie nelle vene incise e negli avvallamenti, cioè il pensiero che scorre nelle vie probabili, il pensiero di massa. C’è un pensiero laterale (alternativo) che scopre percorsi nuovi, è giovane, abbraccia un campo di azione più vasto, rompe gli schemi e le vie obbligate. Il primo pensiero obbedisce al procedimento, l’altro lo crea strada facendo.”

Qualche volta si deve uscire dal mondo delle parole per andare di lato, a vivere un po’, in un’altra forma; non l’energia che descrive la vita ma quella che vi si immerge.
Spesso Einstein, mentre parlava con un amico, si allontanava da lui dicendo: “Devo pensare un po’.
E Socrate si fermava in mezzo al cortile, piantato come un albero, e restava lì, e non sentiva più nulla, né la pioggia né il riso della gente e un giorno restò fermo così un giorno e una notte e poi si riscosse e ricominciò la sua vita normale, come se nulla fosse.
Gandhi lasciava la politica dell’India e entrava in meditazione e nella prigione filava e tesseva col suo arcolaio, perché anche fare un lavoro meccanico è una forma di meditazione.
Jung spaccava la legna e cucinava o murava e, appena trovava un corso d’acqua prigioniero, un rivolo lasciato dalla pioggia, gli apriva la strada verso il
fiume o il lago, perché l’energia deve andare verso l’energia.

Limitato è l’uomo e usa strumenti limitati; ma infinito può essere l’uomo e usare strumenti infiniti.

Kandinskij

LE ESPERIENZE STRAORDINARIE: L’IMMAGINAZIONE ATTIVA

Si è sempre a un passo di distanza dal mondo

Gli archetipi non vanno conosciuti, vanno vissuti
(V.)

L’immaginazione è più importante della conoscenza”
La conoscenza è limitata. L’immaginazione abbraccia il mondo
(Einstein)

Sarebbe semplice pensare che gli istinti sono le reazioni innate del corpo e gli archetipi sono le reazioni innate della psiche. Questo è solo un primo livello di apprensione. In realtà gli archetipi sono qualcosa di molto più sottile e profondo di semplici risposte comportamentali.
In effetti, se fossero solo questo, non si capirebbe perché contattare gli archetipi, secondo Jung, è terapeutico e a volte miracoloso.
In realtà noi siamo creature poco manifestate, creature narcotizzate solo parzialmente espresse, che non vivono in assoluta profondità, ma in superficie, come sonnambuli, senza attingere alle segrete ragioni della vita.

Come dice Henry David Thoreau:
Andai nei boschi perché volevo vivere con saggezza e in profondità, succhiando tutto il midollo della vita.
Per sbaragliare tutto ciò che non era vita
e per non scoprire in punto di morte che non ero vissuto”
.

La mente intuitiva, o forse un quinto cervello non ancora sostanziato nella materia visibile, usa l’immaginazione attiva per giungere agli archetipi.
L’IMMAGINAZIONE ATTIVA è uno dei concetti fondamentali di Jung.
E’ un canale particolare che contatta direttamente l’inconscio collettivo e gli archetipi, come fosse un canale medianico che contatta un’altra dimensione, solo che esso ci serve per contattare l’essenza del nostro vitale. Questa facoltà non deve essere confusa con la fantasia o la semplice immaginazione, perché la fantasia è la capacità di elaborare i dati componendo nuovi prodotti, invece l’immaginazione attiva è un vero e proprio canale specifico attraverso cui contattiamo gli archetipi, cioè le forme pure della vita, come se raggiungessimo una sorgente rigenerante.
In tal senso si può anche usare l’intuizione ma occorre oltrepassarla.
Per esempio, la visione di un mistico non può essere definita come intuizione di Dio, è qualcosa che va ben oltre. Il mistico contatta l’archetipo divino e lo attiva in se stesso, con un forte atto trasformativo della propria spiritualità, una vera e propria metamorfosi. Non si limita ad avere una banale intuizione che Dio esiste, ma ne contatta in qualche modo la sua potenza salvica e ne risulta trasformato. Lo stesso avviene con un miracolo, dopo il quale non si è più come prima o con l’esperienza della morte da cui si ritorna.
Ecco cosa intende Jung quando parla della forza ’numinosa’ degli archetipi. Numinoso è l’incontro col sacro nascosto, col senso non ancora svelato del divino. Numinoso è il trascendente, ciò che va al di là.
E’ la differenza che passa tra avere una intuizione sull’amore e cadere innamorati. Innamorarsi è una profonda trasformazione interiore che non possiamo liquidare come semplice intuizione. Vuol dire vivere fino in fondo e con assoluta intensità una esperienza della vita .6)
Lo stesso avviene per l’atto di grazia che ci fa uscire da una depressione (archetipo Morte-Resurrezione), quello che la Ravasi Bellocchio chiama “la radianza dell’angelo”. O per lo stupore della nascita quando assistiamo alla venuta al mondo del nostro bambino (archetipo del Bambino). O per la meraviglia dell’arte quando esce dalle nostre mani (archetipo della Bellezza) o la contattiamo in modo sconvolgente (sindrome di Stendhal).
Chiunque abbia avuto una esperienza estraniante o miracolosa sa di cosa parlo.
Quando si entra nell’inconscio collettivo sembra veramente di entrare in un’altra dimensione e di rompere le coordinate usuali in modo eclatante.
Il fatto è che stiamo parlando di ‘esperienze straordinarie’ che sono fuori dalla quotidianità e banalità della vita normale e in cui tocchiamo qualcosa di così profondo e totale da trasformarci totalmente 7).

Un’altra caratteristica dell’immaginazione attiva è quella per cui può aprire facoltà mentali paranormali che cambiano la nostra visione del mondo. Questo permette di guardare in modo diverso anche la parapsicologia, che non ha senso per la mente analitica ma che l’altra mente vive come una possibilità reale di grande importanza.
Noi superiamo lo spazio nella chiaroveggenza o nella OBE (fuoruscita corporea), sovvertiamo l’ordine del tempo nella postcognizione o precognizione, valichiamo il rapporto causa-effetto e possiamo rovesciarlo nell’incontro diretto col significato, facciamo incontrare eventi esterni e psichici per analogie di senso nella sincronicità (eventi della psiche che trovano conferma simultanea in eventi esteriori).
Le coordinate della mente logica o razionale, sono: SPAZIO, TEMPO e CAUSA; il suo principio fondante è, da Aristotele in poi, il PRINCIPIO DI NON CONTRADDIZIONE. Ma l’‘altra mente’ non usa queste coordinate, è una mente paradossale che trascende tempo, spazio e causa.

Prendiamo il tempo, coordinata classica della mente ordinaria. Da sempre gli uomini si sono interrogati sul tempo. Agostino negava al tempo un’esistenza oggettiva, diceva che era solo una realtà mentale, una dimensione della coscienza, il modo con cui l’io ordina gli eventi.
Ma il matematico Hawkings si chiede: “Perché ricordiamo il passato e non il futuro?”. Noi pretendiamo che il tempo sia lineare, ma se la direzione secondo un vettore direzionato fosse solo una nostra costruzione mentale, potremmo pensare al soggetto, non come a una entità che scorre su un binario da A a B, ma come a un punto che può essere raggiunto da due frecce laterali, quella del passato e quella del futuro. Se passato e futuro fossero stesi ai miei lati, li vedrei entrambi. Nulla esclude che possa guardarli in questo modo, come realtà compresenti ed è quello che il sensitivo a volte di trova a fare .8)

L’’altra mente’, oltre a superare la direzione del tempo, trascende anche le regole dello spazio, può vedere per esempio ciò che è in spazi diversi e lontani, come la madre che sa cosa fa il figlio nel momento del pericolo o la persona colpita da infarto che esce dal suo corpo e vede cosa accade nelle stanze vicine o cosa c’è sul tetto.

L’’altra mente’ trascende anche la causa. Contro il principio logico di non contraddizione, ci mostra che la natura è in realtà contraddittoria e paradossale. Paradossale è, per esempio, l’ambivalenza dei sentimenti, l’amore che convive con l’odio; paradossali sono i fenomeni naturali, come la luce che è allo stesso tempo corpuscolare e ondulatoria, o la vita che è anche morte, il maschio che è anche femmina, lo yin che è insieme yang, l’uno che è allo stesso modo molti, l’anima che è qua ma può essere altrove o è collegata allo spirito che non è in nessun luogo, la materia che sembra possedere un’anima e l’anima che si manifesta come materia.

La fisica quantistica ci dà una lettura del mondo molto interessante e diversa dalla fisica classica, in cui spazio e tempo a volte sono ininfluenti, e possiamo avere la stessa informazione in due elettroni separati da grande distanza, in quanto essa si accende in entrambi simultaneamente come fossero una cosa sola, una diade telepatica, un mondo dove un elettrone che è qui può apparire anche là o può manifestarsi come frammento di una conoscenza più grande. L’universo può sembrare lineare ed esteso, ma anche coesistente ed inesteso.
Mentre la razionalità congela l’essere in binari fissi, l’intuizione vede lo vede in forme sincroniche o analogiche, che l’uomo ordinario ignora o intravede solo in parte.

L’’altra mente’ è analogica e il pensiero di Jung è essenzialmente un pensiero analogico.

Cos’è una VIA ANALOGICA? Se chiedo delle associazioni automatiche in risposta a una parola, posso avere una catena significativa di corrispondenze. Per es. “Marte, rosso, guerra, gong, lama, sangue, rabbia, ferro, aspro….”, questa è una catena analogica, in cui i termini possono essere scambiati, per esempio in una poesia o in un film o in un quadro, ma il tutto esprime sempre una qualità comune 9). Una parte della nostra mente (l’emisfero intuitivo) lavora così, creando associazioni automatiche. E’ la mente che funziona per legami, che crea reti di significati nell’universo.
Su vie analogiche si fondano astrologia, omeopatia, ayurveda, terapie alternative, alchimia ecc. Il principio di analogia è il fondamento dell’omeopatia, per la regola che “ Similia similibus curantur” ciò che è simile si cura attraverso il suo simile. Per esempio, se un ammalato che non ha preso Belladonna presenta un quadro sintomatico che ha una somiglianza con l’avvelenamento da Belladonna, significa che la Belladonna in forma potenziata è il medicamento adatto per questo paziente.
Il principio di corrispondenza universale è il punto cardine dell’alchimia per cui “Ciò che è sopra è sotto e viceversa. Il microcosmo rispecchia il macrocosmo”.
Per Jung le vie analogiche sono universalmente valide e gli archetipi le sintetizzano come linee associative universali, che manifestano identiche qualità di energia in una visione del mondo basata sulla ‘qualità’.
Se la psiche fosse uno strumento, gli archetipi sarebbero le sue note. Note che possono essere suonate da strumenti diversi pur mantenendo la stessa vibrazione.
Possiamo leggere il mondo come insieme promiscuo di oggetti (molteplicità) o come spartito, ordinato secondo linee di energia, vie frequenziali (qualità o onde) che legano tra loro enti apparentemente distinti. Nel primo caso il mondo risulterà un caos di esistenti separati, nel secondo risulterà un cosmos, un ordine di esistenti correlati.

La lettura analitica del mondo è ‘quantitativa’ e appartiene all’Occidente; la lettura analogica del mondo è ‘qualitativa’ e appartiene all’Oriente.
Il pensiero di Jung è eminentemente analogico.
In Occidente la lettura del mondo è quantitativa e il mondo visto come energia appartiene in gran parte alla ‘metafisica’, anche se è stato proprio un fisico a dire: “Sempre più il mondo mi appare un immenso pensiero” 10).
Chiaramente il pensiero di Freud è analitico e positivista, legato alla fisica meccanicistica, e piace alle menti analitiche, a chi privilegia l’emisfero razionale. Il pensiero di Jung ci porta alla metafisica e a torto si ritiene che uno psichiatra o un analista debbano prescinderne. I tempi ci mostrano che anche la fisica del cielo o delle forze subatomiche si stanno avviando proprio verso una visione che non è più tanto lontana dalle antichissime culture orientali. Gli estremi culturali si toccano; la mente umana diventa più ampia; i due emisferi cerebrali (e le due parti del mondo) si stanno integrando.
Gli studiosi tradizionali fanno una lettura del reale guardando alla specificità dei casi concreti, riducendoli a numero, misura o funzione e attivando su questi l’analisi (percezione empirica ed elaborazione razionale dei dati); altri, come Jung, leggono le cose secondo concetti universali, secondo significati analoghi, attivando la mente analogica e relazionale.
Freud usa l’intelletto, per questo piace agli analitici e agli scientifici tradizionali. Jung usa l’intuizione e l’immaginazione attiva, per questo piace agli artisti e ai temperamenti mistici. Sono due visioni complementari.
In Oriente le grandi religioni o filosofie hanno sempre detto che il reale può essere percepito in due modi: molteplice o unitario. Il primo modo dà la percezione ordinaria dell’uomo comune, il secondo la visione del saggio che perviene agli assoluti tramite la meditazione interiore. Ma gli uomini non sono tutti uguali, e così gli studiosi; Bacone diceva che alcuni sono come la formica che va in giro a prendere i granelli da mettere in un mucchio, e altri sono come il ragno che trae da sé la tela; meglio sarebbe l’ape che prende da fuori ma elabora in sé per produrre il miele. La visione di Jung è ancora diversa, è quella del delfino che nuota nel profondo per portare alla superficie il segreto dell’oceano.
La scienza occidentale, da Aristotele in poi e massimamente da Galilei, ha fatto prevalere la ricerca delle formiche, sistema razionale analitico, e si è orientata sulla ricerca e la misurazione, partendo dai dati concreti e inquadrandoli poi in categorie sempre più generali o in nessi causali. La metafisica, è un passo ulteriore in direzione dell’Essere assoluto, che guarda non all’aspetto fenomenico del Reale ma alle Essenze che lo generano. Anche la poesia, l’arte, la religione, l’esoterismo, l’alchimia… cercano intuitivamente l’UNO, legando tra loro tutti gli esistenti in linee essenziali.
La vecchia fisica ci dà una visione determinista del mondo per linee causali: la nuova fisica ci dà una visione correlata per linee analogiche.
La prima spezza il reale nelle sue parti, la seconda riunisce le parti in linee di essere e infine tutte le linee nell’Essere tutto e non al modo di Aristotele per sintesi progressive ma per flash di illuminazione. Non partendo dal mondo delle apparenze ma trascendendolo, come faceva Platone durante i riti eleusini.
Platone aveva detto che la vera conoscenza è quella ideale: prima di tutte le azioni buone, c’è la forma del Bene; prima di tutte le belle cose c’è l’idea della Bellezza; prima del cavallo concreto c’è l’idea del cavallo ideale. Nell’atto del conoscere, la mente confronta il singolo oggetto contingente con una forma astratta, l’azione reale più o meno buona con l’idea superiore di Bene, l’azione più o meno giusta del reale con l’idea suprema di Giustizia… Platone pensa che l’uomo trovi questi principi assoluti nell’anima, perché li possiede in modo innato.
Può risalire di nuovo ad essi ma non come farebbe uno scienziato che procede per sintesi o per induzione, bensì come farebbe un mistico che ha un flash della realtà totale, da qualunque frammento di essa parta.
Così l’innatismo junghiano degli archetipi è una forma di platonismo. Quando diciamo che il bambino non ha che fare solo con i due genitori storici concreti ma anche con due figure ideali che sono già dentro di lui, l’archetipo paterno e l’archetipo materno, tracciamo una psicologia di tipo platonico.
Giustamente Jung ha chiamato la propria teoria ‘una psicologia comparata’. Egli cerca continuamente delle categorie più ampie, entro cui situare i dati di osservazione, che escano dal contingente, che colleghino uomini di vari tempi e spazi e culture, e stiano fuori del tempo, dello spazio e della causa. Trova questo contenitore più ampio nell’inconscio collettivo. Chiama il suo metodo comparativo AMPLIFICAZIONE.

Aristotele e Platone privilegiano ognuno un emisfero cerebrale, il primo è uno scienziato portato agli oggetti concreti, alle definizioni e alle classificazioni, il secondo è un mistico portato ai simboli e agli ideali.
La filosofia aristotelica produce l’enciclopedia delle scienze; la filosofia platonica origina una metafisica.
Il pensiero di Jung comincia come una psichiatria e diventa sempre più una filosofia che sfocia in una metafisica e in una mistica.
In Oriente si ritiene che la metafisica sia superiore alla fisica, si pensa che l’uomo comune sia attratto dai singoli oggetti empirici, appartenenti al mondo visibile grossolano, mentre il saggio riesce a legare tutti gli oggetti in catene di corrispondenze per risalire ad una realtà ideale che li sovrasta oltrepassando il mondo sensibile; egli raggiunge così la visione di una realtà ultrasensibile, incorporea, eterna e assoluta, trascendente e superiore, da cui tutto discende e a cui tutto risale.
Freud si riporta fedelmente al positivismo occidentale mentre alcuni caratteri degli archetipi junghiani e dell’inconscio collettivo sembrano accordarsi con la realtà delle Idee platoniche (atemporalità, aspazialità, innatismo…) e con la visione orientale, che in Cina, Tibet India ecc. origina una cultura antitetica alla nostra e basata sulle CORRISPONDENZE e sull’armonia del tutto, inteso come un enorme pensiero in cui scompare la distinzione tra dentro e fuori, tra me e l’altro, tra l’io e il mondo 11).

La visione di Jung si stacca dalla scienza positivista della prevalenza razionale, per una nuova visione della realtà, intuitiva e analogica.
In realtà Jung afferma sempre di considerare solo ‘fatti empirici’, ma per lui sono fatti empirici anche una visione, un sogno, una allucinazione, una voce incorporea, una guida spirituale, un fantasma. Per lui la realtà psichica non è meno reale della realtà fisica, la realtà dell’anima è innegabile quanto quella del corpo, gli archetipi sono concreti come gli istinti. Jung mi fa ricordare quella suora insegnante che diceva che ‘anima’ è ‘nome concreto’; cosa poteva esserci infatti per lei di più concreto dell’anima? Anche l’anima era per lei un fatto di esperienza.
Gli archetipi per Jung sono fatti empirici anche se somigliano più alle ‘eidos’ platoniche che agli oggetti tangibili degli empiristi, in quanto egli ne percepisce solidamente la presenza e li trova nei suoi pazienti.
Se, da un punto di vista minimalista, gli archetipi possono essere visti come i corrispondenti degli istinti nella psiche, da un punto di vista metafisico assumono ben altra dimensione, una dimensione che è intuibile attraverso la poesia, l’arte, la filosofia, il misticismo… una dimensione che ha a che fare con una immersione diretta nella realtà.

E’ in questa dimensione metafisica che dobbiamo comprendere cosa sia un’ANALOGIA.
Borges, maestro di metafore, ipotizza un regno astratto chiamato Tlon, dove le qualità simili si unificano in una sola unità di informazione:
Oggi una delle chiese di Tlon sostiene platonicamente che certe cose, come una determinata temperatura, un determinato suono o colore ecc., costituiscono un’unica realtà. Tutti gli uomini che ripetono un verso di Shakespeare ‘sono’ William Shakespeare” 12) .
La scienza ci ha abituato a un mondo quantitativo, ma la visione analogica è eminentemente qualitativa. Se tutte le cose che hanno lo stesso suono sono un unico suono, ciò che unifica i diversi può essere la loro ‘qualità’ comune, la stessa banda vibrazionale entro cui molti si manifestano.
Una funzione intuitiva della mente unifica naturalmente le cose in bande indicanti una stessa qualità della vita. Tutto ciò che ha le stesse caratteristiche di senso appartiene a una stessa fascia di realtà.
La qualità può essere il fondamento di un altro tipo di scienza, non meno rigorosa di quella quantitativa.
L’antica scienza cinese o quella indiana, del resto, non sono scienze quantitative, ma qualitative, e producono atti conoscitivi del mondo o interventi su di esso in base ad analogie di qualità, similmente alle scienze occidentali che lo fanno in base a dati quantitativi.

In ogni fascia di risonanza, cose apparentemente diverse o lontane comunicano fra loro come una cosa sola, in quanto rappresentano, in modi apparentemente diversi, un’unica informazione fondamentale.
La qualità (o senso) è il timbro, la chiave di lettura dell’insieme.
Qualità simili o modalità simili, ovvero sensi comuni, sono dunque ‘una cosa sola’ e formano un’unica informazione 13).

La fisica newtoniana o classica è matematico-geometrica, crede ad oggetti solidi situati in uno spazio esteso, distinti tra loro, contigui o inferenti l’uno sull’altro per ragioni di causa ed effetto. Ma la nuova fisica quantistica 14) guarda la realtà in modo diverso, scopre che gli enti esistono su bande unificate d’informazione e che questa correlazione informativa supera lo spazio e il tempo, come nella diade di elettroni che hanno fatto uno stesso lavoro e che restano collegati anche se lontanissimi, costituendo una coppia inter-relata, come la coppia madre/figlio, uniti telepaticamente.
Questa unità trascende tempo e spazio secondo un legame molto difficile da spiegare con una scienza meccanicista o con la pura razionalità.
In altri esperimenti ci sono particelle subatomiche che sembrano sdoppiarsi, la particella è qui ma è anche là (bilocazione), oppure essa può essere trasferita invisibilmente, sparisce in un punto dello spazio ed appare in un altro (dislocazione).
Le coordinate tradizionali non bastano più, costituiscono uno schema ristretto che può essere trasceso o rimosso. La scienza tradizionale lascia fuori tutti gli eventi paranormali, non può spiegare la premonizione (rottura dello schema temporale) o la chiaroveggenza (rottura dello schema spaziale), o la levitazione (infrazione alla legge di gravità) o le OBE (negazione dell’unità corporea).
La meccanica quantistica mette in crisi la fisica classica perché mostra una realtà paradossale, dove saltano spazio, tempo e causa, e dove lo stesso corpo può occupare spazi diversi o presentare aspetti opposti o inversioni temporali o perdita di simmetrie, e dove la trasmissione dell’informazione avviene in modi insoliti, non linearmente da A a B, ma come avviene una comunicazione in tempo reale tra parti diverse di uno stesso organismo (per es. il mio cervello limbico o emozionale e il mio fegato).
Nel passaggio dalla fisica classica a quella quantistica non abbiamo solo un cambiamento di definizioni ma il mutamento stesso del concetto di realtà. La meccanica quantistica scopre che una stessa particella può occupare spazi diversi, come esistesse in mondi diversi, o come esistessero mondi virtuali paralleli e si potesse passare facilmente dall’uno all’altro o esistere addirittura contemporaneamente in tutti.
L’astrofisico Hawking ha ipotizzato che la nostra realtà sia protetta da un Asse del Tempo Lineare, una protezione temporale che impedisce che avvenimenti del presente interagiscano sul passato provocando digressioni assurde. Ma poi Hawking e il cosmologo David Deutch hanno posto l’ipotesi di mondi paralleli, che permette di aggirare la protezione del tempo. Più mondi potrebbero esistere simultaneamente; è la nostra osservazione che fissa questo mondo qui, come è la nostra presa della carta di un mazzo che identifica questa carta qui, mentre coesistono tutte le altre.
Dice lo scrittore di fantascienza John Wheeler: “L’intero Universo è una funzione d’onda contenente tutte le realtà possibili, corrispondenti a tutte le probabili storie vivibili, così come è possibile ottenere risultati multipli quando si osserva una particella del microcosmo”.
In un universo analogico tutte le cose con la stessa frequenza starebbero nella stessa qualità d’onda.
In un universo analogico potrebbero accadere molte più cose di quante ne sogni la nostra immaginazione, e, come nella metafora di Borges, gli oggetti potrebbero stare su linee qualitative, isobare di senso, o frequenze che corrispondono alle tante modalità di un essere globale, solo apparentemente distinto in enti separati. Ma potremmo pensare a tanti strumenti diversi che fanno tutti una nota in ‘sol’ e si possono unificare su quella nota in ‘sol’.
L’uomo ha da sempre sperimentato una realtà fatta di molte cose e ha cercato di unificarle sotto linee comuni. La scienza è un tentativo di trovare poche definizioni e leggi che spieghino, in modo sintetico, le molte variazioni del reale, passando dal piano fenomenico al piano astratto, dal particolare all’universale, ma la scienza ha fatto questo percorso di sintesi usando la quantità, la misura.
Jung vuol fare lo stesso passaggio nel campo della psiche, cercando un universo qualitativo, analogico, di tipo orientale.
Se l’energia è un’onda e l’onda è individuata dalla sua frequenza, tutte le frequenze simili formano un’onda sola, ecco perché “tutti gli uomini che recitano un verso di Shakespeare potrebbero essere Shakespeare” . Ovunque siano e per quanto si manifestino come molteplicità, sarebbero una sola cosa, apparentemente manifesti a livello del visibile come distinti ma in realtà esistenti come frequenza unica.

L’ANALOGIA D’ONDA o di forma collega il molteplice dell’apparenza visibile nella linea unica di una energia astratta. Ogni struttura d’onda sarebbe come l’IDEA platonica o come l’attrattore strano, una forma sottile del reale, che unifica molti reali apparentemente diversi ma ANALOGHI, non solo tutti i cavalli nell’idea di cavallo, come voleva Platone, ma tutti i contenuti relativi all’aggressività nell’aggressività, i contenti relativi alla pace nella pace ecc. Marte col rosso, la colomba con l’ulivo, distinte linee della vita, raffigurabili in modo diversi, come avviene in un quadro o in un sogno, perché ciò è l’intuizione dell’arte come il linguaggio dell’inconscio.
Le forme analoghe vibrano in RISONANZA tra loro come una cosa sola, costituendo una linea istantanea, trascendente, ipotizzabile in astratto, indipendentemente da tempo e spazio e causa.
Vibrare con questa totalità immensa significa vibrare alla luce dell’energia infinita.

Kandinskij

.
NOTE
[1] Gli studiosi pensano che il cervello di Einstein abbia qualcosa di speciale. Sulla parte della corteccia motoria relativa alla mano sinistra sono stati rilevati i bozzi della musica (Einstein suonava il violino. La corteccia parietale ha una superficie superiore alla media del 15%, lo schema delle circonvoluzioni è piuttosto raro. Einstein aveva la capacità di visualizzare i concetti per immagini, aveva una specie di fisica e matematica visive, e spesso diceva pensava per immagini e sensazioni più che con parole o numeri. Dopo la sua morte, nel 1955, il suo cervello fu asportato durante l’autopsia e preso in custodia dal patologo Thomas Harvey, che cominciò a studiarlo, soprattutto nei lobi parietali. Ora è custodito a Princeton.

[2] E.Morin: Introduzione al pensiero complesso”- Sperling e Kupfer.

[3] La visione simbiotica per cui si vive dentro la natura come la particella in una rete di connessioni comunicanti, come nel mitico mondo di Pandora di Avatar.

[4] Bateson, ‘Mente e natura’, Adelphi.

[5] Come diceva mia figlia, a 12 anni, quando cominciò a fare scout: “Tu non puoi capire cosa è per me camminare tanto, essere sfinita dalla stanchezza, avere fame e sete, essere sporca e sudata… e poi scendi con difficoltà tra le frasche giù col grosso zaino sulle spalle, e finalmente arrivi alla sorgente e, alla fine, bevi quell’acqua pura con una compagna, e con lei spezzi il pane. Nulla è più buono di quell’acqua, di quel pane”.

[6] Vedi, a tale proposito, il bellissimo libro della psicosintetico Piero Ferrucci “Esperienze delle vette” (Astrolabio). Scrive Ferrucci. “Il lavoro su se stessi non è una forma di divertimento solitario. Assagioli ha sempre dato un’enorme importanza alle relazioni fra persone. Il nostro equilibrio e il nostro benessere dipendono da come sono le nostre relazioni con gli altri: ci portiamo dentro i conflitti irrisolti, i rancori, i brutti ricordi delle nostre relazioni. Per contro, se i nostri rapporti con gli altri sono sereni e armoniosi, ci sentiremo molto meglio anche noi. L’amore, la gentilezza, la serenità, l’apertura, e altre qualità interpersonali si possono coltivare. Nei rapporti con gli altri possiamo realizzare

noi stessi. Assagioli fu anche uno dei pochi a considerare la bellezza un’esperienza fondamentale. Di solito in psicologia di bellezza si parla poco. Per lui era un tema centrale. Parlava di una vera e propria Via della Bellezza, che porta alla realizzazione di sé e che ha come suo ingrediente di base il senso di rivelazione e di pienezza che il bello ci può offrire. Ma nella psicosintesi la bellezza in ogni sua forma è considerata degna di attenzione, perché è formativa. La bellezza ci guarisce, ci cambia, ci educa. Questo insegnamento di Assagioli è alla base del libro che ho scritto sulla bellezza, e gli sono grato per avermi aperto questa nuova, essenziale prospettiva.

[7] Le sperimentazioni che si possono fare sono sempre molto interessanti. Prova a fare le associazioni libere su un oggetto ignoto, per es. un articolo di giornale che nessuno ha letto, superando il tempo di latenza.

[8] Per esempio, nel film di Manchevski “Prima della pioggia” abbiamo tanti episodi di storie diverse che sono uniti da un legame di senso. Ma il film non ha una sequenza temporale, tanto che alla fine siamo di nuovo al principio. Il film potrebbe essere scomposto e ricomposto secondo un altro ordine. Il suo messaggio è che non tanto contano gli spazi e i tempi diversi e l’apparente molteplicità dei fatti o dei personaggi. Il senso del film è il fratricidio.

Allo stesso modo un sogno porta un messaggio, ma esso non consiste nel suo ordine temporale né nelle sue localizzazioni spaziali, e potrebbe benissimo essere scomposto e ricomposto in un ordine diverso, cominciare dalla fine o avere personaggi diversi o altri simboli che ne rappresentano il significato, ma esso scaturisce dall’insieme, secondo una lettura fatta a un piano più alto.

[9] Prigogine.

[10] La medicina tibetana per esempio somiglia strutturalmente all’astrologia, e così l’ayurveda indiano. Tutte le cose del reale sono inserite in catene di corrispondenze, per cui ad ogni carattere umano corrisponde una propensione ad una malattia, un metallo, un pianeta, un colore, un suono, una pianta ecc.

[11] Borges, ‘Finzioni’.

[12] Questo è chiaro per esempio nell’omeopatia, dove cose simili (una pianta con una malattia) si associano per qualità.

[13] Che entra nel subatomico, nell’infinitamente piccolo.

[14] Borges.

[15] Qui ‘forma’ è da intendere come essenza

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JUNG 2 elenco

Lezione 1 : masadaweb.org/2010/01/12/masada-n%C2%B0-1067-12-1-2010-sommario-freud-e-jung-l%E2%80%99inconscio-individuale-e-l%E2%80%99inconscio-collettivo/

Lezione 2 : masadaweb.org/2010/01/19/masada-n%C2%B0-1072-19-1-2010-gli-archetipi-l%E2%80%99ombra/

Lezione 3 : masadaweb.org/2010/01/26/masada-n%C2%B0-1076-psicoanalisi-jung-casi-clinici/

Lezione 4 : masadaweb.org/2010/02/02/masada-1081-2-2-2010-jung-2-%E2%80%93-il-principio-di-individuazione-confronto-tra-jung-e-freud/

Lezione 5 : masadaweb.org/2010/02/14/masada-n%C2%B0-1089-13-2-2010-psicoanalisi-test-dell%E2%80%99albero/

Lezione 6 : masadaweb.org/2010/02/16/masada-n%C2%B0-1090-psicoanalisi-jung-lezione-6-mente-logica-e-mente-intuitiva/

Lezione 7 : https://masadaweb.org/2010/02/23/masada-n%C2%B0-1094-23-2-2010-psicoanalisi-jung-2-il-sogno-e-il-simbolo/

Lezione 8 : masadaweb.org/2010/03/06/masada-n%C2%B01100-6-3-2010-psicoanalisi-jung-2-la-sessualita%E2%80%99-femminile-e-il-complesso-materno-negativo/#more-3986

masadaweb.org/2010/03/06/masada-n%C2%B0-1101-6-2-2010-jung-2-sogni-e-segni-di-morte/
..

http://masadaweb.org

16 commenti »

  1. Molto interessante!!!!!!!!!!!!
    chissà quale strana composizione sarà il ervello di berlusconi?
    ti seguo sui commenti bel blog di Grillo e sono con te!
    ciao Gabriella

    Commento di gabriella baiesi — febbraio 19, 2010 @ 1:54 pm | Rispondi

  2. Davvero interessante questa lezione! Nella mia vita ho sempre fatto ricorso, in modo del tutto spontaneo e involontario, al pensiero analogico. Mi è capitato per caso di pensare razionalmente e sono rimasta sorpresa di quest’altra possibilità. Ora, la mia difficoltà sta proprio nel riuscire a pensare logicamente quando mi serve. Posso iniziare un pensiero logico, ma dopo due passaggi sono già scivolata di là e non riesco più a recuperare. Questo mi crea non pochi problemi, a volte mi sarebbe davvero utile riuscire a pensare almeno un po’ di più col cervello sinistro, soprattutto quando c’è da fare delle scelte importanti, ma niente! Strano è che allo stesso tempo amo molto i giochi matematici e di logica, ma quella funzione va per conto suo, non riesco ad utilizzarla per pensare, ma solo per ragionare su un problema dato. Ecco allora che ti chiedo se magari conosci degli esercizi che mi possano aiutare, se esistono già o se me li devo trovare da sola, sarebbe davvero importante per me iniziare ad integrare destra e sinistra. Grazie ancora per il tuo splendido lavoro!

    Valentina

    Commento di MasadaAdmin — febbraio 19, 2010 @ 2:47 pm | Rispondi

  3. Ti ringrazio, Valentina. Io ho una mente naturalmente analogica, se mi dai un opuscolo di istruzioni di qualunque macchina elettronica (a partire dal mio forno elettrico) mi trovo a disagio, e Jung mi piace proprio per il suo uso costante del simbolo, della metafora e dell’analogia, ma sei vuoi esercitare la mente maschile cerca in biblioteca o libreria quei libretti di test con cui ci si prepara ad esami di ammissione nei pubblici uffici. Chiedi ‘test logici’ e il libraio capirà
    Saluti

    viviana

    Commento di MasadaAdmin — febbraio 19, 2010 @ 3:03 pm | Rispondi

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  12. Volevo ringraziarti di cuore per il lavoro realmente divulgativo che hai voluto mettere a disposizione di tutti.
    Leggendo è possibile “comprendere” senza imbattersi in un muro di “cultura stratificata” che non tutti hanno sottomano gli strumenti per scavalcarlo.

    Andrea Scintilla

    Commento di MasadaAdmin — agosto 19, 2010 @ 5:47 pm | Rispondi

  13. Grazie Andrea
    faccio del mio meglio, ma questo lavoro in cui metto tanto impegno non a tutti piace. Per es. bellaciao.org/it a cui mandavo alcuni articoli ormai mi censura appena mi vede e questa cosa mi ha molto rattristato.
    Non si può piacere a tutti

    Viviana

    Commento di MasadaAdmin — agosto 19, 2010 @ 5:48 pm | Rispondi

  14. Si.. ho letto il tuo articolo su Cossiga.

    Purtroppo la verità non è insita mai in una sola parte e in un solo “gruppo”…

    inutile che ti ricordi i meccanismi per cui questa censura viene operata… identificazione e potere ..

    Bisogna prenderla con filosofia 😀

    Il tuo impegno assolve comunque alla funzione di portare il tuo messaggio.

    Nello specifico io l’ho apprezzato molto perche’ provengo da una formazione culturale squisitamente tecnica e certi argomenti sono resi credo volutamente inaccessibili, codificati, da chi li studia e li elabora. Tu invece hai fatto uno sforzo “pedagogico” squisitamente efficente per portare questi concetti alla portata di tutti!

    Grazie ancora … virtualmente, ti manderei un mazzo di fiori a testimonianza dell’ammirazione del tuo impegno nel divulgare il tuo messaggio.

    Andrea

    Commento di MasadaAdmin — agosto 19, 2010 @ 5:48 pm | Rispondi

  15. Mah, è un discorso particolare. Io nasco da due famiglie molto povere, sono l’unica che ha studiato di tutto il parentado; mia madre aveva solo la terza elementare e mio padre prese la quinta da adulto. Ho sempre avuto il pallino di insegnare, per cui, quando ho cominciato la scuola, insegnavo a mia mamma, che faceva la sarta e non so quanto capisse di quel che le dicevo, taceva e cuciva, ma fu la mia prima scolara e, anche così piccina, mi rendevo conto che dovevo spiegarle le cose in modo facile facile. Così, poi, quello è diventato il mio compito nella vita: insegnare le cose facilitandole. Quando ero una professoressa delle superiori, per quanto fossi una giovane supplente, i ragazzi capivano al volo che potevo rispondere a ogni sorta di domande e ne approfittavano chiedendomi cose che erano di altre materie o che non erano proprio nel programma o che erano scottanti. Erano i tempi di piombo, quando a Milano ti sparavano a vista, gli studenti erano politicizzati, o almeno tentavano di esserlo e la scuola era allo sbando. Davano il sei politico a tutti. C’era un gran casino, ma io credo che il desiderio di sapere nei giovani resti intatto anche in tempi difficili. Ho anche insegnato a lungo in quelle scuole private dove fai due anni in uno o tre anni in uno, studenti difficili, svogliati, viziati, ma anche qui riuscivo a interessarli al di là del diploma da prendere.
    Vedi, io ho avuto una vita difficile, sono spesso stata a rischio di morte, ho subìto una prigionia famigliare di tipo talebano inimmaginabile oggi, come si sente raccontare per certe famiglie islamiche in Italia che segregano le figlie, ma per me studiare e conoscere è sempre stata una via di evasione, quella che mi permetteva di decentrarmi da un padre violento o da una malformazione respiratorio congenita, era il mio mondo segreto e chissà quante cose avrei imparato se ci fosse stato internet.
    Ho fatto tante ripetizioni a scolari svogliati, ho cominciato a 14 anni, e anche nelle due università che ho frequentato c’era sempre qualche amica studentessa, magari più giovane di me, che era ricca e svogliata e aveva bisogno di essere seguita da una buona amica che l’aiutasse a fare gli esami e le spiegasse in maniera facile. Ho fatto anche tante tesi di laurea.
    Da tutto questo lavoro il denaro che ho ricavato è sempre stato irrisorio, ma per tanto tempo ci sono stati studenti-amici che mi cercavano, mi facevano conoscere il partner, mi informavano della loro vita. E’ questa amicizia alla fine quello che conta.
    Poi ho scoperto l’immenso piacere di fare corsi per adulti, e qui potevo gestire tutto io come volevo, corsi autogestiti sulle materie più strane (su Masada ne trovi alcuni) con un pubblico eterogeneo, per età e preparazione ed è stata gioia pura. Pochi soldi anche qui, ma la totale libertà di fare quello che volevo, senza direttori didattici, programmi, interrogazione, esami (ho sempre odiato le interrogazioni e gli esami), e senza il patema della condotta, e con certi tipi che mi sono capitati, viziati e scorretti, magari costoloni idioti di più di 20 anni alti il doppio di me, che mi rompevano proprio le scatole.
    Con gli adulti il problema della disciplina non c’era; se il gruppo non superava le 20 persone era possibile colloquiare e fare braining storming, si poteva inventare di tutto: laboratori artistici, drammatizzazione, visualizzazioni… Ora lo faccio ancora ma molto meno, per motivi di salute, ma a ottobre spero proprio di ricominciare la seconda parte di Jung.
    Così potevo scegliere proprio quegli argomenti più misteriosi e difficili, come la fisica nucleare o il buddhismo o la radioestesia o la psicoanalisi, di cui molti non sanno nulla e presentarli in modo facile. Far capire agli altri in modo semplice cose difficili mi ha sempre dato grande gioia! Dopo tutto il Vangelo è il testo di filosofia più facile che esista, e la teoria della relatività di Einstein, con un po’ di pazienza, può essere capita da tutti.
    Ho cominciato i corsi per adulti più di 20 anni fa ed è stato bellissimo trovare tanti amici. Credo sia una fortuna imbattersi nella vita in persone straordinarie e io quella fortuna l’ho avuta.
    Molti sono venuti da me perché non avevano potuto studiare o perché avevano fatto studi solo scientifici e sentivano delle mancanze e delle curiosità.
    Col tempo il mio smalto si è appannato e adesso mi manca la forza e lo charme che avevo un tempo, e quella specie di passione luminosa che trasfonde energia e crea bellezza, ma credo di aver fatto delle lezioni eccezionali, lo dico senza vanagloria, ma con la soddisfazione di un artigiano che ha costruito una cosa notevole, delle lezioni così belle che devono aver segnato qualcosa nella luce dell’universo. A volte avevo quella che si dice “una sacra fiamma”, l’energia dei presenti si unificava, confluiva in me, mi potenziava, mi faceva crescere e poi esplodere in crescendo fantastici, come in una sinfonia, come fossi stata l’eroina di un dramma teatrale che porta tutto il suo pubblico sempre più su. So che da sola non avrei potuto fare niente. Erano loro. Era il loro desiderio di bellezza che io focalizzavo e che si esprimeva come io non avrei mai saputo fare. Ma era lirismo puro e il pubblico lo sentiva.
    Quando la conferenza era finita, venivano a stringermi le mani, ad abbracciarmi. Io non ho mai abbracciato i conferenzieri alle conferenze, ma loro lo facevano. Avevano il desiderio fisico di toccarmi, di sentirmi fisicamente. Lo trovavo sconvolgente.
    C’è chi nasce per suonare, c’è chi nasce per cantare, io credo di essere nata per insegnare, e, se pure dall’insegnamento non ho mai tratto abbastanza per vivere e se non mi fossi sposata, sarei morta di fame, credo di non avere avuto una vita inutile ma piena di soddisfazioni. Che soddisfazione maggiore può venire a un essere umano dal fare bene quello che fa?
    un abbraccio
    viviana

    Commento di MasadaAdmin — agosto 19, 2010 @ 5:48 pm | Rispondi

  16. eccezionale il modo discorsivo di una dottrina difficile e soggettiva. semplice puntuale direi anche “accorata”.
    Mi piacerebbe sapere di più sulla logicità e sull’illogicità della mente e dei comportamenti umani anche da un punto di vista di altre religioni e di altri costumi.
    Per esempio Sun Tzu utilizzava l’illogicità come disciplina di guerra vera tattica militare…

    Commento di gennaro — settembre 19, 2012 @ 5:26 pm | Rispondi


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