Nuovo Masada

dicembre 26, 2009

MASADA n° 1056 . 26-12-2009. La casa infestata

Filed under: Masada — MasadaAdmin @ 6:13 pm

Diario paranormale- Viviana Vivarelli

Per una anomalia della natura, sono nata con 4 bronchi invece di due, una malformazione bronchiale, congenita e irreversibile che mi ha messa a rischio per i primi 35 anni della mia vita, angariata da bronchiti croniche, crisi d’asma e allergie respiratorie, tanto forti che mi hanno portato piano piano alla morte.
Quando ero piccola ero convinta che intorno ai 37 anni sarei morta. E in effetti a 35 anni le mie funzioni respiratorie si erano così complicate per l’aggravarsi di questa, patologia che, al sanatorio di Ornago, dopo avermi esaminata per dieci giorni, mi dissero che non c’era più niente da fare e mi diagnosticarono pochi mesi di vita.
Fu un shock, ma in quello shock, non so perché, accadde qualcosa di improvviso e guarii di colpo, e ora sembra addirittura che i miei 4 bronchi siano diventati due come in ogni persona normale, una cosa abbastanza incredibile visto che cambia la morfologia del mio corpo, e dopo quel giorno non sono stata più malata, più nessuna bronchite, asma, più nulla. Ma la sentenza del primario fu traumatica e modificò qualcosa dentro di me in modo violento e totale. Credo che in quel momento il mio radicamento alla vita abbia subìto una scossa repentina e immagino che, quando questo accade, si liberi una parte di noi che resta solitamente come intrappolata in uno stato coscienziale limitato e cieco, la connessione ordinaria al proprio corpo materiale, una parte che può essere liberata e, dopo, può aprire una condizione “altra”, la condizione di “chi vede”.

Vi sono energie che possono emergere istantaneamente a seguito di un lutto, un dolore, una malattia, un pericolo, una depressione. Per me fu una diagnosi di morte e l’incontro con “una casa”. Quando arriva questo evento, la vita cambia del tutto, come se il trauma esterno ci modificasse alla base, sradicandoci dalle percezioni abituali e gettandoci in una configurazione nuova e inaspettata.
Fu allora che il mio punto di coscienza si spostò e cominciai ad avere delle percezioni che non avevo mai avuto prima e che non sapevo come etichettare. Poiché non avevo alcuna cognizione del paranormale, queste nuove percezioni mi destabilizzavano e mi gettavano nel più grande sconforto.
A quel tempo abitavamo davanti alle ciminiere Falk di Sesto S. Giovanni (Milano) e l’aria rossa di vapori ferrosi non era proprio adatta a una asmatica in condizioni gravi; il primario ci disse che, per prolungare la mia vita anche di poco, sarebbe stato salutare trasferirsi a sud dove l’aria fosse migliore, e così mio marito interruppe una prestigiosa carriera e ci trasferimmo in fretta e furia a Firenze.
Cercammo una casa in affitto, cosa non facile in tempi brevi, ma, curiosamente si mostrò immediatamente libera e disponibile una vecchia villetta dei primi del 900.
Vederla e respingerla fu tutt’uno. Qualcosa della casa mi metteva disagio. Era un appartamento al primo piano, molto grande, dai soffitti altissimi, con due salotti e molte camere, con un immenso corridoio centrale lungo dieci metri ed enormi finestre strette e alte. Tubi dell’acqua e fili elettrici a vista, vecchi pavimenti di mattonelle esagonali rosse. Mio marito fu costretto a rifiutarla, vista la mia ostinazione. Due mesi dopo non avevamo trovato ancora nulla, ma la vecchia casa era sempre lì, libera e disponibile, fatto questo molto curioso, vista la carenza di alloggi e alla fine mi arresi. Così andammo ad abitare in Via del Ghirlandaio, a Firenze.
Nicoletta, mia figlia, aveva 5 anni e si fece venire una bella tosse allergica mostrando con vari tic, incubi notturni e sintomi vari, di non gradire la nuova abitazione e i cambiamenti sottili che avvertiva confusamente in me e tutt’attorno.
I due anni che seguirono furono i più brutti della mia vita, un cognato morto di cancro alla testa, la suocera morta e poi il suocero sempre di cancro, un cognato in carcere a Volterra, la Digos in casa…. un assembramento di problemi dolorosi cui partecipai confusamente, ripiegata su me stessa, sempre più convinta che ‘io’ stavo morendo. Un vero incubo!
Ma l’incubo più grande fu la casa. La casa era inquietante per vari fenomeni che fingevo di non vedere anche perché il pensiero della ‘mia morte’ mi occupava totalmente la mente, ma i fenomeni continuavano fittamente: finestre che si spalancavano all’improvviso, luci che si accendevano a metà notte, sussurri, fruscii, suoni non identificati, schianti e scricchiolii, oggetti che si spostavano.
La bambina odiava quelle stanze vaste, odiava la propria camera, e, la sera, attraversava sempre correndo il lungo corridoio un po’ spettrale, cercando di starmi sempre vicina. Si lamentava che durante la notte sentiva rumori strani. Era come se per tutta la notte qualcuno “non proprio camminasse ma strascicasse”. Mia madre, che dormì una volta nella sua camera, confermò la cosa e chiese: “Ma cos’è che si trascina con pena tutta la notte?”
Per me, che ero entrata in una situazione irreale, le giornate erano strane e faticose e le notti lunghissime per l’insonnia e l’agitazione nervosa. Avevo il terrore di addormentarmi, se chiudevo gli occhi, sentivo delle forme oblunghe, come dei gonfi lombrichi lunghi un metro, biancastri, a mezz’aria, che volevano succhiarmi la vita attaccandosi alla mia gola, forme vampiriche che si nutrivano della mia energia. Allucinazioni forse.
Ero diventata attentissima al mio corpo, mi sembrava improvvisamente che ci fossero molte posizioni che non potevo prendere come rituali che non dovevo assolutamente eseguire. Per esempio stavo attenta a non unire le mani per pregare, come se questo atto, in apparenza semplice, fosse analogo all’infilare una spina in una presa e a produrre un contatto o passaggio di corrente, fosse un atto convogliatore di energia! Fu allora che cominciai a visualizzare la mia mano destra come qualcosa di caldo e rosso da cui usciva energia e la mia mano sinistra come qualcosa di blu e freddo che attirava energia. E le due mani insieme erano come due poli elettrici che potevano costituire un arco voltaico per una qualche forma di corrente non identificabile. Da allora le mani mi diventano sempre elettriche e bollenti quando ho accanto qualcuno che sta male.
Soffrivo di insonnia e la notte mi incamminavo spesso verso il bagno nel lungo corridoio illuminato dall’azzurro della luna che irrompeva dai finestroni alti e non schermati.
Mi sembrava, e la cosa mi spaventava, di essere “una cipolla”. L’immagine era irreale e sconcertante…. Ero dunque una cipolla, cioè un’entità formata da strati o veli, così sottili da non essere quasi visibili, sempre più sottili e trasparenti verso le parti più esterne. E sentivo che per me era diventato molto facile spostarmi verso questi strati esterni così impalpabili, ma questo passaggio era molto pericoloso per il mio insieme perché comportava un pericolo di disgregazione, dunque di morte. Associavo l’idea della morte a questo passaggio da uno strato della cipolla all’altro, e allo sciogliersi dei suoi veli; vedevo la cipolla come un universo, come se i livelli o strati fossero una condizione universale e capivo che la possibilità di uno spostamento del mio punto di coscienza da un livello a un altro poteva comportare la fine di quella unione temporanea che qui io chiamo vita. C’era la possibilità rischiosa di una perdita dell’insieme, sarei ancora esistita, sarei stata un’altra cosa ma non avrei potuto più essere umana come prima. Spostandomi, avrei perso il centro o cuore della cipolla, in una parola, avrei perso il mio nucleo fondamentale, il mio punto vitale, il punto di spillo che teneva insieme tutte le mie configurazioni, e dopo sarei diventata un’altra cosa, ma non sapevo cosa e ciò mi terrorizzava.
Oggi so che stavo percependo i tanti corpi dell’energia, i livelli vibrazionali di cui siamo formati, sempre più sottili verso l’esterno e sentivo la morte per ciò che probabilmente è: perdita di coesione di questi particolari strati che messi insieme formano la cosa umana e passaggio ad una forma di essere diversa da quella della materialità che ci definisce.
Questa immagine dell’uomo come cipolla, che mi sembrava allora quasi bizzarra e sconveniente, l’ho poi trovata in seguito citata tante volte da mistici e sensitivi che ora non ci faccio più caso, in Lobsang Rampa, in Yogananda Paramahansa, nel maestro tolteco Don Juan ecc. E mi ha prodotto un grande sollievo leggerne, quasi un senso di ilarità, perché sapere che altre persone avevano percepito la mia stessa immagine mi dava senso e dignità, mi restituiva a un contesto umano accettabile e non tanto irrazionale da ritenersi folle. Quella immagine degli strati o livelli vibrazionali l’ho sentita nella mia pelle e nella mia paura prima di sapere delle comunicazioni delle entità che ne parlano e prima di leggere la spiegazione che ne dà padre Francoise Brune (“I morti ci parlano”).
Non riguardava solo la struttura energetica della mia cipolla ma l’universo intero, l’Essere, nelle sue varie possibilità, come 7 o 9 anelli di conoscenza o di essenza, in cui si scandiva l’organizzazione dell’ENERGIA.
Quando poi ho letto dei 7 o 9 corpi del lamaismo tibetano, ho ritrovato in una cultura lontanissima dalla mia lo stesso concetto. Ma la conoscenza diretta del fenomeno è sempre stata la mia guida più certa.
Solo ciò che si sperimenta si conosce realmente. La vita è un tipo di conoscenza molto diversa da quella scientifica. L’osservatore e l’osservato si identificano e questo dà un colore, uno stato emozionale e un modo di essere e di capire che nessuna operazione esterna può riprodurre.. Non si conosce per certo che ciò che si sperimenta e non si sperimenta per certo che ciò per cui si è pronti a livello evolutivo, cioè nel cammino della trasformazione dell’essere.
Credo sia allora che è nata in me l’idea che “il porsi” sia qualcosa non di fisico ed esterno ma di interiore e interno e che ci sono dei modi di “porsi” della nostra consapevolezza che producono uno slittamento dell’io coscienza su piani diversi dell’essere. Non mi è facile spiegare in cosa consiste questo mutamento, è uno spostamento, un viaggio, uno slittamento, come un cambio di prospettiva, che si realizza non per nostra scelta o volontà, almeno all’inizio, ma perché qualcosa ha sballato le radici del nostro albero, come se la vita fosse il radicamento di una grossa quercia a un terreno noto e sostanzioso di conoscenze, percezioni, paradigmi, imprinting, e poi arrivasse la grande botta che scatafascia la pianta e ne estrae le radici e la piega in una posizione così inusuale che tutta l’esperienza si rovescia e si trasforma completamente e comincia a crescere in altri campi.
Anche Platone diceva che l’uomo è un albero rovesciato che ha le radici in cielo. Ma bisogna capire fino in fondo cos’è questo estraneamento totale e che non si tratta di una mera metafora, ma di una esperienza fuori dall’ordinario.
Per quanto io non sappia spiegare cosa avvenne, comunque qualche alchimia ci fu. Io la chiamai “spostamento”.
Ma di tutto questo fu responsabile “la casa”.
La casa reagiva stranamente a me, sopravvissuta temporaneamente alla morte, e a mia figlia, spostata dal suo ambiente di certezze e perciò in crisi, troppo piccola per elaborare razionalmente gli eventi consci e inconsci che si proiettavano su di lei (la mia malattia, le mie paure, l’agitazione del padre, il trasloco, la casa inquietante, gli altri eventi terribili che colpirono la mia famiglia..).
La creatura umana, specie se bambina, esige sempre il massimo di sicurezza e ripetizione e conformità e delicatezza, sia emotiva che ambientale.
Ma entrambe fummo sradicate e messe a confronto con qualcosa di inesplicabile.

Un giorno, eravamo in uno dei due salotti, Nicoletta guardava Uri Geller alla televisione che piegava i cucchiai e mi chiese: “Mamma, Mamma, fai anche tu la strega!”. “Pronti!” Punto le mani verso il grande tendaggio della finestra e dico: “Cadi! Cadi! Cadi!” e poi ridendo: “Vedi? Non succede niente!”. Non ho nemmeno finito che tutto il tendaggio, bello grande, mi cade addosso. Sarà colpa dei muri vecchi che non tengono, sarà colpa della nuova installazione..
Più tardi mio marito dirà che i sostegni non sono crollati, in quanto i chiodi non hanno ceduto, ma sembra che il tubo si sia graziosamente sfilato dall’alto e tutto il baldacchino mi sia, poi, caduto sulla testa.

La mattina dopo sono nel secondo salotto, chinata, che innaffio le piante, anche qui un grande tendaggio altissimo che prende tutta la parete si sfila verso l’alto e mi cade addosso. Non mi faccio niente, a parte lo sbalordimento. Di nuovo sembra che il bastone si sia sollevato dai supporti per venirmi a cercare.

Nella vecchia casa l’impianto elettrico non deve andare bene, perché le luci si accendono di colpo quando vogliono loro, di solito a metà notte, e allo stesso modo i finestroni si spalancano di colpo e le porte non stanno chiuse, è tutto un accendersi e cigolare, e poi ci sono i rumori strani, ma si sa, le case vecchie…!
Poi cominciano gli elettrodomestici, le radio, i meccanismi elettrici… si accendono di colpo inspiegabilmente, anche se le spine sono staccate, e la cosa è soprattutto terribile quando le spine sono staccate.

Un giorno in una delle camerette, quella che uso come studio e dove tengo la macchina da cucire, mentre sono in cucina sento che la macchina si è messa a cucire da sola a velocità pazzesca. Corro strabiliata… Non posso nemmeno staccare la spina perché è già staccata.

Il giorno dopo è la volta del giradischi, si accende di colpo e ne esce un urlo tremendo altissimo, sofferente, (non c’è disco, non c’è spina), poi tutto va a fuoco in una gran nuvola nera, puzzolente di zolfo… forse è un altro contatto… ma la cosa è fortemente spettacolare, a parte il giradischi da buttare e di nuovo le considerazioni sulla spina staccata. E poi quell’ululato umano da pelle d’oca….

Poi mi ritrovo seduta sempre nella stanza della macchina da cucire che uso come studio, una stanza lunga e stretta e io sono sotto la finestra a un piccolo tavolo, in cima alla stanza, tre metri dietro di me o più, c’è un pesante armadio di campagna, massiccio, di quelli di una volta, con le due ante che si incastrano nei fori con due pioli. Un’anta, molto pesante tra l’altro, si stacca e, volteggiando nell’aria, attraversa la stanza e viene a cadermi addosso. Tutto questo non è piacevole. Anche qui ci può essere una causa materiale, forse il piolo è uscito dal suo foro, ma non è chiara la traiettoria perché sono troppo lontana. Tre metri. Le distanze non tornano. E comunque è sconvolgente sentirsi colpita da cosa che ti volano addosso.

Nel frattempo sogno la casa come era un tempo, il bagno è diverso e in cucina non ci sono queste mattonelle, è come potrebbe essere prima di una eventuale ristrutturazione. La casa ha un’aria dimessa e trascurata, vedo una coppia di anziani, vestiti di scuro, silenziosi, come due ombre tristi. In una camera intravedo una rete di letto con il materasso messo a doppio come fanno a volte in campagna i contadini quando in una stanza non ci dorme più nessuno. Sono sicura di aver visto la casa come era tempo prima e mi confermano che certe ristrutturazioni sono recenti. Il sogno mi dice che in quella casa è morto un figlio.

Io ho sempre dato molta importanza ai sogni e tutt’ora aiuto gli altri a interpretarli. Sono una visionaria in questo senso, non solo perché ho delle visualizzazioni a occhi aperti, più o meno consistenti, e spesso visioni telepatiche, ma anche perché uso i sogni come materiale utile per la vita e ho sviluppato una certa pratica interpretativa.
A volte il sogno resiste ai tentativi di decodificazione del razionale, e si palesa dopo diversi mesi o anni, ma per me è una fonte di conoscenza simile a quella dei miei amati libri, sognare è il mio libro segreto e qualche volta non è un libro personale ma universale in cui pesco fatti che dovrebbeo restarmi ignoti.

Prima di andare in quella casa, prima addirittura di sapere che le mie condizioni erano gravi e di decidere di trasferirmi a Firenze, avevo sognato che andavo a stare a Firenze in una casa molto antica vicina al Lungarno, da cui si poteva vedere Ponte Vecchio, così come poi avvenne. C’era un lungo e grande corridoio molto alto (e infatti era così) e sulle pareti tracce sbiadite di dipinti indecifrabili (figure di persone). La casa sembrava un museo e infatti era questa la frase fissa dei visitatori: “Questa casa sembra un museo”. Le tracce dei resti sulle pareti nella realtà non c’erano ma fanno pensare a tracce mnestiche di antiche vite precedenti incorporate nel luogo e captabili per psicometria ambientale. Nel sogno andavo a fissare le acque minacciose dell’Arno dal ponte S. Niccolò (quella strada era praticamente il proseguimento del ponte S. Niccolò). Io ho una simbologia onirica legata al fiume, che sento come il mio inconscio, e le mie precedenti vite presentano due morti per affogamento. Nel sogno c’erano dei subacquei che tiravano su dalle profonde acque fangose una grossa cassa in cui era imprigionato il mago Houdini.
Il sogno era un sogni predittivo con molti particolare esatti. Diceva: “Andrai a stare a Firenze in un preciso luogo e ti si svilupperà una nuova personalità. La casa avrà sulle sue pareti tracce di vite precedenti e tu riuscirai a captarle. Dalle profondità del tuo inconscio sarà tirata alla superficie la tua energia magica ma essa ora è prigioniera e tu sarai malata finché non riuscirai ad esprimerla. Altrimenti sarai come Houdini, che era incatenato in una cassa piena d’acqua, ma non riuscì poi a liberarsi in tempo e per questo morì. Se non libererai la tua energia in tempo, la sua forza prigioniera ti soffocherà (la morte per soffocamento nei miei liquidi bronchiali).”

La liberazione delle forze paranormali o di qualunque altra energia simile, collegata alla minaccia della morte in due modi (se le liberi, perché sono pericolose, se non le liberi, perché ti soffocheranno) è diventata un mio problema cronico.
E sono arrivata ad ipotizzare che quando uno ha una determinata energia e la soffoca, questa farà di tutto per uscire, prendendo le forme della malattia mentale o fisica o perturbando la vita in ogni modo finché non viene riconosciuta. In tal senso qualunque malattia può essere psicosomatica, e persino una malformazione congenita.
Io ci ho messo 20 anni per rimuginare questi fatti e riuscire a parlarne e questo la dice lunga sulle mie riserve in proposito.

Una notte, sempre in quella casa, mi alzo come al solito per andare in bagno e devo percorrere al lume della luna tutto il lungo corridoio spettrale. Alla mia sinistra c’è il portone massiccio che dà sulle scale e che si chiude non a scatto come le porte moderne ma con una lunga sbarra che tiene fissata per angolo contro il muro la mezza porta e con un’altra sbarra orizzontale a scorrimento che blocca le due parti insieme. Ma la porta è totalmente aperta. Non fa piacere alzarsi di notte e trovare la porta di casa completamente spalancata, non quella porta almeno. Dunque guardo da ogni parte se è entrato un ladro, sono agitata, ma… niente. Non c’è spiegazione plausibile. Chi ha alzato le spranghe e le sbarre e perché? Chi ha spalancato il pesante portone e come?

Arriva l’ultimo episodio in un crescendo di agitazione: è sempre notte e sempre io mi alzo per vagare nella grande casa allunata ma, come sono sulla soglia della camera, qualcosa di pesante mi colpisce fortemente all’inguine, così forte che, dal dolore, svengo.. Beh, si può pensare a un dolore intervenuto in un momento tra il sonno e la veglia e proiettato all’esterno ma era tutto così esterno e tangibile e così violento….. Che cosa mi ha colpito e perché?

Faccio un sogno: “Sono nella cameretta dell’armadio che vola e della macchina da cucire che cuce da sola, sono seduta davanti al tavolino, e un giovanotto si sostiene, quasi levitando, reggendosi alla spalliera della mia sedia. Lo vedo con grande chiarezza. E’ abbastanza alto, sui 27 anni, ha i capelli bruni e ricciuti con la brillantina come si usava negli anni ’50, è messo bene, nel senso che porta il vestito buono, blu, ed è pettinato con cura, ma i suoi pantaloni sono in parte vuoti, per cui non si sostiene sui suoi piedi ma sta come sospeso per aria con le sue gambe sfracellate. Mi dice il suo nome e cognome, che è morto suicida e dice anche il nome di un cimitero vicino a Firenze dove il suo corpo è seppellito. Dice che è morto gettandosi dalla finestra e che sua sorella non ha colpa di quello che è successo. Mi ripete insistentemente: “Diglielo ad Amanda di non piangere, che non ha colpa, dillo anche alla bambina!”. Credo che la bambina sia sua nipote. Ho un flash di loro che tornano a casa nel momento in cui si compie la sciagura. Ripete queste parole più volte e sembra angosciato di quello che ha fatto e del dolore che ha provocato ai suoi. E’ tutto molto reale e molto scioccante. Dopo quel sogno “ogni fenomeno scompare e nella casa non succede più nulla”, ma proprio più nulla… Penso che lo strascicamento che sentivamo poteva somigliare al movimento di un corpo che si è fratturato le gambe e dunque non può camminare, ma naturalmente poteva trattarsi dell’impianto di riscaldamento difettoso, anche se noi la notte lo spegniamo. Il colpo all’inguine così doloroso poteva simulare l’urto di un corpo che cade violentemente sul selciato, come potrebbe trattarsi di un comune malore. E poi io abito a un primo piano, non ci si butta da un primo piano. Anche se forse si torna là dove si è vissuto a lungo. E’ tutto così incerto e nello stesso tempo così tangibile. Penso anche che questa drammatizzazione legata al suicidio mi riguarda personalmente perché molte volte nella mia vita sono stata depressa al punto da pensare di gettarmi dalla finestra. Credo che ognuno abbia una sua morte preferita, magari pensa al gas o a spararsi o a prendere delle pillole, per me c’era solo la finestra. Dunque uno psicoanalista può spiegare facilmente il tutto come una proiezione dell’immaginario.

Dopo quel tempo pauroso, nella casa infestata, io guarii totalmente, almeno il mio corpo guarì e i miei bronchi gravemente malformati dalla nascita, tornarono misteriosamente normali. Un miracolo laico, se così si può dire, visto che non si associa a luoghi di culto o a preghiere, ma pur sempre un miracolo.
Ma se il mio corpo guarì, la mia psiche uscì da queste esperienze compromessa e passai i sette anni successivi in una spaventosa depressione, in cui il pensiero della morte per caduta dalla finestra mi era compagno.
In quel lungo tempo sarebbe tornato il mio amico suicida, attraverso la scrittura automatica, a ripetermi di non uccidermi perché lui lo aveva fatto ma nulla può giustificare un tale gesto.

Molti anni dopo, a Pavia, un pomeriggio d’estate in cui non sapevo che fare, provai a fare la scrittura automatica e il ragazzo suicida rapidamente tornò e mi disse molte cose, fece da intermediario anche ad altre anime tutto morte in modo violento, venne per es. uno spagnolo che era stato ucciso a tradimento e che parlava nella sua lingua.
Forse quelli che hanno curato poco la propria vita, suicidi o morti ammazzati, sono in una fascia di vibrazioni simili e possono contattarsi per analogia. Forse l’energia che siamo si posiziona automaticamente per propria vibrazione al posto che le compete nell’universo sia di qua che di là e là e conosce solo ciò che può e comunica solo con ciò che è. Siamo corsie di scorrimento di informazioni analogiche, ognuna nella sua banda di frequenza, siamo energia che si connette con energia simile, al di là della vita e della morte. Una persona autistica diceva: “Dopo morti saremo un’impronta di energia dell’universo”. Questa energia può, a modo suo, comunicare e comunicarsi.

Al ragazzo suicida, quando riemerse, ma ormai ero a Pavia fuggendo dalla casa infestata, chiesi in scrittura automatica varie cose anche su una serie di efferati fatti di cronaca di cui non si conosceva l’assassino (che non si conosce con certezza nemmeno oggi) ed ebbi strane risposte che mandai al procuratore Vigna della polizia di Firenze, in forma anonima, e in cui parlava del mandante di una lista di feroci omicidi che avevano angariato per anni le campagne. Quel nome poi riemerse nelle indagini, ma era di una persona ormai morta che aveva portato il suo segreto con sé.
So che la polizia riceve spesso messaggi di sensitivi (avvenne anche per il rapimento di Moro) ma non avrei potuto dirle più di quel che avevo scritto e, per paura, non ho mai indagato su questi responsi, per quanto abbia ricevuto dati precisi, nomi e numeri di telefono e indirizzi. Dico a tutti che solo i riscontri danno valore ai fatti ma io personalmente non ho mai verificato nulla, sono come paralizzata per l’enorme paura di trovare eventi reali dietro le comunicazioni medianiche. Da una parte vorrei che i miei fossero sogni da visionari ma nello stesso tempo temo che ciò accada e corrisponda a realtà, così lascio tutto in sospeso in una specie di limbo, in una zona inquieta dove non amo avventurarmi ma che non posso nemmeno bypassare. Del resto nell’elenco di vittime di quei terribili fatti era apparso anche il mio nome e questo mi spaventò a morte facendomi interrompere ogni esperimento.
La cassa di Houdini era per metà fuori dell’acqua, ma io non la tiravo fuori del tutto. Non avevo abbastanza coraggio da poter guardare la mia stessa morte.

Immagino che quel che accadde sia stato un caso di psicometria ambientale. Forse certi luoghi restano impregnati dell’energia di chi li abitò, forse le esperienze umane restano attaccate, come tracce sottili, non solo agli oggetti ma anche agli ambienti, come tracce sottili, e in certe occasioni qualcuno è in grado di percepirle, così come si percepirebbe una trasmissione televisiva tridimensionale o i colori sbiaditi di un affresco perduto.
Le percezioni qualche volta sono storiche e puntuali, qualche volta simboliche.. Nel mio caso non ci furono riscontri obiettivi, perché non li cercai. Il numero di telefono ricevuto della sorella del mio ragazzo suicida era stranamente proprio un numero di Firenze, io composi le cifre ma, quando sentii una voce di donna, mi turbai e riattaccai. del resto cosa potevo dirle? “Sono in contatto col suo fratello morto”? Era una cosa senza senso.
Noi non sappiamo e non comprendiamo. Siamo immersi in una realtà complessa, in cui faticosamente, dalla nascita, traiamo una trama di sussistenza e sopravvivenza e ci aggrappiamo a quella, come chi, da un enorme vocabolario di parole, ne tragga poche centinaia per comunicare e comunicarsi, ignorando l’oceano di possibilità che sta dietro. E quello che mi accade fu solo la testimonianza di uno sconvolgimento coscienziale, che nell’ordine della scienza non poteva essere significativo o trovare spiegazioni naturali e logiche o esere creduto. Quando si entra nell’ordine di questi fenomeni, la solitudine è la sorte che ti spetta, sentirsi esiliato dalla comunità umana, come un naufrago che abbia visitato le terre silenziose e vaghi incompleto e sperduto in cerca di altri naufraghi capitati, come lui, nelle stesse terre. E non è una sensazione piacevole per nessun uomo, che, come essere sociale, desidera soprattutto essere simile agli altri per non essere cacciato dal contesto umano.
Adesso, per quanto tutti questi fenomeni siano cessati e io abbia smesso del tutto di essere un fenomeno paranormale, mi resta come una stigmata di incertezza, come un’aspettativa non soddisfatta, la posizione malinconica di chi ha dovuto e voluto perdere una parte di sé per tornare a essere come tutti gli altri, come chi resta in una sala d’attesa deserta ad aspettare chi non arriverà mai pù.

Nell’ordine emotivo quello che è successo è stato un evento forte della mia vita che ha segnato un mutamento radicale nella mia sensibilità e nei miei interessi. Non so dire se si siano aperti dei canali nuovi oppure se tutto è stato un gioco del mio immaginario ma parte del mio scetticismo ha cominciato a incrinarsi e adesso mi trovo proprio a cercare di capire qualcosa di uno strano mondo invisibile e misterioso: l’ignoto che ci circonda o l’ignoto che siamo o forse persino l’ignoto che noi creiamo perché, se siamo spirito, come tutto è spirito, allora veramente non c’è nessuna differenza tra una realtà sostanziale e un miraggio della nostra mente.

Dopo le comunicazioni sconvolgenti arrivate con la scrittura automatica, la mia insicurezza era aumentata enormemente e avevo paura. Leggevo quello che veniva scritto dalla mia mano automaticamente e poi mi guardavo alle spalle cercando oscure presenze e l’ignoto mi inquietava. Non ho mai trovato divertente o interessante quello che mi succedeva e l’unico sentimento era una paura panica, irrevocabile, senza controllo.
Ho continuato a pensare, a mo’ di difesa, che quello che mi succedeva fosse un’autoillusione, in cui ero colpevole complice o incolpevole vittima.

Alla fine del lungo periodo dei messaggi automatici, chiesi dubbiosamente al giovane che sembrava comunicare con me: “Ma devo proprio credere a tutto questo?” e la risposta la lascio valutare a voi, perché è un delizioso rompicapo. Il ragazzo rispose: “Credi a tutto, ma come a un sogno”.

Non solo ci sono luoghi che sembrano mandarci dei messaggi o ci producono delle emozioni o sensazioni sconvolgenti, ma a volte capita che, arrivando in un luogo nuovo, si sia assaliti dalla certezza di averlo già visto, di avere familiarità con quel posto, e diciamo: “Io qui ci sono già stato!” Non solo il luogo in qualche modo ci è noto, ma spesso esso ci provoca una forte emozione o disagio o una calda famigliarità.
La stessa situazione può attivarsi a contatto di qualcuno che vediamo per la prima volta, come un ritrovarsi tra parenti o amanti o gente che ha la stessa carne e lo stesso sangue o ha partecipato a sentimenti comuni. Si agita allora dentro di noi una ridda confusa di emozioni, come se qualcosa stentasse a venire alla memoria e premesse per farsi avanti. Quella persona che ci colpisce così tanto può essere associata a emozioni buone come cattive, può attirarci o spaventarci o ambedue le cose, ci provoca emozioni che non mettiamo bene a fuoco. Di una cosa siamo certi: che noi quello l’abbiamo già conosciuto in un modo importante, fa parte di una vita che non è questa vita e che non ricordiamo.
Questo fenomeno gli psicologi lo chiamano ‘deja vu’= già visto, e il 95 % delle persone lo ha provato almeno una volta nella vita.
Pitagora ne parlò già 2500 anni fa e lo considerava una prova della reincarnazione.
Gli psicologi naturalmente negano questa possibilità, parlano di elaborazione mentale di ricordi simili, o di paramnesia, errata archiviazione dei ricordi, dicono che potrebbero esserci ricordi indicativi che si collegano ad emozioni rimosse e le risvegliano per analogia o somiglianza o contiguità. Dicono anche che questi fenomeni sono più frequenti negli epilettici, che hanno nell’ippocampo la carenza di un neurotrasmettitore e ciò può provocare scariche nervose incontrollate che provocano disturbi della memoria.
La sede della memoria è posta nel sistema limbico, che governa le emozioni. E’ qui che c’è quella zona detta ippocampo che archivia i ricordi. C’è una memoria a breve termine che registra l’evento e una memoria a lungo termina che lo archivia; la prima è come una lavagna che via via si cancella, la seconda invece mette via fatti più importanti per ritirarli fuori poi anche dopo molto tempo, e di solito questa rievocazione viene fatta seguendo linee associative, analogiche. Per questo gli psicologi ritengono che in ciò che ci sembra familiare ci sia qualcosa che somiglia a reali ricordi o si associa ad esso, ma queste teorie non spiegano come mai sia possibile sapere prima cose particolari non ancora percepite (dietro questa svolta c’è un mulino; su quella tomba c’è questo nome…), e la possibilità di conoscerli non come preveggenza, ma come memoria del passato. Soprattutto non si capisce come mai questo fenomeno del ‘riconoscimento’ prima della percezione sia più forte nei bambini.

Donatella ha una nipotina che si chiama Andrea. Quando Andrea ha 5 anni, ha colto questa conversazione di lei col suo cuginetto più piccolo. Il bambino dice: “Ma perché si muore? Io non voglio morire!” E la bimba “Ma non si muore per sempre, sciocchino, si muore e poi si rinasce, e poi si muore e poi si rinasce ancora!” E lui: “Ma allora come mai io non mi ricordo nulla?”. E lei serafica: “Perché ogni volta ci si dimentica!”. Allora la zia chiede: “Ma tu dove eri, Andrea, prima di nascere?” “Ero nella casa di Gesù, c’era una buonissima cena, ma non come questa qui, l’acqua soprattutto era buonissima, ma non era come l’acqua che c’è qui. Era un’acqua buonissima! Era l’acqua della vita!”.

Conosco una sensitiva di Bologna che si chiama Mery il cui bambino è stato studiato da Irene Pompas che è una psicologa che pratica l’ipnosi regressiva (ne parla di in “terapia”). Il bambino fino ai 12 anni circa ha manifestato delle capacità impressionanti. Quando era molto piccolo e andò con i suoi per la prima volta verso Monghidoro, sembrava preannunciare ogni cosa che avrebbero visto via via per la strada. “Ecco ora c’è un ponte, poi la strada gira… ecc.” come se ci fosse stato tante volte.
Anche altri hanno avuto questa impressione di familiarità “Ecco, io so cosa c’è dietro quest’angolo, c’è un’officina .. e poi un cortile ecc.”

In altri paesi, per es. in India, certe situazioni di ‘deja vu’ sono spiegate con la credenza che l’anima attraversi varie vite e possa, a volte, conservare delle memorie di vite precedenti o che queste memorie possano accendersi a seguiti di eventi traumatici.
(Per leggere di questo argomento vi consiglio “Kharma” di Fausta Leoni, la storia di una giornalista italiana che ha avuto episodi di memoria di vite precedenti).
Potrebbe esserci un DNA storico, oltre quello fisiologico, che archivia ricordi che vengono dal passtao. Potremmo essere vissuti molte volte e portare ben dentro di noi le storie di altre vite, di altre conoscenze.
Io non so dirvi con certezza se a queste esperienze corrisponda verità, certo è che questi ricordi anomali sono più frequenti di quanto uno immagini. Soprattutto i bambini manifestano a volte richieste strane, come l’insistenza a essere chiamati con un altro nome, o particolari relativi a un’altra famiglia.
In altri casi, memorie non appartenenti alla vita attuale sembrano destarsi per caso, a seguito di un rischio di morte o durante viaggi o esperienze, incontri…

Il bambino di Mery le diceva spesso che lei non era sua madre, e che lui aveva un’altra madre con un altro nome. Diceva di essere stato un marinaio che si chiamava Papefogue e conosceva i nomi delle vele e degli alberi di una nave, questi nomi erano in un dialetto misto di inglese e francese. Il bambino diceva di essere un marinaio che era morto affogato.

Ivana è madre di un bambino, Michel, molto intelligente e dotato, di grande sensibilità, lei è dedita alla spiritualità e dice di ricevere messaggi da entità. A 2 o 3 anni Michel diceva di essere vissuto in Amazzonia e di avere un’altra madre di nome Huneya e chiamava così sua madre, a volte. Abbracciava gli alberi perché diceva che erano sacri, l’erba era sacra, e diceva che i vermi bianchi li cuocevano sotto la terra. Quando la mamma gli chiedeva: “Dov’eri piccolino quando non eri qua?” il bambino rispondeva: “In un posto bellissimo pieno di luci”.
Michel non gioca con gli altri bambini e ha fatto capire che giocare non gli dà soddisfazione, dice: “Il senso della vita è guardare un bel tramonto o un sasso”. Ha scritto anche un libro, e in prima elementare leggeva i libri di Bevilacqua. Il papà è più concreto e vorrebbe vederlo come tutti i ragazzi. Il bambino disegna fumetti bellissimi e suona a orecchio senza conoscere la musica.

Io non ho dato molto credito mai alla reincarnazione, ma quando a 34 anni mi hanno dato per spacciata per questi gravi disturbi respiratori dovuti a questa malformazione bronchiale congenita e irreversibile, ho ricevuto un tale shock dalla notizia che, in seguito, ho avuto tre ricordi nitidissimi che non so dove situare. Poiché queste memorie sono venute la notte e possono essere scambiate per sogni, io non posso dire cosa siano esattamente. Certo è che, se pure sono sogni, sono quelli che nella mia vita sono stati più realistici e mi hanno sconvolto di più, sogni che non riuscirò mai più a dimenticare.
Potrei pensare che il mio immaginario volesse proteggermi dalla paura della morte, regalandomi tre esperienze di altre vite. Io posso solo testimoniare che quelle tre “visioni” furono una cosa diversa dal sognare, sembravano piuttosto “un rivivere”, e furono connotate da una fortissima impressione.

“Sono un bambino di sette o otto anni, frose polinesiano, scuro di pelle, olivastro, con capelli scuri, lunghi e grevi, che abita un’isola. Quasi nudo, con qualcosa intorno ai fianchi. Corro con grandissimo piacere su una spiaggia lunga e arcuata, come una falce di luna, rosata, là dove inizia il mare. E’ caldo, il mare e il cielo sono di turchese. So che in qualche modo il mare mi è proibito, perché rischio troppo e sono piccolo, e scendo in profondità, ma il suo richiamo è tropo grande. Mi vedo che nuoto sott’acqua con grandissimo piacere, con le braccia aderenti al corpo, taglio l’acqua come fossi anch’io un pesce e fendo dei branchi di pesciolini piccolissimi argentati, che si scompigliano tutti, mentre i capelli mi vanno tutti indietro, grevi di acqua. Poi balzo fuori dal mio corpo e divento una presenza neutra e astratta, uno sguardo dall’alto. Guardo in modo neutro e indifferente una scena che mi riguarda: il bambino è morto affogato e un uomo lo porta in braccio, il corpo cade giù, cadono i capelli bagnati e pesanti dal capo abbandonato. L’uomo sale degli scalini naturali fatti un po’ di roccia un po’ di radici che vanno dal mare a un piccolo villaggio. Le case sono aguzze, di legno grigio, tutte storte e misere. Arriva molta gente. Una donna grida e piange con i capelli sconvolti. Forse è mia madre”.
Questa è la mia prima morte per affogamento.

“Nella seconda visione sono una ragazza di 17 anni, russa, potrei chiamarmi Sonia. Non sono granché bella, di altezza media, senza nessun carattere speciale. Ho un vago innamoramento per un giovane che ha un nome che suona come Alecsiei o Alioscia, forse è uno della guardia, perché lo penso in divisa, più grande di me, che ho visto qualche volta, ma non credo mi ricambi.. Mi piacciono le canzoni molto sentimentali, quelle che si suonano con una specie di chitarra rotonda. Io stessa suonicchio il pianoforte non molto bene, questo fa parte della mia educazione perché sono di famiglia benestante. Ho un abito bianco lungo, non molto largo, con delle gale in quadrato sul davanti del corpetto. Porto una fascia alta in vita col fiocco dietro. I capelli sono un po’ ricci, castani, legati dietro, molto comuni.
Siamo nel 1917 in una città che si chiama allo stesso tempo Pietroburgo e Pietrogrado, mi sembra che questa cosa del doppio nome sia importante. E’ novembre ma non fa ancora freddo. Il cielo è bigio.
Vedo la nostra sala da pranzo, grande e un po’ austera, la famiglia è seduta attorno a un tavolo rettangolare. Dicono che ci sono disordini in città, io chiedo se abbiamo distribuito ai poveri il pane secco come di solito. Ma sentiamo tumulti. Io sono in piedi e vado sulla veranda. Ci sono dei vasi grandi con delle felci molto alte. Vedo una folla di gente molto povera, portano abiti grigi e scuri, molte barbe, sono silenziosi e disperati. Mi accuccio in terra dietro le felci. Poi non vedo più nulla. Ma so che quella gente uccide tutta la mia famiglia e che io vengo affogata nel fiume. Posso vedere il fiume dall’alto, un fiume molto ampio con ampie curve, dal nome breve, di due sillabe.
Di altro posso dire che quando ero piccola, tutte le mie bambole si chiamavano Sonia, che chiedevo a mia madre, che era sarta, di cucirmi delle casacche bianche abbottonate sulla spalla, col collo alla coreana. A 14 anni ho letto con morbosità Dostoievski e mi interessava particolarmente la vita borghese dei salotti, come qualcosa di familiare. La musica della balalaika mi fa piangere ancora. In un convegno a Riccione ho comprato una cassetta di voci medianiche dove una signora canta vecchie romanze norvegesi e russe; per quanto la registrazione sia penosa l’ho sentita un’infinità di volte per lo struggimento che mi procura.
I miei incubi infantili quando avevo la febbre alta erano sempre scene di affogamento, affogavo in un fiume gelato e sentivo l’acqua fredda saturarmi la gola.
La paura dell’affogamento “in fiume” è sempre stata tanto forte da impedirmi di imparare a nuotare. A Pavia camminavo con terrore sul marciapiede opposto ai canali, dove peraltro l’acqua è profonda solo poche decine di cm., ma ciò bastava a darmi un terrore fobico.
Ricordo delle scene confuse, come degli spezzoni: il giorno di Natale andavamo in slitta in chiesa, vedo il riflesso rosa delle fiaccole sulla neve azzurra. Sento i campanelli. Era bellissimo.
Oggi Pietroburgo si chiama Leningrado. Io ci sono stata nel ‘78. Ho visto la bella città color pastello, barocca e neoclassica, molto simile alle città europee, come una Vienna del nord. Ho visto la Neva, ampia e con larghe curvature. Ho cercato invano qualcosa che avesse un significato per la mia memoria. Sono andata giù sul fiume in battello in un crepuscolo rosa. Non ricordavo nulla, non ho trovato la mia casa o qualcosa che le somigliasse, nulla che somigliasse alla mia visione, ma quando sono ripartita avevo una gran voglia di piangere.

Nella terza memoria non vivo una morte ma un momento di grande crisi che distrigge fatalmente una vita. Sono un uomo alto e corpulento, con spalle a scivolo, tra i 40 e i 45 anni, un inglese di pelo biondo rossiccio, vedo la leggera peluria biondo-rossa sul dorso delle mie mani, mani bianche, grassocce, delicate. Le mie iniziali sono O.W., il che farebbe pensare a Oscar Wilde, ma non credo che Oscar Wilde avrebbe portato gli abiti che porto in quel momento perché sono troppo rozzi. Porto un abito grossolano di lana, forse di tweed, e un panciotto con orologio a catena. Sono chiuso in una piccola stanza, è una prigione. I mobili sono al minimo: un letticciolo, un piccolo tavolino con materiale da scrivere, una sedia, una stufa di ghisa nera a botticella (per quanto sembri strano che ci sia una stufa in una prigione). La finestra è piccola e con le sbarre. Si vede una campagna mossa a collinette d’erba, senz’alberi, nessuna forma di vita.
Vivo un momento di grande crisi. Sono stato accusato di un delitto che la gente considera orribile e faccio un grave esame di coscienza, ma sono anche distrutto dalla disperazione, dal senso di abbandono e di inutilità, dalla scoperta di aver rovinato del tutto la mia vita. La mia vita è distrutta, non ci sarà per me né riscatto né resurrezione. Penso dentro di me parole molto belle e accorate che ora non sono in grado di ripetere, dico che ho voluto provare tutto, anche cose non consentite dalla morale comune, qualcosa che riguarda un adolescente, ma non per malvagità, quanto per “provare tutto, per conoscere tutto. Per amore della bellezza”. Sembra che questo amore della bellezza sia per me estremamente importante. Di tante parole che dico continuo ancor ora a ripetere una frase: “Volevo sentire la stilla della vita che scendeva nel calice”. Le dico immaginando di essere una calla, fiore leggermente femmineo, che sembra una vulva delicata e spessa, color crema. Le parole hanno una grande vivezza visiva, come di persona per cui le esperienze percettive sono estremamente importanti e che è in grado di gustare sfumature sottili della percezione. La parola che mi viene in mente è “squisito”. Il mio pensiero così ricercato e accurato come un’opera d’arte è ‘squisito’.
Non so se questo personaggio sia veramente Oscar Wilde, che fu rinchiuso in carcere per atti omosessuali con un adolescente e la cui vita fu distrutta dal processo e dalla condanna sociale. Ma ho saputo che veramente la calla era il suo fiore preferito, leggendo la sua gigantesca autobiografia.
Cose forse non significative: la mia passione infantile per gli aforismi, la scelta, come fiabe preferite di ‘Il gigante egoista’ e ‘Il principe povero’, che sono fiabe di Oscar Wilde, il mio odio per le commedie teatrali…ma probabilmente sono cose senza importanza.

Irene Pompas mette in pieno rilassamento i suoi pazienti e li fa regredire prima della nascita; dice così di trovare in altre vite apparenti, in altre storie, le cause primarie che possono spiegare fobie e altri disturbi della personalità. La riemersione del ricordo opera veri rivolgimenti e spesso realizza guarigioni improvvise di disturbi psichici.
Ora queste teorie sono state potentemente riprese dagli americani (come il pessimo e poco credibile Brian Weiss o il vanesio e inquietante Angelo Bona). La reincarnazione è di moda anche in occidente ed è una esperienza che appare molto gratificante agli inesperti e agli sprovveduti, così ci sono psicologi che attribuiscono sempre a vite precedenti tutto quello che emerge in stato di profondo rilassamento. Io non credo che questo vada bene. I contenuti dell’immaginario o dell’inconscio sono spesso a livello simbolico come i sogni, e gli esiti di una terapia regressiva sono molto più lenti e complessi di quello che i presunti psicologi americani alla Weiss o alla Bona pretendono. I rischi sono eccessivi rispetto alle attese e non è bene affidare una cosa fragile come la nostra mente a induttori oscuri che ne possono fare sfracelli.
Gli Americani sono spesso semplicistici e miracolistici. E gli italiani sono le più volte privi di competenza e serietà. In fondo anche l’ipnosi è un fenomeno ignoto che potrebbe presentare pericoli e potrebbe metterci nelle mani di persone spregiudicate e pericolose.
Intanto quella di cui Weiss parla o che Bona pratica non è proprio ipnosi ma uno stato di grande rilassamento. L’ipnosi è una cosa un po’ più complicata. E non credo che possiamo proprio attribuire valore storico a tutto quello che viene detto in un leggero o profondo stato di modificazione di coscienza. Non tutti riescono a produrre immagini o tantomeno film. Ci sono persone che al più vedono colori o raccontano stati d’animo. C’è poi l’emersione di contenuti di tipo onirico…

Lilia racconta: “Vedo un coccodrillo, dalla cui bocca esce un nano, dalla cui bocca esce uno sparviero, dalla cui bocca esce un bambino…”Come si fa a dire che questa è una vita precedente?
La stessa Lilia però durante un test di psicometria su una bamboletta si è emozionata moltissimo perché ha visto se stessa come una ragazza di servizio, una fantesca, con la gonna lunga e un grembiule lungo, che teneva in braccio un bambino piccolo, poi di colpo è arrivato di carriera un soldato a cavallo e chinandosi ha tagliato di netto con la spada la testa del bambino. L’immagine è stata fortissima, del tutto veridica, e lei si è spaventata a morte.

La nostra mente è veramente una cosa strana dove sarà sempre difficile distinguere il vero dal falso.

In un convegno a Riccione una volta venne un medico di Napoli che praticava l’ipnosi, portando con sé una ragazza giovane. Arrivarono di corsa, all’ultimo minuto, un po’ stravolti per il lungo viaggio da Napoli, montarono un lettino sul palcoscenico e il medico in pochi minuti ipnotizzò la ragazza. Aveva raccontato di aver scoperto che, mettendo in stato di ipnosi certi pazienti, era più facile arrivare alla causa dei loro disturbi. Aveva guarito, per es., un operaio che lavorava dentro le navi, il quale non riusciva più a svolgere il suo lavoro a causa di una forte fobia. Come dove infilarsi in un luogo stretto veniva preso da angoscia. In regressione ipnotica, disse di essere uno scalatore che precipitava durante una scalata, cadeva e moriva infilandosi dentro un crepaccio. Come il ricordo era emerso, era sparita anche la fobia dei luoghi stretti nel ventre della nave.
Dunque questo medico ipnotizzò la ragazza che aveva portato per la sua dimostrazione, perché era un soggetto che si poteva ipnotizzare in pochi minuti. Per quanto la preparazione della scena fosse durata poco, ricordo che si era formata nel grande cinema-teatro una grande aspettativa e una tensione che si poteva tagliare col coltello.
La ragazza perse coscienza e il medico prese a interrogarla, chiedendole chi era e dove si trovava ecc. Venne fuori una voce cavernosa, di ragazza povera e ignorante, molto più grande di quel che lei era. Era sempre una ragazza di Napoli, nell’ultimo periodo della guerra, era una ragazza madre che viveva in un basso. Il dottore le chiedeva del suo bambino, di Nino, e le chiedeva di cercarlo. Al che la ragazza, con questa voce cavernosa, cominciava a chiamare “Nino, Nino!”. Poi si metteva a cercarlo e infine lo trovava straziato da una bomba. A quel punto saliva dalla ragazza un urlo così spaventoso di bestia ferita, come di lupa, che non finiva mai, così spaventoso che la gente nel cinema cominciò a urlare: “Basta! Basta” Finitela! Svegliatela! Svegliatela! Fatela smettere!” E allora il medico in pochi minuti la svegliò, e tornò quella di prima con la sua voce giovane, senza alcuna memoria di quel che aveva detto e di quel che era successo ma col viso pieno di lacrime. E tutti e due ripartirono di corsa, come erano venuti, per Napoli, mentre noi del pubblico rimanemmo lì, stravolti dell’emozione, senza sapere se essere schifati dalla rappresentazione o concertati da come tutto si era svolto in fretta….Mah!

Ci fu un tempo io cui anche io ho fatto fare leggeri rilassamenti ad altri.
Non tutti riescono a entrare in uno stato alfa, dove resta una qualche vigilanza ma le onde del cervello si fanno lunghe e lente, uno stato a cavallo tra la veglia e il sonno, ma qualcuno riesce a farlo.

Ricordo una giovane signora che non poteva avere figli, per quanto tutti nella sua famiglia fossero prolifici.
L’ho fatta stendere sul divano, coprendola con una copertina leggera e l’ho fatta respirare prima con tre respiri profondissimi e rapidi, poi con respiri sempre più lenti, mentre chiamavo ogni parte del suo corpo, partendo dai piedi, affinché divenisse pesante e calda. Arrivati alla testa, le facevo focalizzare lo sguardo interno verso il centro della fronte. E le chiedevo: “Vai dove nasce il tuo problema!”
Di colpo è diventata piccolissima, tre anni forse, era nella sua casa di nascita, parlava in modo incerto come una bambina piccola e mostrava uno stato confusionale di grande paura. C’era nella sua famiglia un fratellino down, amatissimo da tutti, e improvisamente, un giorno, ero morto. La morte aveva sconvolto la famiglia. Nell’agitazione che era seguita nessuno si era curato della bambina di tre anni che era rimasta abbandonata.
Era andata in giardino, seduta in terra, contro il tronco di un albero e si era messa a piangere, era turbata e spaventata, non riusciva a capire cosa stava succedendo, non poteva elaborare il concetto della morte e questo ignoto che era balzato sulla sua famiglia in modo improvviso e traumatico la lasciava sola e abbandonata.
Come la visione finì, lei si alzà dal divano confusa e col viso pieno di lacrime. Andò via in fretta e non l’ho vista mai più. Ma da sua sorella ho saputo che poco dopo è rimasta incinta e ora ha due bambini. Il ricordo sbloccato aveva sbloccato qualcosa di lei e aveva reso possibile la maternità.

In un altro caso sembrava che il problema fosse l’impossibilitò quasi panica di seguire una dieta. La signora era carina e grassottella e forse qualche chilo in meno le avrebbe giovato ma, ogni volta che iniziava una dieta, doveva interromperla per il grave stato di disagio, gli incubi e il malessere che ne conseguivano.
Il raggiungimento dello stato alfa fu veloce e immediatamente cominciò a parlare. Rispondeva alle mie domande con voce impastata e bassissima tanto che facevo fatica a capirla. Anche qui avevo chiesto di andare all’origine del problema.
Era un uomo, un inglese, e si trovava prigioniero in un campo giapponese nella giungla. Faticosamente, quasi senza forze, mi descriveva il campo e le condizioni dei prigionieri. I soldati erano crudeli, seviziavano i prigionieri e li costringevano ad assistere a scene di esecuzione. L’uomo era magrissimo e stava praticamente morendo di fame. Ogni tanto i giapponesi arrivavano con un camion e ci facevano salire un gruppo di prigionieri dicendo che ne avevano bisogno per dei lavori nella giungla, ma tutti sapevano che andavano alla morte perché non tornavano mai più. L’inglese si era salvato ogni volta nascondendosi dentro un barile per l’acqua.
Lentamente, inesorabilmente, quell’uomo morì davanti ai miei occhi di inedia. E’ davvero estraniante vedere una graziosa e giovane signora grassottella che muore davanti ai tuoi occhi di fame.
La sua anima spiccò in alto, era fredda e indifferente, guardava il campo dall’alto e me lo descriveva. Scopriva per la prima volta che il campo non era in un luogo inaccessibile della giungla come avevano loro fatto credere ma abbastanza vicino a una città. dall’alto ne vedeva i templi con pagode dorate, ma ormai nulla aveva più importanza.
Ora potevamo capire come mai la reincarnazione di un inglese morto di fame non poteva accettare nessuna dieta.

Un altro caso che ricordo fu quello di una signora molto bella e molto ricca che viveva come fosse povera e aveva un attaccamento anormale con la sopravvivenza e l’attaccamento alle cose materiali.
La sua visione fu lunghissima, una intera vita, e molto sofferta, la più lunga visione che abbia mai sentito …
Viveva in una cittadella che sembrava medievale, con vicoli stretti e bui, maleodoranti, in salita e case che quasi si toccavano. Era una donna molto bella ma molto disgraziata, che aveva passato i primi anni vivendo come una mendicante. Poi un contadino l’aveva presa e l’aveva fatta lavorare, dandole tre figli maschi, la picchiava e le faceva fare la fame e anche i tre figli cresciuti avevano calcato le orme della violenza paterna, per cui non aveva conosciuto altro che fame, botte e miseria. Poi il contadino l’aveva venduta, ancora bella, a un signorotto, con cui finalmente si era tolta la fame, ma la vita di maltrattamenti era continuata. Era stata una vita lunghissima e infelice dove le note costanti e tragiche erano la violenza, il bisogno, la mancanza di autonomia.
Io facevo le domande, leri rispondeva con una voce bassa e a malapena udibile.
Nessuna meraviglia che nella sua vita attuale, benché fosse ricca, ci fosse un tale attaccamento alla roba, al denaro, alla sopravvivenza. In quella donna bella e ricca continuava a vagare l’anima di una mendicante del medioevo.

Davvero non so come queste immagini debbano esser valutate. Se pure il protagonista sembri trarne grande ispirazione, non c’è modo di averne un qualsiasi riscontro e le relazioni che queste storie sembrano avere con la storia attuale non sono sufficienti a permettere valutazioni.
Potrebbero essere solo fantasie della nostra parte immaginativa, o forme simboliche tratte dall’inconscio, oppure, come crede qualche miliardo di persone, potrebbero avvalorare l’ipotesi di vite precedenti e di un’anima che passa da un corpo a un altro, o di un kahrma, di un compito che perdura.
Jung credeva che ognuno di nooi appartenesse a una famiglia di anime, non tutte incarnate, che portavano avanti un compito. E devo dire che questa idea che ognuno di noi, e non da solo, ha un compito da portare avanti mi piace moltissimo, più dell’idea che siamo nati per comprare, consumare e fottere.
Senza dubbio, pensare che la morte che verrà non sarà definitiva ma rinasceremo ancora ci è di qualche conforto, e senza alcun dubbio le tre ‘memorie’ di vite precedenti che ho avuto mi hanno facilmente convinta che la morte non esiste e che continueremo a rinascere, fino almeno a quando la nostra sostanza spirituale non abbia raggiunto una qualche specie di purificazione. Del resto i mondi sono tanti e non siamo obbligati ad affollare questo.

Quando ero piccola pensavo di non essere nata nel pianeta giusto. Soffrivo enormemente del corpo che avevo, trovavo ridicolo e grottesco che per spostarsi non dovessimo traslarci in tempo reale ma occorresse mettere un piede davanti all’altro, o che, per comunicare, fossimo obbligati a parlare o a scrivere e la comunicazione non avvenisse telepaticamente. Avevo accessi di pianto per questa ridotta condizione umana, che consideravo punitiva e inferiore, e battevo i piedi per terra chiedendo di tornare là da dove ero venuta. Mi immaginavo un mondo senza corpi, dove le comunicazioni erano sottili e i legami straordinari. E mi sentivo sola, diversa, chiusa e imprigionata. Essere nata sulla Terra era una punizione anche se non riuscivo a immaginare la colpa. Solo nei sogni riuscivo a riprendere qualche brandello della mia esistenza primitiva, e solo attraverso i viaggi fuori del corpo sono tornata ad essere quella che ero.
Ma quando ero bambina parlavo con dei piccoli esseri che vivevano sotto le mattonelle, avevo un compagno silenzioso che mi accompagnava e che individuavo nel palloncino gonfiato quando me lo regalavano, e nella mia camera vedevo sollevarsi negli angoli grandi bolle evanescenti e pallide che svanivano in alto.
Quando ero piccola…..

..
http://masadaweb.org

17 commenti »

  1. HO LETTO TUTTO DI UN FIATO QUESTO CHE ANCORA NON CAPISCO SE SIA UN DIARIO VERO,UN SAGGIO PSICANALITICO O UNA SORTA DI RACCONTO SCRITTO IN MANIERA MODERNA E COINVOLGENTE,CON FLASH BACK,CITAZIONI COLTE, ANALISI INTROSPETTIVE, CHE MI RICORDANO IL GRANDE BORGES-FORSE UN PO’ DI TUTTO QUESTO? AVREI PIACERE DI UNA GENTILE RISPOSTA.

    Commento di luigi savadori — dicembre 27, 2009 @ 8:45 pm | Rispondi

  2. Buonasera,
    sono Diego Bernini, un giovane della provincia di Bergamo, dottorando in Informatica presso l’Università degli Studi di Milano – Bicocca.
    Le scrivo per dirle grazie per questo sito, per l’opera di condivisione e testimonianza che porta avanti.
    Da sempre sono interessato a temi spirituali ed esoterici. Anni fa ho letto dei libri di Alfredo Ferraro sulla Parapsicologia e lo Spiritismo, scoprendo i cerchi medianici italiani come Firenze 77 e Ifior. Ultimamente ho ripreso le letture in questa direzione, allargandomi a
    – spiritismo secondo Allan Kardec
    – teosofia, antroposofia, la scuola induista dell’Advaita Vedanta, Krishnamurti
    – diversi libri (e.g. Comunicazioni con Dio di Walsh, il libro di Emmanuel) e temi (e.g. channeling) “”new age””
    Che dire, sono stato educato cristiano – cattolico, e sono assolutamente vicino al messaggio cristiano primitivo (mentre del cattolicelismo mi ritrovo davvero poco). Inoltre sento a me assolutamente affini e naturali i principi comuni che emergono dalle dottrine/filosofie precedenti (spirito eterno, karma e reincarnazione, diversi piani dell’esistenza, l’esperienza personale come chiave dell’illuminazione,etc).
    Il mio interesse non è sulla fenomenologia nè sulle pratiche esoteriche: ai fenomeni paranormali e medianici credo, ma non mi interessa esserne parte. Mi interessa leggere, capire, conoscere i diversi punti di vista, dottrine e filosofie.
    Al momento penso di conoscere quasi per nulla me stesso, ma sono sicuramente assetato di conoscenza. Per questo un sincero grazie per gli articoli molto ben scritti, comprensibili e apprezzabili che pubblica su questo sito.
    Se avesse qualche libro e/o risorsa da consigliarmi per aiutare la mia voglia di conoscenza, mi farebbe davvero piacere.
    Cordialmente,
    Diego Bernini

    Commento di MasadaAdmin — dicembre 27, 2009 @ 11:06 pm | Rispondi

  3. Caro Diego
    è difficile consigliare qualcuno che voglia mettersi su una strada spirituale e si può solo seguire la propria intuizione. Se è la via alta che ti interessa, posso solo dirti quali sono i pensatori che hanno colpito me più di tutti gli altri, ma non posso essere certa che a te facciano la stessa profonda impressione che hanno fatto a me.

    Una è Mère, e puoi trovare facilmente i suoi profondi diari spirituali.

    L’altro è un grandissimo filosofo indiano, sempre collegato a Mère, che si chiama Sri Aurobindo. Puoi trovare una introduzione alla sua vita e al suo pensiero sempre su Masada qui:
    https://masadaweb.org/2009/02/02/masada-n-867-2-2-2009-i-liberatori-sri-aurobindo/
    Fanno entrambi parte dello yoga integrale. Sul web puoi trovare facilmente informazioni su di loro
    per es. http://www.geagea.com/02indi/02_04.htm

    Quando ho provato a leggere i testi di Aurobindo, la testa ha preso a girarmi vorticosamente, non sapevo più dove mi trovavo e cosa mi accadeva. Credo di aver provato qualcosa di simile alla sindrome di Stendahl che a Firenze colpisce gli sprovveduti turisti che si trovano davanti di colpo e senza preparazione i grandi quadri di Raffaello o di Tiziano, una tale altezza dello spirito da darmi le vertigini.

    Ti ho risposto di getto la prima cosa che mi è venuta in mente, fiduciosa del mio istinto.

    Ma se Aurobindo dovesse farti lo stesso effetto spaesante che ha fatto a me, comincia con qualcosa di più facile. Impara a conoscere qualche mistico indiano. Non credo ci sia nel mondo nulla che sia altrettanto elevato.

    Molti cari saluti e auguri e scrivimi ancora

    viviana

    Commento di MasadaAdmin — dicembre 27, 2009 @ 11:20 pm | Rispondi

  4. Caro Luigi
    questa è solo la parte di un diario, scritta nel modo più fedele possibile, per quanto mi ricordi. Essendo queste prove molto estranianti, per tanti anni ho cercato di non prenderle di superarle, come fossero una patologia o qualcosa di vergognoso di cui non era serio raccontarle e mi sono fatta anche sette anni di depressione per questo.
    Poi, un po’ alla volta, ho studiato questo campo, ho letto tanti libri, ho conosciuto tanti sensitivi o presunti tali, ho anche seguito per due anni una medium per esaminarla e capire quanto ci potesse essere di attendibile nel paranormale, sono andata a tanti convegni, ho studiato tante persone.. alla fine ho accettato che queste cose possano esistere e ho scoperto tanti personaggi interessanti o bizzarri, per lo più focalizzati in qualche settore specifico e molto più bravi in quello di quel che non fossi io. Io invece non sono stata creata per qualcosa di preciso e ho preso le esperienze così come sono venute spontaneamente, ho provato un po’ di tutto, a mo’ di antologia, per cui posso solo ipotizzare che il regista che tutti ci conduce volesse utilizzare una tipa razionale e non versata in parapsicologia come me per mostrarle un campionario del possibile, che sfora ampiamente i limiti del credibile, affinché potessi raccontarne a qualcuno.
    Citare il grande cieco argentino mi pare eccessivo. Anche se ricordarlo mi fa piacere perché è uno dei miei autori preferiti e, trovandomi per caso in mano tutte le sue opere, non ho sollevato il capo dalle pagine finché non le ho lette tutte, proprio d’un fiato, come se bevessi della luce.
    Così lui che era cieco vedeva, e io che ho la vista imperfetta e non ci vedo né da vicino né da lontano ho visto cose che altri non scorgevano, e con la mia quasi sordità strutturale sentivo voci che altri non sentivano.
    Ho cercato di raccontare tutto puntualmente senza pensare allo stile, perché l’unico scopo per cui sono riuscita ad accettare queste esperienze è che forse dovevo darne testimonianza. Non saprei del resto trovare altro motivo, tanto più che mai nei 35 anni precedenti mi ero interessata a queste cose o ho pensato che fossero attendibili.
    Posso prenderne atto, così come faceva Jung, che era un sensitivo, come prova che esiste una realtà più grande di quella che i nostri sensi imperfetti possono immaginare, come prova del mistero, che non è ,come ho detto molte volte, ciò che ancora non conosciamo, ma è, come io credo fortemente, qualcosa che non conosceremo forse mai.
    Se leggere di queste esperienze ti interessa, posso scrivere altre cose che mi successero. Il problema fu sempre che una parte di me le rifiutava e così ho fatto di tutto per farle cessare, perché mi spaventavano troppo, non ho ma imparato a convivere con questa dimensione, e alla fine sono riuscita a richiudere la porta che si era aperta, e ora non ho più nemmeno mezza prova di niente e sono tornata a una normalità ordinaria, banale forse, ma in cui perlomeno riesco a dormire e non mi guardo più attorno col terrore di chi non sa cosa possa succedere o chi possa apparire nella stanza. C’è una tale tranquillità nel non vedere e nel non sapere oltre i limiti della realtà ordinaria che posso solo invidiare chi non ha mai visto altro nella sua vita che quello che ci doveva essere secondo la prassi comune

    molti cari saluti e grazie per la tua lettera

    Commento di MasadaAdmin — dicembre 27, 2009 @ 11:46 pm | Rispondi

  5. p.s. 1. una domanda banale: rispetto alle tue esperienze di medianità/sensitività, sei poi riuscita a capire e “”gestire”” meglio sia le tue esperienze che le tue facoltà? voglio dire, hai trovato qualche “studioso”/esperto di questi fenomeni che ha potuto darti una mano?

    p.s. 2 hai per caso letto i libri di Alfredo Ferraro “Testimonianza sulla Parapiscologia” e “Testimonianza della Medianità”? Per quel che vale detto da me potrebbero interessarti..sia per le tue esperiene che per le tue competenze psicologiche e filosofiche. Inoltre, i testi di Allan Kardec sullo spiritismo, tra cui “Il libro degli spiriti”?

    Diego

    Commento di MasadaAdmin — dicembre 28, 2009 @ 6:50 pm | Rispondi

  6. Ci sono autori che trovo difficili, proprio per lo stile farraginoso che hanno, Steiner per es., e Kardec, che mi ha stancato subito, sia per lo stile pesante che perché la sua idea dei tre regni urta la mia sensibilità e non riesco a credere a inferno, paradiso e purgatorio.
    Ho la casa piena di libri sul tema. E ho frequentato molto la Biblioteca di Parapsicologia di Bologna, che è la più grande d’Italia, e i convegni a Riccione delle Mediterranee dove ho conosciuto moltissime persone interessanto. Sono stata per anni abbonata sia al CSP che a Luce e ombra, e di studiosi di parapsicologia come Ferraro ne ho visti passare parecchi. Sono in genere persone fredde e razionali, supponenti, che credono di gestire la parapsicologia come un territorio di loro proprietà, ma che personalmente non hanno mai (Ravaldini fa eccezione) fatto esperienze di medianità, per cui mi è sempre stato più facile rapportarmi a sensitivi, in quanto stavano sul mio livello e non cercavano di infilarmi in etichette.
    Il mensile del CSP ha pubblicato diversi miei articoli, sono buona amica di Brunilde Cassoli e suo marito, il dottor Cassoli (che è piuttosto esperto in guaritori) mi voleva testare insieme al suo collaboratore il dottor Severi come ‘sciamana naturale”, ma mi sono rifiutata perché non avrei saputo cosa fare a comando. Quello che ho sperimentato è sempre venuto senza richiesta o stimolo ma spontaneamente e non sarei stata capace di produrre fenomeni da analizzare, per cui mi pareva del tutto inutile che si facessero dei test su di me.
    Io non ho mai “gestito” queste esperienze, erano loro che gestivano me. Ne sono stata spaventata e ho cercato solo di farle sparire finché dopo 29 anni ci soni riuscita. No, nessuno mi ha aiutata, salvo le persone che avevano avuto esperienze simili alle mie che riuscivano a dare un senso al mio non capire.
    Ho studiato filosofia e l’ho anche insegnata alle scuole superiori. Ho studiato psicologia freudiana all’università e psicologia junghiana per mio conto, con una ricerca e una analisi sistematica che sono durate una ventina di anni.
    Ora non sono nessuno e non so fare più niente. Posso solo ricordare.
    viviana

    Commento di MasadaAdmin — dicembre 28, 2009 @ 6:50 pm | Rispondi

  7. Di due cose mi dispiace: di essere vissuta a Firenze al tempo in cui, proprio vicino a casa mia, viveva, in Via Massaia, Roberto Assagioli, fondatore della psicosintesi, e di non avere mai conosciuto di persona quella creatura meravigliosa che era Roberto Setti del cerchio 77, ma, a quel tempo, la parapsicologia proprio non mi interessava
    vi

    Commento di MasadaAdmin — dicembre 28, 2009 @ 6:54 pm | Rispondi

  8. Grazie per il quadro molto ben chiaro! Immaginavo che avessi letto tutto, volevo proprio una tua opinione.

    Su Kardec, devo dire che il Libro degli Spiriti, proprio perchè riporta domande e risposte da sedute medianiche, si legge abbastanza bene. Nella visione che esce da quel testo (le risposte dalle presunte entità) mi ci ritrovo abbastanza (sebbene dice poco). Per lo stile che ha Kardec (come Steiner) assolutamente d’accordo. Come per la visione inferno, purgatorio e paradiso (che dalle risposte del libro degli spiriti non mi sembra che emerga).

    D’altro canto, sono fortemente convinto che in questi temi ognuno debba farsi guidare dall’affinità che sente rispetto ad ogni messaggio, vagliarlo secondo il proprio istinto, il proprio sentire e la propria logica (questo è il messaggio ricorrente che si ritrova in diversi scritti medianici sia del cerchio 77 che Ifior).

    Rispetto alle esperienze paranormali sarei il primo ad essere terrorizzato. Proprio il terrore è il primo nemico sulla via della conoscenza, giusto? Io ho avuto solo due presunte piccole esperienze paranormali “evidenti”, una precedente e una successiva alla morte di mia madre nel 2008. Posso solo immaginare lo shock emotivo che può provare diventare “sensitivi”.

    Infine, permettimi di dirti sinceramente che con la tua esperienza, cultura e competenza puoi essere utile (se non fondamentale) a chi è interessato, per capire e conoscere, come stai facendo con Masada. E’ forse questo il nuovo dono: l’esperienza.

    Grazie ancora,
    Diego

    Commento di MasadaAdmin — dicembre 28, 2009 @ 7:43 pm | Rispondi

  9. Mi sembra che tu abbia citato Il libro di Emmanuel, che è carino e dolcino.
    Ti consiglio invece di cercare L’angelo di Hanna che costituisce una esperienza molto più forte. Mi hanno detto che non è stato più ristampato e me ne dispiace, ma forse si riesce ancora a trovarne una copia. Io ne parlo in un Masada, leggilo
    https://masadaweb.org/2007/12/02/masada-n-583-2-11-2007-l%E2%80%99angelo-di-hanna/
    ciao
    Viviana

    Commento di MasadaAdmin — dicembre 28, 2009 @ 7:45 pm | Rispondi

  10. Cara Viviana,ti ringrazio per la gentile risposta e voglio dirti che , avendo avuto la conferma che cio’ che hai scritto corrisponde non dico al “vero” ma ad una tua esperienza vissuta negli anni, rimango piu stupito e incuriosito di prima- Anche se non mi sono mai interessato particolarmente a fenomeni parapsicologici o paranormali,non ho mai negato la loro esistenza,pur non avendone mai avuto esperienza diretta o indiretta tramite persone di mia conoscenza- L’unica cosa che ho sempre rifiutato e ancora rifiuto, e’ la spiegazione “animistica” o “spiritualistica” che parla di reincarnazioni,anime di defunti in cerca di comunicare, un mondo spirituale e luminoso contrapposto o parallelo al nostro- Questo mio atteggiamento,oltre ad altre motivazioni che non e’ il caso di spiegare qui,e’ determinato dal mio enorme amore per gli animali,tutti,dal piu’ piccolo al piu’ grande; questi compagni di quel viaggio meraviglioso che e’ la vita,di cui non saprei concepire la mancanza. Sento per certo che , come per loro diamo per scontato che tutto finisca dopo la morte,allo stesso modo anche per noi, loro fratelli, non ci possa essere assolutamente niente di diverso- Ho quindi sempre percepito ogni teoria religiosa o spiritualistica o ultraterrena, nel senso piu’vasto del termine, come una forma di arroganza dell’uomo incapace di riconoscere la propria animalita’- Sono quindi molto interessato a leggere di altre tue esperienze paranormali ma penso continuero’ ad essere molto scettico di fronte a manifestazioni di spiriti di suicidi! Carissimi saluti e tanti auguri-
    Gigi

    Commento di MasadaAdmin — dicembre 29, 2009 @ 7:00 am | Rispondi

  11. Caro Gigi
    ti dò un’altra testimonianza, non mia questa volta.
    La mia vicina di fronte ama molto i gatti e in particolare ha amato moltissimo una sua gatta. Ogni mattina veniva a svegliarla dolcemente arrivando in fondo al letto e mettendosi vicina ai suoi piedi sotto le coperte. Poi questa gatta affettuosa è invecchiata ed è morta. Non ci crederai ma ogni mattina viene ancora a svegliarla e, come sempre, si mette vicina ai suoi piedi sotto le coperte, e ognuno può vedere le coperte che si sollevano al passaggio del suo piccolo corpo.
    Non so cosa sia giusto dire del paranormale, ma di una cosa sono certa: quando si afferma con sicurezza: “non credo a questo o a quello”, forse sarebbe meglio pensare che siamo di fronte a cose di cui non sappiamo nulla e sarebbe più saggio essere più possibilisti
    cari saluti
    viviana

    Commento di MasadaAdmin — dicembre 29, 2009 @ 7:05 am | Rispondi

  12. Gentilissima Signora Viviana, ho letto con molta attenzione il suo diario. Mi piacerebbe poterla contattare direttamente per parlarle di alcune esperienze paranormali. Vorrei realizzare un documentario.
    Sabina

    Commento di Sabina — agosto 9, 2012 @ 10:06 am | Rispondi

  13. Mi dispiace, Sabina, ricevo continuamente richieste come la sua ma da qualche tempo ho smesso di incontrare persone, non ne vedo l’utilità e mi stanca troppo. Non mi è mai piaciuto essere considerata un fenomeno da baraccone e ho ricevuto tante persone solo fino a quando riuscivo a vedere il loro futuro e ad aiutarle in qualche modo, ma anche questa capacità se ne è andata. Le mie energie sono oggi molto basse e posso usarle solo per il web, non esco quasi più di casa, non faccio quasi più nulla, non ricevo più nessuno. Tutto mi stanca enormemente, ma soprattutto l’energia disturbata degli altri mi stanca oltre misura. Ho 70 anni, attualmente conduco una vita molto ritirata e ho interrotto il flusso di visitatori che prima veniva verso di me da ogni parte d’Italia e per cui ho visto e aiutato centinaia di persone. Ho detto di no anche a tre richieste della televisione perché non desidero essere considerata un fenomeno da circo. Resto a sua disposizione per tutte le e mail che vorrà mandarmi. Può scrivermi tranquillamente e sarò lieta di ascoltare le sue esperienze paranormali o qualunque altra cosa vorrà raccontarmi. Sono molto disponibile verso tutti. E, su questo blog, può trovare altre esperienze oltre a quella che ha letto. Dovrei anche finire di scrivere le puntate sul paranormale che ho lasciato a metà ma da un po’ mi occupo solo di politica. Del resto da qualche anno io sono tornata ad essere una persona ‘normale’, cioè una persona ‘chiusa nei suoi limiti’. La porta che si era aperta per 29 anni si è chiusa per mia volontà e io non ho più la minima percezione di quello che in passato mi ha turbato tanto. Prima di quel periodo ero una persona molto scettica, e oggi sto pian piano tornando ad esserlo, almeno nei riguardi delle esperienze degli altri che mi sembrano sempre o poco attendibili o di scarso spessore, tuttavia so che a tanti piace raccontarmele e li ascolto di buon grado, ma, ormai, come le ho detto, solo per e mail. Tra l’altro non desidero che la mia immgine compaia pubblicamente, perché ci sono persone cattive che potrebbero farne un uso perverso per farmi del male e non desidero che la mia famiglia sia turbata da questo.
    Molti ricordi si sono sbiaditi. Non ho mai capito la funzione di questi fenomeni e perché sia dato a pochi di parteciparne ma a quasi tutti di no.
    E’ questo gap tra chi ‘vede’ e chi no che rende il parlarne difficile. Si rischia sempre di essere presi per matti o per mitomani. E anche questo è stressante. La nostra civiltà è troppo materialista per accettare ‘il diverso’.
    Provo molta difficoltà a parlare di queste cose oggi, sia perché questi fenomeni non li ho più, sia perché siamo circondati da materialismo e cattiveria e non voglio alimentare lo scetticismo degli altri e la loro voglia di fare del male a quelli che non capiscono. In passato verso ‘i veggenti’ si è sviluppato un vero odio istituzionale e si è cercato solo di sterminarli e anche oggi l’atteggiamento prevalente è di beffa o di aggressione, a cominciare dai medici e dai preti, per continuare con gente comune male intenzionata. Forse sarà anche per questo che sono solidale con tutti ‘i diversi’ di questo mondo. Ma nessuna legge universale ha comandato che dobbiamo essere tutti uguali.

    molti cari saluti e auguri per il suo documentario, sempre che esista

    Viviana

    Commento di MasadaAdmin — agosto 10, 2012 @ 6:22 am | Rispondi

  14. Cara Sabina
    faccio questa aggiunta per aiutarti nel caso che tu rivolga richieste simili ad altri. Se posso permettermi, trovo alquanto scorretto che qualcuno chieda di venire nella mia casa e di parlarmi prendendo il mio tempo, senza presentarsi, senza qualificarsi, senza dire chi è, senza dare il suo cognome, senza indicare nemmeno il suo indirizzo e mail. Non hai seguito nemmeno quel minimo di regole di correttezza che avrebbe seguito non solo qualunque giornalista ma qualunque persona bene educata. Fidarsi è bene ma non fidarsi è meglio, soprattutto verso chi si presenta così, ignorando le regole minime del rapporto civile, Credimi, mi scrivono spesso giornalisti o persone della televisione o persone che mi chiedono conferenze o semplicemente consigli o che mi vogliono raccontare la loro vita, ma tutte si sono presentate in modo ben diverso dal tuo.
    Non ti dispiacere della critica, è per il tuo bene
    cordiali saluti
    viviana

    Commento di MasadaAdmin — agosto 10, 2012 @ 7:22 am | Rispondi

  15. Salve Viviana,
    ho trovato solo oggi il suo blog e mi sembra interessantissimo e scritto in modo fantastico.Continuerò a leggere i suoi articoli, probabilmente li leggerò tutti tempo permettendo … Grazie per la condivisione delle sue esperienze e un caro saluto.
    Giusi

    Commento di Giusi — novembre 20, 2016 @ 8:36 pm | Rispondi

    • Grazie a te, Giusi
      non scrivo sempre di paranormale. Sono stata una sensitiva per 29 anni. Se l’argomento ti interessa ho scritto un romanzo autobiografico che puoi trovare sulla home di masadaweb.org a sinistra alla voce “Storia di una sensitiva”
      saluti
      viviana

      Commento di MasadaAdmin — novembre 21, 2016 @ 5:48 am | Rispondi

      • Grazie, proverò a leggerlo. Avevo letto anche che lei non ha più di queste esperienze, anche a me è capitata una “casa stregata”, sebbene non con fenomeni così estremi come i suoi. Come lei dice, a ragione, a volte si aprono delle porte, o dei portali, e poi nello stesso modo si richiudono. Il mio “portale” è quasi chiuso adesso, forse anche perché ho cambiato casa.

        Commento di Giusi — novembre 21, 2016 @ 3:26 pm


RSS feed for comments on this post. TrackBack URI

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

Blog su WordPress.com.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: