Nuovo Masada

dicembre 20, 2009

MASADA n°1051. 20-12-2009. PSICOANALISI. JUNG. LEZIONE 11

Filed under: Masada — MasadaAdmin @ 4:07 pm

(Paolo Borghi)

Da una serie di corsi tenuti a Bologna dalla Prof. Viviana Vivarelli,
autrice del libro “Lo specchio più chiaro”, sulla vita e le opere di Carl Gustav Jung

Senza guarigione – La follia è una storia – Incontro con l’inconscio

SENZA GUARIGIONE

Poiché alcuni di voi/ si evolveranno nella vita diventando guaritori/ lasciate che vi ricordi che ci sono anime/ che non desiderano essere guarite/…no, non necessariamente il paziente deve guarire./ Solo se lo vuole. / E non sta a voi deciderlo/ Non imponete la vostra volontà./ …Date soltanto amore/ L’anima prenderà quell’amore/ e lo porrà dove ne potrà fare l’uso migliore”.
(Messaggio automatico)

Stanca essere, sentire fa male, pensare distrugge
(Fernando Pessoa)

Sulla terapia dobbiamo dire qualcosa che suonerà stano: non sempre l’analista si aspetta una guarigione. Non sempre il malato vuole una guarigione.
Lo psicologo ha la funzione dello sciamano primitivo, è il gestore sociale dei tramiti tra uomo e natura, tra pulsioni e cultura, tra conscio e inconscio. A volte aiuta a superare l’ostacolo e allora la vita torna a scorrere, la psiche riprende a crescere. Ma non sempre questo è possibile.

Il terapeuta cerca delle vie, delle soluzioni, ma deve accettare che vi siano anche casi senza soluzione, dove la sofferenza è ancora il male minore.
Questo vale per l’analista, ma deve valere anche per chiunque voglia assistere chi sta male e, non riuscendo a alleviare la sua sofferenza, se ne faccia una colpa. Jung vuol capire la segreta ragione dei comportamenti, che non sono mai del tutto irrazionali e, nel modo stesso in cui si presentano, indicano la via.
Anche la patologia può essere una scelta così come i sintomi stessi sono indizi mirati: “Dove c’è una volontà, c’è una via”. Ma l’analista deve anche accettare i limiti delle proprie possibilità e il mistero che si annida in ogni conoscenza e agizione.
Laura diceva: “Può darsi che l’altro non guarisca, non superi il suo disagio, perché la sua energia non ce la fa. L’unico atto di amore che possiamo fare è ‘non farglielo pesare’, non colpevolizzarlo.” L’analista o l’amico che si fanno un senso di colpa per non essere riusciti nel loro aiuto possono rovesciare l’aiuto in danno, in quanto si tende ad allontanare chi ci fa sentire inadeguati. L’uomo invece deve dire: “Ti accolgo così, anche se non ce la puoi fare”. Però anche qui dobbiamo essere modesti e riconoscere fino a che punto possiamo stare vicino alla sofferenza dell’altro. Se hai una resistenza di mezz’ora, non stare con l’altro più di mezz’ora, poi allontanati, altrimenti riverserai su di lui il tuo malessere”.
La schizofrenia fu una malattia trascurata perché mancava la gratificazione della guarigione. L’uomo non sopporta l’impotenza. Ci può essere chi pecca di efficientismo e si prodiga solo là dove c’è risultato e, dove fallisce, si allontana. In genere è quanto accade nei casi difficili ed è l’analista stesso che dice: “Forse è meglio interrompere l’analisi” o rimanda ad altri.
Non sempre il medico guarisce, ma quasi sempre l’uomo cerca di stare meglio.
Ricordo la frase di una amica che ho seguito inutilmente per otto anni prodigandomi al punto che quasi gliene volevo perché non ero riuscita a niente: “Io non volevo essere curata, volevo solo essere ascoltata”.
Un bellissimo libro che tratta di casi difficili è di una analista junghiana, Lella Ravasi Bellocchio: ‘La lunga attesa dell’angelo’. Tratta la vicenda di alcune donne in analisi, le cui storie sono così agghiaccianti che sembra obiettivamente impossibile farle uscire dal loro oceano di dolore. Come tutti i libri junghiani è un testo pervaso di poesia. Si sgrana in questo libro, un immaginario femminile, fatto di versi e archetipi biblici, Giobbe e l’immane peso del dolore esistenziale che schiaccia e soggioga.

Com’è alto il dolore/ L’amore com’è bestia/ Vuoto delle parole/ Che scavano nel vuoto vuoti/ monumenti di vuoto. Vuoto/del grano che già raggiunse/ (nel sole) l’altezza del cuore” .

Com’è grande il dolore e l’amore! Come sono grandi l’abbandono e la solitudine. L’uomo vive per la battaglia, ma la donna vive per l’amore e quando l’amore non c’è, è il dolore più grande. In analisi l’uomo porta la sua mancanza di successo, di equilibrio, ma la donna porta sempre la sua mancanza di amore.

Con questa luce forte/ si vede a prima vista che l’amore mio non c’è/ l’amore mio manca/l’amore mio manca così tanto/ che non vedo l’ora che sia buio/buio pesto per non vederci più/ Al buio certe volte/ l’amore mio col suo profilo appare/ non mi dice parole/ né si lascia toccare/comunque al buio certe volte/l’amore mio col suo profilo appare” . (Vivian Lamarque)

L’analista sa che c’è qualcosa nella vita che chiama la vita, una luce che ricomincia, qualcosa di imponderabile che va oltre la conoscenza del medico e le possibilità del paziente e questo noi lo aspettiamo come lungamente aspettiamo l’angelo. E a volte, quando ormai tutto sembra perduto, quando la morte e il dolore sembrano avere tutto annichilito, qualcosa, malgrado tutto, ricomincia. Jung è anche questo: aver fede nell’imponderabile, in un elemento di grazia, puramente concessa, che porta l’essere alla resurrezione.

Avvengono miracoli/ Se siamo disposti a chiamare miracoli/Quegli spasmodici trucchi di radianza/ La lunga attesa dell’angelo/ Di quella sua rara, rarefatta discesa”

LA FOLLIA È UNA STORIA

Ibant oscuri, sola sub nocte, per umbras
Andavano, oscuri, nella notte solitaria, attraverso le ombre
(Virgilio- Eneide)

In clinica Jung osserva i malati, non gli piace descrivere casi clinici e non cerca di inseguire il successo, che pure gli arriva con facilità.
Mentre Freud è molto ambizioso, Jung ha una salutare indifferenza per fama e ricchezza e si sente più impegnato nella conoscenza degli altri e nella ricerca su se stesso, esperienza che Freud invece evita accuratamente. All’interno del manicomio Jung si applica con pazienza e abnegazione agli psicotici, li segue per 14, 16, ore al giorno, in un lavoro difficile che svolge con grande passione. E’ con questi malati che intuisce che la formazione delirante non è solo un codice significativo che esprime una patologia ma un vero tentativo di guarigione e di ricostituzione psichica, non una via di fuga dalla realtà ma un embrione di rinascita. La follia non è irrazionale, ha una sua ragione interna e si manifesta in modo non casuale ma secondo un progetto mirato.
Freud è rivolto al passato, all’infanzia del paziente e alla relazione bambino-genitori, cerca le cause remote del disagio in un blocco dell’iter sessuale, Jung invece considera il quadro dei sintomi come un progetto di riorganizzazione simbolica volto al futuro, in una linea prospettica, come sforzo per un migliore adattamento alla vita. Il sistema delirante ha un suo aspetto costruttivo, tenta, a suo modo, di ricreare una visione del mondo. Come il sogno è un tentativo ‘ordinario’ della psiche di ricostruire il proprio tessuto funzionale, la malattia è un tentativo ‘straordinario’ di ristrutturazione esistenziale, un vero progetto ristrutturante. La malattia è utile come è utile il sogno, anche se non sempre ha risultati soddisfacenti, è un rimedio fisiologico che la natura applica per ricostituire un equilibrio compromesso.
Jung è molto attento ai sintomi, ai gesti e alle parole dei suoi pazienti, convinto che abbiano un senso segreto che può diventare una via. La malattia è un linguaggio in cui corpo e psiche confluiscono.

Nella clinica trova una donna ricoverata di 75 anni, che da 40 sta a letto e ripete gli stessi movimenti. E’ come se mimasse il lavoro di qualcuno che cuce delle scarpe. Dopo la sua morte, Jung viene a sapere che la donna, da giovane, era stata innamorata di un ciabattino che l’aveva respinta. Da allora fino alla morte, la povera abbandonata aveva ripetuto i gesti del suo amato, vivendo così l’unica identità possibile con lui.
.
Le vie della salute sono tante e tante le terapie possibili. Queste non sono solo mediche, Freud ripone tutto nella cura delle parole, Jung scopre altre vie al di là della narrazione del dolore e della interpretazione dei sogni, che pure sono fondamentali.
Anche l’ARTE è una via di guarigione che predispone modi di realizzazione e di equilibrio. Ma anche l’amore, il servizio sociale e l’aiuto agli altri possono essere vie di salute.
Ogni uomo, anche il più grave malato psichico, tenta di creare una propria visione del mondo, di costruire un proprio mito personale. Un delirio psicotico può essere considerato un rituale d’anima, una struttura simile a un mito religioso, che ha un codice simbolico, un senso e un fine. La malattia è un messaggio mirato teso a manifestare il mito, buono o cattivo, entro cui l’uomo si vive. Anche il delirio di onnipotenza che può portare un leader al suo culmine è una narratizzazione di sé vissuta in prima persona. Hitler si sopravvalutava come grande stregone nero o cupo eroe nibelungico. Freud viveva il mito di Edipo, e cambiò il suo nome Sigismud in Sigmund perché era più simile a Sigfriedo, rivelando il suo desiderio di potenza e affermazione, il suo archetipo dell’eroe.
Siamo dominati dalle forze dell’immaginario e dai suoi simboli. In noi si drammatizzano grandi idee irrazionali che segnano le nostre esistenze. Tutto ciò che facciamo è volto alla sopravvivenza e all’evoluzione, secondo forme rituali narrative inconsce. Viviamo entro una drammatizzazione continua. Vivere è essenzialmente pensare e pensare significa tessere trame, vivere miti. Ci raccontiamo la nostra vita, siamo i protagonisti di una storia e spesso i sogni riproducono questa drammatizzazione del nostro Io e delle sue parti nelle figure del teatro, dell’anfiteatro, della piazza, della scena… La nostra identità è in gran parte un prodotto dell’immaginario. Mentre lo schizofrenico è privo di un io, l’uomo comune è spesso vissuto da un ego straripante e recita alcune delle sue parti.
Siamo vissuti dal mito e qualche volta, per sopravvivere, abbiamo bisogno di cambiare un mito con un altro. La malattia è un mito infelice, ma è pur sempre una trama e sostiene la vita, e può essere abbandonata solo in cambio di una trama migliore.
Sopravvivenza è conservazione, evoluzione è avanzamento, stabilità e progresso si alternano. Ogni momento della nostra vita è un momento recitativo in cui spesso siamo inglobati in ruoli immaginari e perdiamo di vista la realtà, qualcuno meno, qualcuno di più. Viviamo per sequenze di immagini, creando mondi precari, cercando equilibri migliori, ma con forti attaccamenti a identità parziali. Sempre viviamo secondo quello che immaginiamo di essere.
C’è una immaginazione dermica, superficiale, indotta da modelli o valutazioni introiettate dall’esterno, e una immaginazione più profonda che sprofonda nell’inconscio collettivo, vera e potente pulsione fondamentale della psiche, energia di ricostituzione e creazione, che pone architetture esistenziali, manda simboli o ci fa contattare archetipi. Jung chiamerà questa seconda facoltà col nome di IMMAGINAZIONE ATTIVA, forza che penetra nell’inconscio profondo e ne trae i materiali per la formazione del nostro essere psichico più essenziale.
IMAGO viene da MAG, che vuol dire potenza, magia, potere, forza del vivere. La psiche è immagine, un mondo di immagini, siamo vissuti dalle immagini, le immagini creano il nostro specchio, ci appoggiano a una metarealtà. C’è una rete artificiale e virtuale indotta dall’ambiente e dalle sue suggestioni ed elaborata dall’io e dai suoi desideri e paure, e una base di energia vitale che sta in una interiorità universale che può mandarci potere e verità. Contattiamo continuamente la prima e poco la seconda.
Le nostre certezze oscillano secondo ambigue immagini mentali spesso infondate, messe in crisi da maldestri segni del destino; lo specchio dell’Io è fragile e precario, ma Jung è convinto che vi sia un luogo profondissimo, comune a tutti gli uomini, da cui possiamo trarre non le costruzioni immaginarie di un io transitorio, bensì i valori e i significati di sostrato universale.
Il grande uomo, il saggio, il profeta, il santo… attingono a un patrimonio diretto di contenuti collettivi che trascendono la loro persona e storia per farne i conoscitori di una verità superiore.
Quanto più sprofondiamo nella esplorazione dell’inconscio, tanto più ci stacchiamo dai significati strettamente personali per allargarci ai valori fondamentali della vita.
La ricerca degli archetipi è molto più che un modo per risolvere il disagio, è una via per un vero e proprio viaggio evolutivo nel mondo della conoscenza e dell’essenza.
Ciò che chiamiamo CRISI è la perdita di un fittizio equilibrio e l’occasione di un cambiamento verso un equilibrio migliore, ma l’uomo si attacca al poco che ha quando non di meglio e tende a conservarlo, così che anche una guarigione, un progresso, una catarsi possono apparire come minacce. Crisi è uscire da ogni situazione sedentaria, radicata, prolungata nel tempo. Anche passare dalla guerra alla pace può essere una crisi, come passare da una malattia a una guarigione. Per quanto possa sembrare strano, anche guarire può essere difficile, quando si è abituati alla malattia. La crisi è la difficoltà di integrare il passaggio.
C’è in ogni persistenza del vivere, anche negativa, una inerzia di stato, un radicamento stolido, forze conservative impediscono di andare oltre per paura dell’ignoto; di qui la resistenza passiva della malattia, che finisce col nutrire se stessa.
Evoluzione significa arrivare al punto critico e superarlo, sublimandone le energie e andando oltre. La crisi può aprire nuovi spazi di coscienza, nuove possibilità, ma, nel lasciare i mondi conosciuti per l’ignoto, la psiche mette a rischio la sua coesione interna (cum haerere = stare aderente), come il serpente che deve lasciare la vecchia pelle per la nuova, per questo il serpente è una delle immagini che si incontrano più spesso nei sogni evolutivi, simbolo dell’archetipo del mutamento.
Ogni uomo dovrebbe elaborare se stesso come un sistema aperto ed elastico, ben centrato e non conflittuale, dinamico ma con un giusto grado di unità e di appartenenza .

INCONTRO CON L’INCONSCIO

L’essere è troppo alto per le nostre parole /per questo si comunica a noi per simboli
(V)

Nel 1800 i medici si limitavano a registrare i sintomi della follia e a compilare statistiche, indifferenti alla personalità del paziente e al suo vissuto. Ma ai primi del ‘900 “L’interpretazione dei sogni” di Freud rivoluziona il rapporto medico-paziente e introduce nel pensiero occidentale il grande concetto di INCONSCIO. Jung, affascinato, dirà: “La scoperta dell’inconscio è paragonabile a quella del numero, in quanto modifica le categorie della mente“.
L’analisi dell’inconscio è stata paragonata alla rivoluzione copernicana. Cambiare le categorie della mente è rivoluzionario, perché esse sono strutturali, creano mondi e, se cambiamo le forme del pensiero, cambia la visione del mondo.
Il mondo non è come è, ma come lo vediamo e sta in gran parte nel nostro sguardo. Noi siamo ciò che, culturalmente o convenzionalmente, crediamo di essere. La scoperta dell’inconscio cambia totalmente il modo con cui l’uomo occidentale pensa se stesso, la sua soggettività e la sua identità. Esso non è solo una categoria psichica, ma una rivoluzione ontologica, che riguarda la sostanza dell’essere.
L’inconscio è un mare in cui l’io emerge come un’isola. Vi sono parole, simboli, schemi mentali, concetti, paradigmi… che diventano chiavi di accesso a nuove consapevolezze, creano varchi, permettono esplorazioni.
Qualcosa era sempre stata, il nome la mette in essere ne apre una conoscenza che è essenza, così che, dopo, noi non siamo più gli stessi e anche il mondo cambia.
La visione primitiva è quasi totalmente inconscia. Lo sviluppo della consapevolezza fa emergere dal buio profondo dell’inconscio la luce della coscienza; per molto tempo essa resta separata dalla parte oscura, poi comincia ad attingere al buio caos, in quanto energia non integrata (il principe nero o l’extracomunitario dei sogni).
Il rapporto con l’inconscio è fondamentale per l’evoluzione, perché tanto più cresciamo sopra, tanto più cresciamo sotto. “Il mondo dell’inconscio preme sempre per uscire, ma dobbiamo avere la forza di sostenerlo. E’ come per l’albero; di quanto si innalzano i suoi rami, altrettanto profonde sono le sue radici. E il senso dell’albero non sta nella chioma o nelle radici, ma nella vita che scorre tra le due… Noi troviamo una certa forma di adattamento, poi l’inconscio comincia a spingere per venire fuori e noi dobbiamo trovare un altro adattamento” . L’inconscio collettivo è la grande spinta sotterranea, che porta l’uomo a superare se stesso. Il cammino umano è proprio questo rapportarsi continuo all’inconscio, come a una fonte infinita di possibilità. Jung è convinto che sia il compito dell’uomo di oggi: “E’ solo nel nostro tempo che si attiva l’inconscio. Nel Medioevo l’uomo non poteva pensare all’esistenza di un inconscio e dunque non aveva senso l’esistenza della psicologia. E’ nell’uomo moderno che l’inconscio si è svegliato. Per questo nascono nuove domande e nuovi problemi… Interi strati della psiche stanno emergendo alla luce per la prima volta” .
Mentre l’inconscio freudiano è solo lo stanzino sotterraneo dei contenuti rimossi, l’armadio degli scheletri segreti, per Jung, oltre all’inconscio individuale esiste un INCONSCIO COLLETTIVO che riguarda non un vissuto singolo ma l’intera specie umana.
La vita è continua tensione e integrazione tra conscio e inconscio. L’inconscio diventa una realtà molto vasta, Freud ne aveva colto solo un’accezione personalistica e negativa; per Jung esso è l’Ombra che emerge nel sogno, è l’ignoto dentro di noi e fuori di noi, l’energia che sfugge al controllo della coscienza e che tuttavia influenza il pensiero o l’emozione, ma anche il luogo del tesoro, la risorsa nascosta, la via, il cammino, la meta e la sorgente da cui provengono le energie e le conoscenze superumane… In sogno può apparire come le nuove stanze che si aprono nella nostra casa o il lato inesplorato del giardino.
Nella pratica clinica, Jung impara a comunicare con un doppio soggetto, il visibile e l’invisibile, convinto che dai sintomi del malato si possa, con legami associativi, arrivare al nucleo del dolore e alla sua spiegazione e anche alla soluzione e salvezza. Rifiuta che la causa della malattia sia solo organica e cerca altri indizi. A volte compie vere investigazioni presso la famiglia del paziente per ricostruire eventi traumatici del passato. Cerca nell’organico e cerca nel vissuto.
Nel suo primo caso nella clinica Burghölzli si trova davanti una giovane donna con istinti suicidi, interroga la sua famiglia e la servitù, indaga sul suo passato e trova questa storia:
La giovane, bella e benestante, è stata innamorata di un giovanotto ma i due, per un malinteso, si sono persi di vista e lei, credendosi abbandonata, sposa un altro da cui ha due bambini. Improvvisamente viene a sapere che il primo innamorato l’ha sempre amata, l’ha cercata inutilmente e la loro separazione è avvenuta per errore. Quasi in stato di shock per la rivelazione, la giovane si trova presso un fiume con i suoi due bambini, e, mente è immersa nei suoi tumultuosi pensieri, non si accorge che i bambini stanno bevendo l’acqua infetta del fiume. La bambina per questo si ammala di tifo e muore. Questo scatena la follia. La giovane cade in uno stato che viene etichettato come schizofrenico, non comunica più con nessuno e tenta solo di uccidersi. Viene rinchiusa in manicomio, narcotizzata e isolata. Jung le rivela gradualmente le sue scoperte: l’inconscio la punisce come ‘cattiva’, imputandole la morte della figlioletta, perché ha mancato al dovere primario di ogni madre: la cura e la protezione dei figli. La bambina è morta per colpa sua. Lei non ricorda i fatti, ma cerca di darsi ugualmente la morte. C’è un luogo ignoto della psiche, profondo minaccioso e punitivo, che la perturba mortalmente. C’è un terribile giudice inconscio che dice: “Devi morire perché sei colpevole!” e di una colpa che non può essere sostenuta dallo sguardo e dunque lei non può ricordare. Jung riesce a portarla gradualmente alla rivelazione, questa è uno shock, ma la donna guarisce, è sempre in un grande dolore ma è tornata ad essere consapevole.
Dunque l’inconscio può avere una violenza inaudita, incontrollabile, e può comandarci anche la morte.

Qui abbiamo un problema d’amore. Molti problemi esistenziali derivano da cattivi rapporti d’amore, disturbi della relazione. Il 95% dei pazienti di Jung lamenta difficoltà coniugali e ancor oggi gli analisi si lamentano che, nella promiscuità dei problemi esistenziali (lavoro, guerra, insicurezza economica, disvalori..), i pazienti presentino sempre problemi affettivi. Noi vorremmo sempre l’amore, ma non la totalità dell’amore, vorremmo la rosa senza la spina, l’impossibile amore delle fiabe. Mentre, come dice il Cantico dei Cantici, “l’Amore è duro / come la Morte / Il Desiderio è spietato / come il Sepolcro.”
Il paziente ha in sé la chiave della malattia. Nulla è casuale. Il medico deve scoprire a poco a poco la storia nascosta, la storia inconscia, l’altro livello di realtà, e il filo di Arianna che lo guida è la malattia stessa che usa il sintomo come indicatore simbolico. Il medico deve decodificare un linguaggio che parla a suo modo, come un preciso codice.
……….

JUNG 1 – INDICE DELLA PRIMA PARTE

PREFAZIONE
IL CORPO SENZA VOCE
IL PROBLEMA DI ESSERE DONNA
PADRE E MADRE. LA DOPPIA PERSONALITA’
DUE PIANI DI REALTA’
MALATTIE PSICOSOMATICHE
RITI PAGANI
LE FIGURE PARENTALI. IMMAGINI STORICHE E
IMMAGINI INCONSCE
APPARIZIONE DELLA COSCIENZA: L’IO MOLTEPLICE
DUALISMO DIVINO
APPARIZIONE DELL’OMBRA: L’EREMITA
EVENTI PARANORMALI: LA MEDIUM
PRATICA CLINICA E ANALISI PRIVATA
IL CASO SPIELREIN
DIARIO DI UNA SCHIZOFRENICA
L’AMPLIFICAZIONE
L’INCONSCIO COLLETTIVO
IL TRANSFERT
LA FOLLIA E’ UNA STORIA
INCONTRO CON L’INCONSCIO

..
JUNG – PARTE PRIMA – ELENCO LEZIONI

Lezione 1:  masadaweb.org/2009/10/06/masada-n%C2%B0-1003-6-10-2009-jung-1-psicoanalisi-lezione-1

Lezione 2: masadaweb.org/2009/10/13/masada-n%C2%B0-1007-13-10-2009-jung-1-lezione-2/

Lezione 3-4. masadaweb.org/2009/10/27/masada-n%C2%B0-1020-27-10-2009-jung-1-psicoanalisi-lezione-3-4

Lezione 5 -6 : masadaweb.org/2009/11/06/masada-n%C2%B0-1025-6-11-2009-jung-1-psicoanalisi-lezione-5-malattie-psicosomatiche

Lezione 6-7 :  masadaweb.org/2009/11/17/masada-n%C2%B0-1033-17-11-2009-jung-1-psicoanalisi-lezione-6-7

Lezione 8- Riepilogo: masadaweb.org/2009/11/24/masada-n%C2%B0-1038-24-11-2009-jung-1

Lezione 9: http: masadaweb.org/2009/11/29/masada-n%C2%B0-1041-29-11-2009-jung-1-lezione-9/#more-3475

Lezione 10: masadaweb.org/2009/12/17/masada-n%C2%B0-1049-17-12-2009-jung-psicoanalisi-lezione-10
..
http://masadaweb.org

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