Nuovo Masada

febbraio 11, 2010

MASADA n° 1087. 11-2-2010. L’eleganza del riccio- L’élégance du hérisson

Filed under: Masada — MasadaAdmin @ 10:18 am

Film e libro su un doppio diario. Una bambina e una portinaia. Due mondi segreti. Racconto a due voci.

Le anime belle si riconoscono subito fra di loro

L’autrice Muriel Barbery è relativamente giovane 41 anni, secondo romanzo.
La regista Mona Achace è una esordiente.

Viviana Vivarelli

Ieri sera abbiamo visto questo adorabile e originale film.
Bellissimo, profondo, intelligente.
Proprio per questo non piacerà a tutti, è il contrario di un prodotto di massa.
Ma è stato un vero piacere per me seguirlo con commozione e sorpresa.
Grazie veramente a chi me lo ha indicato.
Il libro è anche più bello, e molto più difficile, L’autrice, Barbery Muriel, si è dissociata dal film e non ha voluto che avesse lo stesso titolo del libro “L’eleganza del riccio”.
Il libro è anche meno accessibile al ‘gusto di massa’, questa perifrasi che sta a indicare l’abbassamento dell’intelligenza e della sensibilità ai bisogni di mercato.
Ad alcuni apparirà noioso e poco brillante. Il gusto si è ormai volgarizzato e insegue solo lustrini o scoppi roboanti.
Il film ha una sola citazione da Anna Karenina “Tutte le famiglie felici si somigliano. Ogni famiglia infelice è invece disgraziata a modo suo.” Il libro invece è zeppo di citazioni coltissime e dunque per molti ancora meno facile, tanti lo hanno trovato noioso e pesante per tutta la prima parte, non facile da digerire, specie se si è, come quasi sempre accade, una pedina di quella marmaglia priva di cultura che ora si chiama gente.
Nel rinascimento fiorentino un villano era un villano, come adesso, ma nel suo pur micromondo, sapeva gustare la bellezza, girava per strade dove si aprivano le botteghe di Della Robbia o di Piero di Cosimo. Oggi la bottega su cui si aprono i nostri occhi è la televisione e la sua brutalità e incultura abbassano l’anima ad una melma di mercato dove la natura umana è omogeneizzata e dissolta e quella che chiamiamo ancora politica (ovvero cura disinteressata della polis) a questa melma si uniforma.
Se ti prende l’amarezza di dover combattere vis a vis nella mischia quotidiana, se non ne puoi più degli insulti che i prevaricatori e gli arroganti sferrano per massificare chiunque all’obbedienza di un potere tetro e incivile, la cultura resta la tua camera segreta, il luogo dietro la faccia inespressiva, dove coltivare il tuo io più vero. Ma se vuoi conoscere il vero segreto della vita, la camera segreta non basta, devi trovare nell’incontro raro e possibile della comunione di affinità elettive, il segreto di amare.

http://www.youtube.com/watch?v=EPFwZ5468rg

Copio:

IL ROMANZO

“L’eleganza del riccio” è una raffinata commedia francese scorrevole e avvincente (per alcuni pesante e impossibile per altri).
La prosa è chiara, semplice ma al contempo molto curata. Non chiede molto tempo ma la calma e il silenzio per essere gustata come un buon tè.
Il romanzo è ricco di rimandi alla letteratura, alla filosofia e all’arte, segno della indiscutibile cultura dell’autrice e forse anche di un po’ di sano narcisismo intellettuale.
“L’eleganza del riccio” è stato il caso letterario francese del 2007: 50 ristampe e un milione di copie vendute nei soli primi due anni in Francia e solo passaparola,1° posto in classifica vendite per 30 settimane.
Il romanzo ha ottenuto numerosi riconoscimenti tra cui il Premio Georges Brassens 2006, il Premio Rotary International, il Prix des Libraires assegnato dalle librerie francesi.
L’edizione italiana è arrivata al milione di copie vendute e ha raggiunto nel febbraio 2008 il primo posto in classifica generale.
Il libro ha venduto nel mondo 70 milioni di copie.
..

L’AUTRICE

Muriel Barbery è nata nel 1969 a Bayeux. E’ docente di filosofia (e si vede) presso l’Institut universitaire de formation des maîtres (Istituto universitario di formazione degli insegnanti). “L’eleganza del riccio” è il suo secondo romanzo.
Il primo “Une gourmandise” (Una golosità, Garzanti, 2001) ha conseguito il premio per il miglior libro di letteratura gastronomica.

Andrea Bosco

Parigi, rue de Grenelle numero 7. Un elegante palazzo abitato da famiglie dell’alta borghesia. Ci vivono ministri, burocrati, maitres à penser della cultura culinaria. Dalla sua guardiola assiste allo scorrere di questa vita di lussuosa vacuità la portinaia Renée, che appare in tutto e per tutto conforme all’idea stessa della portinaia: grassa, sciatta, scorbutica e teledipendente. Niente di strano, dunque. Tranne il fatto che, all’insaputa di tutti, Renée è una coltissima autodidatta che adora l’arte, la filosofia, la musica, la cultura giapponese. Cita Marx, Proust, Kant… dal punto di vista intellettuale è in grado di farsi beffe dei suoi ricchi e boriosi padroni. Ma tutti nel palazzo ignorano le sue raffinate conoscenze, che lei si cura di tenere rigorosamente nascoste, dissimulandole con umorismo sornione. Poi c’è Paloma, la figlia di un ministro ottuso; dodicenne geniale, brillante e fin troppo lucida che, stanca di vivere, ha deciso di farla finita (il 16 giugno, giorno del suo tredicesimo compleanno). Fino ad allora continuerà a fingere di essere una ragazzina mediocre e imbevuta di sottocultura adolescenziale come tutte le altre, segretamente osservando con sguardo critico e severo l’ambiente che la circonda. Due personaggi in incognito, quindi, diversi eppure accomunati dallo sguardo ironicamente disincantato, che ignari l’uno dell’impostura dell’altro, si incontreranno solo grazie all’arrivo di monsieur Ozu, un ricco giapponese, il solo che saprà smascherare Renée.

“Mi chiamo Renée. Ho cinquantaquattro anni. Da ventisette sono la portinaia al numero 7 di rue de Grenelle, un bel palazzo privato con cortile e giardino interni, suddiviso in otto appartamenti di gran lusso, tutti abitati, tutti enormi. Sono vedova, bassa, brutta, grassottella, ho i calli ai piedi e, se penso a certe mattine autolesionistiche, l’alito di un mammut. Non ho studiato, sono sempre stata povera, discreta e insignificante“.

Non è difficile capire perché, leggendo tale inizio del capitolo 2° di questo romanzo, venga subito voglia di andare avanti. Soprattutto se nel brevissimo capitolo primo avete colto proprio Renée Michael disquisire sull’Ideologia tedesca di Marx. Già, perché Renée non è una portinaia come tutte le altre: è un’autodidatta con una cultura straordinaria, un’invidiabile apertura mentale e gusti musicali, filosofici e letterari di grande raffinatezza. Studia Husserl, ascolta Purcell, è un’appassionata intenditrice della cultura giapponese e dei film di Ozu, regista giapponese per pochi. Il suo gatto si chiama Lev, in omaggio a Tolstoj. Inoltre i suoi pensieri, il suo sguardo sul mondo sono all’altezza di tale universo culturale. Ma questa Renée, la vera Renée che noi lettori conosciamo, è clandestina.
Lo scopriamo pagina dopo pagina, perché una buona metà del libro è scritta così, in prima persona, come una sorta di diario-confessione al lettore, dove Renée si racconta e descrive il procedere della sua vita mentale e materiale, dal punto di vista della guardiola di rue de Grenelle 7. Renée qui ha scelto, per così dire, di darsi alla macchia, di non svelarsi al mondo, ma di conformarsi a ciò che il mondo si aspetta da una portinaia. Per non essere smascherata, presta grande attenzione a riprodurre tutti gli elementi che collimano con lo stereotipo; ad esempio tiene la televisione sempre accesa, anche se nel retro guardiola ascolta Mahler; presta grande attenzione al lessico e alla sintassi, che volutamente abbrutisce (anche se sussulta, addolorata dagli strafalcioni che invece gli altoborghesi condomini affastellano con pervicace continuità); acquista cibi e prodotti della mediocrità consumista che ci si aspetta da lei. In realtà la lettura del romanzo ci convince, a ogni passo, che Renée è la vera figura nobile della storia; e che i colti e ricchi borghesi che abitano gli appartamenti di rue de Grenelle, oltre alla maggior parte dei famigli che tentano la scalata sociale mostrandosi con essi solidali, sono l’emblema della crassa volgarità.
L’altra metà del romanzo contiene una voce ulteriore che si confessa in prima persona, quella di Paloma Josse, figlia di un deputato, ex ministro, che abita uno dei lussuosi appartamenti di rue de Grenelle.
“Io ho dodici anni, abito al numero 7 di rue de Grenelle in un appartamento da ricchi. I miei genitori sono ricchi, la mia famiglia è ricca, e di conseguenza mia sorella e io siamo virtualmente ricche. (…) Si dà il caso che io sia molto intelligente. Di un’intelligenza addirittura eccezionale. Già rispetto ai ragazzi della mia età c’è un abisso. Siccome però non mi va di farmi notare, e siccome nelle famiglie dove l’intelligenza è un valore supremo una bambina superdotata non avrebbe mai pace, a scuola cerco di ridurre le mie prestazioni, ma anche facendo così sono sempre la prima della mia classe”.
Talmente matura, Paloma, che ha deciso di suicidarsi. La sua parte di diario, che è scritto con un carattere tipografico differente da quello di Renée, in modo da renderlo immediatamente evidente, contiene la cronaca dei giorni che precedono la data in cui ha deciso di togliersi la vita.
Così il libro assume una struttura isomorfa e perfettamente speculare. Nello stesso palazzo due personaggi si nascondono, occultando la propria straordinaria natura dietro gli stereotipi del proprio ruolo sociale (la portinaia, la ragazzina). Come mandare avanti la storia? Con l’entrata in scena di un nuovo ricco e affascinante condomino che prende il posto di un altro, che muore per il bene della storia. E il nuovo personaggio è Monsieur Kakuro Ozu, un non più giovane signore giapponese, la cui raffinata natura, che porta in sé il meglio del mondo orientale, ha il dono di guardare lontano e smascherare le due figure: “Non mi hanno riconosciuta” dice Renée a Ozu. “È perché non l’hanno mai vista … Io la riconoscerei sempre e comunque”. È questa la vera cifra del romanzo, che il titolo nasconde: “Madame Michel ha l’eleganza del riccio – scrive Paloma, – fuori è protetta da aculei, una vera e propria fortezza, ma ho il sospetto che dentro sia semplice e raffinata come i ricci, animaletti fintamente indolenti, risolutamente solitari e terribilmente eleganti”.
Ciò a cui conduce lo smascheramento condotto da Monsieur Ozu porta alla catastrofe, nel senso etimologico dell’espressione greca. Non andrò oltre nel raccontarlo, anche perché il libro, che a un certo punto dopo le prime 50 pagine sembra arenarsi, ritrova nelle ultime 50 un andamento vertiginoso che spinge con frenesia il lettore alla conclusione.
Muriel Barbery è docente di filosofia. Ha ottenuto con questo romanzo numerosi premi e soprattutto, uno straordinario successo di pubblico in Francia, ma anche da noi. Ma ha forse voluto esagerare. Perché la parte in cui parla Paloma è la meno credibile, e alla sua vena suicida neppure lei sembra crederci molto. E dunque tutte le volte che la penna di Renèe si sta sbizzarrendo e vorremmo leggerne ancora, troviamo a importunarci questa bambina un po’ saccente.
La parte più bella del libro è nella figura di Renèe. Dove ci diverte nella dissimulazione con i pretenziosi condomini, certo. Ma anche dove ci incanta: avviluppata nei panni dell’antieroina, diventa per noi un’eroina vera, nel parlarci di Husserl o del cinema di Ozu. La prendiamo sul serio. Anche perché una riflessione sociologica e di strisciante lotta di classe sembra venir fuori. Davvero ci colpisce “l’incapacità del genere umano di credere a ciò che manda in frantumi gli schemi di abitudini mentali meschine”.
La sistematica applicazione di pregiudizi che svolgiamo nella nostra vita quotidiana: non è altro che la storia di Cenerentola quella che Barbery ci racconta. E nel saper raccontare quella storia attraverso leggerezza e modernità, continuiamo a volerla ascoltare.

Muriel Barbery

Lori

Di una lentezza ormai demodè, il riccio è semplicemente adorabile nella sua delicatezza. ovviamente meglio il testo del quasi omonimo film.

Arkadin

Nonostante non sia un lettore di questo genere di romanzi, da più parti me lo hanno consigliato. Ebbene..ciò che ho finito di leggere in soli 4 giorni è un elegantissimo e struggente romanzo di formazione, dove la vita dei protagonisti si snoda secondo movimenti filosofici e rimandi letterari (vedi Tolstoy e Proust). E’ una favola triste certamente ma che non manca di far sorridere sulla ineluttabilità della vita. Il finale straziante e ripeto altmente simbolico è però di una luminosità letteraria e di una speranza umanissima commovente, e conferma che la bellezza ed il mistero della vita come asserisce la protagonista è “una ricerca del sempre nel mai.

Sara

Io l’ho trovato sublime. Lo stile della scrittrice é fresco e ricercato al contempo. La narrazione scorre piacevolmente e i personaggi, tutti molto psicologici, non hanno nulla di comune o banale. Un romanzo intriso di stile ed eleganza linguistica in un modo che commuove per la bellezza stessa che viene concessa alle parole! Vi sono sparse ovunque delle perle di saggezza e cultura, che impreziosiscono senza appesantire i contenuti. In sostanza… Un libro di sostanza!

L’eleganza del riccio (L’Élégance du hérisson) è un romanzo del 2006 scritto da Muriel Barbery. Il libro è stato una delle sorprese editoriali del 2006 in Francia: ha infatti avuto ben 50 ristampe ed ha venduto oltre 600.000 copie[1], occupando il primo posto nella classifica delle vendite per trenta settimane[2] e vincendo numerosi premi letterari tra i quali il Premio Georges Brassens 2006, il Premio Rotary International ed il Prix des Libraires assegnato dalle librerie francesi.
L’edizione italiana, inizialmente diffusasi principalmente grazie al passaparola dei lettori, ha raggiunto nel febbraio 2008 il primo posto nella classifica generale delle vendite editoriali

Ad animare le pagine della vicenda è il personaggio della dodicenne Paloma Josse, figlia di un Ministro della Repubblica. Paloma, piccola e minuziosa Giudice dell’Umanità, come la definisce l’autrice, è in perenne lotta con tutta la sua famiglia: con la madre, che cerca di non esternare in tutti i modi quello che davvero è, una donna fragile e debolissima, con il padre, che fa dell’aggressività e della cruda spontaneità, soprattutto in politica, il centro della propria vita, con la sorella Colombe che studia filosofia solo a fini speculativi e non per affrontare il mondo in maniera autentica. Paloma, eccezionalmente attenta e profonda nel comprendere questo mondo, di cui crede di capire tutta la bellezza e tutta la crudeltà, non riesce a sopportare la mediocrità della gente con cui vive, per questo ha pianificato di suicidarsi con il barbiturici il giorno del suo compleanno e al contempo di dare fuoco all’appartamento in cui vive con la famiglia per cancellare le tracce della sua vita.
Paloma e Reneé si incontrano e si riconoscono come anime simili grazie all’arrivo di un terzo personaggio: Kakuro, un signore giapponese. Questi saprà aprire il cuore della portinaia, farne uscire tutti i sentimenti ed i segreti più oscuri, liberarla dal peso del suo incognito durato quindici anni, e, insieme a lei, farà capire a Paloma qualcosa in più sulla vita, qualcosa che nemmeno l’intelletto della ragazza aveva saputo cogliere.

«È una cosa terribile, perché in definitiva siamo soltanto dei primati programmati per mangiare, dormire, riprodurci, conquistare e rendere sicuro il nostro territorio, e quelli più tagliati per queste cose, i più animaleschi tra noi, si fanno sempre fregare dagli altri, cioè da quelli che parlano bene ma che non saprebbero difendere il loro giardino, portare a casa un coniglio per cena o procreare come si deve. Gli uomini vivono in un mondo in cui sono i deboli a dominare. È un terribile oltraggio alla nostra natura animale, una specie di perversione, di contraddizione profonda

“Marx cambia completamente la mia visione del mondo” mi ha dichiarato questa mattina il giovane Pallières che di solito non mi rivolge nemmeno la parola.
Antoine Pallières, prospero erede di un’antica dinastia industriale, è il figlio di uno dei miei otto datori di lavoro. Ultimo ruttino dell’alta borghesia degli affari – la quale si riproduce unicamente per singulti decorosi e senza vizi –, era tuttavia raggiante per la sua scoperta e me la narrava di riflesso, senza sognarsi neppure che io potessi capirci qualche cosa. Che cosa possono capirci le masse lavoratrici dell’opera di Marx? La
lettura è ardua, la lingua forbita, la prosa raffinata, la tesi complessa.
A questo punto, per poco non mi tradisco stupidamente. “Dovrebbe leggere L’ideologia tedesca” gli dico a quel cretino in montgomery verde bottiglia. Per capire Marx, e per capire perché ha torto, bisogna leggere L’ideologia tedesca. È lo zoccolo antropologico sul quale si erigeranno tutte le esortazioni per un mondo migliore e sul quale è imperniata una certezza capitale: gli uomini, che si dannano dietro ai desideri, dovrebbero attenersi invece ai proprio bisogni. In un mondo in cui la hybris del desiderio verrà imbavagliata potrà nascere un’organizzazione sociale nuova, purificata dalle lotte, dalle oppressioni e dalle gerarchie deleterie.
“Chi semina desiderio raccoglie oppressione” sono sul punto di mormorare, come se mi ascoltasse solo il mio gatto. Ma Antoine Pallières, a cui un ripugnante aborto di baffi non conferisce invece niente di felino, mi
guarda, confuso dalle mie strane parole. Come sempre, mi salva l’incapacità del genere umano di credere ciò che manda in frantumi gli schemi di abitudini mentali meschine. Una portinaia non legge L’ideologia tedesca e di conseguenza non sarebbe affatto in grado di citare l’undicesima tesi su Feuerbach. Per giunta, una portinaia che legge Marx ha necessariamente mire sovversive ed è venduta a un diavolo chiamato sindacato. Che possa leggerlo per elevare il proprio spirito, poi, è un’assurdità che nessun borghese può concepire.
“Mi saluti tanto la sua mamma” borbotto chiudendogli la porta in faccia e sperando che la disfonia delle due frasi venga coperta dalla forza di pregiudizi millenari.

La gente crede di inseguire le stelle e finisce come un pesce rosso nella boccia.
(frase della bambina)

(Della sua amica che è una donna delle pulizie) Che cos’è un’aristocratica? È una donna che, sebbene circondata dalla volgarità, non ne viene sfiorata.

Alcune persone sono incapaci di cogliere l’essenza della vita e il soffio intrinseco in ciò che contemplano, e passano la loro esistenza a discutere sugli uomini come si trattasse di automi, e sulle cose come se fossero prive di anima e si esaurissero in ciò che di esse si può dire, sulla base di ispirazioni soggettive.

A torto crediamo che il risveglio della coscienza coincida con l’ora della nostra prima nascita, forse perché è l’unica condizione vitale che sappiamo immaginare. Ci sembra di aver sempre visto e sentito e, forti di questa convinzione, identifichiamo con la venuta al mondo l’istante decisivo in cui nasce la coscienza. Il fatto che per cinque anni una bambinetta di nome Renée, meccanismo percettivo in azione dotato di vista, udito, olfatto, gusto e tatto, abbia potuto vivere nella totale inconsapevolezza di sé stessa e dell’universo smentisce questa teoria sbrigativa. Perché la coscienza per manifestarsi ha bisogno di un nome.

La funzione del gatto è di essere un totem moderno, una specie di incarnazione emblematica e protettrice del focolare, un riflesso benevolo di quello che sono gli inquilini della casa.

Quelli più forti | tra tutti gli uomini | non fanno nulla | parlano solamente | parlano di continuo.

Esiste l’idealismo di Edmund Husserl, nome che ormai mi fa pensare a una marca di tonache per preti irretiti da un oscuro scisma della chiesa battista.

Ecco quindi la fenomenologia: un solitario e infinito monologo della coscienza con sé stessa, un autismo duro e puro che nessun vero gatto andrà mai ad importunare.

Dove si trova la bellezza? Nelle grandi cose che, come le altre, sono destinate a morire oppure nelle piccole che, senza nessuna pretesa, sanno incastonare nell’attimo una gemma di infinito?

L’eternità ci sfugge.

Adesso so quello che dobbiamo vivere prima di morire: posso dirvelo. Prima di morire quello che dobbiamo vivere è una pioggia battente che si trasforma in luce.

Nella nostra società essere povera, brutta e per giunta intelligente condanna a percorsi cupi e disillusi a cui è meglio abituarsi quanto prima. Alla bellezza si perdona tutto, persino la volgarità. E l’intelligenza non sembra più una giusta compensazione delle cose, una sorta di riequilibrio che la natura offre ai figli meno privilegiati, ma solo un superfluo gingillo che aumenta il valore del gioiello. La bruttezza, invece, di per se è sempre colpevole, e io ero già votata a quel tragico destino, reso ancora più doloroso se si pensa che non ero affatto stupida.
E se la letteratura fosse una televisione in cui guardiamo per attivare i neuroni specchio e concederci a buon mercato i brividi dell’azione? E se, peggio ancora, la letteratura fosse una televisione che ci mostra tutte le occasioni perdute?

Ecco a cosa serve il futuro: a costruire il presente con veri progetti di vita.

Madame Michel ha l’eleganza del riccio: fuori è protetta da aculei, una vera e propria fortezza, ma ho il sospetto che dentro sia semplice e raffinata come i ricci, animaletti fintamente indolenti, risolutamente solitari e terribilmente eleganti.

Noi non vediamo mai al di là delle nostre certezze e, cosa ancora più grave, abbiamo rinunciato all’incontro, non facciamo che incontrare noi stessi in questi specchi perenni senza nemmeno riconoscerci. Se ci accorgessimo, se prendessimo coscienza del fatto che nell’altro guardiamo solo noi stessi, che siamo soli nel deserto, potremmo impazzire.

E molte persone hanno una specie di bug: credono che l’intelligenza sia un fine. Hanno un’unica idea in testa: essere intelligenti, e questa è una cosa stupidissima. E quando l’intelligenza crede di essere uno scopo, funziona in modo strano: non dimostra la sua esistenza con l’ingegno e la semplicità dei suoi frutti, bensì con l’oscurità della sua espressione.

Io non sono più me stessa, sono parte di un tutto sublime al quale appartengono anche gli altri, e in quei momenti mi chiedo sempre perché questa non possa essere la regola quotidiana, invece di un momento eccezionale del coro. Quando il coro s’interrompe tutti quanti, con i volti illuminati, applaudono i coristi raggianti. È così bello. In fondo mi chiedo se il vero movimento del mondo non sia proprio il canto.

Su una cosa però siamo d’accordo: l’amore non deve essere un mezzo, l’amore deve essere un fine.

È un enigma che sempre si rinnova: le grandi opere sono forme visive che raggiungono in noi l’evidenza di un’adeguatezza senza tempo.

Vivere, nutrirsi, riprodursi, portare a termine il compito per il quale siamo nati e morire: non ha alcun senso, è vero, ma è così che stanno le cose.

Fatevi una sola amica, ma sceglietela con cura.

Il bello è ciò che cogliamo mentre sta passando. È l’effimera configurazione delle cose nel momento in cui ne vedi insieme la bellezza e la morte.

Forse essere vivi è proprio questo: andare alla ricerca degli istanti che muoiono.

L’altro romanzo Du Muriel Barbery
Una golosità’ (oppure ‘Estasi culinarie‘)

Siamo sempre in Rue de Grenelle, e il protagonista Pierre Arthens è uno degli abitanti del palazzo.
E’ il massimo critico gastronomico del pianeta. Ha costruito e distrutto reputazioni, allestito festini sontuosi, imposto al mondo il suo gusto sopraffino attraverso i giornali e la televisione. Ora si trova in punto di morte e vorrebbe ricordare e rivivere il sapore perfetto, quello che da bambino lo ha segnato per sempre. E parte per un lungo viaggio del piacere, in un passato fatto di profumi e odori, fragranze e aromi. Gustati tra spiagge e campagne, o in sontuosi saloni, carni e pesci prelibati, zuppe raffinate e dolci finissimi punteggiano gli episodi di tutta un’esistenza e segnano le tappe di una meticolosa educazione al gusto. Fino a ritrovare, forse, nel punto più estremo, il vero gusto della vita.

La questione non è mangiare, non è vivere, è di sapere perché”.

Muriel Barbery chiude così il suo primo romanzo, lasciando che il protagonista si arrenda alla morte non prima di aver ritrovato il sapore perduto, la cui ricerca costituisce il filo conduttore dell’intera narrazione.

Ancora una volta, procediamo a ritroso scavando nella polvere delle biblioteche. Partiamo dalla fine con la sensazione è stata quella di aver immancabilmente perso qualcosa. I due testi non possono non essere considerati anelli inscindibili della stessa catena.
Dal primo romanzo conoscevamo già la natura dei suoi rapporti con figli e moglie, la sua genialità, il suo cuore di pietra e quella sua prosa che era “nettare, era ambrosia, un inno alla lingua (…), importava poco che parlasse di cibo o di altre cose, ci si sbagliava a credere che l’oggetto contasse: era il dire che rifulgeva”.
Ed è il dire a rifulgere anche qui. Perché Barbery ha stoffa e riesce ad andare oltre la storia. Il come arriva a contare più del cosa. E allora non importa che l’epilogo fosse già svelato. Non importa incrociare nuovamente gli stessi personaggi e doverli ricondurre alle origini della loro creazione. Ciò che conta è soltanto il piacere innegabile della lettura. Il gioco si regge tutto sull’uso abilissimo della prima persona. Alla voce di Arthens si alternano, di volta in volta, quelle del nipote preferito, degli eredi, della consorte, del cane, del medico e confidente, della portiera dello stabile, della cuoca di uno dei ristornati assurto agli onori della cucina francese grazie alle sue brillanti ed entusiastiche recensioni, del discepolo, del barbone all’angolo della strada, nonché della giovane e dimenticata amante. Ma sono contorno, sono solo parentesi che, tuttavia, si dimostrano occasioni preziose per guardare al protagonista da una prospettiva altra. Sono i ritratti soggettivi e perciò impietosi ed estremamente sofferti di quanti hanno gravitato attorno al grande critico, come satelliti schiacciati dal peso della sua assenza e della sua incapacità di amare. Perché l’autrice sceglie un cattivo vero, consapevole delle proprie meschinità e per nulla angosciato dal dolore causato. Nessuna redenzione in punto di morte, nessun rimpianto, ma la naturalezza di un egoismo imbevuto di cinismo amaro.
Ciò nonostante risulta impossibile astenersi dal parteggiare per lui. La noncuranza con cui getta alle ortiche l’opera di tutta una carriera per dei dolci da supermercato; la sufficienza con cui rinnega gli chef della Parigi bene, per l’orto della zia Marthe, succulento di colori e profumi; il candore rassegnato con cui ammette la propria predilezione per la campagna, sacrificata in nome della mondanità, conquistano con la forza di una confessione priva di qualsivoglia pentimento. Arthens va alla ricerca di “un sapore dell’infanzia, o dell’adolescenza, un cibo originale e meraviglioso prima di ogni vocazione critica, prima di ogni desiderio e di ogni pretesa di dire il suo piacere di mangiare. Un sapore dimenticato, nascosto nel più profondo di sé stesso e che al crepuscolo della sua vita si rivela come la sola verità (…).”
Ed è crociata verso la riconquista della semplicità, dell’autenticità di pietanze il cui ricordo è in grado di mobilitare tutti e cinque i sensi. Dalle sardine alla griglia delle estati in Bretagna, alla crudità perfetta del sashimi. Dalla carne ai ferri di Tangeri, al sorbetto di Marquet. Dalla kesra marocchina, al whisky della riserva PMG (per la mia gola) del commilitone amico del nonno. Un viaggio a ritroso attraverso le vie del gusto, con la Barbery che si diverte a fare il calco allo stile e alla terminologia propria della critica gastronomica, non senza una punta di ironia sottile, volta a bacchettare l’autocompiacimento di chi scrive ebbro della propria vanità.
29 brevi capitoli a contraddire il noto detto di Feuerbach secondo il quale “l’uomo è ciò che mangia”. Perché Arthens in fondo è un estraneo nei confronti del mondo cui la raggiunta fama lo inchioda, la sua vera natura è lontana dai piatti prelibati di cui tesse le lodi e a svelare questa profonda contraddizione, è la morte stessa che l’autrice sceglie per lui.
Dopo decenni di cibarie, di fiumi di vino, di liquori d’ogni genere, dopo una vita nel burro, nella panna, nelle salse, nei fritti, negli eccessi continui, sapientemente orchestrati, minuziosamente curati, mentre (…) fegato e stomaco reggono a meraviglia, è il cuore che lo abbandona”, per una sorta di legge del contrappasso. Come stanco del peso che porta, come avvizzito dalla sua aridità. Ma morire è meno straziante quando si smette di remare contro i propri desideri e ci si riconcilia col piacere di una golosità ripetutamente rinnegata, eppure indimenticabile.

Le prime pagine

II sapore
Rue de Grenelle, la camera

Quando prendevo possesso della tavola lo facevo da monarca. Eravamo i re, gli astri splendenti in quelle poche ore di banchetto che avrebbero deciso il loro futuro, che avrebbero segnato l’orizzonte tragicamente vicino o deliziosamente lontano e radioso delle loro speranze di chef. Facevo il mio ingresso in sala come il console che entra nell’arena a ricevere le acclamazioni, e ordinavo che la festa avesse inizio. Chi non ha mai assaporato il profumo inebriante del potere non può immaginare l’improvvisa scarica di adrenalina che irradia il corpo da capo a piedi, che scatena l’armonia dei gesti, che cancella ogni fatica e ogni realtà contraria al vostro piacere, l’estasi della sfrenata potenza di chi ormai non deve più lottare, ma soltanto godere di ciò che ha conquistato, gustandosi all’infinito l’ebbrezza di incutere timore.
Così eravamo: regnavamo da sovrani e signori sulle più importanti tavole di Francia, pasciuti dall’eccellenza delle pietanze, dalla nostra gloria e dal desiderio mai sopito, anzi sempre inebriante come l’odore della selvaggina per il segugio, di decidere su quell’eccellenza.
Sono il più grande critico gastronomico del mondo. Grazie a me quest’arte minore è assurta al rango delle discipline più prestigiose. Il mio nome è noto a tutti, da Parigi a Rio, da Mosca a Brazzaville, da Saigon a Melbourne fino ad Acapulco. Ho creato e demolito reputazioni, sono stato il capo supremo, consapevole e implacabile di tutti quei sontuosi banchetti; con la mia penna ho dispensato sale o miele ai quattro venti attraverso giornali, trasmissioni e dibattiti vari in cui ero invitato continuamente a discutere di argomenti fino ad allora relegati nella nicchia delle riviste specializzate o nella saltuarietà delle rubriche settimanali. Ho trafitto alcune delle più autorevoli farfalle della cucina e le ho esposte nella mia teca per l’eternità. A me, a me solo si deve la gloria e poi la rovina della maison Partais, il crollo della maison Sangerre, lo splendore sempre più sfavillante della maison Marquet. Li ho fatti diventare quello che sono per l’eternità, proprio così, per l’eternità.

..
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