Nuovo Masada

febbraio 2, 2010

MASADA 1081- 2-2-2010-PSICOANALISI- JUNG 2 – Lezione 4- Il principio di individuazione- Confronto tra Jung e Freud

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(Lezione 4 del secondo corso su Jung fatto a Bologna dalla prof. Viviana Vivarelli, autrice del Libro “Lo specchio più chiaro” sulle opere e il pensiero di Carl Gustav Jung)

Pure al principio v’era una visione chiara / un alto e urgente proposito nella mia anima
(E.L. Master)

Occorre fondare la conoscenza/ sul brivido che la bellezza desta nel cuore
(Platone)

Non cerchiamo un punto di appoggio nella storia o fra gli uomini! Cerchiamolo in noi stessi!
(Pauwels e Bergier)

Nessuno di noi conosce il proprio splendore…
(Detto indiano)

Qualche volta soffriamo per cause organiche, altre volte per conflitti psichici o relazioni difficili, ma spesso ciò che ci manca è il senso di ciò che siamo e ciò che vogliamo, non conoscere la nostra natura e il nostro compito esistenziale.
Jung dice che il processo del vivere è un PROCESSO DI INDIVIDUAZIONE. Ciò significa: che ognuno di noi deve trovare il senso del proprio destino e realizzarlo, ma come ricerca della felicità, ma come partecipazione utile al bene del mondo in un processo che ha valore non solo individuale ma sociale, perché un uomo che realizza se stesso è anche un uomo utile a tutti.
Non sia un altro chi può essere se stesso”, diceva Paralcelso, il che vuol dire non lasciarci travolgere dai falsi miti sociali, quali la ricchezza, il potere, il puro edonismo o la prevaricazione sull’altro.

Mentre l’analisi freudiana chiude il soggetto in un teatro ristretto analizzandolo come bambino in relazione ai propri genitori e considera la sua realizzazione solo sul piano del piacere sessuale, “Non possiamo raggiungere l’individuazione senza connessione con gli altri, e d’altro canto è impossibile avere rapporti veri con gli altri senza aver raggiunto l’individuazione”.
La stessa frase è applicabile alle relazioni d’amore, dove è chiaro che chi ha forti conflitti tende a proiettarli sul partner, complicando il rapporto. Una giusta relazione affettiva comporta che entrambi i soggetti siano sani ed equilibrati o soffrirà, per un complicato gioco di proiezioni.
La conoscenza di sé è dunque il primo passo per realizzare la propria natura e allo stesso tempo per contribuire a un mondo migliore. Jung insiste molto sul valore sociale della consapevolezza.
Dire uomo significa dire umanità. Aiutare l’uomo a crescere bene significa compiere una rivoluzione sociale non diversa dalla buona politica.
“Ogni essere umano è una forma di vita unica e irripetibile. L’uomo nasce con la sua individualità. Ma c’è qualcosa che egli può fare al di là e al di sopra del materiale precostituito della sua natura: può diventare cosciente di ciò che, è e può adoperarsi per connettersi al mondo.”
Questo legame con la società, questo essere profondamente in sé per migliorare l’insieme collettivo è proprio di Jung e dà alla nostra vita un senso etico superiore.
L’individuazione è un processo naturale, è ciò che spinge un seme a produrre una determinata pianta. E’ l’attuazione di ciò che in ognuno c’è a livello potenziale.
Se non ci sono ostacoli che interferiscono sullo sviluppo, un seme diventa una certa pianta. Così ogni uomo deve diventare un determinato uomo.
In questo divenire, in questo passaggio aristotelico dalla potenza all’atto, la coscienza può essere di aiuto come di ostacolo, perché il processo di crescita implica che parte dell’inconscio sia integrata e la coscienza (attraverso le sue censure o le sue scelte non autonome) può impedire questa integrazione.
Un uomo può essere potenzialmente un artista, ma, se la sua scelta o la sua famiglia o il suo ambiente o le sue condizioni di vita lo spingono per es. a scelte scientifiche o razionali, gli rimarrà una energia non realizzata che può provocargli sofferenza o malattia. C’è un bellissimo romanzo di un autore ebreo, Chaim Potok, ‘Il mio nome è Asher Lew’, che parla di un pittore ebreo chassidico (lo cassidismo è un’ala integralista dell’ebraesimo), con uno straordinario talento per la pittura, che non può esprimersi pienamente come pittore, in quanto la pittura del corpo umano è vietata dal mondo ebraico, come del resto da quello islamico.
Dice il rabbino al protagonista: “Cosa posso dirti, mio Asher? Non so cosa abbia in serbo per noi il Padrone dell’Universo. Alcune cose sono date, ed è compito dell’uomo utilizzarle per portare la bontà nel mondo. Il Padrone dell’Universo ci dà qualche barlume, solo barlumi. Tocca a noi aprire bene gli occhi… I semi devono essere gettati dappertutto. Solo alcuni daranno frutti. Ma non ci sarebbero i frutti dei pochi se non ne fossero stati seminati i molti. Capito, mio Asher?
Vorrei anche riportare un brano di David Grossman (‘Che tu sia per me il coltello): “Ho letto una volta che gli antichi saggi credevano che nel corpo ci fosse un ossicino minuscolo, indistruttibile, posto all’estremità della spina dorsale. Si chiama luz in ebraico, e non si decompone dopo la morte né brucia nel fuoco. Da lì, da quell’ossicino, l’uomo verrà ricreato al momento della resurrezione dei morti. Così per un certo periodo ho fatto un piccolo gioco: cercavo di indovinare quale fosse il luz delle persone che conoscevo. Voglio dire, quale fosse l’ultima cosa che sarebbe rimasta di loro, impossibile da distruggere e dalla quale sarebbero stati ricreati. Ovviamente ho cercato anche il mio ma nessuna parte soddisfaceva tutte le mie condizioni. Allora ho smesso di cercarlo. L’ho dichiarato disperso finché l’ho visto nel cortile di una scuola. Subito l’idea si è risvegliata in me e con lei èsorto il pensiero, folle e dolce, che forse il mio luz non si trova dentro di me, bensì in un’altra persona”.

Non è detto che ognuno sia nato per essere un genio, ma è comunque nato per essere ciò che sta nella sua natura ed egli dovrebbe avere il diritto di realizzarlo, meglio che può. Purtroppo questo avviene solo per una minima parte di umanità.
Ognuno di noi è un progetto vivente. Non è detto che esso si realizzi, ma la gioia più grande è quando riconosciamo questo progetto, comprendiamo per quale motivo siamo nati e cerchiamo di realizzarlo. Facendo ciò, partecipiamo all’armonia dell’universo.
Un seguace di Jung, Hillman, che fu direttore della scuola di Zurirgo per dieci anni già da prima della morte di Jung, e che poi contestò Jung, aveva l’idea poco junghiana che come ci fossero semi del bene così c’erano semi del male, in cui il passaggio dalla potenza all’atto stava per produrre in modo completo una creatura malefica, per esempio Hitler.
Hillman è forse il più famoso seguace di Jung, morì nel 2011 a 85 anni. Rispetto a Jung è considerato un eretico. Hillman considera l’individuazione un processo patologico. Allo stesso tempo non considera l’analisi un processo che avviene tra medico e paziente, ma qualcosa di più ampio che riguarda tutti, per cui è la nostra stessa crescita che ci induce a fare anima. Il singolo non è messo al mondo dalla famiglia, in realtà la sua nascita avviene nel mondo che dà forma e voce al carattere e alla vocazione di ciascuno, ed è nel mondo che ciascuno incontra il suo destino. Hillman non intende curare singoli pazienti ma la civiltà. E porta avanti la teoria degli archetipi facendone le immagini guida della nostra crescita interiore: “un processo che si svolge in modo intermittente nella nostra individuale esplorazione dell’anima, negli sforzi per capire le nostre complessità, negli attacchi critici, nelle prescrizioni e negli incoraggiamenti che rivolgiamo a noi stessi. Nella misura in cui siamo impegnati a fare anima, siamo tutti, ininterrottamente, in terapia.” Per cui gli archetipi diventano “i modelli più profondi del funzionamento psichico, le radici dell’anima che governano le prospettive attraverso cui vediamo noi stessi e il mondo, le immagini assiomatiche a cui ritorna continuamente la nostra vita psichica.” Gli archetipi costituiscono le radici dei miti. Ognuno è abitato da un mito e cerca di realizzarlo, ma si trova poi in conflitto con le pressioni sociali, culturali, storiche, per cui da una parte abbiamo la nostra vocazione, dall’altra i conflitti col mondo esterno. Gli dei, i miti, oggi non sono scomparsi ma sono le nostre patologie. Per esempio se sei dominato dal mito di Mercurio ovvero della comunicazione, puoi diventare un navigatore di internet che sta tutto il giorno davanti a un video, dimenticando tutto il resto della tua vita.

Io per es., sono dominato dal mito di Mercurio, non solo perché mi vivo essenzialmente come insegnante, lavoro che permette di divulgare, diffondere, conoscenza, ma ho trovato nel web la mia forma perfetta di comunicazione. Del resto, prima che io arrivassi a questo, l’angelo mi aveva detto: “Cerca Mercurio!”

Nel ‘Codice dell’anima’. Hillman espone la teoria della ghianda: come la ghianda tenta di svilupparsi come quercia, così il nostro carattere e la nostra vocazione stanno da subito dentro di noi e noi cerchiamo di realizzarle. Quello è il nostro destino, ciò per cui siamo nati.
Hillman parla del ‘fare anima’, cioè trasformare gli eventi in esperienze interiori.
Riprende i versi di Yeats”…l’ uomo è ben misera cosa,/ giacca stracciata su uno stecco, a meno/ che l’anima non batta le mani e/ canti, canti più forte/ ad ogni strappo nella sua veste mortale,/ né vi è altra scuola di canto che studiare/ i monumenti della sua magnificenza...” e considera il fare anima il compito primario del vivere: l’anima, “questo cavernoso deposito di passioni” come dice Sant’Agostino, o, riprendendo Keats “Chiamate, vi prego, il mondo la valle del fare anima. Allora scoprirete a che serve il mondo”.
Come si cura l’anima che soffre perché non sa quale sia il suo destino? La si spinge a cercare il suo mito. Il mito è la terapia. Se viviamo con inquietudine e non sappiamo chi siamo dobbiamo scoprire qual è il mito che ci conduce.
Hillman fa questo esempio: prendiamo il mito di Crono che divora i propri figli.
C’è dunque un padre che, come suo figlio fa un passo nella vita, subito lo stronca, lo critica, ci trova qualcosa di sbagliato. Vanno in analisi e viene fuori che quel padre era poco legato al proprio padre o che non ha fiducia nel figlio perché non ha fiducia in se stesso. La terapia può portare ad una comprensione più ampia. Il padre è dunque abitato dal mito di Crono che divora i suoi figli e per questo Zeus vuole ucciderlo. Una volta che la cosa è chiarita, si può cambiarla. Il mito dà loro un intreccio, una spiegazione, che dice loro perché si combattono. Freud aveva basato tutta la sua visione sul mito edipico dove padre e figlio si contendono la madre, ma i miti possono essere molti. Hillman creava un teatro d’anima in cui analizzava i miti di ognuno portandoli allo scoperto. Occorre dunque scoprire i miti che ci abitano, curarli e usarli attraverso il pensiero magico che è taumaturgico.
Hillman morì in modo strano. Consunto dal cancro, rifiutò la morfina a prezzo di un’atroce sofferenza per poter essere lucido fino all’ultimo. “Sto morendo ma non potrei essere più impegnato a vivere». …il fantasma di se stesso, ma incredibilmente vitale; il corpo fisico ridotto al minimo, quasi mummificato, tutto testa, pura volontà pensante. Restare pensante era la sua scommessa. L’unica cosa che contava era analizzare istante dopo istante se stesso e quindi la morte come atto oltre che nella sua essenza. E aveva chiamato attorno a sé gli psicologi più importanti del suo tempo perché studiassero in lui la morte. Il suo ultimo insegnamento fu: «Resta pensante» fino all’ultima soglia dell’essere, considerare la morte l’essenza della vita.
Per Jung, dunque, ognuno ha il proprio modo per essere compiutamente se stesso; non ci sono modi realizzativi di massa, generalizzabili o acquistabili o che si possono copiare da altri.
Ciò che ci propone una cultura mercatistica, per esempio, averi, possesso e potere, può essere contro la nostra stessa natura reale.
Nessuno può insegnare ad un altro il suo preciso modo di essere se stesso né può forzarlo su strade che non sono le sue.
Qualche volta le risposte sono immediate, c’è una specie di richiamo interiore che indica in modo inequivocabile la direzione da prendere, c’è quella che chiamiamo ‘vocazione’, dal latino vocatio: richiamo, tendenza che un uomo ha a fare certe cose piuttosto che altre.
Van Gogh aveva la vocazione di fare il pittore e doveva farlo anche se il mondo non capiva la sua pittura e non comprò mai i suoi quadri (ne vendette solo uno in tutta la sua vita, ‘il Vigneto rosso’, 19 mesi prima di morire. Nel 1987 il suo quadro ‘15 girasoli’ fu acquistato da un giapponese per quasi 40 milioni di dollari). Spesso negli artisti la vocazione è chiara. Ma nell’uomo comune non sempre lo è. La generalità delle persone non sa qual è lo scopo della sua vita, non ha consapevolezza di ciò che è, non capisce per cosa è venuta a nascere, vaga in una specie di inerzia o nebbia, e può morire senza realizzarsi mai.
Solo qualche volta, fortunosamente, l’individuazione produce eventi anche senza la partecipazione della coscienza, ma milioni di uomini vivono e muoiono continuamente senza mai essersi ritrovati, senza mai essersi individuati.
Oggi siamo immersi in un contesto mediatico che ci bombarda di condizionamenti, per cui dovremmo essere tutti felici acquisendo gli stessi prodotti economici, politici e culturali, Jung ci richiama fuori dalla massa conformata, alla nostra ‘singolarità’, per cui ognuno di noi è unico e ha una propria via preziosa e insostituibile per realizzare se stesso e raggiungere la propria identità al di fuori di qualunque conformismo di massa.
L’uomo non ha valore perché è superiore agli altri o possiede più degli altri, ma se riesce a realizzare ciò che potenzialmente è e per cui è venuto al mondo. Libertà è individuazione.

Mentre per Freud la pulsione originaria è quella che si volge al piacere, in particolare sessuale (motivazione edonistica privata), per Jung la pulsione originaria è l’autorealizzazione intesa in senso sociale.
L’uomo cerca la sua compiutezza totale all’interno di un mondo collettivo. Quanto più tu sei te stesso in senso positivo, tanto maggiore sarà il beneficio per la collettività.
Individuarsi vuol dire conoscere tutte le nostre potenzialità positive e attuarle.
Viviamo in una società che tenta di fare dell’uomo un essere omologato, perché è la società dell’arbitrio, del mercato e del profitto, che sono disvalori, principi artificiosi e anti-umani, mentre il mondo della natura non è mai omologato, la natura è varietà e singolarità e la stessa evoluzione poggia sulla varianza.
Il sistema basato sul mercato è fondamentalmente innaturale, alle dipendenze di una struttura totalitaria di potere, che ci vuole tutti uguali, conformati, prevedibili e confusi nella massa. La natura è invece un sistema che ci vuole tutti diversi e per cui ogni essere umano è una singolarità originale e inesausta.
L’individuazione è un processo naturale che si innesca alla nascita, così come un DNA organico, ma soli pochi la portano a compimento, sia per inerzia che per manipolazioni conformanti, o per difficoltà del vivere, o per un contesto che livella le differenze e porta avanti alcuni non per meriti e capacità personali ma solo per nepotismo o clientelismo.
Come da una ghianda si sviluppa una quercia, così l’uomo si evolve per diventare ciò che era implicito che diventasse, ma i più sono bloccati da condizioni esterne, distorsioni patologiche o esistenziali o fraintendimenti sul proprio essere.
Un numero assurdo di persone restano bloccate. – dice Jung – Potrebbero andare molto più oltre se qualcuno dicesse loro le cose giuste o se riuscissero a dedicare a se stessi il tempo necessario. Se nulla osta, l’uomo tende a diventare un essere completo, perché è quella la legge che ha dentro”.

Scriveva il poeta Edgar Lee Master in “L’antologia di Spoon River’:

La corolla della mia vita avrebbe potuto sbocciare da ogni lato
se un vento crudele non avesse tarpato i miei petali
sul lato che voi dal villaggio non potevate vedere
dalla polvere innalzo una voce di protesta:
il mio lato in fiore non lo vedeste mai!
Voi che vivete, siete davvero degli sciocchi
Voi che non conoscete le vie del vento
le forze invisibili
che governano
il processo della vita
”.

Tensione alla completezza non vuol dire conseguimento. La crisi può arrivare proprio per richiamare l’uomo al suo compito primario, che è realizzare la sua natura. Gli ostacoli che insorgeranno sul nostro cammino possono metterci alla prova per vedere se crediamo veramente in noi stessi. Ma, nel momento della crisi, saranno i sogni a dirci cosa deve nascere e dove dobbiamo andare.
Quando l’uomo è in crisi, quando non vede vie d’uscita, allora guardiamo ai sogni… forse nei sogni il Grande Uomo, quello che ha due milioni di anni, parlerà. Noi non sappiamo nulla della natura o della psiche, ma può darsi che l’uomo di due milioni di anni sappia molto di più”.
Dunque, se non sappiamo cosa fare di noi stessi, facciamo aiutare dall’inconscio, che sa meglio di noi dove dobbiamo andare.
Per procedere verso l’individuazione, però, dobbiamo essere totalmente sinceri, non seguire gli altri, non dire di sì perché lo hanno fatto gli altri, non essere conformisti e omologati. Occorre essere veri, essere noi stessi e non copiare altri destini o altri programmi.
Se non siete sinceri, siete esclusi dal processo di individuazione… Se non siete sinceri, per il vostro inconscio siete una nullità… Il Grande Uomo vi sputerà addosso e sarete lasciati indietro nella vostra melma: bloccati, ottusi, idioti!
Dobbiamo essere ben centrati e non copiare la felicità degli altri. L’autenticità è il primo punto.
L’Inconscio possiede una sorta di conoscenza assoluta, conosce il nostro essere e il nostro scopo. Ma solo pochi lo realizzano, gli altri restano come semi che non fanno pianta o si fermano a mezzo. In fondo, anche senza saperlo, noi non cerchiamo le felicità illusorie che la pubblicità ci promette, cerchiamo il motivo per cui siamo venuti al mondo, cerchiamo il senso della nostra vita, ed esso sta nella natura del nostro essere.
L’uomo non può sopportare una vita priva di senso”. “L’individuazione è solo per pochi”.
Hesse diceva: “La maggior parte degli uomini conduce la vita in uno stato di quieta disperazione”.
Tutta la vita è dominata dal senso dell’evoluzione, la potenza che si fa atto. Io devo sapere dove va il mio cammino, il percorso che parte da me. Devo saper per cosa sono nato. Quale è il senso della mia vita e realizzarlo.
Prima di tutto devo essere un centro di consapevolezza, un Io centrato, e questo è un lavoro che dura tutta la vita che consiste nell’elaborare più che sia possibile la parte Ombra, che è l’energia di cui disponiamo. Poi voglio sapere cosa sono globalmente, nella mia unicità, e cosa voglio essere o essere, nella mia tipicità, così da tendere al senso massimo della mia vita.

Come dice la poesia di Master sull’insegnante:

Ricordi la lettera che ti scrissi?
che tu l’abbia ricevuta o no,
ragazzo mio, ovunque tu sia,
lavora per il bene della tua anima,
ché tutta l’argilla in te, tutta la scoria in te,
possa cedere al fuoco che è in te,
fino a che il fuoco non sia altro che luce….

Curare l’Io dai suoi disagi, sanare le sue patologie non è sufficiente.
Si pongono tre livelli: IO, IDENTITA’ e INDIVIDUAZIONE.
La vita è cambiamento, perciò l’IO è un centro che deve riconoscersi al di là della mutevolezza delle cose che cambiano dentro e fuori. La schizofrenica priva di un Io era persa alla vita in balia di forze distruttive inconsce del Super ego.
Ma non basta, l’Io vuole avere anche un’immagine di sé, una identità, vuole specchiarsi nella propria autoconsapevolezza, cioè si deve pensare in un certo modo, sapendo che cosa è.
Ma può darsi che io non sia proprio come penso di essere e che mi viva diversamente da come è la mia vera natura, avrei allora una vita virtuale e artificiale, non vera.
Occorre dunque che scopra che cosa sono veramente, nella mia autenticità, sotto le maschere sociali o le immagini narcisistiche e illusorie, occorre che scopra qual è lo scopo della mia vita.
Un ciliegio è un ciliegio, un pesco un pesco, una quercia è una quercia. Ogni ente è ciò che è. Io sono una persona, ma che tipo di persona? Che cosa mi distingue da tutti gli altri?
Come in un albero c’è una idea, una forma, che lo rende sempre riconoscibile, sia quando è seme, o virgulto o pianta adulta, perché una è l’idea che sorregge quel flusso di vita, così ogni uomo è esattamente se stesso, con un proprio senso profondo, che lo distingue da tutti gli altri. L’identità è la prima immagine; essa vuol dire che, nel fluire di percezioni che mi attraversano, penso a me in un certo modo, come centro di rappresentazioni, ma l’individuazione si ha quando trovo realmente l’essere mio proprio e insieme il compito vero che gli dà senso.
Identità è ciò che penso di me, ciò che penso di essere, filtrando spesso ciò che gli altri pensano di me, ma quella immagine che mi viene da fuori può non corrispondermi.
Individuazione invece è ciò che veramente sono o che potrei diventare, contro qualunque valutazione esterna. Questa immagine deve venirmi da dentro.
Uno è il mio specchio virtuale, l’altro lo specchio di verità.
L’Io è l’attore, l’identità l’immagine in cui temporaneamente ci si riconosce, ma l’individuazione è la meta.
Ed è per questo che alcune statuette del Buddha rappresentano l’illuminato con uno specchio in mano.
Il bambino comincia a pensarsi come un Io seguendo gli input che gli vengono dagli altri, si vede prima come un soggetto distinto dagli oggetti e poi come un soggetto psichico, con qualità e connotazioni. La prima identità è quella che gli viene proiettata addosso dalla famiglia, è una identità riflessa, positiva o negativa secondo il grado di amore e riconoscimento che riceve, soddisfacente o meno secondo il modo con cui la famiglia lo valuta.
Solo più tardi comincia a diventare un soggetto proprio, non più quello che gli altri pensano di lui, ma quello che egli pensa di sé.

Se io avessi dovuto essere quello che vedeva mio padre, avrei dovuto annientarmi perché mi vedeva come un tappetino su cui scaricare la sua violenza e la sua rabbia. Se io avessi dovuto essere quello che proiettava mia madre, non sarei nemmeno nata, per la sua anaffettività, la sua timidezza, il suo mondo chiuso. Ho dovuto tirare fuori me stessa da me stessa, pescarmi come fossi un pesce dall’acqua profonda. E’ stata una lotta smisurata, dove il minimo che mi poteva succedere era che diventassi megalomane o depressa. Nessuna meraviglia se ogni tanto esagero nell’uno o nell’altro verso.

Quando impieghi molta energia per fare un lavoro di sopravvivenza, rischi di rimanere senza energia per altre finalità. Quando usi troppo un’arma per lottare, essa diventa una protesi inutile quando non devi combattere. Non siamo in un tranquillo teatro delle emozioni, ma in un teatro tragico o drammatico delle passioni, dove i gesti facilmente rischiano di diventare smisurati. Il processo di individuazione non passa solo dalla scoperta del lavoro o della passione a cui dovremmo dedicare la nostra vita, ma anche attraverso il dominio o la purificazione di quegli affetti che ci guidano maggiormente.

L’aggressività è uno dei miei difetti ma è stata una risorsa, mi ha salvata dall’essere schiacciata e vinta da un padre-padrone e ad essa attingo per far fronte agli maschi-padroni che incontro nella mia vita . Il problema ora è contenere una violenza di cui, forse, non ho più così bisogno e che dovrei sublimare in altro modo, depurandola da tonalità affettive.

Occorre saper trasformare i blocchi e gli ostacoli della propria vita in occasioni grazie a cui possiamo dirigerci là dove non sapevamo di poter andare. La nostra natura agisce anche dentro il nostro destino; l’evoluzione spirituale, come quella biologica, non è un progredire casuale ma mirato. Nell’evoluzione biologica noi siamo condotti, in quella spirituale ci conduciamo.
Ognuno di noi, in questo cammino, nella propria sostanza di uomo, deve trovare un centro, poi deve credere al suo particolare modo di essere. Deve riconoscere e stimare la sua particolarissima frequenza e trarne il suo scopo vitale, ciò che può essere veramente la sua personale avventura.
Il principio di individuazione può diventare lo scopo nobile della vita, per cui si emerge da impulsi, istinti e condizionamenti, per raggiungere una libertà insperata, per conseguire valori oltre noi stessi, qualcosa che non sia solo per noi ma per il mondo. E’ un grosso lavoro contro le finzioni della mente, le scuse del desiderio e le attrazioni del piacere. E’ un atto non solo di crescita interiore ma di pulizia morale, un compito sempre aperto, se solo abbiamo il coraggio e l’onestà di intraprenderlo.

Il processo di individuazione passa anche attraverso l’armonizzazione della nostra parte maschile con quella femminile. Mentre il mondo freudiano è prettamente sessuato, con prevalenza del maschile, il mondo junghiano è ambivalente.
Jung chiamava ANIMA questa cosa che aspetta dentro l’uomo, e chiamava ANIMUS ciò che aspetta dentro la donna, la controparte possibile. (Quando Jung intende queste controparti psichiche nel senso suo proprio useremo le due parole con la lettera maiuscola).

Edgar Lee Master diceva:

Quando penserò alla vita passata,
penserò ad una donna:
al mio fianco fino in fondo
o contro di me fino in fondo:
sempre lontana dagli anfratti delle ipocrisie.
Se avrò la forza di guardare dentro di me
penserò ad una donna.
Lei sempre mi ha dato gli occhi per cercare la mia anima.

Svelare l’anima può essere non solo faticoso ma pericoloso, perché chi si libera non sarà mai capito da chi non vuole liberarsi.

Non ero amata dagli abitanti del villaggio,
tutto perché dicevo il mio pensiero,
e affrontavo quelli che mancavano verso di me
con chiara protesta, non nascondendo né nutrendo
segreti, affanni o rancori.
E’ assai lodato l’atto del ragazzo spartano,
che si nascose il lupo sotto il mantello,
lasciandosi divorare, senza lamentarsi.
E’ più coraggioso, io penso, strapparsi il lupo dal corpo
E lottare con lui all’aperto, magari per strada, tra polvere e ululi di dolore.
La lingua è magari un membro indisciplinato,
ma il silenzio avvelena l’anima.
Mi biasimi chi vuole, io sono contenta.

Anima e Animus sono due archetipi. La prima è la controparte femminile dell’uomo, la seconda è la controparte maschile della donna.
Per Jung dunque, per ogni genere ci sono valenze maschili e femminili. Ogni uomo possiede degli aspetti femminili che può tenere inconsci. In ogni uomo c’è una componente femminile e viceversa in ogni donna c’è una componente maschile. L’Anima è legata all’Eros e si correla al modo con cui l’uomo si rapporta alle donne. L’Animus è legato al Logos e si correla al modo con cui la donna usa la sua razionalità e si rapporta con gli uomini.
Anima e Animus sono paralleli allo ying-yang cinesi. Un eccesso di Anima nell’uomo porta a ipersensibilità, debolezza e malinconia. Un eccesso di Animus nella donna porta rigidità, intransigenza e spirito polemico.
Nelle culture tribali, quando lo sciamano vuole incontrare la propria Anima, si mette vesti femminili. Lo stesso fa l’indovino greco, che spesso era cieco e portava vesti muliebri. Di questo recano vestigia le tonache dei nostro preti. Per aprire la sua parte intuitiva l’uomo deve riconoscere la donna che ha in sé.
Oggi i fisiologi provano che la nostra struttura ghiandolare è tanto maschile che femminile. Ogni uomo, dunque porta una donna dentro di sé, e ogni donna porta un uomo.
E’ compito di ognuno riconoscere e armonizzare queste due parti. Se l’Io riesce a fare questo nella sua psiche, gli sarà più facile relazionarsi col genere opposto nel mondo esterno.

In ogni creatura umana non esiste solo questo doppio ormonale, esiste anche un doppio psichico. Ma esiste anche un doppio metafisico.
Ogni essere umano deve realizzarsi. Ma da dove gli viene la pulsione a farlo?
Le Upanishad dicono che vi sono due uccelli sull’albero, uno vola, fa il nido, cerca la compagna… l’altro sta sull’albero a guardare. Per l’uccello che vola (la parte empirica), l’io, si cala nelle esperienze e nei compiti momentanei della vita; per l’uccello che contempla (la parte spirituale) nasce una conoscenza che sta fuori delle cose, una intelligenza che è forma perfetta, un unicum al di fuori del tempo o dello spazio.
C’è una visione parziale e c’è una realizzazione assoluta. Noi siamo due: l’essere vagante e incerto nel mondo contingente e l’essere che sa nel mondo assoluto, è questo lo specchio intero della mia realtà secondo lo scopo per cui sono nato.
Diceva una ragazza: “Mi arrabbio ancora come prima, ma c’è come una parte di me che sta fuori ad ascoltare”.
Raggiungere questa parte che sta a un livello superiore rientra nel nostro compito esistenziale spirituale. Raggiungere l’osservatore, colui che è senza emozione, distaccato, e guarda il nostro vivere da una prospettiva diversa è lo scopo del saggio.

Esiste un luogo a cui si accede facendo silenzio attorno.
Quando il turbinio mentale si acquieta,
colui che guarda si accorge di guardare
” (V) .

Borges la chiama: “La contraddizione tra il tempo che trascorre e l’identità che perdura, il mio stupore che il tempo di cui siamo fatti possa essere condiviso”.
Nel colloquio con l’Angelo, questa parte si materializza e si comunica.
Jung faceva colloqui lunghissimi con la sua Anima, le scriveva, come a una persona. Teneva sempre presente, oltre all’uomo contingente, anche quello trascendente.
C’è dunque la possibilità che possiamo travalicare il nostro essere proprio, per passare ad un grado di visione disincantato e superno, dove la nostra vita scorre come un paesaggio, oggettivamente, e i nostri atti appaiono dislocati in un tempo diverso, in uno spazio non spazio, e la stessa esistenza appare non dall’interno ma da fuori, dove ogni atto è parte di una strada e si lega a un altro atto o evento, e la vita stessa appare come collegata a una collana di altre vite che, tutte insieme, percorrono un significato, tendono a realizzare uno scopo. Raggiungere quello stato di coscienza o almeno prenderne atto fuggevolmente almeno una volta cambia totalmente il senso del nostro vivere, ci trae fuori dall’attrazione illusoria dell’istante materiale e delle sue sensazioni per alzarci a un livello di visione sovrannaturale. Ma per far questo occorre che il processo di individuazione sia molto avanzato e che l’Io abbia realizzato una propria centralità attrattiva.
Quando invece l’identità è fragile, quando manca un nucleo stabile e forte, nell’adolescenza o nei momenti di crisi, o in personalità non formate, si cercano rinforzi in rappresentazioni parziali (la bellezza fisica, i possessi materiali, la sicurezza degli affetti, il lavoro, il potere…), e si può entrare in crisi al variare o svanire di quelle; ma, se si raggiunge la propria centralità, ci si può riconoscere e salvare anche quando tutto fuori di noi dovesse cambiare e anche se dovessimo perdere tutto quello che abbiamo.
Le rappresentazioni stanno nel mondo mutevole e visibile delle apparenze; l’individuazione appartiene al regno immutabile e invisibile delle Forme, come direbbe Platone.
Tra tutti gli specchi Uno è lo Specchio, come nella favola persiana del re degli Uccelli.

Un antico poema persiano narra che il popolo degli uccelli, stanco di un’esistenza mediocre e inutile, si lancia alla ricerca del suo mitico re Simorgh.
La maggior parte degli uccelli, spossata o delusa o sedotta dalle sorprese del viaggio o dagli idoli che incontra, si ferma per strada.
Un piccolo gruppo di uccelli ostinati, guidato dall’upupa (messaggero del divino), attraversando il deserto e le sette valli dell’incanto e del terrore, va avanti. Esausti, con le ali bruciate, giungono alfine alla presenza dell’uccello-re.
Cento tende si scostano. Una viva luce brilla. Ma essi non vedono che UNO SPECCHIO.
Una voce dice loro: “Questo specchio è la sola verità”.
Il re Simorgh che hanno tanto cercato è loro stessi. Non bisogna attendere altro.
La voce aggiunge una frase magnifica, l’eco della quale risuonerà a lungo nella poesia persiana: “Avete compiuto un lungo viaggio e siete giunti al viandante
”.

Poiché la vita è mutamento, l’inconscio si precisa poco alla volta come processo, non è un luogo o un contenuto ma un divenire.
Quando l’anima segue il percorso di trasformazione realizza il proprio compito che è un compito evolutivo, il passaggio dal piombo all’oro, secondo la metafora alchemica.
L’individuazione è la via che produce l’essere totale, integro, realizzato; è il passaggio pur sempre incompiuto che porta dalla potenza all’atto.
L’uomo individuato si riscatta dalla dipendenza dalla realtà esterna e dalla storia e anche dal suo destino. Recupera se stesso e crea la propria evoluzione consapevole con cui partecipa all’evoluzione del mondo.
Chiaramente trovare questo percorso non è affatto facile.

Herman Hesse dirà: “La maggior parte degli uomini sono come una foglia secca, che si libra e si rigira nell’aria e scende ondeggiando al suolo. Ma altri, pochi, sono come stelle fisse, che vanno per un loro corso preciso, e non c’è vento che li tocchi, perché hanno in se stessi la loro legge e il loro cammino” .

L’Io è il centro della coscienza, la coscienza non è tutto e il processo di individuazione mira a portare l’uomo alla sua totalità utilizzando le risorse e le visioni dell’inconscio.
Ma la coscienza ha un centro unitario, mentre l’inconscio è un caos in emersione privo di centro, è una molteplicità di energie, un infinità di galassie, un insieme di costellazioni che irrompono alla luce della coscienza sotto forma di simboli e di personificazioni.
L’inconscio crea segni che si uniscono in immagini complesse e affiorano alla coscienza come pensieri alieni. L’inconscio è energia ancora non individuata.
Ma al centro della psiche esiste una pulsione che guida lungo l’intera vita verso una conoscenza più ampia e verso una realizzazione più alta secondo un disegno che ogni tanto appare. Ed a questo noi guardiamo.
La psiche si trasforma e si sviluppa anche attraverso la relazione che l’Io ha con i contenuti dell’inconscio. L’Ombra non è quel negativo che noi temiamo. E’ l’energia che dobbiamo elaborare.

Spesso ho sognato questa energia come il dietro della casa. La Casa, che è l’Io, ha una sua parte nascosta che io non conosco e che mi appare in sogno certe volte. C’è un giardino di erba verde selvaggia che io non ho curato, ci sono aiuole di fiori aride che io non ho innaffiato, ci sono sentieri confusi e scalini polverosi che io non ho percorso. E c’è un mare infinito e vuoto di cui non so nulla.
Il giardino dietro la mia casa è a Nord, perché il Nord è il regno delle anime, dei morti, del freddo ignoto, di ciò che non conosco e dunque temo. Il protagonista delle fiabe deve sfidare la regina del Nord, la creatura che non è stata vivificata dal calore degli affetti. Nella Bibbia il profeta Geremia vede una pentola inclinata il cui contenuto si spande da nord a sud.
Il Nord è il luogo da cui viene la sventura, ma dalla sventura può nascere l’illuminazione.
Nel Mago di Oz la strega del Nord è quella buona. Dunque il Nord è il luogo dove dobbiamo operare.
Presso gli indiani americani, il Nord è simbolo degli anziani, della conoscenza e della saggezza (Aria). L’Est è simbolo del domani, della luce che sorge, della vita che ricomincia, del progetto e della preveggenza (Fuoco). Il Sud si lega alla vitalità, alla passione, ai sentimenti, al coraggio e alla potenza sessuale (Acqua). L’Ovest è il luogo del passato, delle esperienze fatte, della Grande Madre (Terra).

E’ il contatto fecondo con ciò che non conosciamo che ci porta avanti, nel superamento di ciò che temporaneamente siamo. Si può seguire questa trasformazione, a livello individuale o collettivo, nei sogni, nei mandala, nelle produzioni artistiche, nelle leggende, nelle fiabe, nei sistemi religiosi e politici, nei miti individuali o sociali fino ad abbracciare la totalità della cultura umana.
Ogni percorso è costellato attorno a un nucleo fisso, tipico dell’essere umano, ovvero un nucleo archetipico, una grande idea centrale che può essere la relazione tra uomo e donna, la relazione con padre e madre, i figli, la natura, l’umanità, gli ideali, Dio…
Ogni volta una energia si confronta con un’altra fino a costituire un complesso mondo di relazioni e riverberi, una rete psichica al cui interno viaggiano informazioni e si attivano connessioni, emozionalmente.
Ogni cultura realizza questo intreccio di vie della vita in un suo modo particolare che la individua e ne fa un unicum, un ecosistema ideale, che ha in sé la propria forza e guida. Analogamente ogni persona fa questo cammino nel modo particolare del suo vissuto personale. Potremmo dire che ogni realtà non è che una serie di relazioni, il modo con cui l’energia centrale si vede e si vive nei confronti delle altre energie periferiche. Ma i temi tipicamente umani, i temi psichici fondamentali, sono gli stessi, gli archetipi sono gli stessi. Il linguaggio differisce, i simboli possono variare, ma gli oggetti centrali restano identici.
Legami persistenti collegano gli uomini antichi con i moderni. Leggende, miti, sogni, arte, deliri, teorie filosofiche o religiose… ogni espressione della cultura umana sembra mostrare le stesse tendenze, paure, desideri, reazioni in relazione a eventi simili.
Se il microcosmo riflette il macrocosmo, la psiche individuale riflette quella collettiva.
L’esperienza fondamentale dell’umanità è un insieme archetipico che costella una mitologia personale e al tempo stesso universale; ogni uomo appartiene alla specie umana, ma il suo psichismo si inscrive in uno più ampio che struttura i suoi strati profondi, per cui ognuno porta in sé rappresentazioni, reazioni, relazioni… comuni a ogni altro uomo della Terra, perché è l’inconscio collettivo a creare l’impronta genetica del nostro psichismo.
Nelle situazioni basiche emergono dinamiche universali.
L’uomo primitivo aveva reazioni prevalentemente istintive e sensoriali, oggi l’umanità ha un pensiero prevalentemente razionale, ma le forme primitive non sono scomparse.
Nel bambino risposte e bisogni rivelano una partecipazione mistica alle cose analoga a quella dell’uomo arcaico, lo stesso vale per i pazienti neurotici o psicotici, nei sogni, nelle visioni, nelle creazioni artistiche. Anzi l’arte è proprio la capacità di esprimere contenuti universali in modo simbolico, riattivando la comunicazione con le strutture segrete e antichissime della specie. L’arte riapre i canali con l’energia universale e ci fa essere più veri.

Ci sono in noi contenuti collettivi e forme archetipiche, Jung pone il paziente in contatto con questi, facendoli affiorare dallo psichismo più profondo, perché sono rigeneranti, la loro energia è purificatrice in quanto essi permettono all’io di ritrovarsi e riorganizzarsi.
Lo sviluppo completo della personalità è cercato attraverso questo progressivo incontro di conscio e inconscio, che costituisce il nostro dovere e diritto primario.
E’ vero che “la personalità come piena realizzazione della globalità del nostro essere è una meta irraggiungibile, ma tuttavia essa è un ideale e quindi una guida“.
Nei momenti fondamentali della vita possono presentarsi fenomeni paranormali o eventi sincronici come segnali che ci indicano che siamo sul giusto cammino; possono essere indizi veloci, che colgono l’io in rari momenti di distensione, di vuoto mentale, quasi a tradimento, ma nell’abbandono al lato inconscio della psiche balenano tesori.
Oppure possono essere ‘incontri’ fisici quando la realtà esteriore si fa carico di rappresentarsi a noi come luogo dell’anima, interiorità che si esteriorizza e viene a mostrarsi sul nostro cammino. Così, grazie a queste parvenze screziate di luce, l’uomo ha modo di riconoscere le forze celate dietro il proprio modo, costruito o scelto, di sentire, pensare o agire, anche dietro l’apparente casualità del destino.
Jung mette qui la SINCRONICITA’, l’evento esterno che corrisponde simbolicamente a un mutamento interno, come la coccinella, indizio di primavera, che si materializza accanto alla persona che sta uscendo dalla propria depressione. In quei momenti ci sembra di toccare con mano una intelligenza superiore in cui il nostro io e le cose tutte attorno fanno parte di uno stesso disegno, in cui qualcuno ci parla o ci guida attraverso i segni del cammino. E comprendiamo di colpo che non esiste isolamento o solitudine ma apparteniamo a un Tutto.
Sapere questo conferisce alla vita una dimensione straordinaria di immensa bellezza.

Noi dunque non cerchiamo la guarigione o la felicità ma l’individuazione. Noi cerchiamo il SE’, das Selbst, l’io liberato.
Di fronte al Sé, l’Io parziale è l’essere limitato.
Il Sé non è solo la realizzazione di tutte le nostre potenzialità, è l’Io che contatta lo Spirito del mondo ed esce dalla propria nudità e solitudine.
L’Io è nel tempo ma il Sé è al di là del tempo.
E nella malattia, che è uno degli ostacoli più pesanti del vivere, il Sé preesiste alla guarigione. Ed è appunto a quel Sé che si rivolge l’opera di Jung analista.
“…era noto all’inconscio del malato, anzi era proprio quell’archetipo di perfezione che lanciava i suoi appelli dal fondo impenetrabile della notte psichica, che si manifestava con vertigini, tremiti, smarrimenti, sollecitando, imponendo la metamorfosi, la rischiosa, dolorosa rinascita” .

CONFRONTO TRA I DUE SISTEMI

Freud propone la strada del tornare indietro. Jung del salire in alto
(V.)

Nel 1909 Jung dà le dimissioni dalla clinica, dove ha lavorato per nove anni ed è diventato direttore, indifferente al fatto di perdere carica e prestigio. Ha 34 anni e 3 figli, sicurezza economica e notorietà. E’ a un punto cruciale della sua vita; se finora il suo compito è stato di mettere radici nel mondo materiale, cosa che ha fatto con molta facilità, ora il compito si fa più complesso, dente che deve inoltrarsi nel proprio mondo interiore.
Continua a insegnare e ad esercitare la pratica analitica con pazienti privati, alternando il lavoro esterno con meditazione e scrittura. Finora ha camminato avanti, aiutato dalla piccola lampada, ora è venuto il momento di confrontarsi con l’Ombra. Dal 1900 fino alla sua morte, cioè per 60 anni, vivrà a Zurigo. La sua vita è divisa tra una parte sociale (famiglia, lavoro, pazienti, allievi e amici) e una parte solitaria e meditativa, che si svolge nel tranquillo eremitaggio che si costruisce con le sue mani un po’ alla volta sul lago, a pochi km da casa. Qui egli vive una vita naturale, primitiva, pesca, cucina, scolpisce, dipinge e medita, come fosse fuori dal mondo.
Il secondo cammino diventerà a poco a poco un viaggio interiore sempre più profondo.
Intanto scrive una quantità impressionante di libri, come fossero riflessioni che elabora per sé solo, incurante dei possibili lettori e della loro difficoltà di comprensione:
“L’opera vera si compie nel silenzio e tocca una corda soltanto nella mente di pochissimi. Secondo un antico detto cinese, se un uomo, seduto da solo nella sua stanza, pensa i pensieri giusti, la sua voce sarà udita a mille miglia di distanza.”
Mentre Freud si fa pagare parcelle salatissime che considera parte della cura, Jung ha sempre difficoltà a farsi pagare e le sue parcelle sono modeste.
E’ il medico di un tipo particolare di pazienti. Freud cura le ricche signore isteriche della borghesia viennese; i pazienti di Jung sono persone colte, intelligenti, all’inizio della seconda parte della vita, non interessate più di tanto a ripercorrere le ferite dell’infanzia, ma mosse di una nuova inquietudine, sono insoddisfatte, cercano nuovi equilibri, nuove prospettive esistenziali, una nuova evoluzione. Chiedono a Jung un aiuto per una nuova identità in cui sperimentare nuove parti di sé in un momento in cui l’energia ha soddisfatto i bisogni primari della vita e una nuova dimensione spirituale presenta nuovi compiti d’anima.
La struttura della psiche freudiana è chiusa: il bambino nasce preda delle proprie pulsioni desideranti, o Principio del Piacere; sotto l’influsso dell’ambiente esterno, Principio di Realtà, è costretto a rimuovere parte di queste pulsioni per essere accettato socialmente; sprofonda quindi i desideri illeciti e i contenuti inaccettabili nell’ES, li rimuove , mentre fa crescere l’EGO, sede della coscienza e luogo dell’identità riconosciuta. Gli imperativi cui è sottoposto vengono in parte introiettati e si dislocano nel SUPEREGO, attivandosi come comandi interni in parte consci e in parte inconsci (il Superego è più ampio della coscienza morale perché contiene anche una parte di imperativi totalmente inconsci; nel caso della schizofrenia, per esempio, questi imperativi non sono di ordine morale ma patologico e impongono atti autoaggressivi). Si formano dunque tre zone psichiche: una zona centrale, l’EGO, conscia; una zona inferiore, l’ES, inconscia; una zona superiore, il SUPEREGO, parte conscio e parte inconscio. I termini ‘conscio’ o ‘inconscio’ sono aggettivi che indicano se un contenuto può stare sotto l’attenzione dell’Io.
L’ES è la pulsione desiderante che preme dal basso; il SUPEREGO è la parte imperativa che manda comandi dall’alto. L’EGO sta in mezzo e cerca di barcamenarsi tra i comandi del SUPEREGO e le spinte pulsionali dell’ES. Se riesce a controllare i contenuti che gli vengono dall’alto e dal basso, può trovare un equilibrio, altrimenti può soccombere patologicamente. L’Ego, o IO, è come un servitore strattonato tra due padroni che rischia di andare in pezzi se è debole o di manifestare sofferenza. Contro le pulsioni inconsce dell’ES, l’EGO cerca di porre delle energie di contenimento, per evitare la fuoruscita di contenuti inaccettabili, ma, se queste spinte istintive inconsce sono molto forti, l’Ego deve impiegare troppa energia per difendersi e tenerle chiuse nello stanzino oscuro, e finisce per ammalarsi o debilitarsi. La depressione o l’esaurimento sono un segnale che l’Io si sta indebolendo perché invece di impiegare risorse per vivere le impiega nel contenimento dell’Es.
Se l’EGO è invaso da energie inconsce eccessive, non ce la fa a resistere e crolla. Qualche volta un esaurimento è annunciato da un sogno in cui un’onda immane sta per portare via tutto, oppure un treno deraglia.
L’EGO è come una piccola città medievale che deve provvedere al proprio sostentamento con le sue molte funzioni interne. Ma, se ci sono nemici alle porte che la assediano, occorre difendere le mura, e, se i nemici sono molti, si deve impegnare molti cittadini nella difesa, finché la città stessa non riesce più a condurre una forma di vita ordinata, perché la difesa impegna tutte le sue forze.
Nel sonno la coscienza si indebolisce, i contenuti non accettati riescono a uscire dall’Es invadendo l’Io, travestendosi in modo da non essere riconosciuti.
La CENSURA, che è una specie di guardiano psichico, deve vigilare affinché essi non oltrepassino la soglia, e, se scopre un contenuto illecito travestito che è passato abusivamente, cerca di bloccarlo. Ciò trasforma un sogno in un incubo e il sognatore si sveglia con angoscia.
L’inconscio individuale è il luogo dove sono cacciati i nostri demoni personali. Ricordiamo che essi in realtà sono energia impedita o maldiretta, che potrebbe trasformarsi in energia utile. Jung diceva: “I nostri bisogni, i nostri desideri sono sempre in azione. I problemi sorgono solo se agiscono esclusivamente nell’inconscio, se non li prendiamo coscientemente nelle nostre mani in modo da dar loro una forma o una direzione precisa. Se eludiamo questo compito, essi ci trascinano a rimorchio e noi diventiamo le loro vittime: li si può paragonare a una slitta lanciata a grande velocità giù per una china coperta di neve, senza nessuno alla guida” .
Secondo Freud, i contenuti illeciti o inaccettabili che si infiltrano nei sogni sono di tipo sessuale. L’analista ha il compito di smascherarli, come un detective che deve scoprire il colpevole, basandosi su indizi e nascondimenti. Il sogno è, per Freud, l’appagamento di un desiderio. Se ci sono segni di patologia psichica, Freud cerca attraverso il sogno i desideri illeciti che vogliono venir fuori. Ha una interpretazione dell’inconscio solo personale, fa una valutazione negativa partendo dal soggetto e dal suo vissuto. L’inconscio è per Freud il luogo del desiderio illecito sessuale.

Jung va oltre. Non accetta che i sogni siano solo l’appagamento di desideri e che il contenuto rimosso sia solo di natura sessuale o sia illecito. E’ convinto che i sogni siano molto di più di questo, pensa che ci siano moltissimi tipi di sogni; tra essi qualcuno può anche essere sessuale o desiderativo o illecito, ma il panorama dei sogni è molto più grande.
Jung non accetta nemmeno che i sogni si riferiscano sempre e solo al sognatore e al suo vissuto. Ci sono sogni personali ed extrapersonali, così come ci sono percezioni ordinarie e straordinarie.
Aveva osservato che, nei deliri, nei sogni o nelle allucinazioni dei suoi pazienti, comparivano a volte elementi che non erano deducibili dalla loro memoria o dal loro vissuto, ma erano simboli e immagini universali, che appartenevano ad antichissimi pensieri, miti, filosofie, religioni… Jung era uomo di grandissima cultura e di mente ampia e superiore e colse la connessione enigmatica tra questi contenuti e una PSICHE COLLETTIVA.

Nei sogni poteva presentarsi qualcosa che oltrepassava il singolo uomo e il suo essere contingente e si situava in un livello diverso dall’esperienza ordinaria, legando insieme, con un grande filo di senso, tutti gli uomini del presente e del passato, l’umanità tutta intera di ogni tempo e luogo, quella già nata e quella ancora da nascere. Egli intuì che in ogni uomo di oggi c’è un uomo antico e universale, che vive la storia dell’umanità a un livello superiore di conoscenza e si comunica ad ognuno con simboli perenni.
Il sogno, come la visione, poteva provenire “dall’Uomo vecchio di due milioni di anni che vive in ognuno di noi”.
Per Freud c’è una sola energia, la libido, pulsione che deve essere liberata per creare un felice orgasmo. Per Jung la teoria sessuale non copre tutti i disturbi; gli schizofrenici per esempio non rientrano nel fallimento sessuale, come non vi rientra chi è depresso per un lutto, e non si può interpretare ogni relazione con la realtà come un rapporto erotico. L’energia psichica non è solo sessuale. Jung dirà che essa è indifferenziata e può avere molte espressioni, le alchimie umane sono molto più ampie del solo erotismo. Non c’è solo la diade piacere-dolore, ma anche quella successo-sconfitta, sacro-profano, libertà-costrizione, riconoscimento-rifiuto… coppie che non hanno nulla a che vedere con il sesso.
Come nell’uomo c’è una realtà fisica, così c’è una realtà psichica, che non deriva dal corpo organico, ma ha un piano autonomo di realtà con proprie strutture e leggi. E la psiche è un sistema dinamico in continuo mutamento, pervaso da energia multiforme che tende a una propria evoluzione.

Dai 34 ai 43 anni, periodo di nove anni che comprende anche la prima guerra mondiale , Jung elabora i principali concetti della sua visione, che è psicoanalitica ma anche metafisica: I SIMBOLI, GLI ARCHETIPI, L’INCONSCIO COLLETTIVO, IL PRINCIPIO DI INDIVIDUAZIONE, L’IMMAGINAZIONE ATTIVA.
La sua intuizione fondamentale è l’inconscio collettivo.

‘Conoscere’ in tedesco si dice wissen, das Unbewusst vuol dire ‘ciò che non conosco’, l’inconoscibile, nella psiche è l’inconscio.
L’inconscio di Freud è individuale, è quella parte profonda della psiche dove rimuovo le pulsioni, le emozioni, i ricordi, tutto ciò che non posso guardare, che non riesco a sostenere, che mi è intollerabile. Questo insieme di contenuti psichici negativi sono in me ma apparentemente non ne so nulla; posso averne notizia solo in quanto emergono nei sogni, nei sintomi o nelle proiezioni. Freud indica anche le battute a doppio senso, i lapsus e le dimenticanze.
Secondo Jung, oltre questo inconscio individuale, esiste una parte della psiche ancora più profonda, che è l’inconscio collettivo, che non è solo mio ma appartiene a tutta la specie umana, all’umanità intera, all’anthropos, come dice lui, o Grande Uomo. Anche dell’inconscio collettivo sembra che io non sappia nulla, eppure esso affiora nei sogni straordinari, nei simboli, nei sintomi, nelle proiezioni, nelle visioni o allucinazioni, ma anche nella cultura dei popoli, nei miti, nei sistemi religiosi, nelle forme dell’arte, nelle fiabe…
C’è un immenso patrimonio culturale che trae origine da un sostrato universale comune a tutte le civiltà, una specie di psichismo collettivo, che ha il suo linguaggio e le sue modalità.
Jung studierà questo linguaggio e dirà che l’inconscio collettivo si esprime attraverso grandi vie dell’energia che sono gli archetipi e le parole degli archetipi sono i simboli.
Con questa intuizione Jung esce dai confini della psichiatria e affronta una indagine delle radici del patrimonio culturale umano, va dunque molto al di là della cura del malato, e parla ad ogni uomo, soprattutto a chi interpreta la propria vita non come mera sopravvivenza o ricerca di potere o beni materiali, ma la vede come cammino progressivo ed evolutivo verso uno scopo che è allo stesso tempo individuale e sociale.
Mentre l’inconscio individuale freudiano ha una valenza negativa e viene usato solo per far sparire il sintomo, l’inconscio collettivo junghiano è un immenso patrimonio di valori e risorse a valenza positiva a cui dobbiamo attingere per crescere spiritualmente.
Abbiamo dunque un livello psichico profondo e universale che può alimentare la psiche di ognuno, un grande piano extraindividuale e superindividuale, che trascende tutti i tempi e gli spazi, un luogo psichico collettivo da cui la psiche di ognuno sembra emergere come un’isola dal mare.

L’inconscio collettivo può apparire nei sogni proprio come mare, oceano, alluvione, onda, spiaggia, ma anche caverna.. I suoi simboli, oltre all’acqua, sinonimo di vita, sono anche il fulmine e il serpente.
La struttura della psiche per Freud è un bozzolo chiuso, ES, EGO e SUPEREGO, il suo contesto è la famiglia primaria. La struttura psichica di Jung si apre invece a tutto l’universo, secondo vie infinite.
La psiche individuale, o COSCIENZA, emerge dall’inconscio collettivo come un’isola dall’oceano oscuro. Sotto il pelo delle acque si può situare il SUBCONSCIO, che comprende i nostri automatismi e tutti quei contenuti che sono provvisoriamente sottratti alla coscienza, ma richiamabili. Più nel profondo sta l’INCONSCIO INDIVIDUALE, o luogo del rimosso per eccellenza, dove sono i contenuti sgradevoli e inaffrontabili della memoria storica personale. Ma, più profondamente ancora, ogni isola poggia su una piattaforma comune, un basamento oceanico che collega tutte le apparenti diversità umane ad un unico sostrato, una matrice universale propria di tutta l’Umanità e di tutta la specie.
Se pure i picchi emersi sembrano staccati e distinti, quel livello comune attiva il loro psichismo con forme analoghe, come può fare un DNA organico sul piano istintuale, nel senso di fornire ad ognuno identici schemi o modelli psichici di comportamento (ARCHETIPI), essi si manifestano mediante SIMBOLI, entro forme narrative analoghe (MITI E FIABE).
La storia dei picchi, cioè delle personalità contingenti, si situa nel tempo, nello spazio e nella causa, cioè le singole esistenze stanno in una geometria ordinaria, invece la matrice fondamentale di tutti gli psichismi è fuori dal tempo-spazio-causa e resta perenne. Da essa provengono le grandi immagini dell’arte, della poesia, della religione, del sacro, del sogno straordinario, della fiaba…

“L’inconscio collettivo è un livello condiviso… Noi condividiamo contenuti inconsci secondo una partecipazione mistica… L’inconscio collettivo precede la storia dell’individuo, è un immenso serbatoio di memoria storica, una memoria collettiva che custodisce la storia dell’intera umanità”.

Possono esserci intuizioni che arrivano alla nostra mente d’improvviso come venissero da fuori e spesso contengono forme e simboli che altri hanno ricevuto nello stesso modo. Per esempio, durante un terremoto, Jung percepì di colpo la Terra come un grosso animale e gli antichi Giapponesi dicevano che nel ventre della Terra c’è una grossa salamandra che, quando si gira nel sonno, provoca un terremoto, oppure una paziente gli disse che, quando cadeva un fulmine, vedeva un grande cavallo nero che saltava, e ugualmente i Celti dicevano che il fulmine era la zampa del cavallo di Odino.

Jung arriva all’inconscio collettivo nel 1909, a 34 anni.
Mentre l’inconscio freudiano è una specie di stanzino oscuro dove si accumula tutto quello che la coscienza ha rimosso, per Jung c’è una matrice della coscienza, con contenuti autonomi che è una realtà a pieno titolo, sovraindividuale e prepsichica, un oceano di totalità che è superiore anche a quel piano akashico, di cui parlano le filosofie orientali, perché non è solo un grande archivio di tutto l’esistente, la memoria passata e futura di tutte le informazioni, ma è anche una fonte energetica che ristruttura e riarmonizza la psiche. Jung lo chiama spesso Anthropos, Grande Uomo.

“Aprire l’inconscio non vuol dire aprire la gabbia dello zoo ma far emergere contenuti che vanno guardati e rispettati, significa entrare in contatto con il Grande Uomo; un maskapi capirebbe subito quello che voglio dire… Il Grande Uomo appare quando arriviamo al punto di crisi, quando siamo soli, nella situazione disperata e irrisolvibile, soli davanti alle più alte scelte… L’inconscio collettivo possiede una sorta di conoscenza assoluta”.

L’inconscio collettivo non è solo una memoria di conoscenza, ma è anche una risorsa. “E’ un’immensa sala del tesoro, un grande serbatoio, dal quale l’umanità attinge le immagini, le forze, che essa traduce nei suoi molti linguaggi… Questo inconscio può anche lavorare in modo autonomo”.
Se devo scrivere un articolo – dice Jung- posso continuare a scriverlo nella mia mente, senza neppure accorgermene. Se ho un problema, il mio inconscio può lavorare per la soluzione, mentre penso ad altro”.
Una volta disse: “L’uomo cresce sempre, può crescere anche quando è in coma”. Qualcosa cresce sempre dentro di noi, anche malgrado noi.

Così, quando abbiamo un grosso problema ed è molto che ci stiamo sopra senza soluzione, possiamo entrare in circolo, con pensieri ossessivi e poco produttivi, e allora sarebbe bene staccare la mente, decentrarci su altre attività, dormire, rimandare al giorno dopo, fare un’attività diversa, magari fisica, camminare, nuotare, ballare, dipingere, farsi massaggiare, delegare per un po’ il problema all’inconscio. L’inconscio può essere una soluzione in più perché vede il problema da una prospettiva diversa e perché attinge a conoscenze fuori del tempo che la mia coscienza non possiede. L’inconscio sa quello che è meglio per me, perché legge la mia vita intera e vede anche il mio futuro.

In più, nel mio inconscio scorrono esperienze, simboli e archetipi che mi provengono dai millenni, come una grande corrente sotterranea continua che può far emergere nei miei sogni la premonizione di grandi movimenti storici futuri… Così avevo previsto l’ascesa del nazismo, attraverso i sogni dei miei pazienti”.

La psiche individuale è collegata al corpo in un rapporto di unicità, ma il canale che ci collega all’inconscio si apre su un livello molto più ampio, complesso e profondo, che comunica con l’universo, un luogo ignoto, oceanico, che abbraccia tutti gli uomini, un uovo primordiale da cui germinano nuove possibilità di vita e conoscenza, dove si produce tanto la forma quanto l’energia.

Nel mare c’è un tesoro, per aggiungerlo bisogna immergersi passando per una stretta apertura. E’ pericoloso, ma in basso si troverà un compagno”.

Spesso le sue rivelazioni ci arrivano improvvise come intuizioni, visioni, segni, prodigi, incontri… e possono emergere dalla mente, dalla vita, dall’arte, dai sogni.

“Un bel sogno è una grazia. I sogni, in fondo, sono un dono. L’inconscio collettivo non è né mio né tuo, è il mondo invisibile. Non ha importanza come lo chiamo: Dio, Tao, la Grande Voce, il Grande Spirito. E’ la Potenza che sta al di là… Le immagini di Dio sono una storia infinita: ricordo una tribù africana che salutava i primi raggi del sole sputandosi sulle mani e volgendole verso est. Poiché il respiro è l’anima, la saliva che accompagna il respiro, è la sostanza dell’anima. L’esatto significato di quel gesto è: ”Mio Dio, ti offro la mia anima”: ma essi non conoscevano il significato. Lo stesso gesto lo vediamo nei babbuini con la testa di cane scolpiti nella roccia ad Abu Simbel. Chiesi alla tribù se il loro dio fosse il sole ma la tribù scoppiò a ridere. “Povero uomo bianco! Credere che noi adoriamo una palla di luce e calore!”. Con la stessa cerimonia salutavano anche la prima falce di luna. Così compresi che il loro dio era l’attimo in cui si passa dalla tenebra alla luce, non il sole in quanto tale, ma il suo apparire. Come Horus presso gli Egizi. L’apparire della luce nella natura come nell’anima, l’illuminazione.”

L’inconscio collettivo è una terra d’ombra, profondissima, completamente fuori dallo sguardo, di cui sappiamo poco, eppure è la stessa per tutti gli uomini della Terra e segna l’ingresso in un’altra realtà, una terra di generazione connessa allo spirito. Non siamo più nel livello della psiche individuale, ma in un livello psichico collettivo che trascende il singolo vissuto o la singola mente, ed è una mente cosmica. Mentre coscienza, subconscio e inconscio personale attengono alla nostra individualità, l’inconscio collettivo sembra essere transumano ed extraumano. E’ un’energia sconosciuta da cui nasce la coscienza, è la matrice universale di tutto il nostro essere.
L’isola coscienziale emerge alla luce del tempo, dello spazio e della causa, ma la sua base sotterranea inconscia universale affonda in un livello di realtà ‘altro’, dove queste coordinate non esistono e che non può essere raggiunto o spiegato semplicemente con la ragione.

Non ci si può rapportare all’inconscio in modo intellettuale. L’inconscio non è un’opinione, non è un’ipotesi. E’ una presenza. Un fatto. C’è. Succede… Vi è venuta un’idea? Ma non siete stati voi a pensarla, vi è venuta in mente. Ecco, quando vi rendete conto di questo, allora siete sinceri con voi stessi… dovete accettare ciò che l’inconscio produce e cercare di capire il suo linguaggio. L’inconscio è natura e va tradotto in forma umana… L’inconscio collettivo è un qui-tutto-ora, dove si sintetizzano tutti gli spazi, i tempi e le realtà: gli uomini di oggi, quelli ancestrali e quelli che devono ancora nascere, le nostre vite passate e quelle future, i legami che abbiamo con la specie, il flusso delle culture, il DNA biologico e quello simbolico, i legami con l’universo e quelli con i livelli dell’essere o tra le nostre vite. Qua è la sorgente di tutte le culture che l’uomo ha prodotto e il germe di quelle che ancora devono prodursi “.

L’inconscio collettivo è una dimensione dell’essere, che tocca l’umano e lo attraversa ma non è riducibile ad esso; è la culla dei miti e delle leggende, delle fiabe e dell’arte, della poesia e del sogno, della visione e dell’estasi, dei deliri e delle allucinazioni, del sacro e del magico… “Questa verità brilla in noi ma non viene da noi” .
Nell’inconscio collettivo è come se tutti gli uomini della Terra fossero un uomo solo: l’anthropos, o uomo universale, con uguali dinamiche, simboli e immagini. L’anthropos è l’uomo ideale, il modello che rappresenta la totalità umana.
Jung dice: come in ognuno c’è una base organica profonda da cui provengono gli ISTINTI, ovvero le pulsioni biologiche, così c’è una base psichica profonda da cui provengono gli ARCHETIPI, ovvero le pulsioni psichiche, le forze della vita che si attivano in noi quando si attuano certe circostanze.
L’energia parla nel corpo attraverso gli istinti (la fame, la paura, il sesso…, grandi pulsioni che muovono il corpo in comportamenti organici) e parla nella psiche attraverso gli archetipi (grandi linee energetiche che attivano la mente in comportamenti psichici). Per esempio c’è un istinto materno che si attiva nel corpo in modo funzionale in base a certi input che stimolano una risposta ormonale di protezione nell’uomo come nell’animale , e c’è un archetipo della MADRE che si attiva nella psiche umana in modo più generale spingendo alla protezione dei deboli o alla difesa degli oppressi. E’ un esempio di istinto materno il cane che alleva anche il gattino, è un esempio di istinto materno Gandhi che libera l’India dal giogo inglese o Madre Teresa di Calcutta che aiuta i morenti e i malati.

Gli uomini hanno cercato da sempre di esprimere i modi universali dell’energia con pitture, sculture, miti, favole, riti, religioni, credenze, sogni, visioni, ma anche ideologie, lotte e progetti… producendo una ricca messe di simboli equivalenti.
Gli archetipi non sono stati inventati, sono stati ricevuti, provengono da un grande luogo della psiche, un grande oceano interiore che appartiene a tutti e ci imprime fin dalla nascita. Gli istinti sono i modi impressi nel corpo, gli archetipi quelli impressi nella psiche.
Quando ci viene davanti una certa situazione, noi reagiamo, il corpo reagisce con gli istinti, la mente con gli archetipi.
Se l’energia fosse una musica, gli archetipi sarebbero le sue note. Ognuno di noi ne contatta alcuni, suona certe tonalità, si rapporta con certe frequenze, ha certe sensibilità, è vivo su certi campi di percezione e di azione.
Se l’uomo fosse uno strumento, gli archetipi sarebbero le note che deve suonare, il suo limite quelle che effettivamente suona. Più noi siamo equilibrati e armonici, più la nostra gamma è ampia e soddisfacente, più la vita si colora; meno note abbiamo, meno abbiamo esplicato la nostra natura e più soffriamo delle nostre limitazioni e facciamo soffrire il mondo.
Se la frequenza dell’archetipo materno è sorda, eserciteremo un cattivo potere sul mondo senza capire la pietà e la partecipazione. Se è sorda la nota della bellezza, gireremo tra le meraviglie come ciechi, incapaci di goderne.
Riportare l’uomo a se stesso significherà riattivare i suoi suoni interiori, riaprire la comunicazione con gli archetipi.
E, inevitabilmente, questo significherà allontanarsi dalla materia grezza e primaria per tendere allo spirito.

Freud è ancorato alla mentalità positivista, che vuole organizzare in leggi e categorie razionali la realtà visibile e identifica l’invisibile col rimosso, Jung si avventura a un livello ignoto, che ha caratteri ‘numinosi ’ e sacrali, un piano a cui non si arriva con l’uso della logica ma attraverso l’intuizione, o meglio con un canale straordinario di contatto con l’inconscio, che è l’IMMAGINAZIONE ATTIVA.
La logica può dividere, definire e organizzare la superficie fenomenica, ciò che appare; l’intuizione penetra nel profondo noumenico, ciò che non appare. L’immaginazione attiva coglie l’essenza dell’universo, comunicando con l’Altro; l’aggettivo ‘numinoso’ indicherà ciò che è attinente al Sacro.
La psicologia dinamica di Freud è una tecnica applicata allo sviluppo sessuale. La psicologia analitica di Jung è un’arte spirituale, un procedimento alchemico di metamorfosi.
Il pensiero di Freud promana dal logos, quello di Jung dall’epos e dall’ethos .
Dall’inconscio collettivo provengono gli archetipi, modelli di comportamento e di pensiero che si manifestano in modo simile a tutti gli uomini, vie primarie dell’energia onnipresenti che non sono state create ma ricevute, non sono epifenomeni della storia e dell’esperienza, ma matrici innate del divenire.
Queste grandi vie della vita sono le idee-guida, i vettori, della psiche, che hanno da sempre alimentato e indirizzato l’evoluzione umana, creando la storia, il progresso e l’arte, e sono la spinta segreta che produce l’evoluzione dell’umanità dall’inconscietà della materia offuscata alla chiarezza dello spirito. Dall’uomo di piombo all’uomo d’oro, come diranno gli alchimisti.

La Coscienza individuale emerge dall’Oceano dell’Energia Inconscia Universale come momento di uno sviluppo perenne di autoriflessione che lo Spirito fa su se stesso, per cui l’uomo non deve estraniarsi dalla grande piano da cui trae vigore e alimento.
L’evoluzione consisterà in una progressiva integrazione della Coscienza individuale sull’inconscio collettivo, la scheggia di energia personale trarrà continuo alimento dal grande serbatoio cosmico.
All’estremo inferiore possiamo trovare: un Io inflazionato dall’Inconscio individuale, l’uomo che dipende totalmente da pulsioni incontrollate e non riesce a relazionarsi con la realtà. Oppure anche la coscienza razionale che ha perso affetti, creatività, etica e spirito, l’uomo ridotto a solo intelletto che non parla più con la sua anima, che non si relaziona più col suo io interiore e resta privo di spiritualità.

Nelle patologie dell’inconscio possiamo avere il nevrotico, dominato dalle ambivalenze non risolte del suo inconscio individuale; lo psicotico, invaso da un inconscio aggressivo che l’Io debole non riesce più a dominare; il depresso, che è senza energia, come una macchina senza benzina che non va da nessuna parte.
Ma ci può essere anche il Superuomo, per es. il leader invaso da deliri di onnipotenza, preda di un complesso di superiorità, che può distruggere la sua vita o quella degli altri per soddisfare un’avidità materiale senza fondo. Molti uomini che ci sembrano grandi personaggi storici furono in realtà dei malati. Pensiamo a Hitler.

L’inconscio collettivo è l’immenso serbatoio delle energie vitali e nello stesso tempo la grande matrice da cui sorgono le idee-guida che riempiono di senso la vita.
Una parte dell’uomo ha un’età anagrafica, un’altra vive in un tempo infinito.
Jung dice: “Un neonato non è una tabula rasa. La sua mente è una struttura completa, prodotta da innumerevoli vite prima della sua… La psiche personale si sviluppa entro la vita di un individuo, ma esiste anche una psiche transpersonale”.

Egli stimola i suoi pazienti a entrare in contatto con questa mente universale attraverso l’IMMAGINAZIONE ATTIVA, che è la capacità di ricevere simboli, il canale superiore che lega l’individuo all’universo, unendo la coscienza all’Essere.
“Alcuni miei pazienti sono stati invitati a esercitare la facoltà immaginativa, che chiamo ‘la madre della coscienza umana ’ e hanno dipinto o descritto sogni simili a raffigurazioni di templi indiani e cinesi. Ho avuto in cura pazienti che mi hanno narrato visioni di eventi accaduti secoli prima. Da dove viene questo materiale? Dall’Inconscio collettivo, dalla psiche transpersonale. Nessuno di noi sa tutto quello che ‘noi uomini ’ sappiamo”… ‘Noi uomini ’, l’Ego si stempera nel NOI.
Uno dei nostri archetipi è ‘ il Vecchio Saggio ’. E’ in noi. Ha vissuto migliaia di anni, possiede tutte le esperienze della specie. Può darsi che io mi senta solo e derelitto in un mondo senza senso. Può darsi che non veda lo scopo della mia vita, che abbia dei problemi, non trovi la direzione e abbia bisogno di consigli su come vivere. Mi rivolgo al Vecchio Saggio e lui mi risponde attraverso i sogni… Il paziente mi porta i suoi sogni e comincia a snodarsi la soluzione. Può darsi che il medico e il paziente non sappiano cosa fare ma il Grande Vecchio la sa, e comincia a dire qualcosa. Il sogno parla come un oracolo… In ognuno di noi si cela un uomo antico. La maggior parte dei nostri problemi sta nell’aver perduto il contatto con l’antichissima ma non dimenticata saggezza che conserviamo dentro di noi… I sogni rappresentano il punto di incontro della storia della razza con i nostri problemi attuali… Essi indicano al sognatore qual è la sua strada.”

Come l’inconscio parla con le immagini del sogno, così parla con la proiezione, la visione, l’allucinazione, l’illuminazione, l’intuizione artistica o scientifica, la rivelazione religiosa. Il messaggio può essere anche un simbolo che ci appare e aiuta il cammino verso l’evoluzione spirituale contenendo una indicazione, una possibilità, una soluzione. Molti simboli ci appaiono nel tessuto polivalente del sogno. Il sogno, e lo capivano nel mondo antico, può essere messaggio, diagnosi, terapia, aiuto per un futuro migliore, divinazione.

L’inconscio parla anche col sintomo. Il sintomo è un messaggio che segnala un Io che ha perduto l’armonia con se stesso, è una richiesta di aiuto che contiene indizi perché “dove ci sono sintomi, c’è speranza”. La millenaria esperienza della vita ha previsto tutti i casi e dunque anche questo.
In particolare l’inconscio collettivo si attiva e ci manda segni in quei momenti della vita in cui facciamo un passaggio, siamo in crisi, abbiamo bisogno di aiuto per emergere dalla crisi e aprirci a un’occasione di evoluzione.
L’inconscio parla soprattutto nei momenti del cambiamento. Il cambiamento è una situazione che attiva l’inconscio. Quando noi non sappiamo cosa fare, l’inconscio ci manda indizi o soluzioni. Ci orienta verso una via. Ci sono cambiamenti che noi desideriamo, e cambiamenti indesiderati a cui ci opponiamo.
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NOTE

[1] Dal greco κλῆσις (klēsis), da καλέω (kaleō), chiamo, con il quale viene reso nella Septuaginta il verbo ebraico קרא (qârâ’). Designa in senso specifico la chiamata che viene rivolta da Dio alla creatura umana.

Dio chiama a sé le anime attraverso molte vie: la vocazione religiosa nasce in un cuore talvolta improvvisamente, talvolta invece matura lentamente”. (Antonio Ricciardi).

Una volta conosciuta, anche confusamente, la vocazione personale deve essere rispettata fedelmente e coerentemente obbedita”. (Carlo Gnocchi)

Vivi gioisci e attua la costruzione del regno di Dio mediante la tua vocazione”. (don Benzi)

[2] “Noi passiamo la vita come in vaniloquio” Dice un personaggio di Ernst Wiechert.

In un bel libro di Chaim Potok “Il dono di Asher Lew” si racconta la storia di un pittore ebraico, il quale deve lottare con la sua religione che gli impedisce di ritrarre il corpo umano. Viceversa, presso una tribù africana, si pensa che se un bambino nasce col cordone ombelicale avvolto intorno al collo, sarà un artista. E così farà le sue creazioni sulle cortecce d’albero. Nel Tibet, invece, all’età di otto anni, un astrologo dice al bambino quale sarà il suo destino, se sarà monaco o contadino o altra cosa.

[3] Lo stesso concetto del non conformismo si ripete in ambito religioso: ”Non siate conformati a questo mondo, ma trasformatevi rinnovando la vostra mente” (Romani 12.2).

Da “La forza di amare” di Martin Luther King: “Sembra, nel mondo di oggi, che ognuno desideri solo essere identificato con la maggioranza. Successo, riconoscimento e conformismo sono le parole d’ordine, eppure noi abbiamo il mandato di essere non conformisti. Dobbiamo essere convinti, non conformi. La convinzione viene dall’interno, la conformità da fuori. Una società opulente vorrebbe indurci a credere che la felicità consiste nella dimensione delle nostre automobili, nella imponenza delle nostre case e nella sontuosità delle nostre vesti, ma Gesù ci dice: “La vita di un uomo non consiste nell’abbondanza delle cose che egli possiede”. Noi abbiamo coltivato una mentalità di massa e siamo passati da un rozzo individualismo a un rozzo collettivismo.” In questa collettività di massa, Jung ci richiama a essere noi stessi.

[4] Ed è per questo che il titolo di questo libro è: “Lo specchio più chiaro”.

[5] Anche la persistenza di ciò contro cui si combatte e che continua a riaffacciarsi nella vita è indice di un kahrma.

[6] “La contraddicion del tiempo que pasa y de la identidad che perdura, mi estupor de quel tiempo, nuestra substancia, puedra ser compartido”.

[7] Herman Hesse, ‘Siddharta’, Adelphi.

[8] Come mi parlò un giorno una voce diretta, con una lunga frase in tedesco di cui ricordo la fine “…abreden das Selbest”, “…esci dal luogo dove sei e vai a parlare col Sé”

[9] E. Zolla, ‘Uscite dal mondo’, Adelphi.

[10] Distinguiamo la rimozione dalla soppressione, dalla repressione. Nella soppressione ritiro l’attenzione da certe cose per focalizzarmi su altre, per es. devo fare un esame, metto da parte momentaneamente i pensieri sullo sport o altre cose; fatto l’esame, posso riprenderli. Nella repressione tengo sotto controllo una passione. Lo spazio della coscienza non è molto grande, le rappresentazioni più forti spingono le altre in basso finché qualche catena associativa le tirerà su. Nella rimozione, (Freud la chiamava Verdrangung) elimino dalla sguardo della coscienza un contenuto disturbante cacciandolo nell’inconscio individuale.

[11] ‘Jung dice’, op.cit.

[12] Freud chiaramente è intrappolato al °1°, 2° e 3° chakra, Jung ha molto sviluppato il 6° chakra o sensitività e tende ai chakra più alti, Assagioli esalterà il 4° chakra o chakra del rapporto interpersonale e il settimo o spiritualità.

[13] La storia di Jung si compie in fasi di nove anni.

[14] Una intuizione simile venne manifestata dagli antichi Celti quando parlavano di Mimir, il gigante che custodisce i segreti del tempo e possiede la conoscenza di tutte le cose, o gli antichi indiani, quando elaborarono l’idea dell’Akasha, o memoria universale, immenso archivio di tutto l’esistente, e tale da comprendere presente, passato e futuro. Si dice che quando un soggetto apre il suo occhio interiore alla post-veggenza o alla pre-veggenza, conoscenza del futuro o del passato, comunichi con questo archivio di tutti i tempi e luoghi.

Jung era un medium e la sua visione filosofica riesce a spiegare anche la medianità.

[15] Indio del Labrador.

[16] ‘Jung parla ’, op. cit.

[17] Un indizio minimo di questa apertura propizia sull’altrove può essere il sogno di abitare una casa in cui si aprono nuove stanze che non conosciamo. Esse sono la promessa di nuove aperture nella nostra vita, nuove possibilità o vie. A volte queste stanze contengono tesori.

[18] Jung.

[19] Cioè tale da unire tutti gli uomini tra loro.

[20] Dorneus.

[21] Per esempio scatta un meccanismo di tenerezza e protezione alla percezione di certe ‘esche’ che connotano il ‘cucciolo’, piccola statura, testa grande, lineamenti rotondi e abbozzati ecc., questo automatismo di risposta è presente anche nell’animale verso qualsiasi cucciolo anche di altre specie.

[22] Numen vuol dire dio.

[23] Logos = parte razionale della psiche, epos = parte mitica eroica, ethos = parte morale, relativa alla distinzione tra bene e male.

[24] Prodotti secondari.

[25] Vediamo qui anche un accenno alle ‘molte vite’ che abbiamo già vissuto.
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JUNG 2 elenco

Lezione 1 : masadaweb.org/2010/01/12/masada-n%C2%B0-1067-12-1-2010-sommario-freud-e-jung-l%E2%80%99inconscio-individuale-e-l%E2%80%99inconscio-collettivo/

Lezione 2 : masadaweb.org/2010/01/19/masada-n%C2%B0-1072-19-1-2010-gli-archetipi-l%E2%80%99ombra/

Lezione 3 : masadaweb.org/2010/01/26/masada-n%C2%B0-1076-psicoanalisi-jung-casi-clinici/

Lezione 4 : masadaweb.org/2010/02/02/masada-1081-2-2-2010-jung-2-%E2%80%93-il-principio-di-individuazione-confronto-tra-jung-e-freud/

Lezione 5 : masadaweb.org/2010/02/14/masada-n%C2%B0-1089-13-2-2010-psicoanalisi-test-dell%E2%80%99albero/

Lezione 6 : masadaweb.org/2010/02/16/masada-n%C2%B0-1090-psicoanalisi-jung-lezione-6-mente-logica-e-mente-intuitiva/

Lezione 7 : masadaweb.org/2010/02/23/masada-n%C2%B0-1094-23-2-2010-psicoanalisi-jung-2-il-sogno-e-il-simbolo/

Lezione 8 : masadaweb.org/2010/03/06/masada-n%C2%B01100-6-3-2010-psicoanalisi-jung-2-la-sessualita%E2%80%99-femminile-e-il-complesso-materno-negativo/#more-3986

masadaweb.org/2010/03/06/masada-n%C2%B0-1101-6-2-2010-jung-2-sogni-e-segni-di-morte/

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http://masadaweb.org

9 commenti »

  1. Viviana
    sono molto preoccupato dal clima che si sta creando nel”nostro paese”, ho la sensazione che si stia andando verso un pericoloso”tutti contro tutti”.
    Io lavoro con kossovari,albanesi,croati, serbi, slovacchi, rumeni, sardi, leccesi, padovani, baresi, napoletani, genovesi…qualche gg fa mi sono portato il pc al lavoro e durante la pausa gli ho mostrato il blog di Beppe e la reazione + o – di tutti é stata di sconcerto nel constatare che quello che serpeggia tra le righe é un clima da guerra civile in rete,il razzismo e il degrado sociale non é + una prerogativa solo dei padani ma ritorna amplificata al mittente anche dalle altre parti d´Italia.
    Soprattutto gli slavi mi hanno chiesto se non ci é bastato il loro esempio a metá degli anni 90 per evolvere in una societá migliore di quella che fu la loro alľ’epoca dei fatti, ma anche gli altri colleghi italiani, che non conoscevano il blog, sono rimasti abbastanza amareggiati da molti commenti.
    Forse il fatto di vivere alľestero e convivere in una societá multietnica da emigrato straniero rende la mia visione delle cose molto diversa da molti frequentatori del blog, per me i miei colleghi
    Certo ognuno ha la propria visione delle cose differenti, ma ciò non toglie che siamo tutte persone che vanno daccordo e che cercano di scazzarsela ognuno come puo´,ognuno con le proprie frustrazioni e problemi ma c´é sempre quel minimo di solidarietá umana nel sostenersi l´un l’altro quando serve,c´é ancora un po’ di pudore nel non superare mai il limite del buon senso e di stare tutti nella stessa barca.
    L´odio e ľ intolleranza non possono essere accettati dal mio buon senso, soprattutto adesso che ho un figlio e mi fa paura sapere che altri figli lo debbano respirare nel quotidiano dai propri vecchi
    Io sono contro molti dei nostri politici e cerco, nel mio piccolo e per quanto mi é possibile, di darmi da fare per combattere lo schifo di modelli che questi ci propongo o impongono ogni giorno. Mi rifiuto di essere contro altri Italiani o persone come me che fanno una vita apparentemente normale con tutte le difficoltá del caso.
    Forse il fatto di stare dietro ad un pc non ci obbliga + a guardarci negli occhi o a convivere gomito a gomito,certo ci si puo´sentire + disinibiti o”liberi”di esprimersi, ma ci esenta dal dover arrossire nelľesprimere le nostre idee in pubblico, ci esenta dal pudore,ci esenta dalľ usare il buon senso perché tanto nessuno ci puo´vedere o perché ci nascondiamo dietro i + fantasiosi nick name…
    Eppure io sono sicuro che molti che sono scivolati in questo degrado culturale e sociale vanno per lavoro a Milano da romani o da milanesi a Napoli ecc…fingendo e tenendosi dentro quelľodio campanilistico che lasciano libero di esplodere a ruota libera quando stanno la sera a casa dietro le proprie armi tecnologiche di questa societá moderna,sentendosi al sicuro e invincibili dietro il loro cannone multimediale da 17 pollici,sparando i loro siluri ideologici armati di tutto ľodio e ľintolleranza e la rabbia e debolezza umana di cui sono capaci…
    Magari quegli stessi che mi hanno accusato di essere bigotto o becero buonista, vorrei vedere le loro facce e il loro comportamento quando da milanesi devono leccare il culo del proprio capo romano,o da palermitano leccare il culo di un ricco cliente bergamasco…
    Allora lí il razzismo e il campanilismo bisogna reprimerlo veroo?!…In nome del pezzo di pane quotidiano…
    E´possibile che questi strumenti di comunicazione moderna, promessa di una societá migliore che avrebbe dovuto avvicinarci, ci abbiano cosí allontanato?
    Abbiamo contribuito tutti,ognuno col suo mattoncino,a costruire i muri che ci stanno rendendo prigionieri obbligandoci a tirare fuori ognuno il peggio,ogni volta che abbiamo ceduto,ognuno nel suo piccolo,alla tentazione di cedere alľodio al razzismo alľegoismo alľindividualismo…
    Ogni volta che giudichiamo qualcuno generalizzando,classificando per preconcetto, dividendo in categorie preconfezionae di persone…
    Penso che il mio obiettivo debba essere quello di combattere ľindividualismo mantenendo viva la mia individualitá di persona intellettualmente libera e difficilmente classificabile e non quello di imporre il mio individualismo egoista agli altri,lasciando sempre un canale aperto a tutti per ascoltare…
    Per quanto riguarda il mio buonismo, é ľereditá morale ricevuta dalla mia modesta famiglia che non smettero´mai di ringraziare per questo…

    CIAO E BUONA NOTTE

    Donato
    da Baden (Wien)

    Commento di MasadaAdmin — febbraio 3, 2010 @ 7:39 am | Rispondi

  2. […] Lezione 4 : masadaweb.org/2010/02/02/masada-1081-2-2-2010-jung-2-%E2%80%93-il-principio-di-individuazione-confro… […]

    Pingback di MASADA n° 1094. 23-2-2010. PSICOANALISI. JUNG 2. IL SOGNO E IL SIMBOLO) « Nuovo Masada — febbraio 24, 2010 @ 7:28 am | Rispondi

  3. […] Lezione 4 : masadaweb.org/2010/02/02/masada-1081-2-2-2010-jung-2-%E2%80%93-il-principio-di-individuazione-confro… […]

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  4. […] Lezione 4 : masadaweb.org/2010/02/02/masada-1081-2-2-2010-jung-2-%E2%80%93-il-principio-di-individuazione-confro… […]

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